La frase

"Ognuno è ebreo di qualcuno.
Oggi i palestinesi sono gli ebrei di Israele."
‎Primo Levi

domenica 29 gennaio 2012

Contratto dei bancari. Non ci resta che piangere


L’ipotesi di contratto siglata da ABI e dalle OOSS per il rinnovo del CCNL delle lavoratrici e dei lavoratori del credito va respinta perché lesiva degli interessi dei lavoratori, totalmente diversa dalla piattaforma presentata che aveva raccolto il 98% dei consensi ed è il frutto di un modello concertativo debole e subalterno con l’assunzione acritica da parte del sindacato delle posizioni delle banche.
Con l’accordo i bancari perdono il recupero inflattivo del biennio 2009/2010, non percepiscono alcun incremento retributivo per il 2011 ( inflazione al 2,8) e per i primi sei mesi del 2012. Si tratta di un danno stabile e permanente, mentre la scansione delle tranches porterà solo alla fine della vigenza contrattuale, tra l’altro prolungata, al recupero dell’inflazione prevista. Analogo discorso vale per la sospensione degli scatti di anzianità. La sterilizzazione, poi, del trattamento di fine rapporto e della previdenza integrativa, oltre ad essere una misura mai praticata in precedenza, rappresenta una lesione di diritti e di legittima aspettativa sul futuro.
Queste misure riducono drasticamente le retribuzioni e il potere d’acquisto e favoriscono la fase economica recessiva che vedrà nei prossimi due anni, secondo le più autorevoli istituzione economiche europee e mondiali, il PIL italiano in diminuzione e con valori inferiori allo zero. Non bisogna scomodare economisti come Wolf o Krugman, basta leggere sul Corriere della Sera e sul Sole 24 ore i liberisti Alesina e Giavazzi, per sapere che per impedire o allentare la recessione è indispensabile incrementare salari e stipendi per favorire la domanda interna ed i consumi. La scelta fatta, dunque, impoverisce strutturalmente i lavoratori e, per di più, si rivela pro ciclica, ovvero aggrava la recessione.
L’intesa si rivela peggiorativa dell’accordo sul modello contrattuale del gennaio 2009 che la CGIL si rifiutò di firmare e contro il quale organizzò assemblee, manifestazioni e scioperi perché lo riteneva non sufficientemente tutelante sul terreno economico a causa dell’indicatore scelto ( IPCA depurata dell’inflazione importata) , indeboliva il CCNL con la previsione delle deroghe e tendeva a dividere ulteriormente il mercato del lavoro tra giovani e anziani garantiti.
Il nostro contratto prevede aumenti inferiori all’IPCA depurata, introduce il salario d’ingresso, consente nella contrattazione integrativa deroghe al CCNL su prestazione lavorativa, orario di lavoro e organizzazione del lavoro. Proprio per questi aspetti l’accordo rappresenta la sostanziale continuità con quanto concordato a suo tempo tra INTESA/S.PAOLO e le altre OOSS del settore che, per incrementare di 150 unità l’occupazione, stabiliva che l’assunzione dei giovani potesse avvenire solo con una riduzione salariale e l’allungamento dell’orario di lavoro. La FISAC, con il pieno mandato e la forte sollecitazione del segretario generale della CGIL Guglielmo Epifani e del segretario confederale responsabile del settore , Fabrizio Solari, non condivise l’impostazione dell’Azienda e non sottoscrisse l’accordo.
Questi sacrifici, sono imposti ai lavoratori sulla base delle posizioni di ABI e supinamente accettata dalle OOSS e che sono fondate su chiare ed evidenti falsificazioni.
Il leit motiv , abilmente orchestrato in questi mesi, è che la crisi odierna ha gli stessi aspetti di quella del 96/99 e richiede pertanto analoghi provvedimenti ; le aziende di credito sono in gravissime difficoltà per la sottocapitalizzazione derivante dall’andamento dei corsi di borsa; le banche hanno largamente sostenuto in questi anni l’economia e le imprese con il conseguente grave deterioramento dei crediti; la crisi di liquidità a livello europeo, congiunta alle decisioni dell’EBA ( European Banking Association) impedisce il finanziamento dell’industria; le banche sono soggetti eticamente responsabili e i loro comportamenti sono stati ispirati a soddisfare al meglio i bisogni della clientela e a sostenere l’economia del Paese e per questo è necessario ridurre drasticamente il costo del lavoro, abbassare le tutele, svalorizzare i diritti, derogare dal CCNL, ridimensionare il potere del sindacato.
Il comportamento delle banche in questi anni è sotto gli occhi di tutti: non occorre essere consumati analisti, occhiuti osservatori, pervicaci critici, moralisti intransigenti per valutare dati semplici, oggettivi, di piena intelligibilità e giudicare di conseguenza. Perché non l’hanno fatto le organizzazioni del settore, compresa la FISAC? Questo rimane un irrisolto mistero.
Fine anni 90 uguale 2011? Queste fatue lepidezze vanno lasciate all’ineffabile avvocato Mussari, presidente di MPS ed ABI. A quel tempo la crisi era tale che il segretario generale della CGIL , Sergio Cofferati, intervenne al Direttivo Nazionale della FISAC sollecitando con parole molto persuasive i nostri quadri a “ far tutto il possibile e necessario per rimuovere il piombo dalle ali dello sviluppo economico e sociale dell’Italia”. Il piombo, ovviamente erano l’arretratezza e le difficoltà delle nostre banche.
In quegli anni si dissolse il sistema creditizio meridionale. Il salvataggio del Banco di Napoli che aveva registrato 5.000 miliardi di perdite in due anni e del Banco di Sicilia , tecnicamente falliti, il default pilotato di Sicilcassa e dell’Isveimer costarono decine di migliaia di miliardi di lire ai contribuenti italiani e fu necessaria una legge dello Stato, promossa da Ciampi e Cavazzuti, per consentire la ricapitalizzazione da parte del Tesoro, la costituzione di una bad bank alla quale conferire sofferenze e crediti incagliati. Per le altre banche meridionali una stringente moral suasion della Banca d’Italia convinse alcuni istituti di credito ad intervenire per acquisirne la proprietà.
A quel tempo le banche avevano dimensioni circoscritte, erano oltre 1600 ; leverage molto alto, patrimoni critici, le Fondazioni gestivano direttamente le banche; il ROE era negativo nel 40% degli istituti e la media nazionale era dell’1,5% ; il rapporto tra costo del personale e utile netto oscillava tra 15 e 17; la dimensione internazionale era affidata ad alcune filiali e uffici di rappresentanza.
Oggi il numero delle banche è di circa 800 e 63 sono i gruppi bancari; i primi 5 gruppi sono considerati da analisti e agenzie di rating too big too fail; i patrimoni stabili, ampi e con un core tier one superiore a 7; le operazioni cross-over realizzate hanno portato a numerose partecipazioni e all’acquisizione diretta di importanti banche di altri Paesi; il leverage è tra i più bassi in Europa ed è la metà della media delle grandi banche europee; il rapporto tra costo del personale e utili netti si attesta al 2,8/3 ed è inferiore al 1984 . La solidità dei nostri istituti è confermata dagli stress test, dalla banca d’Italia, dalle dichiarazioni cicliche degli stessi Amministratori delegati che ribadiscono la siderale distanza tra il nostro sistema e quello europeo ed americano. Infine, ma non per ultimo dalla costante e significativa lievitazione di premi e retribuzioni per il top management.
Accomunare e trovare somiglianze tra le due fasi ha un’unica, distorcente finalità: colpire il lavoro e i lavoratori. Non è superfluo ribadire che il 97/99 si chiuse con due straordinarie acquisizioni: l’area contrattuale e il fondo di solidarietà del settore. Conquiste che hanno permesso di difendere i connotati specifici dell’attività bancaria, tutelandone inquadramenti- contenuti professionali – retribuzioni e una radicale riorganizzazione del settore senza macelleria sociale, garantendo uscite contrattate, volontarie, incentivate e serene.
Le aziende di credito corrono gravi rischi perché le loro azioni hanno subito una robusta diminuzione di valore? Confondere l’andamento di borsa che, come tutti sanno corrisponde a logiche speculative, di brevissimo respiro, di grande mutevolezza, di emotività dei mercati con il valore reale degli assets bancari è errore grossolano e marchiano, frutto o dell’ignoranza o di tendenziose finalità. Qualcuno può realmente pensare che il solo Banco di Santander equivalga ai nostri primi cinque gruppi più Mediobanca? Che gli stessi gruppi più Mediobanca valgano realmente 38 miliardi? C’è bisogno di studi ponderosi e meditati per sapere che il solo capitale di questi aggregati finanziari è di ben quattro volte superiore alla capitalizzazione di borsa? Qualcuno si è accorto che il valore di mercato del Banco Popolare corrisponde ad un decimo di quello reale e che per il Monte Paschi questo rapporto scende a un dodicesimo? L’unico pericolo che potrebbe discendere da una quotazione azionaria bassa è quello di eventuali scalate , ma questo, come è ampiamente noto, non è possibile per le banche italiane che vivono all’interno di un sistema ultra regolamentato che rende impraticabili OPA ostili e che prevede per partecipazioni di quote superiori al 10% l’autorizzazione della Banca d’Italia. Al di là di queste elementari considerazioni occorrerebbe sempre spiegare come una robusta riduzione del costo del lavoro possa modificare e migliorare le performances azionarie, se non aderendo in toto alle aberranti logiche degli analisti finanziari e del Moloch mercato.
