La frase

"Ognuno è ebreo di qualcuno.
Oggi i palestinesi sono gli ebrei di Israele."
‎Primo Levi

lunedì 31 maggio 2010

Dal 1° gennaio al 28 maggio 2010: 425 morti sul lavoro - 10.643 invalidi - 425.730 infortuni

Le chiamano "morti bianche"


Le chiamano "morti bianche", come avvenissero senza sangue.
Le chiamano "morti bianche", perchè l'aggettivo
bianco allude all'assenza di una mano
direttamente responsabile dell'accaduto, invece
la mano responsabile c'è sempre, più di una.
Le chiamano "morti bianche", come fossero dovute
alla casualità, alla fatalità, alla sfortuna.
Le chiamano "morti bianche", ma il dolore che fa
loro da contorno potrebbe reclamare ben altra sfumatura cromatica.
Le chiamano "morti bianche" per farle sembrare candide, immacolate, innocenti.
Le chiamano "morti bianche", tanto non meritano
che due righe sui quotidiani, si e no una citazione nel telegiornale.
Le chiamano "morti bianche", per evitare che si parli di omicidi sul lavoro.
Le chiamano "morti bianche", bianche come il
silenzio, come l'indifferenza che si portano dietro.
Le chiamano "morti bianche", ma non sono
incidenti, dipendono dall'avidità di chi si
rifiuta di rispettare le norme sulla sicurezza sul lavoro.
Le chiamano "morti bianche", un modo di dire
beffardo, per delle morti che più sporche di così non possono essere.
Le chiamano "morti bianche", ma sono il risultato
dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo, dove la
vita non ha valore rispetto al profitto.
Le chiamano "morti bianche", ma sono tragedie
inaccettabili per una paese che si definisce
civile, che non può permettersi di avere tutte queste morti sul lavoro.
Le chiamano "morti bianche", ma in realtà sono
nere, non solo perché ogni morte è “nera” ma
perché spesso, quasi sempre, le vittime non
risultano nemmeno nei libri paga dei loro
“padroni” : padroni della loro vita. E della loro morte.
Le chiamano "morti bianche", ma sono un emergenza
nazionale, anche se c'è chi dice che sono in
calo, senza rendersi conto che i dati sulle morti
sul lavoro sono fortemente sottostimati, e che se
calo c'è è dovuto principalmente alla crisi economica.
Le chiamano "morti bianche", un eufemismo che
andrebbe abolito, perché è un insulto ai familiari e alle vittime del lavoro.
Le chiamano "morti bianche", ma quanto tempo
passerà ancora perché vengano chiamate con il loro vero nome?


Marco Bazzoni
[Operaio metalmeccanico e Rappresentante dei lavoratori per la sicurezza - Firenze]

fonte:http://blog.libero.it/lavoroesalute

Occupazione e salari giù nelle grandi imprese

Le cifre di marzo: posti di lavoro -1,9% anno e -0,2% su base mensile. Vanno male anche le buste paga: le retribuzioni perdono il 2% e il 3,7% rispetto a febbraio. Aprile, salgono i prezzi alla produzione: +1% mensile, +3,1% su base annua

A marzo 2010 l'occupazione scende nelle grandi imprese. Lo rileva oggi (28 maggio) l'Istat. In particolare, il tasso di occupati ha registrato un calo dell'1,9% al lordo della cig e dell'1,2% al netto della cig, rispetto a marzo 2009. Rispetto a febbraio la flessione è stata pari allo 0,2% al lordo della cassa e a -0,1% al netto. Complessivamente, nel primo trimestre dell'anno la variazione media dell'occupazione, rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente, è stata di -2,1% al lordo della cig e di -1,5% al netto.

Vanno giù anche le retribuzioni. I salari lordi, calcolati per ora lavorata, nelle grandi imprese a marzo hanno registrato una diminuzione, al netto della stagionalità, del 3,7% rispetto al mese precedente e del 2% rispetto a marzo 2009. L'Istat specifica che nella media del primo trimestre si è invece registrato un incremento del 3,3% rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso e dello 0,5% rispetto ai tre mesi precedenti.

Prezzi produzione +1% mese, +3,1% anno
Ad aprile i prezzi alla produzione dei prodotti industriali sono aumentati dell'1% congiunturale e del 3,1% tendenziale. L'Istituto indica inoltre che i prezzi relativi al mercato interno sono saliti dello 1,2% su mese e del 3,2% annuo, quelli relativi al mercato estero rispettivamente dello 0,6% e del 2,6%.
fonte:http://www.rassegna.it

domenica 30 maggio 2010

Massa. Alla Barsanti licenziato un delegato Fiom. Sciopero il 28 maggio in tutta la provincia. Aderisce la Uilm

È il secondo licenziamento in due mesi alla Barsanti (dove è stato firmato l'unico Precontratto a livello territoriale), l'ultimo era delegato Fiom della Rsu in carica ed Rls, un mese fa il primo dei non eletti nelle liste Fiom.

Rassegna stampa


fonte:http://www.fiom.cgil.it/

Fiat, ultimatum di Marchionne su Pomigliano

L'ad avverte: “L'accordo è urgente, impossibile accettare ulteriori ritardi”. Se non arriva l’intesa con i sindacati “ipotesi alternative per la produzione della Panda”. Rinaldini: “Così si va verso un accordo separato”

Si accende la vertenza Pomigliano d’Arco. “Spero che si possa giungere a una rapida conclusione, perché presto sarà impossibile accettare ulteriori ritardi”. Così l’amministratore delegato del Lingotto, Sergio Marchionne, dopo l’incontro con i sindacati per lo stabilimento campano. “I tempi stanno diventando stretti. Il protrarsi della trattativa con i sindacati ha già provocato lo slittamento degli investimenti necessari per l’avvio della produzione. In assenza di un accordo che offra adeguate garanzie potrebbe diventare inevitabile riconsiderare il progetto e prendere in considerazione ipotesi alternative per la produzione della futura Panda”.

Nella trattativa sullo stabilimento napoletano Marchionne chiede maggiore flessibilità e turni di lavoro più serrati. “La sopravvivenza e il rilancio dello stabilimento - spiega la stessa azienda in una nota - dipenderanno dal livello di competitività che saprà raggiungere e mantenere nel tempo in termini di costi, qualità e rapidità di risposta al mercato. Bisogna che tutti abbiano il coraggio di operare un profondo cambiamento che superi gli schemi e i comportamenti del passato, incompatibili con le sfide future”, “non possiamo rischiare il lancio di una vettura fondamentale come la Panda producendola in un impianto non competitivo”.

