Epifani: assemblee con voto. Il governo insiste: due mesi per la firma
La Cgil non molla e sui contratti chiama i suoi lavoratori a pronunciarsi: via da subito una fase di assemblee in tutti i luoghi di lavoro con tanto di voto. Ossia, ecco il referendum. Ecco la risposta a tutte le critiche giunte a Epifani dagli altri sindacati e da Veltroni. Con tanto di condimento: manifestazione nazionale a Roma il 4 aprile, preceduta dallo sciopero del 13 febbraio di Fiom e Fp, dalla manifestazione dei pensionati a Roma il 5 marzo, dallo sciopero dei settori della scuola a fine marzo e due iniziative di mobilitazione in Puglia e in Sicilia sul Mezzogiorno e un pacchetto di 4 ore di sciopero a disposizione delle strutture territoriali. «Saremo propositivi, non siamo una forza che dice solo no - ha detto il segretario Epifani, aprendo ieri i lavori del direttivo Cgil - chiederemo ai lavoratori, pubblici e privati, di esprimersi su documenti articolati che spieghino le nostre ragioni e le nostre proposte, che sono quelle contenute dalla piattaforma unitaria».
C'è da dire che il terreno per la contrarietà a questo accordo separato fra Confindustria, Cisl e Uil è già fertile. Lo hanno dimostrato i 300 che ieri mattina si sono trovati sotto la sede del ministero del Lavoro di via Flavia: «No all'accordo di contratto separato. Un accordo che riduce la contrattazione ed il salario», ha spiegato il segretario della Cgil del Lazio Di Berardino. Sempre ieri, all'insegna dello slogan "uguali diritti a lavoratori diversi" oltre 500 tra delegati di fabbrica e componenti delle Rsu di Enti locali, uffici pubblici, ospedali del Veneto si sono incontrati a Padova per discutere le ragioni dello sciopero generale delle due categorie indetto per il 13 febbraio. La speranza è che l'appuntamento diventi qualcosa di ancora più ampio. Ma non sono le sole mobilitazioni annunciate. Gli edili saranno in piazza il 17 febbraio in tutti i capoluoghi, contro la crisi e il nulla fatto finora dal governo, ma anche contro l'accordo (come hanno già fatto con un presidio a Milano martedì scorso). Ogni categoria è mobilitata. Su più temi. Mancherebbe solo lo sciopero generale. Ma prima o poi ci sarà. Anche perché la Cgil può contare solo sulla sua forza e sul suo radicamento. Altro non c'è.
Ieri l'accordo separato si è arricchito di altre due firme: l'associazione di categoria degli assicuratori e Legacoop. Nulla di sorprendente, per carità, ma chiamarle ancora cooperative rosse con le motivazioni che hanno espresso per la sottoscrizione è davvero imbarazzante (Legacoop sostiene che «la riforma rappresenta uno degli strumenti per affrontare la grave crisi economica in atto e per preparare le condizioni della ripresa». Con meno salario e lo sciopero limitato?). Ma il vero punto di sofferenza è la politica. Che prova a chiudere la tenaglia su Corso Italia con la piena complicità del partito di riferimento, il Pd. Sono stati infatti prorogati fino al 31 marzo i termini per l'indagine conoscitiva sulla riforma dei contratti della Commissione Lavoro alla Camera. Due mesi con un nuovo giro di consultazioni (Cgil, Cisl, Uil e Ugl, Confindustria, Aran e Abi) «per capire innanzitutto l'efficacia dell'accordo e come può funzionare senza uno o più interlocutori», spiega il presidente Scaglia (Pdl) «e per capire se ci sono spazi per trovare una sintonia sugli obiettivi e se c'è ancora spazio per un dialogo». L'obiettivo è presto detto - e lo spiega Giuliano Cazzola, il vero timoniere del centrodestra in materia - «un prosieguo di trattativa in cui potrebbe entrare la Cgil sulla rappresentatività sindacale». Dispiace dirlo, ma visto come sono andate finora le cose, suona come un ricatto.
A meno che adesso governo e Cisl-Uil-Ugl, la nuova triade, abbiano paura ad affrontare i rinnovi contrattuali con piattaforme diverse e basi diverse. Si, perché come spiega a Rassegna Sindacale l'esimio giuslavorista torinese, Massimo Roccella, «la Cgil può continuare a lavorare tenendo presente di essere vincolata esclusivamente dall'accordo del 23 luglio 1993, che il sindacato di Corso d'Italia non ha mai disdetto. Peraltro quell'accordo non risulta esser stato disdetto da nessun altro. Quindi la Cgil potrà continuare a presentare piattaforme per il rinnovo biennale dei livelli retributivi, così come è scritto in quell'accordo in cui la concertazione venne assunta a metodo. Questo da un punto di vista strettamente giuridico. Da un punto di vista sindacale, invece, è chiaro che si determinerà una situazione di grande incertezza e caos». E questo caos come sarà gestito? Anche la segretaria dell'Ugl, Renata Polverini, ammette l'impasse: «C'è la possibilità che si arrivi al rinnovo con più piattaforme e questo creerà problemi». Tutti zitti i big del Pd che esternano su qualsiasi cosa. Parla qualche seconda fila.
