La frase

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martedì 21 maggio 2013

Al San Raffaele di Milano la lotta paga. Reintegrati al lavoro i 64 licenziati

Lotta dei lavoratori del San Raffaele ha raggiunto un primo grande risultato. Cancellata la procedura di licenziamento per 244 lavoratori e reintegrati al lavoro i 64 già licenziati. I lavoratori avevano respinto in referendum il precedente accordo CGIL CISL UIL. I sindacati di base, USB e USI presenti anche nella rsu, hanno dato pieno sostegno alla lotta a cui ha partecipato anche la Rete 28 Aprile. Ora questo importante successo che insegna che la lotta paga quando è condotta con determinazione e democrazia, senza accettare la logica e i pasticci della concertazione. 

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lunedì 20 maggio 2013

Rovesciare il tavolo

La risposta del governo al dilagare della disoccupazione è davvero originale, percorre una via davvero inesplorata in questi ultimi trenta anni, la maggiore flessibilità del lavoro! Più contratti precari e più precarietà nei contratti e, udite udite, la staffetta genitori figli, mezzo lavoro a me, mezzo lavoro a te, prendi due e paghi uno. Ma che vadano all'inferno. Ancora una volta dobbiamo sorbirci la stampa di regime che presenta queste come soluzioni riformiste finalmente concrete, tanto quando falliranno clamorosamente, come è sicuro, potrà sempre concentrarsi sulle diarie dei parlamentari o sui dissidi nel PD o tra i 5 Stelle. È così che un paese muore, per colpa della sua classe dirigente allargata, che al momento buono sa solo riproporre ricette liberiste, affrontando la crisi con dosi sempre più alte di ciò che della crisi è proprio la causa. E poi ci si stupisce che Berlusconi sia sempre lì, è il suo programma che stanno realizzando tutti quelli che governano. Non viene neanche più voglia di fare proposte alternative, tanto non ti ascoltano. Ridurre l'orario di lavoro e abbassare l'età della pensione, senza chiedere a chi ha i redditi più bassi di tagliarli ancora. Fare investimenti pubblici per case scuole ed ospedali, per l'ambiente e la cultura. Riconvertire il sistema industriale e nazionalizzare tutto ciò che serve ed il mercato distrugge. Usare i soldi della Tav e degli F35 per ricostruire L'Aquila. Ma dai, queste non sono proposte concrete, questo è fare ideologia. E allora il Palazzo risponde meccanicamente : "perché, voi che non siete d'accordo, non fate proposte alternative?" Non vogliono sentire nulla che metta in discussione davvero la politica di austerità, perché sono parte costituente di essa da trenta anni. Così se si taglia l'Imu si alza l'Iva, se si licenzia si assume, se uno mangia l'altro digiuna. È la solita coperta troppo corta che serve soprattutto a coprire lor signori. È inutile che diversi premi Nobel della economia affermino che di austerità si muore in Europa, anzi muore L'Europa. La governance bancaria continentale di cui il nostro governo è parte non ascolta, non risponde, va avanti con la flessibilità e la competitività. La manifestazione della FIOM di sabato ha così avuto immediata risposta. Avanti, anzi indietro come sempre. D'altra parte anche Maurizio Landini aveva affermato che non si scendeva in piazza contro il governo. Contro chi allora? Se si manifesta a metà, si viene ignorati del tutto. La crisi del paese si aggrava anche perché tutto ruota attorno al solito vecchio teatrino. Il PD non era ufficialmente alla manifestazione dei metalmeccanici? Ma chissenefrega . Nascerà la nuova sinistra da quella piazza S.Giovanni? Direi proprio di no e in ogni caso c'è bisogno di ben altro C'è bisogno di rovesciare l'austerità nel solo modo possibile, cancellando i patti europei che la impongono. L'esatto opposto di quanto periodicamente ripropone il Presidente Giorgio Napolitano. C'è bisogno di affermare con azioni concrete che il solo debito legittimo è quello verso i poveri, citazione testuale del nuovo Pontefice. Bisogna finirla con il moderatismo, la concertazione e la passività delle confederazioni sindacali, che ancora tentano di accordarsi con la Confindustria su come rendere esigibili quegli accordi che rendono più flessibile il lavoro. C'è bisogno di rovesciare il tavolo dove si siedono a decidere tutti quelli che non ascoltano e continuano come sempre. C'è bisogno di coerenza e di fare sul serio. Come le lavoratrici e i lavoratori del San Raffaele, che hanno fatto ritirare i licenziamenti e reintegrare i licenziati, dopo aver bocciato l'accordo di CGIL CISL UIL e continuato a lottare. La loro vittoria ci insegna che si può fare quel che c'è da fare. 

Giorgio Cremaschi

domenica 19 maggio 2013

In piazza con la Fiom


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Fiom, Landini: "Assurdo chi sta al governo con Berlusconi e ha paura di questa piazza"


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Un'inutile sfilata?

La Fiom di Landini sfila a Roma: molti slogan poche strategie.

Si è concluso nel primo pomeriggio di sabato quello che era stato preannunciato come un corteo con obiettivi ambiziosi: "diritto al lavoro, all'istruzione, alla salute, al reddito, alla cittadinanza, per la giustizia sociale e la democrazia". "La priorità è il lavoro, non l'Imu" secondo Maurizio Landini. Per il segretario generale della Fiom i primi provvedimenti presi da Palazzo Chigi "non ci fanno uscire dall'emergenza, non ci fanno guardare al futuro". "Occorrono la riforma della cassa integrazione e il reddito di cittadinanza", ha quindi aggiunto il leader sindacale. Ottimi slogan certo. Ma con gli slogan non si otterranno posti di lavoro; per restituire centralità alle rivendicazioni delle classi lavoratrici, la Fiom dovrebbe attuare una strategia in netta discontinuità rispetto a quanto fatto in questi anni. Ma restando la strada maestra quella delle gite nella Capitale assolata, con le celebrity a fare discorsi edificanti dal palco, la richiesta di lavoro, magari decentemente retribuito, non troverà per molto tempo ancora orecchie ricettive. A maggior ragione se l'interlocutore è l'esecutivo di larghe intese Napolitano-Letta-Berlusconi: è come chiedere al lupo cattivo di non mangiare cappuccetto rosso. La preoccupazione del Segretario Generale era quella di polemizzare con il Pd perché non presente ufficialmente in piazza: "Non capisco come si può essere al governo con Berlusconi ed avere paura di essere qui". Come se il Pd fosse ancora da considerare un interlocutore affidabile per il mondo del lavoro! Come se prima delle "larghe intese" con Berlusconi, non avesse appoggiato il Governo "tecnico" di Mario Monti, sempre in combutta con il Pdl. Come se ci fossero dubbi su quali siano gli interessi (di classe) che rappresenta il Pd. La sfilata a cui abbiamo assistito era dunque niente più che una manifestazione di rito, a cui hanno preso parte (numeri reali) 25-30 mila persone. Significativo che una delle componenti più importanti fosse costituita dai pensionati dello Spi-Cgil, mentre il clima generale ricordava più una gita del dopo lavoro che un corteo combattivo in grado di rappresentare la rabbia e la sofferenza diffusa. Viviamo in tempi dove questo genere di riti hanno sempre minor presa sociale. E si è visto fin troppo bene. Basti ricordare che il 16 ottobre 2010 la Fiom della lotta contro Marchionne, nella stessa piazza San Giovanni, aveva portato circa 500.000 manifestanti. Meno di tre anni hanno profondamente segnato la storia dell'organizzazione dei metalmeccanici, che si è tramutata nell'ombra del più antico e glorioso sindacato italiano. Piegato e svilito da una linea politica rinunciataria, passiva, perdente. Una linea che ha sostituito il conflitto sociale, unica strada, seppur difficile, per difendere veramente i diritti dei lavoratori, con le battaglie dei ricorsi in tribunale. Addirittura Landini aveva preannunciato che l'iniziativa di ieri non sarebbe stata contro il governo. E contro chi allora? Contro nessuno? E per quale ragione i lavoratori dovrebbero partecipare ad un corteo contro nessuno? Come se nessuno fosse responsabile del massacro sociale, dell'austerità e dell'annientamento dei diritti. E se Landini dal palco ha precisato che "noi siamo qui perché non rinunciamo ad un'idea di fondo, quella di cambiare questo paese", ci sfugge come possa credere di cambiare questo paese temendo di chiamare per nome e per cognome gli avversari dei lavoratori che dovrebbe rappresentare. Senza spendere nemmeno una parola per denunciare l'abominevole matrimonio Cgil-Cisl-Uil con Confindustria, chiamato anche accordo sulla rappresentanza e democrazia, che riserva ai soli sindacati complici la possibilità di agire all'interno dell'ambito di lavoro. In pratica la generalizzazione del modello Marchionne. Insomma l'impressione è che la Fiom di Landini non abbia più le risorse per offrire ai lavoratori una risposta all'altezza degli attacchi che subiscono quotidianamente. 

