giovedì 13 aprile 2017

Che cosa insegna l'esperienza

      Dopo che FIM e UILM in questi anni hanno fatto di tutto per affossare la Piattaforma della FIOM per il Contratto aziendale, approvata dai lavoratori nel 2013,  nello scorso autunno la maggioranza della RSU, su proposta dell'USB,decise di abbandonare quella Piattaforma e scriverne un’altra. La RSU di lunedì  10 scorso non  ha deciso niente, se non che ogni organizzazione sindacale si prenderà il tempo per fare una discussione sulla piattaforma con i propri iscritti, la prossima rsu è fissata per il 2 maggio.
E' chiaro che sui contenuti della Piattaforma si confronteranno due posizioni opposte, le stesse che si scontrano in fabbrica da diversi anni:  l'una  che vede nella  disponibilità e subordinazione dei lavoratori agli interessi e alle "fortune" dell'azienda l'unica possibilità, l'altra che parte dalle esigenze  e dai diritti dei lavoratori, e ritiene che gli operai  abbiano la forza per  affermarli  contro l'azienda. Con gli argomenti della crisi delle vendite, della competitività, della necessita degli investimenti e di aumentare la produttività, alcuni proporranno una Piattaforma che farà proprie le priorità, le strategie e le richieste dell'azienda e si appelleranno alle Istituzioni per fare un fronte comune contro la crisi. La lista delle richieste l'ha già fatta Colaninno, e sono sempre le stesse cose: concessioni sulla organizzazione del lavoro (ritmi, flessibilità, diritti) e sul salario,  e finanziamenti pubblici consistenti,  che paghino alla Piaggio i nuovi investimenti, oltre che le fermate produttive. In cambio la Piaggio dovrà assumere i soliti "impegni",mai vincolanti ovviamente,  su sviluppo e occupazione, con le Istituzioni chiamate a "garanzia".
Uno schema già visto in passato:  sono del '95 gli "impegni" sulle Nuove Meccaniche e sullo sviluppo della Valdera, con la garanzia delle Istituzioni e i finanziamenti del Comune, in cambio di aumento dei ritmi di lavoro e diminuzione delle pause in catena. Tre anni dopo,  1500 "esuberi" e nuovo "impegno" della Piaggio ad assorbirne una buona parte in cambio dei sabati lavorativi. Risultato: nel giro di pochi anni, sabati lavorativi e quasi 2000 licenziamenti. L'"impegno" sulle Nuove Meccaniche è stato ribadito ad ogni accordo, per essere dimenticato con l'arrivo di Colaninno. L'indotto Piaggio in Valdera non esiste praticamente più.
Vincolare ancora una volta I lavoratori a questa prospettiva disastrosa e` il significato della "unità sindacale" che stanno cercando di resuscitare in Piaggio, la stessa l'USB non si discosta da questa prospettiva, a meno che non si voglia considerare realistica la proposta illusoria di una riduzione dell’orario di lavoro di 10 ore a parità di salario.
Come delegati FIOM, abbiamo  combattuto da sempre questi metodi e queste illusioni, ed è su questa base che è stata costruita la Piattaforma FIOM del 2013, che poneva al centro la riduzione dei ritmi di lavoro, la sicurezza, gli aumenti salariali, i PTV. L'esperienza dimostra che la sola garanzia per l'occupazione sta nella difesa dal peggioramento dei ritmi e delle condizioni di lavoro, e che solo scontrandosi con l'azienda si può ottenere il riconoscimento degli interessi e dei diritti dei lavoratori.
Finora la crisi delle vendite l'hanno pagata i lavoratori,  in termini di riduzione dell'occupazione e del salario (CiG, Solidarietà, dimezzamento del premio), mentre l'azienda ha mantenuto i suoi profitti. La maggioranza della RSU non ha fatto niente per contrastarla e si è data da fare solo per  boicottare tutte le iniziative dei lavoratori rivolte a dare valore alle trattative con la Piaggio, come la votazione in assemblea lo scorso luglio sulla solidarietà.
Crediamo di avere sperimentato a sufficienza sulla nostra pelle gli effetti di un’azione sindacale sottomessa alla Piaggio e dell’”interesse” delle Istituzioni, e  siamo convinti che la sola strada per i lavoratori sia uscire da questa passività e rivendicare i propri interessi contando sulle proprie forze, che sono consistenti se non vengono deviate e sprecate su obiettivi illusori e controproducenti. Porteremo avanti questa prospettiva sia in fabbrica che nella FIOM, che a norma di Statuto dovrà far decidere la propria posizione  e la propria proposta di Piattaforma dall'Assemblea dei lavoratori iscritti.
Delegati FIOM: Cappellini, Tecce, Malventi,Guezze, Giuntoli, Bellagamba, Di sacco

lunedì 27 marzo 2017

Lavoratori in autogestione, così riapre la fabbrica fallita. “Si può fare, compagni. Testa alta e viva la classe operaia”

A Massa, nel cuore dell’area di crisi apuana, una fabbrica ha riaperto grazie alla determinazione dei suoi 24 operai che hanno riacceso le macchine. Si tratta della Rational Speedy Wash, stabilimento nato nel ’56 che progetta, fabbrica e spedisce in Italia e all’estero lavatrici e altri macchinari per lavanderie.
Nel 2013, per far fronte ai debiti, la proprietà aveva
avviato il concordato in continuità con Banca Intesa e gli operai avevano accettato il contratto di solidarietà riducendosi le ore di lavoro e di conseguenza il salario. Quattro anni in cui la Rational era riuscita a saldare parte dei debiti, fino ad arrivare a chiudere in pareggio il bilancio dello scorso anno. Il concordato sarebbe dovuto terminare tra cinque anni ma la banca – che ha anche un’ipoteca sul capannone dello stabilimento per un valore di 2,5 milioni di euro – nelle scorse settimane ha deciso di presentare istanza di fallimento a fronte dei debiti residui della Rational: in totale trecentomila euro. “Alcuni operai piangevano ma ci siamo subito asciugati le lacrime e un minuto dopo ci siamo detti che la fabbrica non doveva chiudere – racconta Rinaldo Valenti, operaio della Rational – la prima macchina l’abbiamo fatta riaccendere al sindaco Alessandro Volpi”. La Regione Toscana ha fatto sapere che convocherà separatamente Banca Intesa e la proprietà dello stabilimento per cercare di bloccare l’istanza di fallimento. Nel frattempo alla Rational si continua a lavorare con l’orgoglio di aver mandato un segnale a tutti gli operai che affrontano la crisi: “Sì può fare”