Le banche hanno generosamente e largamente sostenuto il nostro sistema industriale con conseguente grave deterioramento dei crediti e altissima rischiosità patrimoniale? Basta consultare i bollettini della Banca d’Italia per avere esatta certezza del contrario e le parole del governatore Visco sono chiare in tal senso: “ L’attuale configurazione dei tassi d’interesse rende molto difficile la trasmissione degli impulsi della politica monetaria”. Tradotto in concreto questo aulico linguaggio vuol dire che le banche finanziano poco sia il segmento delle famiglie che quello delle imprese e praticano tassi esorbitanti nonostante le copiose iniezioni di liquidità a costi inesistenti immesse nel sistema. Pochi esemplificativi dati sono più che sufficienti: al 31.12.2011 gli impieghi sono cresciuti del 2,2%, un punto in meno rispetto all’inflazione e la parte a breve termine è di tre volte superiore nei confronti di quella a medio-lungo termine. Gli interessi passivi , quelli verso la clientela, sono aumentati del 2% e quelli attivi del 4,82% , la forbice si è attestata a 31 punti in più sopra la media del 2010. Questi indici significano restrizione del credito e strangolamento dell’economia, inoltre a partire dal mese di aprile gran parte delle posizioni sono state messe al rientro, non solo gli sconfinamenti, ma anche le aperture di credito ordinarie. Il deterioramento del credito, dato fisiologico in una fase recessiva, non ha l’andamento di gravissimo allarme perennemente urlato da ABI e le sofferenze nette sono costanti su base annua. Particolarmente indicativa è la lettura delle singole componenti. Infatti, si evidenzia come la parte più critica sia determinata dai crediti ristrutturati, ovvero dalla trasformazione dei crediti in capitale di partecipazione, che dal 2008 al terzo trimestre del 2011 sono triplicati. Questa tipologia di crediti non è quella diretta verso le piccole e medie aziende, fulcro del tessuto industriale italiano, ma verso i grandi gruppi immobiliari, finanziari e assicurativi. Sono frutto di precise strategie politiche, non creditizie, ed hanno identità note. Sono il miliardo di Mediobanca e i 700 milioni di Unicredit versati nel pozzo PREMAFIN/FONSAI, sono i miliardi del salvataggio ALITALIA, sono le centinaia di milioni verso la TASSARA di Zaleski, Mariella Burani, Pirelli Re e così via. Sono i dati che hanno fatto scrivere a Salvatore Bragantini sul Corriere della Sera del 19 gennaio :” Molte banche finanziano anziché imprese, giochi di potere finanziario e camarille immobiliari”. Parole più chiare e definitive non era possibile dire per illustrare su come il nostro sistema creditizio interpreti la missione di sostegno delle imprese.
Sui problemi di liquidità che si sono registrati negli ultimi mesi va preventivamente chiarito che essi sono il frutto della crisi del network di fiducia tra le banche. Non è certamente un caso che, mentre tutti i banchieri invocavano interventi salvifici, contemporaneamente la BCE al 31 dicembre registrava il record di depositi ( 452,3 miliardi) praticamente infruttiferi. La stessa BCE stima in oltre 500 mld. la liquidità disponibile al netto dei coefficienti di riserva obbligatori e dei cosiddetti fattori autonomi, quindi un fiume di denaro intrappolato, però, dalla reciproca sfiducia. In ogni caso, alla stessa data le banche italiane dichiaravano un aumento dei depositi dell’1,4% su base annua e del 5,7% delle emissioni di bond, tutte tranquillamente collocate. Ogni preoccupazione di funding è stata alla fine risolta dai 116 mld. della BCE all’1% e dai 40 mld. di collaterali integralmente garantiti dallo Stato, senza considerare che per la fine di febbraio è prevista una nuova, analoga somministrazione, al punto tale che il Sole 24 Ore del 23 dicembre titolava a caratteri cubitali :” Alla lotteria della BCE vincono solo le banche”.
Liquidità abbondante, tassi di remunerazione irrisori, consentirebbero un immediato, indispensabile ed efficace rilancio degli investimenti, ma non esiste certezza che ciò accadrà. Chi potrà garantire che le banche non impiegheranno tali ingenti risorse per rimborsare le loro obbligazioni in scadenza nel 2012 verso gli investitori istituzionali? E’ un puro caso che Intesa/S.Paolo, abbia già prelevato dalla BCE 12 mld. che sono l’esatto equivalente del suo debito in scadenza quest’anno verso gli investitori istituzionali? E chi sorveglierà per impedire che la liquidità offerta dalla BCE non servirà agli istituti di credito per ricomprare le proprie obbligazioni a prezzi di saldi di fine stagione? Se qualcuno si aspetta un comportamento socialmente responsabile da parte dei banchieri è un illuso. Esemplare in tal senso è quanto accaduto il 28 novembre del 2011. Una pervasiva campagna mediatica ha informato la comunità nazionale che, per sostenere l’allocazione del debito pubblico in quel giorno, le banche avrebbero consentito la sottoscrizione dei B.T.P. senza costi aggiuntivi e spese di servizio. Il BTP day era stato definito , in realtà quella data corrispondeva al giorno precedente alla nuova emissione di titoli del Tesoro e che, quindi, alla clientela sono state vendute vecchie emissioni con interessi minori e già in portafoglio alle stesse banche che il giorno successivo hanno acquistato i nuovi BTP lucrando sul differenziale degli interessi. E’ questo il modo di servire la collettività e di contribuire al salvataggio e al risanamento del Paese?
E che dire dell’invito del presidente Mussari ai manager perché nei prossimi anni contengano i loro emolumenti? Un corale inchino sindacale, un’accorata lettera di ringraziamento delle segreterie nazionali, parole entusiastiche di riconoscenza per un comportamento così responsabile, così eticamente orientato. Peccato, però che quelle retribuzioni avessero già toccato vertici intollerabili, che avessero profondamente leso principi di razionalità e di equità, che avessero modificato in modo improprio il rapporto tra gli stipendi dei lavoratori e quelli dell’alta dirigenza. Secondo l’accordo sottoscritto i bancari dovranno rinunciare al differenziale inflattivo per il 2010 e agli aumenti per il 2011, ma negli stessi anni manager e dirigenti quanto hanno intascato di premi, incentivazione e ad personam? Un atto di civiltà sarebbe se questi dati fossero resi noti e se quei soldi fossero restituiti, solo allora si avrebbe un segno inequivocabile che qualcosa sta cambiando. E che pensare di soggetti che hanno come pratica costante l’evasione fiscale? E’ un lungo elenco quello delle banche che hanno sottoscritto con l’Erario accordi transattivi relativi ad arbitraggi fiscali. Apre, come al solito, Intesa/S.Paolo che a fronte di un miliardo d’imposte se l’è cavata con 270 milioni e chiude il CREDEM che con 54 mln. ha sanato un contenzioso ben più alto. Senza considerare che dall’allineamento dei valori di bilancio a quelli fiscali hanno ricavato ISP 2 mld. ; UNICREDIT 1 mld. ; MPS 291 mln. ; UBI 377 mln. ; Banco Popolare 203 mln. ; BIPER 60 mln. e così via.
Per queste banche, per questo modo di esercizio del credito, per questi manager, per questa elevata sensibilità sociale le lavoratrici e i lavoratori dovranno sostenere pesanti sacrifici economici con la sospensione degli scatti di anzianità e la sterilizzazione del T.F.R. che dovrà essere calcolato solo sullo stipendio e gli scatti di anzianità; accettare orari di sportello che inizino alle 7 e si concludano alle 22; essere disponibili a intensificare ulteriormente le prestazioni senza alcuna contropartita; rinunciare ad una giornata di permesso o ad una festività soppressa per sovvenzionare da soli un fondo per un’ eventuale e improbabile nuova occupazione e consentire che la gestione dello stesso sia condivisa con ABI; subire la totale fungibilità nell’Area Quadri; tollerare che i contratti aziendali e/o di gruppo possano abbassare le tutele e le previsioni stabilite dal Contratto nazionale; accettare una revisione degli inquadramenti che li renda ancora più flessibili e adeguati ai mutati assetti tecnici- organizzativi- produttivi?
Infine, i due punti più qualificanti.
Le parti contrattuali hanno convenuto sulla necessità di operare un ulteriore innalzamento di produttività nel settore e a tal fine andranno finalizzati specifici riassetti organizzativi come quello del prolungamento dell’orario di sportello. Ma hanno cognizione di quali siano i ritmi, lo stress, le incalzanti pressioni commerciali, il rischio ai quali sono sottoposti quotidianamente i lavoratori? Se non lo sanno lo possono apprendere dal titolo a tutta pagina del Sole 24 ore del 24 dicembre :” Le pressioni commerciali non vanno in vacanza” . E’ veramente strano e inconsueto che l’organo di stampa di Confindustria abbia una consapevolezza dello sfruttamento in banca che, invece , sfugge alle organizzazioni sindacali.
Cosa pensare, poi, di quello che è il fiore all’occhiello del contratto, l’impegno etico e sociale, ovvero del Fondo per l’occupazione che, alimentato solo dalla contribuzione dei lavoratori, dovrebbe garantire nei prossimi anni svariate migliaia di nuove assunzioni?
Qualcuno è al corrente che, sulla base dei piani industriali e degli accordi già sottoscritti nelle aziende e nei gruppi, è prevista da qui al 2015 una riduzione degli organici per 16.556 addetti? Sono stati letti i dati forniti da ABI e che indicano che le operazioni allo sportello nel 2011 sono diminuite del 33% e che per il 2012 è prevista un’ulteriore diminuzione del 15% a causa dell’innovazione tecnologica , dell’estensione dell’home banking e dei bancomat cosiddetti intelligenti? Di cosa si dovranno occupare, quali attività svolgere questi virtuali nuovi assunti? Come saranno utilizzate le risorse accumulate in carenza di assunzioni? La spiegazione, come sempre, è nell’ultimo paragrafo dove è scritto che il Fondo può intervenire per integrare le riduzioni di orario determinate dalla cosiddetta solidarietà espansiva. I lavoratori , esclusivi contributori del fondo, si pagheranno di tasca loro e in quota parte le riduzioni di orario che le aziende invocheranno per far fronte a cosa? All’insopprimibile bisogno di ulteriori esuberi, alle inevitabili riduzioni del costo del lavoro perché le banche possano continuare ad essere competitive, sostegno dell’economia, operatori etici e socialmente responsabili , così come lo sono state fino ad oggi.
Quale titolo si addice meglio ad una simile sceneggiatura? “ Pacco, doppio pacco e contropaccotto “ di Nanni Loy o ” Non ci resta che piangere” di Benigni e Troisi? Considerato il percorso seguito dall’approvazione della piattaforma a questa conclusione e tenendo conto delle norme a suo tempo sottoscritte dalle organizzazioni sindacali del settore speriamo che almeno su questo dilemma i lavoratori vengano ascoltati e la loro opinione possa essere vincolante.