Anna Lami 

I podcast degli interventi a cura di Radio Articolo1


Il false flag del sindacato classista e progressista

Se la manifestazione della Fiom non fosse falsa ed ingannevole, un false flag su un sindacalismo classista progressista che non esiste più se non nel cuore della gente, Landini nel Direttivo della CGIL darebbe battaglia per un cambio di linea della Confederazione che ha assecondato la più grande sconfitta che la classe operaia abbia subito nel corso dell'intero secolo. Non si può parlare al popolo dei lavoratori e dei progressisti come si è fatto ieri a Piazza San Giovanni e stare zitti o condividere la politica della Camusso. Ricordo a tutti che la legge Fornero fu rimaneggiata dai tecnici della CGIL. Quindi non mi associo ai commenti laudativi delle anime belle e nostalgiche della sinistra che non vedono o fingono di non vedere la trave che la signora Camusso ed il signor Epifani hanno conficcato nel loro occhio. Inoltre non basta chiedere lavoro. Lo chiedono tutti! Bisogna chiedere il ripristino delle garanzie a cominciare dall'art.18. Bisogna avere il coraggio di andare controcorrente e di spiegare e far capire che il liberismo è il male assoluto e quello che si chiama vetero sindacalismo è il bene assoluto non solo per i lavoratori ma per l'intera società. 

Pietro Ancona 

Modello argentino a Castelforte

Dalla multinazionale alla cooperativa. Alla EX Evotape gli operai si riprendono la fabbrica e vedono la luce in fondo al crac: «ora siamo padroni di noi stessi. il nostro è un esempio»

Per comprendere con quanta passione un lavoratore svolge la propria attività bisogna stare attenti a cogliere dettagli apparentemente minori, ma rivelatori. Ad esempio, se una piccola aiuola di un piazzale asfaltato si trasforma come per miracolo in un orto operaio, ciò vuol dire che chi l'ha tirato su e lo cura quasi fosse un figlio neonato non considera la fabbrica un luogo di alienazione e sfruttamento. Tra i 100 mila metri quadri di asfalto e capannoni della Mancoop, nelle campagne del bassissimo Lazio tra Castelforte e Santi Cosma e Damiano, in questi giorni stanno germogliando peperoni, basilico e rosmarino. E' in questo metro scarso di verde attrezzato che è stato seminato il germe della speranza, e quelle piantine appena spuntate dal terreno rappresentano, per i 53 soci-lavoratori di una neonata cooperativa che produce nastri per imballaggi, il simbolo della riappropriazione del loro lavoro e della rinascita dopo un decennio trascorso in balìa di multinazionali arroganti, speculatori della finanza e avventurieri del capitale. Bisogna arrivare fin quaggiù, in questo lembo estremo del Lazio ad appena duecento metri dal confine con il casertano, per incontrare l'Argentina italiana. Ci si imbatte come in un'oasi dopo aver attraversato il deserto industriale della Pontina e aver incrociato i Tom Joad della Depressione italiana lungo la Route 66 di casa nostra, vinti dalla globalizzazione come i protagonisti di Furore lo furono del crac americano del '29: lavoratori che presidiano stabilimenti ridotti a gusci vuoti, sikh del Punjab sulla strada come in un romanzo di Cormac McCarthy, prostitute dell'est o nigeriane a passeggio da un angolo a un altro di una piazzola. Gli operai della Mancoop hanno realizzato un miracolo di cui nessuno si è accorto, né i media intorpiditi da una recessione culturale non meno grave di quella economica e tantomeno i politici, impegnati in una metafisica del potere troppo distante dalla realtà per poterla illuminare a dovere. Nel gennaio del 2011 la fabbrica - che allora si chiamava Evotape - era morta, i 40 mila metri quadri di capannoni sigillati come un sarcofago, le macchine invidiate dai fabbricanti di adesivi di tutto il mondo messe a riposo in attesa di essere smontate e rivendute. Due anni dopo, il primo marzo del 2013, anno quinto della Grande Crisi che sta retrocedendo l'Italia nel purgatorio d'Europa, quelle stesse macchine riprendevano lentamente a sgranchire rulli e nastri trasportatori, come un gigante che si risveglia da un lungo coma. E i primi assunti della nuova impresa prendevano a coltivare, in quel metro quadro di terreno sottratto al cemento, l'orto della rinascita. La Mancoop è oggi una fabbrica autogestita e in via di recupero, come nell'Argentina del «fracaso» del 2001. Erasmo Olivella è il presidente della cooperativa che ha preso il posto della vecchia società fallita e sta riavviando la produzione. Assiso a un tavolo della ex sala mensa, ora adibita a sala assemblee, sotto uno striscione che recita «i soci lavoratori della Mancoop non chiedono assistenza ma sostegno per creare lavoro», quest'uomo dal carattere sanguigno e dalla marcata inflessione dialettale si vanta del miracolo: «In un momento di crisi come questo siamo riusciti a creare posti di lavoro». E si infervora quando denuncia: «Non siamo stati aiutati da nessuno». Dal padre padrone al manager La storia merita di essere raccontata tutta e dall'inizio. Per la sua particolarità e perché emblematica di come sia possibile aprire delle brecce nell'apparente monolitismo di quel capitalismo finanziario che ha inglobato e distrutto, in pochi anni, la produzione e il lavoro. Dimostra, inoltre, che è possibile mettere in discussione la relazione tra padroni e operai, e che questi ultimi non hanno necessariamente bisogno dei primi - delle loro capacità manageriali e dei loro capitali - per lavorare e produrre. Insomma, la Mancoop è un prototipo, un possibile modello di uscita dalla crisi, un antidoto alla Grande Depressione. Olivella volge le spalle a un cartello che ricorda la data di nascita dello stabilimento: il 1957. La Manuli prendeva il nome dal cognome del fondatore: Dardanio Manuli, un siciliano di Linina (Messina) che, a partire dal primo stabilimento a Milano negli anni '30, aveva creato un gruppo industriale presente in quindici Paesi, con oltre tremila dipendenti e un fatturato di mille miliardi di lire dell'epoca. Fu solo nel dopoguerra, quando arrivarono i finanziamenti della Cassa per il Mezzogiorno, che decise di spostare la produzione di nastri adesivi isolanti al sud e mise in piedi la fabbrica di Santi Cosma e Damiano. Rievocare le origini e i bei tempi della Manuli, quando qui dentro lavoravano 450 persone e tutto andava per il meglio, non serve ai lavoratori di oggi per indulgere nella nostalgia. L'anzianità di servizio dello stabilimento, spiegano, è alla base della resurrezione. Spiega Franco Patriarca, che mi fa da cicerone tra i padiglioni ancora sequestrati e gli altri noleggiati dal curatore fallimentare alla Mancoop: «nuovi arrivati assorbivano il sapere dei più anziani, è per questo che abbiamo conservato un know how che ci consente di riprendere la produzione anche senza un padrone. Qui abbiamo una professionalità che è difficile ricreare ex novo altrove». Patriarca non lo dice, ma il riferimento è alla Serbia, nuova frontiera del capitalismo globalizzato e di un liberismo di comodo a caccia di incentivi di Stato e bassi costi di produzione. E' lì che sono finite una parte delle macchine spalmatrici che i lavoratori della Mancoop non sono riusciti a salvare. Ad ascoltare Patriarca, vengono in mente le pagine in cui Ermanno Rea fa descrivere a Vincenzo Buonocore, con dovizia di particolari, la dismissione dell'Italsider di Bagnoli. I lavoratori all'epoca non potevano immaginare che alla morte del fondatore, nel 1998 alla non tenera età di 92 anni, sarebbero cominciati i guai. Non trascorse molto tempo, infatti, prima che la Manuli decidesse di cedere l'azienda a una multinazionale americana, la Tyco. Non è necessario essere degli esperti di nastri adesivi perché questo nome risuoni familiare: il crac della big company - una conglomerata da 36 miliardi di fatturato - seguì immediatamente quello della Enron, ed entrambi i fallimenti divennero l'emblema delle follie del capitalismo rampante americano degli anni '90. Il caso che fece diventare il suo numero uno un paradigma delle follie dei manager della Manhattan da bere post-reaganiana merita di essere raccontato. Dennis Kozlowsky, all'apice del suo successo, decise di regalare alla consorte una festa di compleanno in una villa in Sardegna. Ben prima del capogruppo laziale del Pdl Carlo De Romanis, che per festeggiare la sua elezione indisse a spese della collettività un toga-party in stile antica Roma, Kozlowsky curiosamente organizzò un'analoga festa, con tanto di ragazze vestite da Poppea, agenti della security in divisa da centurioni e finanche un gladiatore a torso nudo. A inchiodare i partecipanti al loro cattivo gusto ci pensò dapprima un video amatoriale che fece il giro delle tv americane. Ma la vicenda virò dallo scandalistico al penale quando si venne a sapere che il party era stato pagato con denaro dell'azienda: in totale un paio di milioni, 250 mila euro solo per l'esibizione del cantante Jimmy Buffet. Kozlowsky provò a difendersi sostenendo che, pur essendo gli invitati abbigliati come a una festa di carnevale, fra di loro i toni delle conversazioni erano quelli seriosi di una riunione di un consiglio d'amministrazione: «Quando si era seduti o ci si incontrava parlavamo di quello che stava succedendo in azienda». Non gli credette nessuno, naturalmente, tantomeno il giudice, che lo condannò a 8 anni di carcere per aver utilizzato, insieme all'ex direttore finanziario Mark Swartz, ben più dei due milioni della festa in maschera: in tutto dalle casse della Tyco erano stati fatti sparire, per fini personali, 600 milioni di dollari. A pagare le spese della pagliacciata sarda e delle altre spese allegre dei manager della Tyco furono anche gli operai di Santi Cosma e Damiano. La parabola della fabbrica laziale è divenuta così una metafora perfetta del declino industriale italiano e dell'evoluzione del capitalismo negli ultimi cinquant'anni: dal padre padrone all'italiana ai rampanti americani, fino alle banche e alle grandi finanziarie che aleggiano come avvoltoi sulle macerie del capitalismo, interessate solo a speculare e rivendere, mai a produrre. La ormai ex Manuli ed ex Tyco finisce infatti nelle mani di un fondo lussemburghese, Blu-O, «specializzato in ristrutturazioni di aziende di medie dimensioni», come si può leggere sul suo sito. Per gli operai comincia la via crucis degli stati di crisi e delle casse integrazioni - i costi, naturalmente, sono sempre scaricati sull'odiato Stato - finché l'azienda viene ceduta, per 19 milioni di euro, a una multinazionale messicana, anch'essa produttrice di nastri per imballaggi: la Alma Monta. Il suo boss Pablo Keller si presenta con un ambizioso piano di investimenti, che sostiene essere finanziato nientemeno che dalla Banca Mondiale, e in una conferenza stampa annuncia: «La Evotape - questo l'ultimo nome della Manuli, ndr - rappresenta il nostro primo investimento in Europa, che continuerà nella sua ricerca di opportunità di investimento». E' il 21 giugno 2010, sei mesi dopo la fabbrica chiuderà per mancanza di liquidità. Per i 137 lavoratori si spalanca l'abisso della mobilità, che in un paesino del sud Italia ai tempi della Grande Crisi non è altro che l'anticamera della disoccupazione. Cioè della perdita d'identità e di ruolo sociale. Stalingrado non si espugna Se un grande choc può provocare, per reazione, effetti opposti a quelli preventivati, quel che è accaduto a Santi Cosma e Damiano ne è la dimostrazione. E' in quei giorni di disperazione e sconforto, con decine di famiglie sul lastrico e un indotto azzerato, che in molti di loro scatta la voglia di reagire. «Ci siamo detti: questa fabbrica chiude non perché non produce più nulla ma perché vittima di speculazioni finanziarie, noi non sappiamo fare altro, se stiamo insieme possiamo provare a ripartire», spiega uno di loro. «Piuttosto che stare ad aspettare un Godot che non sarebbe arrivato mai, vale a dire un intervento dello Stato o un altro compratore, abbiamo deciso di rimetterci in gioco», dice Olivella. Agli operai della Evotape non difetta, oltre all'indubbia capacità lavorativa, una solida cultura politica e sindacale: «Eravamo in stragrande maggioranza iscritti alla Cgil, ai tempi del Pci eravamo considerati una sorta di Stalingrado operaia, eravamo noi ad aprire sempre le feste del primo maggio», raccontano i più anziani. Di sicuro un background del genere ha fornito loro la capacità di organizzare una resistenza che ha pochi pari nel nostro Paese. Attutita dal silenzio della campagna circostante e dalla lontananza mediatica, ma non per questo meno incisiva. Per due anni una parte dei lavoratori, quelli che hanno creduto possibile una rinascita, hanno presidiato giorno e notte lo stabilimento per evitare che ladri interessati o occasionali portassero via o danneggiassero i costosi e indispensabili macchinari. Per un periodo l'hanno anche occupata. Minacciati di sgombero, hanno puntato gli idranti contro la polizia: «Se ci provate, finisce come al G8 di Genova». Ancora oggi ammettono: «Avremmo resistito, non volevamo abbandonare un luogo simbolo del nostro territorio». L'antidepressivo «Non abbiamo voluto vivere la depressione». Per la prima volta dall'inizio di questo viaggio sento pronunciare questa parola. Accade in queste campagne del basso Lazio, dove basta guadare un torrente per ritrovarsi in tutt'altra terra: il casertano dei Casalesi, della «little Africa» dei raccoglitori di pomodori e dei villaggi abusivi affacciati sul mare. Ad ascoltarla, ci si sente come un cercatore del Sacro Graal che si imbatta in una prova decisiva della sua esistenza: la Grande Depressione non è un'invenzione, è qui, ora, non è solo una suggestione giornalistica o la boutade di un Paul Krugman qualsiasi. Si respira nell'aria e finalmente c'è chi trova le parole per nominarla. Ma si può combattere e superare. E' questo l'insegnamento dei lavoratori della Mancoop, ex Evotape, ex fondo lussemburghese, ex Manuli. La guerra tra poveri è però sempre in agguato. Non tutti gli ex operai hanno aderito alla nuova cooperativa: più della metà dei lavoratori della ex Evotape hanno deciso di accontentarsi del sussidio statale e di non impegnarsi in questa avventura. Ci sono state polemiche, incomprensioni e liti, in particolare con la Cisl. «Purtroppo da queste parti c'è diffidenza nei confronti delle cooperative, molti avevano paura e non hanno voluto rischiare», spiega Olivella. Il presidente della Mancoop ci tiene a precisare che il percorso che ha portato alla costituzione della cooperativa è stato «inclusivo, le assemblee sono state aperte a tutti». La quota sociale era poco più che simbolica: cento euro. «Ma oggi, ancora prima di ricominciare a produrre, siamo già in attivo di 11 mila» grazie alle prime commesse, raccontano con orgoglio. Si trattava solo di resistere a oltranza e di lavorare senza guadagnare. In 53 lo hanno fatto per due anni: andando a presidiare la fabbrica pur senza prendere lo stipendio, per non consegnarsi alla depressione del non lavoro e trasformarsi anche loro in Tom Joad del XXI secolo, costretti a emigrare chissà dove. La democrazia partecipativa La Mancoop adotta un metodo che Dario D'Arcangelis, sindacalista della Cgil che mi fa da guida nel deserto industriale del basso Lazio e che, come un beduino del Sahara, conosce le oasi in cui far tappa, definisce di «democrazia partecipativa»: tutto si decide in assemblea. In questa fase, l'autogestione è quasi totale: tutti fanno un po' di tutto. I lavoratori sono riusciti a ottenere in fitto, a un costo di 180 mila euro l'anno, 20 mila metri quadri dello stabilimento. Finalmente proprietari di loro stessi dopo aver sperimentato padroni di diversa risma, avventurieri centroamericani e finanzieri senza volto, mostrano le macchine sottratte alla dismissione, ne descrivono con orgoglio e dovizia di particolari prestazioni e capacità, quasi fossero degli esseri viventi, un'estensione della propria capacità fisica e intellettuale. La Mancoop ha appena fatto le prime assunzioni, ed entro i primi mesi ne prevedono 35. Si sono dati un tempo di tre anni per farla decollare, stimano un fatturato di 2-3 milioni all'anno. Dalle istituzioni vorrebbero non tanto solidarietà e neppure assistenzialismo, come ribadiscono a più riprese, ma una politica di sostegno e incentivo a imprese del genere, per rimettere in moto le troppe energie lavorative represse dalla recessione. Soprattutto, sperano che la loro esperienza sia replicata, come nell'Argentina del 2001: «Siamo un modello, la dimostrazione che si può uscire dalla crisi mettendo in gioco se stessi». Un fiore sbocciato a sorpresa nel deserto italiano, con l'ambizione di farne fiorire altri mille. 