“L'incontro è stato positivo. Nessun problema per l'assenza per ragioni logistiche della Fiom che vedrà l'azienda il 4 giugno: ci aspettiamo da Fiat una convocazione tra il 7 e l'11 giugno per andare verso una stretta finale, e quindi all'intesa, che dia il via all'investimento di 700 milioni per lo stabilimento di Pomigliano per la produzione della nuova Panda”. Così Eros Panicali, segretario nazionale della Uilm, sintetizza l'incontro tra Fiat e sindacati metalmeccanici presso l'Unione Industriali di Torino.

“È evidente che il percorso intrapreso è di chi ha scelto di fare l’accordo separato”, afferma nel frattempo il segretario generale della Fiom, Gianni Rinaldini, dopo l’incontro odierno cui la Fiom non ha partecipato. “Avevamo chiesto lo spostamento di due o tre giorni per l’impossibilità di essere presenti - spiega Rinaldini - ma la Fiat ha fatto l’incontro separato, fatto di una gravità assoluta rispetto alle relazioni sindacali. Se poi viene annunciato che hanno concordato un testo definitivo, questo è una procedura assolutamente inaccettabile”.

Rinaldini, che sta per lasciare la guida dell’organizzazione, aggiunge che la Fiom andrà all’incontro con la Fiat il 4 giugno prossimo, “ma per negoziare, non per prendere ciò che altri hanno definito”. L’incontro su Pomigliano era previsto inizialmente per lunedì, 31 maggio, giorno in cui però è convocato il direttivo nazionale della Fiom per il cambio al vertice. Per questo i metalmeccanici Cgil hanno chiesto di spostare la data di qualche giorno e l’incontro è stato anticipato a oggi. La Fiom non ha partecipato “perché sono in corso riunioni in vista del direttivo di lunedì”.

fonte:http://www.rassegna.it

sabato 29 maggio 2010

La mozione 2 verso l’area programmatica

L’ultima riunione dei componenti del direttivo nazionale eletti con la mozione “La Cgil che vogliamo” ha dato il via al percorso per la costituzione di un’area programmatica statutaria, per garantire la continuità della mozione.La scelta non è stata semplice perché molte delle forze e delle persone che avevano dato vita alla mozione avevano inizialmente dichiarato che essa non sarebbe continuata come area. Che cosa ha fatto sì che si arrivasse a cambiare idea e a scegliere questa strada?
Diverse ragioni di fondo, che elenchiamo:
1 – l’andamento e le conclusioni del congresso. Per gran parte del percorso congressuale la maggioranza ha negato il merito delle differenze tra i due documenti. Si è parlato di attacco alla Cgil, di scioglimento dello Spi, di guerre tra burocrazie, senza affrontare i contenuti della discussione. Solo nell’ultima fase dei congressi, e in particolare nelle conclusioni del congresso nazionale della Cgil, il segretario generale ha riconosciuto l’esistenza di rilevanti differenze su due punti di fondo, il giudizio sull’accordo separato sul sistema contrattuale e il rapporto tra unità e democrazia sindacale. Se fin dall’inizio queste differenze fossero state marcate e portate agli iscritti, il congresso avrebbe avuto un altro corso in termini di trasparenza e anche di possibilità di mediazione.
2 – si è deciso di cambiare lo Statuto a maggioranza, contro la minoranza congressuale, per la prima volta nella storia della Cgil. E’ chiaro che questa non è una questione di poco conto perché implica una modifica nei fatti, oltre che in termini di principio, della natura e delle regole democratiche dell’organizzazione
3 – Dopo la conclusione del congresso è mancato qualsiasi riconoscimento alle ragioni della mozione, sia nella vita interna dell’organizzazione, sia nella formazione dei gruppi dirigenti, sia nella definizione delle scelte. E’ chiaro che la decisione di continuare la battaglia politica della mozione, di fronte al rifiuto di cambiare la Cgil come sarebbe necessario, richiede il ricorso agli strumenti statutari, che soli garantiscono gli spazi, le agibilità democratiche, i diritti di proposta, le possibilità di iniziativa. Alla base di questa scelta c’è dunque la volontà di continuare, nelle condizioni concrete in cui oggi si svolge il confronto in Cgil. E questo è dovuto al fatto che l’attacco ai lavoratori, la gestione della crisi da parte del Governo, le posizioni complici di Cisl e Uil, richiedono ancor più di prima il cambiamento di linea e di pratica nella Cgil. Lo stesso fallimento della principale operazione politica tentata nel congresso nazionale dalla maggioranza lo dimostra. Con quel congresso si è tentata l’apertura a Cisl e Uil, si sono condannati i fischi, si è considerato sbagliato il ricorso a conflitti troppo lunghi, come si imputa alla Fiom, si è dialogato con Governo e Confindustria. Appena concluso il congresso, Confindustria, Cisl, Uil e Governo si sono trovati più volte senza la Cgil per concordare la manovra finanziaria sul bilancio. E la Cgil è costretta così per l’ennesima volta a proclamare da sola mobilitazioni e scioperi, peraltro in modo assolutamente insufficiente e che può apparire persino non convinto.
La denuncia di fondo del documento “La Cgil che vogliamo” e cioè che occorre un cambiamento profondo nella linea della Cgil, altrimenti si va verso la marginalità, resta quindi tuttora valida e dimostrata dai fatti. Dalle contraddizioni e incertezze di un gruppo dirigente che oscilla continuamente tra lo sciopero da soli e l’unità a tutti i costi con Cisl e Uil.
Per questo la continuità della mozione nell’area. C’è però un tema di fondo che la discussione ha sollevato e che va affrontato. L’esperienza delle aree programmatiche, in particolare quella di Lavoro Società, non è stata sempre positiva. E’ vero che c’è la storia di un’area come la Rete28Aprile, che è sempre stata totalmente disinteressata a operazioni di potere e che ha condotto sempre una trasparente lotta politica. Però il peso dell’esperienza di un’area centralizzata, come è Lavoro Società, che ha rinunciato a qualsiasi funzione politica in cambio di una collocazione come componente della maggioranza, posizione che è ai limiti dello Statuto, sta lì ad insegnare che bisogna seguire altre strade. L’area che nascerà dalla mozione dovrà quindi essere fondata su vasti principi democratici, senza nessuna forma di centralismo democratico, sulla priorità della lotta politica e della partecipazione, piuttosto che del manuale Cencelli nei gruppi dirigenti. Per questo essa dovrà darsi uno statuto di partecipazione preciso, che dovrà essere approvato da una vasta consultazione e alla fine da un’assemblea nazionale. Al direttivo del 7, 8 e 9 giugno verrà quindi presentato un documento che preannuncia la costituzione dell’area e, successivamente, entro la fine di giugno dovranno svolgersi le riunioni territoriali e poi l’assemblea nazionale, che definirà le caratteristiche, i contenuti, le modalità democratiche di funzionamento di essa.La continuità della mozione in area programmatica è una scelta rilevante per la Cgil e per tutto il sindacato italiano. Non bisogna dimenticare che questa mozione rappresenta 308.000 militanti in carne ed ossa nel congresso, cioè 1/5 di un’organizzazione che ha quasi 6 milioni di iscritti. Essa è presente in maniera diffusa in tutto il territorio nazionale, è in maggioranza nella Fiom e in alcune importanti Camere del Lavoro. L’area che nascerà ha quindi la forza per incidere nelle scelte e nelle pratiche future della Cgil.

