Il 9 e 10 febbraio la Fp/Cgil terrà il referendum contro l'accordo separato nel pubblico impiego, firmato pochi mesi fa da Cisl e Uil
«E' in atto una aggressione alla democrazia e alla costituzione materiale del nostro paese. E' per questo che occorre pensare a una legge di iniziativa popolare».
Gianni Rinaldini, segretario generale della Fiom, dal palco dell'assemblea "mista" dei delegati metalmeccanici e del pubblico impiego parla con il tono solenne delle grandi occasioni.
L'idea di mettere insieme i percorsi di lotta di due distinte categorie inglobandoli nella risposta della Cgil all'accordo separato sul rinnovo dei modelli contrattuali si sta rivelando la scelta giusta in questi tempi di forti lacerazione nel sindacato.
Il successo di pubblico registrato a Napoli pochi giorni fa pare aver messo il turbo alla "fase uno" della mobilitazione. Le tute blu, che di accordi separati ne hanno subiti almeno un paio già a partire dalla fine degli anni novanta e quindi hanno già accumulato il know how necessario, i "white collar" che si troveranno a dover sopportanre forse gli effetti peggiori delle "nuove regole" della contrattazione. Ad unirli non è solo la necessità di fare "massa critica" ma una precisa battaglia politica e sindacale che parte dalla difesa del contratto nazionale passa per il salario e la difesa del diritto di sciopero e approda alla riqualificazione del welfare.
Davanti c'è lo sciopero generale, quello del 13 febbraio, tutto da costruire. Il segretario generale della Fiom, chiarisce subito che occorre puntare all'obiettivo, che sarà una sfida dura e difficile. I colpi della crisi stanno facendo danni in tutte le realtà produttive soprattutto attraverso la cassa integrazione.
L'esercizio della democrazia è l'unico strumento che potrà evitare a Cgil, Cisl e Uil la rissa nei luoghi di lavoro, «quando si tratterà di presentare le piattaforme», e anche l'unico in grado, almeno per il momento, di tracciare un percorso credibile per cancellare l'accordo firmato a palazzo Chigi il 22 gennaio. «C'è un disegno autoritario - insiste Rinaldini - che oggi procede attraverso precisi provvedimenti sociali». «Tra breve - aggiunge - toccherà alle pensioni».
Dentro questo processo se il sindacato naviga a vista, la politica, soprattutto a sinistra, sembra aver smarrito i capisaldi della controffensiva. «Non abbiamo bisogno di padrini - dice Rinaldini in evidente polemica con il segretario del Partito democratico Walter Veltroni - che si mettono in testa di ricomporre i dissidi sindacali. Stessero piuttosto attenti a non riversare addosso alla Cgil i problemi che hanno in casa loro». Non è solo voglia di rintuzzare gli attacchi alla Cgil da parte del "fuoco amico" in un momento in cui il sindacato ha proprio bisogno di unità e compattezza, ma anche la precisa coscienza che la battaglia in questo frangente è tutta sindacale. Si tratta di portare i lavoratori allo sciopero, di spiegare le vere ragioni del "may day", di incidere sui processi reali attraverso una controproposta. Uno sforzo in cui, come sottolinea il segretario della Fiom di Torino Giorgio Airaudo, «abbiamo bisogno di guardarci in faccia». «Sappiamo di chiedere un sacrificio ai lavoratori - aggiunge Airaudo - ma la risposta che va data è alla coesione del movimento sindacale». Negli interventi dei delegati metalmeccanici e di quelli del pubblico impiego si capisce benissimo che la preoccupazione è tanta, ma altrettanta la voglia di reagire. «Deroga vuol dire ricatto continuo», sintetizza una tuta blu parlando con i giornalisti. «Le risorse per i loro amici di Cai/Alitalia le hanno trovate. Ed ora le trovassero per gli ammortizzatori sociali e per il welfare», dice un lavoraore del pubblico impiego. Questo è il settore dove le torsioni dell'accordo separato si faranno sentire con maggior violenza. Toto Chiaromonte, segretario della Funzione pubblica/Cgil del Piemonte, ha fatto qualche conto ed ha scoperto che se il "nuovo modello" fosse stato agli ultimi settte anni di rinnovi contrattuali un addetto della sanità avrebbe perso 3.500 euro e uno degli enti locali 3.000. Non c'è da scherzare. Il pubblico impiego la cassa integrazione non ci sarà e non cisarà nemmeno l'assillo di perdere il posto di lavoro come nel settore privato. Quindi lo scontro sarà più duro che altrove e avverà proprio sul salario.
«Il governo sta rischiando un conflitto sociale senza precedenti proprio perché vuole azzerare il conflitto», dice un delegato della Fiom. Il pubblico impiego non solo non potrà "godere" dell'Ipca (l'indice dei prezzi europeo armonizzato) ma la stessa base di calcolo non garantirà nemmeno gli aumenti che questo assicura al privato. Senza contare la presa in giro di un diritto di sciopero che viene annullato di fatto senza colpo ferire. «E' proprio perché vogliamo difendere la democrazia - sottolinea Alfredo Garzì, della segreteria nazionale della Fp-Cgil - che diciamo no». «Sono Cisl e Uil a dover spiegare perché - aggiunge -hanno firmato un accordo separato che non ha niente a che vedere con la piattaforma unitaria, e non noi a dover spiegare il no».
Il 9 e 10 febbraio la Fp/Cgil terrà il referendum contro l'accordo separato nel pubblico impiego, firmato pochi mesi fa da Cisl e Uil. Sarà l'occasione per spiegare ai lavoratori i motivi dello sciopero generale e della manifestazionea Roma. Dal Piemonte sono attesi due treni speciali e dieci pullman. «Il 13 febbraio - conclude Garzi - dovremo costruire qualcosa per tutti». L'assemblea è stata anche l'occasione per affrontare il nodo della crisi della Fiat. La Fiom ha ribadito molto chiaramente che non ci sarà alcuna ripartenza senza un pronunciamento chiaro dell'azienda sulla garanzia dei posti di lavoro. «La Fiat deve dire cosa vuole fare», ha sottolineato Rinaldini. Tra forte crisi di mercato e nuovo assetto delle alleanze internazionali, la Fiat potrebbe registrare in Italia una forte emorragia di posti di lavoro. Il perché è molto semplice, in Italia ci sono impianti di una certa età, e il resto dei siti Fiat stanno tutti in regioni dove il costo del lavoro è fortemente più basso di quello italiano. «Nessuno si sogni - ha puntualizzato Rinaldini - di chiudere qualche stabilimento approfittando del clima di emergenza». Il settore auto dà lavoro in Italia a circa un milione di persone.
Fabio Sebastiani
[Articolo di Liberazione del 31 Gennaio 2009]
fonte:http://www.liberazione.it/
sabato 31 gennaio 2009
Contratti, Cgil unita: «Sciopero e referendum»
Decise 4 ore di stop, il 4 aprile corteo a Roma. Altolà al governo sulle pensioni
Quattro ore di sciopero affidate alle strutture confederali e territoriali, una campagna in preparazione del referendum dal 9 febbraio al 9 marzo con assemblee nei luoghi di lavoro, una grande manifestazione il 4 aprile nella Capitale, ricorsi alla magistratura come quello già presentato sul contratto del pubblico impiego, sulla cui validità dovrà pronunciarsi il giudice del lavoro di Roma. E' un vero e proprio guanto di sfida quello che la Cgil lancia al governo, alla Confindustria, ma anche a Cisl e Uil, dopo l'accordo separato sulle nuove regole della contrattazione. Il più grande sindacato italiano serra le fila di fronte all'attacco politico che gli giunge da destra, dai padroni, ma anche dal Partito Democratico, con Walter Veltroni che sogna di ripetere il copione della vertenza Alitalia.
Questa volta però la possibilità di un ritorno a Canossa di Guglielmo Epifani non sembra proprio all'ordine del giorno. Troppo grave lo sgarbo ricevuto dalla Cgil da parte di coloro che, a parole, sostengono il valore dell'unità sindacale ma poi, alla prova dei fatti, si dimenticano delle piattaforme comuni sottoscritte. Soprattutto, siderale è la distanza sul merito. Nel documento approvato ieri all'unanimità dal Comitato direttivo, la Cgil ribadisce di avere detto no all'accordo sul nuovo modello contrattuale «perchè non tutela i salari, perchè indebolisce la contrattazione a partire dalle deroghe e dalla limitazione dell'autonomia contrattuale delle categorie, perchè limita il diritto di sciopero, attraverso una misurazione della rappresentatività non condivisibile. Che va configurandosi come prima tappa di un intervento generale sulle regole dello sciopero che abbiamo già considerato inaccettabile». Non basta: «Rimane netta - si legge ancora nel documento del direttivo - la percezione di uno smisurato affidamento alla bilateralità, che sganciato da una precisa attività contrattuale può favorire una pericolosa scelta di sostituzione della contrattazione e costituzione di un ceto che può trasformarsi in casta».
Valutazioni condivise da tutte le anime di Corso Italia, che hanno così deciso un percorso di mobilitazione. L'andamento del dibattito sembra anche avere fugato, almeno in parte, le preoccupazioni della sinistra Cgil sulla "tenuta" di questa linea. «Il tema che ho posto nel mio intervento - riferisce Giorgio Cremaschi, leader di Rete 28 Aprile - è stato quello della vicenda Alitalia: si fanno gli scioperi, ci si mobilita per tre mesi e poi si torna a Canossa». Rassicuranti, da questo punto di vista, le prese di posizione molto dure di diversi esponenti di spicco della maggioranza di Epifani, come Morena Piccini e Carla Cantone, secondo cui bisogna prepararsi a una lunga fase di scontro. Da parte sua, la componente moderata ha ribadito che «adesso la decisione è giusta ma bisogna lavorare per ricomporre l'unità sindacale». Unanime invece la critica alle posizioni espresse dal segretario del Pd Walter Veltroni.
Non ci sta Raffaele Bonanni. Secondo il segretario della Cisl «è stata la Cgil a rinnegare una strategia unitaria e partecipativa scegliendo una linea antagonistica che pretende addirittura di fare un referendum tra i lavoratori su un accordo che non ha firmato. Così come ci sembra a dire poco ridicolo - aggiunge Bonanni - di andare nelle aule del tribunale per risolvere i problemi sindacali, come invece intende fare la Cgil».
Alla Cisl sfugge il concetto di rappresentanza. Perché un contratto sia valido nel pubblico impiego, deve essere sottoscritto da organizzazioni che, assieme o singolarmente, rappresentano almeno il 51% nella media tra i voti riportati dalle elezioni delle Rsu e gli iscritti di ciascuna sigla, oppure che hanno ottenuto il 60% dei voti. Nel caso specifico, il contratto del parastato, le organizzazioni firmatarie non raggiungono questa quota. «Noi abbiamo fatto ricorso contro il governo e l'Aran. Il fatto che Cisl e Uil, assieme agli sindacati, saranno convocati dal giudice non dipende da noi ma è una conseguenza della procedura legale», precisa Carlo Podda, segretario della Fp cgil.
Dalla Cgil arriva anche un fermo altolà all'intervento sulle pensioni annunciato a Davos dal ministro dell'Economia Giulio Tremonti. Parole travisate, secondo il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi: «Tremonti non ha detto questo, un cambio delle regole della previdenza non è all'ordine del giorno», chiarisce Sacconi, il quale conferma però l'intenzione del governo di innalzare l'età pensionabile delle lavoratrici statali e il decollo dei "nuovi" coefficienti di trasformazione a partire dal 1 gennaio 2010 con conseguente riduzione media degli importi delle pensioni future del 6-8 per cento. Assolutamente contraria la Cgil: «Sulle pensioni - scrive il direttivo - ribadiamo che il sistema previdenziale ha bisogno di stabilità; anche per questo, quindi, non possono essere accettate manomissioni a partire dall'innalzamento dell'età pensionabile delle donne e dalla modifica dei coefficienti di trasformazione relativi al sistema di calcolo contributivo».
Roberto Farneti
[Articolo di Liberazione del 31 Gennaio 2009]
fonte:http://www.liberazione.it/
Quattro ore di sciopero affidate alle strutture confederali e territoriali, una campagna in preparazione del referendum dal 9 febbraio al 9 marzo con assemblee nei luoghi di lavoro, una grande manifestazione il 4 aprile nella Capitale, ricorsi alla magistratura come quello già presentato sul contratto del pubblico impiego, sulla cui validità dovrà pronunciarsi il giudice del lavoro di Roma. E' un vero e proprio guanto di sfida quello che la Cgil lancia al governo, alla Confindustria, ma anche a Cisl e Uil, dopo l'accordo separato sulle nuove regole della contrattazione. Il più grande sindacato italiano serra le fila di fronte all'attacco politico che gli giunge da destra, dai padroni, ma anche dal Partito Democratico, con Walter Veltroni che sogna di ripetere il copione della vertenza Alitalia.
Questa volta però la possibilità di un ritorno a Canossa di Guglielmo Epifani non sembra proprio all'ordine del giorno. Troppo grave lo sgarbo ricevuto dalla Cgil da parte di coloro che, a parole, sostengono il valore dell'unità sindacale ma poi, alla prova dei fatti, si dimenticano delle piattaforme comuni sottoscritte. Soprattutto, siderale è la distanza sul merito. Nel documento approvato ieri all'unanimità dal Comitato direttivo, la Cgil ribadisce di avere detto no all'accordo sul nuovo modello contrattuale «perchè non tutela i salari, perchè indebolisce la contrattazione a partire dalle deroghe e dalla limitazione dell'autonomia contrattuale delle categorie, perchè limita il diritto di sciopero, attraverso una misurazione della rappresentatività non condivisibile. Che va configurandosi come prima tappa di un intervento generale sulle regole dello sciopero che abbiamo già considerato inaccettabile». Non basta: «Rimane netta - si legge ancora nel documento del direttivo - la percezione di uno smisurato affidamento alla bilateralità, che sganciato da una precisa attività contrattuale può favorire una pericolosa scelta di sostituzione della contrattazione e costituzione di un ceto che può trasformarsi in casta».
Valutazioni condivise da tutte le anime di Corso Italia, che hanno così deciso un percorso di mobilitazione. L'andamento del dibattito sembra anche avere fugato, almeno in parte, le preoccupazioni della sinistra Cgil sulla "tenuta" di questa linea. «Il tema che ho posto nel mio intervento - riferisce Giorgio Cremaschi, leader di Rete 28 Aprile - è stato quello della vicenda Alitalia: si fanno gli scioperi, ci si mobilita per tre mesi e poi si torna a Canossa». Rassicuranti, da questo punto di vista, le prese di posizione molto dure di diversi esponenti di spicco della maggioranza di Epifani, come Morena Piccini e Carla Cantone, secondo cui bisogna prepararsi a una lunga fase di scontro. Da parte sua, la componente moderata ha ribadito che «adesso la decisione è giusta ma bisogna lavorare per ricomporre l'unità sindacale». Unanime invece la critica alle posizioni espresse dal segretario del Pd Walter Veltroni.
Non ci sta Raffaele Bonanni. Secondo il segretario della Cisl «è stata la Cgil a rinnegare una strategia unitaria e partecipativa scegliendo una linea antagonistica che pretende addirittura di fare un referendum tra i lavoratori su un accordo che non ha firmato. Così come ci sembra a dire poco ridicolo - aggiunge Bonanni - di andare nelle aule del tribunale per risolvere i problemi sindacali, come invece intende fare la Cgil».
Alla Cisl sfugge il concetto di rappresentanza. Perché un contratto sia valido nel pubblico impiego, deve essere sottoscritto da organizzazioni che, assieme o singolarmente, rappresentano almeno il 51% nella media tra i voti riportati dalle elezioni delle Rsu e gli iscritti di ciascuna sigla, oppure che hanno ottenuto il 60% dei voti. Nel caso specifico, il contratto del parastato, le organizzazioni firmatarie non raggiungono questa quota. «Noi abbiamo fatto ricorso contro il governo e l'Aran. Il fatto che Cisl e Uil, assieme agli sindacati, saranno convocati dal giudice non dipende da noi ma è una conseguenza della procedura legale», precisa Carlo Podda, segretario della Fp cgil.
Dalla Cgil arriva anche un fermo altolà all'intervento sulle pensioni annunciato a Davos dal ministro dell'Economia Giulio Tremonti. Parole travisate, secondo il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi: «Tremonti non ha detto questo, un cambio delle regole della previdenza non è all'ordine del giorno», chiarisce Sacconi, il quale conferma però l'intenzione del governo di innalzare l'età pensionabile delle lavoratrici statali e il decollo dei "nuovi" coefficienti di trasformazione a partire dal 1 gennaio 2010 con conseguente riduzione media degli importi delle pensioni future del 6-8 per cento. Assolutamente contraria la Cgil: «Sulle pensioni - scrive il direttivo - ribadiamo che il sistema previdenziale ha bisogno di stabilità; anche per questo, quindi, non possono essere accettate manomissioni a partire dall'innalzamento dell'età pensionabile delle donne e dalla modifica dei coefficienti di trasformazione relativi al sistema di calcolo contributivo».
Roberto Farneti
[Articolo di Liberazione del 31 Gennaio 2009]
fonte:http://www.liberazione.it/
Piaggio: sindacati preoccupati per l’occupazione
Incontro con i vertici aziendali. La prima settimana di febbraio 230 operai torneranno in cassa integrazione
Preoccupazione per i livelli occupazionali alla Piaggio di Pontedera (Pisa) è stata espressa dai sindacati dopo l'incontro di mercoledì scorso con i vertici aziendali a cui ha partecipato anche il presidente del gruppo Roberto Colaninno. Secondo quanto appreso, l'azienda pontederese avrebbe chiuso il 2008 con un meno 5% di vendite rispetto al 2007, ma le prospettive per i primi mesi del 2009 sarebbero ancora incerte e poco delineate.
La prima settimana di febbraio 230 operai torneranno in cassa integrazione, ma Colaninno avrebbe confermato l'intenzione che, qualora ce ne fosse la necessità, si tornerebbe a sfruttare l'ammortizzatore sociale. Secondo i sindacati, il presidente avrebbe spiegato che tutti i 266 lavoratori con contratto di part time verticale saranno di nuovo inseriti nel ciclo produttivo dell'azienda, mentre i 630 con contratto a tempo determinato rientrerebbero in Piaggio nella misura in cui lo permetterà il mercato, sia nei numeri che nei tempi. Colaninno, inoltre, avrebbe confermato ai sindacati i 100 milioni d'investimento per tutto il gruppo, l'obiettivo di puntare sul mercato asiatico, che al momento attuale offre migliori garanzie di quello europeo e di non far ricorso all'indebitamento, vista la robustezza economica del gruppo di cui fanno parte anche Aprilia e Moto Guzzi.
fonte:http://www.intoscana.it/
Preoccupazione per i livelli occupazionali alla Piaggio di Pontedera (Pisa) è stata espressa dai sindacati dopo l'incontro di mercoledì scorso con i vertici aziendali a cui ha partecipato anche il presidente del gruppo Roberto Colaninno. Secondo quanto appreso, l'azienda pontederese avrebbe chiuso il 2008 con un meno 5% di vendite rispetto al 2007, ma le prospettive per i primi mesi del 2009 sarebbero ancora incerte e poco delineate.
La prima settimana di febbraio 230 operai torneranno in cassa integrazione, ma Colaninno avrebbe confermato l'intenzione che, qualora ce ne fosse la necessità, si tornerebbe a sfruttare l'ammortizzatore sociale. Secondo i sindacati, il presidente avrebbe spiegato che tutti i 266 lavoratori con contratto di part time verticale saranno di nuovo inseriti nel ciclo produttivo dell'azienda, mentre i 630 con contratto a tempo determinato rientrerebbero in Piaggio nella misura in cui lo permetterà il mercato, sia nei numeri che nei tempi. Colaninno, inoltre, avrebbe confermato ai sindacati i 100 milioni d'investimento per tutto il gruppo, l'obiettivo di puntare sul mercato asiatico, che al momento attuale offre migliori garanzie di quello europeo e di non far ricorso all'indebitamento, vista la robustezza economica del gruppo di cui fanno parte anche Aprilia e Moto Guzzi.
fonte:http://www.intoscana.it/
Il Tribunale del lavoro dà ragione alla Fiom sul verbale di conciliazione
Il tribunale del lavoro, a Torino, ha bocciato il verbale di conciliazione con cui gli operai della Thyssenkrupp, nel momento di ricevere una somma a titolo di buonuscita, dichiararono di rinunciare a qualsiasi vertenza legale con l'azienda. Cosi' la Fiom interpreta la pronuncia che oggi ha accolto il ricorso di un delegato sindacale: "la Thyssenkrupp - annuncia un comunicato - dovra' pagare al lavoratore l'indennizzo senza che sia necessario siglare il verbale".