Angelo Mastrandrea 

[Articolo su Il manifesto 2013.05.18]

E in Argentina aumentano le imprese recuperate

A differenza delle diverse esperienze di economia alternativa nate in Argentina durante il periodo della crisi dei primi anni duemila (treque, mercati solidali, mense popolari etc.), spazzate via dalla crescita degli ultimi anni, le imprese recuperate hanno resistito. La conferma di questa presenza nel tessuto economico del paese, arriva dal nuovo rapporto «Terza guida ai prodotti e servizi delle imprese recuperate e autogestite argentine», pubblicato dal ministero del lavoro argentino. I dati dimostrano non solo una permanenza di queste esperienze nella società argentina, ma anche una forte crescita. Nella prima edizione della guida nel 2005 erano state censite 87 imprese recuperate, già nel 2007 si era arrivati a 137 e in questa ultima edizione (2012) ne sono state documentate 323. In realtà, non tutte le imprese sarebbero state inserite. Spiega Franca Ventura, coordinatrice del progetto di mappatura: «Dalla fine dell'ultimo rilevamento relativo alla pubblicazione ad oggi siamo arrivati a individuarne oltre 700 imprese recuperate a livello nazionale». «Il fenomeno delle imprese recuperate ha inizio nel 2001 e nel 2002 con la crisi economica - commenta Eduardo Montes, vicepresidente dell'Unión Productiva de Empresas Autogestionadas - ma oggi che non c'è più la crisi si continuano a recuperare imprese soprattutto per la cattiva gestione degli imprenditori». Del resto sono numerosi gli imprenditori che hanno investito in fallimentari speculazioni finanziarie internazionali, a cause delle quali sono stati costretti a chiudere molte attività. Le imprese segnalate nella guida sono state suddivise in 31 categorie produttive. I settori nei quali operano il maggior numero di imprese sono il settore metallurgico, quello alimentare, il tessile e l'edilizia. Tra i prodotti maggiormente realizzati ci sono componenti industriali e manufatti pronti per la vendita. Il 60% di queste imprese opera nella provincia di Buenos Aires, soprattutto nell'area metropolitana, altre nella zona di Córdoba y Santa Fe. Queste realtà stanno permettendo a più di 25 mila persone di lavorare, come ha ricordato la Confederación Nacional de Cooperativas de Trabajo (Cnct): una novità importante, rispetto alle prime esperienze, è il coinvolgimento di imprese che hanno anche 500 lavoratori. Molte delle imprese hanno assunto la forma della cooperativa. Nella ricerca si è evidenziato che, nonostante ci siano state delle difficoltà iniziali, queste imprese hanno cominciato a mettersi in rete o a stabilire accordi con altre imprese pubbliche e private, per cercare di assicurarsi una stabilità e una sostenibilità economica. Secondo Federico Tonarelli, presidente della Federazione argentina delle cooperative di lavoratori autorganizzati (Facta), questi dieci anni di lavoro dimostrano che le imprese recuperate «sono un modello di gestione imprenditoriale in mano ai lavoratori assolutamente possibile, realizzabile, e sostenibile nel tempo». Un elemento ancora assente nelle guida e, più in generale, nel dibattito sulle esperienze di autogestione del lavoro è il tema della sostenibilità ambientale. Se si analizzano i processi produttivi e le filiere di prodotto utilizzate da diverse di queste imprese, si ritrovano spesso modalità di inquinamento tradizionali e in diversi casi modelli produttivi dannosi sia per le comunità che per i lavoratori. Una delle sfide per il futuro sarà dunque cercare di dare risposte su questo tema: l'economia pubblica deve essere capace di favorire con adeguate risorse una «conversione ecologica» della produzione, oggi impensabile se fosse soltanto a carico di queste realtà. Una conversione ecologica richiede una sensibilità particolare: per questo è importante avviare processi di informazione, inventare e sperimentare soluzioni tecnologiche che trasformino realmente la situazione esistente in ogni territorio, adottare incentivi e sostegno per la protezione ecologica. Di certo, resta poco tempo per avviare questi processi: sarà dunque fondamentale una collaborazione internazionale sempre più intensa tra lavoratori, movimenti e imprese recuperate. 