martedì 14 marzo 2017

2016 – Dallo statuto dei lavoratori ai lavoratori con il voucher

Sarebbe una buona notizia poter dire che l’inasprirsi delle condizioni di lavoro ha innescato un processo di nuove lotte e di reazioni operaie nell’anno passato. In realtà i settori che hanno registrato una più alta combattività sono stati quelli della logistica e quello dei trasporti, gli uni e gli altri organizzati in larga misura da sindacati di base.
Dal canto loro le organizzazioni sindacali confederali – Cgil Cisl Uil - hanno in buona sostanza rinunciato a organizzare una difesa concreta. La Cgil, in particolare, non ha trovato niente di meglio che allestire una raccolta di firme per una “Carta universale dei diritti del lavoro”, colma di ovvie buone intenzioni ma priva di consistenza concreta. E come potrebbe, ci si chiede, posto che la semplice enunciazione di ipotetici diritti suona – nell’attuale contesto - stonata come chi caldeggia una dieta vegetariana al proprietario di una macelleria. Non sarà una raccolta di firme a facilitare la conquista – o meglio, la riconquista parziale – di diritti un tempo dati per acquisiti, e persi senza nemmeno un’adeguata strategia di difesa.
A quanto pare, come difesa la Cgil sembra aver fatto il callo alla raccolta di firme: la seconda iniziativa ritenuta possibile e di ampio respiro nell’anno passato, i cui esiti potremo constatare nell’anno in corso, è l’ennesima richiesta di una serie di referendum, uno per l’abrogazione del Jobs Act e il ripristino dell’art. 18, uno sull’abolizione dei voucher e delle leggi che limitano la responsabilità in solido di appaltatore e appaltante, in caso di violazioni nei confronti del lavoratore. La Consulta ha approvato solo quello relativo a voucher e responsabilità in solido. Sempre ammesso che nel frattempo il Parlamento non trovi il tempo di legiferare in merito per evitare i referendum con qualche modifica (una proposta di legge per il secondo quesito è già stata presentata alla Camera), tutti ricordiamo che fine hanno fatto i precedenti referendum in materia di lavoro.
Chiamare a raccolta tutte le classi sociali per esprimersi su una questione che riguarda solo i lavoratori dipendenti, e sulla quale solo i lavoratori hanno da perdere, è già un atteggiamento perdente. Soprattutto dopo aver fatto digerire ai lavoratori ogni peggioramento delle proprie condizioni, spacciandolo spesso per opportunità. Chi non ha la memoria corta ricorderà i referendum interni al sindacato sui vari provvedimenti adottati dai diversi Governi (dalle pensioni allo stato sociale), su accordi firmati dalla Cgil, e per l’approvazione dei quali la Cgil stessa ha mobilitato tutte le sue truppe; e in ragione dei quali, alla fine dei conti, le condizioni di lavoro sono arrivate a essere quelle che sono.
SEMPRE PIU’ VOUCHER
Si corre a spegnere un fuoco che divampa con qualche bicchiere d’acqua…Il Governo si è inventato la tracciabilità, quando l’esplosione dei voucher è diventata fuori controllo. Da ottobre, il datore di lavoro deve inviare un sms o una mail almeno un’ora prima dell’inizio della prestazione pagata con voucher all’Ispettorato nazionale, pena una sanzione. Chi e come farà i controlli, quanto saranno efficaci, al momento non è dato sapere. Nell’intero 2016 sono stati venduti 133,8 milioni di voucher, con un incremento del 23,9% sul 2015. Dal 2008, primo anno di sperimentazione, sono stati 387 milioni, per un valore di quattro miliardi di euro. Nel mezzo c’è stata la liberalizzazione introdotta con la legge Fornero nel 2012, e successivamente l’innalzamento da 5.000 a 7.000 euro l’anno per ogni lavoratore introdotto dal Governo Renzi.
Appare subito evidente l’incidenza delle vendite 2016, abbondantemente più di un terzo sul totale. Questi buoni esentasse da 10 euro lordi non prevedono contributi da parte del datore di lavoro, e una contribuzione di 2 euro e mezzo solo da parte del lavoratore. Il lavoro sganciato totalmente da qualsiasi tutela, contratto, obbligo da parte dell’impresa evidentemente è apprezzatissimo: sembrerà strano, ma le Regioni che ne fanno più uso sono quelle più ricche e produttive... dopo la Lombardia (20 milioni di voucher venduti nei primi nove mesi del 2016) c’è il Veneto con 18 milioni. Interessante il commento del segretario Cisl Veneto: “Ma l’agricoltura veneta, settore con il più alto tasso di utilizzo spesso irregolare dei voucher, attraversa un periodo positivo che ne giustifica ancora meno il ricorso. Siamo a un voucherista ogni tre dipendenti” (La Repubblica, 16.12.16).
DISOCCUPAZIONE: NIENTE DI NUOVO
Per quanto tutte le riforme sul lavoro siano state presentate come volte a favorire nuova occupazione, l’unica occupazione veramente crescente è quella tra i 50-64enni, per il semplice motivo che sono costretti a rimanere al lavoro dalle riforme pensionistiche. Per il resto, al di là delle chiacchiere a scadenza mensile sulle lievi variazioni nella conta dei disoccupati, degli inattivi, degli occupati a tempo determinato e di quelli a tempo cosiddetto indeterminato, la disoccupazione resta costante e stabile intorno al 12% (in crescita comunque rispetto all’11,6% di dicembre 2015), mentre quella giovanile non si sposta di molto dall’impressionante percentuale del 40%, a dicembre 2016 anzi al 40,01% (il livello più alto da giugno 2015). Lievi e occasionali flessioni fanno immediatamente gridare alla ripresa, subito smentite dai tonfi dei mesi successivi. D’altronde, se per l’ISTAT è sufficiente un’ora di lavoro alla settimana per essere considerati occupati, le variazioni tra un mese e l’altro possono essere molte, ma la sostanza non cambia.
Quanto agli effetti del Jobs Act sull’incremento delle assunzioni a tempo indeterminato rispetto a quelli a tempo determinato, è ormai assodato che la vera differenza l’hanno fatta gli sgravi contributivi alle aziende. Ridotta la cuccagna, si torna alla norma: le imprese non sembrano particolarmente attratte dalle assunzioni a tempo indeterminato, nemmeno con tutte le garanzie di poter licenziare in qualsiasi momento con poca spesa. Nell’ultimo trimestre 2016 il calo di questi contratti è stato del 18,7%, e le cessazioni sono state più delle assunzioni stabili. In ripresa infatti sono i contratti a tempo determinato: il saldo annuale, compresi gli stagionali, è di 146mila in più.
La cassa integrazione diminuisce; sono gli effetti della soppressione di quella in deroga e delle nuove norme sui cosiddetti ammortizzatori sociali, che ne limitano l’uso.
RETRIBUZIONI: CRESCITA AL MINIMO DAL 1982
Dal 1982 si registrano le serie storiche, e da quell’anno una crescita così bassa delle retribuzioni non si era mai vista. L’aumento medio orario nel 2016 è stato dello 0,6%, e il fatto che l’inflazione si sia mantenuta molto bassa non toglie che la tendenza si sia mantenuta costantemente in discesa. E’ l’effetto in gran parte del mancato rinnovo dei contratti di lavoro, e anche dei rinnovi nei quali la controparte ha avuto la meglio, come quello dei metalmeccanici. Nel 2016 sono stati firmati 13 contratti di lavoro, ma 49 sono ancora in attesa di rinnovo, di cui 15 appartenenti alla Pubblica Amministrazione; 3 milioni di dipendenti che anche nell’anno passato hanno ricevuto soltanto blande promesse.
In tutto quasi 9 milioni di lavoratori che non hanno atteso mai così tanto tempo per i rinnovi, sostiene l’ISTAT: l’attesa media, calcolata sul totale dei dipendenti, è di 27,1 mesi. E date le premesse (vedi contratto dei metalmeccanici), non si sa quanto sarebbe vantaggioso un rinnovo, posto che per scarsi aumenti non è escluso che vengano richieste corpose concessioni. A meno che, naturalmente, non si riesca a mettere in campo una lotta decisa e organizzata.
In più, anche fra i lavoratori dipendenti pare allargarsi la forbice tra gli stipendi dei dirigenti e gli altri. I bracci destri delle imprese hanno una retribuzione oraria tre volte superiore alla media, cinque volte e mezza se riferita alle professioni non qualificate. Di contro, per i lavoratori a tempo determinato, oltre al danno della precarietà, si aggiunge anche la beffa della paga più bassa di oltre il 20%.
IN SETTE ANNI RADDOPPIATE LE FAMIGLIE POVERE
Il lavoro non basta più: tra le famiglie operaie il tasso di immiserimento è triplicato rispetto al 2005, salendo dal 3,9 all’11,7 per cento (Dati ISTAT). I nuclei familiari più in difficoltà sono proprio quelli in cui la persona di riferimento è un operaio o è in cerca di occupazione, soprattutto se i componenti sono giovani e con più di un figlio, e sono quasi raddoppiati i bambini sotto i sei anni con gravi privazioni materiali. Il nostro Paese è, dopo la Grecia, quello in cui è aumentata di più la povertà infantile; è un dato che non stupisce, visto che una famiglia su dieci in cui la persona di riferimento è sotto i 34 anni non può permettersi un livello di vita dignitoso. In un decennio il tasso di povertà è diminuito del 4,1% tra gli anziani, la maggior parte dei quali può contare su un reddito fisso e certo come la pensione. Fino al 2011 non c’erano grandi differenze tra le varie fasce d’età, e i più poveri erano gli ultra sessantacinquenni. Oggi la recessione, con il corollario della perdita dei posti di lavoro e la precarizzazione di gran parte di quelli esistenti, ha capovolto la situazione, e il tasso di povertà è cresciuto di oltre tre volte nei giovani adulti. Non c’è da stupirsi del tracollo delle nascite: soltanto nei primi sei mesi del 2016 sono state 14mila in meno, e il decremento interessa ormai anche le famiglie immigrate.
Secondo Eurispes, quasi la metà delle famiglie non riesce a far quadrare i conti, con un incremento di circa un punto percentuale rispetto all’anno precedente. Anche l’impossibilità di far fronte a spese improvvise di almeno 800 euro è aumentata (+4.7%), raggiungendo quota 52,8%, come la quota di chi è in arretrato con mutui, prestiti o bollette (+8,7) che ha raggiunto quota 30,4%.
In compenso, chi se la spassava in passato non ha perso l’abitudine: il 20% più ricco delle famiglie italiane percepisce il 39,3% dei redditi totali, il 20% più povero ne percepisce il 6,7%. 

CCNL metalmeccanici. Legge 104: non firmate!

Il nuovo ccnl dei metalmeccanici firmato da FIM FIOM e UILM introduce un meccanismo di utilizzo della legge 104, per il quale i giorni di assenza devono essere programmati e comunicati all’azienda entro 10 giorni dalla fine del mese precedente. Un meccanismo perverso che tradisce lo spirito originario della legge, perchè i permessi per la cura di familiari disabili non sono sempre facilmente programmabili, peraltro con così largo anticipo. Aver aperto a questa possibilità nel ccnl dei metalmeccanici è stato un errore. Ci arriva notizia che in alcune fabbriche, la direzione sta già facendo firmare ai lavoratori e alle lavoratrici un apposito modulo per la programmazione (vedi sotto). Siccome, però, il testo del ccnl fa comunque riferimento anche alla legge, si può comunque provare a rifiutare la programmazione delle assenze.
Invitiamo quindi a non firmare il modulo e a continuare a utilizzare i permessi della 104 come sempre, difendendo in questo modo un diritto previsto dalla legge.