Giorgio Cremaschi

fonte:http://www.rete28aprile.it

Apartheid o cattura della CGIL?

La signora Marcegaglia si è dichiarata parzialmente scontenta delle misure adottate dal Governo dell'amico Berlusconi che la vorrebbe al Ministero dell'Industria e per questo si è esposto ad una figuraccia all'assemblea della Confindustria. Dichiararsi scontenti è per la Confindustria una tecnica lungamente e monotamente sperimentata. Se esaminano le sue risoluzioni approvate negli ultimi trentacinque anni basta leggerne una per leggerle tutte. Sono tutte identiche! Si chiede flessibilità per assicurare maggiore produttività al sistema e sopratutto "riforme strutturali". Per riforme strutturali si intende, in soldoni, cancellare le voci di spesa permanenti destinate a reiterarsi di anno in anno. Queste spese riguardano il welfare: scuola, sanità, pensioni. Le uniche spese che non si mettono in discussione sono quelle per le forze armate e le relative forniture e le forze di polizia. Se lo Stato si riducesse soltanto a gestire l'Esercito e la Polizia e cancellasse tutto il resto o lo riducesse a proporzione miserella (come negli Usa) gli industriali italiani sarebbero assai contenti. Nel corso degli ultimi dieci anni si è intensificata l'erosione dei diritti dei lavoratori non soltanto con le leggi ma anche con l'uso della contrattazione sindacale. In verità questa tendenza è stata inaugurata all'epoca del governo di Giuliano Amato con gli accordi sottoscritti purtroppo anche da Trentin sulla abolizione della scala mobile e poi allargati alla dinamica dei salari un anno dopo con il governo Ciampi. Nel 1975 si era realizzato l'ultimo accordo dell'era keinesiana dell'economia italiana con il punto unico pesante di scala mobile firmato da Agnelli e Lama. Un folto stuolo di commercialisti dei diritti insidiati al Ministero del Lavoro e nelle Commissioni di Camera e Senato coltivano l'ossessione della "modernizzazione" del giuslavorismo. Se osservate quante cose riescono ad introdurre di soppiatto o più o meno apertamente in leggi-omnibus, nelle finanziarie, nei cosidetti collegati vi rendete conto che ci troviamo dinanzi al più grande svilimento del diritto del lavoro mai perpetrato in Italia: l'ultimo obiettivo che questi legulei si sono dati è quello di rendere quasi inagibile ai lavoratori la magistratura. Dai diritti conclamati e riassunti magistralmente nella Costituzione e nello Statuto dei Lavoratori si sta gradatamente passando agli "obblighi" ed ai "divieti" fino a rendere la figura del lavoratore meno titolata di diritti di quella dei comuni cittadini.La Marcegaglia, lavorando di contrappunto con Sacconi che pratica l'apartheid della CGIL e vuole andare avanti soltanto con "i complici" Cisl e UIL, ha proposto alle confederazioni dei lavoratori la convocazione di una grande assise per la crescita. La Cisl ha immediatamente aderito alla proposta e credo che anche la UIL non si farà pregare. L'assise per la crescita ha un solo scopo: fare prigioniera la CGIL, costringendola dentro lo schema iperliberista di una ulteriore perdita di salari e diritti. La differenza tra la scaltra Marcegaglia ed il brutale Sacconi consiste non in diversi ascolti di quanto ha da dire la CGIL, ma soltanto se farla prigioniera magari con l'aiuto del PD o discriminarla e relegarla nel ghetto in cui sono stati rinchiusi i sindacati di base ed i partiti comunisti. Il fatto che la CGIL abbia una dottrina e si comporti come una grande forza moderata che subisce più che proporre non conta niente. La Marcegaglia non si fida. Sa che la CGIL è il sindacato per antonomasia, l'incarnazione dello spirito di lotta e che spesso è animata da profonde pulsioni e da ribellioni della sua base sociale alla ingiustizia. Non si può escludere che la spinta dei lavoratori possa collocare la CGIL anche contro la volontà collaborazionista dei suoi gruppi dirigenti in posizione ancora più nettamente contrapposta al regime.Mentre la Marcegaglia faceva la sua proposta altri cinque lavoratori lasciavano la loro vita sul posto di lavoro. Riprova che nonostante la legge sulla sicurezza (che non viene rispettata) l'olocausto umano al Dio Profitto continua e continuerà in futuro. Il congelamento delle retribuzioni previsto dalla manovra sarà una glaciazione dal momento che dal 1993, tranne per gli stipendi della dirigenza e del manageriato oscenamente superpagato, si è in regime di quasi congelamento. Non a caso siamo al quaranta per cento in meno della media europea.La Confindustria non ha alcuna voglia di aprirsi ai problemi della società italiana legati alla depressione in cui vivono venti milioni di lavoratori. Non vuole dialogare. Vuole soltanto rafforzare un dispositivo di sicurezza che blocca i lavoratori in fondo al pozzo dove li ha cacciati. Vuole anche continuare ad usare il mercato parallelo del precariato che,garantisce salari inferiori anche della metà dei minimi contrattuali. Oltre sei milioni di persone sono sfottute da contratti a progetto, da partite Iva e da altri marchingegni della Biagi. Mi auguro che la CGIL respinga l'invito e che a Bonanni che le rimprovera sarcasticamente di aver fatto tanti scioperi generali inutili risponda aggiustando il suo tiro. Non basta fare uno sciopero generale. Bisogna anche vedere che cosa si propone di denunziare e di ottenere. Se lo sciopero è dirottato per interventi "moderatori" del PD soltanto sul fisco o su richieste marginali che non toccano le questioni fondamentali del contendere si dà ragione al sarcasmo di Bonanni. Bisogna che lo sciopero generale della CGIL abbia chiarezza e venga preceduto dalla recessione dagli accordi sulla concertazione, dagli accordi del luglio 2007 e dalla richiesta di ritiro del collegato lavoro sullo art.18 e della abrogazione della legge Biagi. Con la possibilità che si profila di uno scatenamento della inflazione sarebbe anche opportuno chiedere una protezione dei salari e delle pensioni con la reintroduzione di una indicizzazione legata al costo della vita.