Riccardo Troisi 

[Articolo su Il manifesto 2013.05.18] 


E’ possibile scaricare la guida completa QUI.

Dossier: fabbriche recuperate Alcune persone e i redattori di Comune-info hanno avviato un gruppo di studio sulle imprese recuperate, raccoglierndo articoli, documenti, bibliografie, video. Di sicuro, le esperienze di autogestione, in Argentina come in Italia, dimostrano che mentre i padroni dipendono dai lavoratori, non è sempre vero il contrario
Cinque ragioni per occuparsi di imprese recuperate La prima buona ragione è che si tratta di una straordinaria, e forse sottovalutata, forma di ribellione al capitalismo. Se è vero che non basta, anzi non serve, valutare una forma di lotta sociale in base ai «risultati» in termini di numeri, allora è vero che il movimento delle fábricas recuperadas in Argentina è importante perché va bene oltre la constatazione che ancora oggi alcune centinaia di imprese di quel tipo sono attive (a differenza di altre forme di protesta e solidarietà diffuse nel 2001, come il trueque, i blocchi dei piqueteros, le assemblee di quartiere). Quel movimento è importante soprattutto perché ha dimostrato che qualcosa di apparentemente impossibile, ribaltare alcuni capisaldi dell’ideologia capitalista, a volte diventa realtà.



[Castelfiorentino - Firenze] Intervista ai lavoratori Shelbox


sabato 18 maggio 2013

Cremaschi : Il corteo della FIOM è fuori dalla concertazione e dal teatrino della politica italiana!

"La manifestazione della FIOM, pur nelle difficoltà e durezze attuali, ha mandato un chiaro messaggio di radicalità e lotta. Totale è il rifiuto del governo, della sua politica e di chi lo sostiene, fortissima la domanda di una profonda alternativa. Altrettanto chiaro è stato il sentimento profondo espresso dai metalmeccanici Fiom contro l'accordo sulla rappresentanza e la politica di patto sociale che si stanno definendo tra CGIL,CISL UIL e Confindustria, tra direttivi della CGIL improvvisamente convocati e repentinamente annullati. Il messaggio della manifestazione è inequivocabile: basta con la politica di austerità e basta con la concertazione. Ogni altra interpretazione, ogni tentativo di portare il corteo dentro il teatrino della politica fa solo torto alle lavoratrici e ai lavoratori che si sono impegnati a farsi sentire. Sento il bisogno di ringraziare di cuore le tante compagne e compagni, lavoratrici e lavoratori che in tutto il corteo mi hanno manifestato affetto e sostegno umano e politico...questo per me è un incentivo ad andare avanti con ancora maggiore fermezza e convinzione" 

Manifestazione Fiom, Orfini contestato: "Ci state prendendo per il culo"


Fiom: simulazione di consenso e fallimento programmato

La manifestazione della Fiom di oggi, con la partecipazione di due persone che io amo Fiorella Mannoia e Stefano Rodotà che hanno infuso la piazza con il sentimento e la scienza della Costituzione, non è espressiva della vera condizione sociale e psicologica in cui si trovano oggi i lavoratori italiani e coloro che vorrebbero diventarlo. Nella piattaforma rivendicativa della FIOM questa condizione è ignorata. Si chiedono soltanto alcune cose compatibili con la feroce linea liberista del governo e del padronato italiano. Il cuore gonfio di protesta e la speranza dei convenuti a Roma non troveranno alcun riscontro. E' come se non ci fossero. La Fiom è una potenza organizzativa da oltre cento anni a parte la interruzione del fascismo. E' in grado di fare partire centinaia di pulmann dalle maggiori città italiane e farle convergere a Roma. Mettersi su un pulmann ed arrivare a Roma per manifestare non vuole necessariamente significare consenso con le politiche della Fiom e meno che mai della CGIL. La Fiom è quanto passa il convento oggi a cinque anni dall'inizio della grande crisi caratterizzata dalla latitanza e dalla complicità con il governo di Cgil CISL UIL. La saggezza operaia prescrive di non revocare la fiducia fino a quando non si è messi proprio con le spalle al muro e comunque di usare tutte le opportunità che vengono offerte. I lavoratori d'altro canto non hanno scelta: o bere o affogare! O Landini o Landini.. I sindacati di base stentano a crescere sono emarginati e tenuti fuori dal gioco. Nelle fabbriche i sindacalisti dei cobas spesso sono nei reparti confino. Vedi Melfi....Inoltre l'involuzione corporativistica della contrattazione li ha tagliati fuori.. Ma la manifestazione di oggi, dopo che i giornali e le tv ne avranno parlato, non produrrà alcun risultato perchè non esiste un forte partito socialdemocratico o comunista capace di interpretarne la volontà in Parlamento e di tradurre in leggi le rivendicazioni dei lavoratori. Il PD non si è fatto vedere al comizio. Epifani che fino a ieri era segretario della CGIL ed ora è segretario del PD non si è visto. Questo significa non una terzietà del PD rispetto la manifestazione ma una contrapposizione, uno stare dall'altra parte della barricata. Non è forse Colannino che illustra la politica del PD nei più importanti salotti televisivi? Il PD avrà anche un buon motivo per non farsi vedere. Il Governo si accinge a peggiorare la già bruttissima legge sulle pensioni. Peggiorerà anche la legge Fornero sulla flessibilità dei precari perchè le aziende si sono lamentate che introduce una qualche "rigidità". Insomma l'operaio deve essere completamente spogliato di tutti i suoi diritti. Non ci ridurremo alla condizione dei tessili di Dakka che crepano per 1 euro al giorno ma siamo tagliatio fuori per sempre dalla condizione che avevamo conquistato. Solo un cambio radicale di regime garantirà la restituzione dei diritti dei lavoratori e la loro sicurezza. Ma questo cambio radicale di regime non si vede allo orizzonte. Insomma dopo Piazza San Giovanni non ci sarà un raggio di sole, una schiarita. Il clima si appesantirà perchè il governo risponderà con una torsione ulteriore dei diritti dei lavoratori. E nessuno alzerà un dito per fermarlo. Neppure Landini. Se tenterà di farlo la Camusso si poserà sulle sue spalle come la famosa scimmia della Mille e una Notte. 

