giovedì 21 luglio 2016

Questa volta le posizioni sono fin troppo chiare

13 luglio: i lavoratori in assemblea decidono che non si firma la solidarietà senza trattativa su lavorazioni importate, salario, ptv e condizioni ambientali
15 luglio: l’azienda chiede la firma sulla solidarietà rifiutando la discussione sugli altri punti;
18 luglio: la maggioranza dei delegati ovviamente accoglie la richiesta aziendale e nella riunione della RSU, con un ordine del giorno, decide che le assemblee dei lavoratori non valgono niente di fronte alle pretese della Piaggio. E ora i delegati di FIM, UILM e un paio di delegati FIOM sono già pronti con la penna in mano per andare a firmare quel contratto di Solidarietà che la Piaggio pretende per far cassa e indebolire, ancora una volta, la posizione dei lavoratori sugli aspetti che riguardano il rapporto di lavoro.
Una decisione presa a porte chiuse nella stanzina RSU e questa volta la FIM non ha potuto fare i capricci ed è rimasta fino alle votazioni degli ordini del giorno.
Addirittura questi signori, che naturalmente hanno deciso di saltare le assemblee dei lavoratori, per evitare altri intoppi e imbarazzi con l’azienda, hanno pensato di legittimare questa “porcata” con un bel referendum purificatore, a firma fatta, in cui i lavoratori possono soltanto dire un SI o un NO dopo una "trattativa" fatta contro la loro volontà e con l’aiutino degli impiegati che, come sappiamo, non manca mai nei momenti del bisogno.
Non è detto comunque che la cosa gli vada liscia.
Ma ogni volta vi e' la conferma che l'attuale situazione e' il risultato di sindacati e maggioranza RSU ubbidienti all'azienda, che si limitano a chiedere l'elemosina; e' il risultato di una pratica sindacale che ha come unico obiettivo quello di spegnere sul nascere ogni iniziativa tesa a rivendicare reali cambiamenti a partire dalle esigenze dei lavoratori.
E' sotto gli occhi di tutti che non c'è altra possibilità che rovesciare questo modo di fare sindacato, che si tratta di appoggiare ed estendere quelle iniziative di contrasto all'azienda che sia le assemblee degli ultimi giorni sia tanti lavoratori, in tutti questi anni, hanno dimostrato di saper e poter fare per ristabilire rapporti sindacali normali e fare trattative vere che affrontino i problemi dei lavoratori.
RSU FIOM PIAGGIO

domenica 17 luglio 2016

Referendum sulla Costituzione: guida al voto

La Costituzione italiana com'era all'origine, come è cambiata e come rischia di essere se passa l'ultima modifica voluta dal governo Renzi. In allegato un confronto tra tre testi per capire meglio cosa ci giochiamo nel referendum d'autunno. 


Ferrovie. Un grande rammarico: aver denunciato la realtà ma non essere riusciti a evitarla…

Riprendiamo da FB una riflessione di Riccardo Antonini. A breve un suo comunicato più approfondito

Puglia: 27 Vittime e 50 feriti. Da Viareggio un solo pensiero: Sicurezza e Giustizia! La Verità oramai è accertata.
 
Per il 7° anniversario, 29 giugno 2016, siamo stati in 10mila per le strade cittadine.
Quella di Andria è l’ennesima strage annunciata, prevedibile, prevista … altra strage, oggi impossibile da evitare.
Impedirla vuol dire: NON subordinare la vita, la salute, la sicurezza a logiche di profitto, di mercato, di competitività e produttività. La vita, bene ineludibile, inviolabile ed irrinunciabile, sta al posto di comando: prima di ogni altra logica.
La privatizzazione, la liberalizzazione, la deregolamentazione, i tagli di personale ed alla manutenzione sono la madre di queste immani tragedie. La resistenza dei senza potere è necessariamente possibile al fine di ostacolare e contrastare la forza dei poteri forti. Solo modificando gli attuali rapporti di forza possiamo pensare di evitare simili stragi.
Il resto rischia di essere esercizio di pura ed ipocrita retorica.
NO alla prescrizione per Viareggio!
Sicurezza e giustizia per Viareggio!
Postscriptum. I licenziati delle ferrovie hanno un grande rammarico: aver denunciato la cruda realtà, non essere riusciti ad evitarla …


Disastro in Puglia. L’errore è non ribellarsi!

Disastro ferroviario in Puglia: ennesima strage annunciata! Scontro frontale tra due treni pendolari: 23 morti e oltre 50 feriti. Solidarietà e vicinanza ai familiari delle vittime.

Ad ogni strage, solite lacrime di coccodrillo e annunci di altre inchieste. Politicanti, amministratori, manager e amministratori delegati, fanno veramente schifo per le gravi responsabilità di queste immani tragedie e per le gravi irresponsabilità di scaricare le proprie colpe su altri; quando esercitano questa “arte” su lavoratori che hanno perso la vita, mostrano tutta la loro vigliaccheria.
La strage del 12 luglio in Puglia, al pari delle altre (Val Venosta, Viareggio, Crevalcore, Rometta Maria, Piacenza …), è figlia di processi di ristrutturazione, liberalizzazione, privatizzazione e societarizzazione, di questi anni. Processi finalizzati a “tutelare” profitti, rendite e speculazioni, a vantaggio di pochi ma a danno della salute e della sicurezza di molti. La vita di ferrovieri, pendolari, viaggiatori, cittadini, è totalmente subordinata a interessi privati e personali di lorsignori.
In questi anni, abbiamo assistito al taglio di personale, della manutenzione, all’agente unico, alla soppressione di officine e presìdi, all’annullamento di elementari norme sulla sicurezza.
I disastri ferroviari di questi anni hanno provocato decine e decine di morti, oltre ai tanti lavoratori che hanno perso la vita sui binari. Solo nella gestione Moretti (2006-14), da Ad della holding Fs, per incidenti di lavoro, sono morti 56 lavoratori! Una statistica tragicamente impressionante …
Il cordoglio della casta politica è un rituale penoso oltre che offensivo. Gli appelli alla verità ed alla giustizia non sono da meno. Le “veline” dei mass media sulle “ferrovie più sicure d’Europa”, sono un inchino ben retribuito da padroni e manager.
Le ferrovie sono sempre più un campo di battaglia e Ad e dirigenti continuano a straparlare di sicurezza e di … spiacevolissimi episodi, come la strage ferroviaria di Viareggio del 29 giugno 2009, fu definita da Moretti alla Commissione VIII lavori del Senato.
Non aver garantito sicurezza sui binari, non aver investito in sicurezza ed aver praticato una politica di abbandono sulla sicurezza sono il vero errore disumano. Così come è un errore che tutti i governi che si sono succeduti in questi decenni abbiamo impegnato enormi risorse soltanto per le linee ad alta velocità, costose, inutili e persino dannose per l’ambiente e le comunità locali, come la TAV.  Non ribellarsi a questo stato di cose è l’unico errore umano.
A fianco dei ferrovieri in lotta e che esercitano il diritto di sciopero contro il peggioramento delle condizioni di lavoro, per la sicurezza e per la salute!
Organizzarsi e mobilitarsi oggi, per non recriminare e piangere domani!

Sindacatoaltracosa – Opposizione Cgil

Votiamo NO alla riforma dei padroni e alla politica di Renzi

Renzi ha preteso di revisionare la Costituzione frutto della Resistenza, con una maggioranza risicata in un Parlamento illegittimo. Ora cerca, al referendum, il consenso plebiscitario. Ci prova con il sostegno di Confindustria, che nel Jobs act ha conquistato la libertà di licenziare, ricattare e intimidire, contrastando chi rivendica salari dignitosi, condizioni di lavoro umane, sicurezza e salute nel lavoro.
Renzi e il padronato si propongono infatti di cambiare le istituzioni per imporre più facilmente le “contro-riforme” che incontrano resistenze politiche o sociali. Proseguendo una politica antioperaia ed antipopolare, dettata dai padroni e dai poteri forti: taglio delle tasse a capitali e imprese, privatizzazione della sanità, destrutturazione dei contratti e delle tutele del lavoro. Si deforma cioè la Costituzione per far prevalere un programma: la supremazia dell’impresa e la cancellazione dei diritti sociali. Infatti questa revisione (riduzione a 100 senatori mantenendo 630 deputati), combinata con l’Italicum (liste bloccate e ultramaggioritario, alla stregua della Legge Acerbo del ventennio fascista), consegna un esorbitante potere al capo del primo partito (anche se di ristretta minoranza). Potrà nominare la maggioranza assoluta dei parlamentari e per loro mezzo non solo il Governo, ma anche il Presidente e diversi membri della Corte Costituzionale. Cioè potrà liberamente condizionare tutte le cariche istituzionali.
Si concentra quindi il potere nel Governo, che potrà obbligare il Parlamento a votare entro 3 mesi le sue proposte. Viene cioè stravolta la divisione dei poteri, dando all’Esecutivo la possibilità di condizionare l’elaborazione delle Leggi. Non viene eliminato il Senato, ma solo il voto popolare. Si differenziano le competenze delle 2 Camere, creando molteplici percorsi legislativi (una decina tra bicamerali, esclusivi, concorrenti, con e senza pareri). Inevitabili i contenziosi, in cui tenderà a prevalere la forza e quindi di nuovo il governo. Non vengono neanche toccati costi e privilegi: non si propone infatti per gli eletti un normale stipendio medio da lavoro, ma si mantengono i loro spropositati emolumenti.
Con questa controriforma, allora, non viene ridotta la casta: viene subordinata ad un solo uomo al comando; non viene innovata la politica: vengono dati maggiori poteri al governo; non viene semplificato il percorso legislativo: vengono solo confuse le funzioni delle Camere.
La Costituzione aveva in sé il programma della Resistenza, con i suoi compromessi tra lavoro e capitale. Con la sua revisione, si sceglie un solo campo: quello dei padroni. E’ il programma della UE, che vuole superare il modello sociale europeo (Draghi, 2012), contro le Costituzioni antifasciste conparlamenti forti e che tutelano i diritti del lavoro (come chiede JP Morgan, 2013).
Per questo, dobbiamo votare NO al referendum anticostituzionale. Invitiamo le forze sindacali a partecipare a questa battaglia: anche la stessa Cgil, che non può limitarsi a semplici giudizi.In qu esta battaglia si deve stare, senza se e senza ma, dalla parte giusta. Quella del mondo del lavoro.
Ora e sempre, resistenza!