Pietro Ancona


fonte:http://medioevosociale-pietro.blogspot.com/

Il battesimo di Usb. Ed è subito sciopero

Il nuovo sindacato si mobilita contro la manovra

Il dado è tratto. Stamattina, al teatro Capranica di Roma, l'Unione sindacale di base (Usb) sigla il suo atto di nascita. Un percorso «lungo e faticoso», spiegano molti delegati. Perché l'ostacolo più grande all'unificazione di alcune delle sigle del sindacalismo di base sta da sempre nella «cultura dell'autosufficienza», nella difficoltà ad abbandonare il terreno del già noto per affrontare un orizzonte più vasto.
Questa nascita è dunque «una rottura creatrice» col vecchio mondo antico, quello delimitato dai confini aziendali o di comparto; quello fatto di «nicchie» per qualche motivo conservabili in un contesto che andava comunque cambiando. «Oggi costruiamo il sindacato che serve, non un altro sindacato», si ripete, a significare che è la realtà sociale e del lavoro a imporre un altro modo di stare in campo. Gira una metafora calcistica. «Finora abbiamo giocato a calcetto, ogni sigla per conto proprio; oggi si comincia a giocare a calcio, in undici e in campo grande. Cambiano le tattiche,il tipo di allenamento, il modo di coprire il terreno e programmare lo sforzo».
Fuori di metafora, «da lunedì dobbiamo cambiare passo, modo di lavorare». Perché non c'è tempo di fermarsi a pensare, «dobbiamo farlo camminando». La manovra correttiva del governo ancora non è nota nei dettagli, ma è chiaro che a pagare saranno chiamati i lavoratori dipendenti, a cominciare dal settore pubblico e dal sistema pensionistico. La lista delle mobilitazioni già proclamate è notevole. Il 28 maggio una serie di manifestazioni cittadine si indirizzeranno alle sedi di grandi banche. Il 5 giugno ci sarà una manifestazione nazionale a Roma, insieme ai Cobas e altre organizzazioni e associazioni, contro la manovra. Il 7 è previsto uno sciopero del settore aeroportuale (soprattutto nell'handling), mentre l'8 e il 9 ci sarà la mobilitazione dei lavoratori socialmente utili, cassintegrati e in mobilità. L'11 sarà poi la volta del trasporto pubblico locale, con sciopero di 24 ore, dove si cerca di mettere nel contratto il divieto di sciopero (portando a conclusione un lungo processo iniziato con la legge 146, modificata poi da una serie di forzature operate dalla cosiddetta «commissione di garanzia»). Il 14, infine, ci sarà lo sciopero generale dei pubblici.
Un programma che presuppone l'esistenza di una «massa critica» organizzata e determinata, capace ormai di costituire il «nucleo gravitazionale» di una galassia pulviscolare esistente da oltre trenta anni. L'idea non è però quella della «lotta per la lotta», ma «per incidere» e ottenere risultati. Per riuscirci, «occorre avere anche un punto di vista unitario - non unico - da Trieste a Trapani», perché «un sindacato che non riesce a leggere la realtà e i processi non può rappresentare i lavoratori con efficacia».
Si mostra consapevolezza di «poter svolgere un ruolo importante», ma «di non aver concluso qui il percorso unitario; la porta è e deve restare aperta», visto che «non pensiamo davvero di essere noi il tutto». Il metodo resta quello del «confronto e delle iniziative». Lo spazio politico-sindacale - «specie dopo il congresso della Cgil» - «non è mai stato così grande». Avere «l'ambizione di coprirlo» è «il minimo».
La struttura organizzativa è di tipo confederale «perché occorre avere un sindacato generale», mentre all'interno delle due macro-aree (pubblico e privato) sarà «intercategoriale», per cercare di ricomporre un lavoro continuamente che viene continuamente smembrato e ricomposto.
L'allargamento a «sindacato metropolitano» è un presa d'atto che «si implementa l'area sociale fatta di precarietà e povertà», ma che «non incontra mai il sindacato» e quindi va cercata e organizzata a partire dai territori.
C'è anche la consapevolezza di «dover riprendere a far cultura», dando nuova linfa e contenuti ai «valori di solidarietà, diritti, lavoro, ugualianza». E in questo convergono le attività di un centro studi che rivendica di aver individuato, oltre 10 anni fa, l'emergere di una fase fatta di «competizione fra macroaree monetarie, più che di globalizzazione pura e semplice»; e uno sviluppo ormai internazionale di esperienze sindacali «di base, che vanno ora messe in rete».
Si esce di qui con l'impressione che qualcosa si sta muovendo, anche se andrà a incontrare difficoltà imponenti, avversari duri. Ma non è mai detto che, nella crisi, le uniche via d'uscita siano per forza a destra.

Francesco Piccioni
 
[Articolo su il manifesto del 23/05/2010]

Assegni familiari. Circolare Inps per i nuovi importi dal 1° luglio 2010

Circolare INPS del 26 /05/2010, che aggiorna, rivalutandoli, i nuovi livelli di reddito e i corrispondenti importi mensili dell'assegno per il nucleo familiare da applicare dal 1° luglio 2010 al 30 giugno 2011, alle diverse tipologie di nuclei familiari. Gli stessi livelli di reddito avranno validità per la determinazione degli importi giornalieri, settimanali, quattordicinali e quindicinali della prestazione. La rivalutazione è stata fatta sulla base della variazione percentuale dell'indice dei prezzi al consumo tra l'anno 2008 e l'anno 2009 pari allo 0,7 %.
fonte:www.inps.it

venerdì 28 maggio 2010

Indetto anche per sabato 29 maggio lo sciopero di 8 ore.

Lavoratori, e’ necessario continuare la nostra protesta per rivendicare:

Un piano di rilancio produttivo per le lavorazioni meccaniche. In questa parte dello stabilimento stiamo assistendo ad una drammatica riduzione produttiva a danno dell’occupazione e dello sviluppo della Piaggio a Pontedera. Circa la metà dei motori dei veicoli prodotti arrivano dai paesi asiatici. In estate si lavora anche di sabato mentre d’inverno facciamo cassa integrazione, ma l’accordo integrativo non prevede di concordare con il sindacato il calendario produttivo per tutto l’anno?
Il miglioramento delle condizioni di lavoro. Sulle linee di montaggio i ritmi di lavoro, diventati insostenibili, portano addirittura a contrarre malattie professionali agli arti superiori.
Anche dopo l’incontro del 26/05/2010, si conferma per i C.T. una prospettiva occupazionale negativa. Vhi lavorerà’ di più’ arriverà a fare 4 mesi, 17 non arriveranno a 2 mesi, mentre 150 del bacino non sono stati proprio chiamati. Sarebbe bastato fermare i sabati su un paio di linee per poter far lavorare queste 17 persone fino alle ferie, ma l’azienda si è resa indisponibile anche a questa richiesta.
Su questi punti a oggi da parte della Piaggio vi è una totale chiusura a un confronto di trattativa richiesto dalla FIOM.