Pietro Ancona

Intervista a Landini: «Uniamo le forze per il lavoro»


Landini, stamattina tornate a San Giovanni come il 16 ottobre 2010 e il 9 marzo 2012. Cosa è cambiato?«Rispetto alle altre manifestazioni questa fa i conti con un peggioramento secco della crisi. Il sistema industriale è a rischio, la disoccupazione è aumentata, le modifiche legislative hanno impoverito e reso più precario il lavoro. Per questo la nostra parola d’ordine è riunificare: di fronte alla frantumazione sociale dobbiamo puntare sull’unione dei lavoratori, tutelati e precari, e delle generazioni, giovani e meno giovani, per poter contare di più e cambiare il sistema rimettendo al centro il lavoro. In questo senso la Fiom e la Cgil devono tornare ad offrire un terreno di riunificazione e mettere in condizioni le persone di decidere sul loro destino». E invece non si vede la fine del tunnel della crisi...«Secondo noi è a rischio la tenuta sociale del Paese. Per questo la prima cosa da fare è evitare che chiudano le fabbriche, favorire i contratti di solidarietà difensiva ed espansiva. Poi va subito lanciato un piano straordinario di investimenti pubblici e privati con una nuova politica industriale, una manutenzione straordinaria del territorio e un piano per una nuova mobilità. La seconda è un cambiamento netto delle politiche economiche degli ultimi governi».Ma il governo Letta è in grado di garantire il «cambiamento reale» che chiede?«Le soluzioni politiche trovate per creare questo governo non sono quelle che le persone chiedevano con il voto. Dopo di che se questo governo non è in grado di produrre una discontinuità con le politiche di Berlusconi e Monti, il suo esito sociale e politico rischia di essere già scritto». Intanto però il governo ha finanziato con un miliardo la cassa in deroga. Troppo poco?«Credo di sì e lo vedremo nei prossimi mesi. Bisogna però andare oltre l’emergenza, cominciare a disegnare tutele universali che siano estese a tutti, a partire dai precari. Noi proponiamo di estendere a tutti i lavoratori la cassa integrazione con il contributo, come avviene per la ordinaria, di imprese e lavoratori. Poi c’è il tema del reddito di cittadinanza che deve permettere ai figli degli operai di poter studiare e ai precari di avere una vita dignitosa». Il ministro Giovannini punta a rivedere la cassa in deroga. Può essere un’occasione utile per affrontare il tema?«La cassa in deroga non è un diritto, è uno strumento straordinario per affrontare la crisi. Noi proponiamo di armonizzare Aspi e assegno di disoccupazione, ma a differenza della cassa integrazione, queste tutele devono essere a carico della fiscalità generale». Solo alcuni esponenti del Pd saranno in piazza. Come valuta la loro presenza?«Il Pd dovrebbe avere meno imbarazzi sapendo che alla nostra manifestazione ci sarà la parte migliore del Paese per difendere legalità e Costituzione e non a difendere interessi personali».Nei giorni scorsi avete denunciato i costi proibitivi dei treni e il rischio che ormai possano manifestare solo i ricchi...«Sì e lo ribadiamo, si tratta di un problema di democrazia: manifestare è un diritto e non può diventare proibitivo per gli operai. Detto questo la manifestazione è totalmente autofinanziata e nonostante tutto questo i segnali che abbiamo sono positivi e sono moderatamente ottimista sul fatto che piazza San Giovanni sarà piena anche oggi». Passiamo al fronte sindacale. Mercoledì sarà al congresso della Fim Cisl e si confronterà con gli altri segretari di categoria per la prima volta da quando è stato eletto. Un segnale importante? «Sono stato invitato e interverrò. In questa settimana poi è stato firmato unitariamente il contratto delle coop e siamo vicini a farlo per la Confapi con miglioramenti importanti rispetto al contratto nazionale separato, come il pagamento dei primi 3 giorni di malattia. Credo che possano essere un esempio far ripartire un’azione comune che deve fondarsi sulle regole democratiche».Intanto da Federmeccanica arrivano aperture. Il presidente uscente Ceccardi punta a superare il sistema del terzo di seggi Rsu ai sindacati firmatari gli accordi. Ma invece pare che Confindustria blocchi l’accordo con Cgil, Cisl e Uil perché non vuole far votare i lavoratori... «È dal marzo 2012 che la Fiom ha proposto a Federmeccanica, Fim e Uilm di superare gli accordi separati. Le imprese ci dissero che dovevano attendere sviluppi interni. Se c’è una nuova possibilità, siamo contenti. Per quanto riguarda l’accordo sulla rappresentanza per noi è necessario che il testo fissato da Cgil. Cisl e Uil sia parte integrante dell’accordo. La certificazione della rappresentanza in base ai voti e agli iscritti che permetta a tutti i sindacati sopra il 5 per cento di partecipare alle trattative sul contratto e l’approvazione dell’accordo attraverso un voto certificato della maggioranza dei lavoratori interessati al contratto nazionale. Non sono accettabili né sanzioni né limitazioni del diritto di sciopero né che Confindustria rifiuti di vincolare l’accordo al voto dei lavoratori». 

Massimo Franchi

Zitto il nemico ti ascolta!


Se Silvio Berlusconi esprime sfacciatamente  il peggio del passato e del presente del nostro paese, il Presidente Giorgio Napolitano rappresenta con il massimo della onestà e del rigore una Italia senza futuro. Apprendiamo da Il Messaggero che il Presidente chiama tutti alla calma e ai toni bassi, il leader della destra così come quegli splendidi bresciani che in massa l'hanno contestato. E questa politica a bassa voce viene invocata anche per gli impegni assunti da governi e Parlamento con l'Unione Europea. State zitti, l'Europa ci ascolta. Non ci sono illusioni da coltivare, secondo Giorgio Napolitano, sul fatto che si possa in breve abbandonare la politica di austerità e rigore. I patti europei, il fiscal compact, la Troika non lo permettono. Quindi non ci saranno risorse per la mitica ripresa, per i disoccupati, i precari e i cassaintegrati, i pensionati. Non ci saranno risorse se non per qualche aggiustamento e qualche dilazione di catastrofi sociali. I conti non lo permettono.Da questo punto di vista meglio la brutalità del Presidente, che il ridicolo balletto di chiacchiere dei partiti di governo. Che promettono sapendo di non poter mantenere e che ogni tanto parlano di rinegoziare in Europa, sapendo che questo non è assolutamente alla loro portata.Quindi l'austerità ed il massacro sociale continueranno, perché essi vengono considerati il mezzo per far ripartire l'economia. Non c'è più la  politica dei due tempi, prima il rigore e i sacrifici poi la crescita, con cui ci imbrogliavano una volta.  Ora ci chiariscono che è dalla purificazione, dalla igiene sociale del rigore che nasce la nuova economia competitiva.È il messaggio che viene dalla Grecia. Qui per la prima volta dalla crisi una agenzia di rating ha emesso un verdetto positivo. In Grecia si può investire perché con il 70 % di giovani disoccupati, con i salari dei pochi occupati ridotti del 30%, con tutto quel che ancora vale messo all'asta, si può comprare a prezzi stracciati.Il disastro sociale e civile della Grecia sta diventando una opportunità economica per la finanza internazionale, come la ricostruzione di un paese distrutto dalla guerra. Questa è la ripresa. Quindi se vogliamo accelerarla da noi dobbiamo smetterla di frenare il rigore. Prima ci autodistruggiamo, prima arriva il momento di ripartire.Peccato però che le previsioni più ottimistiche ci informino che il prodotto lordo del paese tornerà ai livelli pre crisi nel 2020, mentre la disoccupazione di massa neppure allora sarà riassorbita. Il presente attuale è solo l'avvio di un futuro eguale o peggiore.Giorgio Napolitano rappresenta con il massimo dell'onestà e del rigore una sinistra che ha rinunciato ad essere se stessa. Che ha accettato i dogmi della economia liberale e che ora  condivide le follie dei trattati e delle istituzioni europee che impongono l'austerità. Una  sinistra che in tutto il continente contribuisce alla distruzione dello stato sociale e dei diritti del lavoro. E che soprattutto si è assunta il compito di spiegare che a tutto questo non c è alternativa. Che questa sinistra sia in crisi in tutto il continente è solo un atto di giustizia.Il futuro si costruisce abbandonandola e mettendo in discussione subito la politica di austerità con tutti i suoi vincoli e trattati europei. Urliamolo se necessario, così finalmente i popoli europei udiranno da noi cose giuste e utili anche per loro.

Ps. Ho visto che Maurizio Landini sostiene che la manifestazione del 18 maggio non è contro il governo. E contro chi è allora? Ma dai Maurizio, le cose sulla occupazione che giustamente chiede la FIOM questo governo non  vuole e non può farle e non le farà. Sarà il primo avversario di esse. Semmai si può dire che solo contro il governo non basta, che bisogna chiamare in causa Giorgio Napolitano e i vincoli europei che ci massacrano. Io nel mio piccolo il 18 scendo in piazza contro tutto questo.

Giorgio Cremaschi

mercoledì 15 maggio 2013

San Raffaele: firmato accordo, ritirati licenziamenti.Un risultato ottenuto grazie a chi aveva saputo dire di no

