sabato 25 febbraio 2017

Cosa succede nel Fondo Cometa: silenzio assenso e aumento del rischio

A partire da febbraio i metalmeccanici aderenti al comparto Monetario del fondo pensionistico negoziale Cometa saranno spostati al comparto Reddito. Varrà ancora una volta il silenzio-assenso: il lavoratore avrà tempo 90 giorni per opporsi esplicitamente a tale cambiamento. Il comparto Monetario cessa tra l’altro di essere quello in cui il lavoratore viene collocato automaticamente al momento dell’entrata in Cometa in assenza di esplicita indicazione. Il silenzio-assenso continua in un modo o nell’altro ad accompagnare la vita dei fondi pensionistici. Fondi che vivono di questa paradossale contraddizione: a sentire il Sole 24 Ore, le direzioni sindacali e i gestori finanziari essi sono convenienti. Lo sono in modo palese, chiaro, evidente. Talmente evidente da doversi avvalere di un meccanismo a tagliola come il silenzio-assenso: comunicazione a pioggia, raccomandata a casa e via, se non ti opponi esplicitamente il tuo TFR è traghettato da un investimento azionario all’altro. Ma al di là del metodo, quali sono le ragioni di questo cambiamento? Il comparto Monetario è quello meno rischioso, legato al mercato obbligazionario. E’ stato il rassicurante grimaldello con cui rendere psicologicamente accettabile il drenaggio del TFR al mondo finanziario. Perché non rischiare se il rischio non sussiste? I giovani lavoratori, infatti, “affollano” tale comparto, come afferma una recente nota di Cometa. La stessa nota spiega però che “per quanto riguardava il comparto più prudente, il Monetario, le analisi mostravano una crescente difficoltà dei fondi di questa natura nel garantire la restituzione del capitale nominale inizialmente versato”. Mentre, per quanto riguarda il comparto Reddito, quello appena più rischioso “le analisi mostravano che la sua vecchia configurazione ben difficilmente avrebbe permesso nel futuro di raggiungere rendimenti in linea con il TFR”. Cometa, quindi, ci informa che l’andamento dei suoi due reparti principali è potenzialmente tale da raggiungere difficilmente i rendimenti del TFR o addirittura dal garantire la restituzione del capitale nominale versato. Ecco la palese convenienza. Ecco che subentra il silenzio-assenso. Che cosa è successo in pratica? I fondi negoziali hanno costituito la propria propaganda e la propria forza sulla promessa di evitare la volatilità azionaria. Il punto, semplice e banale, è che la finanza non funziona così. Il rendimento è in rapporto al rischio. E da qua non si scappa. E non si scappa soprattutto in un periodo di basso costo del denaro e di rendimenti obbligazionari bassi. Da qua deriva il cambiamento attuato da Cometa. Il comparto Monetario rimane “obbligazionario” con una funzione di “salvadanaio”. Chi tiene lì il TFR non si espone a rischio ma deve avere “la consapevolezza che i rendimenti potrebbero essere molto bassi e al limite anche sostanzialmente nulli”. Il comparto Reddito invece aumenta la quota azionaria al proprio interno. Aumentano di conseguenza i margini di rischio: un nuovo crack simile a quello del 2008 potrebbe rimangiarsi rapidamente i guadagni ottenuti. E nonostante questo il nuovo comparto Reddito si pone semplicemente il modesto obiettivo di ottenere un “rendimento pari a quello del TFR”. La situazione ci pare possa essere riassunta così: Cometa ti informa con una cordiale e rassicurante supercazzola che il Fondo è potenzialmente in squilibro. Se si lega eccessivamente al mercato obbligazionario, avrà difficoltà a garantire rendimenti o addirittura a restituire il capitale inizialmente versato. Se si lega maggiormente al mercato azionario, potrebbe mantenersi in equilibrio e garantire il rendimento del TFR. Sempre che una crisi finanziaria non bruci tali investimenti, mandando il Fondo in squilibrio per altre vie. Si palesa così una tendenza inevitabile. Non esiste un Fondo di investimento isolato dai meccanismi generali della finanza. Una volta immesso il tuo TFR nel circuito finanziario, esso è soggetto alla stessa logica degli altri investimenti: muoversi verso percentuali maggiori di rischio alla ricerca di rendimenti potenzialmente maggiori. Ci si potrebbe obiettare: e in caso di risalita dei tassi obbligazionari non sarebbe risolta la questione? Non conviene quindi ai lavoratori augurarsi un simile scenario? Dovrebbero augurarsi ad esempio l’aumento dei rendimenti dei titoli di Stato? Il punto è che in questo gioco paghi sempre e soltanto tu. Cambia solo la forma in cui questo avviene. In 20 anni lo Stato italiano ha pagato ad esempio 1.700 miliardi di interessi sul debito. Questi interessi sono stati la giustificazione materiale e psicologica con cui hanno tagliato scuola, sanità e naturalmente le pensioni. Il taglio delle pensioni è stato a sua volta la giustificazione con cui ti hanno fatto aderire alla previdenza integrativa. Ora, a chiudere il cerchio, ti dicono che finché i tassi di interesse sui titoli di Stato rimangono bassi, è a rischio la rivalutazione del TFR inglobato nei Fondi pensionistici privati. Và da sé che se gli interessi sul debito pubblico tornassero ad impennarsi, correranno a spiegarti che nuovi sacrifici sono necessari per ripagare il debito pubblico. Con una mano ti spediranno una brochure in cui si complimentano per i rendimenti di Cometa. Con l’altra approveranno magari qualche nuovo ticket sulla sanità. Cosa rimane quindi della presunta convenienza di un fondo negoziale? Gli sgravi fiscali e il contributo dell’azienda. Rimangono cioè elementi di politica economica stabiliti a tavolino da Governo, aziende e direzioni sindacali. Rimane che i Fondi negoziali sono convenienti nella misura in cui gli sgravi fiscali concessi dallo Stato e i contribuiti dell’azienda non finiscono nelle casse pubbliche, ma servono a incentivare la tua adesione alla previdenza integrativa privata. Rimane che la lotta e la difesa della pensione pubblica sono l’unica via. E non basta il tuo silenzio per manifestare il tuo assenso a questa palese e evidente verità. Gridalo forte!  

Dario Salvetti (FIOM GKN) 

FCA (Pomigliano). Trasferimenti a Cassino. Non c’è mai pace!