Agli operai che sottoscrissero quella conciliazione non e' stato permesso di costituirsi parte civile all'udienza preliminare per i morti del 6 dicembre 2007; il 15 gennaio hanno rinnovato la richiesta ai giudici della Corte d'Assise, che risponderanno il 4 febbraio. Ma il nodo della questione e' nei contenuti del verbale: secondo la Fiom, infatti, la Thyssenkrupp "aveva inserito unilateralmente una clausola capestro" non prevista dagli accordi. "La sentenza del tribunale del lavoro - spiegano l'avvocato Elena Poli e Giorgio Airaudo, segretario provinciale Fiom - dimostra che non e' vero che il sindacato ha svenduto i diritti dei lavoratori".
fonte:http://www.rainews24.rai.it/
Agli operai che sottoscrissero quella conciliazione non e' stato permesso di costituirsi parte civile all'udienza preliminare per i morti del 6 dicembre 2007; il 15 gennaio hanno rinnovato la richiesta ai giudici della Corte d'Assise, che risponderanno il 4 febbraio. Ma il nodo della questione e' nei contenuti del verbale: secondo la Fiom, infatti, la Thyssenkrupp "aveva inserito unilateralmente una clausola capestro" non prevista dagli accordi. "La sentenza del tribunale del lavoro - spiegano l'avvocato Elena Poli e Giorgio Airaudo, segretario provinciale Fiom - dimostra che non e' vero che il sindacato ha svenduto i diritti dei lavoratori".
fonte:http://www.rainews24.rai.it/
Innse-Presse, una storia dimenticata
Ai confini della città continua da otto mesi la drammatica vicenda degli operai della INNSE. La soluzione della vertenza sempre rimandata.
Milano, via Rubattino 81. Oggi c’è nebbia, un cielo grigio cupo, fa freddo. Il traffico di camion che entrano ed escono dalla tangenziale è il rumore di fondo. Qui finisce la città e inizia il deserto industriale della ex-Innocenti , dove un tempo si producevano gli omonimi tubi, la Mini e la mitica Lambretta, che prendeva il nome dal Lambro , il fiume che scorre nella zona in cui sorgevano gli stabilimenti. Oggi, a parte la desolazione delle immense fabbriche diroccate, non c’è più nulla. O quasi. Qualcosa, anzi qualcuno, resiste. Un fuoco acceso in un bidone, quattro bandiere rosse un po’ sdrucite, un tazebao pieno di volantini, una grande scritta sul muro che recita “ giù le mani dalla INNSE” sono gli unici segni visibili di questa resistenza. Ma dietro c’è molto di più. Da otto mesi si consuma a Milano, nella quasi indifferenza di una città sempre più apatica e distratta, una storia di lotta operaia che sembra appartenere a tempi andati. In via Rubattino 81 c’è l’ingresso della INNSE –Presse, storica officina di Lambrate, famosa per la meccanica pesante e montaggi di presse e laminatoi. Accampati nella portineria, 49 dipendenti, la maggior parte dei quali operai, presidiano l’ingresso dal 17 settembre 2008. Erano cinquanta fino a luglio, quando un infarto ha stroncato il “caro compagno Giuseppe”, come recita il comunicato sindacale. Lo presidiano giorno e notte, ininterrottamente. Da sette mesi sono senza stipendio.
Tutto comincia il 31 maggio dello scorso anno, quando i dipendenti della INNSE ricevono, come un fulmine a ciel sereno, un telegramma dell’azienda che li mette in mobilità. Ma i dipendenti non ci stanno. Proclamano un’assemblea permanente, eludono la sorveglianza dei vigilantes e occupano lo stabilimento. Tre giorni dopo decidono di continuare a lavorare in maniera autogestita, nonostante il padrone dichiari di voler chiudere l’azienda. Il “padrone”, come lo chiamano qui con un tono che non lascia dubbi su cosa pensino di lui, è Silvano Genta, commerciante di rottami di Torino che ha acquistato solo due anni prima la INNSE dall’amministrazione controllata grazie ai notevoli sgravi concessi dalla legge Prodi. L’attuale INNSE-Presse, venduta dalla famiglia Innocenti all’IRI nei primi anni ’70, è l’unica sopravvissuta dell’enorme complesso industriale Innocenti al confine tra Milano e Segrate. Dopo alcuni passaggi di mano, è finita in amministrazione controllata a causa del fallimento del penultimo proprietario, la Manzoni Group, la cui holding, sostengono i dipendenti, aveva scaricato tutti i debiti del gruppo sulla INNSE. Ma la INNSE, dicono, è sempre stata un’azienda sana, che produce e che ha commesse e clienti. Genta la acquisisce per 700mila euro. Una cifra irrisoria, non fosse che per il valore dei macchinari, alcuni dei quali veri e propri pezzi unici in Europa. Eppure dopo soli due anni, invece di un rilancio, ecco l’inopinata chiusura. Nei tre mesi tra giugno e agosto, i lavoratori autogestiscono la INNSE e fatturano più di 170mila euro nonostante il lavoro sia ridotto al minimo. Non è un’occupazione, ma un’autogestione: tutti i soldi guadagnati in questo periodo vengono versati nelle casse dell’azienda, cioè di Genta. Ma alla fine di agosto Genta chiude la procedura di mobilità e licenzia tutti. A nulla servono gli incontri con la Regione Lombardia e col Ministero dello Sviluppo Economico. A nulla serve l’apparizione di un potenziale acquirente, la ORMIS di Brescia. Anzi: a settembre l’azienda non paga il preavviso, previsto nella lettera di licenziamento.
I dipendenti INSSE sono ormai senza lavoro e senza soldi. Eppure continuano a lavorare anche se licenziati. Ma il 17 settembre all’alba (sono le 5.30 del mattino) la fabbrica è messa sotto sequestro su richiesta di Genta. La forza pubblica entra in fabbrica e mette alla porta gli operai. Nessuno però sembra aver fatto i conti con la tenacia di questo pugno di lavoratori, metalmeccanici duri e puri, tra i quali però ci sono anche impiegati e quadri, non solo operai. I dipendenti della INNSE non si danno per vinti e si dicono disposti a difendere l’azienda contro tutto e contro tutti. Anche contro lo stesso proprietario, che loro considerano tale solo di nome. In fondo Genta non è mai stato un industriale del settore, ma un commerciante. Sono convinti che abbia acquistato solo per speculare sul valore dei macchinari. Il loro valore a peso di rottame ammonterebbe a quasi dieci volte tanto la cifra sborsata da Genta; venduti ancora funzionanti potrebbero valere diversi milioni di euro. Chiusa l’azienda, ora è libero di venderli a chiunque. Ma loro sono risoluti ad impedirlo. Il giorno stesso si installano presso la portineria dello stabilimento, decisi a bloccare ogni tentativo di smantellare gli impianti. Genta ci ha buttato fuori, ma non faremo entrare Genta, dicono.
Da allora vivono lì, giorno e notte, dandosi i turni per non lasciare mai sguarnito l’ingresso. Finora hanno incassato la solidarietà formale di molti, ma l’aiuto concreto di pochi. C’è chi porta derrate alimentari, chi legna da ardere, chi versa qualche aiuto su un conto corrente appositamente aperto. E’ un supporto importante, che li aiuta resistere nelle difficili condizioni economiche in cui si trovano, ma che lascia irrisolto il nodo principale. Le istituzioni si dicono disposte a una mediazione, ma finora hanno potuto poco: benché abbia comprato grazie alle agevolazioni, Genta è a tutti gli effetti il titolare dell’azienda e non si può obbligarlo a riprendere la produzione o a cederla, nonostanti le espressioni di interesse della Ormis, impresa metalmeccanica con un curriculum perfetto che, come ha dichiarato lo stesso presidente della Provincia, Filippo Penati, “permetterebbe non solo la continuità produttiva e di lavoro ma addirittura un futuro ampliamento dell’attività e dell’organico”.
Resta poi da capire se la decisione di Genta si chiudere sia stata esclusivamente personale o se, come molti hanno insinuato, si iscriva in un disegno più ampio. Gli stabilimenti della INNSE si trovano su un terreno di proprietà della Aedes, società immobiliare quotata in borsa e controllata dalla famiglia Castelli (vi ha una piccola partecipazione anche la Fininvest di Berlusconi), che presumibilmente ha delle mire ben precise sull’area in questione. In verità la Aedes si trova oggi sull’orlo del collasso finanziario: reduce nel 2008 da un crollo verticale in borsa, si trova esposta verso le banche per una cifra che oscilla, a seconda dei calcoli, tra gli 800 e i 1200 milioni di euro. Ciò non toglie che Aedes stia costruendo complessi residenziali e commerciali proprio a ridosso della ex-Innocenti: sono quindi comprensibili certi sospetti, anche se non provati (la posizione ufficiale di Aedes è che la vicenda INNSE sia una vertenza puramente industriale in cui l’immobiliare fa esclusivamente da spettatrice). La futura destinazione dell’area chiama in causa, tra l’altro, l’assessore allo sviluppo urbano di Milano Carlo Masseroli che nel recentissimo passato si è tirato addosso l’etichetta di cementificatore con la sua proposta di raddoppiare l’indice di edificabilità.
Senza dubbio la vicenda della INNSE mette a nudo una volta di più le contraddizioni di una Milano che, per usare le parole di Onorio Rosati, leader della CGIL cittadina, rischia la “desertificazione industriale”. I dipendenti nei loro comunicati si chiedono se la politica industriale sia una variabile dipendente dagli interessi dei palazzinari e hanno buon gioco nel denunciare il silenzio di Confindustria sulla vicenda. Spesso la deindustrializzazione o la delocalizzazione produttiva sono viste come un destino ineluttabile, eppure è sorprendente quanto poco dibattito susciti il caso di un gruppo di operai che vuole soltanto lavorare, e ai quali ciò è impedito con la forza. Nonostante ci siano le condizioni oggettive perché la loro azienda funzioni regolarmente. Per ora tutta la situazione si evolve con la lentezza di una partita a scacchi. L’unica certezza in tutta questa storia è l’unità dei lavoratori della INNSE e la loro assoluta volontà continuare ad oltranza a difendere l’azienda da una fine prematura e incomprensibile.
fonte:http://www.milanomag.it/
Il Blog INNSE
Milano, via Rubattino 81. Oggi c’è nebbia, un cielo grigio cupo, fa freddo. Il traffico di camion che entrano ed escono dalla tangenziale è il rumore di fondo. Qui finisce la città e inizia il deserto industriale della ex-Innocenti , dove un tempo si producevano gli omonimi tubi, la Mini e la mitica Lambretta, che prendeva il nome dal Lambro , il fiume che scorre nella zona in cui sorgevano gli stabilimenti. Oggi, a parte la desolazione delle immense fabbriche diroccate, non c’è più nulla. O quasi. Qualcosa, anzi qualcuno, resiste. Un fuoco acceso in un bidone, quattro bandiere rosse un po’ sdrucite, un tazebao pieno di volantini, una grande scritta sul muro che recita “ giù le mani dalla INNSE” sono gli unici segni visibili di questa resistenza. Ma dietro c’è molto di più. Da otto mesi si consuma a Milano, nella quasi indifferenza di una città sempre più apatica e distratta, una storia di lotta operaia che sembra appartenere a tempi andati. In via Rubattino 81 c’è l’ingresso della INNSE –Presse, storica officina di Lambrate, famosa per la meccanica pesante e montaggi di presse e laminatoi. Accampati nella portineria, 49 dipendenti, la maggior parte dei quali operai, presidiano l’ingresso dal 17 settembre 2008. Erano cinquanta fino a luglio, quando un infarto ha stroncato il “caro compagno Giuseppe”, come recita il comunicato sindacale. Lo presidiano giorno e notte, ininterrottamente. Da sette mesi sono senza stipendio.
Tutto comincia il 31 maggio dello scorso anno, quando i dipendenti della INNSE ricevono, come un fulmine a ciel sereno, un telegramma dell’azienda che li mette in mobilità. Ma i dipendenti non ci stanno. Proclamano un’assemblea permanente, eludono la sorveglianza dei vigilantes e occupano lo stabilimento. Tre giorni dopo decidono di continuare a lavorare in maniera autogestita, nonostante il padrone dichiari di voler chiudere l’azienda. Il “padrone”, come lo chiamano qui con un tono che non lascia dubbi su cosa pensino di lui, è Silvano Genta, commerciante di rottami di Torino che ha acquistato solo due anni prima la INNSE dall’amministrazione controllata grazie ai notevoli sgravi concessi dalla legge Prodi. L’attuale INNSE-Presse, venduta dalla famiglia Innocenti all’IRI nei primi anni ’70, è l’unica sopravvissuta dell’enorme complesso industriale Innocenti al confine tra Milano e Segrate. Dopo alcuni passaggi di mano, è finita in amministrazione controllata a causa del fallimento del penultimo proprietario, la Manzoni Group, la cui holding, sostengono i dipendenti, aveva scaricato tutti i debiti del gruppo sulla INNSE. Ma la INNSE, dicono, è sempre stata un’azienda sana, che produce e che ha commesse e clienti. Genta la acquisisce per 700mila euro. Una cifra irrisoria, non fosse che per il valore dei macchinari, alcuni dei quali veri e propri pezzi unici in Europa. Eppure dopo soli due anni, invece di un rilancio, ecco l’inopinata chiusura. Nei tre mesi tra giugno e agosto, i lavoratori autogestiscono la INNSE e fatturano più di 170mila euro nonostante il lavoro sia ridotto al minimo. Non è un’occupazione, ma un’autogestione: tutti i soldi guadagnati in questo periodo vengono versati nelle casse dell’azienda, cioè di Genta. Ma alla fine di agosto Genta chiude la procedura di mobilità e licenzia tutti. A nulla servono gli incontri con la Regione Lombardia e col Ministero dello Sviluppo Economico. A nulla serve l’apparizione di un potenziale acquirente, la ORMIS di Brescia. Anzi: a settembre l’azienda non paga il preavviso, previsto nella lettera di licenziamento.
I dipendenti INSSE sono ormai senza lavoro e senza soldi. Eppure continuano a lavorare anche se licenziati. Ma il 17 settembre all’alba (sono le 5.30 del mattino) la fabbrica è messa sotto sequestro su richiesta di Genta. La forza pubblica entra in fabbrica e mette alla porta gli operai. Nessuno però sembra aver fatto i conti con la tenacia di questo pugno di lavoratori, metalmeccanici duri e puri, tra i quali però ci sono anche impiegati e quadri, non solo operai. I dipendenti della INNSE non si danno per vinti e si dicono disposti a difendere l’azienda contro tutto e contro tutti. Anche contro lo stesso proprietario, che loro considerano tale solo di nome. In fondo Genta non è mai stato un industriale del settore, ma un commerciante. Sono convinti che abbia acquistato solo per speculare sul valore dei macchinari. Il loro valore a peso di rottame ammonterebbe a quasi dieci volte tanto la cifra sborsata da Genta; venduti ancora funzionanti potrebbero valere diversi milioni di euro. Chiusa l’azienda, ora è libero di venderli a chiunque. Ma loro sono risoluti ad impedirlo. Il giorno stesso si installano presso la portineria dello stabilimento, decisi a bloccare ogni tentativo di smantellare gli impianti. Genta ci ha buttato fuori, ma non faremo entrare Genta, dicono.
Da allora vivono lì, giorno e notte, dandosi i turni per non lasciare mai sguarnito l’ingresso. Finora hanno incassato la solidarietà formale di molti, ma l’aiuto concreto di pochi. C’è chi porta derrate alimentari, chi legna da ardere, chi versa qualche aiuto su un conto corrente appositamente aperto. E’ un supporto importante, che li aiuta resistere nelle difficili condizioni economiche in cui si trovano, ma che lascia irrisolto il nodo principale. Le istituzioni si dicono disposte a una mediazione, ma finora hanno potuto poco: benché abbia comprato grazie alle agevolazioni, Genta è a tutti gli effetti il titolare dell’azienda e non si può obbligarlo a riprendere la produzione o a cederla, nonostanti le espressioni di interesse della Ormis, impresa metalmeccanica con un curriculum perfetto che, come ha dichiarato lo stesso presidente della Provincia, Filippo Penati, “permetterebbe non solo la continuità produttiva e di lavoro ma addirittura un futuro ampliamento dell’attività e dell’organico”.
Resta poi da capire se la decisione di Genta si chiudere sia stata esclusivamente personale o se, come molti hanno insinuato, si iscriva in un disegno più ampio. Gli stabilimenti della INNSE si trovano su un terreno di proprietà della Aedes, società immobiliare quotata in borsa e controllata dalla famiglia Castelli (vi ha una piccola partecipazione anche la Fininvest di Berlusconi), che presumibilmente ha delle mire ben precise sull’area in questione. In verità la Aedes si trova oggi sull’orlo del collasso finanziario: reduce nel 2008 da un crollo verticale in borsa, si trova esposta verso le banche per una cifra che oscilla, a seconda dei calcoli, tra gli 800 e i 1200 milioni di euro. Ciò non toglie che Aedes stia costruendo complessi residenziali e commerciali proprio a ridosso della ex-Innocenti: sono quindi comprensibili certi sospetti, anche se non provati (la posizione ufficiale di Aedes è che la vicenda INNSE sia una vertenza puramente industriale in cui l’immobiliare fa esclusivamente da spettatrice). La futura destinazione dell’area chiama in causa, tra l’altro, l’assessore allo sviluppo urbano di Milano Carlo Masseroli che nel recentissimo passato si è tirato addosso l’etichetta di cementificatore con la sua proposta di raddoppiare l’indice di edificabilità.
Senza dubbio la vicenda della INNSE mette a nudo una volta di più le contraddizioni di una Milano che, per usare le parole di Onorio Rosati, leader della CGIL cittadina, rischia la “desertificazione industriale”. I dipendenti nei loro comunicati si chiedono se la politica industriale sia una variabile dipendente dagli interessi dei palazzinari e hanno buon gioco nel denunciare il silenzio di Confindustria sulla vicenda. Spesso la deindustrializzazione o la delocalizzazione produttiva sono viste come un destino ineluttabile, eppure è sorprendente quanto poco dibattito susciti il caso di un gruppo di operai che vuole soltanto lavorare, e ai quali ciò è impedito con la forza. Nonostante ci siano le condizioni oggettive perché la loro azienda funzioni regolarmente. Per ora tutta la situazione si evolve con la lentezza di una partita a scacchi. L’unica certezza in tutta questa storia è l’unità dei lavoratori della INNSE e la loro assoluta volontà continuare ad oltranza a difendere l’azienda da una fine prematura e incomprensibile.
fonte:http://www.milanomag.it/
Il Blog INNSE
Contratti: Sacconi, mai voluto escludere Cgil, lieto si potesse recuperare
"Se potessimo recuperare la Cgil saremmo i piu' felici e se ci saranno margini lo faremo, ma mantenendo dritta la via. Non abbiamo mai voluto escludere la Cgil e abbiamo sempre auspicato un accordo fra tutti". E' quanto ha sottolineato, a margine del convegno 'Destinazione Italia 2020' a Torino il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi aggiungendo che "d'altra parte abbiamo capito le altre parti sociali quando hanno ritenuto di non accettare un veto durato circa 11 anni e quindi ci siamo rimessi a cio' che le parti sociali ci hanno chiesto cioe' di procedere". Il ministro Sacconi si e' poi detto "convinto che anche l'Abi firmera' presto, mi sembra che prevalga chi ha un approccio moderno e vuole concludere questo accordo". A proposito dello sciopero annunciato dalla Cgil il ministro ha detto di credere "che non sara' un successo e a chi gli chiedeva, ancora una volta, sulla possibilita' di ricucire, ha ribadito "magari. Dipende soprattutto dalla disponibilita' della Cgil di riaprire un dialogo con le altre organizzazioni sindacali".
fonte:http://iltempo.ilsole24ore.com/
fonte:http://iltempo.ilsole24ore.com/
Le nega no il permesso per andare in bagno cassiera finisce in ospedale e la denuncia
L'episodio è accaduto nel supermercato Gs in viale Monza a Milano. La Filcams-Cgil: "C'è un grosso disagio dei lavoratori dei supermercati, dove spesso le condizioni problematiche non vengono trattate in modo adeguato"
La cassiera di un supermercato, malata di diabete e ipertensione, aveva chiesto di andare in bagno perchè si sentiva male, ma il permesso le è stato negato dalla sua responsabile. La donna ha avuto un malore ed è stata portata al pronto soccorso, da dove è uscita con una prognosi di dieci giorni. Pochi giorni dopo il fatto, avvenuto il 26 gennaio nel supermercato Gs in viale Monza a Milano, la donna, 58 anni, si è rivolta alla Filcams-Cgil, che ha reso nota la vicenda.
"Ho un'invalidità del 50 per cento perchè soffro di ipertensione, attacchi di panico e ho il diabete alto - racconta la cassiera - tanto che non sono idonea a stare sempre alle casse. Quando ho chiesto alla mia responsabile di alzarmi per andare in bagno, lei mi ha negato il permesso, ma io mi sono alzata lo stesso, poi mi sono misurata il diabete ed era talmente alto che mi sono sentita male e sono svenuta". Portata in ambulanza alla Santa Rita, la signora è rimasta in osservazione tutto il giorno: "Al pronto soccorso mi hanno detto che ho rischiato il coma diabetico, per questo ho denunciato ai carabinieri la mia responsabile".