Sindacatoaltracosa in FIOM

fonte:https://sindacatounaltracosa.org/

mercoledì 8 marzo 2017

L'8 Marzo di due delegate FIOM

Nelle due più grandi fabbriche della Provincia di Pisa, Piaggio e Continental, le lotte sindacali  hanno prodotto un gruppo di delegati che da molti anni riscuotono la fiducia dei lavoratori e che oggi aderiscono alla corrente di minoranza della CGIL, "Il sindacato e` un'altra cosa".Di loro, quattro sono donne, e sono le sole delegate FIOM in queste due fabbriche.
Non c'è bisogno di ricordare quanti sacrifici in più siano richiesti a una donna per svolgere questa attività.  Anche per questo si potrebbe pensare che gli organi dirigenti della FIOM abbiano il massimo interesse al riconoscimento del loro lavoro, ma non è` precisamente così.                
Il fatto è che queste delegate stanno dalla parte dei lavoratori, sempre. 
Anche quando nelle assemblee vengono contestati i dirigenti sindacali, quando i lavoratori rivendicano il diritto di decidere sulle proprie vertenze, quando dicono NO al Contratto Nazionale, come hanno fatto in grande maggioranza sia alla Piaggio che alla Continental. 
Così succede che qualche giorno fa a due di loro, Adriana Tecce e Giada Garzella, siano arrivati degli avvisi di procedimenti disciplinari in corso nella CGIL nei loro confronti: il Segretario provinciale Comparini e quelle regionale Braccini le hanno denunciate per "offese" nei loro confronti nel corso di assemblee alla Piaggio e alla Continental. 
Con loro è stato anche denunciato  un lavoratore Piaggio iscritto alla FIOM.
Ora, come può la CGIL scioperare sulla condizione delle donne e contemporaneamente mettere sotto processo due delegate metalmeccaniche su quattro nelle maggiori fabbriche della provincia?
Colpevoli, in sostanza, solo di non essere d'accordo con i Segretari Comparini e Braccini, e di averlo manifestato insieme a tanti altri lavoratori? Sarebbe bene, forse, che certi dirigenti si rendessero conto meglio del significato delle loro azioni.

                                                                       
"Il Sindacato è un'altra cosa" in FIOM-CGIL Pisa


*foto articolo su il Tirreno 08 marzo 2017

8 marzo in Piaggio

Nella giornata dell’ 8 marzo è stato lanciato un appello internazionale alla mobilitazione da parte dei movimenti femminili di molti paesi per denunciare lo sfruttamento e la violenza che ancora oggi avviene sulle donne.
La Piaggio non è fuori da questo sistema e da questa violenza, uno  sfruttamento che  avviene ogni giorno sulla maggior parte delle donne  impiegate non a caso per il 90% in catena di montaggio, nel lavoro fisicamente più usurante e meno retribuito. 
La maggior parte infatti delle malattie professionali riguardano il genere femminile ed è ormai raro, tra chi ha lavorato per anni in catena, non avere problemi di salute legati ai ritmi di lavoro troppo alti.
 Per tutti I lavoratori, mentre il salario rimane fermo, le pressioni dell'azienda per aumentare lo sfruttamento  sono continue, come  vediamo in particolare ogni volta che avviene un cambiamento di stazionamenti sulle catene. 
E` necessario percio`reagire, a partire da ogni occasione, con l'obiettivo di mettere al centro delle rivendicazioni sindacali I ritmi, le condizioni di lavoro e il salario.
Per queste ragioni la RSU FIOM ha deciso di aderire alle iniziativa dell’8 marzo dichiarando 1 ora di sciopero a fine turno.

RSU FIOM PIAGGIO

sabato 4 marzo 2017

LOTTO marzo. Sciopero globale delle donne

Il prossimo 8 marzo sarà sciopero internazionale delle donne!
Sulla spinta delle donne argentine e polacche, in tante parti del mondo le donne si stanno mobilitando.
In Italia, dalla bellissima manifestazione del 26 novembre a Roma, il movimento di NON UNA DI MENO sta dando vita a una vera e propria mobilitazione del paese, che porterà l’8 marzo a essere non soltanto una giornata di commemorazione ma di lotta.
L’8 marzo sarà sciopero – di genere e dai generi – non soltanto in Italia, ma in altri 40 paesi del mondo, diversi dal punto di vista dell’economia, del diritto, degli usi e dei costumi, ma simili per quanto riguarda la generale condizione di subalternità e violenza contro le donne.
LOTTO marzo sciopereremo:
– contro la violenza di genere, contro le sue cause sociali e economiche e contro la cultura patriarcale e retrograda che le alimenta;
– per i diritti delle donne e contro lo sfruttamento. Contro i bassi salari, le discriminazioni, i sottoinquadramenti, la precarietà. Per la cancellazione del Jobs act e della legge Fornero. 
Per la riconquista dell’art.18 e la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario;
– per la difesa della scuola e dell’università pubblica e per la cancellazione della Buona scuola;
– contro l’ineguale divisione del lavoro di cura, il taglio dei servizi sociali e la loro privatizzazione, contro il welfare aziendale e per la riconquista di servizi pubblici universali;
– per la difesa del diritto all’aborto e l’abolizione dell’obiezione di coscienza, per il pieno accesso alla Ru486;
– per i diritti civili e per la libertà di tutte le donne, italiane e migranti.
È importante che ci sia una risposta forte nei posti di lavoro. Per fermare la violenza sulle donne è necessario mettere in discussione l’intero sistema. Non basta dire che siamo contro la violenza, se poi accettiamo che le donne siano sempre pagate meno e più discriminate sui posti di lavoro.
Tante donne non riescono a liberarsi da situazioni di violenza all’interno delle famiglie anche perché non sono autonome economicamente, hanno un salario troppo basso, un lavoro precario o una pensione da fame anche se hanno faticato tutta la vita.
La giornata di sciopero è stata lanciata dal movimento delle donne, sulla spinta del movimento internazionale.  La CGIL ha indetto varie iniziative ma non ha raccolto l’appello a dichiarare sciopero. Lo ha fatto soltanto la FLC CGIL (scuola università ricerca), dichiarando sciopero dell’intera giornata sia sui temi delle donne che sulla vertenza della scuola contro il Governo. Pensiamo che sia stato un errore da parte della CGIL non dichiarare sciopero generale di tutte le categorie ma soltanto nel settore della conoscenza. Tuttavia, tante delegate e lavoratrici della CGIL hanno partecipato in questi mesi al percorso di mobilitazione contro la violenza sulle donne e per rivendicare condizioni salariali e di lavoro dignitose e varie RSU della Cgil hanno aderito allo sciopero.
In ogni modo, varie sigle dei sindacati di base hanno proclamato lo sciopero generale dell’intera giornata in tutti i settori del mondo del lavoro. Tutte le donne potranno quindi scioperare. E potranno farlo anche gli uomini che vorranno aderire e sostenere l’iniziativa. Perché non si migliorano le condizioni di lavoro di nessuno, se non si mette in discussione il più generale sfruttamento delle donne.
Per questo sciopereremo comunque l’8 marzo. Se le nostre vite non valgono, noi non produciamo!
fonte: https://sindacatounaltracosa.org/

Fincantieri: niente pause. Sciopero a Palermo

Scatta lo sciopero ai cantieri navali di Palermo. La Fincantieri decide di eliminare la pausa pranzo di metà turno e fissarne uno unico di sette ore e mezzo. Solo alla fine della giornata lavorativa gli operai potranno recarsi in mensa. Questa decisione riguarda circa trenta operai dell’officina preparazione pezzi piccoli. L’azienda, dati alla mano, sostiene che il reparto in questione ha i più bassi ritmi di produzione. La decisione di spostare la pausa pranzo a fine turno è presa per far fronte a questo problema. Sono anni che Fincantieri, a più riprese, prova a cancellare diritti conquistati negli anni e dalle lotte. Da tempo ormai molti reparti dei cantieri navali siciliani vengono utilizzati per sperimentare forme di sfruttamento ed eventuali risposte operaie. Lo stesso tentativo, infatti, fu fatto più di cinque anni fa. L’azienda anche il quel caso provò a spostare la pausa pranzo a fine turno, ma lo sciopero lanciato dagli operai fece cambiare idea ai vertici Fincantieri. Non bastano le già precarie condizioni dello stabilimento palermitano. Questo ormai conta solo mille operai (tra dipendenti Fincantieri e ditte esterne), in diminuzione anche rispetto a stabilimenti del nord Italia che vedranno le commesse aumentare fino al 2025, mentre quelle palermitane sono pianificate fino al 2017. Nonostante gli utili milionari, l’azienda non mostra nessun interesse verso i lavoratori palermitani costantemente sotto ricatto. Da qui la scelta della FIOM di dichiarare uno sciopero di mezz’ora a fine turno perché, come sostengono gli operai, non è questo il modo di migliorare i livelli di efficenza dell’officina. I problemi, a quanto pare, sono da individuare nella cattiva organizzazione del ciclo produttivo e dei mezzi messi a disposizione dall’azienda stessa. Gli operai sostengono di non essere dei robot. Chiedono che venga, comunque, concessa una pausa di quindici minuti per una pausa pranzo veloce e altri cinque minuti per il caffè. L’azienda però non vuole cedere nemmeno un minuto. Sembrano esserci tutti i presupposti affinché lo sciopero continui ad oltranza.