Nasce la nuova Panda: ed è già un po’ stronza

Succede che a Pomigliano la Fiat sta spostando un po’ di operai dalla vecchia fabbrica destinata alla chiusura a quella nuova strafiga che deve fare la Panda. Cioè, non è che li sposta e basta: offre loro di licenziarsi dalla Fiat e di farsi contestualmente assumere da una nuova apposita società chiamata Fip. Succede che, curiosamente, su mille neoassunti in Fip nemmeno uno (oh: nemmeno uno) è della Cgil. Per la cronaca e la statistica, circa il dieci per cento degli operai della vecchia fabbrica sono della Cgil. Qui i casi sono due: o per una singolarissima coincidenza nessun operaio della Cgil è capace di fare bene il suo lavoro, o alla Fiat fanno le assunzioni con criteri politici.

Alessandro Gilioli

 fonte:http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/2012/01/25/nasce-la-nuova-panda-ed-e-gia-illegale/

sabato 28 gennaio 2012

Sciopero Generale USB: pagano sempre e soltanto i lavoratori

USB, SLAI COBAS, CIB-UNICOBAS, SNATER, USI e SICOBAS hanno indetto lo Sciopero generale di tutte le categorie pubbliche e private per intera giornata del 27 gennaio 2012 con Manifestazione nazionale a Roma. Lo sciopero generale è indetto: - contro il governo Monti che conferma le precedenti manovre, colpisce l'intero sistema pensionistico e il livello di vivibilità economica dei pensionati, riduce il potere d'acquisto dei salari attraverso l'aumento dell'IVA, dell'Irpef locale, dei ticket sanitari, delle accise sulla benzina e l'adozione dell'ICI sulla prima casa; - contro le politiche ispirate dall'unione europea e condivise dai vari governi, che tutelano gli interessi del grande capitale bancario, finanziario ed economico, scaricando i costi della crisi capitalista sui lavoratori e sulle fasce di popolazione più disagiata; - contro le precedenti manovre del governo Berlusconi che complessivamente prevedono misure su licenziamenti, privatizzazioni e peggioramento delle condizioni di lavoro dei lavoratori privati e del personale del pubblico impiego e della scuola (anche con l'accorpamento selvaggio degli istituti), compresa la riduzione del personale, la cassa-integrazione, la mobilità obbligatoria, la possibilità di licenziare e il blocco dei contratti, contro la riforma scolastica del Ministro Gelmini; - contro le politiche del "piano Marchionne", le delocalizzazioni e la deindustrializzazione in atto, l'estensione dell'accordo Pomigliano in tutto il gruppo Fiat e nelle aziende metalmeccaniche collegate, la cancellazione del contratto nazionale e la svolta autoritaria in atto nelle relazioni sindacali; - contro il patto sociale e l'attacco ai diritti dei Lavoratori; - contro l'accordo del 28 giugno 2011 tra Cgil, Cisl, Uil e Confindustria, ratificato il 21 settembre scorso che ha aperto la strada all'art. 8 della manovra del governo e alla cancellazione dei contratti nazionali; - per la piena applicazione delle misure di tutela su salute e sicurezza nei luoghi di lavoro. USB - SLAI COBAS - CIB-UNICOBAS - SNATER - USI - SICOBAS. Tra le altre, interviste a Pierpaolo Leonardi (USB) e Giorgio Cremaschi (Comitato No Debito). 


Sciopero generale dei sindacati di base: "Monti dimettiti"

"Monti deve dimettersi, non vogliamo essere governati dalla BCE". Lo sciopero generale promosso dei sindacati di base (Usb, Orsa, Slai-Cobas, Cib-Unicobas, Snater, SiCobas e Usa) è un coro contro il governo Monti. Un corteo colorato al quale hanno preso parte alcune migliaia di lavoratori del mondo della scuola, trasporti, uffici pubblici, poste e telecomunicazioni. Lungo il percorso, uno sparuto gruppo di manifestanti ha lanciato uova contro contro banche e contro l'assessorato alla Politiche sociali in viale Manzoni. "Questo governo è senza una vera opposizione politica e dobbiamo costruire una vera alternativa", dicono molti partecipanti alla giornata di sciopero. "Le manifestazioni continueranno", annunciano i sindacati di base.Video di Manolo Lanaro


fonte:http://www.youtube.com/user/antefattoblog

venerdì 27 gennaio 2012

Riforma del lavoro: proviamo a vederci chiaro


Sono iniziate le consultazioni tra governo e parti sociali per avviare la riforma del mercato del lavoro. In campo, secondo le indiscrezioni, due proposte: quella formulata dal senatore del Pd Pietro Ichino, presentata a dicembre 2011, e quella presentata dal senatore (sempre del Pd) Paolo Nerozzi, tramite una proposta di legge che ha oramai due anni, intitolata “Contratto prevalente a tutele crescenti”. Fonti accreditate dicono che il governo intende far riferimento soprattutto alla seconda proposta, quella di Nerozzi, inserendo l’idea del contratto unico, proposta dagli economisti Boeri e Garibaldi un paio di anni fa. L’intenzione (dichiarata, ma da verificare) è quella di sostituire con un unico contratto gli attuali 48 censiti dall’Istat. Nascerà quindi il Cui, contratto unico di ingresso. Avrà due fasi: una di ingresso, che potrà durare, a seconda dei tipi di lavoro, fino a tre anni. E una seconda fase di stabilità, in cui il lavoratore godrà di tutte le tutele che oggi sono riservate ai contratti a tempo indeterminato. Durante la fase di ingresso, in caso di licenziamento con motivazioni che non siano di tipo disciplinare (“giusta causa”), il datore di lavoro non avrà l’obbligo di reintegrare il dipendente ma potrà risarcirlo pagando una specie di penale pari alla paga di cinque giorni lavorativi per ogni mese lavorato. In caso di una fase di ingresso di tre anni, il licenziamento dovrà essere risarcito con un massimo di sei mesi di mensilità. Pur non parlando esplicitamente di abrogazione o limitazione dell’art. 18 (come invece fa Ichino nella sua proposta), di fatto per i primi tre anni si ha la totale liberalizzazione del licenziamento, a fronte di un risarcimento monetario. Già oggi, durante il periodo di prova, non si applica la l’articolo 18 sui licenziamenti. La riforma si traduce quindi nell’allungamento del periodo di prova (oggi di 6 mesi massimo) fino a tre anni e in cambio concede che il contratto di ingresso si trasformi automaticamente, al termine della prova, a tempo indeterminato. Si dichiara inoltre che tale contratto unico dovrebbe sostituire tutti gli altri contratti (con l’eccezione dei lavori stagionali o particolari). Abbiamo qualche dubbio al riguardo, e temiamo invece che il contratto unico possa diventare il 49° contratto e andare così ad aggiungersi a quelli precedenti. Altrimenti non si spiegherebbe la volontà di intervenire anche sui contratti a progetto e su quelli a tempo determinato (invece che semplicemente abrogarli). Secondo la proposta della ministra Fornero, la possibilità di ricorrere a questi due contratti (che sono i più diffusi e utilizzati dalle imprese) verrebbe vincolata al livello di remunerazione. Per i contratti a progetto, si parla di una soglia di 30.000 euro lordi l’anno; per il tempo determinato di 25.000 euro. Da questo punto di vista, l’impressione che si ricava è si tratti di una regolarizzazione e razionalizzazione della condizione precaria. Ognuno sarà infatti libero di passare da un contratto precario non ogni tre mesi, con effetti deleteri sulla produttività di sistema, ma ogni anno o due (sino a un massimo di tre). L’importante è che la spada di Damocle della possibile conferma continui a operare come dispositivo disciplinare e di fidelizzazione. Inoltre, in tal modo, si mette ordine anche ai rischi connessi alle cause sempre più numerose intentate dai precari e precarie (San Precario ne sa qualcosa…). Una semplificazione formale del contratto che lasci inalterato il ricatto del rinnovo riduce infatti di molto la possibilità di intentare una causa giuridica. Ma è sul lato degli ammortizzatori sociali e delle proposte di welfare, che la proposta di riforma mostra tutti i suoi limiti. Con l’obiettivo di semplificare e tornare alle origini, si propone l’utilizzo della cassa integrazione solo per far fronte alle crisi cicliche e temporanee dei settori. Per le crisi strutturali e il sostegno a chi ha perso il lavoro dovrebbe invece intervenire il reddito minimo di disoccupazione, una sorta di sussidio di disoccupazione allargato anche alle forme atipiche che vengono riassorbite dal contratto unico che, in base al progetto di legge Nerozzi, manterrebbe tuttavia le stesse modalità di accesso. Nulla si sa riguardo alla durata (oggi massimo otto mesi) e l’ammontare (pari al 60% della retribuzione lorda mensile per i primi 6 mesi, al 50% per il settimo e l’ottavo mese, per un livello comunque non superiore a 858 euro mensili). Con l’inasprimento dei requisiti per maturare il diritto alla pensione, di fatto il reddito minimo di disoccupazione si trasformerebbe in un’indennità di mobilità come la mobilità lunga, oggi ampiamente sfruttata dalle aziende per ristrutturare scaricando una parte dei costi sull’Inps. In secondo luogo tale reddito minimo sarà comunque condizionato, vincolato e temporaneo. Un’idea distante dal reddito di base incondizionato come proposto da San Precario. Potrebbe essere positiva la proposta di introdurre un salario minimo: peccato che non sia calcolato su base oraria, ma mensile (almeno così pare). In tal modo si possono creare ampi margini di flessibilità nell’orario di lavoro. In Italia, oggi, il salario minimo (orario o mensile) non esiste, in quanto contrattato a livello di categoria o di azienda con elevata variabilità e sperequazioni. Ma esistono aree, come quelle dei precari che lavorano a progetto, in cui del salario minimo non c’è traccia. Non è così all’estero, dove gli Stati stabiliscono per legge qual è la paga oraria minima che un datore di lavoro può corrispondere. L’obiettivo è quello di stabilire un livello sotto il quale non è consentito andare per far sì che tutti i lavoratori abbiano una paga in grado di mantenere una famiglia in condizioni dignitose. Ogni paese ha fissato quella soglia (così in Francia il salario minimo è di circa 1.350 euro lordi mensili mentre in Spagna è di circa la metà, 600 euro lordi mensili). E in Italia? 