Il direttore della filiale Gs di viale Monza non ha voluto commentare la vicenda. "Il malore della cassiera del Gs ricorda da vicino - fa notare Rabrizio Russo, funzionario della Filcams-Cgil di Milano - il caso della dipendente dell' Esselunga di Milano che lo scorso febbraio aveva denunciato di essersi urinata addosso perchè non le era stato data la possibilità di andare in bagno". Il problema non si limita a questi due casi: "C'è un grosso disagio dei lavoratori dei supermercati, dove spesso le condizioni problematiche - denuncia Russo - non vengono trattate in modo adeguato".
fonte:http://milano.repubblica.it
La cassiera di un supermercato, malata di diabete e ipertensione, aveva chiesto di andare in bagno perchè si sentiva male, ma il permesso le è stato negato dalla sua responsabile. La donna ha avuto un malore ed è stata portata al pronto soccorso, da dove è uscita con una prognosi di dieci giorni. Pochi giorni dopo il fatto, avvenuto il 26 gennaio nel supermercato Gs in viale Monza a Milano, la donna, 58 anni, si è rivolta alla Filcams-Cgil, che ha reso nota la vicenda.
"Ho un'invalidità del 50 per cento perchè soffro di ipertensione, attacchi di panico e ho il diabete alto - racconta la cassiera - tanto che non sono idonea a stare sempre alle casse. Quando ho chiesto alla mia responsabile di alzarmi per andare in bagno, lei mi ha negato il permesso, ma io mi sono alzata lo stesso, poi mi sono misurata il diabete ed era talmente alto che mi sono sentita male e sono svenuta". Portata in ambulanza alla Santa Rita, la signora è rimasta in osservazione tutto il giorno: "Al pronto soccorso mi hanno detto che ho rischiato il coma diabetico, per questo ho denunciato ai carabinieri la mia responsabile".
Il direttore della filiale Gs di viale Monza non ha voluto commentare la vicenda. "Il malore della cassiera del Gs ricorda da vicino - fa notare Rabrizio Russo, funzionario della Filcams-Cgil di Milano - il caso della dipendente dell' Esselunga di Milano che lo scorso febbraio aveva denunciato di essersi urinata addosso perchè non le era stato data la possibilità di andare in bagno". Il problema non si limita a questi due casi: "C'è un grosso disagio dei lavoratori dei supermercati, dove spesso le condizioni problematiche - denuncia Russo - non vengono trattate in modo adeguato".
fonte:http://milano.repubblica.it
Il dopo-Eaton e le incertezze Nca Futuro di un territorio in ginocchio
Una conferenza organizzata nella sede della Eaton di Massa da Cgil Fp e Fiom per lo sciopero di febbraio, seguita da oltre quattrocento lavoratori, ha toccato tutti i temi del lavoro, dei precari, dei fannulloni e della crisi. Ha aperto l'incontro il segretario nazionale della Fiom Cgil, Giorgio Cremaschi
Il coro è stato unanime: "Se i Nuovi cantieri Apuania vengono privatizzati la chiusura sarà garantita". Così ha esordito, affrontando i grandi temi nazionali e sfiorando quelli locali il segretario nazionale della Fiom Cgil, Giorgio Cremaschi, così ha ripreso il sindaco Angelo Zubbani dichiarando di non aver assolutamente abbassato la guardia nella battaglia contro la privatizzazione.
La conferenza sulle politiche sociali ed economiche del Governo, organizzata dalla Fiom e Funzione pubblica della Cgil in preparazione dello sciopero del 13 febbraio, in una super affollata sala della Eaton, luogo ormai simbolo della crisi che non sfiorato la provincia, ma l’ha interamente travolta, è stata anche l’occasione per riflettere sulle grandi vertenze locali, Eaton e e Nca in primis.
Così il sindaco Angelo Zubbani ha riepilogato il lungo iter della vertenza di Nca, del tribolato processo di alienazione che vede adesso il completo disinteresse del pubblico e la mancanza di offerte serie del privato. "Adesso più che mai - ha dichiarato Zubbani - è necessario rafforzare l’impegno delle istituzioni, altrimenti il cantiere rischia di diventare terra di nessuno, facile preda di scorribande esterne interessate a tutto tranne che a creare lavoro. Il silenzio assordante di Roma - ha aggiunto - non è un bel segnale, ma noi non siamo assolutamente rassegnati, ma intendiamo rafforzare la regia comune di tutte le istituzioni per far sentire ancora più forte la nostra voce".
Il territorio, nonostante le lettere di disinteresse, è ancora in attesa che il ministro Claudio Scajola convochi un tavolo per verificare le reali possibilità dell’azienda di mantenere un controllo pubblico e nell’ambito della navalmeccanica.
Contrario a ogni forma di privatizzazione anche il segretario nazionale della Fiom Giorgio Cremaschi, il quale ha fatto esempi di precedenti casi analoghi in cui i privati hanno acquistato, interessati solo a rilevare il marchio per poi smantellare l’azienda, mandando a casa tutti i lavoratori.
Situazione diversa, ma non del tutto tranquilla quella della Eaton dove la cassa integrazione concessa ai lavoratori consente di tirare il fiato e un certo margine di movimento, ma dove, anche lì, le istituzioni non possono permettersi distrazione alcuna.
Così il sindaco di Massa Roberto Pucci, ha illustrato le ultime vicissitudini della vertenza che ha fatto passare due mesi di ansia a 350 lavoratori, annunciando il recente accordo di programma per ottenere fondi per la reindustrializzazione, ha spiegato che la società incaricata di individuare investitori è al lavoro e che l’obiettivo delle istituzioni è mantenere intera quell’area.
"L’area deve rimanere unitaria - ha dichiarato Pucci -: si sta procedendo secondo un percorso definito. L’azienda di scouting che è stata scelta, la Sofit (che già ha affrontato con successo la vertenza Electrolux ndr), ha tutte le credenziali per risolvere positivamente la questione. Tutte le parti sono al tavolo con l’obiettivo di reindustrializzare l’area. Puntiamo al mantenimento di un’unica unità industriale, senza spezzettamenti - ha spiegato Pucci - e il nostro intento è quello di conservare la produzione manufatturiera, quanto mai importante e che rischia di scomparire non solo in Toscana, dove le eccellenze nel settore sono sempre state evidenti, ma anche nel resto del Paese. Con questo protocollo - ha concluso Pucci - contiamo di attrarre un nuovo investitore, capace di dare garanzie sia sul mantenimento dei posti di l avoro che sulla possibilità di non disperdere l’importante patrimonio di professionalità".
Sulla questione anche Mauro Faticanti, segretario regionale della Fiom Cigil, sempre in prima linea nelle vertenze locali, che ha ricordato l’impegno del sindacato toscano nell’allontanare lo spettro della privatizzazione nel primo caso e di conservare l’importante patrimonio manifatturiero per Eaton.
Cristina Lorenzi
fonte:http://lanazione.ilsole24ore.com
Il coro è stato unanime: "Se i Nuovi cantieri Apuania vengono privatizzati la chiusura sarà garantita". Così ha esordito, affrontando i grandi temi nazionali e sfiorando quelli locali il segretario nazionale della Fiom Cgil, Giorgio Cremaschi, così ha ripreso il sindaco Angelo Zubbani dichiarando di non aver assolutamente abbassato la guardia nella battaglia contro la privatizzazione.
La conferenza sulle politiche sociali ed economiche del Governo, organizzata dalla Fiom e Funzione pubblica della Cgil in preparazione dello sciopero del 13 febbraio, in una super affollata sala della Eaton, luogo ormai simbolo della crisi che non sfiorato la provincia, ma l’ha interamente travolta, è stata anche l’occasione per riflettere sulle grandi vertenze locali, Eaton e e Nca in primis.
Così il sindaco Angelo Zubbani ha riepilogato il lungo iter della vertenza di Nca, del tribolato processo di alienazione che vede adesso il completo disinteresse del pubblico e la mancanza di offerte serie del privato. "Adesso più che mai - ha dichiarato Zubbani - è necessario rafforzare l’impegno delle istituzioni, altrimenti il cantiere rischia di diventare terra di nessuno, facile preda di scorribande esterne interessate a tutto tranne che a creare lavoro. Il silenzio assordante di Roma - ha aggiunto - non è un bel segnale, ma noi non siamo assolutamente rassegnati, ma intendiamo rafforzare la regia comune di tutte le istituzioni per far sentire ancora più forte la nostra voce".
Il territorio, nonostante le lettere di disinteresse, è ancora in attesa che il ministro Claudio Scajola convochi un tavolo per verificare le reali possibilità dell’azienda di mantenere un controllo pubblico e nell’ambito della navalmeccanica.
Contrario a ogni forma di privatizzazione anche il segretario nazionale della Fiom Giorgio Cremaschi, il quale ha fatto esempi di precedenti casi analoghi in cui i privati hanno acquistato, interessati solo a rilevare il marchio per poi smantellare l’azienda, mandando a casa tutti i lavoratori.
Situazione diversa, ma non del tutto tranquilla quella della Eaton dove la cassa integrazione concessa ai lavoratori consente di tirare il fiato e un certo margine di movimento, ma dove, anche lì, le istituzioni non possono permettersi distrazione alcuna.
Così il sindaco di Massa Roberto Pucci, ha illustrato le ultime vicissitudini della vertenza che ha fatto passare due mesi di ansia a 350 lavoratori, annunciando il recente accordo di programma per ottenere fondi per la reindustrializzazione, ha spiegato che la società incaricata di individuare investitori è al lavoro e che l’obiettivo delle istituzioni è mantenere intera quell’area.
"L’area deve rimanere unitaria - ha dichiarato Pucci -: si sta procedendo secondo un percorso definito. L’azienda di scouting che è stata scelta, la Sofit (che già ha affrontato con successo la vertenza Electrolux ndr), ha tutte le credenziali per risolvere positivamente la questione. Tutte le parti sono al tavolo con l’obiettivo di reindustrializzare l’area. Puntiamo al mantenimento di un’unica unità industriale, senza spezzettamenti - ha spiegato Pucci - e il nostro intento è quello di conservare la produzione manufatturiera, quanto mai importante e che rischia di scomparire non solo in Toscana, dove le eccellenze nel settore sono sempre state evidenti, ma anche nel resto del Paese. Con questo protocollo - ha concluso Pucci - contiamo di attrarre un nuovo investitore, capace di dare garanzie sia sul mantenimento dei posti di l avoro che sulla possibilità di non disperdere l’importante patrimonio di professionalità".
Sulla questione anche Mauro Faticanti, segretario regionale della Fiom Cigil, sempre in prima linea nelle vertenze locali, che ha ricordato l’impegno del sindacato toscano nell’allontanare lo spettro della privatizzazione nel primo caso e di conservare l’importante patrimonio manifatturiero per Eaton.
Cristina Lorenzi
fonte:http://lanazione.ilsole24ore.com
venerdì 30 gennaio 2009
Piaggio, il ricorso alla cassa solo se sarà necessario
Sarà un anno particolare, da tenere sotto stretta osservazione. Più di frequente. Lo ha sottolineato Roberto Colaninno, presidente Piaggio, all’incontro che il vertice aziendale ha avuto, ieri (presente anche i direttori generali Daniele Bandiera e Michele Pallottini), con le rappresentanze sindacali delle aziende del Gruppo. Ma la situazione della Piaggio, sembra essere meno a rischio, rispetto alle altre. Sul fronte della cassa integrazione, ai sindacalisti Colaninno ha spiegato che la situazione pontederese è più serena, rispetto a quella degli stabilimenti Guzzi e Aprilia. La cassa integrazione. Se ne farà ricorso solo se necessario. Intanto una settimana, a febbraio. La prima. Poi, si vedrà. I 266 part time verticali rientreranno in azienda, mentre per i 630 contratti a termine l’azienda verificherà fino in fondo la situazione: saranno chiamati nella misura in cui il mercato lo permetterà, sia nei numeri che nei tempi. La tecnologia. Nell’incontro è stato disegnato il quadro della situazone per l’anno che è appena iniziato. Colaninno ha sottolineato che Aprilia sarà il centro di sviluppo per i prodotti legati alla moto, mentre Pontedera sarà centro di sperimentazione e di sviluppo per le tecnologie degli scooter. Sulla tecnologia, il presidente si è soffermato. I dati aziendali a fine 2008 parlano di un gruppo solido, che ha equilibrio economico, una struttura importante e prodotti dal buon appeal sui mercati. Saranno rinnovati i prodotti, specie per Aprilia e Guzzi, ma non sono escluse anche novità per Piaggio. Ad esempio con lo sviluppo dell’ibrido. Che, se potesse godere anche di incentivi statali... Gli investimenti. Colaninno ha confermato gli investimenti: 100 milioni per i tre marchi del gruppo. L’obiettivo di Piaggio è di incrementare di circa 40mila unità vendute in Asia (India e Vietnam in prevalenza), mantenere il livello di vendite in Europa. Le reazioni. I sindacalisti ritengono un buon segnale la conferma degli investimenti, anche se il calo fisiologico dei mercati potrebbe avere ripercussioni negative sui livelli occupazionali. Alla domanda sulla possibilità di riprendere la trattativa per l’integrativo, Colaninno ha risposto che è pronto a un incontro per verificare la disponibilità a riprendere il dialogo. Ha sottolineato: “speriamo che i mercati riprendano”.
[Articolo il Tirreno del 29 Gennaio 2009]
fonte:http://iltirreno.gelocal.it/
[Articolo il Tirreno del 29 Gennaio 2009]
fonte:http://iltirreno.gelocal.it/
“Lo sciopero francese parla anche alla Cisl e alla Uil”
Il grande successo dello sciopero generale in Francia dovrebbe fischiare un po’ nelle orecchie dei segretari della Cisl e della Uil. Poco tempo fa Bonanni dichiarò che solo in Italia si scioperava. Invece ha scioperato il Belgio, ora la Francia, si prepara una grande manifestazione dei sindacati britannici, si avvia la mobilitazione in Germania. Gli unici grandi sindacati europei che pensano solo a firmare e non a mobilitarsi sono la Cisl e la Uil. E’ l’impostazione di Bonanni e Angeletti che è fuori dall’Europa e non quella di chi è in conflitto per i salari, contro i licenziamenti e l’attacco ai diritti.
Giorgio Cremaschi
fonte:http://www.rete28aprile.it
Giorgio Cremaschi
fonte:http://www.rete28aprile.it
Appello dei Segretari Generali della FP CGIL e FIOM CGIL Carlo Podda e Gianni Rinaldini
per lo sciopero generale delle due categorie e la manifestazione nazionale a Roma del 13 febbraio 2009
La crisi dell'economia finanziaria internazionale si è rapidamente trasformata in crisi dell'economia reale ed ha messo in evidenza i limiti e le distorsioni di un modello di sviluppo basato sul presupposto dell'assenza di un limite allo sviluppo stesso e sulla riduzione delle retribuzioni.
E' emerso con chiarezza come questo modello abbia costruito nel nostro Paese una società caratterizzata da una distribuzione ineguale della ricchezza, dall'aumento delle disuguaglianze, dal blocco della mobilità sociale, dalla mancanza di sicurezza e dalla precarizzazione del lavoro.
Si sono costruiti per questa via i presupposti per un lavoro che divide lavoratrici e lavoratori, nativi e migranti, Nord e Sud del Paese, lavoratori privati e lavoratori pubblici.
Il Centro Destra, insieme alle organizzazioni imprenditoriali, ha legislativamente, culturalmente e socialmente devastato ogni idea di solidarietà ed unità del lavoro liquidando progressivamente diritti di cittadinanza e del lavoro.
Ha iniziato a demolire la struttura dello Stato sociale dalla Sanità alla Previdenza, al Diritto allo studio, pure garantiti dalla Costituzione e frutto delle lotte e delle conquiste delle lavoratrici e dei lavoratori.
In questo quadro è stato annunciato un nuovo intervento peggiorativo sulle pensioni.
La crisi odierna, di cui il Governo cerca di nascondere le dimensioni, mette in evidenza la necessità di affermare politiche contrarie a quelle sin qui prevalenti attraverso l'estensione dell'accesso universale al diritto alla salute, all'istruzione, alla continuità di un rapporto di lavoro stabile e sicuro.
Vanno affermate politiche redistributive attraverso la diminuzione del prelievo fiscale sul reddito da lavoro dipendente.
Va sconfitta la proliferazione di tanti modelli contrattuali che hanno in comune solo la diminuzione programmata delle retribuzioni e la fine dell'autonomia della contrattazione integrativa.
Va garantita, da subito, la continuità di ogni rapporto di lavoro, evitando licenziamenti e garantendo il rinnovo di tutti i rapporti di lavoro precari.
Va estesa e incrementata la rete degli ammortizzatori sociali al fine di tutelare tutte e tutti, nativi e migranti, lavoratori a tempo indeterminato e lavoratori a tempo determinato.
Va estesa e incrementata la rete degli ammortizzatori sociali al fine di tutelare tutte e tutti,
nativi e migranti, lavoratori a tempo indeterminato e lavoratori a tempo determinato.
Vanno messe in campo politiche di finanziamento e salvaguardia non solo delle banche, ma delle aziende e dei sistemi di welfare, analogamente a quanto si sta discutendo e decidendo nei singoli Stati dell'Unione Europea e negli USA.
Il Governo italiano è invece l'unico governo del mondo che non ha cambiato le politiche decise nella scorsa estate, con il risultato che non si vedono iniziative di sostegno dei redditi e quindi di rilancio dei consumi e della produzione.
Anche le supposte e sbandierate politiche di rigore del bilancio pubblico hanno in realtà impedito e depresso, prima ancora della crisi, le dinamiche dello sviluppo, creando in otto mesi il quasi raddoppio del rapporto deficit/PIL.
* l ricorso alla cassa integrazione ha raggiunto livelli mai toccati.
* Si stima che nei primi mesi dell'anno più di un milione di lavoratori precari resterà senza lavoro.
* Sono stati fatti accordi separati nel settore pubblico che valgono una social card, violando le vigenti leggi sulla democrazia sindacale.
* Si stanno manomettendo le leggi sul lavoro al solo scopo di renderlo ancora più precario, mentre gli unici interventi che si attuano per la sicurezza sul lavoro hanno il fine di diminuire le sanzioni per le aziende.
Contro queste politiche e gli accordi separati sottoscritti dal Governo e dalle Associazioni imprenditoriali, a sostegno della piattaforma della CGIL per lo sciopero generale del 12 dicembre 2008 che chiede una riduzione del prelievo fiscale sul lavoro dipendente attraverso l'adeguamento automatico delle aliquote fiscali all'inflazione (drenaggio fiscale) e l'aumento delle detrazioni fiscali e misure atte a garantire la continuità del rapporto di lavoro per le lavoratrici ed i lavoratori a tempo indeterminato e per quelle e quelli precari, la FIOM e la Funzione Pubblica CGIL - nel ciclo di iniziative decise dalla CGIL in vista della grande manifestazione del prossimo mese di aprile - hanno proclamato lo sciopero generale delle loro categorie per intera giornata o turno di lavoro di venerdì 13 febbraio 2009.
In questo stesso giorno si svolgerà a Roma una grande manifestazione nazionale con cortei e comizio a Piazza S. Giovanni:
* Per la dignità del lavoro.
* Per l'unità dei lavoratori privati e pubblici.
* Per l'aumento delle detrazioni fiscali e l'adeguamento automatico all'inflazione.
* Per dare continuità del rapporto di lavoro a chi oggi è precario.
* Per un welfare più esteso ed inclusivo.
* Per una P. A. funzionante che sia per i cittadini e le imprese strumento di sostegno e legalità.
* Per la salvaguardia di tutte le imprese in difficoltà anche attraverso interventi pubblici mirati al mantenimento dell'occupazione.
* Contro un nuovo intervento peggiorativo sulle pensioni.
* Contro gli accordi separati ed i contratti truffa.
* Per il diritto delle lavoratrici e dei lavoratori a votare sui loro contratti.
Scarica il testo dell'appello

Il sito dello sciopero generale e manifestazione nazionale http://www.unitanticrisi.it/
La crisi dell'economia finanziaria internazionale si è rapidamente trasformata in crisi dell'economia reale ed ha messo in evidenza i limiti e le distorsioni di un modello di sviluppo basato sul presupposto dell'assenza di un limite allo sviluppo stesso e sulla riduzione delle retribuzioni.
E' emerso con chiarezza come questo modello abbia costruito nel nostro Paese una società caratterizzata da una distribuzione ineguale della ricchezza, dall'aumento delle disuguaglianze, dal blocco della mobilità sociale, dalla mancanza di sicurezza e dalla precarizzazione del lavoro.