Non c’è pace per i lavoratori Fiat dello stabilimento G.B.Vico di Pomigliano d’Arco. Turni massacranti, contratti di solidarietà, sabati lavorativi ed ora una nuova tegola in testa. Fca in autunno ha annunciato l’esigenza di trasferire temporaneamente 550 lavoratori dello stabilimento di Pomigliano a quello di Cassino per esigenze produttive. Detto fatto! A ridosso delle festività natalizie con un accordo sottoscritto con Fim, Uilm, Fismic e AqcfL (Associazione dei quadri Fiat, ndr), senza consultare i lavoratori, la richiesta è diventata operativa. I trasferimenti partiranno da fine febbraio, inizio marzo. La richiesta nasce dall’esigenza di Fca di garantire l’avvio del nuovo Suv Stelvio aumentando di circa 1.200 unità la forza lavoro dello stabilimento ciociaro, 650 assunzioni e 550 lavoratori da Pomigliano. Se poi le quote di mercato della Stelvio prospettate dall’Fca dovessero essere confermate l’organico potrebbe essere implementato di altri 600 lavoratori. A oggi tutto ciò è solo un’ipotesi, ma è evidente che se se fosse necessario integrare l’organico e ci fosse la richiesta di farlo con altri operai di Pomigliano questo aumenterebbe il rischio di ridimensionamento dello stabilimento di G:B:Vico. L’accordo prevede: un impiego temporaneo fino ad agosto 2018, ai lavoratori trasferiti verrà garantito il servizio navetta e 550 euro di bonus tassati, in base alle nuove normative, al 10%. La Fiom a dicembre decise giustamente di non sottoscrivere l’accordo in quanto mancava la clausola di volontarietà, ovvero la libera scelta dei lavoratori di poter decidere se accettare o no il trasferimento. Seguono giorni concitati in cui in fabbrica si susseguono voci discordanti sull’accordo. I sindacati firmatari e azienda tendono ad incensare l’accordo, che a loro dire, porterà ad una diminuzione delle ore di solidarietà per chi resta e garantirà ai 550 trasferiti uno stipendio pieno oltre il bonus. La Fiom sottolinea gli elementi negativi dell’accordo, si arriva dunque ad assemblee indette da chi ha sottoscritto l’intesa, in cui l’ambiente è alquanto pesante. Nel dibattito emergono subito alcune criticità. Il bonus ha innanzitutto un limite massimo economico, stabilito legalmente a 4mila euro annui, a tassazione agevolata. La tassazione agevolata però è utilizzata anche per altre voci, come il premio che Fiat eroga annualmente. Questo causerà la fine della tassazione agevolata già entro i primi mesi dell’anno, dunque non si garantirà più l’intera somma pattuita per tutto il periodo di permanenza. Ma è soprattutto il sacrificio richiesto a pesare. Al di là che l’azienda metta a disposizione la navetta resta comunque il forte disagio di chi dovrà svegliarsi o rientrare a casa un’ora prima dallo stabilimento di Cassino. Non è un aspetto da poco per chi lavora su turni che iniziano alle 6.00 o finiscono alle 22.00. E nell’arco del turno deve lavorare a ritmi estenuanti e pause ridotte all’osso. A questo si aggiunge che per lo stabilimento di Pomigliano a oggi non ci sono assolutamente prospettive certe. Il rischio è che al termine del periodo di lavoro a Cassino questi operai potrebbero trovarsi senza ammortizzatori sociali (la solidarietà guarda caso scadrà nell’agosto del 2018), e nei fatti diventare esuberi. Per questo la situazione in fabbrica risulta sempre più pesante e indigeribile, tanti lavoratori si sono indignati per il modo in cui si firmano accordi del genere senza nemmeno consultarli. A gennaio la Fiom convoca le assemblee per decidere il da farsi sull’accordo già operativo in azienda. Nonostante venga ribadito che l’accordo non è condivisible si chiede il mandato a sottoscriverlo per poter così partecipare a pieno titolo al tavolo delle trattative sul piano industriale per Pomigliano previsto per fine marzo. Una scelta giustificata, a detta della dirigenza Fiom, dal fatto che tra i lavoratori manca la spinta necessaria ad opporsi all’accordo. Fatto seppur vero, che non giustifica un avallo politico ad una simile deportazione, specie se accostata alla mancanza di un piano produttivo futuro. I lavoratori, nonostante una evidente contrarietà all’accordo, votano a favore della sua sottoscrizione, sulla base della fiducia riposta nella Fiom in mancanza di una valida alternativa. Nei giorni successivi si scatenano critiche furiose alla Fiom dovute al modo ondivago con cui è stata gestita la vicenda. Da un lato ci sono i sindacati firmatari che fanno comunicati ironici che invitano la Fiom a questo punto a firmare anche il CCSL (contratto aziendale) e rinnegare le battaglie portate avanti un questi anni. Dall’altro lato invece Slai cobas e SI Cobas che invitano i lavoratori a cause legali contro le scelte aziendali e promuovono, con scarsi risultati, iniziative fuori dallo stabilimento per innescare la mobilitazione. Insomma nel bailamme tra scontri di sigle sindacali i lavoratori a Pomigliano continuano ad essere oggetto di sfruttamento alla mercé delle Fiat. La Fiom ha sbagliato a sottoscrivere l’accordo. L’azienda non sta andando tanto per il sottile coi lavoratori da trasferire, la disponibilità spesso è strappata a colpi di pressioni indebite. Ha sbagliato perché la battaglia contro questo accordo era giusta e compresa da tutti i lavoratori, iscritti o meno ai sindacati, e perché dopo tanti anni di repressione e isolamento l’obbiettivo di ricostruire un rapporto con i lavoratori sta riuscendo. Il miglioramento, seppur minimo, del tesseramento negli ultimi 6 mesi, lo testimonia, come lo testimonia il fatto che le ultime assemblee sono state molto partecipate. In un contesto difficile nel quale interveniamo lo sforzo dei delegati può essere reso vano se tra i lavoratori passa l’idea che oggi l’obbiettivo principale della Fiom è rientrare nelle grazie dell’azienda, quell’azienda che sistematicamente, quotidianamente, calpesta la dignità degli operai. È molto difficile ricostruire un radicamento, soprattutto dopo un attacco così feroce come quello di Fiat alla Fiom in questi anni, il più duro dagli anni cinquanta, firmare un accordo come questo può far perdere la stima ed il consenso che con tanta fatica ci si è riguadagnati in tanti anni di duro lavoro. Il clima in Fca sta cambiando, più lentamente di quanto vorremmo ma sta cambiando. Giustificare la firma dell’accordo col fatto che i lavoratori non sono sufficientemente disponibili a scioperare per contrastarlo non è un argomento, anzi, detto sinceramente sembra più un alibi. Ad oggi, il punto vero resta come e se si vuole contrastare la Fiat, costruendo le condizioni per avere i rapporti di forza adeguati per poter domani organizzare la mobilitazione necessaria capace di portare risultati concreti ai lavoratori. Ma per far questo bisogna in primo luogo avere una strategia e questa oggi non c’è, e firmare accordi come quello sui trasferimenti non aiuta la Fiom a continuare a rappresentare quella alternativa che ai lavoratori serve più di ogni altra cosa e che le ha permesso di vincere le elezioni degli Rls su scala nazionale nel gruppo Fiat un anno fa. Le ultime assemblee organizzate dalla Fiom che si sono tenute il 20 febbraio hanno ribadito che tra i lavoratori c’è una rabbia come non si vedeva da anni. Le difficoltà nel mobilitare dopo le gigantesche pressioni psicologiche, esercitate da azienda e sindacati firmatari, non potranno perdurare ancora per molto. Specie se le contraddizioni, come la mancanza di una missione produttiva, in uno stabilimento medaglia d’oro nelle classifiche WCM restano. Il rischio che lo stabilimento di Pomigliano possa diventare un satellite dell’impianto di Cassino non è del tutto campata in aria. I delegati e gli iscritti Fiom a Pomigliano in questi anni hanno profuso enormi sacrifici, venendo esclusi dal ciclo produttivo, patendo l’isolamento e gli stenti di una lunga cassa integrazione. Tutto questo sacrificio non può essere ripagato con il solo rientro al tavolo delle trattative, che partirà a fine marzo, ma attraverso il raggiungimento dell’obbiettivo principale, riportare in fabbrica lavoro, dignità e diritti, senza ulteriori cedimenti.

Domenico Loffredo (iscritto Fiom a Pomigliano e Direttivo Fiom Regionale Campania)

 fonte: https://sindacatounaltracosa.org/

venerdì 17 febbraio 2017

Fondo Cometa, i rischi nascosti dal meccanismo del silenzio assenso

Ma quanto piace a sindacati e associazioni padronali il silenzio assenso! Fu applicato d’imperio nel 2007 e tuttora vige per ogni nuova assunzione nel settore privato, al fine di ingabbiare più lavoratori possibile nei fondi pensione. In spregio alla nobile premessa del Decreto Legislativo n. 252/2005 che l’adesione alla previdenza complementare è libera e volontaria. Sulla stessa falsa riga quanto ha deciso Cometa, il grosso fondo sindacal-padronale dei metalmeccanici con circa 10 miliardi di euro di massa gestita e 400 mila iscritti. A quelli sotto i 56 anni, aderenti al comparto Monetario Plus, è infatti arrivata una raccomandata e così hanno tempo solo 90 giorni per ribellarsi a quanto deciso sopra la loro testa. Cioè al passaggio automatico al comparto Reddito, più rischioso. Del diritto a potersi riprendere i propri soldi non si parla neanche. E perché tale cambiamento? Scrive il direttore del fondo Maurizio Agazzi che “il Comparto Reddito avrà l’obiettivo di offrire un rendimento previdenziale in linea col TFR”. Il che è una triplice presa in giro. Primo, senza un impegno contrattuale esplicito obiettivi simili non valgono un fico secco. Io potrei enunciare l’obiettivo di vincere, primo nella storia, sia il premio Nobel per l’economia che la medaglia Fields per la matematica. Un mero obiettivo, perché tanto ovviamente e giustamente non mi assegneranno né l’uno né l’altra. Sconcertante poi che si miri proprio a pareggiare il rendimento del TFR, in genere così vilipeso. Ma allora tanto varrebbe tenerselo in azienda, eventualmente parcheggiato all’Inps. Terzo punto, per il comparto Reddito è previsto un 20% in azioni. Coi tassi ai livelli attuali basta quindi una flessione delle Borse e se lo sognano “un rendimento previdenziale in linea col TFR”. Cosa significherebbe poi “rendimento previdenziale”? Un’espressione d’effetto, ma dal significato oscuro. È odioso che tali decisioni, escogitate in realtà a vantaggio dei gestori, vengano prese sulla testa di persone capaci di intendere e di volere. E un lavoratore debba farsi parte attiva, semplicemente per mantenere in vigore quanto da lui coscientemente scelto. Che poi i giuristi obiettino che in casi simili si debba parlare di conferimento tacito e non di silenzio assenso, è irrilevante. Siamo sempre di fronte a una prevaricazione, come al solito giustificata dalle migliori intenzioni in quello che è il migliore dei mondi possibili, cioè la previdenza integrativa italiana.  