Per il futuro di questa azienda e delle persone che ci lavorano è irrinunciabile avere risposte chiare su questi punti, ed è pertanto indetto anche per sabato 29 maggio lo sciopero di 8 ore.

RSU-FIOM PIAGGIO

A proposito di democrazia...

C’è una emergenza democrazia nel nostro paese in particolare nel mondo del lavoro con l’approvazione di leggi e decreti che ne hanno cambiato profondamente, in peggio, le regole e diritti conquistati negli anni.
L’ accordo separato del 22/01/09 firmato da CISL e UIL che stabilisce le nuove regole su come si rinnovano i contratti nazionali dei lavoratori ne è un esempio negativo e significativo che sottolinea la necessità, oramai irrinunciabile, di una legge sulla rappresentanza sindacale che stabilisca regole certe su chi e come si firmano i contratti nazionali di lavoro.
Il primo CCNL firmato senza il sindacato più rappresentativo (la CGIL) è stato ancora una volta quello dei metalmeccanici del 2009, con l’arroganza di due organizzazioni sindacali minoritarie (FIM e UILM) che non solo non sono rappresentative e quindi in piena violazione dell’art 39 della nostra Costituzione, ma addirittura hanno disdettato un CCNL ancora in vigore senza far decidere ai lavoratori che quel contratto lo avevano votato e approvato dopo un percorso democratico di assemblee e referendum!
Quindi l’assenza di una legge sulla rappresentanza in un momento come questo di forte crisi economica rimarca ancora di più l’emergenza di democrazia che porterà inevitabilmente a rimarcare le forti diseguaglianze tra lavoratori “garantiti” che operano in aziende non colpite dalla crisi e lavoratori che purtroppo perdendo il posto di lavoro potrebbero domani non essere più “garantiti”. Nel frattempo questo governo non si ferma procede nella volontà di voler modificare radicalmente le regole del mondo del lavoro con il nuovo DDL denominato “collegato lavoro”, sostenuto, sempre dai sindacati per così dire “accomodanti”, che il giorno prima dello sciopero generale della CGIL del 12 marzo 2010 firmano l’Avviso Comune e ne danno un giudizio non totalmente negativo dimenticando che questo decreto è incostituzionale e scardina di fatto lo Statuto dei Lavoratori.
E allora ancora una volta la FIOM nazionale riesce a marcare la differenza con la campagna sulla democrazia e rappresentanza nei luoghi di lavoro attraverso la proposta di legge di iniziativa popolare per la certificazione della rappresentatività delle organizzazioni sindacali e di efficacia e validità dei contratti collettivi per restituire dignità e valore ai lavoratori!!!
La democrazia e la rappresentanza sono principi fondanti per la FIOM fin dalla sua nascita che fanno sì che sia il sindacato più rappresentativo tra i metalmeccanici e la categoria che ha fortemente contribuito a scrivere la storia del movimento operaio, fino a farli diventare baluardi e regole che caratterizzano anche la vita interna della categoria.
Il metodo, il merito, i contenuti della battaglia di democrazia della FIOM nazionale non possono che essere condivisibili ma necessitano di una traduzione in atti concreti in ogni Regione, Provincia, Comune, Città, luogo di lavoro affinché questo si rafforzi come principio universale.
Ma nell’era dello sviluppo tecnologico non si capisce come mai in alcuni territori, in alcune strutture, in alcuni posti di lavoro si sviluppa e si diffonde “un virus di autoritarismo” di informazioni e di pratiche totalmente diverse verso i lavoratori e i propri rappresentanti nelle aziende rispetto a quanto la categoria nazionale stabilisce.
Ne è l’ennesimo esempio la raccolta firme per la legge di iniziativa popolare della FIOM Nazionale per la democrazia e la rappresentanza. La struttura Fiorentina decide di raccogliere le firme in GKN il prossimo 28 maggio e1 giugno 2010 con un’azione unilaterale e autoritaria, decidendo giorno, ora e luogo senza stabilire con la RSU alcun metodo sulla raccolta, azione che ha fatto saltare la trattativa in corso tra RSU FIOM GKN e azienda che mirava a far svolgere la raccolta firme all’interno dello stabilimento e che ha fatto si che l’azienda ritirasse la disponibilità. La FIOM fiorentina in questi anni non è riuscita a rispettare i principi elementari di democrazia e di collaborazione con gran parte dei lavoratori e soprattutto con la RSU della FIOM in una pratica consolidata e costante dove i rappresentanti decidono per i rappresentati. A partire da referendum “discutibili”e antidemocratici su accordi aziendali per finire al non riconoscimento del voto dei lavoratori al XVI congresso della CGIL che ha visto negare negli organismi dirigenti la rappresentanza dei lavoratori della GKN. Ricordiamo alla FIOM di Firenze che la democrazia non ha confini, che la democrazia non è un esercizio lessicale, che la democrazia la si esercita nei fatti, che la democrazia è il rispetto delle rappresentanze e della rappresentatività. Noi firmeremo per la legge sulla rappresentanza e informeremo tutti i lavoratori di firmare e sostenerla perché crediamo nella DEMOCRAZIA anche se per assurdo o per beffa una struttura sindacale utilizzi un metodi “autoritarii” e antidemocratici anche per raccogliere firme utili al riconoscimento della democrazia nei luoghi di lavoro!

A proposito di democrazia………!


Rsu Fiom GKN Firenze

giovedì 27 maggio 2010

Epifani fa lo sciopero

Il segretario della Cgil boccia la manovra, propone Patrimoniale e ri-tassazione dello scudo fiscale e poi lancia la sua mobilitazione: manifestazione nazionale il 12 giugno e poi sciopero di 4 ore, pubblico e privato, con manifestazioni su base territoriale