Si sono costruiti per questa via i presupposti per un lavoro che divide lavoratrici e lavoratori, nativi e migranti, Nord e Sud del Paese, lavoratori privati e lavoratori pubblici.
Il Centro Destra, insieme alle organizzazioni imprenditoriali, ha legislativamente, culturalmente e socialmente devastato ogni idea di solidarietà ed unità del lavoro liquidando progressivamente diritti di cittadinanza e del lavoro.
Ha iniziato a demolire la struttura dello Stato sociale dalla Sanità alla Previdenza, al Diritto allo studio, pure garantiti dalla Costituzione e frutto delle lotte e delle conquiste delle lavoratrici e dei lavoratori.
In questo quadro è stato annunciato un nuovo intervento peggiorativo sulle pensioni.
La crisi odierna, di cui il Governo cerca di nascondere le dimensioni, mette in evidenza la necessità di affermare politiche contrarie a quelle sin qui prevalenti attraverso l'estensione dell'accesso universale al diritto alla salute, all'istruzione, alla continuità di un rapporto di lavoro stabile e sicuro.
Vanno affermate politiche redistributive attraverso la diminuzione del prelievo fiscale sul reddito da lavoro dipendente.
Va sconfitta la proliferazione di tanti modelli contrattuali che hanno in comune solo la diminuzione programmata delle retribuzioni e la fine dell'autonomia della contrattazione integrativa.
Va garantita, da subito, la continuità di ogni rapporto di lavoro, evitando licenziamenti e garantendo il rinnovo di tutti i rapporti di lavoro precari.
Va estesa e incrementata la rete degli ammortizzatori sociali al fine di tutelare tutte e tutti, nativi e migranti, lavoratori a tempo indeterminato e lavoratori a tempo determinato.
Va estesa e incrementata la rete degli ammortizzatori sociali al fine di tutelare tutte e tutti,
nativi e migranti, lavoratori a tempo indeterminato e lavoratori a tempo determinato.
Vanno messe in campo politiche di finanziamento e salvaguardia non solo delle banche, ma delle aziende e dei sistemi di welfare, analogamente a quanto si sta discutendo e decidendo nei singoli Stati dell'Unione Europea e negli USA.
Il Governo italiano è invece l'unico governo del mondo che non ha cambiato le politiche decise nella scorsa estate, con il risultato che non si vedono iniziative di sostegno dei redditi e quindi di rilancio dei consumi e della produzione.
Anche le supposte e sbandierate politiche di rigore del bilancio pubblico hanno in realtà impedito e depresso, prima ancora della crisi, le dinamiche dello sviluppo, creando in otto mesi il quasi raddoppio del rapporto deficit/PIL.
* l ricorso alla cassa integrazione ha raggiunto livelli mai toccati.
* Si stima che nei primi mesi dell'anno più di un milione di lavoratori precari resterà senza lavoro.
* Sono stati fatti accordi separati nel settore pubblico che valgono una social card, violando le vigenti leggi sulla democrazia sindacale.
* Si stanno manomettendo le leggi sul lavoro al solo scopo di renderlo ancora più precario, mentre gli unici interventi che si attuano per la sicurezza sul lavoro hanno il fine di diminuire le sanzioni per le aziende.
Contro queste politiche e gli accordi separati sottoscritti dal Governo e dalle Associazioni imprenditoriali, a sostegno della piattaforma della CGIL per lo sciopero generale del 12 dicembre 2008 che chiede una riduzione del prelievo fiscale sul lavoro dipendente attraverso l'adeguamento automatico delle aliquote fiscali all'inflazione (drenaggio fiscale) e l'aumento delle detrazioni fiscali e misure atte a garantire la continuità del rapporto di lavoro per le lavoratrici ed i lavoratori a tempo indeterminato e per quelle e quelli precari, la FIOM e la Funzione Pubblica CGIL - nel ciclo di iniziative decise dalla CGIL in vista della grande manifestazione del prossimo mese di aprile - hanno proclamato lo sciopero generale delle loro categorie per intera giornata o turno di lavoro di venerdì 13 febbraio 2009.
In questo stesso giorno si svolgerà a Roma una grande manifestazione nazionale con cortei e comizio a Piazza S. Giovanni:
* Per la dignità del lavoro.
* Per l'unità dei lavoratori privati e pubblici.
* Per l'aumento delle detrazioni fiscali e l'adeguamento automatico all'inflazione.
* Per dare continuità del rapporto di lavoro a chi oggi è precario.
* Per un welfare più esteso ed inclusivo.
* Per una P. A. funzionante che sia per i cittadini e le imprese strumento di sostegno e legalità.
* Per la salvaguardia di tutte le imprese in difficoltà anche attraverso interventi pubblici mirati al mantenimento dell'occupazione.
* Contro un nuovo intervento peggiorativo sulle pensioni.
* Contro gli accordi separati ed i contratti truffa.
* Per il diritto delle lavoratrici e dei lavoratori a votare sui loro contratti.
Scarica il testo dell'appello
Il sito dello sciopero generale e manifestazione nazionale http://www.unitanticrisi.it/
La Cgil non molla: referendum il Pd ora rimane in silenzio
Epifani: assemblee con voto. Il governo insiste: due mesi per la firma
La Cgil non molla e sui contratti chiama i suoi lavoratori a pronunciarsi: via da subito una fase di assemblee in tutti i luoghi di lavoro con tanto di voto. Ossia, ecco il referendum. Ecco la risposta a tutte le critiche giunte a Epifani dagli altri sindacati e da Veltroni. Con tanto di condimento: manifestazione nazionale a Roma il 4 aprile, preceduta dallo sciopero del 13 febbraio di Fiom e Fp, dalla manifestazione dei pensionati a Roma il 5 marzo, dallo sciopero dei settori della scuola a fine marzo e due iniziative di mobilitazione in Puglia e in Sicilia sul Mezzogiorno e un pacchetto di 4 ore di sciopero a disposizione delle strutture territoriali. «Saremo propositivi, non siamo una forza che dice solo no - ha detto il segretario Epifani, aprendo ieri i lavori del direttivo Cgil - chiederemo ai lavoratori, pubblici e privati, di esprimersi su documenti articolati che spieghino le nostre ragioni e le nostre proposte, che sono quelle contenute dalla piattaforma unitaria».
C'è da dire che il terreno per la contrarietà a questo accordo separato fra Confindustria, Cisl e Uil è già fertile. Lo hanno dimostrato i 300 che ieri mattina si sono trovati sotto la sede del ministero del Lavoro di via Flavia: «No all'accordo di contratto separato. Un accordo che riduce la contrattazione ed il salario», ha spiegato il segretario della Cgil del Lazio Di Berardino. Sempre ieri, all'insegna dello slogan "uguali diritti a lavoratori diversi" oltre 500 tra delegati di fabbrica e componenti delle Rsu di Enti locali, uffici pubblici, ospedali del Veneto si sono incontrati a Padova per discutere le ragioni dello sciopero generale delle due categorie indetto per il 13 febbraio. La speranza è che l'appuntamento diventi qualcosa di ancora più ampio. Ma non sono le sole mobilitazioni annunciate. Gli edili saranno in piazza il 17 febbraio in tutti i capoluoghi, contro la crisi e il nulla fatto finora dal governo, ma anche contro l'accordo (come hanno già fatto con un presidio a Milano martedì scorso). Ogni categoria è mobilitata. Su più temi. Mancherebbe solo lo sciopero generale. Ma prima o poi ci sarà. Anche perché la Cgil può contare solo sulla sua forza e sul suo radicamento. Altro non c'è.
Ieri l'accordo separato si è arricchito di altre due firme: l'associazione di categoria degli assicuratori e Legacoop. Nulla di sorprendente, per carità, ma chiamarle ancora cooperative rosse con le motivazioni che hanno espresso per la sottoscrizione è davvero imbarazzante (Legacoop sostiene che «la riforma rappresenta uno degli strumenti per affrontare la grave crisi economica in atto e per preparare le condizioni della ripresa». Con meno salario e lo sciopero limitato?). Ma il vero punto di sofferenza è la politica. Che prova a chiudere la tenaglia su Corso Italia con la piena complicità del partito di riferimento, il Pd. Sono stati infatti prorogati fino al 31 marzo i termini per l'indagine conoscitiva sulla riforma dei contratti della Commissione Lavoro alla Camera. Due mesi con un nuovo giro di consultazioni (Cgil, Cisl, Uil e Ugl, Confindustria, Aran e Abi) «per capire innanzitutto l'efficacia dell'accordo e come può funzionare senza uno o più interlocutori», spiega il presidente Scaglia (Pdl) «e per capire se ci sono spazi per trovare una sintonia sugli obiettivi e se c'è ancora spazio per un dialogo». L'obiettivo è presto detto - e lo spiega Giuliano Cazzola, il vero timoniere del centrodestra in materia - «un prosieguo di trattativa in cui potrebbe entrare la Cgil sulla rappresentatività sindacale». Dispiace dirlo, ma visto come sono andate finora le cose, suona come un ricatto.
A meno che adesso governo e Cisl-Uil-Ugl, la nuova triade, abbiano paura ad affrontare i rinnovi contrattuali con piattaforme diverse e basi diverse. Si, perché come spiega a Rassegna Sindacale l'esimio giuslavorista torinese, Massimo Roccella, «la Cgil può continuare a lavorare tenendo presente di essere vincolata esclusivamente dall'accordo del 23 luglio 1993, che il sindacato di Corso d'Italia non ha mai disdetto. Peraltro quell'accordo non risulta esser stato disdetto da nessun altro. Quindi la Cgil potrà continuare a presentare piattaforme per il rinnovo biennale dei livelli retributivi, così come è scritto in quell'accordo in cui la concertazione venne assunta a metodo. Questo da un punto di vista strettamente giuridico. Da un punto di vista sindacale, invece, è chiaro che si determinerà una situazione di grande incertezza e caos». E questo caos come sarà gestito? Anche la segretaria dell'Ugl, Renata Polverini, ammette l'impasse: «C'è la possibilità che si arrivi al rinnovo con più piattaforme e questo creerà problemi». Tutti zitti i big del Pd che esternano su qualsiasi cosa. Parla qualche seconda fila.
Ma dove sono gli ex-segretari nazionali della Cgil, Paolo Nerozzi e Achille Passoni, le braccia destra e sinistra di Epifani fino all'altro ieri ed eletti nel Pd? Ah già sono al Senato. Alla Camera ci sono Damiano e Boccuzzi e una schiera di margheriti... E dov'è "il partito di chi lavora" promesso da Veltroni? In Sardegna a fare campagna elettorale e commentare così i sondaggi che non sono proprio lusinghieri per il suo leader: «C'è un mondo virtuale, che io rispetto, fatto di dichiarazioni e interviste e poi un mondo reale di persone che guarda con crescente attesa e fiducia al Partito democratico». Il gelo tra Pd e Cgil è tale che anche il riformista della Fiom, l'uomo più liberal tra i metalmeccanici, colui che per anni ha sfidato l'organizzazione più compattamente di sinistra, praticamente da solo, Fausto Durante, ha abbassato le braccia: «Trovo particolarmente infelice il fatto che il segretario del Partito democratico, commentando il recentissimo accordo separato sulla struttura contrattuale, non trovi di meglio che augurarsi che la Cgil accetti l'innovazione riformista. Personalmente non vedo traccia di riformismo nell'accordo separato del 22 gennaio, cioè in un testo che pianifica la riduzione del salario, mortifica la contrattazione aziendale anziché qualificarla, snatura la funzione del sindacato e, infine, fornisce risposte assolutamente insufficienti, oltre che anacronistiche, ai gravissimi problemi che la crisi provoca all'apparato industriale italiano e a tutti i lavoratori». Perché così è. E si può continuare a invocare una politica virtuale e un paese reale, bisogna scegliere prima o poi da che parte stare.
M.V.
[Articolo di Liberazione del 30 Gennaio 2009]
fonte:http://www.liberazione.it/
La Cgil non molla e sui contratti chiama i suoi lavoratori a pronunciarsi: via da subito una fase di assemblee in tutti i luoghi di lavoro con tanto di voto. Ossia, ecco il referendum. Ecco la risposta a tutte le critiche giunte a Epifani dagli altri sindacati e da Veltroni. Con tanto di condimento: manifestazione nazionale a Roma il 4 aprile, preceduta dallo sciopero del 13 febbraio di Fiom e Fp, dalla manifestazione dei pensionati a Roma il 5 marzo, dallo sciopero dei settori della scuola a fine marzo e due iniziative di mobilitazione in Puglia e in Sicilia sul Mezzogiorno e un pacchetto di 4 ore di sciopero a disposizione delle strutture territoriali. «Saremo propositivi, non siamo una forza che dice solo no - ha detto il segretario Epifani, aprendo ieri i lavori del direttivo Cgil - chiederemo ai lavoratori, pubblici e privati, di esprimersi su documenti articolati che spieghino le nostre ragioni e le nostre proposte, che sono quelle contenute dalla piattaforma unitaria».
C'è da dire che il terreno per la contrarietà a questo accordo separato fra Confindustria, Cisl e Uil è già fertile. Lo hanno dimostrato i 300 che ieri mattina si sono trovati sotto la sede del ministero del Lavoro di via Flavia: «No all'accordo di contratto separato. Un accordo che riduce la contrattazione ed il salario», ha spiegato il segretario della Cgil del Lazio Di Berardino. Sempre ieri, all'insegna dello slogan "uguali diritti a lavoratori diversi" oltre 500 tra delegati di fabbrica e componenti delle Rsu di Enti locali, uffici pubblici, ospedali del Veneto si sono incontrati a Padova per discutere le ragioni dello sciopero generale delle due categorie indetto per il 13 febbraio. La speranza è che l'appuntamento diventi qualcosa di ancora più ampio. Ma non sono le sole mobilitazioni annunciate. Gli edili saranno in piazza il 17 febbraio in tutti i capoluoghi, contro la crisi e il nulla fatto finora dal governo, ma anche contro l'accordo (come hanno già fatto con un presidio a Milano martedì scorso). Ogni categoria è mobilitata. Su più temi. Mancherebbe solo lo sciopero generale. Ma prima o poi ci sarà. Anche perché la Cgil può contare solo sulla sua forza e sul suo radicamento. Altro non c'è.
Ieri l'accordo separato si è arricchito di altre due firme: l'associazione di categoria degli assicuratori e Legacoop. Nulla di sorprendente, per carità, ma chiamarle ancora cooperative rosse con le motivazioni che hanno espresso per la sottoscrizione è davvero imbarazzante (Legacoop sostiene che «la riforma rappresenta uno degli strumenti per affrontare la grave crisi economica in atto e per preparare le condizioni della ripresa». Con meno salario e lo sciopero limitato?). Ma il vero punto di sofferenza è la politica. Che prova a chiudere la tenaglia su Corso Italia con la piena complicità del partito di riferimento, il Pd. Sono stati infatti prorogati fino al 31 marzo i termini per l'indagine conoscitiva sulla riforma dei contratti della Commissione Lavoro alla Camera. Due mesi con un nuovo giro di consultazioni (Cgil, Cisl, Uil e Ugl, Confindustria, Aran e Abi) «per capire innanzitutto l'efficacia dell'accordo e come può funzionare senza uno o più interlocutori», spiega il presidente Scaglia (Pdl) «e per capire se ci sono spazi per trovare una sintonia sugli obiettivi e se c'è ancora spazio per un dialogo». L'obiettivo è presto detto - e lo spiega Giuliano Cazzola, il vero timoniere del centrodestra in materia - «un prosieguo di trattativa in cui potrebbe entrare la Cgil sulla rappresentatività sindacale». Dispiace dirlo, ma visto come sono andate finora le cose, suona come un ricatto.
A meno che adesso governo e Cisl-Uil-Ugl, la nuova triade, abbiano paura ad affrontare i rinnovi contrattuali con piattaforme diverse e basi diverse. Si, perché come spiega a Rassegna Sindacale l'esimio giuslavorista torinese, Massimo Roccella, «la Cgil può continuare a lavorare tenendo presente di essere vincolata esclusivamente dall'accordo del 23 luglio 1993, che il sindacato di Corso d'Italia non ha mai disdetto. Peraltro quell'accordo non risulta esser stato disdetto da nessun altro. Quindi la Cgil potrà continuare a presentare piattaforme per il rinnovo biennale dei livelli retributivi, così come è scritto in quell'accordo in cui la concertazione venne assunta a metodo. Questo da un punto di vista strettamente giuridico. Da un punto di vista sindacale, invece, è chiaro che si determinerà una situazione di grande incertezza e caos». E questo caos come sarà gestito? Anche la segretaria dell'Ugl, Renata Polverini, ammette l'impasse: «C'è la possibilità che si arrivi al rinnovo con più piattaforme e questo creerà problemi». Tutti zitti i big del Pd che esternano su qualsiasi cosa. Parla qualche seconda fila.
Ma dove sono gli ex-segretari nazionali della Cgil, Paolo Nerozzi e Achille Passoni, le braccia destra e sinistra di Epifani fino all'altro ieri ed eletti nel Pd? Ah già sono al Senato. Alla Camera ci sono Damiano e Boccuzzi e una schiera di margheriti... E dov'è "il partito di chi lavora" promesso da Veltroni? In Sardegna a fare campagna elettorale e commentare così i sondaggi che non sono proprio lusinghieri per il suo leader: «C'è un mondo virtuale, che io rispetto, fatto di dichiarazioni e interviste e poi un mondo reale di persone che guarda con crescente attesa e fiducia al Partito democratico». Il gelo tra Pd e Cgil è tale che anche il riformista della Fiom, l'uomo più liberal tra i metalmeccanici, colui che per anni ha sfidato l'organizzazione più compattamente di sinistra, praticamente da solo, Fausto Durante, ha abbassato le braccia: «Trovo particolarmente infelice il fatto che il segretario del Partito democratico, commentando il recentissimo accordo separato sulla struttura contrattuale, non trovi di meglio che augurarsi che la Cgil accetti l'innovazione riformista. Personalmente non vedo traccia di riformismo nell'accordo separato del 22 gennaio, cioè in un testo che pianifica la riduzione del salario, mortifica la contrattazione aziendale anziché qualificarla, snatura la funzione del sindacato e, infine, fornisce risposte assolutamente insufficienti, oltre che anacronistiche, ai gravissimi problemi che la crisi provoca all'apparato industriale italiano e a tutti i lavoratori». Perché così è. E si può continuare a invocare una politica virtuale e un paese reale, bisogna scegliere prima o poi da che parte stare.
M.V.
[Articolo di Liberazione del 30 Gennaio 2009]
fonte:http://www.liberazione.it/
Proviamoci anche in Italia
Ieri tutta la Francia si è fermata. Si è trattato di uno sciopero generale imponente, che tale è stato fuori da ogni enfasi propagandistica. Proclamato da tutte le sigle sindacali, ha paralizzato il Paese per l'intera giornata. A Parigi, Marsiglia, Lione, Bordeaux, centinaia di migliaia di persone hanno dato vita a grandi cortei. Ma in oltre duecento città -mentre scriviamo la mobilitazione è ancora in corso- si sono svolte manifestazioni di massa. Le stime, ancora parziali, parlano di 1.500.000 persone coinvolte. Con una novità, per nulla scontata per i transalpini: sono scesi in lotta davvero tutti. Ai lavoratori pubblici, da sempre nerbo delle mobilitazioni, si sono uniti anche pezzi del settore privato, della grande distribuzione, del manifatturiero. Persino i magistrati e financo i dipendenti della borsa di Parigi hanno deciso di interrompere il lavoro. Ma cosa spiega un'adesione corale di queste proporzioni? E quali sono gli obiettivi che hanno unificato sindacati tradizionalmente divisi? Innanzitutto il rigetto di un politica economica del governo accusata di rovesciare sui lavoratori, sulle lavoratrici e sulla parte socialmente più debole ed esposta i costi della crisi, il rifiuto della precarietà che sta compromettendo il futuro di un'intera generazione. Poi, la difesa dei servizi pubblici, contro i tagli alla scuola. E ancora, la questione salariale, con la richiesta di una radicale inversione nella iniqua distribuzione del reddito che ha favorito il capitale ed impoverito il lavoro. De te fabula narratur, viene da pensare guardando ai fatti di casa nostra, dove i medesimi temi si propongono in una versione aggravata: per le condizioni generali del Paese, per la ineffabile inerzia del governo, per la protervia antioperaia della Confindustria e per l'atteggiamento corrivo di Cisl e Uil. Dalla Francia viene ora una scossa salutare. Sarebbe utile, qui da noi, imparare a parlare lo stesso linguaggio. Forte e chiaro. L'unità che si è spezzata fra gli stati maggiori del sindacato può riprendere dal basso. La lotta, quando risponde a bisogni reali, ha sempre un valore costituente: cambia i rapporti di forza, cambia le cose e le persone. Ed esercita una funzione persuasiva anche sui soggetti collettivi. Il 13 febbraio prossimo, metalmeccanici e dipendenti pubblici della Cgil faranno da apripista. La Cgil, da parte sua, indirà assemblee in tutti i luoghi di lavoro e promuoverà il referendum sull'accordo che Cisl e Uil hanno firmato senza alcun mandato. E' da lì che si può ripartire. Avanti, dunque, senza paura.