Beppe Scienza 

[Articolo sul Fatto Quotidiano del 6-2-2017] 

lunedì 6 febbraio 2017

La Soliadrietà lascia all'azienda totale discrezionalità nella gestione dell'orario di lavoro e che le permette di dividere gli interessi dei lavoratori.

La Piaggio ha comunicato alla RSU il raddoppio della produzione in febbraio su due linee di montaggio e la conseguente anticipazione dell'ingresso in fabbrica di 180 lavoratori a part - time verticale . Negli stessi giorni invece, più di 400 operai, con stesse mansioni e stesso livello professionale, verranno messi a casa, in Solidarietà, per un calo produttivo in altri reparti.
La Soliadrietà si conferma ancora una volta quella che denunciamo da sempre: un accordo che lascia all'azienda totale discrezionalità nella gestione dell'orario di lavoro e che le permette di dividere gli interessi dei lavoratori.
E' evidente l'interesse al fatto che lavoratori a part- time abbiano un prolungamento del contratto di lavoro ma è inaccettabile che questo avvenga a spese del lavoro e del salario di altri operai.
Per di più, l'azienda sceglie a proprio arbitrio le persone da collocare in solidarietà, al 60/% del salario, e spesso i lavoratori coinvolti sono principalmente quelli con problemi fisici, problemi spesso causati da anni di lavoro ai ritmi troppo intensi della catena di montaggio.
Ed ancora, mentre lavoratori di diversi reparti vengono lasciati a casa per mesi interi, i prodotti che dovrebbero essere fatti qui a Pontedera, e proprio in quei reparti, arrivano in quantità elevata e crescente dagli stabilimenti all'estero. Ed è inaccettabile che gli ammortizzatori sociali, pagati dall'INPS con i soldi dei lavoratori, stiano finanziando da anni il trasferimento di parte della produzione all'estero
Noi della RSU Fiom non abbiamo firmato il contratto di Solidarietà, perché chiaramente elemento di divisione e di discriminazione dei lavoratori, e continueremo a batterci per obiettivi che affrontino le reali esigenze presenti in fabbrica, affermino i diritti dei lavoratori e ne migliorino le condizioni di lavoro.

RSU FIOM Piaggio: Massimo Cappellini, Adriana Tecce, Giorgio Guezze, Massimiliano Malventi, Francesco Giuntoli, Antonella Bellagamba, Simone Di Sacco

sabato 4 febbraio 2017

Sui permessi legge 104

Spett. Piaggio SpA, Via Rinaldo Piaggio, Pontedera
p.c. INPS sede di Pisa, DTL sede di Pisa
Lavoratori Piaggio Pontedera

Oggetto : permessi legge 104

In merito alle norme del recente CCNL sull’applicazione della legge 104 e alle richieste di codesta Azienda circa il preavviso, allo scopo di valutarne gli effetti sui lavoratori aventi diritto e sull’organizzazione del lavoro, chiediamo di conoscere il numero dei lavoratori che usufruiscono dei permessi in oggetto, ripartito per operai e impiegati.
Rileviamo comunque che, a norma di legge, il preavviso mensile non può avere carattere assoluto e prescrittivo e che non può essere messa in discussione la facoltà del lavoratore di modificare secondo le proprie necessità i giorni di permesso richiesti.
La recentissima pronuncia della Corte di Cassazione, Sezione Penale, con Sentenza 54712/16, pubblicata il 23/12/2016 e successiva alla firma del CCNL, chiarisce infatti la ratio della legge e i diritti che vengono tutelati:
Viene anzitutto richiamata la Sentenza 213/2016 della Corte Costituzionale secondo cui “il permesso mensile è espressione dello Stato Sociale, che eroga una provvidenza in forma indiretta…. trattasi di uno strumento di politica socio-assistenziale basato…sulla valorizzazione delle relazioni di solidarietà interpersonale e intergenerazionale.” La Cassazione continua: “la finalità della legge 104 è la tutela della salute psico-fisica del disabile e il ruolo delle famiglie resta fondamentale nella cura e nell’assistenza di tali soggetti”. Il diritto ai permessi mensili è diretto “ad assicurare in via prioritaria la continuità nelle cure e nell’assistenza del disabile che si realizzino in ambito familiare” ed è quindi “in rapporto di stretta e diretta correlazione con la finalità di tutela della persona portatrice di handicap”. La legge 104 “è tutta parametrata sugli interessi della persona handicappata e su una serie di benefici a favore delle persone che ad essa su dedicano”
La Corte chiarisce quindi che “i permessi lavorativi vengono concessi:
a) per consentire al lavoratore di prestare la propria assistenza con ancora maggiore continuità
b) per consentire al lavoratore che con abnegazione dedica tutto il suo tempo al familiare handicappato di ritagliarsi un breve spazio di tempo per provvedere ai propri bisogni ed esigenze personale”
Inoltre, “quello che è certo, da nessuna parte della legge si evince che nei casi di permesso l’assistenza deve essere prestata proprio nelle ore in cui il lavoratore avrebbe dovuto svolgere la propria attività lavorativa. Anzi, tale interpretazione si deve escludere….”
Dalla pronuncia della Corte è evidente che i diritti tutelati dalla legge, in particolare la tutela della continuità delle cure e delle esigenza del lavoratore, sono prioritari e prevalenti su qualsiasi altra considerazione, esigenze produttive comprese. La richiesta di preavviso non può perciò avere carattere prescrittivo ma deve restringersi ai casi in cui l’identificazione preventiva dei giorni di permesso sia possibile e avere comunque la natura di una indicazione di massima.
Diffidiamo pertanto l’Azienda da ogni interpretazione prescrittiva dei preavvisi e dall’esercizio di qualsiasi pressione in questo senso nei confronti dei lavoratori.
Per quanto riguarda invece il preavviso di 24 ore richieste dall’Azienda nei casi “urgenti”, si tratta di una richiesta arbitraria, incompatibile con i principi sopra ricordati e senza alcun fondamento né legislativo né contrattuale.
Diffidiamo pertanto codesta Azienda dal mantenere tale richiesta.
Rileviamo infine che, se lo scopo delle norme del CCNL in oggetto fosse quello di favorire la correttezza nell’applicazione della legge, il metodo dei preavvisi mensili andrebbe in direzione opposta, rendendo problematica la fruizione dei permessi proprio e solo nei casi in cui è più necessaria.
Pontedera, li 2 Febbraio 2017

RSU FIOM Piaggio: Massimo Cappellini, Adriana Tecce, Giorgio Guezze, Massimiliano Malventi, Francesco Giuntoli, Antonella Bellagamba, Simone Di Sacco