L'ha detto subito che la manovra non gli piaceva, è andato la sera stessa in tv a spiegare la contrarietà della Cgil e oggi si spinge fino a proclamare lo sciopero generale. «Lo proporrò al direttivo nazionale del 7 giugno e sarà di 4 ore con manifestazioni territoriali sia del lavoro pubblico che del privato». La Cgil sceglie dunque un'opposizione chiara alla manovra e si distanzia da Cisl e Uil ma non rinuncia nemmeno a indicare soluzioni alternative. E tra queste Epifani raccoglie due ipotesi avanzate ieri da Peter Gomez sul nostro giornale: ritassare lo scudo fiscale e istituire una forma di Patrimoniale.
Nella conferenza stampa convocata presso la Cgil, il segretario della Cgil ribadisce il giudizio espresso a caldo sulla Finanziaria: «So bene che serve il risanamento ma questa manovra non va bene; colpisce i lavoratori, pubblici e privati e non tocca i redditi medi e medio alti, diversamente da quanto fatto da Zapatero in Spagna o dallo stesso Cameron in Gran Bretagna». Inoltre, aggiunge, «è una manovra che non contiene alcuna riforma e che finirà per deprimere l'economia in generale e l'occupazione in particolare». Quindi la Cgil, sceglie di mobilitarsi e per dare l'annuncio il segretario della Cgil si fa accompagnare dalla segreteria generale della Funzione pubblica, Rossana Dettori e dal segretario della Flc, il sindacato Scuola, cioè le due categorie più colpite.
La prima giornata di mobilitazione sarà una manifestazione nazionale del lavoro pubblico, fissata a Roma per il 12 giugno, un sabato, all'insegna dello slogan "Solo sulle nostre spalle". Ma prima ci sarà un'altra manifestazione, stavolta a Milano il 2 giugno, convocata per difendere la Costituzione e che sarà anche una manifestazione anche di difesa dei diritti. Poi, entro giugno, lo sciopero generale pubblico e privato, di quattro ore, con manifestazioni territoriali.
Ma stavolta Epifani sceglie anche di dare centralità alle alternative e recupera le proposte pubblicate ieri dal Fatto - ritassare chi ha "scudato" i capitali portati illecitamente all'estero e istituire una Patrimoniale del 3 per mille sui patrimoni superiori a 5 milioni di euro- ampliandone il raggio d'azione. «Proponiamo di ritoccare del 2% la tassa sui capitali reimportati in Italia (Gomez propone il 5%, ndr.) ma anche un prelievo come addizionale di solidarietà per i giovani, sui redditi superiori ai 150 mila euro e la reintroduzione dell'Ici per i redditi superiori ai 90-100 mila euro». Infine, rispondendo al Fatto, Epifani ha auspicato «l'introduzione di una imposta sui grandi patrimoni e sulle grande ricchezze sul modello francese», oltre alla armonizzazione "europea" della tassazione sulle rendite finanziarie.
Insomma, una linea dura che ha un obiettivo preciso: indurre il governo a cambiare la manovra, introducendo elementi evidenti di «equità» perché comunque la Cgil, ha spiegato ancora il segretario generale, «è disposta a fare sacrifici» e si riconosce nelle parole di Napolitano. Per questo l'iniziativa autonoma non vuole essere «contro» Cisl e Uil a cui si propone di lavorare insieme per ottenere risultati sui punti condivisi. Resta da vedere se tale impostazione sarà accolta più o meno bene dal Pd che finora ha balbettato e che ora si trova di fronte alla prospettiva dello sciopero generale. E resta da vedere quale sarà lo sbocco finale.
Dal canto loro, Cisl e Uil mantengono un atteggiamento molto più disponibile rispetto alla manovra e soprattutto rispetto a Tremonti, quasi a auspicare il rafforzamento politico e di "premiership" del ministro dell'Economia. Lo dimostra anche la reazione alla nostra richiesta di pronunciarsi su Patrimoniale e scudo fiscale. La Cisl, in realtà, non ci ha risposto mentre la Uil, per bocca del suo segretario confederale Paolo Pirani, non ci ha nascosto una certa freddezza. «Non sono contrario a un contributo di solidarietà» dice Pirani, ma questo non risolve la maggiore priorità «che resta la riduzione della spesa pubblica». Freddo anche sulla Patrimoniale perché bisognerebbe cominciare «da una riforma complessiva del fisco a partire da una tassazione che sposti il prelievo «dalle persone alle cose». Un approccio molto in linea con le posizioni del ministro Tremonti.
Chi non ha dubbio alcuno è invece Carlo Podda, esponente della minoranza interna Cgil e, prima del congresso, segretario della Funzione pubblica. «La Patrimoniale l'avevamo indicata nel nostro documento congressuale e quindi per noi è un invito a nozze. Quanto allo sciopero generale, Podda ritiene che sia «inevitabile» ma che non muterà l'approccio della minoranza interna, perché le divergenze di strategia con Epifani restano.
«L'ipotesi di una patrimoniale e di tassare gli evasori è una proposta di sano buon senso» dice dal canto suo Pierpaolo Leonardi, dell'esecutivo nazionale Usb, il nuovo sindacato di base «ma non dimentichiamo che uno dei problemi principali della crisi italiana e internazionale è costituito dal mondo bancario e finanziario contro il quale manifesteremo il 28 maggio». L'Usb ha già lanciato la sua manifestazione per il 5 giugno, anche qui di sabato, insieme alla Confederazione Cobas. Rispetto all'ipotesi di sciopero generale, che l'Usb ha già preventivato, Leonardi spiega che un'indizione assieme alla Cgil sarà possibile «solo se c'è una convergenza sulle parole d'ordine».

Salvatore Cannavò

[Articolo su il Fatto Quotidiano]

fonte:http://www.antefatto.it

A fine turno, lettera dell'azienda ai lavoratori: da oggi cessa l'attività. Succede alla Tekmi di Ponte San Pietro

Uscire di casa la mattina con un posto di lavoro e tornare la sera, disoccupati. È successo lunedì 24 maggio a Ponte San Pietro, dove in una piccola azienda metalmeccanica, la Tekmi srl, il titolare ha consegnato a mano ai lavoratori, alla fine del turno, la lettera in cui si avvisava che a partire da quello stesso giorno l’azienda cessava l’attività.

Alla Tekmi, specializzata in tecnologie e macchine per l’imbottigliamento, lavorano 6 persone. La scorsa estate l’azienda si era rivolta ad Apindustria di Bergamo per usufruire del primo ed unico periodo di cassa integrazione ordinaria che ha svolto.

“Certo, pur tra mille difficoltà, le stesse che attraversano molte aziende in questi mesi, la Tekmi non dava l’impressione di chiudere da un giorno all’altro” spiega Paola Guerini della FIOM-CGIL di Bergamo. “Dopo la cassa dell’estate scorsa, non era più ricorsa ad ammortizzatori. Gli stipendi erano regolari. Quindi per i lavoratori, alcuni con famiglia a carico, è stato uno shock. Avrebbe almeno potuto chiedere un periodo di cassa integrazione in deroga per cessata attività. Ora chiediamo alla Provincia di convocare al più presto un tavolo per verificare l’interessamento di imprenditori che vogliano rilevare le tecnologie e le professionalità che in quest’azienda ci sono. Perché non è possibile perdere il lavoro a fine turno, da un momento all’altro”.