giovedì 2 marzo 2017

Marcia del lavoro Pontedera - Pisa

Regia: Blasco Giurato, Edoardo Pellegrini e Luigi Perelli
Casa di produzione: Unitelefilm
Anno: 1966

Centoquaranta operai, di cui settantasei comunisti, sono stati licenziati dalla Piaggio, la grande fabbrica di Pontedera. Tra le forme di lotta contro tale provvedimento, i lavoratori licenziati hanno organizzato una "marcia del lavoro" dalla loro cittadina fino a Pisa, chiamando a partecipare tutta la cittadinanza e i lavoratori della zona, in segno di solidarietà per la difesa del posto di lavoro. Il documentario è la cronaca della marcia, che si è svolta per venti chilometri e che ha visto, accanto agli operai licenziati e alle loro famiglie, esponenti politici, sindaci, operai di altre fabbriche, sindacalisti, studenti, tutti riuniti insieme anche nel comizio finale a Pisa, durante il quale è stato chiesto con forza il ritiro dei licenziamenti.

 

fonte: Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico

lunedì 27 febbraio 2017

Lotto marzo: per uno sciopero generale

Non si migliorano le condizioni di lavoro di nessuno, se non si mette in discussione il più generale sfruttamento delle donne

In queste settimane, dentro gli appuntamenti di movimento come in tutte le strutture CGIL, abbiamo sostenuto la mobilitazione per uno sciopero internazionale delle donne il prossimo 8 marzo. Lo abbiamo chiesto, insieme a altri compagni e compagne, anche all’ultimo Comitato Direttivo della CGIL (10 febbraio 2017).
Qui sotto, potete quindi trovare un intervista a Eliana Como, componente del Comitato direttivo CGIL per il Sindacatoaltracosa-OpposizioneCGIL, uscita proprio il 10 febbraio 2017 su corriere.it, nella ventisettesima ora (a cura di Barbara Bonomi Romagnoli).

8 MARZO – LO SCIOPERO DELLE DONNE «ECCO PERCHÉ FARLO ANCHE IN ITALIA»
Cosa significa sciopero globale? Significa che ovunque le donne si asterranno da ogni forma – garantita, precaria, sottopagata, non riconosciuta – di lavoro produttivo, riproduttivo e di cura, non solo per dare un segnale chiaro nella lotta alla violenza fisica e psicologia sulle donne, ma anche per far valere il proprio peso nella comunità umana.
 I movimenti si sono rivolti a tutti sindacati chiedendo di indire lo sciopero generale nella data dell’8 marzo. Le sigle autonome e di base lo hanno fatto. La Cgil invece sembrerebbe non aver preso in considerazione l’ipotesi. Eppure ci sono molte sindacaliste, anche della Cgil, che partecipano al percorso di Nudm e alcune caldeggiano vivamente la scelta dello sciopero. «Dopo tanti anni, l’8 marzo non sarà soltanto la giornata della retorica. Così come non lo è stato lo scorso 25 novembre, con le scarpette rosse sui profili di facebook o nei negozi in centro, ma sarà una eccezionale giornata di mobilitazione in cui le donne sono protagoniste – afferma Eliana Como, del comitato centrale della Fiom e del direttivo nazionale della Cgil, sindacalista dell’area “Il sindacato è un’altra cosa” .
«C’è un tempo per piangere e un tempo per indignarsi. C’è anche un tempo per denunciare. Ma poi deve esserci un tempo per provare a cambiare le cose e mettere in discussione alla radice un intero sistema. Abbiamo superato l’approccio vittimistico sul tema della violenza e lo abbiamo sostituito con l’autodeterminazione, la partecipazione, la rivendicazione, la lotta. Il rischio è che alla fine non cambi niente e che la violenza sia condannata a parole ma tollerata nei fatti. Per questo l’8 marzo sarà una giornata di sciopero. Ci provammo già nel 2013. Era giusto anche allora, ma forse i tempi non erano maturi. Ora lo sono, anche perché l’esperienza italiana non è isolata. Anche per questo, non possiamo permetterci di perdere questo appuntamento».
Scrivono le donne di Non Una Di Meno: «Scioperiamo per rivendicare un reddito di autodeterminazione, per uscire da relazioni violente, per resistere al ricatto della precarietà, perché non accettiamo che ogni momento della nostra vita sia messo al lavoro; un salario minimo europeo, perché non siamo più disposte ad accettare salari da fame, né che un’altra donna, spesso migrante, sia messa al lavoro nelle case e nella cura in cambio di sotto-salari e assenza di tutele; un welfare per tutte e tutti organizzato a partire dai bisogni delle donne, che ci liberi dall’obbligo di lavorare sempre di più e più intensamente per riprodurre le nostre vite».
Sei d’accordo?
«Sì, e credo che le discriminazioni delle donne sui posti di lavoro siano funzionali alla loro oppressione nella società: con questo non voglio dire che la violenza contro le donne appartenga soltanto a uno strato sociale, non è così e spesso la subiscono anche professioniste affermate. Il punto però è mettere in discussione l’intero sistema. Non basta dire che siamo contro la violenza, se poi accettiamo che le donne siano sempre pagate meno e più discriminate sui posti di lavoro. Senza considerare che per tante donne liberarsi da situazioni di violenza all’interno delle famiglie è difficile proprio perché non sono in condizione di rendersi autonome economicamente, perché hanno un salario basso, un lavoro precario e incerto, magari una pensione da fame anche se è tutta la vita che faticano».
Quali sono le vertenze aperte in questo momento in Italia che riguardano in particolare le donne?
«Nel settore in cui lavoro c’è un tema generale che riguarda la condizione delle donne, soprattutto delle operaie. Nelle fabbriche metalmeccaniche italiane, le donne sono circa il 20% della forza lavoro. Non ci sono donne nelle fonderie o nei cantieri navali, ma in tanti comparti manifatturieri sono la maggioranza. Basti pensare all’elettrodomestico, all’elettronica, al motociclo ma anche all’automobile. In particolare le operaie sono impiegate sulle linee di montaggio, dove, guarda caso, le operazioni sono meno qualificate e i livelli salariali più bassi. Un tema che si affronta pochissimo, in questo settore in particolare ma anche negli altri: la salute e la sicurezza delle donne nei posti di lavoro. Concetti che non sono affatto “neutri”, ma vengono perlopiù trattati come tali. C’è differenza tra i corpi degli uomini e delle donne. Eppure, i Dpi (dispositivi di protezione individuale: guanti, occhiali, cuffie etc) sono “neutri”, cioè pensati tutti, uomini e donne. E quando si dice che sono neutri, nelle fabbriche metalmeccaniche significa in realtà che sono pensati per gli uomini. Poi le donne si dovranno adattare. Non si parla mai nemmeno di salute riproduttiva. Aldilà di ogni altra considerazione, quando è uscita la campagna sul Fertility Day a nessuno è venuto in mente di parlare del rapporto tra condizioni di lavoro e fertilità/maternità (lavoro notturno, turni di sabato e domenica, catena di montaggio)».
Perché non fare anche solo 2 ore di sciopero?
«Sono settimane che Non Una Di Meno ha lanciato l’appello per lo sciopero generale. Se la Cgil non lo proclama è perché manca la volontà. Mi auguro che la segreteria cambi idea. Credo che si debbano proclamare 8 ore, fermare l’intera giornata di lavoro. Ma se fossero meno sarebbe comunque un segnale. A oggi però la Cgil non ha proclamato nemmeno un’ora».
E questo cosa significa?
«Un’occasione perduta. Tante sindacaliste della Cgil, delegate e iscritte hanno preso parte a tutto il percorso di mobilitazione di Non Una Di Meno. La stessa Cgil in quanto organizzazione lo ha fatto, pur tra qualche contraddizione. La copertura per lo sciopero generale l’abbiamo, comunque. Grazie a varie sigle di base: tutti l’8 marzo potranno scioperare, compresi gli uomini se lo vorranno».
In alternativa cosa farete?
«Ben vengano le assemblee nei posti di lavoro, gli incontri, gli spettacoli, le iniziative cittadine. Ma senza lo sciopero il segnale è tutt’altro. Non basta più appendere uno striscione fuori dalle camere del lavoro, né presenziare a qualche flashmob, tanto meno fare il tristissimo minuto di silenzio. Una grande organizzazione come la Cgil deve avere il coraggio di dichiarare sciopero. Sarebbe auspicabile lo facesse anche per tutte quelle lavoratrici precarie che lavorano con i voucher e che subiscono le leggi sui cambi appalto».
Si può essere femminista e sindacalista?
«Si deve. Chi fa la sindacalista è chiamata a difendere le condizioni di tutti, uomini e donne. Questo non è in discussione. Noi donne siamo le prime a capire che c’è una condizione di genere da combattere. I salari sono bassi per tutti, è vero, ma per le donne lo sono sempre di più. Le condizioni di lavoro sono pessime per tutti, ma per le donne è sempre peggio. La precarietà è un problema per tutti, ma le donne sono le più colpite. Non si migliorano le condizioni di lavoro di nessuno, se non si mette in discussione il più generale sfruttamento delle donne».