Dalla parte di chi si ribella e non giura fedeltà al contratto

Da secoli a questa a parte, i testimoni in tribunale giurano davanti a Dio e agli uomini; i ministri sulla Costituzione; i militari sul Re; i medici su Ippocrate. Mai nessuno ha ancora preteso che i delegati sindacali giurino sul loro contratto nazionale. È quanto vorrebbe invece la FIOM, ora che il contratto nazionale firmato con FIM, UILM e Federmeccanica è stato approvato dai lavoratori. Secondo il gruppo dirigente della FIOM, ogni ipotesi di contrasto al ccnl mancherebbe di rispetto al voto della maggioranza dei metalmeccanici e delle metalmeccaniche, anche se fosse indirizzata a limitarne gli effetti più negativi (premi variabili, assorbilità dei minimi, flessibilità e straordinario obbligatorio sono soltanto degli esempi). Se questa linea passasse, si sarebbe arrivati al paradosso (non soltanto sindacale ma giuridico) che il CCNL può essere modificabile in peggio con le deroghe, ma non può essere migliorato con la contrattazione aziendale, nemmeno laddove si determinino le condizioni di forza necessarie. Sarebbe di fatto la fine della contrattazione acquisitiva, già messa a dura prova dal contesto e dalle riforme degli ultimi anni. Il CCNL non sarebbe più la base minima dei diritti garantiti a tutti, ma la gabbia entro cui limitare anche i rapporti di forza nelle fabbriche più sindacalizzate. È difficile capire come possa essere pretesa una simile interpretazione, che supera persino le peggiori intenzioni del TU sulla rappresentanza. Testo che comunque FIM FIOM e UILM si stanno impegnando a rendere operativo prima di qualunque altra categoria. La pretesa di applicazione pedissequa del contratto nazionale paventata dal segretario generale della FIOM si baserebbe sul fatto che esso è stato approvato con l’80% dei voti a favore. Il voto cancellerebbe insomma il diritto al dissenso. Per fortuna, non tutti si rassegnano a questa logica e a questa distorsione della democrazia. E’ il messaggio che arriva dalla assemblea nazionale del 24 gennaio a Firenze, organizzata dai delegati e dalle delegate metalmeccaniche dell’opposizione Cgil. È un dato di fatto che il contratto nazionale sia stato approvato, certo. Non poteva essere altrimenti, con una consultazione fatta in fretta a ridosso di Natale e senza alcuna agibilità formale per la posizione del NO. Resta il fatto che il risultato politico della consultazione è andato ben oltre le aspettative. Ovunque sono arrivate anche le ragioni del NO, queste hanno prevalso o comunque il SI ha vinto di misura. La percentuale del NO è stata alta soprattutto nelle grandi fabbriche e in tanti grandi gruppi industriali, cioè proprio tra la base più militante e radicale del mondo metalmeccanico. Il 40% dei lavoratori delle fabbriche con più di mille dipendenti hanno bocciato il contratto. Chissà, quale sarebbe stato il risultato reale se ci fosse stata pari agibilità, soprattutto nella miriade di piccole e medie imprese dove invece ha stravinto il SI (oltre il 90%), con tassi di partecipazione incredibilmente più alti della media. L’affermazione del NO in tanti grandi gruppi industriali, in tante fabbriche del paese e in molti territori è quindi un dato politico importante, che fa il paio con quello della consultazione del contratto nazionale dell’igiene ambientale e con quello di altre importante vertenze aziendali, prime tra tutte Fincatieri la scorsa estate e più recentemente Almaviva. È un risultato che lancia un segnale inequivocabile, che parla anche della crisi di autorevolezza e di strategia del sindacato. Un segnale che dovrebbe sfondare le porte del sindacato, in particolare della FIOM, e indurre a una riflessione profonda sulle sue cause. Invece il gruppo dirigente reagisce arrocandosi, lanciando editti per obbligare i delegati a dare applicazione al contratto nazionale. Resta il fatto che tanti lavoratori e lavoratrici non sono stati d’accordo con questo contratto e non ne possono più di accordi a perdere, che non pagano soldi né tutelano diritti. A questo segnale e ai 69mila NO è importante dare continuità, non soltanto per raccogliere un messaggio di insoddisfazione e dissenso (forse anche protesta), ma soprattutto per dargli una prospettiva e una maggiore consapevolezza. Magari trasformarlo in militanza attiva. Così ha provato a fare l’assemblea di Firenze. Un’assemblea tutt’altro che rassegnata o intimorita, a cui hanno partecipato territori e fabbriche importanti, in particolare di GKN, Same, Fincantieri di Palermo e di Marghera, Piaggio, Continental, Motovario, Bonfiglioli, Ducati, IBM, Electrolux, Magneti Marelli di Napoli e Corbetta, FCA di Mirafiori, Motori Minarelli, Brembo, Danieli, Piombino, INNSE e tanti altri di realtà più piccole tra Pisa, Lucca, Firenze, Venezia, Padova, Modena, Bologna, Parma, Bergamo, Brescia. Partendo dall’analisi del risultato della consultazione, l’assemblea si è interrogata sulle prospettive per andare avanti, rifiutando il giuramento di fedeltà al CCNL e lanciando una campagna di lunga durata per informare i lavoratori e le lavoratrici sugli effetti del CCNL e proseguire una contrattazione acquisitiva, attraverso la contrattazione di secondo livello e una azione sindacale quotidiana. L’assemblea ha condiviso la necessità di praticare e riempire di contenuti il risultato della consultazione, elaborando una sorta di piattaforma contrattuale comune per impedire in particolare la richiesta di flessibilità e di straordinario da parte delle aziende; la programmazione della legge 104; la totale variabilità dei premi, l’assorbibilità dei minimi e la sostituzione del salario con il welfare aziendale; la derogabilità a qualsiasi livello del contratto nazionale. Con la consapevolezza certo che le condizioni di ciascuno sono diverse e soprattutto i rapporti di forza non sono gli stessi ovunque. Non è possibile astrarsi candidamente dal contesto generale né pensabile invertire i rapporti di forza soltanto in una o due fabbriche. Di certo è possibile invece valorizzare e socializzare le esperienze positive, dare reciproco sostegno alle diverse vertenze e esperienze di resistenza, intensificare i rapporti e il confronto tra delegati per rompere l’isolamento e rafforzare le singole esperienze. Non sarà facile, soprattutto se la linea contrattuale della FIOM dovesse essere quella che si sta profilando in queste settimane: centralità del welfare contrattuale e piena applicazione del contratto nazionale, su tutti gli aspetti, compreso la flessibilità dell’orario di lavoro e il salario. Quest’ultimo tutto rigorosamente variabile, a meno che non sia legato alla prestazione o alle maggiorazioni (turni, straordinario, festivo). Un errore strategico che aumenterebbe le differenziazioni salariali (prima tra tutte quelle tra uomini e donne) e riaprirebbe pericolosamente a logiche legate alla qualità, alla professionalità e addirittura al cottimo. Altro che contratto nazionale innovativo! Così la contrattazione tornerebbe indietro al secolo scorso. Di fronte a questo quadro, è particolarmente importante la risposta lanciata dall’assemblea del 24 gennaio a Firenze, sia rispetto alla linea contrattuale e alla pratica sindacale che alla rivendicazione del diritto alla democrazia e al dissenso all’interno della CGIL e della FIOM che da essa provengono. Nessuno pensa che sarà facile, ma lo spazio c’è e di certo ci sono 69mila buone ragioni per provarci e rifiutare di giurare fedeltà al contratto nazionale appena firmato. 

Eliana Como 

DOBBIAMO DIVENTARE UN SOGGETTO VISIBILE: intervento di Michela Ruffa all'assemblea dei metalmeccanici del sindacatoaltracosa a Firenze