Sindacatoaltracosa – Opposizione Cgil

martedì 21 giugno 2016

Sas. Chiarimenti su vaccinazione antitetanica

Da diversi RLS è arrivata la richiesta di chiarimenti relativa alla vaccinazione antitetanica che molte aziende stanno imponendo ai dipendenti, rispondo tentando di dare qualche chiarimento che spero sia utile per informare correttamente le lavoratrici e i lavoratori e per confrontarsi con le aziende. Vediamo di capirci qualcosa sul tetano e sulla vaccinazione antitetanica. Solo dal 1968 con la Legge 419 la vaccinazione contro il tetano è obbligatoria. La vaccinazione si effettua in diverse tappe: prima iniezione dal 3° al 5° mese di vita del bambino e un richiamo nel corso dell’11° o 12° mese di vita. Successivamente si fa un richiamo al 5° anno di vita e poi ogni 10 anni. Dunque per fare degli esempi: un lavoratore nato prima del 1968 che non ha mai avuto una vaccinazione è opportuno che a prescindere dall'attività lavorativa che svolge è necessario che la faccia prima possibile; un lavoratore nato nel 1968 è certo che ha fatto la vaccinazione nel 68, poi un richiamo a 5 anni, nel 1973. La vaccinazione antitetanica viene richiesta per l'accesso del bambino alle scuole. Dopo 10 anni è possibile che abbia fatto successivi richiami nel 1983, nel 1993, nel 2003, nel 2013 e oggi non deve fare il richiamo e cosi per gli altri nati successivamente. Il lavoratore che ritiene di non aver necessità di richiamo vaccinale non necessariamente deve presentare il libretto delle precedenti vaccinazioni ma è sufficiente che faccia una autodichiarazione in cui dichiara di essere stato già vaccinato e di aver anche fatto i richiami. Il lavoratore può anche non essere disponibile alla vaccinazione dichiarando sempre in forma scritta che nel passato a fronte delle precedenti vaccinazioni è stato colpito da fenomeni di ipersensibilità e da reazioni allergiche al vaccino. Alcune informazioni sul tetano. La spora del tetano vive nell'intestino degli animali, soprattutto erbivori e dunque lo si trova nelle feci di questi animali e non è contagioso in quanto non si trasmette né per le vie aeree né da uomo a uomo. Il rischio è dunque presente soprattutto per i contadini, che si feriscono e sono a contatto con la terra ove possono essere state depositate feci di erbivore e per i lavoratori che operano nel ciclo dei rifiuti, sempre per le stesse ragioni. Esiste il rischio anche per i lavoratori metalmeccanici che sono a contatto con metalli sporchi di terra, rifiuti, polveri depositate in terra. Questo tipo di rischio deve essere comunque evidenziato nel DVR ove devono essere individuate le azioni per cancellare il rischio tetanico o almeno prevenirlo con la vaccinazione e con l'uso appropriato dei DPI, quali i guanti. I lavoratori metalmeccanici che non sono impegnati in queste attività, e non sono dunque a contatto con terriccio anche se svolgono mansioni che li portano a utilizzare metalli, non hanno questi rischi e dunque è superflua la vaccinazione. Bisogna smentire quel senso comune che identifica la possibilità della patologia tetanica alla presenza di ruggine, solo le feci, il terriccio e le polveri che impregnano eventuali utensili che provocano una ferita possono provocare il rischio. La copertura immunitaria contro il rischio del tetano è forte anche se il lavoratore ha saltato o salta qualche richiamo o gli è stato somministrato a un intervallo superiore ai 10 anni, con l'attenzione però di verificare l'età dello stesso, in quanto in soggetti anziani l'assenza del richiamo aumenta il rischio della possibile infezione antitetanica. Il tetano può portare alla morte per la paralisi dei nervi ma se si riconosce rapidamente, al massimo entro le 48 ore, la terapia farmacologica fa regredire la grave situazione, fino alla completa guarigione Negli ultimi anni complessivamente i colpiti dal tetano in Italia sono stati una cinquantina, perlopiù lavoratori e persone molto anziani e soprattutto contadini, in quanto non avevano sufficiente copertura vaccinale, ma nessuno è deceduto. La vaccinazione antitetanica è sicura se il lavoratore interessato è sano e non affetto da fenomeni allergici, in caso contrario i rischi di shock sono possibili e quindi è meglio evitarla. Sono presenti dei rischi nell’inoculazione del siero antitetanico, che si utilizza al posto della vaccinazione antitetanica. Infatti essendo il siero un emoderivato, sono immunoglobuline provenienti dal sangue umano. Pur con tutte le accortezze che vengono prese il rischio della trasmissione dell'epatite A e del HIV sono elevate. Dunque è necessario sempre ponderare bene la decisione di inoculare il siero antitetanico. Conclusioni: trovo curioso che le aziende vogliano procedere a campagne generalizzate di vaccinazioni, che ricordiamo si devono realizzare all'interno dell’attività di sorveglianza sanitaria che il medico competente deve realizzare in base ai rischi presenti in azienda e a quanto valutato nel DVR. Su queste basi che sommariamente ho descritto si dovrebbe svolgere il confronto con le aziende, nell'eventualità che non si trovasse un positivo riscontro c'è la necessità di rivolgersi al Servizio di Prevenzione della Asl.  

Ufficio SAS Fiom nazionale

fonte: http://www.fiom-cgil.it/

Parigi val bene una messa! A proposito di un’intervista a Landini.

Landini ha recentemente commentato in un intervista all’Huffington Post lo sciopero generale del 14 giugno in Francia e giustamente dice vive la France!
Ben venga, certo, che il segretario generale della Fiom guardi oggi alla Francia. Anche la segretaria generale della Cgil quel giorno ha fatto gli auguri ai lavoratori e alle lavoratrici francesi in sciopero. Aldilà degli slogan, bisognerebbe però essere più coerenti e conseguenti, tra quello che si predica (o si commenta) per gli altri paesi e quello che si decide, e si concretizza, nel proprio.In primo luogo sarebbe utile riconoscere quanto è avvenuto in Italia, anzi, quanto non è avvenuto. Invece, tanto Camusso che Landini sorvolano abilmente sulle responsabilità del più grande sindacato italiano nel non aver fatto come in Francia. D’altra parte, quando scioperano gli altri, va sempre bene. A parole infatti essere tutte e tutti francesi  oggi  è facile. Peccato, peccato davvero, non esserlo stati nei fatti qui in Italia, quando sarebbe servito.Nell’intervista all’Huffington, il segretario generale della Fiom riconosce in effetti le responsabilità della Cgil. Però soltanto con il governo Monti, quando la riforma Fornero passò in una notte, con appena 3 ore di sciopero. Testualmente dice: “L’errore lo abbiamo compiuto quando è caduto il governo Berlusconi nel 2011: abbiamo accettato che il governo Monti cominciasse a dare applicazione alla lettera della Bce compiendo il primo attacco all’articolo 18 e alle pensioni… Ora Renzi agisce su un terreno già arato”. Il problema, diciamo così, sarebbe stato l’antiberlusconismo, cioè il fatto che, pur di mandare via Berlusconi, si sia scelto di appoggiare o comunque non contrastare il governo Monti.Non è così semplice. Non è cosi facile né per la Cgil né per la Fiom. Per una serie di ragioni.
1. Prima o poi dovremo affrontare il fatto che i governi di centro-destra in questi ultimi 25 anni non sono stati tanto peggio di quelli di centro-sinistra o di quelli tecnici. Perché spesso le leggi proposte dai primi sono poi regolarmente state approvate dai secondi, molto spesso anche grazie alla pace sociale garantita proprio dalla logica sempre fallimentare del cosiddetto meno peggio (pensioni 1995; grandi privatizzazioni come Telecom, Enel e Autostrade; precarizzazione con il pacchetto Treu, tagli alla scuola e al welfare nel 2006/2007, ecc).
2. Proprio Landini aveva sostenuto Renzi, nei primi mesi del suo governo, con un atteggiamento ammiccante nei confronti di quello che, secondo lui, avrebbe potuto essere un elemento di cambiamento nella politica italiana. Si può cambiare idea, certo, ma se si ricostruisce l’analisi bisognerebbe anche riconoscerlo.
3. Soprattutto, non si affronta il fatto che, dopo la mobilitazione dell’autunno del 2014 contro il jobs act, di fronte a una inedita e persino inaspettata spinta dal basso, la Cgil impose un clamoroso dietro front. Prima con uno sciopero generale fuori tempo massimo il 12 dicembre, poi decidendo nel direttivo nazionale (convocato soltanto il 18 febbraio, ben due mesi dopo lo sciopero!), che la lotta sarebbe proseguita solo con una vertenzialità territoriale e aziendale. Di fatto disperdendo nel nulla la mobilitazione e ogni contrasto al jobs act. Non si poteva certo andare avanti “di sciopero generale in sciopero generale”, come chiedevamo noi apparendo dei matti di fronte a tutto il resto del direttivo. No di certo! Quello si può fare soltanto in Grecia o in Francia, quando appunto sono gli altri a scioperare! Noi in Italia, il jobs act lo avremmo dovuto contrastare azienda per azienda, nella contrattazione di secondo livello, in quella territoriale e in quella nazionale. Quello che non eravamo riusciti a fermare tutti insieme ricascava in testa ai singoli, nelle aziende, nei territori, nelle categorie.
Il bilancio a più di due anni di distanza è sotto gli occhi di tutti. Altro che contrastare il jobs act nella vertenzialità diffusa! Non dico nelle aziende, che francamente era proprio impossibile, salvo alcune eccezioni (bravi sono stati alla GKN di Firenze i nostri compagni a riconquistare l’articolo 18 ante Fornero, ma appunto è una eccezione e più unica che rara). Ma soprattutto nei contratti nazionali, tanti dei quali sono stati firmati o sono in discussione in queste settimane. Quando e dove uno di questi contratti nazionali ha ottenuto condizioni che contrastano il jobs act? In quale vertenza nazionale il contrasto al jobs act è stato considerato un reale punto centrale delle piattaforme? Nessuna! Proprio nessuna! Compresa quella attuale dei metalmeccanici e delle metalmeccaniche.
Ecco, è per questo che in Italia la peggiore contro-riforma pensionistica, la cancellazione dell’art.18 e il jobs act sono passati incontrastati e oggi siamo nei banchetti sui marciapiedi – più raramente fuori dalle fabbriche – per raccogliere le firme per i referendum e per la Carta dei diritti.
Si può pure guardare alla Francia. Anzi, bene che lo facciano, tanto la segretaria della Cgil che il segretario della Fiom. Ma nell’analisi e soprattutto nelle responsabilità bisogna essere rigorosi e poi, per conseguenza, coerenti. Il segretario generale della Fiom ha condiviso la linea sconclusionata e perdente di Susanna Camusso. Per questo, nel ricostruire l’analisi, non può tacere questi passaggi e le relative responsabilità.
Non basta allora, caro Landini, dire vive la France, se a suo tempo Parigi è valsa ben più di una messa! (cit. Enrico IV, quando abiurò la sua religione protestante pur di diventare re di Francia…)