San Precario 

Ecco come la Fiat ci ha cacciati da Mirafiori


A Mirafiori ce ne siamo andati, una mattina di gennaio. Poche ore per sbaraccare 110 anni di storia: i ritratti di Enrico Berlinguer e le foto di Bruno Trentin, sgombrate in camion insieme con le bandiere. A Mirafiori come nel resto d’Italia, nel silenzio generale, la Fiom è stata cacciata da tutte le fabbriche Fiat. Siccome non abbiamo firmato il contratto imposto da Sergio Marchionne, ci tolgono l’agibilità democratica.
Questo rito si compie con un accanimento che se non fosse drammatico risulterebbe farsesco. A San Mauro, alla CNH, dove si producono le macchine di movimento terra, il nostro delegato, Marco, mi ha raccontato che nelle notti tra il 25 e il 31 dicembre, l’azienda ha approfittato del Natale per cambiare le serrature della saletta sindacale. Alla Marelli di Caivano invece, è accaduta una cosa buffa. Il nostro compagno, sei anni prima, era stato sottoposto a un rito burocratico: gli era stato fatto firmare un documento di consegna per le chiavi. Così, quando la Fiat gliele ha chieste indietro lui ha preteso una richiesta scritta e una ricevuta firmata: mentre aspettava ha traslocato.
La cacciata è stata simultanea, ma non ha ottenuto il primo effetto desiderato: spegnere un sindacato, con la stessa facilità con cui si schiaccia un moscerino. La risposta dei nostri compagni in queste ore è commovente. Mi ha chiamato Mauro, dalla Iveco di Mantova: davanti allo stabilimento la Fiom è in una roulotte della Protezione civile, intervenuta su richiesta del sindaco. Anche a Pregnana Milanese, dove si producono motori speciali, siamo ospiti della Protezione civile, in una tenda per terremotati (per fortuna riscaldata!). Non è curioso? L’emergenza della rappresentanza è considerata più drammatica da chi si occupa di calamità naturali, che dai leader del centrosinistra. A Brescia i nostri compagni sono molto organizzati. Davanti all’ingresso della Iveco hanno montato una casetta prefabbricata attrezzata come ufficio. Anche a Torino ci siamo dovuti ingegnare: il camper della Fiom le 16 porte aperte da cui (quando riescono a lavorare) entrano gli operai. A Modena, dove si costruiscono marchi del lusso, è arrivato un altro camper. A Pomigliano, con un bellissimo gesto di solidarietà, i pensionati dello Spi ci hanno regalato un camion-ufficio. In queste ore siamo appoggiati con i nostri delegati nei patronati e negli uffici vertenze, per non far venire meno i servizi fiscali che da sempre offriamo agli operai. Mi è difficile capire perché in questo Paese opinionisti, grandi giornali, conduttori dei programmi di informazione non si accorgano che questa diaspora non è solo un atto di violenza fisica, ma una sospensione dei diritti per molti lavoratori imposta interpretando in modo improprio l’articolo 19.
In tutte queste fabbriche, nella maggior parte delle quali siamo il primo sindacato, il nostro tesseramento è stato cancellato, non riconosciuto dalla Fiat, ai fini della trattenuta in busta paga. Che significa? Un bel paradosso: a gennaio l’azienda pagherà regolarmente (e giustamente) a Cisl e Uil, e anche ai Cobas le trattenute dei suoi iscritti, ma si rifiuta di consegnare a noi quelle dei nostri. Come mai? Perché la Fiat si rifiuta di fare da sostituto di imposta per il sindacato. E questo malgrado noi, con uno sforzo straordinario, abbiamo rifatto il tesseramento da zero in tutti gli stabilimenti. Di più: l’azienda rifiuta di ricevere raccomandate con le deleghe per coloro a cui girare l’incasso delle trattenute, e siamo stati costretti a inviarle attraverso ufficiali giudiziari. Abbiamo eletto in tutti gli stabilimenti le nostre rappresentanze sindacali: ma la Fiat non le riconosce. Così ricorre al ridicolo escamotage di farci scrivere per ogni fabbrica da uno studio di avvocati, dicendoci che non ne abbiamo diritto.
In virtù di questo accordo non ci è permesso di affiggere in fabbrica nemmeno un volantino. Dopo l’applicazione del “contratto Marchionne”, infatti, sono state sbullonate delle bacheche di ferro battuto affisse alla Liberazione, nel 1946. Nemmeno Vittorio Valletta si era spinto così oltre. Certo, non ci siamo fatti intimidire: abbiamo iniziato a fare attività durante la pausa mensa e durante le pause alle macchinette del caffè, persino negli spogliatoi, dove il divieto di propaganda e informazione non può essere applicato, perché la legge 300 consente proselitismo sindacale, in tutti gli spazi in cui non si interrompe la produzione.
Ecco perché i lavoratori hanno ripreso a fare i giornali parlati con i megafoni, durante l’orario del pasto, davanti agli occhi increduli dei capireparto. Visto che il diritto di sciopero non può essere – per fortuna – cancellato, sono state dichiarate le prime serrate, convocate con cartelloni attaccati con lo scotch ai cancelli esterni delle fabbriche. Questo non succede in qualche reparto di confino, ma in 80 stabilimenti italiani, per 86 mila lavoratori usciti, con un colpo di penna di Sergio Marchionne, dal contratto nazionale e dai diritti elementari che quel contratto garantiva. In queste condizioni abbiamo raccolto 20 mila firme per un referendum sul contratto. L’azienda non ha ancora risposto a questa richiesta di un rito democratico, che lei stessa ha brandito come una clava a Mirafiori e a Pomigliano (quando ancora pensava di vincere a mani basse) e ora nega (perché evidentemente teme di perdere).

Vorremmo chiedere a Bersani, a Vendola, a Di Pietro e anche a Casini, di chiedere che sia sanato un deficit di democrazia. A Mirafiori gli impianti – stando a quello che aveva promesso la Fiat – avrebbero già dovuto produrre il monovolume LO, che invece sarà fatto in Serbia, con buona pace dello spot tutto spaghetti e tricolore che reclamizza la Nuova Panda. E’ la prima grande diaspora sindacale dopo il fascismo: dal 1891 a oggi, solo un regime era riuscito a cancellare la presenza della Cgil nelle fabbriche. Colpisce che le reazioni siano timide o nulle, con l’importante eccezione dell’interpellanza presentata da Sergio Cofferati e Andrea Cozzolino al Parlamento europeo, seguita da una dei deputati Pd e Idv a Montecitorio. Cosa pensa il ministro Fornero? Ci piacerebbe che Il Fatto tenesse alta l’attenzione, che chiedesse ai leader del centrosinistra, se una nuova stagione di buongoverno non debba essere preparata prima di tutto, da una lotta per i più elementari diritti democratici.



Giorgio Airaudo


[Articolo su Il Fatto Quotidiano, 26 Gennaio 2012]

Lavoro: Camusso, per noi la “fase due” parte dalla riduzione della precarietà

Il Segretario Generale della CGIL parlando al Forum di Assago, in vista della riapertura del confronto con il Governo, rilancia le proposte del sindacato sul lavoro e sulla ripresa dell'economia. A partire dal tema centrale della legalità

'Non pieghiamo i diritti' è questo il monito lanciato oggi dal Mediolanum forum Assago a Milano in occasione della manifestazione interregionale organizzata dalla CGIL (Alto Adige-Sudtirol, Friuli Venezia Giulia, Liguria, Lombardia, Piemonte, Trentino, Valle d'Aosta e Veneto) per discutere di coesione sociale, equità, futuro per i giovani in un'ottica di crescita del paese. 
La rivendicazione di un 'Lavoro' con la 'L' maiuscola, con i suoi diritti e con la sua dignità è stata al centro dei numerosi interventi che si sono succeduti sul palco del Mediolanum e che hanno preceduto l'intervento conclusivo del Segretario Generale della CGIL, Susanna Camusso che ha sottolineato come ad un lavoro senza diritti corrisponda la mancanza di prospettive per il paese, in questo modo, ha detto “non si rimettono a posto né i conti dello Stato né le prospettive per il futuro dei giovani”. 
Ed è proprio ai giovani che la leader della CGIL si è rivolta affrontando il capitolo della precarietà, uno dei temi principali nella discussione sul mercato del lavoro aperta in questi giorni con il governo. “La nostra priorità – ha detto Camusso - è ricomporre il mercato del lavoro, superare la precarietà ed offrire una prospettiva a tutti quelli che sono fuori dal mercato del lavoro”. Per la CGIL infatti un indice della discussione con il Governo è quello della lotta al lavoro precario e la riduzione delle troppo numerose forme contrattuali che l'hanno incentivata, “come si distingue tra ciò che è lavoro subordinato e ciò che è lavoro autonomo. Si deve cominciare a controllare – ha insistito Camusso – che le forme di lavoro vengano utilizzate appropriatamente”.
Il segretario generale della CGIL, nel suo intervento individua una delle soluzioni nella ricostruzione del “gusto per la legalità”, anche nel lavoro “il lavoro regolare, il lavoro contrattualizzato e che riconosce dignità alle persone – ha detto - è la più grande lotta contro l'illegalità, che oggi passa attraverso il lavoro sommerso”. Nel parlare di legalità non poteva mancare un riferimento al sistema fiscale “essere paladini della legalità – ha sottolineato Camusso - significa anche un fisco giusto, che chiede in ragione di ciò che possiedi, che chiede di più a chi ha di più”. E nella fase due, che, ha affermato la leader della CGIL deve essere “qui ed ora” è necessario "spostare il peso della tassazione su chi ha di più, alleggerendo la tassazione sulle retribuzioni da lavoro dipendente e sulle pensioni”.
In merito alle liberalizzazzioni, il numero uno di Corso d'Italia ha avvertito “non ci dicano che porteranno ad un aumento dei salari perchè ciò che può aumentarne il valore d'acquisto è, invece, la riduzione della tassazione sul lavoro dipendente, trasferendo lì ciò che viene recuperato dall'evasione”. 
Camusso, rivolgendosi al Governo ha detto “nel modo in cui ha approcciato questa trattativa sul mercato del lavoro vediamo un grande rischio: siccome si pensa ad un improvviso stravolgimento di tutto temiamo prevalga la tentazione di dire 'lasciamo tutto com'è'. Noi non siamo disposti a lasciare tutto com'è. Per una ragione precisa: vorrebbe dire – ha insistito - condannare i giovani alla precarietà e al dualismo nel mercato del lavoro”. Dunque, ha concluso Camusso, per la CGIL "non può esserci un tavolo del mercato del lavoro che si occupa solo delle regole senza un'idea dello sviluppo del paese". 