Importi 2017 massimali cig mobilità e disoccupazione

L’art. 3, comma 6, del Decreto Legislativo n. 148/15 prevede che, con effetto dal 1° gennaio di ciascun anno, a decorrere dall’anno 2016, l'adeguamento degli importi del trattamento di integrazione salariale, nella misura del 100%, confermando quanto previsto dalla legge 247/2007. Inoltre l’art. 1, comma 287, della legge 28 dicembre 2015, n. 208 precisa che tale adeguamento non può risultare inferiore a zero.

A cura della Fiom-Cgil Brescia











fonte:http://www.fiomtoscana.it/

Una lettura flash dei dati INPS sulle assunzioni nel 2016

Una lettura flash dei dati INPS sulle assunzioni nel 2016 a cura della Fondazione Di Vittorio. Crollano i contratti a tempo indeterminato, continuano a crescere i voucher e, come sostiene Fulvio Fammoni, il sistema produttivo italiano continua a non generare quantità di lavoro sufficienti a ridurre la disoccupazione e a dare risposte ai giovani.  

Crollo dei contratti a tempo indeterminato Il saldo occupazionale complessivo del tempo indeterminato nel 2016 (incluse le trasformazioni che però riguardano rapporti di lavoro già esistenti) +83 mila, è molto basso (senza le trasformazioni, peraltro in netto calo, il saldo sarebbe stato largamente negativo, oltre -370 mila unità.). Nel 2015 era stato di +934 mila. Questo dato va letto in rapporto al calo dei flussi in uscita nel 2016, anche per la riduzione dei pensionamenti FPLD (vecchiaia, anzianità, invalidità) di -50 mila unità, oltre il 60% del saldo. I nuovi rapporti di lavoro a tempo indeterminato attivati nel 2016 sono stati 1.265 mila; inferiori non solo a quelli del 2015 (2.028 mila, -37,6%), ma addirittura a quelli del 2014. Si è dunque verificato un vero e proprio crollo delle assunzioni rispetto all’anno precedente, con una diminuzione di circa -760 mila unità. Le assunzioni a termine nel 2016 sono invece in forte crescita, oltre 3,7 milioni e, assieme alle assunzioni stagionali pari a 565 mila unità, rappresentano il 74% dei nuovi rapporti di lavoro. La variazione netta delle assunzioni a tempo determinato è stata nel 2016 di circa +221 mila, contro un variazione negativa di -253 mila nel 2015 ed un saldo pressoché nullo nel 2014. La vendita dei voucher nel 2016 è stata superiore ai 133 milioni (+23,9% rispetto al 2015 e ben +95% rispetto al 2014), ed anche a gennaio del 2017 la crescita continua, con +3,9% rispetto allo stesso mese del 2016. Escludendo i voucher, il saldo occupazionale complessivo, pari a +340 mila unità, è per il 65% attribuibile all’aumento del tempo determinato. In sintesi –commenta Fulvio Fammoni, Presidente della Fondazione Di Vittorio- nel 2016, si è verificato un vero e proprio crollo dei contratti a T.I. rispetto all’anno precedente. E’ la conferma che, a produrre l’aumento delle assunzioni nel 2015 sono stati gli incentivi, peraltro con costi molto elevati e che il sistema produttivo italiano continua a non generare quantità di lavoro sufficienti a ridurre la disoccupazione e a dare risposte ai giovani. I voucher a gennaio 2017 aumentano rispetto allo stesso periodo del 2016, così come sono continuati a crescere negli ultimi tre mesi dello scorso anno (inizio dell’adozione della tracciabilità). Sono i numeri quindi che confermano che il problema non solo non è superato ma che dopo due anni di boom anche nel 2017 è prevedibile che il record assoluto delle vendite sarà superato. Si conferma che le forme di lavoro instabile sono assolutamente predominanti nell’ accesso al lavoro. A ciò si può aggiungere che i licenziamenti per giusta causa e per giustificato motivo soggettivo sono cresciuti del 26% (+15,6 mila unità) rispetto al 2015 e del 34% (+18,8mila) rispetto al 2014. Questo è il bilancio, basato sui dati ufficiali, dell’attuazione del Jobs Act nel 2016

sabato 25 febbraio 2017

Cosa succede nel Fondo Cometa: silenzio assenso e aumento del rischio

A partire da febbraio i metalmeccanici aderenti al comparto Monetario del fondo pensionistico negoziale Cometa saranno spostati al comparto Reddito. Varrà ancora una volta il silenzio-assenso: il lavoratore avrà tempo 90 giorni per opporsi esplicitamente a tale cambiamento. Il comparto Monetario cessa tra l’altro di essere quello in cui il lavoratore viene collocato automaticamente al momento dell’entrata in Cometa in assenza di esplicita indicazione. Il silenzio-assenso continua in un modo o nell’altro ad accompagnare la vita dei fondi pensionistici. Fondi che vivono di questa paradossale contraddizione: a sentire il Sole 24 Ore, le direzioni sindacali e i gestori finanziari essi sono convenienti. Lo sono in modo palese, chiaro, evidente. Talmente evidente da doversi avvalere di un meccanismo a tagliola come il silenzio-assenso: comunicazione a pioggia, raccomandata a casa e via, se non ti opponi esplicitamente il tuo TFR è traghettato da un investimento azionario all’altro. Ma al di là del metodo, quali sono le ragioni di questo cambiamento? Il comparto Monetario è quello meno rischioso, legato al mercato obbligazionario. E’ stato il rassicurante grimaldello con cui rendere psicologicamente accettabile il drenaggio del TFR al mondo finanziario. Perché non rischiare se il rischio non sussiste? I giovani lavoratori, infatti, “affollano” tale comparto, come afferma una recente nota di Cometa. La stessa nota spiega però che “per quanto riguardava il comparto più prudente, il Monetario, le analisi mostravano una crescente difficoltà dei fondi di questa natura nel garantire la restituzione del capitale nominale inizialmente versato”. Mentre, per quanto riguarda il comparto Reddito, quello appena più rischioso “le analisi mostravano che la sua vecchia configurazione ben difficilmente avrebbe permesso nel futuro di raggiungere rendimenti in linea con il TFR”. Cometa, quindi, ci informa che l’andamento dei suoi due reparti principali è potenzialmente tale da raggiungere difficilmente i rendimenti del TFR o addirittura dal garantire la restituzione del capitale nominale versato. Ecco la palese convenienza. Ecco che subentra il silenzio-assenso. Che cosa è successo in pratica? I fondi negoziali hanno costituito la propria propaganda e la propria forza sulla promessa di evitare la volatilità azionaria. Il punto, semplice e banale, è che la finanza non funziona così. Il rendimento è in rapporto al rischio. E da qua non si scappa. E non si scappa soprattutto in un periodo di basso costo del denaro e di rendimenti obbligazionari bassi. Da qua deriva il cambiamento attuato da Cometa. Il comparto Monetario rimane “obbligazionario” con una funzione di “salvadanaio”. Chi tiene lì il TFR non si espone a rischio ma deve avere “la consapevolezza che i rendimenti potrebbero essere molto bassi e al limite anche sostanzialmente nulli”. Il comparto Reddito invece aumenta la quota azionaria al proprio interno. Aumentano di conseguenza i margini di rischio: un nuovo crack simile a quello del 2008 potrebbe rimangiarsi rapidamente i guadagni ottenuti. E nonostante questo il nuovo comparto Reddito si pone semplicemente il modesto obiettivo di ottenere un “rendimento pari a quello del TFR”. La situazione ci pare possa essere riassunta così: Cometa ti informa con una cordiale e rassicurante supercazzola che il Fondo è potenzialmente in squilibro. Se si lega eccessivamente al mercato obbligazionario, avrà difficoltà a garantire rendimenti o addirittura a restituire il capitale inizialmente versato. Se si lega maggiormente al mercato azionario, potrebbe mantenersi in equilibrio e garantire il rendimento del TFR. Sempre che una crisi finanziaria non bruci tali investimenti, mandando il Fondo in squilibrio per altre vie. Si palesa così una tendenza inevitabile. Non esiste un Fondo di investimento isolato dai meccanismi generali della finanza. Una volta immesso il tuo TFR nel circuito finanziario, esso è soggetto alla stessa logica degli altri investimenti: muoversi verso percentuali maggiori di rischio alla ricerca di rendimenti potenzialmente maggiori. Ci si potrebbe obiettare: e in caso di risalita dei tassi obbligazionari non sarebbe risolta la questione? Non conviene quindi ai lavoratori augurarsi un simile scenario? Dovrebbero augurarsi ad esempio l’aumento dei rendimenti dei titoli di Stato? Il punto è che in questo gioco paghi sempre e soltanto tu. Cambia solo la forma in cui questo avviene. In 20 anni lo Stato italiano ha pagato ad esempio 1.700 miliardi di interessi sul debito. Questi interessi sono stati la giustificazione materiale e psicologica con cui hanno tagliato scuola, sanità e naturalmente le pensioni. Il taglio delle pensioni è stato a sua volta la giustificazione con cui ti hanno fatto aderire alla previdenza integrativa. Ora, a chiudere il cerchio, ti dicono che finché i tassi di interesse sui titoli di Stato rimangono bassi, è a rischio la rivalutazione del TFR inglobato nei Fondi pensionistici privati. Và da sé che se gli interessi sul debito pubblico tornassero ad impennarsi, correranno a spiegarti che nuovi sacrifici sono necessari per ripagare il debito pubblico. Con una mano ti spediranno una brochure in cui si complimentano per i rendimenti di Cometa. Con l’altra approveranno magari qualche nuovo ticket sulla sanità. Cosa rimane quindi della presunta convenienza di un fondo negoziale? Gli sgravi fiscali e il contributo dell’azienda. Rimangono cioè elementi di politica economica stabiliti a tavolino da Governo, aziende e direzioni sindacali. Rimane che i Fondi negoziali sono convenienti nella misura in cui gli sgravi fiscali concessi dallo Stato e i contribuiti dell’azienda non finiscono nelle casse pubbliche, ma servono a incentivare la tua adesione alla previdenza integrativa privata. Rimane che la lotta e la difesa della pensione pubblica sono l’unica via. E non basta il tuo silenzio per manifestare il tuo assenso a questa palese e evidente verità. Gridalo forte!  