Eliana Como


Report, riunione regionale Toscana

A seguito dell’Assemblea nazionale del 12 maggio a Roma e dei precedenti Esecutivi nazionali (di aprile e di maggio), il 20 maggio a Pisa si sono ritrovati compagni e compagne de “Il Sindacato è un’altra cosa – Opposizione Cgil” Toscana provenienti da diversi territori: Carrara, Massa, Viareggio, Lucca, Pisa, Pontedera, Livorno.
Dei presenti, alcuni sono firmatari del documento “Como-Scacchi”, la maggior parte non ha firmato alcun documento.
Tutti i presenti sono stati concordi nel giudicare gravissime e nel criticare fortemente la delegittimazione e l’attacco di Landini e della maggioranza Fiom nei confronti delle compagne e compagni FCA che portano avanti il conflitto contro Marchionne e le devastanti condizioni di lavoro da lui imposte; così come netta è stata l’accusa verso Landini di voler tacitare il dissenso, con il licenziamento del nostro portavoce nazionale Sergio Bellavita.
Tutto ciò, unitamente ad altri fattori, non ultimo l’andamento delle trattative sui rinnovi contrattuali di diverse categorie, evidenziano l’accelerazione della Cgil verso la totale normalizzazione con Cisl e Uil, con la conseguente (necessaria, per loro) sterilizzazione del dissenso interno.
Nonostante questo, rimane attuale e all’ordine del giorno la necessità della presenza (e dell’azione) di un’area di Opposizione in Cgil.
L’uscita di Sergio Bellavita dalla Cgil è stato un errore, sia per la modalità che per le conseguenze politico-sindacali.
Diversi compagni hanno sottolineato l’inadeguatezza del gruppo dirigente nazionale che ha gestito/coordinato l’area in questi due anni, con una linea confusa e non omogenea, e con una comunicazione poco chiara ed efficace. Una gestione chiusa al vertice e poco improntata al lavoro, all’attività e al radicamento sui territori.
Il sito nazionale non è stato strumento “cassetta degli attrezzi” che aveva ai tempi della “Rete28aprile”: assenza di posizioni condivise e tempestive da portare ai direttivi, mancanza di volantini adeguati, ecc.
Stante questo, a livello toscano, l’area in questi due anni ha cercato di coordinarsi e in alcuni territori ha lavorato/sta lavorando bene anche al di fuori dei propri luoghi di lavoro, intercettando problematiche e vertenze, partecipando/attivando coordinamenti intersindacali.
Riteniamo utile, doveroso e necessario, portare avanti la nostra attività in Cgil e il mandato ricevuto dalle lavoratrici e dai lavoratori che ci hanno votato all’ultimo congresso. Così faremo per questi altri due anni. Pur valutando con attenzione le scelte che si configureranno a livello nazionale, intendiamo proseguire e dare continuità e prospettiva al lavoro sindacale e intersindacale de “Il Sindacato è un’altra cosa – Opposizione Cgil”.

Esecutivo regionale toscano

fonte: https://sindacatounaltracosa.org/

giovedì 16 giugno 2016

Cgil: la solidarietà allo sciopero in Francia non basta!

In Francia la lotta dura e lunga delle lavoratrici e dei lavoratori contro la loi du travail sta provocando sudori freddi nella classe dominante e nel governo. Lo sciopero generale di oggi, 14 giugno, sta confermando la forza della classe lavoratrice. La pressione della lotta, che ha coinvolto da subito vastissimi settori giovanili, ha trascinato i Sindacati francesi, in primo luogo la Cgt, a sostenere posizioni avanzate come la rivendicazione del ritiro puro e semplice della legge senza incancrenirsi in posizioni emendative e minimaliste come in più occasioni è stato fatto in Italia. I grandi mezzi di comunicazione si cimentano a qualunque falsità per screditare la lotta accusandola di essere violenta, di prendere in ostaggio il paese con la chiusura dei distributori di carburante attraverso il blocco totale delle raffinerie. Nonostante tutto ciò, il sostegno della popolazione francese alla lotta è altissimo, la maggioranza di essa ha dichiarato di considerare legittimi e necessari gli scioperi e i blocchi. L’effetto contagio comincia a vedersi anche in altri paesi, il movimento in Belgio comincia a far scorgere la necessità di generalizzare lo scontro, in una lotta vera più generale contro le politiche di austerity dell’UE su base continentale. Questa è una delle ragioni per cui riteniamo completamente sbagliata, oltre che fuori da ogni razionalità e realtà, la dichiarazione della Camusso che ha di fatto criticato ciò che sta succedendo in Francia in quanto la lotta radicale ridurrebbe il consenso. Il movimento in Francia la pensa esattamente all’opposto per fortuna ed è deciso ad alzare il livello dello scontro, all’altezza dell’attacco ricevuto. La lettera della Segreteria nazionale della Cgil di ieri ai sindacati e ai lavoratori francesi è solo un piccolissimo segnale di controtendenza ma assolutamente insufficiente. Anche perché dal gruppo dirigente del principale sindacato d’Europa ci si aspetterebbe non una sterile, seppur importante, comunicazione di solidarietà, ma un bilancio franco e rigoroso degli errori del Cgil, della sconfitta subita contro il Jobs Act in Italia a causa della non volontà di sviluppare una lotta vera, proprio come in Francia e, appunto, una svolta radicale della propria linea. Dalla Francia si lancia un messaggio molto chiaro, per vincere bisogna bloccare il paese, mettere in ginocchio governo e padronato e lottare in maniera determinata, fino in fondo. Il gruppo dirigente della Cgil che continua, nel nostro paese, a reclamare tavoli col governo con l’aspettativa di convincerlo a cambiare i provvedimenti è fuori dalla realtà. Per tutte queste ragioni, anche in Italia, è più urgente che mai fare come in Francia e prepararne le condizioni.  

Approvato all’unanimità dal Coordinamento nazionale sindacatoaltracosa, 14 giugno – Bologna 

Gruppo Piaggio: la Fiom ha la maggioranza dei delegati

A seguito della tornata dei rinnovi delle Rsu nel gruppo Piaggio, risultano eletti complessivamente 24 delegati per la Fiom, 21 Fim, 7 UILM e 3 Usb. Il gruppo Piaggio comprende le aziende Piaggio di Pontedera, Aprilia e Aprilia Racing a Noale e Scorze' e la Guzzi a Mandello del Lario. La Piaggio resta un'azienda complessa e permane una frammentazione sindacale. La Fiom ha la maggioranza assoluta alla Guzzi e alla Aprila Racing, la Fim nello stabilimento di Scorze', mentre a Noale e Pontedera nessun sindacato ha la maggioranza dei delegati nella Rsu. Abbiamo il dovere di ricostruire un rinnovato potere contrattuale sindacale e favorire l'unità dei lavoratori. Il Gruppo Piaggio rappresenta una condizione sindacale diversa rispetto a molti altri importanti gruppi industriali. La gestione aziendale e' mutata radicalmente nel corso di questi anni e si mischiano vecchie rigidità e sistemi apparentemente permissivi, ma solo al fine di instaurare un rapporto più diretto ed individualistico con i lavoratori. Lavoreremo per elevare le condizioni sindacali affinché non vi sia una decadenza di relazioni e della stessa contrattazione riguardo alle condizioni di lavoro, del salario, dell'ambiente e sicurezza e, in particolare modo, dovremmo svolgere un ruolo attivo affinché la Piaggio continui a investire in Italia e, nello stesso tempo, aprire una discussione sulle due ruote nel nostro Paese e su come immaginiamo il trasporto del futuro.  