Vittoria Francesco "Momenti salienti"

Il 28 ottobre 2011 venerdi', alle ore 16.50 (a fine turno di lavoro) viene consegnata a mano dal capetto di reparto all' operaio saldatore Ficiara' Francesco la lettera di licenziamento, la Fiat fà questo proprio con l'intento di prevenire reazioni organizzate degli operai (i giorni seguenti saranno di ferie dei morti). 2 novembre l'operaio si presenta subito ai cancelli con volantino ad informare i compagni di lavoro, nessuno aveva informato di nulla. la fabbrica Fiat cnh si presenta subito come un fortino assediato, con clima di terrore dentro i reparti. Si prepara il ricorso legale con lettera dell'avvocato fotocopiata e consegnata a fiat e a tutti gli operai in fabbrica. Nonostante la richiesta di molti operai per fare un immediato sciopero tutte le componenti sindacali nelle rsu negano qualsiasi azione in favore dell'operaio licenziato da fiat, inoltre una cortina di silenzio viene estesa intorno al "caso", sia dentro la fabbrica che nel territorio circostante, nella città. L'unica Rsu che dall' inizio supporta L'operaio sempre è la Rsu fiom della Ferrari. L'operaio non si da' per vinto e iniziano incessanti presidi e volantinaggi davanti alla fabbrica alla quale partecipano alcuni suoi colleghi di lavoro, compagni dell'assemblea proletaria (alle 5 del mattino), operai della rsu fiom ferrari, operai della coop estense, militanti operai e studenti. parimenti si studiano e si fanno iniziative per estendere il sostegno e la solidarietà tra gli operai ed ovunque, a Modena, Bologna ecc ecc. Si organizzano assemblee pubbliche contro il licenziamento a Modena, Bologna, Reggio Emilia e Parma. Continuano frequentissimi volantinaggi davanti la Fiat cnh, Ferrari, Maserati e altre fabbriche, la solidarieta' e la comprensione della manovra terroristica di Fiat, si estende ovunque. Fine anno viene depositato ricorso contro Fiat (30 dicembre). Arriva la solidarietà degli operai e rsu della INNSE, JABIL EX-SIEMENS, MANGIAROTTI NUCLEAR di milano. 18 gennaio 2012 udienza al tribunale di Modena, presenti tutti i testimoni operai di Francesco (10) e compagni militanti della causa di Francesco. 21 gennaio 2012 il giudice del lavoro di Modena dispone in via d'urgenza 

IL REINTEGRO IMMEDIATO DELL'OPERAIO SALDATORE AL SUO POSTO DI LAVORO CONDANNA LA FIAT E DISPONE IL PAGAMENTO DI TUTTI I SALARI ARRETRATI.

La lotta continua oggi gioiamo, sempre presenti con cuore e con la testa, una sola parola V I T T O R I A!!! 

UNA VITTORIA DEGLI OPERAI E DEI COMPAGNI SOLIDALI, COSTRUITA CON INDIPENDENZA E ORGANIZZAZIONE. 
CHI LA DURA LA VINCE A TESTA ALTA IN FABBRICA. 

Ficiara' Francesco 
23-1-2012


Dopo la "mazzata" pesantissima della sentenza di reintegrazione dell'operaio Ficiara' Francesco in FIAT CNH MODENA e di condanna della stessa, la FIAT emette "lettera" (qui sotto) che esonera l'operaio dal prestare attivita' lavorativa in fabbrica e si riserva di adire a "reclamo" della sentenza, fermo restando che deve pagare lo stesso il salario in scadenza periodica...



26-1-2012






giovedì 26 gennaio 2012

Operaio sardo fa abbandonare lo studio a R.Castelli

La Rivolta dei Forconi.L'operaio sardo apostrofa l'ex ministro Roberto Castelli ma si alza e lascia lo studio. Servizio Pubblico del 26 gennaio 2012. Undicesima puntata del programma di Michele Santoro dedicato alle proteste di agricoltori, pescatori, autotrasportatori e commercianti. Ospiti in studio Enrico Letta (Pd), Roberto Castelli (Lega Nord) e Maurizio Zamparini (fondatore del Movimento per la gente che si batte contro Equitalia). In studio Marco Travaglio, le vignette di Vauro e Giulia.


Pierpaolo Pullini, Rsu Fiom Fincantieri di Ancona: democrazia al lavoro!

Pierpaolo Pullini rappresentante sindacale Fiom allo stabilimento FIncantieri di Ancona racconta brevemente il risultato raggiunto dopo anni di lotta nel suo stabilimento e invita tutti a partecipare alla manifestazione nazionale della Fiom che si terrà a Roma il prossimo 11 febbraio, da piazza della Repubblica a piazza San Giovanni. Un esempio concreto che se continuiamo a lottare insieme possiamo riconquistare il contratto, estendere i diritti e l'occupazione senza cedere ai ricatti!


Smonta Italia

Smontare il paese pezzo per pezzo: sembra questa la principale linea direttrice del governo Monti. Per permettere il varo di questo ambizioso piano, un progetto che potremmo definire “Smonta Italia”, occorreva una congiuntura favorevole fatta di almeno tre ingredienti fondamentali. Il primo di questi ingredienti è stato quello dell’emergenza finanziaria internazionale coniugata con il “vincolo esterno”, che impone di difendere l’euro costi quel che costi. Quello che l’amministrazione Bush ha fatto con lo spauracchio di al-Qaeda, l’attuale leadership liberista europea - con alla testa il triste trio Merkel/Sarkozy/Monti - ha fatto con lo “spread” e la crisi finanziaria. Lo “spread” è divenuto uno spettro, un’inafferrabile fonte di terrore, agitato di continuo per abituare l’opinione pubblica alle necessità di scelte obbligate e unidirezionali sulle quali nessuno può avanzare dubbi o invocare i tempi un poco più lunghi delle scelte razionali e meditate. Altrimenti aumenta lo “spread”. Altrimenti i tentacoli di al-Qaeda stringeranno in una morsa gli Stati Uniti diceva Bush, mentre in tutta fretta decideva di bombardare prima l’Afghanistan e poi l’Iraq. (...) L’altro ingrediente fondamentale è stato il totale discredito della classe politica odierna, bistrattata da cittadini e mezzi di comunicazione, ma pur sempre costretta ad un, sia pur tenue, rapporto con l’elettorato. Il discredito della classe politica ha consentito al presidente Giorgio Napolitano – la cui affidabilità per le élite conservatrici dell’Europa è stata comprovata, prima dall’applicazione delle regole anti immigrazione di Shengen e poi dal sostegno acritico a tutte le missioni militari dall’Afghanistan alla Libia – di nominare un commissario con poteri straordinari in grado di tenere sotto ricatto la stragrande maggioranza dello schieramento parlamentare. Il terzo ingrediente fondamentale è stato il fervore ideologico delle solite élite nostrane e della quasi totalità dei mezzi di comunicazione, espressione di quelle stesse élite. Questo fervore ideologico liberista predica l’uscita dalla crisi attraverso il pareggio di bilancio, le privatizzazioni, la deregolamentazione e l’aumento della competizione fra i singoli cittadini. Un disco rotto che i recenti successi referendari a difesa dell'acqua pubblica e i risultati spiazzanti delle elezioni locali sembravano aver sbloccato, ma solo in apperenza. Avete notato come, se non per una critica di rito allo statalismo degli anni ’60 e ’70 (gli anni in cui la maggior parte degli italiani hanno conosciuto per la prima volta il benessere), Monti e i suoi ideologi non facciano mai riferimento alla storia per confortare le loro proposte? Non lo fanno per il semplice motivo che ogni singolo episodio della storia dell’umanità dimostra che da profonde crisi economiche e sociali si è potuti uscire (magari male come nel caso del riarmo tedesco degli anni ‘30) con più intervento pubblico, più investimenti, più pianificazione, più coesione sociale e più coinvolgimento diretto dei cittadini contro la tentazione dell’ognun per sé. Quando ciò non è avvenuto, per esempio sotto l’azione dei governi liberisti dell’America Latina degli anni ’80 e ’90, i risultati sono stati disastrosi e le ribellioni non si sono fatte attendere a lungo. I tre ingredienti elencati qui sopra hanno permesso di confezionare l'indigesta pietanza Smonta Italia. Essa si fonda su: - la costante riduzione della spesa pubblica in modo di ottenere un avanzo primario del 4 per cento del Pil e far così mancare ossigeno a servizi pubblici, sia quelli di interesse nazionale che a quelli locali. Il disinvestimento nel settore pubblico genererà giocoforza un costante abbassamento della qualità e pressioni sempre più forti verso una privatizzazione totale di reti e servizi; - la smobilitazione dello Stato da tutte le reti strategiche, da quelle del trasporto quelle all’energia, e il loro affidamento ad autorità regolative senza alcun controllo da parte dei cittadini e colluse con i controllati, con il probabile risultato di una loro privatizzazione e successiva vendita a società estere più capitalizzate, siano esse pubbliche o private; - l’attacco sistematico a tutti i quei possibili presidi di contestazione, di ragionamento critico, di resistenza alle tecnocrazie e di salvaguardia di uno spirito pubblico come la scuola o l’università pubblica. Mentre la privatizzazione della scuola ancora genera troppe resistenze nella società italiana, già si preparano le norme sull’abolizione del valore legale della laurea e sull’aumento esponenziale delle tasse studentesche; decisioni che mirano a dividere le università tra quelle di “qualità”, cui potranno accedere solo i ricchi o gli indebitati fino al collo, e quelle che forniranno titoli di carta straccia adatti a conseguire lavori precari e sottopagati. - l’attacco frontale all’idea che i lavoratori possano condividere degli interessi, negoziare in modo coordinato sulle proprie condizioni di vita, partecipare in qualsiasi forma, anche la più indiretta, alla gestione di imprese e servizi. Il lavoratore non deve avere identità in quanto produttore o erogatore di servizi ma solo in quanto consumatore. Lo stesso tassista è vituperato quando è alla guida, ma esaltato nel momento in cui stipula un contratto telefonico. E il primo strumento per l’annullamento dell’identità come lavoratore è l’abolizione dei contratti collettivi nazionali in favore di un percorso sempre più lungo di precariato e di competizione con i propri colleghi, terminante in un “contratto unico” certamente diverso dal contratto collettivo nazionale e contenente solo una lista generica e sempre più striminzita di diritti; - la propaganda a tappeto contro le corporazioni che, mentre lambisce alcune professioni certamente privilegiate, rafforza le vere corporazioni che governano il nostro paese e che sono ben contente di ottenere sconti sui servizi professionali di architetti, notai, avvocati, tassisti, etc.. Le vere corporazione sono le grandi imprese, le società bancarie e assicurative, le Spa pubbliche o private che gestiscono servizi. Queste gigantesche corporazioni, contro le quali gli accademici dell’economia e del diritto raramente si scagliano, vivono in regime di monopolio, sono endogamiche nei propri consigli di amministrazione, e rappresentano una cricca sempre più integrata nel sistema politico che succhia la linfa vitale del popolo italiano, sterilizzando i frutti del suo lavoro. Smonta Italia è un progetto ideologico che non si curerà del fatto che i servizi e reti privatizzate aumenteranno costantemente di prezzo: vedi tariffe autostradali, idriche, etc. Né si curerà del fatto che ogni anno centinaia di imprese italiane sono comprate da stranieri. Tantomeno si porrà il problema della riduzione del numero dei laureati e degli iscritti nelle università, dell’analfebetismo di ritorno, dei salari sempre più bassi e dei lavori precari, del crescente odio per la classe politica e tra le diverse aree del paese. Tutto questo non riguarda Smonta Italia, perché l’unico interesse del governo attuale è la demolizione, lo spezzettamento, l’affidamento ad orgasmi tecnocratici come agenzie ed autority (l’ultima è l’Anvur per l’università), di quanto edificato a fatica in decenni di storia dell’Italia repubblicana. Una volta smontata l’Italia e quel che rimane di istituzioni e di un senso comune, resterà solo il mercato senza società, senza cultura, senza cittadini e senza imprese, un territorio popolato da consumatori e da volantini inneggianti alle liberalizzazioni. 