Dario Salvetti (FIOM GKN) 

FCA (Pomigliano). Trasferimenti a Cassino. Non c’è mai pace!

Non c’è pace per i lavoratori Fiat dello stabilimento G.B.Vico di Pomigliano d’Arco. Turni massacranti, contratti di solidarietà, sabati lavorativi ed ora una nuova tegola in testa. Fca in autunno ha annunciato l’esigenza di trasferire temporaneamente 550 lavoratori dello stabilimento di Pomigliano a quello di Cassino per esigenze produttive. Detto fatto! A ridosso delle festività natalizie con un accordo sottoscritto con Fim, Uilm, Fismic e AqcfL (Associazione dei quadri Fiat, ndr), senza consultare i lavoratori, la richiesta è diventata operativa. I trasferimenti partiranno da fine febbraio, inizio marzo. La richiesta nasce dall’esigenza di Fca di garantire l’avvio del nuovo Suv Stelvio aumentando di circa 1.200 unità la forza lavoro dello stabilimento ciociaro, 650 assunzioni e 550 lavoratori da Pomigliano. Se poi le quote di mercato della Stelvio prospettate dall’Fca dovessero essere confermate l’organico potrebbe essere implementato di altri 600 lavoratori. A oggi tutto ciò è solo un’ipotesi, ma è evidente che se se fosse necessario integrare l’organico e ci fosse la richiesta di farlo con altri operai di Pomigliano questo aumenterebbe il rischio di ridimensionamento dello stabilimento di G:B:Vico. L’accordo prevede: un impiego temporaneo fino ad agosto 2018, ai lavoratori trasferiti verrà garantito il servizio navetta e 550 euro di bonus tassati, in base alle nuove normative, al 10%. La Fiom a dicembre decise giustamente di non sottoscrivere l’accordo in quanto mancava la clausola di volontarietà, ovvero la libera scelta dei lavoratori di poter decidere se accettare o no il trasferimento. Seguono giorni concitati in cui in fabbrica si susseguono voci discordanti sull’accordo. I sindacati firmatari e azienda tendono ad incensare l’accordo, che a loro dire, porterà ad una diminuzione delle ore di solidarietà per chi resta e garantirà ai 550 trasferiti uno stipendio pieno oltre il bonus. La Fiom sottolinea gli elementi negativi dell’accordo, si arriva dunque ad assemblee indette da chi ha sottoscritto l’intesa, in cui l’ambiente è alquanto pesante. Nel dibattito emergono subito alcune criticità. Il bonus ha innanzitutto un limite massimo economico, stabilito legalmente a 4mila euro annui, a tassazione agevolata. La tassazione agevolata però è utilizzata anche per altre voci, come il premio che Fiat eroga annualmente. Questo causerà la fine della tassazione agevolata già entro i primi mesi dell’anno, dunque non si garantirà più l’intera somma pattuita per tutto il periodo di permanenza. Ma è soprattutto il sacrificio richiesto a pesare. Al di là che l’azienda metta a disposizione la navetta resta comunque il forte disagio di chi dovrà svegliarsi o rientrare a casa un’ora prima dallo stabilimento di Cassino. Non è un aspetto da poco per chi lavora su turni che iniziano alle 6.00 o finiscono alle 22.00. E nell’arco del turno deve lavorare a ritmi estenuanti e pause ridotte all’osso. A questo si aggiunge che per lo stabilimento di Pomigliano a oggi non ci sono assolutamente prospettive certe. Il rischio è che al termine del periodo di lavoro a Cassino questi operai potrebbero trovarsi senza ammortizzatori sociali (la solidarietà guarda caso scadrà nell’agosto del 2018), e nei fatti diventare esuberi. Per questo la situazione in fabbrica risulta sempre più pesante e indigeribile, tanti lavoratori si sono indignati per il modo in cui si firmano accordi del genere senza nemmeno consultarli. A gennaio la Fiom convoca le assemblee per decidere il da farsi sull’accordo già operativo in azienda. Nonostante venga ribadito che l’accordo non è condivisible si chiede il mandato a sottoscriverlo per poter così partecipare a pieno titolo al tavolo delle trattative sul piano industriale per Pomigliano previsto per fine marzo. Una scelta giustificata, a detta della dirigenza Fiom, dal fatto che tra i lavoratori manca la spinta necessaria ad opporsi all’accordo. Fatto seppur vero, che non giustifica un avallo politico ad una simile deportazione, specie se accostata alla mancanza di un piano produttivo futuro. I lavoratori, nonostante una evidente contrarietà all’accordo, votano a favore della sua sottoscrizione, sulla base della fiducia riposta nella Fiom in mancanza di una valida alternativa. Nei giorni successivi si scatenano critiche furiose alla Fiom dovute al modo ondivago con cui è stata gestita la vicenda. Da un lato ci sono i sindacati firmatari che fanno comunicati ironici che invitano la Fiom a questo punto a firmare anche il CCSL (contratto aziendale) e rinnegare le battaglie portate avanti un questi anni. Dall’altro lato invece Slai cobas e SI Cobas che invitano i lavoratori a cause legali contro le scelte aziendali e promuovono, con scarsi risultati, iniziative fuori dallo stabilimento per innescare la mobilitazione. Insomma nel bailamme tra scontri di sigle sindacali i lavoratori a Pomigliano continuano ad essere oggetto di sfruttamento alla mercé delle Fiat. La Fiom ha sbagliato a sottoscrivere l’accordo. L’azienda non sta andando tanto per il sottile coi lavoratori da trasferire, la disponibilità spesso è strappata a colpi di pressioni indebite. Ha sbagliato perché la battaglia contro questo accordo era giusta e compresa da tutti i lavoratori, iscritti o meno ai sindacati, e perché dopo tanti anni di repressione e isolamento l’obbiettivo di ricostruire un rapporto con i lavoratori sta riuscendo. Il miglioramento, seppur minimo, del tesseramento negli ultimi 6 mesi, lo testimonia, come lo testimonia il fatto che le ultime assemblee sono state molto partecipate. In un contesto difficile nel quale interveniamo lo sforzo dei delegati può essere reso vano se tra i lavoratori passa l’idea che oggi l’obbiettivo principale della Fiom è rientrare nelle grazie dell’azienda, quell’azienda che sistematicamente, quotidianamente, calpesta la dignità degli operai. È molto difficile ricostruire un radicamento, soprattutto dopo un attacco così feroce come quello di Fiat alla Fiom in questi anni, il più duro dagli anni cinquanta, firmare un accordo come questo può far perdere la stima ed il consenso che con tanta fatica ci si è riguadagnati in tanti anni di duro lavoro. Il clima in Fca sta cambiando, più lentamente di quanto vorremmo ma sta cambiando. Giustificare la firma dell’accordo col fatto che i lavoratori non sono sufficientemente disponibili a scioperare per contrastarlo non è un argomento, anzi, detto sinceramente sembra più un alibi. Ad oggi, il punto vero resta come e se si vuole contrastare la Fiat, costruendo le condizioni per avere i rapporti di forza adeguati per poter domani organizzare la mobilitazione necessaria capace di portare risultati concreti ai lavoratori. Ma per far questo bisogna in primo luogo avere una strategia e questa oggi non c’è, e firmare accordi come quello sui trasferimenti non aiuta la Fiom a continuare a rappresentare quella alternativa che ai lavoratori serve più di ogni altra cosa e che le ha permesso di vincere le elezioni degli Rls su scala nazionale nel gruppo Fiat un anno fa. Le ultime assemblee organizzate dalla Fiom che si sono tenute il 20 febbraio hanno ribadito che tra i lavoratori c’è una rabbia come non si vedeva da anni. Le difficoltà nel mobilitare dopo le gigantesche pressioni psicologiche, esercitate da azienda e sindacati firmatari, non potranno perdurare ancora per molto. Specie se le contraddizioni, come la mancanza di una missione produttiva, in uno stabilimento medaglia d’oro nelle classifiche WCM restano. Il rischio che lo stabilimento di Pomigliano possa diventare un satellite dell’impianto di Cassino non è del tutto campata in aria. I delegati e gli iscritti Fiom a Pomigliano in questi anni hanno profuso enormi sacrifici, venendo esclusi dal ciclo produttivo, patendo l’isolamento e gli stenti di una lunga cassa integrazione. Tutto questo sacrificio non può essere ripagato con il solo rientro al tavolo delle trattative, che partirà a fine marzo, ma attraverso il raggiungimento dell’obbiettivo principale, riportare in fabbrica lavoro, dignità e diritti, senza ulteriori cedimenti.