Massimo Braccini 
coordinatore nazionale Fiom Gruppo Piaggio 

Pensioni. Ma quale “novità positiva”?

In Italia abbiamo avuto la peggiore contro-riforma pensionistica d’Europa, che ha portato i lavoratori e le lavoratrici del nostro paese a dover andare in pensione ben oltre i 67 anni (in prospettiva ben oltre i 70 anni) e con un sistema totalmente contributivo che determinerà pensioni da fame.
Se non bastasse, il tavolo avviato ieri tra governo e parti sociali ha annunciato l’ipotesi che chi dovesse optare per l’uscita anticipata dovrà farlo con un “prestito” con le banche, da rimborsare in 20 anni. Se passasse questa misura, come si legge dai giornali, i nati tra il 1951 e il 1955 potrebbero avere uno “sconto di pena” di 3 anni, attraverso una sorta di mutuo che costerebbe però fino al 15% sull’assegno di pensione.
Oltre al danno la beffa! Prima allungano oltre ogni possibilità l’età pensionabile, poi bontà loro ti permettono di uscire prima, ma riducendone ancora il valore e consegnandoti nelle mani delle banche. Così, si rende la legge Fornero soltanto più “sostenibile” per le imprese, che hanno tutto l’interesse a espellere dal processo produttivo, dopo una certa età, lavoratori e lavoratrici poco “produttivi”, facendone pagare il prezzo a quegli stessi lavoratori e lavoratrici. Per di più passando attraverso le banche, e così arricchendole in un momento per loro di crisi dei bilanci (per i miliardi di investimenti e di prestiti in sofferenza, che hanno alimentato enormi speculazioni finanziarie o sono stati distribuiti ad amici e consorterie), dopo che la stessa contro-riforma ha cancellato la mobilità, spesso usata dalle imprese proprio come accompagnamento alla pensione.
Dopo le misere 3 ore di sciopero nel 2011, quando la riforma Fornero fu approvata dal governo Monti, negli attivi unitari interregionali di dicembre, la CGIL aveva promesso che sulle pensioni avrebbe riaperto un fronte di mobilitazione. Non ci abbiamo mai creduto, ma comunque anche i buoni propositi sembrano già finiti! La nota della CGIL sull’incontro di ieri si spinge fino a dire che “c’è qualche novità positiva”!
Il confronto proseguirà il 23, il 28 e il 30 giugno. Viene proprio il dubbio che di “positivo” possa esserci soltanto la convocazione di un tavolo, cioè l’aspirazione della CGIL (mai superata) di fare concertazione. Anche quando la contropartita è tutta a perdere per i lavoratori e le lavoratrici e si continua a regalare pace sociale in cambio di niente. Non fosse poi del tutto evidente che è il Governo stesso che non vuole davvero la concertazione!
Una linea così da parte della CGIL è inconcludente e destinata soltanto a fallire.

Sindacatoaltracosa

domenica 12 giugno 2016

Solidarietà con le lotte in Francia. Gréve GENERALE!

Perchè il vostro maggio non faccia a meno del nostro coraggio.

Scarica il volantino. La loi du travail è un regalo alle imprese e un colpo alle lavoratrici e ai lavoratori, con l’allungamento degli orari e il taglio dei salari, la destrutturazione dei contratti collettivi e la libertà di licenziamento.
In particolare:
– si porta con deroghe la giornata lavorativa fino a 12 ore e la settimana sino a 60 ore in caso di “circostanze eccezionali”;
– si deroga agli aumenti salariali per il lavoro straordinario stabiliti dai contratti;
– si può licenziare non solo in caso di cessazione dell’attività o di ristrutturazione, ma anche soltanto dopo due mesi di perdite d’esercizio;
– si abbassano i massimali nei risarcimenti per i licenziamenti illegittimi;
– si prevede l’imposizione di accordi aziendali con referendum, purché indetti da sindacati che abbiano almeno il 30% dei consensi;
– si introduce la possibilità di una compressione salariale fino a due anni, non soltanto per mantenere l’occupazione (una sorta di contratti di solidarietà) ma persino per espandere gli affari e conquistare nuovi mercati;
– infine, ma è il fulcro principale della riforma, la supremazia degli accordi aziendali su quelli di settore.
In poche parole, è il Jobs act alla francese, tanto che il primo ministro Valls non ha esitato a dichiarare che proprio a questo è ispirata. Ma rispetto all’Italia, è palese la differenza! In Francia stiamo assistendo a una mobilitazione determinata e prolungata, con ripetuti scioperi generali e di settori, con percorsi di convergenza, unificazione e generalizzazione di tutte le lotte contro il governo e il padronato (Nuit debut), nonostante la durissima repressione e lo stato di emergenza dichiarato dopo gli attentati dello scorso dicembre. In Italia, la Cgil nell’autunno 2014 ha frenato e poi spento il movimento, che pure stava nascendo. I lavoratori e le lavoratrici erano disponibili a mobilitarsi. Chi è mancato sono stati i vertici sindacali. Così come manca oggi la volontà da parte della Cgil di tenere insieme gli scioperi per i rinnovi contrattuali che, pur tra mille contraddizioni, stanno interessando le più importanti categorie: i metalmeccanici e le metalmeccaniche, i servizi e la grande distribuzione, la scuola e il pubblico impiego. Di nuovo, chi manca sono i vertici sindacali.
Dalla Francia, come dalle esperienze che ancora resistono in Italia, bisogna prendere l’esempio per far ripartire il conflitto e costringere i sindacati alle proprie responsabilità. Non è possibile che mentre a Parigi si lotta, in Italia si raccolgono firme ai banchetti!
Al movimento francese va tutta la nostra solidarietà, ma più che a parole dobbiamo esprimerla con la ripresa delle lotte su scala europea, come già sta accadendo in Grecia e in Belgio. Per questo, ci impegniamo a rilanciare la mobilitazione contro le politiche di austerità europee, rappresentate pienamente dal governo Renzi.

Sindacatoaltracosa – Opposizione Cgil

giovedì 9 giugno 2016

Contratto nazionale: date e luoghi dello sciopero

Il 9, 10 e 15 giugno si svolgerà lo sciopero generale di 8 ore dei metalmeccanici indetto da Fim, Fiom e Uilm a sostegno della vertenza per il rinnovo del contratto nazionale della categoria, con manifestazioni regionali in tutta Italia. Ecco le modalità della protesta. Il 9 giugno si asterranno dal lavoro Piemonte, Valle d'Aosta, Lombardia, Veneto, Abruzzo e Molise. Il 10 giugno toccherà a Umbria, Liguria, Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna, Toscana, Marche, Lazio, Campania, Puglia e Basilicata. Il 15 giugno sarà la volta di Sicilia, Sardegna e Calabria. Il segretario generale della Fim, Marco Bentivogli, concluderà il 9 giugno la manifestazione di Milano, il 10 quella di Bologna e il 15 quella di Cagliari. Il segretario generale della Fiom, Maurizio Landini, concluderà il 9 giugno la manifestazione di Vicenza, il 10 quella di Bari e il 15 quella di Palermo. Il segretario generale della Uilm, Rocco Palombella, concluderà il 9 giugno la manifestazione di Torino, il 10 quella di Napoli e il 15 quella di Catanzaro.
Elenco manifestazioni regionali – concentramenti - presenza Segreterie nazionali


Regione manifestazione
Concentramento
Comizio Finale
Data
Presenza nazionale
Org.
Piemonte Torino
Stazione Porta Susa
h 9.00
Piazza Castello
h12.00
9 giugno
Rocco Palombella
Uilm
Valle d’Aosta Aosta
Piazza Chanoux
h 9.00
Presidio h 14.00
9 giugno

Liguria Genova
Piazza Acqua Verde
h 8.30
Via San Vincenzo - Stazione Brignole davanti a Confindustria
h 11.00
10 giugno
Rosario Rappa
Fiom
Lombardia Milano Porta Venezia h.9.30 Piazza Duca d’Aosta h.11.30
9 giugno
Marco Bentivogli
Fim
Veneto Vicenza
Stazione Ferroviaria
h 9.00
Piazza Matteotti
h 10.00
9 giugno
Maurizio Landini
Fiom
Trentino/Alto Adige Trento
Via de Gasperi, 77
h 9.30
Presidio
10 giugno
Michele Zanocco
Fim
Friuli Venezia Giulia Udine
Piazzale Paolo Diacono
h 9.30
Piazza Libertà h 11.00

10 giugno
Ferdinando Uliano
Fim
Emilia Romagna Bologna
Piazza Porta Saragozza
h 8.30
Piazza Santo Stefano
10 giugno
Marco Bentivogli
Fim
Toscana Livorno
Piazza Repubblica
h 9.30
Piazza del Luogo Pio
10 giugno
Michela Spera
Fiom
Marche
Senigallia

Casello autostradale Senigallia
h 9.30
Rotonda Mara di Senigallia
h 11.30
10/06/16
Roberta Turi
Fiom
Umbria
Perugia

Via Palermo 80/A
h 10.00
Presidio Confindustria
10 giugno
Eros Panicali
Uilm
Lazio
Roma

Fermata Metro via Lepanto
h 9.30
Viale Mazzini – Rai
h 11.30

10 giugno
Nicola Alberta
Fim
Abruzzo e Molise

Lanciano

Piazzale Sant’Antonio
h 9.00
Piazza del Plebiscito
h 12.00
9 giugno
Luca Colonna
Uilm
Campania Napoli
Regione Campania
h 9.00
Piazza dei Martiri
h 11.00
10 giugno
Rocco Palombella
Uilm
Puglia Bari
Piazza Castello
h 9.30
Piazza Prefettura
10 giugno
Maurizio Landini
Fiom
Calabria
Catanzaro