Giuliano Garavini 

Milleproroghe: CGIL, peggioramento inaccettabile

Per la Confederazione l'ultima versione del decreto milleproroghe, se approvata, produrrebbe “ulteriori iniquità e discriminazioni verso i lavoratori cosiddetti 'esodati'” cioè verso tutti coloro che rischiano di trovarsi senza lavoro e senza pensioni

“Se approvata così, l'ultima versione del decreto milleproroghe sul capitolo pensioni produce ulteriori iniquità e discriminazioni verso i lavoratori cosiddetti 'esodati', quelli cioè che rischiano di trovarsi senza lavoro e senza pensioni". Lo sostiene Vera Lamonica, Segretaria Confederale della CGIL.
"L'emendamento della commissione - spiega Lamonica - prevedeva che si potesse derogare alle norme sull'innalzamento dell'età pensionabile anche per tutti coloro che hanno stipulato accordi di esodo, individuale o collettivo. Ora, nella nuova versione, la platea viene ulteriormente ristretta, perchè si sostituisce la dizione 'accordi' con quella di 'risoluzione del rapporto di lavoro', con il che, evidentemente, si tagliano fuori tutti coloro che pur in costanza al 31/12/2011 di rapporto di lavoro, sono tuttavia vincolati ad accordi di esodo".
"Non crediamo che basterebbero a risolvere il problema ordini del giorno interpretativi - conclude la dirigente CGIL - serve che il Senato, mantenendo la data del 31 dicembre 2011, torni su questo punto, alla formulazione del testo così come era stato approvato in commissione alla Camera".        

Cassa integrazione: istruzioni per l'uso

Gli ammortizzatori sociali sotto la lente d'ingrandimento 

Il giorno dopo l'incontro tra governo, sindacati e Confindustria per discutere della riforma del mercato del lavoro, su tutte le prime pagine dei giornali italiani si parla di cassa integrazione. Districarsi tra cig, cigo e cigs, però, non risulta sempre così agevole. Ecco una piccola guida. La cassa integrazione, è un istituto introdotto nell'ordinamento italiano con decreto legislativo del Capo provvisorio dello Stato nel 1947, poi ratificato con modificazioni dalla legge n. 498 del 1951. E infine modificato dalla legge n. 223 del 1991 che ha ristretto i tempi di concessione per reprimere eventuali abusi. La cassa, in sostanza, consiste in una prestazione economica in favore dei lavoratori sospesi dall'obbligo di eseguire la prestazione lavorativa o che lavorano a orario ridotto. La ratio legis è quella di venire incontro alle aziende che si trovino in momentanea difficoltà, sgravandole in parte dei costi della manodopera temporaneamente non utilizzata. Nata per far fronte alle emergenze di mercato e a quelle delle ristrutturazioni delle imprese industriali e dell'edilizia, si è man mano estesa agli altri settori fino a comprendere con la cassa in deroga anche commercio, servizi e le imprese artigianali. La cassa straordinaria e ordinaria sono pagate da aziende e lavoratori con un contributo sulle retribuzioni, quella in deroga invece, introdotta dal Governo Berlusconi per fronteggiare la crisi economica e contenere i licenziamenti, è finanziata dalla fiscalità generale. Cassa ordinaria. Attualmente la Cig ordinaria è prevista per le aziende industriali e dell'edilizia nei casi di sospensione dell'attività produttiva dovuta a eventi temporanei non imputabili al datore di lavoro, situazioni temporanee di mercato e intemperie stagionali. L'indennità e' pari all'80% della retribuzione con un tetto massimo fissato anno per anno. Gli interventi sono prorogabili fino a 52 settimane. La cassa integrazione ordinaria è pagata da ogni impresa con un contributo ordinario sul monte retribuzioni lordo (2,2% o 1,9% per le imprese industriali a seconda delle dimensioni aziendali) e con un contributo addizionale sulle integrazioni salariali anticipate (pari all'8% o al 4% delle integrazioni salariali da corrispondere) Cassa straordinaria. E' ora prevista per le imprese industriali, edili, imprese editrici con più di 15 dipendenti, imprese commerciali con più di 200 dipendenti, imprese appaltatrici di mensa e di pulizia il cui committente sia interessato alla cigs, vettori aerei. Spetta nei casi di ristrutturazione, riconversione e riorganizzazione aziendale, crisi aziendale e procedure concorsuali. Nei casi di ristrutturazione e riconversione aziendale può arrivare a 24 mesi prorogabili due volte per 12 mesi (48 mesi al massimo nel Sud, 36 nel Centro Nord). L'indennità , anche in questo caso, è pari all'80%. L'intervento straordinario è finanziato dai datori di lavoro e dai lavoratori con un contributo rispettivamente pari allo 0,9% (0,6 l'azienda e 0,3% il lavoratore) della retribuzione lorda. Anche nella Cigs c'è un onere a carico dell'impresa pari al 4,5% o al 3% delle integrazioni salariali anticipate rispettivamente per quelle con più di 50 o fino a 50 dipendenti. L'ammontare del contributo addizionale è raddoppiato del 50% se il trattamento si protrae oltre 24 mesi. Cassa in deroga. E' un'estensione della cig esistente. Spetta anche agli apprendisti e ai lavoratori e interinali. Spetta dopo aver esaurito gli interventi ordinari e alle aziende non ammesse alla cig ordinaria e alla cigs. La durata è stabilita negli accordi territoriali o nei provvedimenti di concessione. Comunque i periodi di cig in deroga non devono essere computati ai fini del raggiungimento del limite di 36 mesi nel quinquennio previsti per la cigs. Ipotesi di modifica. La cassa integrazione, secondo quanto emerso dall'incontro tra governo e parti sociali sarebbe al centro della riforma degli ammortizzatori sociali con l'intenzione dell'esecutivo di limitarne la durata e l'utilizzo ai soli casi di rientro al lavoro. Ipotesi questa che trova l'opposizione delle parti sociali. Secondo le intenzioni del governo, dovrebbe restare solo la cassa ordinaria (quella legata ad aventi temporanei e con una durata massima di 52 settimane) mentre si eliminerebbe la possibilità di utilizzarla a fronte di chiusura dell'azienda (come ad esempio la cassa straordinaria prevista per lo stabilimento Fiat di Termini Imerese). A fronte del mancato rientro in azienda si studia invece un'indennità risarcitoria e il rafforzamento del sussidio di disoccupazione. 

27 gennaio 2012 - Sciopero generale del sindacalismo di base

Le misure proposte e quelle adottate dal Governo Monti, a qualche tempo dalla repentina nomina e dal relativo saluto al berlusconismo, mostrano il vero volto, tutto politico dell'attuale compagine governativa. A questo giro di boa il problema non è semplicemente la caratteristica "lacrime&sangue" dei decreti bocconiani, bensì il progetto di rinnovamento e di ristrutturazione del modello sociale diffuso finora in Italia. Gli organi politici ed economici della borghesia europea ed italiana, guardano con attenzione al processo, già sfregandosi le mani.
Ci siamo accorti, per via dei cambiamenti nella vita quotidiana, che da qualche anno paghiamo già, e di questo passo continueremo, una crisi, che di certo non abbiamo prodotto.
Come? Attraverso una compressione salariale e una cancellazione di tanti diritti sul lavoro, conquistati in anni di lotte.
Mediante un ripensamento (cioè un peggioramento se non un cancellazione) dei servizi pubblici.
Ci peggiorano le condizioni per andare in pensione, tagliano gli stipendi, attaccano gli ammortizzatori sociali esistenti proponendo modelli da flex-security (che di security hanno davvero poco...), riformano la scuola e l'università, liberalizzano, ulteriormente, enti e aziende che erogavano servizi pubblici (le asl per dirne una).
Il quadro non è dei migliori.
Ribadendo che l'attuale governo è stato chiamato per realizzare quanto gli anni di berlusconismo alternati a quelli di vari centro-sinistra non sono riusciti a fare, dobbiamo dire (e dirci), chiaramente, che non è il momento per avvilirsi o darsi per vinti. La scelta di indire uno sciopero generale è da appoggiare e le manifestazioni del prossimo venerdì da sostenere. Il tutto  nell'ottica di (ri-)costruire un'opposizione sociale quanto più larga possibile in questo paese. Cominciamo dai luoghi in cui sono aperti spazi di conflitto, cercando di generalizzarlo. Allarghiamo la protesta a tutt* coloro che hanno il pavimento che si sgretola sotto i piedi e hanno difficoltà ad intravedere un futuro roseo.
Il tutto in nome di un modello di sviluppo economico e di società che si fonda sullo sfruttamento e sull'ineguaglianza sociale.
C'è la crisi, scegliamo da che parte stare, opponiamoci e, come hanno scritto e gridato ai quattro angoli di questo pianeta, mangiamocelo davvero 'sto padrone: eat the rich!

di seguito qualche link:

mercoledì 25 gennaio 2012

Il movimento dei forconi: questa non è rivoluzione

Con lo svolgersi della crisi peggiore degli ultimi cento anni è sicuramente possibile che movimenti di matrice reazionaria trovino fertile humus nel malcontento generale: quello che succede in Sicilia in questi giorni ne è un esempio. Per comprendere la natura di ciò che sta accadendo occorre tener presente l’assetto politico generale dell’isola: il governo Lombardo quarto ha contato fino a pochi giorni fa sull’appoggio trasversale di Pd e Mpa, Fli, Api e Udc, condizione che garantiva comodi e lauti guadagni per le molteplici espressioni della borghesia locale. Oggi tale coalizione è in crisi, con il rischio per il terzo polo di diventare dunque una forza minoritaria: l’Udc ha già da qualche settimana mollato il governatore attendendo di scegliere la collocazione più proficua. L’Mpa si ritrova quindi a fare i conti con una situazione di grande difficoltà ed in questo contesto trova la sua espressione il “movimento dei forconi” e “forza d’urto”. La Sicilia è da sempre considerata terra del profitto per la borghesia locale mafiosa che manifesta stretti legami con la politica: non ne è certo esente il Pd come dimostrano le avventure di Crisafulli, Capodicasa e anche della stessa Finocchiaro, che con le dovute differenze, hanno per anni messo mani sugli appalti dell’isola. In tale contesto un riequilibrio dei poteri in Sicilia può esigere il ricorso alla mobilitazione del settore più arretrato dei lavoratori e della piccola borghesia che è stato prontamente spalleggiato dall’estrema destra, i cani da guardia della borghesia. Imprenditori, agricoltori, autotrasportatori, armatori dei pescherecci: insomma padroni e padroncini, che con un manifesto politico blando potevano raccogliere facilmente il malcontento popolare. È gioco forza che la piccola borghesia, soccomba, in condizioni stagnanti, all’attacco padronale teso al concentrare sempre più il profitto: essa oscilla di conseguenza, tra reazione e voglia di riscatto, tra programmi reazionari e posizioni avanzate. In quest’ultimo caso, la premessa ovvia è che vi sia un movimento di classe sul territorio. Nel caso siciliano la matrice del movimento è essenzialmente reazionaria: i forconi rivendicano la defiscalizzazione dei carburanti, l’uso dei fondi europei per lo sviluppo da destinare all’agricoltura, il congelamento delle procedure di Equitalia Serit per la riscossione dei tributi, richieste che possono ad un occhio inesperto apparire popolari e pertanto trasversali ma che in realtà celano un chiaro connotato politico. La piattaforma organizzativa non mette in alcun modo in discussione i poteri locali e i poteri forti, quelli della borghesia, concentrando la polemica solo sul mancato finanziamento da parte del governo Monti e su richieste che, se si valutano nel concreto, non beneficiano che i padroni. Lo si legge tra le parole di Fiore di FN: Inoltre, “è necessario che venga attuato subito l’art 40 dello Statuto siciliano che prevede che il Banco di Sicilia emetta denaro unilateralmente per fronteggiare il crollo sociale in atto. Questa misura statutaria, oltre che la riduzione della benzina a 70 centesimi, e’ la mina sociale che Forza Nuova, a fianco di agricoltori e autotrasportatori, intende fare esplodere”. Trova così spazio un’ideologia del tutto conservatrice che fornisce spazi alle ideologie neofasciste: Forza Nuova infatti ha da subito preso parte a tale movimento, e lo stesso Bossi si è scomodato a dare sostegno, attraverso la Padania. In aggiunta basta fare un’analisi del territorio, osservando dove il movimento è più forte: Agrigento, Caltanissetta ed entroterra catanese. Località in cui Forza Nuova possiede i maggiori nuclei organizzati, i bacini elettorali prediletti per l’Mpa. I capi della protesta hanno connotazioni poi inequivocabili. Martino Morsello, 57 anni di Marsala, ex imprenditore, già deus ex machina di ‘Altragricoltura’. E’ stato consigliere comunale a Marsala dal 1980 al 1993 e più volte Assessore per conto del Partito Socialista Italiano di Bettino Craxi. Nel 2008 candidato all’Assemblea Regionale Siciliana per la lista degli autonomisti a sostegno dell’attuale governatore della Regione Siciliana, Raffaele Lombardo. Tra i punti del suo programma figurano anche i condoni previdenziali per le attività agricole artigianali ed industriali. Ultimamente si è avvicinato a Forza Nuova partecipando, lo scorso 10 gennaio al congresso nazionale del movimento neofascista dove ha dichiarato: “Forza Nuova, unico partito con cui interloquiamo”. È titolare del dominio internet “movimentoforconi.it” e gestisce, assieme alla figlia Antonella, dipendente di Forza Nuova di Terni, la pagina Facebook del movimento. Mariano Ferro, imprenditore agricolo di Avola, ex Forza Italia, ex Mpa con ambizioni in politica, candidato in passato alle amministrative, a sindaco di Avola e poi alla Camera, ma senza successo. Da sempre ha indicato chiaramente il proprio sostegno a Lombardo che ha sostenuto alle ultime regionali. Pippo Gennuso a Rosolini, centro agricolo del siracusano. Gennuso, appartiene all’Mpa, ed è in lotta con il governo nazionale da anni. Giuseppe Richichi, 62 anni, da un ventennio alla guida degli autotrasportatori dell’Aias: ex trasportatore, è tra i responsabili di un consorzio che gestisce un autoparco a Catania realizzato con fondi pubblici. Fu proprio Richichi, dodici anni fa, a mettersi a capo della protesta che per una settimana mise in ginocchio la Sicilia. In quell’occasione Richichi, molto abile a tenere i rapporti con la politica tanto da ottenere consulenze che all’assessorato regionale ai Trasporti col governo Cuffaro, finì in carcere con l’accusa di avere tagliato le gomme ad alcuni tir per impedire che aggirassero la protesta, all’epoca ribattezzata ‘tir selvaggio”. Assieme a lui furono arrestati altri due membri dell’associazione, tra cui Nunzio Di Bella, 49 anni, altro storico leader degli autotrasportatori. A capo di poche centinaia di uomini sparsi nella Sicilia, i leader di Forza nuova-Mpa hanno guidato una vera e propria serrata. Con atti intimidatori e mafiosi hanno bloccato tir, camion e furgoni e spesso automobilisti nella principali arterie stradali e svincoli: la minaccia più frequente il taglio delle gomme e dove ciò non è stato sufficiente si è arrivato al pestaggio (un caso accertato quello di Lentini, nel siracusano). In molti comuni dell’entroterra siculo (Palagonia, Scordia, Militello) numerose testimonianze parlano di una vera e propria serrata che ha impedito ai braccianti di lavorare e alle attività commerciali di restare aperte; diversi negozianti hanno dichiarato di aver subito pressioni pena l’incendio dei locali. La parola sciopero è stata abusivamente sostituita a quella di serrata, consegnandola ai media locali, in un’ottica del tutto revisionista. Le forze dell’ordine si sono rivelate del tutto conniventi con quanto accade, garantendo grande agibilità ai manifestanti nei presidi. In questo clima, come sempre accade quando la risposta a sinistra stenta ad arrivare, i fascisti prendono piede e minacciano l’estensione della loro azione. Il movimento dei forconi crea infatti un precedente che le borghesie mafiose sono pronte a rispendersi altrove: già sono stati individuati altri referenti regionali, (casualmente) tutti e tre di Forza Nuova. Si tratta di Umberto Mellino per la Calabria e, per il Lazio, Antonio Mariani, responsabile Agricoltura di Forza Nuova Frosinone. E infine di Fabiano Fabio di Foggia per la Puglia . La nostra critica non ha nulla a che spartire con quella di Confindustria Sicilia, che con il suo presidente Ivan Lo Bello, dichiara di dissociarsi da tali manifestazioni ritenute “proteste esasperate, con forme di lotta che stanno causando ulteriori danni all’economia e ai cittadini siciliani. Le ragioni delle imprese rischiano di essere strumentalizzate dalla peggiore politica, di sfociare in un ribellismo inconcludente aperto anche alle infiltrazioni della criminalità organizzata e non”. Il documento è anche firmato dai vertici regionali di Confartigianato, Confagricoltura, Confederazione italiana Agricoltori, Cna Sicilia, Casartigiani, Confapi Sicilia, Confcommercio, LegaCoop, Confesercenti Sicilia, Confcooperative, UniCoop. Il problema qui infatti non è la ribellione in sè, ma gli interessi che ci stanno dietro e i fini che un movimento si propone. Il senso reale della protesta è sottolineare quali sono le organizzazioni politiche che fungono da serbatoio dei voti. Se non si sbloccano i finanziamenti, di modo che tutti i padroni locali possano continuare ad attingerne, tali serbatoi verranno prosciugati. Le manifestazioni cui si sta assistendo assumono connotazioni fasciste, come classicamente accade nel Sud italia perché la mafia, mera espressione dei poteri politici ed economici locali, utilizza le difficoltà economiche della classe per ripristinare l’ordine dei privilegi padronali. Una volta ottenuto ciò la protesta verrà fatta rientrare. Leggere in tale movimento un carattere di classe, come è capitato inizialmente a molti militanti di sinistra, è quindi impossibile. Se è di classe, di certo non è la nostra classe. L’assenza di un programma politico chiaro tuttavia può aver fatto breccia tra alcuni settori di lavoratori autonomi, studenti, precari e disoccupati che attirati da una blanda piattaforma di rivendicazioni, in alcuni casi, si sono, sebbene in minima parte, aggiunti alla protesta. Compito dei comunisti è fare chiarezza. Occorre oggi comprendere la natura di tale movimento per non consentire alle destre di riorganizzarsi: prendere parte a tale iniziativa diventa lesivo della nostra identità e non consente di fare chiarezza nei confronti dei lavoratori e degli studenti. Come marxisti siamo consapevoli che il problema del mezzogiorno non deriva dalla destinazione dei flussi economici: che sia un padrone siciliano od uno piemontese a gestire tali flussi non cambia che a pagare le conseguenze del sistema capitalista siano sempre e solo i ceti subalterni, sotto la gestione e il controllo di coloro che ci lavorano. Occorre oggi lottare per la nazionalizzazione del settore dei trasporti e dei settori produttivi alimentari. Se la benzina aumenta la responsabilità è delle multinazioni del petrolio e dei loro servi al governo: nazionalizzare l’intero settore degli idrocarburi deve essere la nostra risposta. Solo in questo modo sarà possibile il riscatto per il sud, incidendo sulla disoccupazione che è il terreno su cui gli imprenditori mafiosi riescono a radicarsi. Ecco come interloquire con quei settori della piccola borghesia rovinata dalla crisi del capitalismo: sulla base di un programma rivoluzionario che metta in discussione il capitalismo. Non va certo in questo senso la dichiarazione di ieri della segreteria regionale di Rifondazione comunista, che oltre che tardiva e fiacca nei contenuti, sembra giungere da un’altra era politica quando fa appello “a quei settori del Pd che si battono contro Lombardo e contro i poteri mafiosi”. Unire le vertenze locali, partendo dal basso, promuovendo iniziative assembleari tra sindacati, partiti e movimenti anticapitalisti e antifascisti, tra lavoratori dei vari settori e studenti diventa prioritario: studenti ed operai uniti nella lotta, per l’alternativa di sistema! 