Mi chiamo Michela Ruffa e vengo dalla Continental di Pisa, multinazionale tedesca di circa 1000 dipendenti.
Alla Continental abbiamo ottenuto il 72.4% di NO, una delle percentuali più alte a livello nazionale, con una affluenza pari al 65%.
E’ stato tutto merito nostro? Un referendum sul CCNL, non essendo una “questione di fabbrica”,  permette ai lavoratori di sentirsi più liberi di esprimersi ma sicuramente se oggi i lavoratori contestano la politica sindacale delle segreterie il merito è tutto nostro perché in questi anni abbiamo fatto vedere che un altro modo di far sindacato è possibile.
Stiamo parlando infatti di un'azienda in cui è presente solo la FIOM con 12 delegati su 12 e in cui i lavoratori fino a sei anni fa stendevano il tappeto rosso al passaggio del Segretario, oggi lo contestano in assemblea.
E' una fabbrica in cui la FIOM ha sempre dato ai lavoratori una sola versione, la sua! I lavoratori hanno sempre dato il proprio consenso alla FIOM anche quando sono stati siglati accordi per turnazioni sempre più alte, fino a concedere il sabato e la domenica col “ciclo continuo”. L'azienda ha sempre chiesto e la FIOM ha sempre fatto in modo di trovare una soluzione per l'azienda.
E dopo il ciclo continuo, nonostante l’azienda avesse già a disposizione tutti i tipi di turnazione, ha continuato a chiedere, sempre di più. Oltre ai sabati e alle domeniche e la riduzione di orario fatta tutta coi nostri PAR,  ha chiesto ancora più flessibilità, ha aumentato i carichi di lavoro sui reparti, ha cominciato a chiedere la riduzione delle pause, ha chiesto ed applicato CdS ad hoc per scaricare i costi sulle casse dell'INPS. Ha preteso PAR e ferie a sua completa discrezione. Ha tentato di instaurare un clima di intimidazione con provvedimenti a tappeto di fronte ad errori inevitabili dovuti all'aumento dei ritmi di lavoro. L'azienda ha sempre trovato una Segreteria ed una maggioranza RSU sempre disponibili ad assecondala e a  trattare scambiando qualcosa per qualcos'altro.
E' dal 2011 che in Continental abbiamo aperto gli occhi e abbiamo cominciato a costruire azioni di contrasto alle pretese dell'azienda e da allora abbiamo incontrato l'ostacolo forte non tanto dell’azienda quanto soprattutto della RSU di maggioranza e della Segreteria FIOM. Siamo partite in poche, tre sole donne, e continuiamo ed essere in pochi, ma la nostra azione è costante e si fa sentire quotidianamente.  Alle assemblee inizialmente era quasi impossibile dire la nostra, tra offese, interruzioni da parte della Segreteria e del resto della RSU che cercava di far passare il nostro punto di vista come vaneggiamento senza supporto sindacale, assurdo nel contesto di crisi in cui ci troviamo.
Il messaggio che voglio far passare oggi qui è che la nostra attività sarebbe andata a finire se ad un certo punto non avessimo incontrato i compagni della Piaggio. Abbiamo notato che i nostri problemi erano gli stessi che avevano nella loro fabbrica. Abbiamo quindi cominciato a denunciarli insieme e pian piano abbiamo costruito un fronte comune e visibile ai lavoratori. Abbiamo volantinato e scritto documenti coi compagni dalla Piaggio facendo vedere ai lavoratori che il nostro non era solo il punto di vista di un paio di delegate ma quello di tanti altri e soprattutto era completamente alternativo rispetto a quello a cui erano abituati. Il nostro era ed è il punto di vista di chi crede che i diritti non si scambiano con altri diritti ma si difendono, se ne pretende il rispetto e si rivendica indipendentemente dal contesto. Abbiamo portato le questioni di fabbrica ai direttivi presentando Ordini del Giorno firmati da tutti. Ce li hanno bocciati e noi abbiamo fatto vedere questo ai lavoratori.
Non ci chiamano più alle riunioni ed hanno costruito una Delegazione Trattante scegliendo i suoi membri in modo da escluderci dalle informazioni, dalle discussioni.  Tentano di boicottarci gli scioperi, levano i nostri comunicati dalla bacheca sindacale, hanno provato ad isolarci ma siamo diventati più forti ed ora alle assemblee anche noi parliamo, non perché gli altri ce lo permettano ma perché sono i lavoratori che vogliono sentirci parlare! La differenza fondamentale tra noi e loro è che noi non ci sentiamo rappresentativi perché ci sediamo ad un tavolo ma perché i lavoratori vogliono sentire la nostra opinione e questo è quello che conta perché i lavoratori possano decidere.
Siamo ancora in pochi e non riusciamo sicuramente a portare avanti rivendicazioni e piattaforme ma riusciamo ad impedire giornalmente alla maggioranza di stringere accordi al ribasso con l’azienda.
Oggi dobbiamo fare i conti col nuovo CCNL che ridà tutto in mano alle aziende. Noi però non possiamo permetterci di retrocedere. Quel 72.4% ci dice che dobbiamo andare avanti. Abbiamo tutti i problemi davanti a noi e tra questi nell'immediato:
  • la pretesa di maggior flessibilità.
  • un integrativo aziendale e un premio fermi al 2005
  • nuove elezioni RSU a giugno…..cosa vorrà farci firmare il Segretario Generale per assicurarsi che non faremo opposizione e nel caso contrario buttarci fuori?
Ben venga se ci butteranno fuori perché abbiamo cercato di restituire diritti ai lavoratori. Credo però che avranno dei grossi problemi se faranno questo.
In ogni caso qui dobbiamo decidere come intendiamo porci col nuovo Contratto Nazionale nelle nostre fabbriche e per permettere, ad esempio, che in Continental continui a vivere quel 72.4%: CHI SARA’ AL NOSTRO FIANCO OLTRE A PIAGGIO?
La situazione non è facile ma un clima di rassegnazione sarebbe sbagliato.
Mi convince molto ed intendo rilanciare la proposta di Massimo Cappellini della Piaggio di rivederci con cadenza fissa, ad esempio ogni due/tre mesi. Questa proposta, oltre al fatto di permetterci di continuare il lavoro iniziato e di scambiarci continuamente le esperienze, va proprio nella direzione che secondo me serve: diventare un SOGGETTO VISIBILE. 
Devono aver chiaro che dovranno fare i conti con tutti noi. Solo così il nostro punto di vista e le nostre rivendicazioni potranno avere forza soprattutto dove non siamo molto rappresentativi e dove stiamo ancora crescendo.
 

Le attese tradite dei metalmeccanici

Dopo 17 mesi senza contratto nazionale, i lavoratori si aspettavano qualche cosa di meglio. Forse sarebbe meglio dire che si aspettavano almeno qualche cosa. Invece se c’è qualcosa, in questa intesa siglata il 26 novembre da Fim, Fiom e Uilm, e messa ai voti in fretta e furia a ridosso delle festività natalizie, c’è un grande favore fatto agli industriali. Che infatti non hanno nascosto la loro felicità, sia nelle dichiarazioni ufficiali, sia attraverso l’organo di stampa della Confindustria. Con la solita superficialità di certo giornalismo, o, se si preferisce, con la consumata acquiescenza nei confronti dei padroni, anche tutti gli altri organi di informazione hanno accreditato la fandonia di un aumento di 92 euro ai lavoratori. Le cose stanno ben diversamente, fermo restando che, anche nell’ipotesi di un tale incremento delle buste paga non ci troveremmo certo di fronte a salari da capogiro. L’aumento in denaro sarà di circa 50 euro a regime, cioè al quarto anno di vigenza del contratto. Per arrivare ai 92 euro bisogna aggiungere una serie di benefit che compongono il cosiddetto “welfare aziendale” che sta diventando sempre più di moda in quanto consente ai datori di lavoro di far finta di aumentare gli stipendi non pagandoci le tasse sopra. Per il periodo di vacanza contrattuale saranno “elargiti” la bellezza di 80 euro. Come dire 4,70 euro per ognuno dei 17 mesi! Ma bisogna anche precisare che la Federmeccanica, rappresentante di categoria del padronato, è riuscita ad ottenere due importanti risultati nell’ambito dei principi contrattuali del lavoro. In primo luogo far decorrere gli aumenti contrattuali, previsti come adeguamento all’inflazione, ex-post, cioè a scadenza del triennio e non con il meccanismo previsto fino ad oggi, che accordava degli aumenti immediati sulla base di una inflazione prevista e rimandava la compensazione eventuale a un secondo momento di verifica. L’altro principio è la “non sovrapponibilità” degli aumenti del contratto nazionale con quelli eventualmente ottenuti nella contrattazione aziendale. Questi ultimi verranno riassorbiti fino alla totale uniformazione ai parametri nazionali. In questo modo, i benefici della contrattazione aziendale si dovranno limitare a voci variabili del salario, in stretta connessione con gli obiettivi di produttività aziendali. Ed è veramente il trionfo dei principi confindustriali. Landini, segretario nazionale della Fiom si consola raccontando e raccontandosi che i lavoratori hanno votato all’80 per cento a favore del contratto, dando “una grande prova di democrazia”, ma sa benissimo come funzionano queste cose e sa altrettanto bene che nelle aziende più grandi, dove esistono gruppi di lavoratori d’avanguardia, le cose non sono andate affatto così. Ad esempio in tutto il gruppo Fincantieri i lavoratori hanno bocciato il contratto. Così è andata anche alla Tenaris di Dalmine, all’Electrolux, alla Piaggio di Pontedera, alla Continental, alla Thyssenkrupp di Terni. Alcuni territori hanno votato No al contratto: Trieste, Bergamo, Napoli, Genova, Parma, Modena. E questo nonostante una circolare interna della Fiom vietasse ai dirigenti locali di difendere le ragioni del No, anche quando queste ragioni erano state fatte proprie dai direttivi sindacali provinciali, come nel caso di Genova e di Trieste. Insomma, si è visto il solito logoro copione della burocrazia sindacale, impegnata a far apparire la sua consultazione farsesca come una reale espressione di democrazia dei lavoratori. Ma l’opposizione da parte dei lavoratori delle grandi aziende lascia ben sperare su un recupero della capacità rivendicativa e sulla volontà di non dare per chiusa definitivamente la partita.  