Via degli Eroi 1799,
h 10.00

Presidio - Confindustria Calabria
15 giugno
Rocco Palombella
Uilm
Basilicata

Potenza
Piazza San Giovanni Bosco
h 9.30
Via di Giuria – sede Confindustria
10 giugno
Luca Colonna
Uilm
Sicilia
Palermo

Piazza Croci
h 9.00

Piazza Giuseppe Verdi
h 10.30
15 giugno
Maurizio Landini
Fiom
Sardegna
Cagliari

Piazza del Carmine
h 9.00

Piazza de Fenu
h 10.30

15 giugno
Marco Bentivogli
Fim


fonte:http://www.fiom-cgil.it/

Lettera aperta a Renzi e Poletti

Onorevoli Matteo Renzi e Giuliano Poletti, 
Siamo i 7 Operai Metalmeccanici In forza alla Marcegaglia Buildtech di Milano ormai da più di un anno soggetti di una vicenda sindacale che sembra non trovare mai fine, saliti anche alle cronache nazionali lo scorso anno per aver disperatamente occupato un tetto della fabbrica di Milano. L’azienda di cui siamo dipendenti appartiene al gruppo Marcegaglia, di proprietà di Antonio e Emma Marcegaglia. La seconda è stata nominata 2 anni fa presidente di ENI, una delle più importanti e strategiche aziende nazionali. Il Gruppo Marcegaglia, in cordata con il colosso Arcelor Mittal, è uno dei due competitors per l’acquisizione, e il salvataggio, di un’altra azienda importantissima e strategicamente rilevante per il nostro amato Paese: l’Ilva, di cui quello tarantino è il maggior complesso industriale per la lavorazione dell’acciaio in Europa. Questa vicenda ha inizio 2 anni fa, proprio nel periodo in cui Emma Marcegaglia è stata nominata Presidente di Eni, quando la proprietà ci comunicò l’intenzione di chiudere lo stabilimento di Milano sito in Viale Sarca al 336. Tale area industriale, dove un tempo sorgeva la Breda Siderurgica, fu ceduta ad un prezzo simbolico dallo stato in base alle norme che allora favorivano il recupero alla produzione delle aree industriali dismesse. Area che trovandosi oggi nei pressi dell’importante progetto si sviluppo urbano “Grande Milano Bicocca” ha visto salire in maniera impressionante il suo valore immobiliare. Non siamo qui a raccontare tutta la vicenda sindacale che ha portato alla firma di FIM-CISL e UILM-UIL di un accordo di chiusura dello stabilimento e trasferimento parziale in un altro sito in provincia di Alessandria, ma riportiamo i termini di tale accordo che hanno portato noi 7 a ritrovarci in questa difficilissima situazione. Al fine di chiudere lo stabilimento l’accordo prevedeva l’apertura della CIGS per tutti. Gli impiegati commerciali sono stati trasferiti in un ufficio di via Giovanni della Casa 12 a Milano. Agli operai l’accordo offriva 3 possibili scelte: – Accettare il trasferimento, incentivato e con messa a disposizione di trasporto aziendale con autobus, a Pozzolo Formigaro a 108 km dallo stabilimento di Milano – Accettare la messa in mobilità e l’incentivo all’ esodo di 30000 euro lordi – Non accettare ne il primo e ne il secondo, e nel periodo di CIGS, che in base all’accordo si sarebbe rinnovata per un altro anno, l’azienda si impegnava a trovare la ricollocazione in uno dei 4 stabilimenti del gruppo Marcegaglia limitrofi a Milano, quelli cioè di Lainate, Corsico, Boltiere e Lomagna. In caso di impossibilità a ricollocare entro i 2 anni di CIGS comunque l’azienda avrebbe offerto la possibilità di trasferirsi a Pozzolo. Eventualmente l’azienda si impegnava a ricercare soluzioni lavorative presso terzi, fornitori o clienti in provincia di Milano. Al 30 di ottobre 2014, termine ultimo per comunicare la propria scelta, circa 60 lavoratori hanno accettato il trasferimento, altri 80 circa hanno accettato il licenziamento incentivato. Noi 7, non avendo la possibilità, per ragioni di salute di alcuni e familiari di altri, di trasferirci e per gli stessi motivi non potendo perdere il lavoro, in cambio di pochi soldi abbiamo deciso di restare in CIGS, confidando nel fatto che l’azienda avrebbe trovato una soluzione, a maggior ragione per il fatto che eravamo davvero pochi a fronte di 4 stabilimenti che potevano “accoglierci”. Come un fulmine a ciel sereno alla fine del mese di giugno 2015 l’azienda invece ci ha convocato per comunicarci di non essere intenzionata neanche a tentare l’apertura del secondo anno di CIGS, in quanto sarebbero state modificate le norme di accesso al secondo anno di tale istituto. In ragione di ciò ci comunicarono che ci avrebbero aperto la procedura di trasferimento a Pozzolo Formigaro, e che non avremmo neanche avuto diritto al trasporto aziendale. Una tegola enorme sulla nostra testa. Conti alla mano trasferirci a quelle condizioni significava lavorare per pagarci benzina, casello, tagliandi e una macchina ogni 2/3 anni, mentre comunque rimanevano le condizioni di impedimento per tutti noi di recarci a lavoro così lontano. L’unica alternativa che ci dava l’azienda era il licenziamento senza nessuna indennità. Quasi disperati decidemmo di rivendicare il secondo anno di CIGS e il rispetto degli impegni assunti dall’azienda nell’accordo. Noi soli 7 eravamo costretti a confrontarci sul terreno sindacale con una delle aziende più importanti di Italia. Non trovammo altra soluzione che salire sul tetto dell’unico reparto ancora produttivo dell’azienda e di restarci fino a quando non ci sarebbe stato restituito ciò che ritenevamo ci avessero ingiustamente privato: la speranza di un futuro dignitoso per noi e le nostre famiglie. Per 6 lunghi giorni abbiamo sfidato il caldo infernale che colse Milano in quel periodo. Uno di noi si mise addirittura in sciopero della fame. L’ultimo giorno rischiammo addirittura l’intervento delle forze dell’ordine in quanto l’azienda rivendicava il diritto di rientrare in pieno possesso dello stabilimento, e con un gesto disperato, un nostro compagno si appese nel vuoto con una fune, evitammo il peggio e finalmente l’azienda accettò un confronto in prefettura. Il ruolo istituzionale del prefetto fu impeccabile, e in prefettura, con l’obiettivo condiviso da tutte le parti di riattivare l’accordo e ricercare il ricollocamento, si aprì la richiesta per il secondo anno di cassa integrazione straordinaria, con l’impegno prefettizio di ricercare al più presto una soluzione col ministero del lavoro. L’azienda propose a chi avesse voluto interrompere il rapporto lavorativo un’incentivazione economica pari a 29000 euro lorde, 1000 in meno di ciò che fu riconosciuto ai lavoratori che accettarono la messa in mobilità. Nessuno di noi 7 accettò, in quanto riteniamo che un posto di lavoro, in questi tempi così difficili, non può essere scambiato con nessuna cifra. Da li a pochi giorni le parti furono convocate al ministero del lavoro e, fu sottoscritto il verbale di apertura del secondo anno di CIGS. Il sorriso e la serenità tornò sui nostri volti e su quelli dei nostri cari. Certo sapevamo che avremmo dovuto fare ancora grandi sacrifici con un salario ridotto all’osso, ma consapevoli delle grandi possibilità del gruppo Marcegaglia, eravamo convinti che in poco tempo le soluzioni lavorative sarebbero arrivate. Era iniziato il mese di settembre e furono programmati 4 incontri con l’azienda per verificare lo stato della ricerca del ricollocamento. Fin dal primo incontro abbiamo avuto la percezione che l’azienda non stesse prendendo sul serio l’impegno preso nell’accordo con FIM e UILM prima, la FIOM non firmò l’accordo, e col prefetto Tronca, i 7 lavoratori, FIM, FIOM e FLMU-CUB poi. Nello scorso febbraio la nostra preoccupazione cominciò a crescere nuovamente in quanto l’azienda ci comunicò chiaramente che non riusciva a trovare ancora soluzioni e, ancora peggio, stava valutando, in anticipo rispetto alla scadenza del CIGS alla fine di agosto, di procedere ancora all’invio delle lettere di trasferimento presso lo stabilimento di Pozzolo Formigaro. La nostra rappresentanza sindacale fece un accorato appello all’azienda per risolvere il problema, consapevoli invece che negli stabilimenti in questione si lavora al di sotto dell’organico, e nel corso dell’ anno e mezzo di CIGS ci sono stati diversi pensionamenti, licenziamenti per vari motivi e purtroppo, operai venuti meno per ragioni di salute. Nell’ultimo incontro del 2 maggio scorso, invece, l’azienda ha effettivamente comunicato che avrebbe di nuovo inviato le lettere di trasferimento coatto e senza agevolazioni. Smarriti e quasi disperati siamo stati costretti a rivendicare ancora la nostra dignità. Lo scorso martedì 31 maggio ci siamo incatenati tutti e 7 all’ingresso degli uffici direzionali, amministrativi e Commerciali di Marcegaglia Buildtech in via della Casa 12. Dopo qualche ora di chiusura da parte dell’azienda si è aperto un dialogo, fino a concordare la richiesta congiunta di riportare la discussione presso la sede del governo a Milano. Anche questa volta la prefettura si è mostrata estremamente disponibile e, nonostante il periodo elettorale, è riuscita a convocare un tavolo ieri martedì 7 giugno 2016. L’azienda al tavolo ha ribadito, purtroppo, di non aver alcuna possibilità di ricollocarci. La funzionaria prefettizia, ha ricordato all’azienda le ragioni del verbale di accordo sottoscritto col prefetto lo scorso anno e ha giustamente considerato inverosimile che una azienda solida e importante come Marcegaglia non sia stata in grado di trovare una soluzione per soli 7 operai. La delegazione sindacale formata dal nostro delegato, la FIOM, la FIM e la FLMU, hanno portato a sostegno della nostra ricollocazione le condizioni di lavoro nei 4 stabilimenti, gli accordi per il salario di ingresso e gli integrativi legati alla presenza richiesti dalla azienda, le centinaia di ore straordinarie lavorate e le diverse dimissioni che ci sono state. L’azienda ha risposto che arrivati a questo punto la nostra ricollocazione sarebbe un’ offesa ai lavoratori che hanno scelto il trasferimento o l’incentivo all’ esodo 1 anno e mezzo fa. Anche la stessa prefettura ha sottolineato come i lavoratori liberamente abbiamo operato scelte differenti e che non ci sono legalmente appigli per i quali chi ha accettato condizioni diverse dalla nostra possa rivendicare oggi altri trattamenti. Il nostro delegato a quel punto, per trovare una soluzione che tenesse conto di tutte le problematiche sollevate, ha proposto addirittura una condizione di peggior favore rispetto ai lavoratori trasferiti: invece di 7 ricollocazioni a tempo pieno 7 ricollocazioni part time. In questo modo nessuno può imputare all’azienda di aver favorito in qualche modo nessuno. Nonostante il plauso prefettizio a tale proposta l’azienda è rimasta sulle sue posizioni. Così la prefettura ha fatto appello all’amministratore delegato di Buildtech e al responsabile delle risorse umane del gruppo di prendersi qualche giorno per trovare una soluzione dignitosa per noi, e ha riconvocato il tavolo per il prossimo martedì 14 giugno. Questa è la storia a oggi. Ci rivolgiamo a Voi, che rappresentante il più alto livello istituzionale per quanto riguarda queste questioni, al fine di aiutarci a trovare una soluzione con Marcegaglia. Questa legislazione ha riposto in Marcegaglia tantissima fiducia affidandogli la presidenza di ENI. Probabilmente il nostro paese nei prossimi mesi si appresterà ad affidare a questo gruppo, almeno in parte, la più importante acciaieria d’Europa e di conseguenza Marcegaglia dovrà essere la soluzione ai problemi di migliaia di operai e le loro famiglie. Non vogliamo entrare nel merito del giudizio sulla rigidità dell’azienda nei nostri confronti. Semplicemente chiediamo a voi di sostenere l’importante opera di mediazione che sta svolgendo chi rappresenta il vostro governo a Milano per trovare una soluzione dignitosa per noi 7 operai; non vogliamo trovarci nella condizione disperata di non avere, ingiustamente, il posto di lavoro. Vi ringraziamo anticipatamente per il sicuro interesse che porrete a questa questione. 