Ma dove sono gli ex-segretari nazionali della Cgil, Paolo Nerozzi e Achille Passoni, le braccia destra e sinistra di Epifani fino all'altro ieri ed eletti nel Pd? Ah già sono al Senato. Alla Camera ci sono Damiano e Boccuzzi e una schiera di margheriti... E dov'è "il partito di chi lavora" promesso da Veltroni? In Sardegna a fare campagna elettorale e commentare così i sondaggi che non sono proprio lusinghieri per il suo leader: «C'è un mondo virtuale, che io rispetto, fatto di dichiarazioni e interviste e poi un mondo reale di persone che guarda con crescente attesa e fiducia al Partito democratico». Il gelo tra Pd e Cgil è tale che anche il riformista della Fiom, l'uomo più liberal tra i metalmeccanici, colui che per anni ha sfidato l'organizzazione più compattamente di sinistra, praticamente da solo, Fausto Durante, ha abbassato le braccia: «Trovo particolarmente infelice il fatto che il segretario del Partito democratico, commentando il recentissimo accordo separato sulla struttura contrattuale, non trovi di meglio che augurarsi che la Cgil accetti l'innovazione riformista. Personalmente non vedo traccia di riformismo nell'accordo separato del 22 gennaio, cioè in un testo che pianifica la riduzione del salario, mortifica la contrattazione aziendale anziché qualificarla, snatura la funzione del sindacato e, infine, fornisce risposte assolutamente insufficienti, oltre che anacronistiche, ai gravissimi problemi che la crisi provoca all'apparato industriale italiano e a tutti i lavoratori». Perché così è. E si può continuare a invocare una politica virtuale e un paese reale, bisogna scegliere prima o poi da che parte stare.
M.V.
[Articolo di Liberazione del 30 Gennaio 2009]
fonte:http://www.liberazione.it/
La Cgil non molla e sui contratti chiama i suoi lavoratori a pronunciarsi: via da subito una fase di assemblee in tutti i luoghi di lavoro con tanto di voto. Ossia, ecco il referendum. Ecco la risposta a tutte le critiche giunte a Epifani dagli altri sindacati e da Veltroni. Con tanto di condimento: manifestazione nazionale a Roma il 4 aprile, preceduta dallo sciopero del 13 febbraio di Fiom e Fp, dalla manifestazione dei pensionati a Roma il 5 marzo, dallo sciopero dei settori della scuola a fine marzo e due iniziative di mobilitazione in Puglia e in Sicilia sul Mezzogiorno e un pacchetto di 4 ore di sciopero a disposizione delle strutture territoriali. «Saremo propositivi, non siamo una forza che dice solo no - ha detto il segretario Epifani, aprendo ieri i lavori del direttivo Cgil - chiederemo ai lavoratori, pubblici e privati, di esprimersi su documenti articolati che spieghino le nostre ragioni e le nostre proposte, che sono quelle contenute dalla piattaforma unitaria».
C'è da dire che il terreno per la contrarietà a questo accordo separato fra Confindustria, Cisl e Uil è già fertile. Lo hanno dimostrato i 300 che ieri mattina si sono trovati sotto la sede del ministero del Lavoro di via Flavia: «No all'accordo di contratto separato. Un accordo che riduce la contrattazione ed il salario», ha spiegato il segretario della Cgil del Lazio Di Berardino. Sempre ieri, all'insegna dello slogan "uguali diritti a lavoratori diversi" oltre 500 tra delegati di fabbrica e componenti delle Rsu di Enti locali, uffici pubblici, ospedali del Veneto si sono incontrati a Padova per discutere le ragioni dello sciopero generale delle due categorie indetto per il 13 febbraio. La speranza è che l'appuntamento diventi qualcosa di ancora più ampio. Ma non sono le sole mobilitazioni annunciate. Gli edili saranno in piazza il 17 febbraio in tutti i capoluoghi, contro la crisi e il nulla fatto finora dal governo, ma anche contro l'accordo (come hanno già fatto con un presidio a Milano martedì scorso). Ogni categoria è mobilitata. Su più temi. Mancherebbe solo lo sciopero generale. Ma prima o poi ci sarà. Anche perché la Cgil può contare solo sulla sua forza e sul suo radicamento. Altro non c'è.