R.Corsini 

venerdì 3 febbraio 2017

Fiom Toscana, comunicato su incontro Gruppo Piaggio

Dall'incontro tenutosi in data odierna a Pontedera con il Presidente del Gruppo Piaggio emerge purtroppo un quadro ancora preoccupante di perdurante crisi nelle fabbriche italiane. I dati illustrati sottolineano il contesto delle riduzioni dei mercati europei delle due ruote e dell'utilizzo costante degli ammortizzatori sociali negli stabilimenti italiani, ad eccezione di Moto Guzzi, per sopperire alla mancanza di volumi di lavoro. Nel 2016 si è registrato un minimo incremento di rialzo del mercato che, come Organizzazioni sindacali, abbiamo richiesto possa essere tradotto in elemento di incrementi produttivi e occupazionali. L'Azienda tende inoltre a precisare come il livello degli investimenti in Italia sia rimasto costante, circa sui 70 milioni di euro l'anno. Per quanto concerne lo stabilimento di Pontedera, si prevede il lancio di un nuovo modello, Vespa GT, ma permane una riduzione delle ore lavorate rispetto all'anno precedente; per quanto riguarda gli stabilimenti Aprilia, è stata manifestata l'idea di lanciare un nuovo modello, ma complessivamente non tutti i modelli passati sono stati adeguati da Euro 3 a Euro 4 e quindi non c'è una compensazione adeguata. Come Fim, Fiom. Uilm nazionali vi è l'intenzione di chiedere a Piaggio di proseguire il confronto e adottare una strategia di più largo respiro, al fine di rilanciare i prodotti e la saturazione degli impianti degli stabilimenti italiani. E' evidente che gli ammortizzatori sociali non possono proseguire nel corso del tempo e quindi è necessario adottare anche una strategia sindacale unitaria al fine di contribuire ad accompagnare la ripresa produttiva e garantire i livelli occupazionali negli anni futuri.  

I coordinatori nazionali per il Gruppo Piaggio 
Ferdinando Uliano, Fim-Cisl Massimo Braccini, Fiom-Cgil Gianluca Ficco, Uilm-Uil 

sabato 21 gennaio 2017

Quanto accaduto ieri all’ aeroporto di Pisa è un fatto grave

Due lavoratori che stavano manifestando per i propri diritti e il proprio posto di lavoro sono stati feriti.
L’Avis ha scelto di aumentare i profitti nel modo più semplice, licenziando, senza nessun spazio di vera trattativa , ed è direttamente responsabile del clima di tensione che ha portato all’incidente di ieri mattina.
Come RSU FIOM Piaggio  esprimiamo solidarietà ai lavoratori feriti e il nostro appoggio ai lavoratori Avis in lotta!

giovedì 19 gennaio 2017

Un contributo alla discussione per l’assemblea del 24 a Firenze

La conclusione e i contenuti del CCNL hanno posto con chiarezza e reso ineludibili i problemi, accumulati negli ultimi anni, di fronte a cui si trovano i delegati attivi nelle fabbriche. Come praticare un’azione sindacale coerente è la questione aperta e all’ordine del giorno: le sue possibilità e le sue prospettive devono essere al centro della nostra discussione. Il Referendum sul CCNL ha già dimostrato che una gran parte degli operai delle grandi e medie fabbriche ha coscienza della condizione in cui sono stati messi e del fatto che i dirigenti sindacali hanno abbandonato la difesa di loro interessi fondamentali. Per di più, in diverse fabbriche, dove sono già attivi gruppi di delegati capaci di iniziativa indipendente, i lavoratori hanno dimostrato di saper sostenere, ora come negli ultimi anni, lo scontro con i padroni e le strutture sindacali territoriali. I risultati del Referendum in tante grandi fabbriche e le posizioni assunte dalla FIOM su Contratto e Referendum non lasciano dubbi sulla durezza di questo scontro, che è solo cominciato, ma che sta prendendo forme più omogenee e riconoscibili a livello nazionale. La battaglia, che si presenterà simile in tutte le medie e grandi fabbriche, sarà tra l’accettazione delle richieste e delle regole imposte dai padroni e dal nuovo Contratto e un’azione sindacale che respinga il cedimento, combatta la frammentazione dei lavoratori e ne riaffermi l’identità sociale. E’ a questo compito che devono essere rivolte la nostra discussione e le nostre iniziative. In questa prospettiva, i problemi che come delegati dovremo affrontare nelle fabbriche nei prossimi mesi sono a nostro avviso: – Contrastare su tutti i punti l’applicazione del CCNL, soprattutto su orari, flessibilità, legge 104 e premi aziendali. Tutte cose che toccano direttamente e pesantemente i lavoratori, così come gli effetti di una scala mobile fasulla con il prevedibile rialzo dei prezzi energetici. – Difenderci dalle sanzioni degli “accordi del 10 gennaio”. Bisogna evitare di essere attaccati in ordine sparso mantenendo contatti stretti e organizzando in anticipo una reazione generale di difesa dei delegati che proclameranno gli scioperi. – Confrontarci sulla costruzione di Piattaforme aziendali che superino i vincoli del CCNL e dare ampia diffusione, tra i lavoratori delle diverse fabbriche, delle esperienze e degli accordi favorevoli – Sostenere con tutti i mezzi i compagni e i gruppi operai che nelle fabbriche cercheranno di contrastare la politica di cedimento e di liquidazione degli interessi e dei diritti dei lavoratori Il soggetto insostituibile della nostra iniziativa sono i lavoratori, soprattutto delle grandi fabbriche. Portare avanti le loro rivendicazioni e la loro organizzazione significa incominciare a scompaginare i progetti dei padroni, violando i vincoli che la FIOM ha fatto propri. Questo ci costringerà a scontrarci anche con le strutture FIOM e dovremo farlo senza esitazioni. Quella che dobbiamo praticare è un’attività indipendente su tutto, rivolta alle rivendicazioni e alla lotte nelle fabbriche e quando possibile alla partecipazione sui nostri contenuti a iniziative nazionali, non indirizzata né vincolata alle scelte delle dirigenze della FIOM e della CGIL.  

RSU FIOM SAME, PIAGGIO, CONTINENTAL ADERENTI ALL’INIZIATIVA

Metalmeccanic@: 69mila ragioni per resistere e lottare. Il 24 a Firenze


Vedi la locandina. Martedì 24 gennaio, ore 10-16, seconda assemblea nazionale dei delegati e delle delegate metalmeccaniche per il NO!