Dino Greco
[Articolo di Liberazione del 30 Gennaio 2009]
fonte:http://www.liberazione.it/
Dino Greco
[Articolo di Liberazione del 30 Gennaio 2009]
fonte:http://www.liberazione.it/
Piaggio: Colaninno incontra sindacati, confermati 100 mln investimenti
Il presidente della Piaggio Roberto Colaninno ha incontrato oggi a Pontedera (Pi) i rappresentanti sindacali per fare il punto sull'andamento dell'azienda in questo momento di crisi dei mercati internazionali.
''Colaninno - spiega Angelo Mangino, della Fim Cisl - ha confermato la volonta' di puntare sullo sviluppo del mercato in Asia, con lo stabilimento del Vietnam a regime, mantenendo l'impegno in Europa e Usa. Il presidente ha inoltre ribadito che la societa' ha i fondamentali a posto e confermato investimenti per 100 milioni di euro all'anno''.
Sul fronte occupazione, a febbraio e' programmata una settimana di cassa integrazione per circa 200 persone, ''e anche a marzo - riferisce il sindacalista - si potrebbe ricorrere un po' alla Cassa. Speriamo in una ripresa del mercato nel trimestre aprile-maggio-giugno''.
Comunque, sottolinea Mangino, ''non sono previste riduzioni occupazionali, ma anzi un aumento di circa 600 unita' in Asia tra 2009 e 2010 e il mantenimento degli attuali livelli in Italia''.
''E' stato un incontro positivo - conclude il rappresentante della Cisl -. La Piaggio nei quattro anni di questa proprieta' ha sicuramente ricostruito condizioni finanziarie e industriali positive''.
fonte:http://www.asca.it/
''Colaninno - spiega Angelo Mangino, della Fim Cisl - ha confermato la volonta' di puntare sullo sviluppo del mercato in Asia, con lo stabilimento del Vietnam a regime, mantenendo l'impegno in Europa e Usa. Il presidente ha inoltre ribadito che la societa' ha i fondamentali a posto e confermato investimenti per 100 milioni di euro all'anno''.
Sul fronte occupazione, a febbraio e' programmata una settimana di cassa integrazione per circa 200 persone, ''e anche a marzo - riferisce il sindacalista - si potrebbe ricorrere un po' alla Cassa. Speriamo in una ripresa del mercato nel trimestre aprile-maggio-giugno''.
Comunque, sottolinea Mangino, ''non sono previste riduzioni occupazionali, ma anzi un aumento di circa 600 unita' in Asia tra 2009 e 2010 e il mantenimento degli attuali livelli in Italia''.
''E' stato un incontro positivo - conclude il rappresentante della Cisl -. La Piaggio nei quattro anni di questa proprieta' ha sicuramente ricostruito condizioni finanziarie e industriali positive''.
fonte:http://www.asca.it/
giovedì 29 gennaio 2009
Modello contrattuale, è gelo tra Pd e Cgil
Epifani: «Il riformismo non c'entra, Veltroni si misuri con il merito». Salta il copione Alitalia?
La Cgil che dice no a un'intesa che danneggia i lavoratori, Walter Veltroni che "media" e ricuce lo "strappo" con Cisl e Uil, vantandosi pubblicamente di avere ricomposto l'unità sindacale. Si rifà al copione della vicenda Alitalia la strategia studiata dal segretario del Pd per superare gli imbarazzi interni al proprio partito dopo l'accordo separato sul nuovo modello contrattuale. Scricchiola il sogno della grande casa riformista in grado di ospitare tutti - dall'esponente di Confindustria ai sindacalisti ex Cisl ed ex Cgil - e così il buon Walter prova a correre ai ripari. Questa volta, però, il profeta del "ma anche" potrebbe avere fatto male i propri calcoli. Guglielmo Epifani, infatti, non pare avere affatto gradito quelle parole pronunciate l'altra sera negli studi di "Porta a Porta": «La Cgil accetti le sfide riformiste, in quell'intesa ci sono delle cose interessanti», il nocciolo del Veltroni-pensiero.
Immediata la replica del leader del più grande sindacato italiano: «Veltroni si misuri con il merito e ci dica se su l'inflazione ed il contratto nazionale la Cgil dice cose giuste o sbagliate», ribatte Epifani. «Quando Carniti dice che sulle regole non si può procedere senza l'accordo di tutti e cita il referendum - sottolinea ancora Epifani - mi domando perchè Veltroni di fronte ad opinioni diverse non debba fare proprio il fatto che il rapporto democratico con i propri elettori è un rapporto ineludibile, lui che delle primarie ha fatto uno dei simboli del Partito democratico».
Significativa, dal punto di vista politico, anche la presa di posizione di Fausto Durante, esponente dell'ala moderata della Fiom, che definisce «infelice» il commento di Veltroni: «Non vedo traccia di riformismo - osserva Durante - in un testo che pianifica la riduzione del salario, mortifica la contrattazione aziendale anzichè qualificarla, snatura la funzione del sindacato e, infine, fornisce risposte assolutamente insufficienti, oltre che anacronistiche, ai gravissimi problemi della crisi».
Durissimo anche Giorgio Cremaschi: «Il segretario del Pd - afferma il leader di Rete 28 Aprile - non ha né titoli, né autorevolezza per dare lezioni alla Cgil. Se condivide l'accordo separato che taglia i salari lo dica, assumendosene e le responsabilità politiche ed elettorali».
Ro. Fa
[Articolo di Liberazione del 29 Gennaio 2009]
fonte:http://www.liberazione.it/
La Cgil che dice no a un'intesa che danneggia i lavoratori, Walter Veltroni che "media" e ricuce lo "strappo" con Cisl e Uil, vantandosi pubblicamente di avere ricomposto l'unità sindacale. Si rifà al copione della vicenda Alitalia la strategia studiata dal segretario del Pd per superare gli imbarazzi interni al proprio partito dopo l'accordo separato sul nuovo modello contrattuale. Scricchiola il sogno della grande casa riformista in grado di ospitare tutti - dall'esponente di Confindustria ai sindacalisti ex Cisl ed ex Cgil - e così il buon Walter prova a correre ai ripari. Questa volta, però, il profeta del "ma anche" potrebbe avere fatto male i propri calcoli. Guglielmo Epifani, infatti, non pare avere affatto gradito quelle parole pronunciate l'altra sera negli studi di "Porta a Porta": «La Cgil accetti le sfide riformiste, in quell'intesa ci sono delle cose interessanti», il nocciolo del Veltroni-pensiero.
Immediata la replica del leader del più grande sindacato italiano: «Veltroni si misuri con il merito e ci dica se su l'inflazione ed il contratto nazionale la Cgil dice cose giuste o sbagliate», ribatte Epifani. «Quando Carniti dice che sulle regole non si può procedere senza l'accordo di tutti e cita il referendum - sottolinea ancora Epifani - mi domando perchè Veltroni di fronte ad opinioni diverse non debba fare proprio il fatto che il rapporto democratico con i propri elettori è un rapporto ineludibile, lui che delle primarie ha fatto uno dei simboli del Partito democratico».
Significativa, dal punto di vista politico, anche la presa di posizione di Fausto Durante, esponente dell'ala moderata della Fiom, che definisce «infelice» il commento di Veltroni: «Non vedo traccia di riformismo - osserva Durante - in un testo che pianifica la riduzione del salario, mortifica la contrattazione aziendale anzichè qualificarla, snatura la funzione del sindacato e, infine, fornisce risposte assolutamente insufficienti, oltre che anacronistiche, ai gravissimi problemi della crisi».
Durissimo anche Giorgio Cremaschi: «Il segretario del Pd - afferma il leader di Rete 28 Aprile - non ha né titoli, né autorevolezza per dare lezioni alla Cgil. Se condivide l'accordo separato che taglia i salari lo dica, assumendosene e le responsabilità politiche ed elettorali».
Ro. Fa
[Articolo di Liberazione del 29 Gennaio 2009]
fonte:http://www.liberazione.it/
A Bologna tre giorni dedicati agli omicidi bianchi
Tre giorni per parlare di lavoro e di omicidi bianchi senza retorica né vile pietismo all'Xm 24 di BOLOGNA in via Fioravanti. Si parte domani alle 22 con Tetes de Bois e "Avanti Pop", disco nato davanti alle fabbriche, ai call center, ai campi di pomodori, dall'esperienza reale di un progetto d'indagine e testimonianza nel mondo di chi lavora (i cancelli della Fiat Sata di Melfi, le cartiere di Isola del Liri, le acciaierie di Terni, i campi di Borgo Libertà, l'Atesia); e poi, all'Iqbal Masih tributo a Fabrizio de André con I De Andrades. Sabato alle 17 la proiezione del video di Giuliano Bugani e Salvo Lucchese "Anno 2018: Verrà la morte" un'inchiesta documentaristica sugli effetti dell'esposizione all'amianto di ex lavoratori nelle fabbriche italiane con interviste a ex lavoratori, familiari delle vittime dell'amianto, medici, magistrati nelle quali si evidenziano le assenze delle istituzioni e in alcuni casi dei sindacati, riguardo la pericolosità del contatto con l'amianto. E che alla fine pone un serio interrogativo: dov'è l'amianto oggi? A seguire "Ballata per una morte bianca" messo in scena dal Teatro delle Ceneri. Domenica, infine, assemblea incontro sul tema delle morti bianche e dei diritti dei lavoratori alle 17 e cena di chiusura. All'interno della tre giorni anche l'esposizione delle immagini di Luca Mennon, dei disegni di Leonardo Guardigli e banchetti informativi.
[Articolo di Liberazione del 29 Gennaio 2009]
fonte:http://www.liberazione.it/
[Articolo di Liberazione del 29 Gennaio 2009]
fonte:http://www.liberazione.it/
Dichiarazione di Vittorio Bardi e Giorgio Cremaschi: “inaccettabile la minaccia di Federacciai di 17mila esuberi nel settore siderurgico”
“Federacciai, lancia l’allarme sulla situazione del settore nel quale la caduta della produzione del 30% potrebbe portare a 17 mila esuberi strutturali. Consideriamo inaccettabile questa impostazione e sottolineiamo che ancora una volta la Federacciai si mostra poco lungimirante: lo era quando ancora a luglio scorso immaginava una crescita infinita della produzione siderurgica standard, senza alcuna innovazione; o invocava il nucleare come unica soluzione energetica possibile; lo è oggi, quando chiede semplicemente aiuti pubblici a fondo perduto e pensa di scaricare i problemi, che pure esistono, esclusivamente sul lavoro e sull’occupazione.”
“Come Fiom, così come stiamo sostenendo per altri settori - a partire da quello dell’auto – siamo contrari ad aiuti pubblici a pioggia e senza alcun vincolo alle imprese; riteniamo invece che le risorse pubbliche debbano essere vincolate a forti interventi di innovazione nei prodotti e nei processi - per predisporre la struttura produttiva all’uscita dalla crisi – e, contemporaneamente, subordinati al mantenimento dell’occupazione, di ogni tipologia contrattuale, e alla tutela del reddito dei lavoratori anche nei periodi di rallentamento della produzione.”
“Questa impostazione vale anche per il comparto siderurgico italiano. Ad esempio, per quanto riguarda i prodotti, pur essendo il secondo produttore in Europa, il nostro paese continua ad essere un importatore netto - ossia, consuma più acciaio di quanto non produca – e questo non solo per quanto riguarda gli acciai di fascia bassa come prezzo e qualità, ma anche per tipologie più pregiate. E’ interessante il dato che nel 2008 in Italia sarebbe aumentato l’export e contemporaneamente si sarebbero ridotte le importazioni di prodotti siderurgici, ma il divario tra produzione e consumo resta. Per il futuro allora si potrebbe immaginare un cambiamento nei mix produttivi prevedendo una qualche riduzione dei volumi produttivi di più bassa qualità concentrandosi su prodotti più avanzati e di più alto valore aggiunto, tenendo conto dell’evoluzione della domanda, anche indotta dalla crisi, dei comparti produttivi che più utilizzano prodotti siderurgici.”
“Il sistema delle imprese siderurgiche che opera in Italia è pronto a misurarsi con queste sfide?”
“Egualmente per quanto riguarda i processi produttivi e la loro innovazione, noi non diciamo semplicemente che, nonostante la crisi, è necessario continuare ad investire in innovazione per attenuare gli impatti sull’ambiente e sul territorio, per fare un uso razionale e appropriato delle fonti energetiche e di tutte le risorse. Sosteniamo che a maggior ragione oggi, anche per uscire dalla crisi con un sistema produttivo più qualificato e innovativo, è necessario farlo con maggior impegno.”
“D’altra parte proprio rispetto agli effetti dalla crisi economica e finanziaria, la ripresa potrà avvenire solo dal rilancio dell’economia reale, dalle produzioni materiali. Ma questo non vale per qualsiasi tipo di produzione, infatti è palese che solo le produzioni innovative e di qualità che sapranno usare nel modo più razionale le risorse e l’energia necessari, che meglio riusciranno a fare i conti anche con le sfide ambientali e dei cambiamenti climatici, avranno sicuri vantaggi competitivi.”
“Ma questa impostazione, per la quale ci battiamo, è esattamente l’opposto di quanto Federacciai ha sostenuto durante la discussione per l’adozione del pacchetto europeo sull’energia e il clima (che fortunatamente è passato senza tener conto quasi per nulla delle loro obiezioni).”
“Nessuno nega la caduta della produzione nel settore siderurgico ma, considerati gli enormi profitti accumulati fino alla fine del 2008 e le condizioni produttive e occupazionali del settore, occorre utilizzare la crisi per investire sul futuro, sulla salute e sicurezza del lavoro, sulla compatibilità ambientale, sull’innovazione tecnologica. Per questo in alternativa,ad ulteriori periodi di Cassa integrazione si devono avviare i lavori per interventi di innovazione, di maggiore efficienza nei processi produttivi e per la tutela ambientale dentro e fuori gli stabilimenti, mentre vanno rimodulati gli orari, prevedendo una loro riduzione anche con periodi di formazione e riqualificazione professionale.”
“Respingiamo ogni ipotesi di taglio degli impianti e nell’occupazione nel settore siderurgico, che resta strategico per il Paese. Per questo chiediamo la convocazione di un tavolo di settore presso il Governo, nel quale definire precise strategie e impegni istituzionali per le politiche industriali, e per affrontare la crisi con impegni precisi da parte delle imprese che in questi anni hanno accumulato profitti che ora devono essere reinvestiti.”
“Lo sciopero generale del 13 avrà a suo centro anche il no ai tagli agli impianti e all’occupazione in siderurgia.”
p. la Segreteria Fiom Giorgio Cremaschi il responsabile di settore Vittorio Bardi
fonte:http://www.fiom.cgil.it
“Come Fiom, così come stiamo sostenendo per altri settori - a partire da quello dell’auto – siamo contrari ad aiuti pubblici a pioggia e senza alcun vincolo alle imprese; riteniamo invece che le risorse pubbliche debbano essere vincolate a forti interventi di innovazione nei prodotti e nei processi - per predisporre la struttura produttiva all’uscita dalla crisi – e, contemporaneamente, subordinati al mantenimento dell’occupazione, di ogni tipologia contrattuale, e alla tutela del reddito dei lavoratori anche nei periodi di rallentamento della produzione.”
“Questa impostazione vale anche per il comparto siderurgico italiano. Ad esempio, per quanto riguarda i prodotti, pur essendo il secondo produttore in Europa, il nostro paese continua ad essere un importatore netto - ossia, consuma più acciaio di quanto non produca – e questo non solo per quanto riguarda gli acciai di fascia bassa come prezzo e qualità, ma anche per tipologie più pregiate. E’ interessante il dato che nel 2008 in Italia sarebbe aumentato l’export e contemporaneamente si sarebbero ridotte le importazioni di prodotti siderurgici, ma il divario tra produzione e consumo resta. Per il futuro allora si potrebbe immaginare un cambiamento nei mix produttivi prevedendo una qualche riduzione dei volumi produttivi di più bassa qualità concentrandosi su prodotti più avanzati e di più alto valore aggiunto, tenendo conto dell’evoluzione della domanda, anche indotta dalla crisi, dei comparti produttivi che più utilizzano prodotti siderurgici.”
“Il sistema delle imprese siderurgiche che opera in Italia è pronto a misurarsi con queste sfide?”
“Egualmente per quanto riguarda i processi produttivi e la loro innovazione, noi non diciamo semplicemente che, nonostante la crisi, è necessario continuare ad investire in innovazione per attenuare gli impatti sull’ambiente e sul territorio, per fare un uso razionale e appropriato delle fonti energetiche e di tutte le risorse. Sosteniamo che a maggior ragione oggi, anche per uscire dalla crisi con un sistema produttivo più qualificato e innovativo, è necessario farlo con maggior impegno.”
“D’altra parte proprio rispetto agli effetti dalla crisi economica e finanziaria, la ripresa potrà avvenire solo dal rilancio dell’economia reale, dalle produzioni materiali. Ma questo non vale per qualsiasi tipo di produzione, infatti è palese che solo le produzioni innovative e di qualità che sapranno usare nel modo più razionale le risorse e l’energia necessari, che meglio riusciranno a fare i conti anche con le sfide ambientali e dei cambiamenti climatici, avranno sicuri vantaggi competitivi.”
“Ma questa impostazione, per la quale ci battiamo, è esattamente l’opposto di quanto Federacciai ha sostenuto durante la discussione per l’adozione del pacchetto europeo sull’energia e il clima (che fortunatamente è passato senza tener conto quasi per nulla delle loro obiezioni).”
“Nessuno nega la caduta della produzione nel settore siderurgico ma, considerati gli enormi profitti accumulati fino alla fine del 2008 e le condizioni produttive e occupazionali del settore, occorre utilizzare la crisi per investire sul futuro, sulla salute e sicurezza del lavoro, sulla compatibilità ambientale, sull’innovazione tecnologica. Per questo in alternativa,ad ulteriori periodi di Cassa integrazione si devono avviare i lavori per interventi di innovazione, di maggiore efficienza nei processi produttivi e per la tutela ambientale dentro e fuori gli stabilimenti, mentre vanno rimodulati gli orari, prevedendo una loro riduzione anche con periodi di formazione e riqualificazione professionale.”
“Respingiamo ogni ipotesi di taglio degli impianti e nell’occupazione nel settore siderurgico, che resta strategico per il Paese. Per questo chiediamo la convocazione di un tavolo di settore presso il Governo, nel quale definire precise strategie e impegni istituzionali per le politiche industriali, e per affrontare la crisi con impegni precisi da parte delle imprese che in questi anni hanno accumulato profitti che ora devono essere reinvestiti.”
“Lo sciopero generale del 13 avrà a suo centro anche il no ai tagli agli impianti e all’occupazione in siderurgia.”
p. la Segreteria Fiom Giorgio Cremaschi il responsabile di settore Vittorio Bardi
fonte:http://www.fiom.cgil.it
Indotto Piaggio, Consiglio Toscana chiede cassa integrazione
Approvata una mozione presentata da Rifondazione Comunista
Garantire le integrazioni salariali previste per legge ai 130 dipendenti della Pega (cooperativa che agisce in subappalto per conto di Ceva, subentrata alla Tnt nel confezionamento di pezzi di ricambio per il gruppo Piaggio) che si sono autoridotti l'orario di lavoro a una media di 40 ore mensili, evidentemente insostenibile nel lungo periodo. E' questa la richiesta che il Consiglio regionale della Toscana avanza al Governo nazionale per mezzo di una mozione a firma del gruppo Rifondazione comunista - Sinistra europea.
Il testo approvato e illustrato in aula dal consigliere Luca Ciabatti, impegna anche l'Esecutivo toscano a ''sollecitare in tutte le sedi l'apertura di un tavolo di valutazione della crisi aziendale a cui partecipino i rappresentanti dei sindacati dei lavoratori, delle istituzioni interessate e dell'azienda''. Esprime inoltre ''solidarieta' e sostegno ai lavoratori della Piaggio e dell'indotto in lotta per tutelare il loro diritto al lavoro a un'equa retribuzione e a orari lavorativi decorosi''.
fonte:http://www.adnkronos.com
Garantire le integrazioni salariali previste per legge ai 130 dipendenti della Pega (cooperativa che agisce in subappalto per conto di Ceva, subentrata alla Tnt nel confezionamento di pezzi di ricambio per il gruppo Piaggio) che si sono autoridotti l'orario di lavoro a una media di 40 ore mensili, evidentemente insostenibile nel lungo periodo. E' questa la richiesta che il Consiglio regionale della Toscana avanza al Governo nazionale per mezzo di una mozione a firma del gruppo Rifondazione comunista - Sinistra europea.