Domenico Loffredo (iscritto Fiom a Pomigliano e Direttivo Fiom Regionale Campania)

 fonte: https://sindacatounaltracosa.org/

venerdì 17 febbraio 2017

Fondo Cometa, i rischi nascosti dal meccanismo del silenzio assenso

Ma quanto piace a sindacati e associazioni padronali il silenzio assenso! Fu applicato d’imperio nel 2007 e tuttora vige per ogni nuova assunzione nel settore privato, al fine di ingabbiare più lavoratori possibile nei fondi pensione. In spregio alla nobile premessa del Decreto Legislativo n. 252/2005 che l’adesione alla previdenza complementare è libera e volontaria. Sulla stessa falsa riga quanto ha deciso Cometa, il grosso fondo sindacal-padronale dei metalmeccanici con circa 10 miliardi di euro di massa gestita e 400 mila iscritti. A quelli sotto i 56 anni, aderenti al comparto Monetario Plus, è infatti arrivata una raccomandata e così hanno tempo solo 90 giorni per ribellarsi a quanto deciso sopra la loro testa. Cioè al passaggio automatico al comparto Reddito, più rischioso. Del diritto a potersi riprendere i propri soldi non si parla neanche. E perché tale cambiamento? Scrive il direttore del fondo Maurizio Agazzi che “il Comparto Reddito avrà l’obiettivo di offrire un rendimento previdenziale in linea col TFR”. Il che è una triplice presa in giro. Primo, senza un impegno contrattuale esplicito obiettivi simili non valgono un fico secco. Io potrei enunciare l’obiettivo di vincere, primo nella storia, sia il premio Nobel per l’economia che la medaglia Fields per la matematica. Un mero obiettivo, perché tanto ovviamente e giustamente non mi assegneranno né l’uno né l’altra. Sconcertante poi che si miri proprio a pareggiare il rendimento del TFR, in genere così vilipeso. Ma allora tanto varrebbe tenerselo in azienda, eventualmente parcheggiato all’Inps. Terzo punto, per il comparto Reddito è previsto un 20% in azioni. Coi tassi ai livelli attuali basta quindi una flessione delle Borse e se lo sognano “un rendimento previdenziale in linea col TFR”. Cosa significherebbe poi “rendimento previdenziale”? Un’espressione d’effetto, ma dal significato oscuro. È odioso che tali decisioni, escogitate in realtà a vantaggio dei gestori, vengano prese sulla testa di persone capaci di intendere e di volere. E un lavoratore debba farsi parte attiva, semplicemente per mantenere in vigore quanto da lui coscientemente scelto. Che poi i giuristi obiettino che in casi simili si debba parlare di conferimento tacito e non di silenzio assenso, è irrilevante. Siamo sempre di fronte a una prevaricazione, come al solito giustificata dalle migliori intenzioni in quello che è il migliore dei mondi possibili, cioè la previdenza integrativa italiana.  

Beppe Scienza 

[Articolo sul Fatto Quotidiano del 6-2-2017] 

lunedì 6 febbraio 2017

La Soliadrietà lascia all'azienda totale discrezionalità nella gestione dell'orario di lavoro e che le permette di dividere gli interessi dei lavoratori.

La Piaggio ha comunicato alla RSU il raddoppio della produzione in febbraio su due linee di montaggio e la conseguente anticipazione dell'ingresso in fabbrica di 180 lavoratori a part - time verticale . Negli stessi giorni invece, più di 400 operai, con stesse mansioni e stesso livello professionale, verranno messi a casa, in Solidarietà, per un calo produttivo in altri reparti.
La Soliadrietà si conferma ancora una volta quella che denunciamo da sempre: un accordo che lascia all'azienda totale discrezionalità nella gestione dell'orario di lavoro e che le permette di dividere gli interessi dei lavoratori.
E' evidente l'interesse al fatto che lavoratori a part- time abbiano un prolungamento del contratto di lavoro ma è inaccettabile che questo avvenga a spese del lavoro e del salario di altri operai.
Per di più, l'azienda sceglie a proprio arbitrio le persone da collocare in solidarietà, al 60/% del salario, e spesso i lavoratori coinvolti sono principalmente quelli con problemi fisici, problemi spesso causati da anni di lavoro ai ritmi troppo intensi della catena di montaggio.
Ed ancora, mentre lavoratori di diversi reparti vengono lasciati a casa per mesi interi, i prodotti che dovrebbero essere fatti qui a Pontedera, e proprio in quei reparti, arrivano in quantità elevata e crescente dagli stabilimenti all'estero. Ed è inaccettabile che gli ammortizzatori sociali, pagati dall'INPS con i soldi dei lavoratori, stiano finanziando da anni il trasferimento di parte della produzione all'estero
Noi della RSU Fiom non abbiamo firmato il contratto di Solidarietà, perché chiaramente elemento di divisione e di discriminazione dei lavoratori, e continueremo a batterci per obiettivi che affrontino le reali esigenze presenti in fabbrica, affermino i diritti dei lavoratori e ne migliorino le condizioni di lavoro.

RSU FIOM Piaggio: Massimo Cappellini, Adriana Tecce, Giorgio Guezze, Massimiliano Malventi, Francesco Giuntoli, Antonella Bellagamba, Simone Di Sacco

sabato 4 febbraio 2017

Sui permessi legge 104

Spett. Piaggio SpA, Via Rinaldo Piaggio, Pontedera
p.c. INPS sede di Pisa, DTL sede di Pisa
Lavoratori Piaggio Pontedera

Oggetto : permessi legge 104

In merito alle norme del recente CCNL sull’applicazione della legge 104 e alle richieste di codesta Azienda circa il preavviso, allo scopo di valutarne gli effetti sui lavoratori aventi diritto e sull’organizzazione del lavoro, chiediamo di conoscere il numero dei lavoratori che usufruiscono dei permessi in oggetto, ripartito per operai e impiegati.
Rileviamo comunque che, a norma di legge, il preavviso mensile non può avere carattere assoluto e prescrittivo e che non può essere messa in discussione la facoltà del lavoratore di modificare secondo le proprie necessità i giorni di permesso richiesti.
La recentissima pronuncia della Corte di Cassazione, Sezione Penale, con Sentenza 54712/16, pubblicata il 23/12/2016 e successiva alla firma del CCNL, chiarisce infatti la ratio della legge e i diritti che vengono tutelati:
Viene anzitutto richiamata la Sentenza 213/2016 della Corte Costituzionale secondo cui “il permesso mensile è espressione dello Stato Sociale, che eroga una provvidenza in forma indiretta…. trattasi di uno strumento di politica socio-assistenziale basato…sulla valorizzazione delle relazioni di solidarietà interpersonale e intergenerazionale.” La Cassazione continua: “la finalità della legge 104 è la tutela della salute psico-fisica del disabile e il ruolo delle famiglie resta fondamentale nella cura e nell’assistenza di tali soggetti”. Il diritto ai permessi mensili è diretto “ad assicurare in via prioritaria la continuità nelle cure e nell’assistenza del disabile che si realizzino in ambito familiare” ed è quindi “in rapporto di stretta e diretta correlazione con la finalità di tutela della persona portatrice di handicap”. La legge 104 “è tutta parametrata sugli interessi della persona handicappata e su una serie di benefici a favore delle persone che ad essa su dedicano”
La Corte chiarisce quindi che “i permessi lavorativi vengono concessi:
a) per consentire al lavoratore di prestare la propria assistenza con ancora maggiore continuità
b) per consentire al lavoratore che con abnegazione dedica tutto il suo tempo al familiare handicappato di ritagliarsi un breve spazio di tempo per provvedere ai propri bisogni ed esigenze personale”
Inoltre, “quello che è certo, da nessuna parte della legge si evince che nei casi di permesso l’assistenza deve essere prestata proprio nelle ore in cui il lavoratore avrebbe dovuto svolgere la propria attività lavorativa. Anzi, tale interpretazione si deve escludere….”
Dalla pronuncia della Corte è evidente che i diritti tutelati dalla legge, in particolare la tutela della continuità delle cure e delle esigenza del lavoratore, sono prioritari e prevalenti su qualsiasi altra considerazione, esigenze produttive comprese. La richiesta di preavviso non può perciò avere carattere prescrittivo ma deve restringersi ai casi in cui l’identificazione preventiva dei giorni di permesso sia possibile e avere comunque la natura di una indicazione di massima.
Diffidiamo pertanto l’Azienda da ogni interpretazione prescrittiva dei preavvisi e dall’esercizio di qualsiasi pressione in questo senso nei confronti dei lavoratori.
Per quanto riguarda invece il preavviso di 24 ore richieste dall’Azienda nei casi “urgenti”, si tratta di una richiesta arbitraria, incompatibile con i principi sopra ricordati e senza alcun fondamento né legislativo né contrattuale.
Diffidiamo pertanto codesta Azienda dal mantenere tale richiesta.
Rileviamo infine che, se lo scopo delle norme del CCNL in oggetto fosse quello di favorire la correttezza nell’applicazione della legge, il metodo dei preavvisi mensili andrebbe in direzione opposta, rendendo problematica la fruizione dei permessi proprio e solo nei casi in cui è più necessaria.
Pontedera, li 2 Febbraio 2017