Ieri l'accordo separato si è arricchito di altre due firme: l'associazione di categoria degli assicuratori e Legacoop. Nulla di sorprendente, per carità, ma chiamarle ancora cooperative rosse con le motivazioni che hanno espresso per la sottoscrizione è davvero imbarazzante (Legacoop sostiene che «la riforma rappresenta uno degli strumenti per affrontare la grave crisi economica in atto e per preparare le condizioni della ripresa». Con meno salario e lo sciopero limitato?). Ma il vero punto di sofferenza è la politica. Che prova a chiudere la tenaglia su Corso Italia con la piena complicità del partito di riferimento, il Pd. Sono stati infatti prorogati fino al 31 marzo i termini per l'indagine conoscitiva sulla riforma dei contratti della Commissione Lavoro alla Camera. Due mesi con un nuovo giro di consultazioni (Cgil, Cisl, Uil e Ugl, Confindustria, Aran e Abi) «per capire innanzitutto l'efficacia dell'accordo e come può funzionare senza uno o più interlocutori», spiega il presidente Scaglia (Pdl) «e per capire se ci sono spazi per trovare una sintonia sugli obiettivi e se c'è ancora spazio per un dialogo». L'obiettivo è presto detto - e lo spiega Giuliano Cazzola, il vero timoniere del centrodestra in materia - «un prosieguo di trattativa in cui potrebbe entrare la Cgil sulla rappresentatività sindacale». Dispiace dirlo, ma visto come sono andate finora le cose, suona come un ricatto.
A meno che adesso governo e Cisl-Uil-Ugl, la nuova triade, abbiano paura ad affrontare i rinnovi contrattuali con piattaforme diverse e basi diverse. Si, perché come spiega a Rassegna Sindacale l'esimio giuslavorista torinese, Massimo Roccella, «la Cgil può continuare a lavorare tenendo presente di essere vincolata esclusivamente dall'accordo del 23 luglio 1993, che il sindacato di Corso d'Italia non ha mai disdetto. Peraltro quell'accordo non risulta esser stato disdetto da nessun altro. Quindi la Cgil potrà continuare a presentare piattaforme per il rinnovo biennale dei livelli retributivi, così come è scritto in quell'accordo in cui la concertazione venne assunta a metodo. Questo da un punto di vista strettamente giuridico. Da un punto di vista sindacale, invece, è chiaro che si determinerà una situazione di grande incertezza e caos». E questo caos come sarà gestito? Anche la segretaria dell'Ugl, Renata Polverini, ammette l'impasse: «C'è la possibilità che si arrivi al rinnovo con più piattaforme e questo creerà problemi». Tutti zitti i big del Pd che esternano su qualsiasi cosa. Parla qualche seconda fila.
Ma dove sono gli ex-segretari nazionali della Cgil, Paolo Nerozzi e Achille Passoni, le braccia destra e sinistra di Epifani fino all'altro ieri ed eletti nel Pd? Ah già sono al Senato. Alla Camera ci sono Damiano e Boccuzzi e una schiera di margheriti... E dov'è "il partito di chi lavora" promesso da Veltroni? In Sardegna a fare campagna elettorale e commentare così i sondaggi che non sono proprio lusinghieri per il suo leader: «C'è un mondo virtuale, che io rispetto, fatto di dichiarazioni e interviste e poi un mondo reale di persone che guarda con crescente attesa e fiducia al Partito democratico». Il gelo tra Pd e Cgil è tale che anche il riformista della Fiom, l'uomo più liberal tra i metalmeccanici, colui che per anni ha sfidato l'organizzazione più compattamente di sinistra, praticamente da solo, Fausto Durante, ha abbassato le braccia: «Trovo particolarmente infelice il fatto che il segretario del Partito democratico, commentando il recentissimo accordo separato sulla struttura contrattuale, non trovi di meglio che augurarsi che la Cgil accetti l'innovazione riformista. Personalmente non vedo traccia di riformismo nell'accordo separato del 22 gennaio, cioè in un testo che pianifica la riduzione del salario, mortifica la contrattazione aziendale anziché qualificarla, snatura la funzione del sindacato e, infine, fornisce risposte assolutamente insufficienti, oltre che anacronistiche, ai gravissimi problemi che la crisi provoca all'apparato industriale italiano e a tutti i lavoratori». Perché così è. E si può continuare a invocare una politica virtuale e un paese reale, bisogna scegliere prima o poi da che parte stare.
M.V.
[Articolo di Liberazione del 30 Gennaio 2009]
fonte:http://www.liberazione.it/
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