276.000 operai metalmeccanici hanno votato a favore del contratto nazionale sottoscritto da Fiom, Fim e Uilm. Una vittoria della democrazia e un voto cosciente, ci dicono i nostri dirigenti. Non abbiamo dubbi: i nostri colleghi hanno votato “sì” con coscienza. Il punto è che questa coscienza può essere cambiata.
Non solo perché le ragioni del “no” non sono arrivate in molte assemblee. Non solo perché ben presto saranno chiare le conseguenze negative del contratto. Ma anche perché da tempo veniva preparato nelle aziende il terreno perché un simile contratto potesse essere accettato.
Prima di sottoscrivere questo contratto con la penna, i dirigenti sindacali l’avevano da tempo sottoscritto nella pratica. Fim e Uilm l’hanno fatto con 8 anni di accordi separati, con la totale svendita dell’azione sindacale sull’altare degli enti bilaterali. La Fiom l’ha sottoscritto ogni giorno un pochino di più: non contrapponendo mai una vera strategia alternativa a quella di Fim e Uilm, interrompendo alle Officine Bertone la stagione di lotta contro Marchionne, abbracciando il testo unico sulla rappresentanza, capitolando crisi aziendale dopo crisi aziendale senza mai sviluppare un piano di lotta complessivo, con gli accordi sottoscritti all’Electrolux, in Fincantieri e così via.
276.000 metalmeccanici hanno votato in coscienza “sì” anche perché in fondo non hanno creduto di avere un’alternativa. E questo messaggio è stato ribadito loro in tutte le salse: “se non firmiamo questo, cosa facciamo?” Una vera e propria iniezione di debolezza. Un bagno di sfiducia che dopo solo 20 ore di sciopero in 12 mesi rischia di consegnare la categoria a Federmeccanica, a Ichino, Poletti, Renzi.
68.695 metalmeccanici hanno invece votato no. E l’hanno fatto con altrettanta coscienza. Soprattutto dove sono stati raggiunti dalla campagna per il no. Una campagna promossa con volantini e passaparola da delegati e lavoratori senza alcuna riconoscimento né legittimità da parte delle strutture. Anzi spesso duramente contrastata da esse. Hanno votato no alcune tra le aziende sindacalmente più forti e militanti. Quelle su cui un sindacato deve appoggiarsi se vuole dare vita a una stagione di mobilitazione. Quelle di cui la maggioranza della Fiom dovrebbe disperarsi per aver perso, perché non avere il loro consenso rende potenzialmente ancora più difficile una prospettiva di mobilitazione.
Abbiamo votato no e promosso una campagna di controinformazione coscienti di respingere non solo un pessimo contratto, ma un intero modello di relazioni sindacali. Se il Ccnl è passato, non passa per questo la nostra opposizione a quanto rappresenta. Non si tratta però semplicemente di prepararsi al prossimo congresso o referendum. Se il problema sono la pratica, l’alternativa e i rapporti di forza, è da lì che dobbiamo ripartire.
Al tecnicismo da amministratori e consulenti finanziari che caratterizza ormai la stragrande maggioranza dei nostri funzionari, noi dobbiamo rispondere con la semplicità e la freschezza di chi contrappone all’avversario di classe le proprie ragioni di vita e di dignità. E’ l’azione della stessa controparte a fornirci delle linee guida sommarie: aumenti salariali come forma di spostamento della ricchezza da profitti a salario, difesa della sicurezza e della salute sul lavoro, del diritto alla malattia, all’assistenza familiare e della sanità pubblica, opposizione ad ogni tentativo strisciante di ritorno al cottimo, riappropriazione del controllo dell’organizzazione del lavoro e dell’orario, con la riaffermazione di sabato, domeniche e festivi come giorni di riposo, comunque mai assimilabili a lavoro ordinario, opposizione agli enti bilaterali, alla cessione di pezzi di stato sociale direttamente nelle mani del mondo finanziario e assicurativo, lotta al precariato e riconquista dell’articolo 18, abbassamento dell’età pensionabile e aumento delle pensioni, rifiuto del testo unico sulla rappresentanza.
Alla rappresentazione delle aziende che piangono miseria, contrapponiamo la realtà dei profitti che hanno macinato un record dopo l’altro. Alle indiscusse e indiscutibili esigenze del mercato, contrapponiamo le imperative ragioni della vita di milioni di lavoratori. A un apparato sindacale che pensa di cavarsi dalle secche con quote contrattuali e con i proventi degli enti bilaterali, contrapponiamo un modello sindacale partecipativo guidato dalla fiducia di poter stimolare la partecipazione e organizzazione dei lavoratori.
Questo referendum ci consegna 69.000 ragioni per resistere e lottare. Per questo invitiamo tutti quelli che si ritrovano in queste ragioni a discutere insieme come farlo e con lo stesso spirito con cui abbiamo promosso l’assemblea del 6 dicembre per organizzare la campagna per il NO, diamo appuntamento a tutte e tutti di nuovo a Firenze il 24 gennaio, a partire dalle h 10 al Dopo Lavoro Ferroviario in via Alamanni (attaccato alla stazione di Santa Maria Novella).

Matteo Moretti, Michele Di Paola, Mauro Sassi, Luciano Morelli, Giuseppe Iapicca, Massimo Barbetti (RSU FIOM GKN)
Giorgio Mauro, Andrea Paderno, Matteo Carioli, Matteo Barbaro, Gianfranco Cannone, Roberto Rivoltella, Gianluca Paris, Alfonso De Martino, Jury Guerini, Alberto Vitali, Marco Fontanella, Franco Ruggeri, Luca Carlessi, Massimiliano Finardi, Massimo Mandelli, Rocco Vizzone, Daniele Gatti (RSU FIOM Same)
Massimo Cappellini, Antonella Bellagamba, Massimiliano Malventi, Adriana Tecce,Giorgio Guezze, Francesco Giuntoli, Simone Di Sacco (RSU FIOM Piaggio)
Giuseppe Faillace, Giuseppe Imparato, Ciro Palmieri (RSU FIOM Motovario)
Gianplacido Ottaviano, Giuseppe Principato (RSU FIOM Bonfiglioli)
Mario Viscido, Maurizio Mazza, Giuseppe Gomini (RSU FIOM Ducati)
Silvia Cini, Giada Garzella (RSU FIOM Continental)
Serafino Biondo (RSU FIOM Fincantieri Palermo)
Stefano Fontana (FIOM Fincantieri Marghera)
Gabriele Severi, Franco Batani (RSU FIOM Marcegaglia Forlì) 

Landini ammonisce. Il ccnl va rispettato. Guai a chi contratta condizioni diverse!

Nelle conclusioni del Comitato Centrale dell’11 gennaio, il segretario generale della FIOM ha richiamato al rispetto del contratto nazionale approvato dalla consultazione di fine dicembre. Con molta chiarezza ha dichiarato che il contratto nazionale, una volta votato, è valido e va rispettato in ogni sua parte, da tutti. Ogni ipotesi di contrasto mancherebbe di rispetto al voto della maggioranza dei metalmeccanici e delle metalmeccaniche.
L’esempio che lui stesso ha portato non lascia dubbi: il contratto prescrive che d’ora in avanti tutti i premi di risultato siano variabili. Questo significa che così deve essere e che quindi anche la FIOM si impegna a non chiedere da nessuna parte premi fissi. Tutto ciò con buona pace di tutti quelli che nelle assemblee ci hanno attaccato dicendo che non era vero che d’ora in poi i premi sarebbero stati tutti variabili, perchè comunque nella contrattazione li avremmo riconquistati fissi. Quello dei premi variabili è soltanto un esempio. Landini stesso ha detto che è così per tutto il resto. Evidentemente quindi anche sulla flessibilità, sullo straordinario, sull’assorbibilità dei minimi. Landini ha anche sottolineato che chiunque si candiderà nelle liste della FIOM deve sapere che queste sono le regole, ammonendo senza mezzi termini chiunque pensi di seguire altre strade.
Davvero stentiamo a capire come si possa pensare una cosa simile. Saremmo arrivati al paradosso che un contratto nazionale può essere peggiorato attraverso le deroghe ma non migliorato attraverso la contrattazione di secondo livello. Se applicato, sarebbe la fine della contrattazione acquisitiva. Non capiamo nemmeno quali possano essere i fondamenti giuridici su cui si basa il ragionamento del segretario generale della FIOM e nemmeno come possa pensare di impedire, a norma di Statuto, a una RSU di provare a contrattare condizioni migliori.
Questo comportamento supera persino il Testo Unico sulla rappresentanza, a cui, paradossalmente, la FIOM dà applicazione prima di qualunque altra categoria e in modo più brutale, minacciando essa stessa conseguenze di tipo sanzionatorio per chi dovesse dissentire.
Pensiamo che non ci sia fondamento in questa logica, né giuridico né statutario, tanto meno sindacale. Non ci sono strumenti per impedire a una RSU nella sua autonomia https://sindacatounaltracosa.org/2017/01/12/landini-ammonisce-il-ccnl-va-rispettato-guai-a-chi-contratta-condizioni-diverse/di provare a chiedere condizioni migliori rispetto a quanto stabilito dal contratto nazionale. Il problema vero saranno i rapporti di forza. Ma il segretario generale della FIOM lasci che a dire di no siano i padroni.
Anche per queste ragioni diamo appuntamento a tutte e tutti il 24 gennaio a Firenze alla assemblea dei delegati e delle delegati.

Sindacatoaltracosa in FIOM

fonte:https://sindacatounaltracosa.org/

No + no = SI: la classe operaia può!