fonte:http://www.fiom.bergamo.it

NEET

In contemporanea con le misure predisposte dal Governo per recuperare 25 miliardi giunge notizia dall'Istat sui giovani italiani costretti a restare nelle case genitoriali perchè privi di lavoro e se ne hanno uno, questo é malpagato e inidoneo a renderli autosufficienti.L'Italia degli inglesismi ha già trovato il termine per definire questo fenomeno: "Neet" che sembra voler dire "niente lavoro, niente scuola, niente formazione." La porta del futuro è sbarrata davanti a milioni di giovani ai quali si uniranno nel corso dei prossimi tre anni gli espulsi dall'insegnamento. Sopravviveranno fino a quando saranno in vita i genitori, provenienti da una generazione vissuta in un paese più civile, più ordinato e meno ingiusto, amministrato da partiti che avevano alto il senso dello Stato e della coesione sociale. Da tempo le due formazioni politiche che si contendono il governo centro destra e centro sinistra hanno messo in comune ideologie e politiche e si applicano a trasferire in Italia le terribili esperienze del reaganismo e del tatcherismo alterando profondamente un equilibrio sociale che ha garantito per molti decenni una relativa prosperità e speranza nel futuro. Il grimaldello che ha distrutto la prosperità italiana si chiama "privatizzazione". La pubblica amministrazione è stata devastata dall'ingresso degli interessi privati. Oggi lo Stato costa molto di più perchè appesantito ed infarcito da interessi privati e dallo sconvolgimento prodotto dalla riforma Bassanini che ha creato isole di iperprivilegiati che da soli pesano assai di più della massa dei comuni impiegati e funzionari. Non si fanno più concorsi o se ne fanno pochissimi e tutto il reclutamento viene esternalizzato, mal pagato e umiliato da condizioni vessatorie. Non è possibile che a fronte di una media di retribuzioni nette inferiori ai 20 mila euro annui ci siano stipendiche superano il milione di euro pagati dai contribuenti. Il costo della cosidetto management pubblico è davvero osceno!Tutta la pubblica amministrazione, nelle mani di una oligarchia politica stipendiata che da sola costa circa 100 miliardi di lire, viene usata per soddisfare interessi di gruppi e di privati. I beni culturali diventano spa. I segretari comunali hanno dato vita ad una agenzia che costa centinaia di milioni di euro l'anno e di cui non c'è alcun bisogno. Inoltre c'è il fenomeno abnorme dei consulenti. Ricordo che il Sindaco di Palermo aveva un consulente per la Cina tra i cinquemila che aveva nominato a fronte dei quattromila dipendenti. Il fenomeno della consulenza che costa miliardi di euro si è sviluppato per consentire alla borghesia dei professionisti di spolpare lo Stato. Ora, con il federalismo demaniale, il patrimonio pubblico si volatizzerà. Nello stesso tempo si applicano pesanti terapie di dimagrimento dei servizi essenziali del welfare come scuola e sanità che presto raggiungeranno i livelli di degrado tipici degli USA.Tutto quello che si è fatto dopo la svolta ideologica liberista è costato e continua a costare molto di più. A questo maggior costo spesso corrisponde un peggioramento del servizio reso. E' eclatante il caso della privatizzazione dell'acqua e della nettezza urbana. Costi insopportabili e servizi scadenti e sempre più a rischio. Mai come ora si sono susseguite una dopo l'altra le crisi di raccolta delle immondezze.E' scoraggiante constatare come l'opposizione parlamentare non si renda conto della necessità di una svolta radicale. Abrogare la legge Biagi, vietare le consulenze e le esternalizzazioni, avviare un processo di abolizione delle regioni, espellere tutte le agenzie che operano dentro la pubblica amministrazione dovrebbero essere le prime misure da assumere per avviare un processo di risanamento. Se i meccanismi presenti saranno lasciati indisturbati l'Italia è destinata a diventare una landa desolata abitata da milioni di infelici che vivono accanto ai miliardari che tutti gli anni si radunano con i loro yachts davanti Villa Certosa.

Pietro Ancona

fonte:http://medioevosociale-pietro.blogspot.com/

Il 5 giugno tutte e tutti in piazza a Roma

Dopo che i governi europei hanno dilapidato centinaia di miliardi per soccorrere banche e imperi finanziari, ora, partendo dalla Grecia, aggrediscono i lavoratori/trici e i servizi sociali. E anche il governo italiano vuole imporci che a pagare non sia chi la crisi l’ha provocata ma ancora i salariati, i precari, i disoccupati, i pensionati: come se non bastassero i milioni di licenziati e cassaintegrati, l’ingigantimento del precariato, il massacro della scuola pubblica con il taglio di 41 mila posti, mentre è enorme l’evasione fiscale, la corruzione, la pressione del fisco sui salari e sulle pensioni. Il governo vara una Manovra Finanziaria che colpisce ulteriormente i salariati, in particolare del pubblico impiego e della scuola. Dopo che per mesi Berlusconi aveva spergiurato sulla favorevole posizione economica italiana, ora, con un voltafaccia a 180°, viene imposta una Manovra-massacro, definita “inevitabile per non finire come in Grecia”. In tutto il P.I. verranno bloccati i contratti per tre anni: e poiché, secondo i nuovi parametri dell’Ipca (indice europeo prezzi), tale aumento sarebbe nel triennio oltre il 6%, 4 milioni di lavoratori/trici subiranno un taglio salariale tra i 1500 e i 1800 euro. Nella scuola, si aggiunge il blocco per tre anni degli “scatti di anzianità”, che, sommato al precedente, provoca un furto salariale medio intorno ai 6000 euro. Per tutti i lavoratori si sposta di un anno la pensione di anzianità, il pensionamento a 65 anni per le donne verrà anticipato al 2016 mentre i dipendenti pubblici verranno derubati della liquidazione, ricevendola non più all’uscita dal lavoro ma diluita in tre anni. Si dimezzano le spese per i precari del P.I. e l’enorme taglio di finanziamenti a Comuni, Province e Regioni significa o ulteriori tasse locali o drastica riduzione dei servizi sociali. Infine, il governo vuole, con il “Collegato al Lavoro”, togliere le residue garanzie giuridiche ai lavoratori, annuncia altri attacchi al diritto di sciopero e continua a negare i diritti ai sindacati di base.
Solo una generale, forte e rapida mobilitazione può bloccare la Manovra-Massacro e modificare gli eventi. Dunque, come COBAS e USB-Unione sindacale di base, promuoviamo per l’immediato (in coordinamento con analoghe iniziative europee) dieci giorni di manifestazioni e scioperi che proponiamo alle strutture sindacali, sociali e politiche che vogliono che la crisi sia pagata da chi l’ha provocata.