Dopo una notte di trattative è stata firmata stamattina all’alba (10.05.13) un’ipotesi di accordo sulla vertenza del San Raffaele. Hanno firmato tutte le sigle sindacali e tutta la Rsu. L’accordo, che sarà ratificato il 16 maggio prossimo, qualora approvato dalle assemblee dei lavoratori, prevede il ritiro dei 244 licenziamenti annunciati, il reintegro dei 64 lavoratori e lavoratrici già raggiunti dalla lettera di licenziamento e la garanzia che non vi saranno nuove procedure di mobilità fino al 31 dicembre 2014. I sacrifici economici per i 3.000 dipendenti saranno pesanti, mediamente il 9% della retribuzione, ma riguarderanno esclusivamente le voci del salario accessorio, mentre il contratto nazionale vigente non viene toccato e non ci sarà dunque il passaggio a quello della sanità privata, come invece voleva la proprietà. In altre parole, non è sicuramente il caso di gridare alla vittoria, visti i significativi tagli agli stipendi e alle conseguenti difficoltà per molte famiglie, ma si tratta senz’altro di un risultato positivo, poiché non soltanto è stato conquistato il ritiro dei licenziamenti, ma anche un accordo migliorativo rispetto a quello firmato dalla maggioranza della Rsu e poi bocciato a fine gennaio dal referendum tra i lavoratori. In questo senso, è fondamentale riconoscere che il merito di questo risultato vada anzitutto a quanti e quante al San Raffaele non hanno accettato di chinare la testa di fronte a un ricatto padronale in stile Marchionne, che non si sono fatti sopraffare dalla rassegnazione, nemmeno dopo la partenza delle prime lettere di licenziamento, e che non hanno mai smesso di credere che lotta collettiva possa pagare. E questo merito va dunque ai lavoratori e alle lavoratrici dell’ospedale e a quei delegati e a quelle delegate sindacali che non li hanno mai lasciato da soli, in primis quelli di Usb e Usi. Non dico e scrivo queste cose perché mi interessi particolarmente sottolineare le divisioni in un momento come questo, quando invece ha prevalso l’unità. Ma ricordare come sono andate le cose è necessario per evitare che nel futuro si ripetano certi errori e perché se ora è stato raggiunto un accordo meno negativo di quello bocciato a gennaio, questo è potuto accadere esclusivamente perché a suo tempo c’è stato qualcuno che aveva detto di NO. E poi, come sempre quando c’è un risultato da rivendicare, tutti quanti saltano sul carro del vincitore e si attribuiscono meriti, sia quelli che ci sono, che soprattutto quelli che non ci sono. E così ora ci tocca ascoltare un Maroni gongolante, che fa finta di non ricordare il piccolo particolare che i guai del San Raffaele sono dovuti interamente alle ruberie di Don Verzé e alle complicità del governo regionale, dove non c’era soltanto Formigoni, ma anche un Assessore alla Sanità della Lega Nord, dal 2005 al 2012! E poi ci sono alcuni toni un po’ troppo trionfalistici e anche un po’ fuori luoghi da parte di Cgil, Cisl e Uil, che sottolineano che questo accordo è meglio di quello di prima, ma poi non sembrano ricordare che l’accordo bocciato a gennaio era potuto esistere soltanto perché l’avevano firmato le rappresentanze Rsu di Cgil, Cisl e Uil… Comunque sia, ora la parola passa ai 3.000 lavoratori e lavoratrici del San Raffaele, che decideranno se questo accordo va bene o no. Per il resto, a Cesare quello che è di Cesare e, soprattutto, non disperdiamo questa lezione, cioè ricordiamoci sempre che non solo è possibile dire di no ai ricatti, ma anche che le battaglie possano essere vinte. Anche oggi.  

Luciano Muhlbauer 

Intervista a Gianfranco Francese segr. gen. CGIL Pisa


martedì 14 maggio 2013

Dichiarazione di Gianni Rinaldini

In riferimento alla riunione del Comitato Direttivo Nazionale Cgil di lunedi 22 aprile 2013 tenutosi a Roma “Sul confronto in atto tra le Organizzazioni Sindacali Cgil, Cisl, Uil e la Confindustria sul sistema di regole democratiche per la validazione dei Contratti Nazionali di Lavoro, si sono registrate significative novità. Nella situazione attuale non esiste alcuna regola democratica, sono le controparti che decidono di legittimare gli accordi con le Organizzazioni Sindacali. Una condizione di totale arbitrarietà che rende possibile gli accordi separati senza alcuna validazione democratica, fino ad arrivare alla esclusione dallo stesso negoziato, della Fiom-Cgil come avvenuto nel Contratto Nazionale separato dei metalmeccanici. Per tale ragione, in assenza di una legge, che rimane l'obiettivo da perseguire, è necessario un sistema di regole democratiche che non riguardi soltanto le Organizzazioni Sindacali ma anche le controparti, per rendere esigibili i contenuti dell'eventuale intesa. Il confronto che ha attraversato in più occasioni i Comitati Direttivi della Cgil, è stato quello relativo al pronunciamento sulla piattaforma e sull'accordo delle lavoratrici e dei lavoratori interessati, ritenendo da parte nostra inaccettabili, posizioni sostenute dallo stesso Segretario generale della Cgil che ritenevano possibile una pura e semplice estensione del meccanismo previsto per i pubblici dipendenti. 
L'ipotesi che ci è stata illustrata al Comitato Direttivo del 22 Aprile '13 prevede che le piattaforme e gli accordi sono validi se conforme a due criteri: maggioranza certificata delle Organizzazioni Sindacali (iscritti e voto R.S.U.) maggioranza del voto certificato delle lavoratrici e dei lavoratori interessati da quell'intesa. Essendo questa una ipotesi che dovrebbe vincolare le stesse controparti non trovo particolarmente sorprendente che sia stato posto il problema della esigibilità da parte dei soggetti firmatari di accordi che vengono validati democraticamente. Altra cosa sono le sanzioni come quelle del regolamento Fiat che riguardano le lavoratrici e i lavoratori che sono inaccettabili. Per questo ho considerato positivamente le novità che ci sono state illustrate, ribadendo che in assenza di testi scritti, su una materia cosi delicata è necessario procedere con il confronto e prevedere una ulteriore sessione del Comitato Direttivo Nazionale per assumere le necessarie decisioni in presenza di testi scritti.”

Accordo sulle modalità di voto della ditta Fabio Perini di Lucca

Le Commissioni Elettorali della ditta Fabio Perini di Lucca nominate dalle organizzazioni sindacali Fim Cisl e Fiom Cgil hanno stipulato un importante accordo in merito alle regole da seguire ed al calcolo dei voti per il prossimo rinnovo RSU. L’accordo prevede che le Organizzazioni Sindacali Fim Fiom Uilm che hanno presentato liste rinunceranno alla quota di 1/3 in osservanza del patto di solidarietà previsto dal regolamento in materia di rinnovo RSU e che il rinnovo si effettuerà applicando la proporzionale dei voti effettivamente assegnati alle liste che hanno presentato candidati. Quanto è stato siglato dalle Commissioni Elettorali unitariamente alla Perini segna sicuramente un passo in avanti, ritenendo che dai luoghi di lavoro debbano giungere contributi utili volti a ritrovare regole condivise fondate nel pieno principio democratico.

 p.la Fiom Cgil Lucca 
Massimo Braccini 

No alle larghe intese sindacali

La sentenza del tribunale di Roma che, nel nome dell'accordo del 28 giugno 2011,dà torto alla FIOM sul contratto nazionale è sicuramente un brutto guaio per i diritti del lavoro. Tuttavia essa conferma una volta di più la necessità di una legge che abbia come scopo la democrazia sindacale, intesa come diritto delle lavoratrici e dei lavoratori e non come garanzia per le organizzazioni. La trattativa in corso sulla rappresentanza sindacale tra CGIL CISL UIL e Confindustria sta andando invece in tutt'altra direzione. Lo scopo condiviso dalle " parti sociali" è infatti quello di far incontrare due esigenze. Quella delle imprese, che vogliono che l'accordo sia "esigibile", cioè che nessuno più contesti una volta che è firmato. Quella dei sindacati confederali, che vogliono essere presenti tutti al tavolo delle trattative, magari sulla base del peso effettivo delle proprie forze. Esigibilità degli accordi e diritto alla rappresentanza ai tavoli sono le ragioni del patto, l'equilibrio probabilmente non è ancora stato trovato, ma alla fine si troverà. Ma cosa c è che non va? Nel passato erano i lavoratori che rivendicavano la esigibilità degli accordi. Se si firmava un contratto la prima cosa che veniva detta nelle assemblee era: ma quanto dovremo ancora lottare per far applicare l'accordo? Oggi sono i padroni che chiedono la garanzia che gli accordi siano applicati con rigore. La ragione è molto semplice. Gli accordi sindacali che ha in mente il mondo delle imprese sono tutti peggiorativi per il mondo del lavoro. Sono accordi che riducono i diritti, aumentano i carichi di lavoro e gli orari, tagliano i salari. Devono essere "esigibili" perché i lavoratori per primi sono interessati a non rispettarli. Gli accordi contrattuali che hanno in mente le imprese, e che in gran parte si fanno oggi, sono l'applicazione nei luoghi di lavoro delle politiche di austerità e rigore. Per questo le imprese esigono un sistema contrattuale centralizzato e autoritario, ove una volta firmato l'accordo tutti coloro che vi sono sottoposti debbano solo obbedire. Per semplificare, il modello Marchionne. Ma perché CGIL CISL UIL accettano di stare dentro questa gabbia, costruita proprio nel momento di maggiore debolezza di un mondo del lavoro ricattato dalla disoccupazione di massa? La risposta per la CGIL e la FIOM è che queste organizzazioni non reggono più gli accordi separati, non ce la fanno a contrastarli. Per CISL e UIL la risposta è che gli accordi separati non bastano per vivere. Così la debolezza sindacale e il bisogno di legge e ordine di una Confindustria incapace di affrontare davvero la crisi economica, producono un accordo che è la negazione della democrazia sindacale. Al tavolo di trattativa siederanno solo i sindacati che accettano preventivamente di obbedire alla esigibilità. Gli altri fuori. Nei luoghi di lavoro potranno presentare liste per le rappresentanze aziendali solo i sindacati che preventivamente si impegnano a non contrastare gli accordi che non condividono. Insomma i lavoratori non potranno scegliere liberamente chi li rappresenta, ma dovranno solo partecipare al sondaggio che misura il peso reciproco dei sindacati "esigibili". Sarà il tavolo a decidere chi rappresenta i lavoratori, e non questi ultimi scegliere chi li rappresenta al tavolo. La politica di austerità diventa costituente anche per il sistema sindacale, essa diventa l'esigibilità della massima produttività del lavoro. E chi si oppone è fuori. Non è accettabile che la politica delle larghe intese sindacali cancelli il diritto al dissenso e al conflitto. Per questo bisogna dire no all'accordo sulla rappresentanza e rivendicare una legge che realizzi il diritto costituzionale dei lavoratori alla democrazia sindacale. 