I 7 operai dipendenti Marcegaglia Milano – 8 giugno 2016 
Alfredo Mastropasqua, Cristian Ferrante, Franco Rocca, Gianni Romeo, Massimiliano Murgo, Roberto Filippis, Sergio Lepori.

Si faccia come in Francia o sarà a un contratto a perdere

PRETENDIAMO CHIAREZZA INTRANSIGENZA E CONTINUITA’
Scarica il volantino

Nei prossimi giorni i metalmeccanici e le metalmeccaniche scioperano. La Fiom, insieme a Fim e Uilm, ha infatti indetto il blocco degli straordinari (già da sabato 28 maggio e poi sabato 11 giugno), 4 ore di sciopero articolato in fabbrica e 8 ore di sciopero generale con manifestazioni regionali articolate tra 9, 10 e 15 giugno.
Vi parteciperemo e saremo in prima linea, come sempre, per respingere l’attacco di Federmeccanica al contratto nazionale, ai nostri diritti e al nostro salario. Non nascondiamo però i limiti di questa vertenza e più in generale della mancanza di una mobilitazione della Cgil, resa tanto più evidente dalla lotta dei lavoratori e delle lavoratrici francesi, che a pochi chilometri da noi, bloccano il paese da settimane con picchetti e scioperi a oltranza.
Primo, perché la decisione di intraprendere un cammino unitario con Fim e Uilm è in netto contrasto con il percorso della nostra organizzazione di questi ultimi anni, sia sulla battaglia per la democrazia nei luoghi di lavoro sia sulle scelte di merito a partire dal ccnl del 2009 e dal no al modello Marchionne.
Secondo, perché questo sciopero, tanto quanto il blocco dello straordinario, arriva in ritardo e, nonostante la disponibilità mostrata dai lavoratori il 20 aprile, non è chiaro su quale piattaforma si chiamano i lavoratori a scioperare. Siamo convinti che si dovesse da prima imporre il ritiro della contro-piattaforma di Federmeccanica e alzarsi dal tavolo. Invece, sulla parte normativa, già a partire dalle piattaforme, si è andati avanti a trattare nei tavoli tecnici, aprendo e concedendo disponibilità già gravissime: sulla esigibilità degli accordi da parte delle aziende, sulla flessibilità in funzione della produttività, sull’utilizzo dello straordinario individuale come banca ore per riduzioni di orario negli ultimi anni prima della pensione, sulla sanità integrativa aziendale.
Terzo, perché, se come sempre è stato, il contratto dei metalmeccanici assume una valenza generale, bisogna con molta più forza puntare a generalizzare lo scontro coinvolgendo le altre categorie e mettere la Cgil di fronte alle proprie responsabilità. Per riconquistare un vero contratto nazionale sarebbe necessario coordinare la mobilitazione con tutte le altre categorie che allo stesso modo dei metalmeccanici non riescono a rinnovarlo (i servizi e la grande distribuzione commerciale, la scuola e il pubblico impiego soltanto per citare i principali) e programmare una lotta chiara, generale e continuativa, il cui sbocco naturale dovrebbe essere un vero sciopero generale contro il governo e i padroni.
Noi sosteniamo l’attuale mobilitazione, ci siamo e faremo la nostra parte, ma diciamo con altrettanta chiarezza che non vogliamo un contratto purché sia e chiediamo che, anche se in ritardo, questa lotta diventi finalmente una lotta vera e intransigente, che assuma una portata generale insieme agli altri settori e soprattutto che stavolta arrivi fino in fondo e non sia lasciata a metà. I lavoratori e le lavoratrici hanno dimostrato di esserci. Ora tocca ai vertici di Fiom e Cgil essere coerenti con questa disponibilità e dare come obiettivo chiaro, intransigente e immediatamente comprensibile il ritiro della contro-piattaforma di Federmeccanica, contestualmente alla rimessa al centro della battaglia contro il jobs act, chiamando tutte e tutti a “fare come in Francia”. Non è possibile che mentre a Parigi si lotta, in Italia l’atto più conflittuale è la raccolta di firme!
Sia chiaro da subito, che per parte nostra un contratto nazionale che non dovesse difendere il suo carattere universalistico e solidaristico, dovesse peggiorare le condizioni di lavoro e limitare il diritto di sciopero, incontrerà il nostro NO nelle fabbriche e soprattutto una pratica sindacale completamente diversa.

Sindacatoaltracosa in Fiom

domenica 29 maggio 2016

Proseguire la nostra lotta in un cammino comune

Cercando insieme la nostra strada. Per un'opposizione di classe in CGIL, per un'area plurale e democratica.
 