RSU FIOM Piaggio: Massimo Cappellini, Adriana Tecce, Giorgio Guezze, Massimiliano Malventi, Francesco Giuntoli, Antonella Bellagamba, Simone Di Sacco

Dalla parte di chi si ribella e non giura fedeltà al contratto

Da secoli a questa a parte, i testimoni in tribunale giurano davanti a Dio e agli uomini; i ministri sulla Costituzione; i militari sul Re; i medici su Ippocrate. Mai nessuno ha ancora preteso che i delegati sindacali giurino sul loro contratto nazionale. È quanto vorrebbe invece la FIOM, ora che il contratto nazionale firmato con FIM, UILM e Federmeccanica è stato approvato dai lavoratori. Secondo il gruppo dirigente della FIOM, ogni ipotesi di contrasto al ccnl mancherebbe di rispetto al voto della maggioranza dei metalmeccanici e delle metalmeccaniche, anche se fosse indirizzata a limitarne gli effetti più negativi (premi variabili, assorbilità dei minimi, flessibilità e straordinario obbligatorio sono soltanto degli esempi). Se questa linea passasse, si sarebbe arrivati al paradosso (non soltanto sindacale ma giuridico) che il CCNL può essere modificabile in peggio con le deroghe, ma non può essere migliorato con la contrattazione aziendale, nemmeno laddove si determinino le condizioni di forza necessarie. Sarebbe di fatto la fine della contrattazione acquisitiva, già messa a dura prova dal contesto e dalle riforme degli ultimi anni. Il CCNL non sarebbe più la base minima dei diritti garantiti a tutti, ma la gabbia entro cui limitare anche i rapporti di forza nelle fabbriche più sindacalizzate. È difficile capire come possa essere pretesa una simile interpretazione, che supera persino le peggiori intenzioni del TU sulla rappresentanza. Testo che comunque FIM FIOM e UILM si stanno impegnando a rendere operativo prima di qualunque altra categoria. La pretesa di applicazione pedissequa del contratto nazionale paventata dal segretario generale della FIOM si baserebbe sul fatto che esso è stato approvato con l’80% dei voti a favore. Il voto cancellerebbe insomma il diritto al dissenso. Per fortuna, non tutti si rassegnano a questa logica e a questa distorsione della democrazia. E’ il messaggio che arriva dalla assemblea nazionale del 24 gennaio a Firenze, organizzata dai delegati e dalle delegate metalmeccaniche dell’opposizione Cgil. È un dato di fatto che il contratto nazionale sia stato approvato, certo. Non poteva essere altrimenti, con una consultazione fatta in fretta a ridosso di Natale e senza alcuna agibilità formale per la posizione del NO. Resta il fatto che il risultato politico della consultazione è andato ben oltre le aspettative. Ovunque sono arrivate anche le ragioni del NO, queste hanno prevalso o comunque il SI ha vinto di misura. La percentuale del NO è stata alta soprattutto nelle grandi fabbriche e in tanti grandi gruppi industriali, cioè proprio tra la base più militante e radicale del mondo metalmeccanico. Il 40% dei lavoratori delle fabbriche con più di mille dipendenti hanno bocciato il contratto. Chissà, quale sarebbe stato il risultato reale se ci fosse stata pari agibilità, soprattutto nella miriade di piccole e medie imprese dove invece ha stravinto il SI (oltre il 90%), con tassi di partecipazione incredibilmente più alti della media. L’affermazione del NO in tanti grandi gruppi industriali, in tante fabbriche del paese e in molti territori è quindi un dato politico importante, che fa il paio con quello della consultazione del contratto nazionale dell’igiene ambientale e con quello di altre importante vertenze aziendali, prime tra tutte Fincatieri la scorsa estate e più recentemente Almaviva. È un risultato che lancia un segnale inequivocabile, che parla anche della crisi di autorevolezza e di strategia del sindacato. Un segnale che dovrebbe sfondare le porte del sindacato, in particolare della FIOM, e indurre a una riflessione profonda sulle sue cause. Invece il gruppo dirigente reagisce arrocandosi, lanciando editti per obbligare i delegati a dare applicazione al contratto nazionale. Resta il fatto che tanti lavoratori e lavoratrici non sono stati d’accordo con questo contratto e non ne possono più di accordi a perdere, che non pagano soldi né tutelano diritti. A questo segnale e ai 69mila NO è importante dare continuità, non soltanto per raccogliere un messaggio di insoddisfazione e dissenso (forse anche protesta), ma soprattutto per dargli una prospettiva e una maggiore consapevolezza. Magari trasformarlo in militanza attiva. Così ha provato a fare l’assemblea di Firenze. Un’assemblea tutt’altro che rassegnata o intimorita, a cui hanno partecipato territori e fabbriche importanti, in particolare di GKN, Same, Fincantieri di Palermo e di Marghera, Piaggio, Continental, Motovario, Bonfiglioli, Ducati, IBM, Electrolux, Magneti Marelli di Napoli e Corbetta, FCA di Mirafiori, Motori Minarelli, Brembo, Danieli, Piombino, INNSE e tanti altri di realtà più piccole tra Pisa, Lucca, Firenze, Venezia, Padova, Modena, Bologna, Parma, Bergamo, Brescia. Partendo dall’analisi del risultato della consultazione, l’assemblea si è interrogata sulle prospettive per andare avanti, rifiutando il giuramento di fedeltà al CCNL e lanciando una campagna di lunga durata per informare i lavoratori e le lavoratrici sugli effetti del CCNL e proseguire una contrattazione acquisitiva, attraverso la contrattazione di secondo livello e una azione sindacale quotidiana. L’assemblea ha condiviso la necessità di praticare e riempire di contenuti il risultato della consultazione, elaborando una sorta di piattaforma contrattuale comune per impedire in particolare la richiesta di flessibilità e di straordinario da parte delle aziende; la programmazione della legge 104; la totale variabilità dei premi, l’assorbibilità dei minimi e la sostituzione del salario con il welfare aziendale; la derogabilità a qualsiasi livello del contratto nazionale. Con la consapevolezza certo che le condizioni di ciascuno sono diverse e soprattutto i rapporti di forza non sono gli stessi ovunque. Non è possibile astrarsi candidamente dal contesto generale né pensabile invertire i rapporti di forza soltanto in una o due fabbriche. Di certo è possibile invece valorizzare e socializzare le esperienze positive, dare reciproco sostegno alle diverse vertenze e esperienze di resistenza, intensificare i rapporti e il confronto tra delegati per rompere l’isolamento e rafforzare le singole esperienze. Non sarà facile, soprattutto se la linea contrattuale della FIOM dovesse essere quella che si sta profilando in queste settimane: centralità del welfare contrattuale e piena applicazione del contratto nazionale, su tutti gli aspetti, compreso la flessibilità dell’orario di lavoro e il salario. Quest’ultimo tutto rigorosamente variabile, a meno che non sia legato alla prestazione o alle maggiorazioni (turni, straordinario, festivo). Un errore strategico che aumenterebbe le differenziazioni salariali (prima tra tutte quelle tra uomini e donne) e riaprirebbe pericolosamente a logiche legate alla qualità, alla professionalità e addirittura al cottimo. Altro che contratto nazionale innovativo! Così la contrattazione tornerebbe indietro al secolo scorso. Di fronte a questo quadro, è particolarmente importante la risposta lanciata dall’assemblea del 24 gennaio a Firenze, sia rispetto alla linea contrattuale e alla pratica sindacale che alla rivendicazione del diritto alla democrazia e al dissenso all’interno della CGIL e della FIOM che da essa provengono. Nessuno pensa che sarà facile, ma lo spazio c’è e di certo ci sono 69mila buone ragioni per provarci e rifiutare di giurare fedeltà al contratto nazionale appena firmato. 

Eliana Como 

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