Il testo approvato e illustrato in aula dal consigliere Luca Ciabatti, impegna anche l'Esecutivo toscano a ''sollecitare in tutte le sedi l'apertura di un tavolo di valutazione della crisi aziendale a cui partecipino i rappresentanti dei sindacati dei lavoratori, delle istituzioni interessate e dell'azienda''. Esprime inoltre ''solidarieta' e sostegno ai lavoratori della Piaggio e dell'indotto in lotta per tutelare il loro diritto al lavoro a un'equa retribuzione e a orari lavorativi decorosi''.
fonte:http://www.adnkronos.com
A Mirafiori tornano gli scioperi spontanei
«Noi passiamo da un taglio all’altro. Il governo deve fare la sua parte»
La rabbia di Mirafiori è esplosa. È esplosa in lastroferratura, al montaggio. Come è accaduto spesso nella storia della grande fabbrica torinese, all’improvviso i lavoratori si sono fermati. Era nell’aria, ma l’imminente ulteriore settimana di cassa integrazione - da lunedì le Carrozzerie saranno di nuovo ferme - sembrava aver annichilito gli umori, smorzato le esuberanze. Invece no. Invece in 500 hanno percorso i reparti, solcato le officine, assediato le linee produttive. Si sono spinti fino al limitare della porta 2, quella classica dove sempre tutto accade, con i giacconi buttati sulle spalle, con i megafoni. Per due ore, dalle tre alle cinque, si sono fermati per dire: il governo sostenga l’auto. Lo slogan più efficace è di un delegato Fiom, Ugo Bolognesi: «Non ci faremo chiudere dai pochi spiccioli di Berlusconi».
Gli operai temono che gli stabilimenti «inchiodino», hanno paura come nel 2002. Allora l’avevano sfangata a prezzo di sacrifici, lotte, molti esuberi andati in mobilità e poi in pensione. Adesso il sentir dire dall’amministratore delegato della Fiat Sergio Marchionne che sono a rischio 60 mila posti nel sistema auto li spaventa a morte. Arrivano in fabbrica alle due con nella testa le notizie sull’incontro tra i vertici del Lingotto e il governo della sera prima; si parla di 300 milioni di sostegno per l’auto italiana. Hanno avuto tempo - a differenza dei colleghi giunti a Mirafiori alle 6 e usciti di casa nella notte - di ragionarci. E si sono imbufaliti. Come nel 2002. L’obiettivo non è la Fiat. L’obiettivo è il governo. Maria Epifania ha 35 anni, in Carrozzeria ci sta da undici. Non ha dubbi: «Ma a che cosa servono 300 milioni? A niente, niente di niente».
E si aspetta di più: «Noi con la cassa integrazione prendiamo 750-800 euro al mese, i sacrifici li facciamo e allora il governo si svegli». Già, il governo. C’è una ruggine - al di là delle posizioni politiche che a Mirafiori come nella altre fabbriche non sono necessariamente a sinistra - con un governo che già nel 2002 non era stato sentito come amico. Allora erano insorti addirittura «vecchi» e storici delegati Fiom a difesa della famiglia Agnelli e dell’azienda; adesso la situazione non è così estrema, ma la diffidenza si sente. Gianfranco Currado è a Mirafiori dall’87 e lo dice chiaro: «Noi passiamo da una cassa a un’altra e il governo sta con le mani in mano mentre i governi del mondo intervengono. Vogliamo risposte e subito perchè non possiamo permettere che si perda il lavoro qui in Italia, qui a Torino senza combattere». E annuncia a se stesso e ai compagni: «Questo è solo l’inizio». Mentre le prime ombre della sera calano gli operai tornano nei reparti della fabbrica che produce, quando si lavora, 800 auto al giorno contro le mille giudicate soglia minima di equilibrio. Tornano alle linee lavoro con la paura nel cuore. La paura di restare soli.
Marina Cassi
fonte:http://www.lastampa.it/
La rabbia di Mirafiori è esplosa. È esplosa in lastroferratura, al montaggio. Come è accaduto spesso nella storia della grande fabbrica torinese, all’improvviso i lavoratori si sono fermati. Era nell’aria, ma l’imminente ulteriore settimana di cassa integrazione - da lunedì le Carrozzerie saranno di nuovo ferme - sembrava aver annichilito gli umori, smorzato le esuberanze. Invece no. Invece in 500 hanno percorso i reparti, solcato le officine, assediato le linee produttive. Si sono spinti fino al limitare della porta 2, quella classica dove sempre tutto accade, con i giacconi buttati sulle spalle, con i megafoni. Per due ore, dalle tre alle cinque, si sono fermati per dire: il governo sostenga l’auto. Lo slogan più efficace è di un delegato Fiom, Ugo Bolognesi: «Non ci faremo chiudere dai pochi spiccioli di Berlusconi».
Gli operai temono che gli stabilimenti «inchiodino», hanno paura come nel 2002. Allora l’avevano sfangata a prezzo di sacrifici, lotte, molti esuberi andati in mobilità e poi in pensione. Adesso il sentir dire dall’amministratore delegato della Fiat Sergio Marchionne che sono a rischio 60 mila posti nel sistema auto li spaventa a morte. Arrivano in fabbrica alle due con nella testa le notizie sull’incontro tra i vertici del Lingotto e il governo della sera prima; si parla di 300 milioni di sostegno per l’auto italiana. Hanno avuto tempo - a differenza dei colleghi giunti a Mirafiori alle 6 e usciti di casa nella notte - di ragionarci. E si sono imbufaliti. Come nel 2002. L’obiettivo non è la Fiat. L’obiettivo è il governo. Maria Epifania ha 35 anni, in Carrozzeria ci sta da undici. Non ha dubbi: «Ma a che cosa servono 300 milioni? A niente, niente di niente».
E si aspetta di più: «Noi con la cassa integrazione prendiamo 750-800 euro al mese, i sacrifici li facciamo e allora il governo si svegli». Già, il governo. C’è una ruggine - al di là delle posizioni politiche che a Mirafiori come nella altre fabbriche non sono necessariamente a sinistra - con un governo che già nel 2002 non era stato sentito come amico. Allora erano insorti addirittura «vecchi» e storici delegati Fiom a difesa della famiglia Agnelli e dell’azienda; adesso la situazione non è così estrema, ma la diffidenza si sente. Gianfranco Currado è a Mirafiori dall’87 e lo dice chiaro: «Noi passiamo da una cassa a un’altra e il governo sta con le mani in mano mentre i governi del mondo intervengono. Vogliamo risposte e subito perchè non possiamo permettere che si perda il lavoro qui in Italia, qui a Torino senza combattere». E annuncia a se stesso e ai compagni: «Questo è solo l’inizio». Mentre le prime ombre della sera calano gli operai tornano nei reparti della fabbrica che produce, quando si lavora, 800 auto al giorno contro le mille giudicate soglia minima di equilibrio. Tornano alle linee lavoro con la paura nel cuore. La paura di restare soli.
Marina Cassi
fonte:http://www.lastampa.it/
Cgil, a Padova domani 500 delegati metalmeccanici e del pubblico impiego
All'insegna dello slogan ''uguali diritti a lavoratori diversi''
Tute blu e dipendenti pubblici, due categorie dalle condizioni lavorative e dalla storia sindacale molto diverse, si ritroveranno domani a Padova uniti in un attivo regionale per discutere assieme della situazione determinatasi nel mondo del lavoro, non ultimo l'accordo separato del 22 gennaio.
All'insegna dello slogan ''uguali diritti a lavoratori diversi'' oltre 500 tra delegati di fabbrica e componenti delle Rsu di Enti locali, uffici pubblici, ospedali del Veneto discuteranno assieme ai Segretari Generali nazionali delle due categorie, Carlo Podda (FP Cgil) e Gianni Rinaldini (Fiom Cgil).
L'attivo, che prelude ad uno sciopero delle due categorie indetto per il 13 febbraio con manifestazione nazionale a Roma, si svolgera' alla Fiera di Padova, in sala Carraresi, con inizio alle ore 9 e conclusioni alle 13.
Intervengono i segretari generali Gianni Rinaldini e Carlo Podda
fonte:http://www.adnkronos.com
Tute blu e dipendenti pubblici, due categorie dalle condizioni lavorative e dalla storia sindacale molto diverse, si ritroveranno domani a Padova uniti in un attivo regionale per discutere assieme della situazione determinatasi nel mondo del lavoro, non ultimo l'accordo separato del 22 gennaio.
All'insegna dello slogan ''uguali diritti a lavoratori diversi'' oltre 500 tra delegati di fabbrica e componenti delle Rsu di Enti locali, uffici pubblici, ospedali del Veneto discuteranno assieme ai Segretari Generali nazionali delle due categorie, Carlo Podda (FP Cgil) e Gianni Rinaldini (Fiom Cgil).
L'attivo, che prelude ad uno sciopero delle due categorie indetto per il 13 febbraio con manifestazione nazionale a Roma, si svolgera' alla Fiera di Padova, in sala Carraresi, con inizio alle ore 9 e conclusioni alle 13.
Intervengono i segretari generali Gianni Rinaldini e Carlo Podda
fonte:http://www.adnkronos.com
Crisi: Cgil, boom Cig in Fiat e indotto in ultimi 4 mesi 08
Per quanto riguarda il settore metalmeccanico, nelle province in cui sono presenti stabilimenti Fiat, e di conseguenza dell'indotto, l'ultimo quadrimestre del 2008 ha registrato un aumento di 21 milioni di ore di Cig rispetto alle 9,5 dei primi otto mesi per un incremento del 54,61%.
Il dato emerge dal rapporto 2008 sulla Cassa integrazione guadagni elaborato dal dipartimento Settori produttivi della Cgil Nazionale. Il dato, si legge, conferma che il settore dell'auto e della produzione dei veicoli un punto fondamentale della crisi che stiamo attraversando.
fonte:http://www.borsaitaliana.it
Il dato emerge dal rapporto 2008 sulla Cassa integrazione guadagni elaborato dal dipartimento Settori produttivi della Cgil Nazionale. Il dato, si legge, conferma che il settore dell'auto e della produzione dei veicoli un punto fondamentale della crisi che stiamo attraversando.
fonte:http://www.borsaitaliana.it
Solo briciole ai lavoratori
Le misure prese dal governo per rispondere alla crisi economica, anche per quel che rigurda il settore auto, sono inadeguate. Perciò la Cgil sceglie di scendere il piazza il 13 febbraio. Mentre si procede, come dimostra l'accordo sulla riforma del Ccnl, non sottoscritto da Corso Italia ma da Cisl e Uil, ad attaccare diritti e salario del mondo del lavoro, dividendo anche il fronte sindacale. Ne parliamo con Fausto Durante della Fiom
Il governo incontra parti sociali e protagonisti del settore per definire gli interventi da mettere in campo in risposta alla crisi che investe il mondo della produzione automobilistica, puntando sul sostegno alla rottamazione e sull'investimento di una cifra fra i 300-400 milioni di euro. La crisi continua, con cig a pioggia ma anche con scarsa copertura economica da parte dello Stato, mentre i posti di lavoro nel futuro non potranno che contrarsi, in ogni settore. Nonostante sia stato approvato un pacchetto di misure di risposta. Per completare il tragico quadro: Cisl, Uil e Confindustria, con la regia dell'esecutivo, sottoscrivono una riforma del contratto nazionale di lavoro che vede sfilarsi la Cgil e che spacca, fra contrari e sostenitori, il Pd. Di tutto questo abbiamo discusso con Fausto Durante della Fiom, che insieme alla Fp sarà in piazza il 13 febbraio per contestare le misure prese da Berlusconi in merito alla crisi economica.
In queste ore il governo italiano e le rappresentanze del settore auto stanno cercando di confezionare un piano di sostegno per rispondere alla crisi. Il pianeta automobilistico non attraversa un momento felice a livello mondiale...
L'auto sta attraversando la fase più difficile degli ultimi 30 anni. Di fronte alla crisi che il settore sta vivendo a livello mondiale, paesi europei e Usa si stanno muovendo verso una politica di sostegno all'occupazione, per tutelare posti di lavoro, e di ripensamento nella produzione automobilistica.
Quando parli di ripensamento della produzione automobilistica pensi alla riconversione verde del neo presidente degli Usa?
Certo anche ad Obama che ha tracciato la strada del sostegni a progetti di innovazione tecnologica eco sostenibili, ma anche ad altri paesi dove gli aiuti monetari sono legati all' innovazione e all'ammodernamento tecnologico del settore automobilistica. In Italia invece si procede con interventi tradizionali, vecchi, che si sintetizzano nell'attribuzione di denaro per la rottamazione.
E' solo questo che preoccupati la Cgil?
No, c'è anche la questione della quantità economica investita dal governo nel settore auto: i 300-400 milioni di euro promessi dall'esecutivo sono ben poca cosa rispetto, in proporzione, ai 17 miliardi di dollari che hanno investito gli Usa per i tre grandi colossi del polo di Detroit, Gm, Ford e Chrysler. Una distanza siderale dunque fra il nostro paese e gli States, che occulta quanto il settore dell'auto abbia bisogno di risorse.
Ma l'Italia è lontana anche dagli standard europei: la Germania e la Francia, per esempio, stanno investendo molto di più.
Insomma, il governo costringe il nostro paese ad essere privo di vere politiche industriali oltre che di sostegni economici.
Pochi soldi, dunque, per un settore che, come quello delle vetture, non solo è scosso pesantemente dalla crisi, ma ha proporzioni vaste...
Si perché in Italia si dice settore auto e si pensa automaticamente solo alla Fiat. Ma questa logica è riduttiva perché il settore è molto più ampio. Perciò anche gli interventi di aiuto confezionati dallo Stato lo devono riguardare nella sua interezza. Certamente gli stabilimenti e i lavoratori Fiat vanno tutelati, ma all'interno di una azione governativa che coinvolga tutto l'intero comparto, indotto compreso. La componentistica, per esempio, è un settore che lavora nel nostro paese non solo per gli Agnelli ma anche per altri soggetti industriali. Se non si offre sostegno all'intera filiera dell'auto, oltre che a tutte le realtà che gravitano intorno a questa produzione, si rischia di compromette il sistema globale con conseguenze occupazionali tragiche.
Il governo quindi dimostra di avere una visione miope sulla crisi del settore automobilistico?
Si perché le misure fin qui preannunciate riguardano solo l'acquisto di nuove vetture, il che significa colpire quell'intera filiera produttiva che gravita intorno all'auto di cui parlavo prima.
Dunque, gli interventi vanno indirizzati all'insieme della produzione legata all'auto e a tutti i soggetti coinvolti.
La Cgil boccia dunque l'esecutivo sulle politiche di sostegno alla realtà dell'automobile. Non diversamente in merito all'intero pacchetto anticrisi. Perché?
Le misure anticrisi del governo sono ridicole. Rispetto al disagio socio-economico si propone la social card e il bonus famiglie, per il finanziamento degli ammortizzatori sociali si stornano i soldi previsti per il Fas e Fondo sociale europeo, sottraendo così risorse destinate allo sviluppo e alla politica industriale. Non c'è risposta al fatto che ci sono milioni di lavoratori -precari, atipici, impiegati delle piccole imprese, soprattutto donne e immigrati- che non hanno diritto agli ammortizzatori sociali. Non a caso uno dei punti centrali della piattaforma che sostiene lo sciopero che Fiom e Fp della Cgil hanno indetto per il 13 febbraio propone l' estensione della cassa integrazione a coloro che ne sono privi.
Ma l'esecutivo si è impegnato ad estendere gli ammortizzatori sociali?
Si è impegnato tante volte e su tante cose, per poi invece...Dispiace che Cisl e Uil continuino a credergli. Già nel 2002 col patto per l'Italia, il governo Berlusconi di allora aveva promesso una riforma degli ammortizzatori sociali in senso di una loro estensione e qualificazione, per poi fare marcia indietro perché senza risorse. Ed era un momento dove non si registrava la crisi che domina attualmente.
Tu parli di una cambiamento del sistema degli ammortizzatori sociali. Allora non siete il sindacato della conservazione? Veltroni dunque si sbaglia quando vi sprona ad "accettare le sfide dell'innovazione riformista"?
Veltroni sbaglia obiettivo, ha semplicemente confermato la confusione in materia che caratterizza il Pd. In merito al contratto di lavoro e alla sua riforma il Pd ha almeno 4 opinioni diverse. Non vedo in questo accordo, siglato senza la Cgil, quella grande ispirazione riformista a cui pure Veltroni richiama il nostro sindacato. Al contrario si propone la vecchia aspirazione del governo di centrodestra e Confindustria a dividere i sindacati e isolare la Cgil. O almeno questo è ciò che sperano di realizzare. Non è certo un afflato modernizzatore e riformatore.
Il segretario del Pd critica l'accordo per il metodo (esclusione della Cgil) ma non nel merito. Come valuti questa diversificazione democratica?
Il fatto che Veltroni non abbia contestato i contenuti dell'accordo che non abbiamo, come Cgil, sottoscritto, mi sorprende. Rosi Bindi, Carlo Azelio Ciampi, addirittura Tito Boeri (certamente non accusabili di complicità con la Cgil) hanno contestato quell'accordo nel merito. In presenza di questi giudizi critici come fa Veltroni a veder elementi positivi? Una valutazione che desta preoccupazione anche circa la capacità del partito di Veltroni di radicarsi nel mondo del lavoro: lo dico da persona che ha creduto alla potenzialità innovativa del Pd.
In cosa quell'accordo, al contrario firmato da Cisl e Uil, non vi convince?
Non c'è più nell'idea di contratto nazionale che sottende questo accordo il ruolo di incremento del potere d'acquisto dei salari che questo contratto ha garantito e che è stato al centro della storia delle battaglia sindacale. Anzi, viene ridotta la capacità del Ccnl di garantire la crescita del potere di acquisto dei salari perché si prevede, per esempio, che i lavoratori paghino due volte il costo dell'energia. Oltre a pagare le bollette, infatti, non si tiene più in considerazione la crescita del costo dell'energia. Insomma si riduce la forza del salario.
Solo questo aspetto?
No, poi c'è l'ingabbiatura sindacale: la contrattazione di secondo livello viene depressa, perché nelle aziende i sindacati potranno chiedere solo un premio di risultato legato agli andamenti economici dell'azienda e non potranno contrattare gli aspetti che da sempre hanno contrattato a livello aziendale (organizzazione del lavoro, qualificazione professionale, ambiente e sicurezza solo per fare qualche esempio). Ed infine un terzo elemento.
Quale?
Che per la prima volta in Italia le imprese possono derogare in peggio rispetto al Ccnl sul fronte sia salariale che normativo. Cosa accadrà mi chiedo ai lavoratori del Sud? Le imprese potranno infatti dire loro che trovandosi in un contesto economico più sfavorevole del resto d'Italia non potranno che abbassare i loro salari. Si ritorna alle gabbie salariali e al dumping salariale.
Un altro aspetto riguarda il diritto allo sciopero. Cosa contesta la Cgil?
Che il diritto allo sciopero sia stato fatto oggetto di una forzatura senza precedenti, contestabile anche sul piano costituzionale. Tutto questo ratificato senza l'assenso della nostra organizzazione. E' uno stravolgimento della costituzione materiale del lavoro gravissima.
Se dovessi sintetizzare il pericolo che si annida nell'intesa che vi vede contrari, come lo faresti?
Indicherei la pericolosità generale dell'intesa nello snaturamento della funzione del sindacato che essa determina. Si prevede un proliferare di enti bilaterali (che si potranno occupare di sanità, previdenza, mercato, ammortizzatori sociali) che trasformano o meglio riducono il sindacato ad una emanazione impropria per perseguire compiti che non gli competono.
Ma.Bo.
fonte:http://www.aprileonline.info/
Il governo incontra parti sociali e protagonisti del settore per definire gli interventi da mettere in campo in risposta alla crisi che investe il mondo della produzione automobilistica, puntando sul sostegno alla rottamazione e sull'investimento di una cifra fra i 300-400 milioni di euro. La crisi continua, con cig a pioggia ma anche con scarsa copertura economica da parte dello Stato, mentre i posti di lavoro nel futuro non potranno che contrarsi, in ogni settore. Nonostante sia stato approvato un pacchetto di misure di risposta. Per completare il tragico quadro: Cisl, Uil e Confindustria, con la regia dell'esecutivo, sottoscrivono una riforma del contratto nazionale di lavoro che vede sfilarsi la Cgil e che spacca, fra contrari e sostenitori, il Pd. Di tutto questo abbiamo discusso con Fausto Durante della Fiom, che insieme alla Fp sarà in piazza il 13 febbraio per contestare le misure prese da Berlusconi in merito alla crisi economica.
In queste ore il governo italiano e le rappresentanze del settore auto stanno cercando di confezionare un piano di sostegno per rispondere alla crisi. Il pianeta automobilistico non attraversa un momento felice a livello mondiale...
L'auto sta attraversando la fase più difficile degli ultimi 30 anni. Di fronte alla crisi che il settore sta vivendo a livello mondiale, paesi europei e Usa si stanno muovendo verso una politica di sostegno all'occupazione, per tutelare posti di lavoro, e di ripensamento nella produzione automobilistica.