lunedì 13 maggio 2013

BURATTINI - RETE 28 APRILE Cgil: Democrazia Conflitto e Rappresentanza


fonte:http://www.youtube.com/user/LiberaTVredazione?feature=watch

RUSSO - FORUM DIRITTI LAVORO: Democrazia Conflitto e Democrazia


fonte:http://www.youtube.com/user/LiberaTVredazione?feature=watch

Lavoro e democrazia un binomio inscindibile

La Segreteria nazionale della Fiom-Cgil considera importante l’intesa raggiunta tra Cgil, Cisl e Uil in materia di rappresentanza e democrazia sindacale lo scorso 30 aprile 2013, anche al fine di giungere a un’intesa con Confindustria che superi la pratica degli accordi separati. Questo giudizio scaturisce dal fatto che i contenuti dell’accordo sono coerenti con le rivendicazioni avanza - te dalla Fiom-Cgil a Fim, Uilm e Federmeccanica, approvate dall’Assemblea nazionale delle delegate e dei delegati a Cervia e sottoposte al referendum tra i metalmeccanici in quanto parte integrante dei contenuti delle piattaforme per la riconquista di un vero Ccnl. Del resto, il diritto democratico delle lavoratrici e dei lavoratori di validare gli accordi nazionali che li riguar - dano, tramite un voto libero e certificato, sancito dall’accordo, è stato ed è uno degli obiettivi centrali delle lotte e delle mobilitazioni della nostra organizzazione. La Segreteria nazionale della Fiom-Cgil considera, in ogni caso, necessario giungere a una legge su rappre- sentanza e la democrazia sindacale. Allo stesso tempo, la Segreteria ha avanzato a Fim e Uilm la richiesta di un incontro per dare piena attuazio - ne a tale intesa nella nostra categoria. La Segreteria della Fiom-Cgil considera necessario che siano garantiti tali agibilità, libertà e diritti sindacali anche nel Gruppo Fiat, che nei fatti oggi si pone al di fuori dei principi della nostra Carta costituzionale. La Segreteria della Fiom-Cgil considera che nella trattativa con Confindustria non siano accettabili richieste delle imprese, tese a introdurre sistemi antisindacali e a limitare il diritto di sciopero perché in questo modo si svaluterebbe l’intesa. Le lotte delle lavoratrici e dei lavoratori metalmeccanici hanno realizzato un primo importante risultato di principio che deve ora tradursi in un vero e proprio diritto democratico e di cittadinanza da far entrare in tutti i luoghi di lavoro. È una ragione in più per partecipare alla manifestazione indetta dalla Fiom a Roma il 18 maggio 2013. 

la Segreteria nazionale Fiom-Cgil


LEONARDI - USB: Democrazia Conflitto e Democrazia


fonte:http://www.youtube.com/user/LiberaTVredazione?feature=watch

Ma quando il direttivo della Fiom di Bergamo?

Il direttivo della Fiom di Bergamo sostituito da riunioni di zona, divise persino per singolo funzionario. Segue ODG della riunione dei delegati di Treviglio 

ODG – Riunione delegati zona Treviglio 

La riunione dei delegati di zona “Simone Grisa” esprime una forte perplessità sulla scelta di questa modalità di confronto. In primo luogo, la convocazione del direttivo provinciale in questa forma - non solo per zone ma addirittura per “funzionario” - risulta oltremodo riduttiva rispetto al necessario confronto tra diverse realtà e opinioni. Lo ODG stesso mette i componenti del direttivo provinciale di fronte a scelte compiute che aprono forti contraddizioni in merito ai contenuti della “carta rivendicativa” che a suo tempo venne deliberata dalla grande maggioranza della Fiom. A maggior ragione in presenza di un percorso da parte della Cgil che in materia di produttività e rappresentanza mette in campo scelte che aprono forti contraddizioni con i contenuti delle nostre rivendicazioni. Riteniamo a questo punto doveroso e urgente il confronto nel giusto ambito con la convocazione del direttivo provinciale della Fiom per tener conto delle condizioni presenti nei luoghi di lavoro e la mancanza di efficacia della nostra azione. La stessa partecipazione alla manifestazione di sabato 18 maggio viene compromessa proprio dalla mancanza di chiarezza e di efficacia dell’azione della nostra organizzazione sui temi che ci hanno visto impegnati, importanti per i lavoratori e le lavoratrici, quali la manomissione dell’art.18 dello Statuto dei Lavoratori, il disastro combinato dal Governo Monti sulle pensioni tra esodati e allungamento a dismisura della vita lavorativa. 

Approvato all’unanimità 

BERNOCCHI - COBAS: Democrazia Conflitto e Rappresentanza


fonte:http://www.youtube.com/user/LiberaTVredazione?feature=watch

fnw200513

Videogiornale settimanale sul mondo ferroviario


fonte:http://www.youtube.com/user/ferronews?feature=watch

domenica 12 maggio 2013

Il 18 ci saremo a Roma ma...

CACCIAMO IL GOVERNO ILLEGALE E ILLEGGITTIMO! RIPRENDIAMOCI IL PAESE! RIAPRIAMO LE FABBRICHE, CREIAMO POSTI DI LAVORO! DIFFONDIAMO IL CONFLITTO, COSTRUIAMO L’ALTERNATIVA! 

Il disastro sociale avanza in tutto il paese: ogni giorno chiudono aziende grandi e piccole - private e pubbliche, cassa integrazione e licenziamenti aumentano la percentuale di disoccupazione ai massimi storici, tasse, ticket, tagli ai servizi pubblici e privatizzazioni di ogni genere (sanità, scuola, trasporti, ecc.) rendono le condizioni di vita sempre più aspre e insopportabili come dimostrano i continui casi di suicidio e di gesti disperati. E’ la crisi generale del sistema capitalista che sta infognando lavoratori, precari, disoccupati, studenti e pensionati in questa situazione mentre i soliti noti continuano ad arricchirsi. I governi Prodi, Berlusconi e Monti e le loro politiche antipopolari sono state espressione diretta degli interessi dei poteri forti: padroni, speculatori, banche, organizzazioni criminali, Vaticano, UE, USA, NATO, BCE, FMI e oggi siamo di fronte ad una ulteriore torsione autoritaria e repressiva dello Stato per far fronte al malcontento e alla resistenza che si diffonde: è in atto un vero e proprio colpo di stato, fatto non con i fucili ma con il blocco del Parlamento, la rielezione di Napolitano alla Presidenza della Repubblica e l’instaurazione di un governo del tutto illegale e illegittimo Napolitano-Letta-Alfano-Berlusconi per portare avanti le politiche di lacrime e sangue sulla nostra pelle (il “pilota automatico”). E’ in questo contesto che si inquadrano gli episodi gravissimi come le cariche vergognose al Primo Maggio napoletano contro gli operai dell’Irisbus e della Fiat che volevano intervenire dal palco, come la solidarietà della CGIL campana all’assessore regionale al lavoro Nappi che ha denunciato e tentato di intimidire un lavoratore delle Aziende Partecipate in lotta conto la cassa integrazione, la censura all’intervento di Giorgio Cremaschi ad una riunione dei sindacati Confederali, come ancora le manganellate agli studenti napoletani al fine di difendere fascisti camuffati da disoccupati sotto il palazzo della Regione Campania! All’assemblea di Grottaminarda il 6 aprile scorso abbiamo detto forte e chiaro che il futuro dipenderà da noi! Dobbiamo impedire che questo governo si stabilizzi, dobbiamo cacciarlo con la lotta e al contempo organizzarci per costruire un’alternativa per il paese a vantaggio della maggioranza della popolazione che ponga al centro un Piano del Lavoro per rimettere in piedi il paese, per riprenderci il presente e porre le basi per un altro futuro, riaprire le fabbriche e creare posti di lavoro, bisogna elaborare e sperimentare qui ed ora tutte le strade possibili a questo scopo: autogestione e autorganizzazione del lavoro, costringere imprenditori e banche a fornire crediti e rilevare dismissioni sotto controllo operaio e popolare; anche costringere lo Stato alla nazionalizzazione ovunque possibile e ridurre l’orario di lavoro a parità di salario dipendono dall’organizzazione che riusciremo a mettere in campo. E’ finito il tempo della delega e della rivendicazione! Delegare cosa e a chi? Rivendicare cosa e a chi? Siamo determinati a procedere nel percorso avviato con il primo passo di Grottaminarda, dove hanno partecipato tante delegazioni operaie, è necessario coordinare le azioni di lotta diffuse su tutto il territorio ed è per questa ragione che sosterremo e invitiamo a partecipare all’assemblea che si terrà a Firenze agli inizi del mese di giugno, organizzata dagli operai della Ginori. Sosterremo ogni sforzo di organizzare altre assemblee che pongono al centro il Lavoro ovunque si terranno, sollecitiamo il Comitato No Debito nazionale (in particolare gli esponenti dei sindacati di base e della sinistra CGIL) a fare altrettanto e a contribuire nel miglior modo possibile alla loro realizzazione con la più vasta partecipazione di operai e lavoratori, precari e disoccupati. Il prossimo 18 maggio la FIOM ha convocato una manifestazione nazionale a Roma. Siamo coscienti e consapevoli che l’appello lanciato da Landini non è ciò che occorre in questa fase cruciale e d’altronde la sua stessa azione è a quanto meno poco efficace nella difesa dei lavoratori. Ma pensiamo che quel giorno a Roma ci saranno altri operai come noi decisi a non arrendersi e alla ricerca di una via d’uscita positiva dalla crisi. E’ per questa fondamentale ragione, la necessità di unire le forze, che non solo ci saremo, ma lanciamo l’appello a tutte le realtà di lotta che hanno condiviso e voglio condividere il percorso lanciato il 6 aprile scorso a partecipare con noi in uno spezzone dalle parole d’ordine chiare “Riapriamo le fabbriche, creiamo posti di lavoro! Estendiamo il Conflitto, costruiamo l’Alternativa!”. Rendiamo le iniziative di mobilitazione delle prossime settimane ulteriori tappe della strada che deve portarci a Montecitorio, per assediare questo governo infame fino a cacciarlo e imporre le nostre soluzioni alla crisi! Il futuro dipende da ciascuno di noi! 