Abbiamo appreso dai social di un’assemblea nazionale del documento di cui sono primi firmatari i compagni Brini, Grassi e Iavazzi (11 giugno a Parma). Rispettiamo tale scelta. Anche se non la condividiamo e se avremmo preferito esserne informati prima, almeno nell’esecutivo del 23 maggio. In quell’occasione infatti abbiamo insistito a lungo perché si convocasse quanto prima un’assemblea nazionale, per segnare pubblicamente l’impegno a continuare la lotta in CGIL e per coinvolgere tutti i compagni e le compagne, senza chiudere il confronto. Quell’assemblea è stata poi decisa a maggioranza, l’8 luglio a Firenze, con le forti perplessità proprio di Mario e Paolo che, con altri, hanno sostenuto a lungo la posizione di rinviarla all’autunno. Diciamo da subito che noi non abbiamo intenzione di convocare un incontro nazionale del nostro documento, che insieme ad altri abbiamo presentato il 12 maggio. Quel testo raccoglieva valutazioni espresse da tempo in esecutivo e annunciate diverse settimane prima. Il 12 maggio, la discussione sulle prospettive dell’area non era più rinviabile. A poche ore dall’uscita di Sergio, Maria Pia e Stefania, di fronte a un’evoluzione possibile e da tempo segnalata (seppur sempre sotto traccia), sentivamo la responsabilità di chiarire le nostre differenze. Se non lo avessimo fatto, l’annuncio dell’uscita dalla CGIL del portavoce, di 2 componenti del Direttivo nazionale, della RSA più votata in FCA (Termoli), avrebbe forse rischiato di travolgere questa nostra esperienza. Per noi era necessario costruire un argine, contro lo sbandamento che poteva innescarsi per quella scelta e per le modalità di quella scelta. Nella relazione e nelle conclusioni del 12 maggio si avanzavano posizioni che non condividevamo: l’individuazione nel distacco del portavoce di un elemento imprescindibile dell’area, della sua legittimità e della sua sopravvivenza; l’inevitabilità della chiusura degli spazi politici di opposizione; l’intenzione di voler proseguire la propria lotta oltre la CGIL. D’altra parte, Sergio e altre compagne sono usciti immediatamente dopo la comunicazione della segreteria confederale che quel distacco non sarebbe stato garantito, ritenendo insufficiente la proposta di permessi “per svolgere il ruolo di coordinatore” (sino anche al 100% del tempo di lavoro) e dei necessari strumenti (ufficio, telefono, rimborsi). Abbiamo appreso solo dopo, da comunicati di altri esponenti dei sindacati di base, che l’approdo sarebbe USB, un mondo per noi altrettanto difficile e poco propenso al riconoscimento del confronto democratico. Questo non ci impedisce di sperare sinceramente che riescano a trovare anche lì la possibilità di proseguire il loro impegno sindacale e di poterli incontrare ancora nelle prossime lotte. Ma tanto più di fronte a questo esito, pensiamo che il nostro documento fosse un argine: una dichiarazione pubblica, sottoscritta da tante compagne e compagni, che riconosceva l’involuzione autoritaria di FIOM e CGIL; che non arretrava rispetto alle posizioni prese; che indicava la necessità di battersi sino in fondo contro questa deriva; che tracciava alcune linee di intervento nel protagonismo dei delegati e nella ricomposizione delle lotte, nel contrasto all’impostazione contrattuale e nella ricostruzione di una mobilitazione generale. Nell’esecutivo del 23 maggio non abbiamo però riproposto quel documento, né appunto pensiamo che da oggi si apra una fase in cui ognuno cammina per sé, con i suoi documenti e le sue assemblee. Non perché non crediamo più attuali, o corrette, quelle posizioni. Ma pensiamo che, dopo le tensioni degli ultimi mesi e gli atti repressivi che abbiamo subito, ora sia necessario sviluppare un confronto più ampio possibile e capire insieme come condurre l’opposizione in CGIL. Perché siamo un area plurale. Con più punti di vista, sensibilità e analisi, che non si limitano nemmeno alle appartenenze politiche. Noi stessi ne abbiamo diverse, ma questo non ci ha impedito di convergere su una posizione comune (e non ci ha impedito peraltro di differenziarci da chi è iscritto alle nostre organizzazioni, ma ha compiuto scelte diverse). Ad esempio, diverse realtà (particolarmente dove abbiamo un’influenza in singole unità produttive) da tempo sottolineano l’importanza del radicamento, nelle grandi fabbriche ma non soltanto. Sottolineano cioè la centralità delle soggettività che si esprimono nelle lotte, della ricomposizione delle concrete esperienze di resistenza. Perché individuano nella costruzione di rapporti di forza, in una pratica sindacale focalizzata sui bisogni delle lavoratrici e dei lavoratori, l’unica prospettiva di un’opposizione di classe. E misurano conseguentemente l’utilità della nostra area nella capacità concreta di sostenere questa dinamica, non nelle posizioni che essa sviluppa. E’ un’angolazione, tra le tante che abbiamo, che sinora ha fatto fatica a emergere nel nostro dibattito. Questa, come altre, crediamo sia fondamentale che ritrovi attenzione tra noi. Perché siamo un’area sindacale. Ci siamo formati nel percorso congressuale, riprendendo i fili della rete28aprile e cercando di allargarli. Abbiamo conquistato il consenso di 42mila lavoratori e lavoratrici. Abbiamo coagulato centinaia di delegati e delegate. Abbiamo eletto componenti nei comitati degli iscritti, nei direttivi e nelle assemblee generali. Abbiamo addensato migliaia di attivisti in questi diversi livelli, gli abbiamo dato voce con il sito, abbiamo provato a organizzarli nelle categorie e nei territori. Ma non siamo un‘organizzazione. Non abbiamo un tesseramento, non abbiamo forme precise di appartenenza. Non abbiamo quindi militanti, secondo regole codificate o anche solo condivise. Non a caso non abbiamo mai avuto un’omogeneità di comportamento: appartiene all’area chi sente di appartenere all’area. Certo, ci siamo dati un minimo di regole. Abbiamo dei coordinamenti nei territori e nelle categorie, utilizzando come criterio per formarli i delegati e le delegate dei congressi, gli eletti nei rispettivi organismi dirigenti, un parziale riequilibrio se necessario (settori assenti). Su questa base, abbiamo un coordinamento nazionale e un esecutivo. Senza rappresentanze, ma decidendo che in questi organismi, a tutti i livelli, si possa definire l’orientamento generale anche a maggioranza (se necessario). Quello che ci fa stare insieme è infatti la condivisione di un percorso, l’opposizione in CGIL e la necessità di riprendere il conflitto di classe. Il punto non è imporre una sintesi generale tra le diverse articolazioni della nostra area, tendenza risolta in passato, forse inevitabilmente, forse inerzialmente, con forzature più o meno leaderistiche, che più volte hanno lasciato cicatrici. Per questo riteniamo utile affermare la pluralità di voci in quest’area, con l’obiettivo di individuare un cammino comune nella chiarezza delle diverse posizioni. In un’area sindacale possono convivere percorsi diversi, che attraverso un comune denominatore e regole condivise, possono percorrere un cammino collettivo. Anche per questo riteniamo utile superare anche la logica verticistica che forse abbiamo ereditato dal passato e dalle prassi della CGIL, ritenendo più utile pensare alla costruzione di un gruppo dirigente plurale e collegiale. Certo, per fare questo c’è bisogno di ridefinire anche regole e modalità di convivenza. Anche per questo noi non convochiamo nessuna assemblea che sia di un solo documento, e lavoriamo alla piena riuscita dell’assemblea nazionale dell’area, l’8 luglio a Firenze. Un appuntamento nel quale ognuno abbia modo di dire quale è la propria prospettiva. Provando comunque a costruire un minimo comune denominatore, politico e metodologico. Per noi l’analisi del documento del 12 maggio resta la base di partenza per un ragionamento comune. La nostra direzione resta quella che abbiamo scritto, ostinata e contraria. Ma pensiamo di poter andare oltre, confrontandoci con tutte e tutti, nel modo più inclusivo e chiaro possibile. Sta anche nella capacità di confrontare i propri punti di vista e di farli convivere, nella trasparenza e nella coerenza delle posizioni che si assumono, che si svilupperà una più forte opposizione di classe in CGIL. Questo è il nostro intento. Ci auguriamo che sia quello di tutte e tutti e che si provi davvero a costruire un percorso comune e a superare la logica di chi pensa sia sufficiente camminare per la propria strada. 