Quando parli di ripensamento della produzione automobilistica pensi alla riconversione verde del neo presidente degli Usa?
Certo anche ad Obama che ha tracciato la strada del sostegni a progetti di innovazione tecnologica eco sostenibili, ma anche ad altri paesi dove gli aiuti monetari sono legati all' innovazione e all'ammodernamento tecnologico del settore automobilistica. In Italia invece si procede con interventi tradizionali, vecchi, che si sintetizzano nell'attribuzione di denaro per la rottamazione.
E' solo questo che preoccupati la Cgil?
No, c'è anche la questione della quantità economica investita dal governo nel settore auto: i 300-400 milioni di euro promessi dall'esecutivo sono ben poca cosa rispetto, in proporzione, ai 17 miliardi di dollari che hanno investito gli Usa per i tre grandi colossi del polo di Detroit, Gm, Ford e Chrysler. Una distanza siderale dunque fra il nostro paese e gli States, che occulta quanto il settore dell'auto abbia bisogno di risorse.
Ma l'Italia è lontana anche dagli standard europei: la Germania e la Francia, per esempio, stanno investendo molto di più.
Insomma, il governo costringe il nostro paese ad essere privo di vere politiche industriali oltre che di sostegni economici.
Pochi soldi, dunque, per un settore che, come quello delle vetture, non solo è scosso pesantemente dalla crisi, ma ha proporzioni vaste...
Si perché in Italia si dice settore auto e si pensa automaticamente solo alla Fiat. Ma questa logica è riduttiva perché il settore è molto più ampio. Perciò anche gli interventi di aiuto confezionati dallo Stato lo devono riguardare nella sua interezza. Certamente gli stabilimenti e i lavoratori Fiat vanno tutelati, ma all'interno di una azione governativa che coinvolga tutto l'intero comparto, indotto compreso. La componentistica, per esempio, è un settore che lavora nel nostro paese non solo per gli Agnelli ma anche per altri soggetti industriali. Se non si offre sostegno all'intera filiera dell'auto, oltre che a tutte le realtà che gravitano intorno a questa produzione, si rischia di compromette il sistema globale con conseguenze occupazionali tragiche.
Il governo quindi dimostra di avere una visione miope sulla crisi del settore automobilistico?
Si perché le misure fin qui preannunciate riguardano solo l'acquisto di nuove vetture, il che significa colpire quell'intera filiera produttiva che gravita intorno all'auto di cui parlavo prima.
Dunque, gli interventi vanno indirizzati all'insieme della produzione legata all'auto e a tutti i soggetti coinvolti.
La Cgil boccia dunque l'esecutivo sulle politiche di sostegno alla realtà dell'automobile. Non diversamente in merito all'intero pacchetto anticrisi. Perché?
Le misure anticrisi del governo sono ridicole. Rispetto al disagio socio-economico si propone la social card e il bonus famiglie, per il finanziamento degli ammortizzatori sociali si stornano i soldi previsti per il Fas e Fondo sociale europeo, sottraendo così risorse destinate allo sviluppo e alla politica industriale. Non c'è risposta al fatto che ci sono milioni di lavoratori -precari, atipici, impiegati delle piccole imprese, soprattutto donne e immigrati- che non hanno diritto agli ammortizzatori sociali. Non a caso uno dei punti centrali della piattaforma che sostiene lo sciopero che Fiom e Fp della Cgil hanno indetto per il 13 febbraio propone l' estensione della cassa integrazione a coloro che ne sono privi.
Ma l'esecutivo si è impegnato ad estendere gli ammortizzatori sociali?
Si è impegnato tante volte e su tante cose, per poi invece...Dispiace che Cisl e Uil continuino a credergli. Già nel 2002 col patto per l'Italia, il governo Berlusconi di allora aveva promesso una riforma degli ammortizzatori sociali in senso di una loro estensione e qualificazione, per poi fare marcia indietro perché senza risorse. Ed era un momento dove non si registrava la crisi che domina attualmente.
Tu parli di una cambiamento del sistema degli ammortizzatori sociali. Allora non siete il sindacato della conservazione? Veltroni dunque si sbaglia quando vi sprona ad "accettare le sfide dell'innovazione riformista"?
Veltroni sbaglia obiettivo, ha semplicemente confermato la confusione in materia che caratterizza il Pd. In merito al contratto di lavoro e alla sua riforma il Pd ha almeno 4 opinioni diverse. Non vedo in questo accordo, siglato senza la Cgil, quella grande ispirazione riformista a cui pure Veltroni richiama il nostro sindacato. Al contrario si propone la vecchia aspirazione del governo di centrodestra e Confindustria a dividere i sindacati e isolare la Cgil. O almeno questo è ciò che sperano di realizzare. Non è certo un afflato modernizzatore e riformatore.
Il segretario del Pd critica l'accordo per il metodo (esclusione della Cgil) ma non nel merito. Come valuti questa diversificazione democratica?
Il fatto che Veltroni non abbia contestato i contenuti dell'accordo che non abbiamo, come Cgil, sottoscritto, mi sorprende. Rosi Bindi, Carlo Azelio Ciampi, addirittura Tito Boeri (certamente non accusabili di complicità con la Cgil) hanno contestato quell'accordo nel merito. In presenza di questi giudizi critici come fa Veltroni a veder elementi positivi? Una valutazione che desta preoccupazione anche circa la capacità del partito di Veltroni di radicarsi nel mondo del lavoro: lo dico da persona che ha creduto alla potenzialità innovativa del Pd.
In cosa quell'accordo, al contrario firmato da Cisl e Uil, non vi convince?
Non c'è più nell'idea di contratto nazionale che sottende questo accordo il ruolo di incremento del potere d'acquisto dei salari che questo contratto ha garantito e che è stato al centro della storia delle battaglia sindacale. Anzi, viene ridotta la capacità del Ccnl di garantire la crescita del potere di acquisto dei salari perché si prevede, per esempio, che i lavoratori paghino due volte il costo dell'energia. Oltre a pagare le bollette, infatti, non si tiene più in considerazione la crescita del costo dell'energia. Insomma si riduce la forza del salario.
Solo questo aspetto?
No, poi c'è l'ingabbiatura sindacale: la contrattazione di secondo livello viene depressa, perché nelle aziende i sindacati potranno chiedere solo un premio di risultato legato agli andamenti economici dell'azienda e non potranno contrattare gli aspetti che da sempre hanno contrattato a livello aziendale (organizzazione del lavoro, qualificazione professionale, ambiente e sicurezza solo per fare qualche esempio). Ed infine un terzo elemento.
Quale?
Che per la prima volta in Italia le imprese possono derogare in peggio rispetto al Ccnl sul fronte sia salariale che normativo. Cosa accadrà mi chiedo ai lavoratori del Sud? Le imprese potranno infatti dire loro che trovandosi in un contesto economico più sfavorevole del resto d'Italia non potranno che abbassare i loro salari. Si ritorna alle gabbie salariali e al dumping salariale.
Un altro aspetto riguarda il diritto allo sciopero. Cosa contesta la Cgil?
Che il diritto allo sciopero sia stato fatto oggetto di una forzatura senza precedenti, contestabile anche sul piano costituzionale. Tutto questo ratificato senza l'assenso della nostra organizzazione. E' uno stravolgimento della costituzione materiale del lavoro gravissima.
Se dovessi sintetizzare il pericolo che si annida nell'intesa che vi vede contrari, come lo faresti?
Indicherei la pericolosità generale dell'intesa nello snaturamento della funzione del sindacato che essa determina. Si prevede un proliferare di enti bilaterali (che si potranno occupare di sanità, previdenza, mercato, ammortizzatori sociali) che trasformano o meglio riducono il sindacato ad una emanazione impropria per perseguire compiti che non gli competono.
Ma.Bo.
fonte:http://www.aprileonline.info/
Dal corporativismo fascista al corporativismo… democratico
Dopo l'accordo separato sulla struttura dei contratti di lavoro firmato a Palazzo Chigi, insieme alla Confindustria, da CISl, UIL e UGL, che trasforma il sindacato in un organo consociativo di cogestione, il Ministro del Welfare Sacconi ha parlato di «accordo di portata storica», perché - ha detto - l'accordo separato sostituisce alle «relazioni industriali» basate su un «approccio conflittuale» un nuovo tipo di relazioni basate su un modello «conciliativo».
Poiché dal ministro berlusconiano è stata evocata la Storia, diamole sùbito la parola, ed essa ci mostrerà con assoluta chiarezza a quale spirito si ispira il patto firmato, sulla pelle dei lavoratori, dalla Confederazione della Marcegaglia e dai dirigenti filopadronali di quelle tre centrali sindacali.
Il 21 dicembre 1923, nella riunione congiunta svoltasi a Roma sotto la presidenza di Benito Mussolini, la Confederazione Generale dell'industria italiana e la Confederazione Generale delle corporazioni fasciste approvavano un ordine del giorno nel quale, intendendo «armonizzare la propria azione con le direttive del Governo Nazionale che ha ripetutamente dichiarato di ritenere la concorde volontà di lavoro dei dirigenti delle industrie, dei tecnici e degli operai come il mezzo più sicuro per accrescere il benessere di tutte le classi e le fortune della Nazione», affermavano «il principio che l'organizzazione sindacale non deve basarsi sul criterio dell'irriducibile contrasto di interessi tra industriali ed operai, ma ispirarsi alla necessità di stringere sempre più cordiali rapporti tra i singoli datori di lavoro e i lavoratori» (cfr. Alberto Acquarone, L'organizzazione dello Stato totalitario, Einaudi 1965, p. 435).
E la fascistissima «Carta del Lavoro» del 1927 affermava, al suo punto IV: «Nel contratto collettivo di lavoro trova la sua espressione concreta la solidarietà fra i vari fattori della produzione, mediante la conciliazione degli opposti interessi dei datori di lavoro e dei lavoratori e la loro subordinazione agli interessi superiori della produzione».
Conciliazione, dunque. E' la parola d'ordine che l'attuale classe dominante, e alcune alte cariche istituzionali, ripetono continuamente. Conciliazione fra gli italiani, tra fascismo e antifascismo, fra partigiani e torturatori repubblichini, fra lo Stato italiano e la Chiesa reazionaria di Ratzinger, e adesso - come vorrebbero Sacconi, Bonanni e Angeletti - conciliazione fra padroni ed operai, tra sfruttatori e sfruttati.
La CGIL, sotto la pressione delle grandi lotte condotte, negli ultimi mesi, da masse crescenti di operai e di lavoratori, non ha firmato. E contro il vergognoso accordo di Palazzo Chigi si sono pronunciate anche le varie sigle del sindacalismo di base.
Nelle fabbriche già sono partiti gli scioperi contro l'attacco ai salari ed alle libertà dei lavoratori. Occorre estendere al massimo la mobilitazione con una politica di fronte unico anticapitalista. Partecipiamo tutti allo sciopero generale indetto dai metalmeccanici della FIOM e dai lavoratori pubblici per il prossimo 13 febbraio, con una grande manifestazione a Roma!
Ai nuovi corporativisti che vorrebbero eliminare dai rapporti di lavoro ogni aspetto «conflittuale» rispondiamo con forza: lotta di classe, lotta di classe, lotta di classe!
Piattaforma Comunista
fonte:http://www.geocities.com/scintilla_mail/
Poiché dal ministro berlusconiano è stata evocata la Storia, diamole sùbito la parola, ed essa ci mostrerà con assoluta chiarezza a quale spirito si ispira il patto firmato, sulla pelle dei lavoratori, dalla Confederazione della Marcegaglia e dai dirigenti filopadronali di quelle tre centrali sindacali.
Il 21 dicembre 1923, nella riunione congiunta svoltasi a Roma sotto la presidenza di Benito Mussolini, la Confederazione Generale dell'industria italiana e la Confederazione Generale delle corporazioni fasciste approvavano un ordine del giorno nel quale, intendendo «armonizzare la propria azione con le direttive del Governo Nazionale che ha ripetutamente dichiarato di ritenere la concorde volontà di lavoro dei dirigenti delle industrie, dei tecnici e degli operai come il mezzo più sicuro per accrescere il benessere di tutte le classi e le fortune della Nazione», affermavano «il principio che l'organizzazione sindacale non deve basarsi sul criterio dell'irriducibile contrasto di interessi tra industriali ed operai, ma ispirarsi alla necessità di stringere sempre più cordiali rapporti tra i singoli datori di lavoro e i lavoratori» (cfr. Alberto Acquarone, L'organizzazione dello Stato totalitario, Einaudi 1965, p. 435).
E la fascistissima «Carta del Lavoro» del 1927 affermava, al suo punto IV: «Nel contratto collettivo di lavoro trova la sua espressione concreta la solidarietà fra i vari fattori della produzione, mediante la conciliazione degli opposti interessi dei datori di lavoro e dei lavoratori e la loro subordinazione agli interessi superiori della produzione».
Conciliazione, dunque. E' la parola d'ordine che l'attuale classe dominante, e alcune alte cariche istituzionali, ripetono continuamente. Conciliazione fra gli italiani, tra fascismo e antifascismo, fra partigiani e torturatori repubblichini, fra lo Stato italiano e la Chiesa reazionaria di Ratzinger, e adesso - come vorrebbero Sacconi, Bonanni e Angeletti - conciliazione fra padroni ed operai, tra sfruttatori e sfruttati.
La CGIL, sotto la pressione delle grandi lotte condotte, negli ultimi mesi, da masse crescenti di operai e di lavoratori, non ha firmato. E contro il vergognoso accordo di Palazzo Chigi si sono pronunciate anche le varie sigle del sindacalismo di base.
Nelle fabbriche già sono partiti gli scioperi contro l'attacco ai salari ed alle libertà dei lavoratori. Occorre estendere al massimo la mobilitazione con una politica di fronte unico anticapitalista. Partecipiamo tutti allo sciopero generale indetto dai metalmeccanici della FIOM e dai lavoratori pubblici per il prossimo 13 febbraio, con una grande manifestazione a Roma!
Ai nuovi corporativisti che vorrebbero eliminare dai rapporti di lavoro ogni aspetto «conflittuale» rispondiamo con forza: lotta di classe, lotta di classe, lotta di classe!
Piattaforma Comunista
fonte:http://www.geocities.com/scintilla_mail/
Il 29 gennaio, tiriamo tutti insieme il segnale d’allarme !
Tutte le confederazioni sindacali del paese chiamano per giovedì prossimo a una giornata d’azione interprofessionale, di scioperi e manifestazioni, contro la politica del governo e del padronato. Mentre esplode, da mesi, una crisi annunciata come altrettanto devastatrice di quella del 1929, ecco finalmente l’occasione di esprimere tutti insieme la nostra collera, lavoratori e disoccupati, del settore pubblico o di quello privato, operai o ingegneri, infermieri o giovani scolarizzati. Questa giornata può e deve mostrare che il mondo del lavoro non è disposto ad accettare di pagare la crisi del sistema capitalista. Può e deve suonare come un avvertimento per Nicolas Sarkozy e i suoi amici industriali e banchieri.
Dallo scoppio della crisi, il governo francese, come quelli di tutte le grandi potenze, è corso in aiuto dei profitti degli azionisti e dei banchieri.
Decine e centinaia di miliardi sono usciti dalle casse dello stato, che ci dicevano vuote ! Per impedire i licenziamenti ? Per aumentare i salari di fronte di fronte all’aumento vertiginoso del costo della vita? No! Proprio per rimpinguare le tesorerie delle banche e dei grandi padroni, a cominciare da quelli dell’automobile. Un vero regalo che Sarkozy ha appena promesso di aumentare di un bonus di 10 miliardi il mese di marzo. E, contemporaneamente ai miliardi, arrivano i licenziamenti, le soppressione di posti di lavoro, le dimissioni cosiddette volontarie, la liquidazione degli interinali e di altri lavoratori. Si tratta di liquidazioni giganti di posti di lavoro : disoccupazione totale, parziale o cassa integrazione su vasta scala, con salari in svendita. Pesanti riduzioni di reddito per tutte le famiglie dei lavoratori . In due mesi, il numero dei disoccupati in Francia è aumentato di 100 000. Anche nei servizi pubblici si “liquida” per “accrescere la redditività”: riduzione di bilanci, di posti di lavoro, nella Pubblica Istruzione e negli ospedali, con dei morti come conseguenza.
"Le prospettive economiche del mondo per il 2009 si presentano negative », pontifica Dominique Strauss-Kahn, fiore all’occhiello del Partito socialista, che troneggia alla testa FMI. Questo signore però dimentica di precisare che non è così per tutti. Gli stati proteggono i loro capitalisti, buttando a mare tanti lavoratori quanti bastano per salvaguardare i loro profitti e le loro fortune. Il programma di questa gente è chiaro: far pagare la crisi del loro sistema ai salariati e alla popolazione.
Ma non è così facile. Il loro cinismo è scioccante e rivoltante. La preoccupazione e il malcontento sono ben reali. Qui e là, basta una goccia perché scoppi una vivace reazione, come alla stazione Saint-Lazare a Parigi. In Guadalupa, c’è già vera collera. Sarkozy e il suo governo sono sul chi vive: non è facile organizzare uno spostamento in provincia, in modo da evitare comitati d’accoglienza non desiderati! Ma bisogna evidentemente colpire più forte, e tutti insieme. La giornata di giovedì fornisce l’occasione.
Deve essere, anche e soprattutto, l’altoparlante, potente e chiaro, delle rivendicazioni comuni del mondo del lavoro. Di fronte al piano di salvaguardia e di rilancio, a solo vantaggio del padronato, i lavoratori devono precisare il proprio piano di sopravvivenza:
- Posti di lavoro : interdizione dei licenziamenti e delle soppressioni di posti , anzi, assunzioni massicce nel settore privato e nei pubblici servizi.
- Salari e pensioni : aumento generale dei salari e delle pensioni di almeno 300 euro netti per tutti, 1500 euro netti per tutti ,
- Controllo dei lavoratori stessi sulle contabilità delle imprese e delle banche.
Certamente, una giornata, anche ben riuscita, non basterà ad imporre questo programma Ma può e deve essere un massiccio colpo di avvertimento, un primo elemento chiave, che dovrà essere seguito da molti altri in crescendo, verso la risposta collettiva necessaria, lo sciopero generale, questa volta non di un solo giorno: fino alla piena realizzazione delle richieste.
Approfittiamo perciò di questa giornata per discutere, esigere, preparare questa prospettiva.
Giovedì 29 gennaio: tutti in sciopero e alla manifestazione. Appuntamento a Parigi alle 14, PLACE de la BASTILLE.
Editoriale dei bollettini di fabbrica "L’Etincelle" pubblicati dalla Frazione di Lutte Ouvrière
fonte:http://www.convergencesrevolutionnaires.org/
Dallo scoppio della crisi, il governo francese, come quelli di tutte le grandi potenze, è corso in aiuto dei profitti degli azionisti e dei banchieri.
Decine e centinaia di miliardi sono usciti dalle casse dello stato, che ci dicevano vuote ! Per impedire i licenziamenti ? Per aumentare i salari di fronte di fronte all’aumento vertiginoso del costo della vita? No! Proprio per rimpinguare le tesorerie delle banche e dei grandi padroni, a cominciare da quelli dell’automobile. Un vero regalo che Sarkozy ha appena promesso di aumentare di un bonus di 10 miliardi il mese di marzo. E, contemporaneamente ai miliardi, arrivano i licenziamenti, le soppressione di posti di lavoro, le dimissioni cosiddette volontarie, la liquidazione degli interinali e di altri lavoratori. Si tratta di liquidazioni giganti di posti di lavoro : disoccupazione totale, parziale o cassa integrazione su vasta scala, con salari in svendita. Pesanti riduzioni di reddito per tutte le famiglie dei lavoratori . In due mesi, il numero dei disoccupati in Francia è aumentato di 100 000. Anche nei servizi pubblici si “liquida” per “accrescere la redditività”: riduzione di bilanci, di posti di lavoro, nella Pubblica Istruzione e negli ospedali, con dei morti come conseguenza.
"Le prospettive economiche del mondo per il 2009 si presentano negative », pontifica Dominique Strauss-Kahn, fiore all’occhiello del Partito socialista, che troneggia alla testa FMI. Questo signore però dimentica di precisare che non è così per tutti. Gli stati proteggono i loro capitalisti, buttando a mare tanti lavoratori quanti bastano per salvaguardare i loro profitti e le loro fortune. Il programma di questa gente è chiaro: far pagare la crisi del loro sistema ai salariati e alla popolazione.
Ma non è così facile. Il loro cinismo è scioccante e rivoltante. La preoccupazione e il malcontento sono ben reali. Qui e là, basta una goccia perché scoppi una vivace reazione, come alla stazione Saint-Lazare a Parigi. In Guadalupa, c’è già vera collera. Sarkozy e il suo governo sono sul chi vive: non è facile organizzare uno spostamento in provincia, in modo da evitare comitati d’accoglienza non desiderati! Ma bisogna evidentemente colpire più forte, e tutti insieme. La giornata di giovedì fornisce l’occasione.