Fincantieri, Piaggio, Microelectronics, Dema, AST, Same, Tenaris Dalmine, Ducati, Minarelli, GKN, CarbonSteel, CFT, Electrolux, Avio Aero, Stefani, Meridbulloni, SKF...sono solo alcune delle fabbriche dove è stato respinto l’infame contratto dei metalmeccanici, firmato da FIM, FIOM e UILM. In altre, dove ha prevalso il SI, il NO si è attestato comunque su numeri molto alti: all’Alenia di Pomigliano, ad esempio, è arrivato al 42%. Tutto questo contro l’indicazione delle dirigenze sindacali (FIM e UILM per il SI, FIOM per la libertà di scelta) e senza alcuna campagna di massa per il NO, senza contare i brogli ormai classici e puntualmente denunciati, dal voto multiplo ai verbali secretati. Un NO, insomma, che è andato anche contro l’imponente campagna mediatica che ha spacciato aumenti di ben 92 euro lordi, con giochi di prestigio aritmetici che non riescono nemmeno al peggiore degli apprendisti stregoni: per giustificare questo dato totalmente inventato si sono mischiate, infatti, le mele dei recuperi inflazionistici con le pere delle decontribuzioni! La narrazione mitologica sui 92 euro serviva, però, a giustificare gli arretramenti e le batoste presenti sul piano economico e normativo, dal salario accessorio legato alla produttività alla possibilità di decidere su straordinario, orari e organizzazione in azienda, anche andando in deroga peggiorativa sul contratto nazionale. UNA GROSSA PARTE DELLA CLASSE OPERAIA DEL NOSTRO PAESE HA RESPINTO UN CONTRATTO DI MERDA, senza nessuna, o quasi, organizzazione di supporto: solo con la propria coscienza, la consapevolezza del proprio lavoro e degli imbrogli mascherati sotto le belle parole. Non abbiamo ancora i risultati defintivi, ma probabilmente questi NO non serviranno a respingere il contratto, e questo è grave, perché il contratto dei metalmeccanici è un po’ la costituzione materiale del lavoro nel nostro paese. Ma il dato importante che esce da questo referendum è che nelle fabbriche dove ci siamo, dove c'è un'organizzazione sindacale davvero dalla parte dei lavoratori, e persino nelle fabbriche dove normalmente non ci siamo ma dove siamo riusciti ad arrivare almeno ai cancelli coi nostri furgoni per portare informazioni e discutere sui contenuti del nuovo contratto, in tutte queste fabbriche ha vinto il NO! Un NO al contratto che, sommato al NO al referendum del 4 Dicembre, ci parla di un popolo che vuole invertire la rotta, che ha deciso di dire basta a dieci anni di crisi, di tagli ai salari e ai diritti. Questi due NO sono dei “nostri”, dei lavoratori del nostro paese, e devono, possono essere organizzati, amplificati, per trasformarli in un immenso SI...a cosa? Ai probabili referendum abrogativi del Jobs act, che la CGIL ha proposto ma sui quali non sappiamo se e quanto investirà, dato che all’ esito di quei referendum è legata la sorte del loro governicchio amico...che infatti già si sta “cacando sotto”, e sta studiando la maniera per depotenziarli facendo qualche passo indietro prima che sia troppo tardi! In questo momento di confusione sotto il cielo la situazione non è eccellente, ma è più che buona per chi ha chiari gli obiettivi, il percorso e i passi da compiere, e soprattutto ha voglia di mettersi in marcia. Occorre cogliere l’occasione, uscire dalle proprie nicchie rassicuranti, rimettersi in gioco: non abbiamo più intenzione di partecipare, vogliamo tornare a vincere!

giovedì 22 dicembre 2016

Referendum Sul Contratto Nazionale dove vince il no!

Ast di Terni Thissenkrupp 
No 619 (55%)
Sì 502
1127 votanti
AEROAVIO (gruppo GE) di Pomigliano (NA)
NO 316
SI’ 53
NULLE 2
BIANCHE 2

373 votanti (33% degli aventi diritto)
Ansaldo Energia (GE) 
733 NO
677 SI
BTicino di Torre del Greco (NA)
NO 86
SI’ 16
NULLE 4
CARBON STEEL (Gruppo Marcegaglia) Dusino S.Michele - Asti
NO 95
SI’ 12

128 votanti
Corali di Bergamo 
25 NO 
18 SI
Crown di Aprilia 
80 NO
48 si
CONTINENTAL San Piero a Grado e Fauglia (PI)
NO  72,4%

SI   28,6%
votanti 616
CFT Parma
NO 68

SI’ 56
349 dipendenti
CSO di Scandicci (FI)
NO 119
SI 9
BIANCHE/NULLE 0
CMG GAMBINI di Altopascio (LU)
NO 68

SI’ 5
dipendenti 140
DALMINE TENARIS di Bergamo
NO 412
SI’ 337
BIANCHE 5
NULLE 6
 
Dema (Napoli)
133 NO (65%)
71 SI
426 dip
Danieli & C. di Udine 
NO all'85% (188 votanti).
Dana Rovereto (Tn)
No 106 (60%)

Sì 70
EVCO di Sedico (Belluno)
NO 27

SI’ 11
BIANCHE 1
NULLE 1

EME di Arsiè (Belluno)
NO 20

SI’ 1
BIANCHE 2

ELECTROLUX di Solaro (MI)
NO 330
SI 244
NULLE 2

dipendenti 852, aventi diritto al voto 743, votanti 576
ELECTROLUX di Susegana (Treviso)
NO 480
SI’ 171
 
1094 dipendenti, 917 presenti e 654 votanti
ELECTROLUX di Forlì  
NO all'84% 
527 votanti su 916 aventi diritto al voto
FINCANTIERI di Ancona
NO al 56,5%  

FINCANTIERI a Marghera
389 NO pari al 60%
652 votanti
FINCANTIERIGenova 
406 NO
52 SI
FINCANTIERI Trieste  
125 NO
94SI
Jabil Circuit Marcianise (CE)
250 NO
125 SI
Gkn Firenze 
NO: 336 Pari al 91.8 dei votanti 
SI: 27 Pari al 7.3 dei votanti
Bianche e Nulle 3 pari al 0.9 dei votanti

Aventi diritto 467
Votanti 366

ILVA GENOVA   
732 NO
123 SI
LUNA QUINTO  di Campovallo (AN)
NO al 98%

Motovario Formigine (Mo)
NO 202 (86%)
SI 33
Moto Guzzi Gruppo Piaggio di Lecco
28 NO
21 SI
2 bianche

51 votanti
MECAVIT di Castel Guelfo (Bologna) 
NO al 99%  
23 su 24 votanti
METALBA di Longarone (Belluno)
NO 22

SI’ 4
BIANCHE 2

MERIDBULLONI di Castellamare di Stabia (NA)
NO 48
SI’ 15

63 votanti
MOTORI MINARELLI di Bologna
NO 105
SI’ 52
NULLA 
BIANCA 1

159 votanti
OLVAN di Lurano (BG)
NO 29
SI’ 20

Ocme Parma
205 NO
25 SI
PERINI Lucca 
191NO
53 SI
PIAGGIO Pontedera (PI)
NO 176 60, 1%

SI   117 39, 9%
votanti  293
PANDOLFO 1 di Belluno
NO 52

SI’ 8
BIANCHE 2
NULLE 2
PANDOLFO 2 di Lentiai (Belluno)
NO 97

SI’ 3
BIANCHE 6
PIERALISI FRANTOI di Jesi (AN)
NO al 90%

SAME di Treviglio (Bergamo)
NO 765
SI’ 79
NULLE/BIANCHE 10

SCIENZA E FABRICA MACHINALE di Cascina (PI)
NO 15
SI’ 3

34 dipendenti, 18 votanti
SEST di Limana (Belluno)
NO 82
 

SI 38
BIANCHE 5
NULLE 6

SIRTI di Sala Consilina (Salerno) 
NO al 70%
SCN GROUP SPA di Thiene (VI) 
NO 108 
SI’ 71
NULLE 5
BIANCHE 20
SKF a Cassino
NO 94 
SI 76
Bianche 1
Nulle 1
Sui 172 votanti aventi diritto 304
ST Catania
NO 768 69%
SI 380 31% 
Spal Automotive (Reggio E)  
NO 104 (59%)
SI 75
Schneider (Na)
No 145 (80%)
Sì 35

VERONA LAMIERE di Zevio (VR)
NO 58
SI’ 29
BIANCHE/NULLE 4
145 dipendenti, votanti 91
WAM di Cavezzo (MO)
NO 46 

77votanti



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