Comitato Resistenza Operaia dell’Irisbus 

venerdì 10 maggio 2013

Sciopero dello straordinario e della banca ore-flessibilita’

E’ fondamentale continuare la nostra azione di sciopero:

  • Contro un’ azienda che ci toglie da un anno all'altro 1.250 euro dal nostro già misero salario.
  • Per rivendicare il diritto ad una trattativa sulla base della piattaforma per il rinnovo dell’ integrativo, approvata dai lavoratori.
  • Con l’ obiettivo di cambiare e migliorare gli accordi che regolano il nostro lavoro e quindi la nostra vita. 

 Per questo continueranno gli scioperi articolati. 


Per questo e’ importantissimo rispettare lo sciopero dello straordinario, soprattutto nei reparti, come l’ assemblaggio e la verniciatura 2R, strategici per la produzione, dove svolgere un lavoro aggiuntivo, significherebbe indebolire anche la lotta di tutti gli altri lavoratori. 

Attenzione ai capi col ‘sorrisino’… 
Che chiedono di venire il sabato
e’ sempre la stessa azienda, 
ti ‘ruba’ i soldi e non vuole trattare i tuoi problemi!

RSU FIOM PIAGGIO

giovedì 9 maggio 2013

Grave infortunio in Piaggio al reparto 3R sperimentale

Continuiamo gli scioperi per il mancato pagamento del premio di produzione e per il rinnovo dell’ integrativo sulla base della piattaforma approvata dal voto dei lavoratori… 

E ancora ieri pomeriggio in Piaggio si è verificato un grave infortunio, un lavoratore del reparto sperimentale della 3R ha subito l'amputazione del pollice della mano destra.  Mentre lavorava un pezzo con il  tornio,  il guanto  è rimasto impigliato nella parte ruotante; il dispositivo di protezione avrebbe dovuto immediatamente bloccare il macchinario, invece non ha funzionato. Durante il sopralluogo della ASL, alla presenza dei RLS,  è stato rilevato che la paratia di protezione del tornio si è bloccata solo alla fine del sollevamento, non immediatamente, provocando l’ amputazione del dito pollice del lavoratore. Inoltre altri macchinari, quali una  fresa e un trapano a colonna, erano privi dei dispositivi di protezione che prevederebbe la normativa.  

Dopo anni di subalternità agli interessi aziendali e di una mentalità rinunciataria diffusa anche da gran parte del sindacato siamo arrivati al punto che l’azienda risparmia anche sulle più elementari condizioni di sicurezza.  

Coscienti che le condizioni non cambieranno se non si riuscirà a costringere l’azienda ad un confronto su tutti gli aspetti delle condizioni di lavoro a partire dalle esigenze dei lavoratori. 

 OGGI MEZZ’ ORA DI SCIOPERO 
 IMPIEGATI: MEZZ’ ORA DALLE 15.15 ALLE 15.45


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Boicotta Benetton

Lo sappiamo oramai cosa è la globalizzazione per il lavoro. È un sistema di sfruttamento brutale delle persone a cui vengono negati o sottratti diritti sanciti dalle leggi dagli accordi internazionali dai principi della civiltà e della democrazia. Dopo la tratta degli schiavi che finanziò la prima grande rivoluzione industriale della fine del 700, questa globalizzazione è ciò che le somiglia di più. Come allora produce ricchezza anche se la distribuisce in maniera vergognosa. Come allora le briciole di questa accumulazione si distribuiscono a vasto raggio, ne ricevono anche tanti che ricchi non sono, anche coloro che sono vittime di questo moderno schiavismo. Ma questo non vuol dire che tutti siamo colpevoli allo stesso modo. No, non ci sto. Rifiuto la moderna versione della propaganda degli schiavisti del sud degli Stati Uniti, che nell'800 spiegavano che anche gli operai di New York usavano il cotone fatto dagli schiavi. Odio gli indifferenti e i complici, ma distinguo. Viviamo tutti nello e dello stesso sistema criminale dalla globalizzazione capitalista, ma tra chi di questo sistema tira i fili delle decisioni e trae i massimi profitti, e chi con tutte le sue contraddizioni cerca di abolirlo c'è una bella differenza. Perché se c'è il sistema schiavista, ci sono anche i proprietari di schiavi e i caporali che ne eseguono gli ordini. Io dico che i Benetton sono dei criminali, perché se si appalta il lavoro in Bangladesh a certi prezzi, a certe imprese, a certe autorità, se si pretende un certo guadagno per maglietta, non si può non sapere che la gente muore per farle. Non sono certo i soli, ma devono pagare, da qualche parte bisogna pur cominciare. Quindi chiedo che i Benetton siano incriminati dalla magistratura per corresponsabilità nella strage di Dacca. Credo giusto che si lanci una campagna di boicottaggio di tutti i prodotti Benetton. Domando che il parlamento faccia una inchiesta sulle proprietà di questa famiglia: perché sono concessionari delle autostrade e fanno le magliette in Bangladesh, è compatibile? Per me no. Insomma basta con questa logica assolutoria , tutti responsabili nessuno responsabile e avanti così... qui il colpevole c è e diamoci da fare. 

 Giorgio Cremaschi

Adesso Basta !!!... Non Vogliamo Piu’ Ricatti, E' Ora Di Cambiare

Diritto al lavoro, all’istruzione, alla salute, al reddito, alla cittadinanza, per la giustizia sociale e la democrazia


Lavoratrici lavoratori, sabato 18 maggio i metalmeccanici si mobilitano con una manifestazione a Roma perché le scelte fatte dai governi Berlusconi e Monti, hanno peggiorato notevolmente le condizione dei cittadini dei lavoratori e pensionati. Sulla finanza, il 10% della popolazione italiana detiene il 50% della ricchezza, i responsabili di questa aberrante discriminazione hanno continuato ad aumentare le proprie rendite. Sui diritti, hanno cancellato art.18, hanno introdotto la possibilità di derogare alle leggi e contratti, hanno tagliato la spesa sociale, chiuso ospedali, chiuso scuole e università, hanno posticipato le pensioni riducendone la rendita; hanno cercato di scaricare le colpe sulle generazioni più anziane, dicendo che, se i giovani non trovano lavoro, era perché i lavoratori anziani avevano troppe tutele. L’Italia continua ad essere il paese con la più alta criminalità organizzata, una forte evasione fiscale i risultati sono sotto gli occhi di tutti. 


Quindi il 18 Maggio a Roma manifestiamo per: 
Riconquistare il diritto al lavoro. Riconversione ecologica del sistema industriale, valorizzare i beni comuni. Piano industriale straordinario d’investimenti pubblici e privati. Blocco dei licenziamenti ed incentivare la riduzione dell’orario, con i contratti di solidarietà. Contratto nazionale che tuteli i diritti e tutte le forme del lavoro. Legge su democrazia e rappresentanza per fare decidere i lavoratori. Rivalutazioni delle pensioni, un sistema pensionistico che riconosca la diversità tra i lavori, un reddito di cittadinanza. Per queste ragioni ci rivolgiamo a tutti, donne, uomini, giovani, precari, disoccupati, migranti, pensionati, perché noi operaie, operai, impiegate, impiegati metalmeccanici, come voi, vogliamo una democrazia che ci permetta di partecipare e decidere del nostro futuro. 

Partenze Autobus: 
PISA - Ore 4,00 V. BARGAGNA ( davanti Pubblica Assistenza)
PONTEDERA - Ore 4,15 P.le PANORAMA Partecipiamo numerosi prenotandosi, tramite le RSU o le Strutture Sindacali della FIOM-CGIL, entro e non oltre il 15/05/2013.

Fiom-Cgil Pisa

CREMASCHI: 11 maggio a Bologna per fare chiarezza

L'11 maggio si riunisce il PD, SEL ma anche la sinistra che resta anticapitalista. Cremaschi spiega gli obiettivi della assemblea di Bologna dove si riuniranno militanti politici e sindacali per resistere e rilanciare le lotte politiche e sociali.Libera.tv trasmetterà in diretta i lavori dell'incontro.


intervista di Jacopo Venier riprese di Roberto Pietrucci montaggio di Simone Bucci

fonte:http://www.libera.tv/

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