Deve essere, anche e soprattutto, l’altoparlante, potente e chiaro, delle rivendicazioni comuni del mondo del lavoro. Di fronte al piano di salvaguardia e di rilancio, a solo vantaggio del padronato, i lavoratori devono precisare il proprio piano di sopravvivenza:
- Posti di lavoro : interdizione dei licenziamenti e delle soppressioni di posti , anzi, assunzioni massicce nel settore privato e nei pubblici servizi.
- Salari e pensioni : aumento generale dei salari e delle pensioni di almeno 300 euro netti per tutti, 1500 euro netti per tutti ,
- Controllo dei lavoratori stessi sulle contabilità delle imprese e delle banche.
Certamente, una giornata, anche ben riuscita, non basterà ad imporre questo programma Ma può e deve essere un massiccio colpo di avvertimento, un primo elemento chiave, che dovrà essere seguito da molti altri in crescendo, verso la risposta collettiva necessaria, lo sciopero generale, questa volta non di un solo giorno: fino alla piena realizzazione delle richieste.
Approfittiamo perciò di questa giornata per discutere, esigere, preparare questa prospettiva.
Giovedì 29 gennaio: tutti in sciopero e alla manifestazione. Appuntamento a Parigi alle 14, PLACE de la BASTILLE.
Editoriale dei bollettini di fabbrica "L’Etincelle" pubblicati dalla Frazione di Lutte Ouvrière
fonte:http://www.convergencesrevolutionnaires.org/
mercoledì 28 gennaio 2009
"Padroni all'arrembaggio,serve una CGIL di lotta"

Intervista a Giorgio Cremaschi
Sul salario siamo alla guerra di cifre tra Cgil e Confindustria. Dove sta l'inghippo?
Il fatto che la Confindustria imbrogli così clamorosamente sui soldi indica che ha paura. Non c'è un lavoratore in Italia che creda davvero che avrà più salario. Il centro studi della Confindustria è gente poco seria. Mescolano statistiche con promesse. Le stesse dell'abolizione della scala mobile. Questo accordo separato taglia i salari e distrugge il contratto nazionale.
Nel merito?
Taglia i salari perché assume come riferimento rigido e obbligatorio un indice di inflazione dato da un ente esterno e depurato dai costi dell'energia. Questa è matematicamente la riduzione del salario. E' bene ricordare che l'inflazione programmata del Governo era più o meno la stessa cosa, solo che allora c'era la possibilità di non tenerne conto quando non fosse stata concordata. Così invece avremmo una inflazione programmata che diventa obbligatoria. Per fare un esempio sul contratto dei metalmeccanici, l'ultimo accordo ha dato 127 euro su due anni e mezzo. Se avessimo dovuto applicare il nuovo accordo, dove tra l'altro si dovranno prendere a riferimento per gli aumenti paghe più basse di quelle che abbiamo preso a riferimento noi, avremmo avuto un aumento tra i 70 e gli 80 euro su tre anni.
Confindustria trucca le carte?
Sono degli imbroglioni. E l'imbroglio purtroppo verrà fuori alla prima trattativa contrattuale perché loro calcolano come se tutti i lavoratori lavorando di più guadagnassero di più. Nella sostanza, tagliano i soldi del contratto nazionale promettendo che azienda per azienda lavorando di più prenderanno di più. E' tutto finto. Mentono sapendo di mentire.
E comunque hanno un'arma in più, la deroga. Giusto?
Il principio della deroga al contratto nazionale è incostituzionale. Mi vergogno per quei sindacalisti che l'hanno firmato. Sottoscrivere che a livello aziendale e territoriale si possono fare accordi, nel nome dell'occupazione, che non applicano più i minimi salariali, gli orari, i diritti previsti del contratto nazionale, significa distruggere l'essenza stessa del contratto nazionale e cioè che esso vale sempre e comunque e per tutti e tutte. D'altra parte il senso dell'accordo è quello di cambiare la Costituzione del sistema sindacale, dagli enti bilaterali all'arbitrato alla centralizzazione burocratica delle relazioni sindacali si scrive un nuovo modello autoritario. Autoritario anche nella forma, visto che viene concordato escludendo la Cgil e negando il diritto dei lavoratori a decidere.
Questo sembra essere un accordo senz'anima. E se ce l'ha è nera. Almeno nel '93 c'erano degli obiettivi.
Quest'accordo è solo peggiorativo del '93. Quello del '93 andava migliorato. Qui si risolvono in peggio i punti critici. A livello aizendale non si estende di un centimetro quadrato l'area della contrattazione aziendale che resta esattamente quella di prima, ma in più si vincola il salario alla produttività. E' una vittoria su tutta la linea degli industriali più aggressivi cioè, per essere chiari è un disegno sociale che dice che la crisi la pagano i lavoratori con il loro costo della lavoro e che la competitività si fa tagliando i salari e aumentando lo sfruttamento.
Se si esce dalla crisi si esce dalla porta di servizio?
Questo è l'accordo della complicità. Si punta all'idea che imprese e lavoratori azienda per azienda devono essere complici dimenticando qualsiasi diritto universale. Nella sostanza questo accordo è il proseguimento delle politiche liberiste che stanno fallendo in tutto il mondo. E' come se alla borsa di New York non fosse successo nulla.
Evidentemente, in Italia le notizie di New York non arrivano...
In Italia è stato possibile per l'arroganza e l'arretratezza del padronato, perché abbiamo al governo una destra che per sua natura nega la crisi e, soprattutto, le sue cause; e perché una parte del sindacato e gran parte dell'opposizione politica sono ancora totalmente subalterni all'ideologia liberista che ci ha portato al disastro.
La politica sembra volersi tenere distante dal merito di questo accordo separato...
Mi ha colpito l'intervista di Veltroni sul Sole 24 ore dove sostiene che per pagare la cassa integrazione ai precari bisogna tagliare i rendimenti delle pensioni. Se il segretario dell'opposizione è più berlscuoniano di Berlusconi è chiaro perché si finisce in questi accordi. L'Italia è un paese dove l'unico conflitto che si vuole impedire ed esorcizzare è quello dei lavoratori contro le imprese; mentre si alimentano tutti gli altri conflitti. Un accordo così ridicolo e pericoloso è possibile solo perché la politica e una parte del sindacato italiano sembrano ancora la succursale di propaganda della Lehman Brothers.
Succederà come con l'Alitalia, per la Cgil ci sarà un secondo tempo?
E' su questo che sta provando Veltroni. Dio ce ne scampi e liberi. La verità è che la Cgil si è trovata nella posizione di interpretare un ruolo molto più ampio, quello di rispondere a tutta quella parte dell'Italia, che non è solo nel mondo del lavoro, che non crede più alle ricette berlusconiane e che è molto più ampia di quello che appare nelle istituzioni. Proprio per questo la tenuta della Cgil è ciò che può scardinare il disegno liberista. Che può funzionare solo con la complicità di tutti, altrimenti salta. Ripeto, le imprese hanno paura che l'accordo non funzioni e per questo sperano che nel giro di qualche mese la Cgil torni all'ovile sottoscrivendo domani quello che oggi respinge.
Però in Cgil c'è molto dibattito proprio su questo.
E' chiaro che c'è stata una evoluzione nelle posizioni della Cgil, che è sciocco negare. Così come è sbagliato dimenticare gli errori anche gravi fatti. Insomma, la Cgil è entrata dentro questa trattativa con una linea di prudente concertazione che è stata travolta dai fatti, e che ora la pone di fronte a un bivio. O fare un po' di chiasso e poi andare a Canossa, oppure costruire una linea di conflitto sociale duratura che facendo saltare l'accordo della complicità apra la via a un diverso modo di affrontare la crisi. E' chiaro allora che la lotta contro l'accordo è assolutamente parallela a quella contro i licenziamenti, il precariato, la chiusura delle aziende, le privatizzazioni. Su entrambi i fronti, quello del salario e dell'occupazione ci battiamo contro lo stesso disegno liberista di politica economica e sociale.
Questo accordo con la Fp/Cgil che prospettive apre?
Fiom e Funzione pubblica hanno il merito di aver detto basta per primi, credo che un po' alla volta lo faranno anche altri. Sotto questo aspetto il 13 febbraio va considerato non solo come, giustamente, il primo appuntamento del no all'accordo della complicità, ma anche l'avvio di un processo più ampio di ricostruzione del conflitto e della solidarietà nel mondo del lavoro.
Fabio Sebastiani
[Articolo di Liberazione del 28 Gennaio 2009]
fonte:http://www.liberazione.it/
“Veltroni si occupi di casa sua e lasci stare la Cgil”
Si apprende dalla stampa che il segretario del Partito democratico, Walter Veltroni, inviterebbe la Cgil a non essere settaria. Il segretario del Pd non ha né titoli, né autorevolezza per dare lezioni alla Cgil. Se condivide l’accordo separato che taglia i salari lo dica, assumendosene e le responsabilità politiche ed elettorali. Tutto il resto è inutile confusione, anche perché sarebbe più utile che il segretario del partito democratico si occupasse dell’unità del proprio partito anziché di quella tra i sindacati.
fonte:http://www.rete28aprile.it
fonte:http://www.rete28aprile.it
Veltroni, «accordo sui contratti positivo, la Cgil deve accettare le sfide riformiste»
Epifani, «non ci faremo mettere in un angolo». Pagliarini, «indecente l'accordo firmato da Cisl e Uil»
Mentre la Cgil è sempre più isolata e Cisl e Uil firmano accordi separati, Walter Veltronisostiene che «questo è il momento dell'unità sindacale, ci sono le condizioni per un grande sindacato unitario plurale». Sembrerebbe che il leader democratico abbia seguito poco la cronaca degli ultimi mesi, ma ecco che invece Veltroni sembra assai consapevole di ciò che sta succedendo nel mondo del lavoro e della rappresentanza sindacale ed assai deciso nell'attaccare, anche lui, la Cgil.
Ora che non esiste più un grande partito di sinistra, estinto proprio grazie al buon Veltroni che con un colpo solo è riuscito anche a far fuori i comunisti dal Parlamento, la Cgil rimane il più grande soggetto che dia voce ai lavoratori. Ma per il leader Pd il sindacato di Corso Italia sbaglia, «deve saper accettare le sfide dell’innovazione riformista». Insomma, Epifani e i suoi avrebbero dovuto firmare la vergogna di una riforma dei contratti che mortifica i diritti dei lavoratori ma che per Veltroni «è positiva, contiene cose interessanti e va nella direzione di quanto avevamo detto in campagna elettorale».
Una posizione dura e senza precedenti, almeno in questi termini, quella del segretario del Partito democratico, a cui hanno fatto seguito le necessarie repliche di Guglielmo Epifani, leader del sindacato che per Veltroni è troppo settario.
«Veltroni si misuri con il merito e ci dica se su l'inflazione ed il contratto nazionale la Cgil dice cose giuste o sbagliate, ha esordito Epifani, intervistato da Concita De Gregorio, ricordando che la Cgil è un sindacato che ha in se capacità di adattamento e che non fugge la sfida riformista del cambiamento. «Ho sempre detto – prosegue Epifani - che nei confronti di chi ci da dei conservatori, noi dobbiamo dimostrare una capacità innovatrice. Noi non ci faremo mettere in un angolo e l'ho detto ancora prima che Veltroni ci chiamasse in causa».
Ora spetterà a Enrico Letta, Cesare Damiano e Tiziano Treu per parte del governo cercare di ricomporre lo strappo fra i 3 maggiori sindacati per arrivare ad un accordo il più largo possibile ma assai difficile. Come difficile è proprio il rapporto fra il più grande partito di opposizione e il più grande sindacato, che ha rotto l’unità per difendere il potere contrattuale e la tenuta dei salari. Per Gianni Pagliarini, responsabile lavoro del Pdci, Veltroni, seppur indirettamente, «dà ragione a chi accusa la Cgil di aver rifiutato l’accordo per motivi ideologici. Mentre l’unica posizione ideologica riguarda chi vorrebbe obbligare i sindacati a rinunciare a fare il loro mestiere. Il mestiere di difendere quotidianamente le condizioni di lavoratori e pensionati. Dunque riproporre l’unità del fronte sindacale senza un dietrofront sull’accordo indecente firmato a palazzo Chigi è impensabile. Ma siamo convinti che Veltroni non avrà il coraggio di dirlo».
V.V.
fonte:http://www.larinascita.org/
Mentre la Cgil è sempre più isolata e Cisl e Uil firmano accordi separati, Walter Veltronisostiene che «questo è il momento dell'unità sindacale, ci sono le condizioni per un grande sindacato unitario plurale». Sembrerebbe che il leader democratico abbia seguito poco la cronaca degli ultimi mesi, ma ecco che invece Veltroni sembra assai consapevole di ciò che sta succedendo nel mondo del lavoro e della rappresentanza sindacale ed assai deciso nell'attaccare, anche lui, la Cgil.
Ora che non esiste più un grande partito di sinistra, estinto proprio grazie al buon Veltroni che con un colpo solo è riuscito anche a far fuori i comunisti dal Parlamento, la Cgil rimane il più grande soggetto che dia voce ai lavoratori. Ma per il leader Pd il sindacato di Corso Italia sbaglia, «deve saper accettare le sfide dell’innovazione riformista». Insomma, Epifani e i suoi avrebbero dovuto firmare la vergogna di una riforma dei contratti che mortifica i diritti dei lavoratori ma che per Veltroni «è positiva, contiene cose interessanti e va nella direzione di quanto avevamo detto in campagna elettorale».
Una posizione dura e senza precedenti, almeno in questi termini, quella del segretario del Partito democratico, a cui hanno fatto seguito le necessarie repliche di Guglielmo Epifani, leader del sindacato che per Veltroni è troppo settario.
«Veltroni si misuri con il merito e ci dica se su l'inflazione ed il contratto nazionale la Cgil dice cose giuste o sbagliate, ha esordito Epifani, intervistato da Concita De Gregorio, ricordando che la Cgil è un sindacato che ha in se capacità di adattamento e che non fugge la sfida riformista del cambiamento. «Ho sempre detto – prosegue Epifani - che nei confronti di chi ci da dei conservatori, noi dobbiamo dimostrare una capacità innovatrice. Noi non ci faremo mettere in un angolo e l'ho detto ancora prima che Veltroni ci chiamasse in causa».
Ora spetterà a Enrico Letta, Cesare Damiano e Tiziano Treu per parte del governo cercare di ricomporre lo strappo fra i 3 maggiori sindacati per arrivare ad un accordo il più largo possibile ma assai difficile. Come difficile è proprio il rapporto fra il più grande partito di opposizione e il più grande sindacato, che ha rotto l’unità per difendere il potere contrattuale e la tenuta dei salari. Per Gianni Pagliarini, responsabile lavoro del Pdci, Veltroni, seppur indirettamente, «dà ragione a chi accusa la Cgil di aver rifiutato l’accordo per motivi ideologici. Mentre l’unica posizione ideologica riguarda chi vorrebbe obbligare i sindacati a rinunciare a fare il loro mestiere. Il mestiere di difendere quotidianamente le condizioni di lavoratori e pensionati. Dunque riproporre l’unità del fronte sindacale senza un dietrofront sull’accordo indecente firmato a palazzo Chigi è impensabile. Ma siamo convinti che Veltroni non avrà il coraggio di dirlo».
V.V.
fonte:http://www.larinascita.org/
Respingere con la lotta la riforma dei contratti
Firmato l’accordo che tenta di imporre un nuovo e peggiore modello contrattuale: l’accordo quadro rappresenta un progetto autoritario e regressivo contro i diritti dei lavoratori e porta a compimento un percorso iniziato con la concertazione. I sindacati firmatari accettano il ruolo di agenti del mercato e dell’impresa.
Alzare il livello di contrasto per non regredire ancora di più.
Mentre sui lavoratori si scaricano in modo sempre più pesante gli effetti della crisi, governo, padroni e sindacati collaborativi si accordano per ulteriori arretramenti. Il Contratto collettivo nazionale di lavoro continua ad essere, in questo modo, strumento di programmazione della riduzione del potere d’acquisto delle retribuzioni delle lavoratrici e dei lavoratori, con il superamento di fatto della titolarità negoziale delle categorie.
Tutto viene totalmente subordinato alle esigenze delle imprese, annullando l’autonomia del sindacato fino ad arrivare a descrivere un’architettura di controllo dei comportamenti dei lavoratori.
Si limita il diritto di sciopero in particolare per le aziende dei servizi pubblici locali e relativamente al secondo livello di contrattazione determinando l’insieme dei sindacati rappresentativi della maggioranza dei lavoratori che possono dichiarare sciopero e si impone il ricorso all’arbitrato.
Lo stesso richiamo a scrivere regole comuni per la rappresentanza entro tre mesi assume in questo quadro il sapore di ulteriori strette antidemocratiche per escludere i lavoratori e i sindacato di base dalle decisioni.
Il Ccnl diventa strumento per definire i confini della contrattazione aziendale affermando il principio della derogabilità in sedi aziendali o territoriali dei diritti e delle condizioni minime stabilite nei contratti. Derogabilità che diventa assoluta, già a livello nazionale, per tutti i lavoratori del pubblico impiego. Gli aumenti retributivi possono essere soltanto variabili, legati alla redditività e alla produttività di ogni singola impresa.
Si rilancia poi la politica degli affari comuni tra imprese e sindacati con il dilagare degli enti bilaterali.
La Cub ha contrastato la concertazione che dal 1993 ha permesso che aumentassero i profitti e calassero verticalmente i salari e il loro potere d’acquisto: da oggi sarà necessario impegnarsi ancor più per respingere questo accordo, fortemente voluto da Confindustria, di riforma del modello contrattuale dando continuità alla mobilitazione e alla lotta che ci ha visti protagonisti nei mesi scorsi.
CUB Confederazione Unitaria di Base
fonte:http://www.rdbcub.it/
Alzare il livello di contrasto per non regredire ancora di più.
Mentre sui lavoratori si scaricano in modo sempre più pesante gli effetti della crisi, governo, padroni e sindacati collaborativi si accordano per ulteriori arretramenti. Il Contratto collettivo nazionale di lavoro continua ad essere, in questo modo, strumento di programmazione della riduzione del potere d’acquisto delle retribuzioni delle lavoratrici e dei lavoratori, con il superamento di fatto della titolarità negoziale delle categorie.
Tutto viene totalmente subordinato alle esigenze delle imprese, annullando l’autonomia del sindacato fino ad arrivare a descrivere un’architettura di controllo dei comportamenti dei lavoratori.
Si limita il diritto di sciopero in particolare per le aziende dei servizi pubblici locali e relativamente al secondo livello di contrattazione determinando l’insieme dei sindacati rappresentativi della maggioranza dei lavoratori che possono dichiarare sciopero e si impone il ricorso all’arbitrato.
Lo stesso richiamo a scrivere regole comuni per la rappresentanza entro tre mesi assume in questo quadro il sapore di ulteriori strette antidemocratiche per escludere i lavoratori e i sindacato di base dalle decisioni.
Il Ccnl diventa strumento per definire i confini della contrattazione aziendale affermando il principio della derogabilità in sedi aziendali o territoriali dei diritti e delle condizioni minime stabilite nei contratti. Derogabilità che diventa assoluta, già a livello nazionale, per tutti i lavoratori del pubblico impiego. Gli aumenti retributivi possono essere soltanto variabili, legati alla redditività e alla produttività di ogni singola impresa.
Si rilancia poi la politica degli affari comuni tra imprese e sindacati con il dilagare degli enti bilaterali.
La Cub ha contrastato la concertazione che dal 1993 ha permesso che aumentassero i profitti e calassero verticalmente i salari e il loro potere d’acquisto: da oggi sarà necessario impegnarsi ancor più per respingere questo accordo, fortemente voluto da Confindustria, di riforma del modello contrattuale dando continuità alla mobilitazione e alla lotta che ci ha visti protagonisti nei mesi scorsi.
CUB Confederazione Unitaria di Base
fonte:http://www.rdbcub.it/
Iscriviti a:
Post (Atom)
Commenti
Si comunica che il Manifestino non pubblica ne' insulti ne' affermazioni non motivate .Se vuoi scrivere degli argomenti e sei disposto a discuterli, invia un testo, anche breve ma argomentato, e lo pubblicheremo.Grazie
Disclaimer
Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001.
Le immagini e l'articoli sono reperite nel Web, quindi valutate di pubblico dominio. Se gli autori avessero qualcosa in contrario alla pubblicazione, non avranno che da segnalarlo al creatore che provvederà prontamente alla rimozione del materiale utilizzato.
Le immagini e l'articoli sono reperite nel Web, quindi valutate di pubblico dominio. Se gli autori avessero qualcosa in contrario alla pubblicazione, non avranno che da segnalarlo al creatore che provvederà prontamente alla rimozione del materiale utilizzato.