Luisa Grasso 

Comunisti e forconi

La sinistra che legge il Manifesto e Liberazione è critica verso il movimento dei forconi che sta scuotendo dalle fondamenta la Sicilia. Le organizzazioni sindacali dei lavoratori a cominciare dalla mia CGIL esprimono giudizi negativi e dubbi dietrologici sul cui prodest del movimento che accomuna contadini operai disoccupati autotrasportatori. Insomma il mondo ufficiale della politica e del sindacato prende le distanze e, con la puzza sotto il naso, condanna. A mio parere commette un errore che non sarà perdonato perchè sta producendo strappi ed amarezza. C'è amarezza in coloro che sono costretti ad usare l'auto o il camion per raggiungere il lavoro o per spostarsi o per vendere i propri prodotti. Una cosa è l'impatto del prezzo della benzina a Vigevano altra e ben diversa cosa è a Ragusa. I prodotti agricoli siciliani si debbono spostare per centinaia e centinaia di chilometri per raggiungere i mercati ed i costi sono diventati insopportabili. Inoltre, come diceva oggi un contadino per la prima volta intervistato dalla TV fellona e disonesta che soltanto oggi comincia a dare conto della agitazione, i prezzi dei prodotti agricoli sono inferiori a quelli di trenta anni fa. Gli oligopoli delle catene di distribuzione spremono fino all'osso i produttori e li condannano alla fame. Molti hanno l'alternativa o il suicidio o la rivolta. E' una caratteristica dell'agricoltura odierna controllata dalle multinazionali spingere i contadini, i coltivatori diretti al suicidio come avviene in India e altrove. Il mercato globalizzato senza regole è dominato dalle multinazionali che impongono la loro legge senza alcuna pietà per nessuno. Qualcuno si lamenta che il movimento dei forconi è controllato o ispirato dalla destra. In politica e nella società i vuoti non restano tali a lungo. Se la "sinistra" diventa liberista, perbenista, educata, collaborativa con il potere la società non sta ad aspettarla che finalmente si accorga dei problemi che vengono a maturazione. Ora esprimere giudizi sprezzanti ideologici e salottieri sul movimento non farà bene a nessuno. La Sicilia tagliata fuori da Moretti dal sistema ferroviario nazionale ed europeo ed ora oppressa da un prezzo enorme, patologico dei carburanti non si lascerà morire di fame e di inedia. Quello che accade oggi è il prologo di una stagione di grandi e pericolose agitazioni che, in assenza di forze politiche in grado di capire e di guidare, rischiano di avere sbocchi assai gravi. L'agitazione di oggi segna anche il fallimento dell'Autonomia Siciliana diventata un Palazzo di ingordi sazi e privilegiati oligarchi tutti con il grado equipollente a quello di senatori della Repubblica. La regione è un buco nero, una terribile idrovora delle risorse a vantaggio di una casta di privilegiati. La Regione è un fallimento prima che politico morale e se non esistesse sarebbe meglio per tutti. 

Pietro Ancona 
già segretario regionale della CGIL siciliana 

A zupp' e fasul' - Il trailer

Il trailer del video che racconta la lotta contro il modello Marchionne. Un modello contrattuale che da Pomigliano si è esteso in tutto il grupo Fiat, anche alla Ferrari. Un video che racconta il momento surreale che vive il mondo del lavoro nel nostro paese. Il trailer e il vdeo amatoriale sono stati realizzati dai lavoratori della Ferrari di Maranello...



fonte:http://www.youtube.com/user/MegaAurelianobuendia

martedì 24 gennaio 2012

Lavoro: Camusso, togliere Cassa straordinaria è follia

All'indomani dell'incontro tra governo e sindacati su riforma del mercato del lavoro, il Segretario Generale della CGIL avverte sulla pericolosità di restringere il sistema di Cassa integrazione. Prossimo confronto su: Tipologie di impiego; Apprendistato, formazione e aggiornamento professionale; Flessibilità, produttività e sviluppo; Ammortizzatori sociali, politiche attive del lavoro e servizi all'impiego.

All'indomani del primo incontro tra sindacati e governo su riforma del mercato del lavoro e crescita, il Segretario Generale della CGIL, Susanna Camusso ribadisce quanto già espresso ieri uscendo da Palazzo Chigi: “togliere uno strumento fondamentale - come quello della Cassa integrazione straordinaria - è esattamente una follia”, soprattutto di fronte, sottolinea la leader della CGIL, “ad un profondo processo di riorganizzazione del sistema industriale e del sistema produttivo, oltre che a elementi diffusi di crisi”.
Forti le criticità espresse dalla CGIL sia sul metodo di confronto che sul merito del documento illustrato ieri dal ministro Elsa Fornero, che ha ricevuto la bocciatura di tutte le parti sociali, e di fronte al quale, la CGIL, ne ha chiesto la non divulgazione perchè non condiviso. Ora il documento sarà rivisto e inviato la prossima settimana, quando si apriranno anche i tavoli di confronto, che saranno quattro e non più cinque, su: Tipologie di impiego; Apprendistato, formazione e aggiornamento professionale; Flessibilità, produttività e sviluppo; Ammortizzatori sociali, politiche attive del lavoro e servizi all'impiego.
La CGIL, non avendo trovato condivisibili le linee guida del documento, auspica un'altra agenda ed altre priorità. “Per noi si parte dall'agenda dei tavoli e non dai contenuti già predeterminati” aveva dichiarato ieri Camusso, precisando come l'incontro fosse stato “propedeutico per avviare il confronto di merito”.
In particolare i sindacati frenano sulla riforma degli ammortizzatori sociali e chiedono un confronto “vero”. Nel documento presentato dal governo è prevista, infatti, una revisione del sistema degli ammortizzatori sociali, che vedrebbe salva solo la cassa integrazione ordinaria, via, dunque, la cassa integrazione straordinaria e quella in deroga. Per la CGIL il superamento della CIGS “non è una cosa fattibile”. Al restringimento della Cassa integrazione ai soli problemi di contrazione della operatività, verrebbero affiancati due provvedimeniti: il primo solo per chi perde l'impiego, finanziato, come riferisce la CGIL, con meccanismi assicurativi e quindi a totale carico di lavoratori e imprese, il secondo invece è il cosidetto reddito minimo, sul quale è stato già chiarito che non ci sono risorse pubbliche disponibili.
Ad essere rifiutata dai sindacati anche la proposta metodologica del governo, secondo il quale il confronto dovrebbe svilupparsi via web, con scambi di parere tra gruppi di lavoro informatici. Per Camusso “tutto questo può sembrare molto moderno, ma preferiremmo un negoziato più classico, meno online”. Intanto, in attesa del nuovo incontro, Camusso annuncia che Confindustria e sindacati si incontreranno a breve per mettere a punto un documento comune, “è vero - afferma - che ci incontreremo ed è normale che le parti si confrontino anche perchè‚ stiamo parlando di un tema che è fondamentale nel rapporto delle relazioni industriali. E' normale che si verifichi quali sono i punti comuni e quelli no, ma la trattativa è una trattativa col governo e tale deve rimanere”.


fonte:http://www.cgil.it/DettaglioDocumento.aspx?ID=18225

Diario dalla Torre, i ferrovieri: "Non molliamo"

Le telecamere de ilfattoquotidiano.it sono salite all'interno della Torre Faro - alla stazione centrale di Milano -, sulla quale sono saliti da 46 giorni i ferrovieri licenziati della ex Wagon Lits. Per la prima volta vediamo dove dormono e vivono Oliviero Cassini e Carmine Rotatore (Giuseppe Gison è stato costretto a scendere per motivi di salute) dall'8 dicembre. Raccontano ai nostri microfoni di "voler continuare la loro lotta". Dopo aver lanciato l'appello al presidente della Repubblica Giulio Napolitano chiedono ai mezzi di comunicazione di mantenere accesi i riflettori sulla vicenda dei licenziamenti di ben 800 lavotori in tutta Italia ai quali, al momento vengono proposti accordi a livello regionale che non danno nessuna garanzia occupazionale. "Sono scatole cinesi" denunciano Oliviero e Carmine anche a nome degli altri colleghi della Prenestina (Roma) e di Torino che domani dalle 11 alle 18 in piazza Castello porteranno un vagone letto per fare conoscere a tutti il loro servizio allacollettività. 

Elisabetta Reguitti


Comunicato Rete Resistenze Operaie Bergamo


Nella riunione del giorno 11 gennaio la R.R.O. ha discusso della situazione venutasi a creare dopo l’approvazione del decreto “SALVA ITALIA” presentato dal Governo Monti, nel quale sono contenuti pesanti attacchi alla condizione di vita dei lavoratori e delle lavoratrici del nostro Paese.
Di particolare ingiustizia si può e si deve parlare riferendosi  ai provvedimenti sulla vita lavorativa delle persone; infatti sono stati fatti provvedimenti che non tengono in alcun conto l’inizio della vita lavorativa delle persone e, abolendo la pensione di anzianità, si determina un allungamento della stessa in maniera spropositata; l’aumento delle tasse, i provvedimenti come l’aumento dei carburanti e dell’IVA che hanno l’effetto di far crescere l’inflazione (cosa questa che a salari bloccati di fatto rappresenta una ulteriore tassa per chi è a reddito fisso).
Nessuna misura contenuta nel provvedimento del Governo va incontro alle esigenze di chi lavora, per questo motivo, R.R.O. esprime un giudizio fortemente negativo sul Governo stesso ed esprime il proprio sostegno alle iniziative che in queste settimane sono state proposte.
Oltre a tutto ciò, R.R.O. ritiene necessario che si apra uno scenario di mobilitazione estesa in tutti i luoghi di lavoro su richieste ed obiettivi chiari di salvaguardia e rispetto della vita dei lavoratori e delle lavoratrici del nostro Paese, ponendo in evidenza il grande problema delle tutele sociali che vengono continuamente affievolite, la salvaguardia e l’estensione della occupazione; il tema della distribuzione del reddito; sono questioni non più rinviabili.
R.R.O. valutando l’azione sindacale promossa in questi mesi, ritiene doveroso esprimere il giudizio di totale non adeguatezza di fronte al pesante attacco contro le lavoratrici ed i lavoratori. Si ritiene infatti che ci sia bisogno soprattutto da parte della CGIL di assumere l’iniziativa  non ponendosi in attesa continua di sviluppi del quadro politico; se infatti è chiaro che i datori di lavoro vogliono i licenziamenti facili per avere campo libero nelle scelte contro i lavoratori, manca invece una presa di posizione che non sia puramente difensiva e che invece attacchi l’uso della precarietà come una vera piaga del sistema produttivo del nostro Paese.
A livello locale si segnala con preoccupazione l’aumentare dei licenziamenti anche attraverso improvvise chiusure di attività produttive per esternalizzare il lavoro; a tale riguardo vogliamo esprimere la nostra solidarietà alle persone coinvolte da tali processi e la nostra piena solidarietà a quei lavoratori che si oppongono, come in queste giornate fanno i lavoratori e le lavoratrici della FIBER con il presidio dello stabilimento di Arcene.
Invitiamo a dare concreto sostegno a tale lotta coraggiosa ed importante che all’obiettivo della salvaguardia del posto di lavoro cerca di dare il massimo risalto.


R.R.O. Bergamo 


fonte:http://www.quipunet.it/rete28aprile/index.php?option=com_content&view=article&id=2443:160112-bergamo-rete-resistenze-operaie&catid=24:dai-luoghi-di-lavoro&Itemid=23

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