Eliana Como Luca Scacchi 

2015 - L’anno del Jobs act

Il 2015 avrebbe dovuto essere, almeno nelle intenzioni del Governo, l’anno della ripresa, della crescita economica, dell’incremento dell’occupazione. In questo senso si sono mossi gli apparati di propaganda di fonte governativa, amplificati di norma dai media - giornali, televisioni – salvo rare eccezioni.
A prescindere dalla specifica situazione italiana, le premesse dovute all’economia globale teoricamente non avrebbero dovuto mancare, dati due fattori sulla carta favorevoli: il crollo del prezzo del petrolio e l’indebolimento dell’euro rispetto al dollaro. Del primo fattore abbiamo avuto esperienza diretta ogni volta che nell’ultimo anno abbiamo fatto il pieno di carburante. I prezzi sono decisamente diminuiti, nonostante il 70% di quanto paghiamo i carburanti se ne vada in accise, e ovviamente la stessa cosa è avvenuta anche per i consumi delle imprese, trasformandosi in abbattimento dei costi di produzione. Riguardo al secondo fattore, basti pensare che nel marzo dello scorso anno un euro valeva 1,39 dollari, oggi 1,06 dollari, rasentando quindi la parità: questo significa ovviamente che una qualsiasi merce esportata nei mercati che hanno come riferimento il dollaro oggi costa all’acquirente molto meno di un anno fa. Allo stesso modo, costa meno viaggiare nell’area Euro, fare acquisti, fare investimenti etc., il che dovrebbe favorire l’industria del turismo, le esportazioni, gli eventuali investimenti stranieri.
Nonostante queste condizioni favorevoli, la ripresa annunciata e strombazzata in mille occasioni si è rivelata decisamente inconsistente e di sicuro inferiore al previsto. A fine anno la crescita dell’economia prevista di un già scarso 0,9% si era già ridotta allo 0,6%, facendo ritenere che i già pallidi segnali di crescita si siano già esauriti.
La “ripresa” non arriva per tutti
Per quanto sia stata scarsa, la ripresa non arriva comunque per tutti. Infatti, sebbene sia leggermente aumentato il reddito disponibile, crescono allo stesso tempo, come avevamo già notato anche negli anni scorsi, le disuguaglianze nella distribuzione. Secondo i dati ISTAT, la percentuale di reddito del 20% della popolazione più ricca nei confronti del 20% della popolazione più povera aumenta dal 5,1% al 5,8%. Le situazioni di grave difficoltà economica non si attenuano: il 15% della popolazione maggiore di 16 anni non può sostituire gli abiti consumati, un quinto non può svolgere attività di svago, un terzo non può sostituire i mobili danneggiati. Secondo l’associazione industriale Unimpresa, oltre 9 milioni di italiani sono a rischio povertà, il che metterebbe ovviamente a rischio i consumi.
La concentrazione dei patrimoni in poche famiglie è confermata e risulta costante negli ultimi 20 anni, mentre il 30% delle famiglie più povere detiene solo l’1% della ricchezza complessiva. Aumenta anche il numero di persone che vivono in famiglie “a bassa intensità lavorativa”, che cioè nel corso dell’anno precedente hanno lavorato per meno del 20% del loro potenziale. Diminuisce invece il numero di famiglie che dichiara di non arrivare a fine mese, ma bisogna distinguere tra il Nord e il Sud del Paese perché il divario è enorme: il 10,4% si dichiara in difficoltà al Nord, il 30,3% al Sud. A quanto pare, secondo l’Istat, le differenze tra Nord e Sud, che per alcuni anni si erano assottigliate, sono tornate a crescere. Anche per quanto riguarda l’occupazione questo dato è confermato, evidenziando differenze sempre notevoli tra Nord e Sud: per esempio, nei due trimestri centrali del 2015 l’occupazione è aumentata al Nord e al Centro, ma è diminuita al Sud.
La disoccupazione a un anno dal Jobs act
Per quanto riguarda occupazione e disoccupazione, comunque, il dato più evidente dell’ultimo anno è stato il continuo balletto di cifre, che ha opposto dati trionfalistici (spesso puramente inventati) a cifre molto più modestamente realistiche. Su questo dato della disoccupazione ha influito infatti la necessità di veicolare il messaggio propagandistico sull’effetto salvifico della distruzione dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori sul mercato del lavoro. Tutto il provvedimento cosiddetto “Jobs Act” costituisce uno degli attacchi più violenti sferrati alla classe operaia nel nostro Paese, dopo le leggi che nei primi anni ’90 hanno eliminato la scala mobile, introdotto il precariato e il lavoro interinale, e dopo i ripetuti assalti al sistema pensionistico, culminati nella cosiddetta legge Fornero, che ha soppresso le pensioni di anzianità.
Ma per dimostrare l’indimostrabile, cioè che il Jobs Act sarebbe stato il responsabile della creazione di una miriade di nuovi posti di lavoro a tempo – si fa per dire – “indeterminato”, si è passati con disinvoltura dal raddoppiare il numero dei contratti effettivamente avvenuti al manipolare comunque in vario modo i dati statistici. Quindi, per fare chiarezza, i dati ISTAT di fine anno riferiscono che, rispetto al 2014, il tasso di occupazione è cresciuto soprattutto tra i 50-64enni -presumibilmente per effetto dei mancati pensionamenti - mentre il tasso di disoccupazione medio è diminuito dal 12,7% all’11,9%. Il tasso di inattività è sceso, e i posti pseudo “fissi” aggiuntivi sarebbero 135.000.
Il Governo naturalmente attribuisce questo risultato agli effetti del Jobs Act. In realtà, a un anno dall’approvazione della legge, il Bilancio per i lavoratori è soltanto in negativo. Le conseguenze della Legge ormai le conosciamo bene, ma si possono riassumere sinteticamente: praticamente nessuna riduzione dei contratti precari, da 46 passano a 45, eliminando solo le collaborazioni coordinate e continuative; cancellazione sostanziale dell’art. 18 per tutti in nuovi assunti a partire dall’approvazione dei decreti attuativi il 7 marzo 2015, con possibilità di licenziamento, senza giusta causa e per motivi economici, con un semplice risarcimento pari a 2 mensilità per ogni anno lavorato; la possibilità di demansionamento, cioè di spostamento di un lavoratore ad altre mansioni, anche inferiori; il controllo a distanza del lavoratore anche tramite telecamere o altre tecnologie, prevedendone l’uso a fini disciplinari; l’abolizione della cassa integrazione nel caso di chiusura dell’azienda, e la sostanziale riduzione della durata degli ammortizzatori sociali.
Quanto agli ipotetici posti di lavoro in più, se nel corso dell’anno le voci che avevano preso posizione per contestare i dati del Governo provenivano da fonti per lo più critiche nei confronti del Governo stesso – per esempio la ricercatrice Marta Fana dell’Istituto di Scienze politiche ed economiche di Parigi - a metà febbraio è intervenuto anche uno studio di Bankitalia per affermare quello che era già più che evidente, bastava soltanto fare un po’ di conti. Bankitalia li ha fatti e ne ha semplicemente dedotto che – se di ripresa dell’occupazione si può parlare – questa dipende dagli incentivi alle imprese e non dal Jobs Act. L’effetto positivo di quest’ultimo avrebbe contribuito a creare non più dell’1% dei nuovi posti di lavoro. Sempre secondo lo stesso studio, il combinato disposto delle due misure – Jobs Act e incentivi – avrebbe contribuito a creare 45.000 nuovi posti di lavoro.
Per finire, fin da febbraio 2016, con l’allentamento degli incentivi, il numero dei nuovi contratti a tempo virtualmente indeterminato ha subito un drastico crollo del 70%.
Regali alle imprese
Infatti, mentre con una mano approvava una riforma strutturale come il Jobs Act, che taglia di fatto in maniera stabile una serie di diritti conquistati con le lotte dei lavoratori negli anni sessanta – settanta, con l’altra mano il Governo stabiliva per il 2015 un piano di incentivi fiscali che permettono alle imprese di non pagare, fino a una certa soglia, i contributi dei neoassunti per tre anni. Altri incentivi sono previsti per l’anno in corso, anche se abbattuti fino al 40% e per la durata di due anni. Doppio regalo alle imprese, quindi: sia normativo, che economico, e infine con risultati decisamente scarsi. Se ai lavoratori viene richiesto un aumento di produttività per gli aumenti di salario, non è richiesta pari prestazione alle imprese: gli incentivi sono stati concessi generosamente “a pioggia”, e si sono estesi anche alla sanatoria per tutti gli “illeciti amministrativi, contributivi e fiscali connessi all’erronea qualificazione del rapporto di lavoro” (art. 54 D.lgs. 81/2015). Per il 2015 gli sgravi fiscali alle imprese sono costati all’Erario circa 2 miliardi di euro, ma gli effetti perdureranno per altri due anni; e gli sgravi del 2016 perdureranno fino al 2018. Alla fine il conto ammonterà a diversi miliardi di euro, e chissà quanto sarà costato un singolo posto di lavoro cosiddetto a tempo indeterminato, che a tempo indeterminato non sarà più.
L’esplosione dei Voucher
Che il lavoro stabile non sia la modalità centrale del lavoro nel nostro Paese lo testimonia un fenomeno sempre più evidente, che dimostra da un lato il processo inverso a quello maggiormente propagandato (la trasformazione di posti di lavoro a tempo determinato in posti a tempo indeterminato), dall’altra il paradosso dell’agevolazione del lavoro nero da parte di uno strumento che teoricamente dovrebbe contrastarlo, cioè l’uso dei voucher. Originariamente pensati per lavori occasionali o saltuari in ambiti particolari (come l’agricoltura o la collaborazione domestica), il loro uso si è esteso praticamente a tutti gli ambiti lavorativi e ha registrato un boom fuori da ogni controllo: nel 2015 sono stati emessi 115 milioni di tagliandi. Chi aveva un contratto di lavoro a tempo determinato, con relative tutele in caso di malattia, contributi e assegno di disoccupazione, si vede consegnare qualche voucher; chi sperava di ovviare a un lavoro al nero, riceve magari un paio di voucher per una giornata di lavoro a tempo pieno. Un voucher evita problemi in caso di controlli, si può dare o non dare, nessuno controllerà. E’ un mezzo di sfruttamento elastico e molto versatile: come dice il presidente dell’INPS Boeri, “la nuova frontiera del precariato”.
Giovani Neet primi in Europa
Gli stessi giovani che hanno sperimentato infinite forme di precariato sono anche gli stessi che finiscono o non concludono gli studi e poi non trovano lavoro. Sono i cosiddetti NEET, giovani che non lavorano e non studiano, e sono tantissimi. Secondo uno studio dell’Università Cattolica di Milano, sono 2,4 milioni, sono enormemente aumentati dai già tanti 1,8 milioni del 2008, e sono il numero più alto in Europa. Anche per questo circa il 66% dei giovani adulti vive ancora a casa con i genitori, il 20% in più della media UE.
D’altra parte, anche chi tra i giovani lavora è svantaggiato. La condizione di basso reddito cresce al diminuire dell’età: l’incidenza tra gli individui tra 19 e 34 anni è più del doppio di quella nella fascia di età dei più anziani, rispettivamente abbiamo il 28% a fronte dell’11% (Dati Confcommercio). I giovani non sono mai stati così poveri, e lo sono anche più dei pensionati. A meno di 30 anni, i giovani italiani detengono il record dei meno pagati del mondo occidentale, secondo dati pubblicati dal quotidiano inglese “The Guardian”.
Una città scomparsa
Il 2015 segna anche un altro dato molto interessante, che probabilmente avrà delle spiegazioni più compiute e potrebbe rivelare delle tendenze soltanto nei prossimi anni, ed è il dato che riguarda un vero e proprio collasso demografico nel 2015 nel nostro Paese. Secondo uno studio dell’Università Bicocca di Milano, il saldo demografico del 2015 ammonta a meno 150.00 individui, un po’ come se fosse scomparsa una intera città come Livorno dalla popolazione italiana. Ma non è dovuto solo al calo delle nascite, in atto già da anni e che nel 2015 ha fatto registrare il record negativo della peggior natalità dal 1861, anno dell’Unità d’Italia.
Anche i decessi hanno subito un’impressionante impennata, tale da realizzare un altro record: quello della più alta crescita del numero di morti in un anno senza eventi bellici. Nei primi otto mesi del 2015 il totale dei decessi in Italia è aumentato di 45.000 unità rispetto al 2014, pari all’11,35 in più. Per trovare simili livelli di incremento della mortalità si deve risalire al 1943, anno di guerra, e all’intervallo 1915-1918, altrettanti anni di guerra.
Sicuramente non vanno in controtendenza i tagli allo stato sociale e alla sanità, fino agli ultimi provvedimenti contenuti nel decreto 9.12.15 sulle condizioni di assistenza erogabili nell’ambito del Servizio Sanitario Nazionale. In pratica si limitano le prescrizioni di controlli diagnostici e di medicinali che non abbiano una motivazione precisa, cioè non siano specifici per una determinata patologia. Di fatto si abolisce la prevenzione, e si pone a carico del medico curante la prescrizione che esuli da limiti precostituiti.
Renzi diceva di voler “cambiare verso” alla politica e alla società italiana. In realtà il verso è sempre lo stesso, solo che lo stiamo percorrendo molto più velocemente.

Aemme 

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