5 giugno Manifestazione nazionale a Roma (P.della Repubblica, ore 15)

7-8 giugno Sciopero della Scuola per l’intera giornata nelle Regioni Emilia-Romagna, Calabria e provincia di Trento; 10-11 giugno nelle Marche, Puglia e Veneto; 11-12 giugno in Sardegna e Umbria; 14-15 giugno in tutte le altre regioni e nella provincia di Bolzano. 11 giugno Sciopero nazionale dei Trasporti Urbani. 14 giugno Sciopero nazionale del Pubblico Impiego

Respingiamo il blocco dei contratti nel PI e degli scatti stipendiali nella scuola. NO ai licenziamenti, all’attacco alla spesa sociale e ai lavoratori pubblici, ai tagli nella scuola di 41 mila posti di lavoro, SI alla assunzione stabile dei precari, alla tutela dei pensionati e dei disoccupati. Cancelliamo il Collegato Lavoro. Tassiamo i grandi patrimoni e le operazioni finanziarie. Contro l’attacco al diritto di sciopero e ai diritti sindacali. A fianco dei lavoratori greci ed europei in lotta.

fonte:http://www.confederazionecobaspisa.it

La crisi si abbatte sui giovani e sulle donne

L’ISTAT presenta il Rapporto Annuale 2009 e descrive un paese fortemente colpito dal disastro economico

Oltre due milioni di giovani che non lavorano e che non studiano e che danno all’Italia un triste primato europeo. Inattivi che sono a forte rischio ‘esclusione’ e che si concentrano, per più di un milione, nel Mezzogiorno. Intanto si aggrava la condizione lavorativa delle donne italiane, peggiorando una “criticità storica”: il loro tasso di occupazione nella fascia 15-64 anni è sceso nel 2009 al 46,4%, oltre 12 punti percentuale in meno della media nell'Ue (58,6%). Mentre il paese si conferma uno dei paesi più vecchi d’Europa e quello con uno dei più bassi indici di natalità. Sono solo alcuni dei passaggi contenuti nel Rapporto annuale 2009 presentato oggi dall’ISTAT. Difficile fare sintesi del quadro fosco ritratto dall’istituto statistico: un’analisi incentrata, gioco forza, sulla crisi economica e sugli effetti prodotti nella società italiana. Una crisi che ha investito fortemente il tessuto italiano portando le famiglie, circa il 15%, in condizioni di vero e proprio disagio economico, con una percentuale che supera il 25% nel Mezzogiorno.

Il calo dell’occupazione - oltre a lasciare sul campo un numero enorme di giovani costretti a casa con i genitori non per scelta né tantomeno per piacere – segna 380mila unità in meno per il 2009. Lo scorso anno quindi l’occupazione, a causa della crisi, è tornata a scendere dopo 15 anni. La riduzione maggiore è per gli uomini (-2%), perché concentrati nell'industria, rispetto alle donne (-1,1%); le donne che lavorano nell'industria in senso stretto, tuttavia, calano più del doppio degli uomini (-7,5 contro -3%). Grazie al diffuso ricorso alla Cassa Integrazione Guadagni (CIG) - evidenzia il Rapporto - la contrazione degli occupati nella trasformazione industriale (-4,1%, 206 mila unità) relativamente meno accentuata che nell'Ue.

Le notizie negative non si limitano ai riflessi sull’occupazione. Sul fronte tasse l’Istat rileva come la pressione fiscale sia salita, sempre nel 2009, al 43,2% aumentando di tre decimi di punto rispetto all'anno precedente (42,9% nel 2008) e ampliando lo stacco di oltre tre punti percentuali con la media Ue che l'anno scorso si è attestata al 39,5% (dal 40,3% del 2008). Quanto al potere d’acquisto pro capite, questo è scivolato sotto il livello del 2000. In particolare, al netto dell'effetto dell'aumento di popolazione, la discesa del potere d'acquisto delle famiglie è stata di circa 3 punti percentuali in un biennio, con un profilo simile a quanto accaduto nella crisi del 1992-93. La riduzione del reddito pro capite nel 2009 è risultata del 2,3% rispetto al 2000 che, in altri termini, è corrisposto ad una perdita di oltre 300 euro per abitante ai prezzi del 2000.

fonte:http://www.cgil.it

«In piazza il 12 e poi lo sciopero»

Epifani: manovra iniqua e scandalosa, da cambiare

Alla Cgil la manovra non piace: «È iniqua, scandalosa, scombinata», ha detto ieri Guglielmo Epifani nel corso di una conferenza stampa convocata appositamente. E così parte la mobilitazione: «Sabato 12 giugno, nel pomeriggio, una manifestazione nazionale di pubblico impiego e scuola - annuncia il segretario - E al direttivo del 6 giugno proporrò uno sciopero generale di 4 ore, per territori, da effettuare entro fine giugno». Il sindacato quindi prepara la piazza, anche perché il Paese ribolle: «Ci sono ovunque assemblee - dice Epifani - Si sente il malessere e il disagio, gli enti di ricerca sono tutti occupati, i lavoratori stanno protestando dappertutto, gli ultimi questa mattina al ministero dell'Economia».
Epifani ha esordito però ammettendo che «c'è l'esigenza di fare una manovra correttiva, la Cgil su questo punto è d'accordo, perché abbiamo un debito pubblico molto alto, che ci espone a rischi»; «il problema - ha aggiunto subito dopo - è che questa manovra non va bene: perché la paga tutta il lavoro pubblico, la scuola; e anche il lavoro privato, rinviando la pensione; e tanti cittadini, molti pensionati, a causa dei tagli ai trasferimenti agli enti locali».
«Al contrario, e qui sta lo scandalo - ha continuato il segretario della Cgil - non paga un centesimo chi ha redditi alti, chi ha patrimoni: se io guadagno 500 mila euro all'anno, non dò nulla per il Paese; al contrario, se sono un maestro, un infermiere, un precario, se guadagno 1000 o 1200 euro al mese, devo dare tanto. Ci dicono che non metteranno le mani in tasca agli italiani: ma di quali italiani stiamo parlando? Qui abbiamo cittadini di serie A e cittadini di serie B».
Ancora, la Cgil attacca la manovra, perché non si sta facendo come nel resto d'Europa, dove si tassano anche i ricchi: «Zapatero ha presentato un piano di 5 miliardi, dove tassa i redditi medio-alti; Cameron, che non è un pericoloso estremista, ricava 6 miliardi da banche e capital gains; Angela Merkel prepara una manovra di redistribuzione tra tutti. Perché tutto questo non si può fare soltanto in Italia? La Cgil è disposta a fare sacrifici, ma questi non devono ricadere solo su una parte del Paese». Non a caso, la manifestazione del 12 giugno avrà come slogan la frase «Solo sulle nostre spalle».
Un'altra critica alla manovra, è «il fatto che mancano del tutto investimenti per incentivare la domanda, per far ripartire l'economia, per sostenere le persone in difficoltà. E nel pubblico ci dicono che vogliono la meritocrazia: ma dov'è se vogliono sopprimere la contrattazione e non ci sono risorse per gli integrativi?».
La Cgil chiede quindi che «il governo e il Parlamento cambino la manovra». E vengono indicate altre via per reperire le risorse: «Si potrebbe istituire un'addizionale di "solidarietà" per i redditi superiori a 150 mila euro; reintrodurre l'Ici per i redditi superiori a 90-100 mila euro; portare la sanzione per il rientro dello scudo fiscale dal 5% al 7%; parificare le tasse sulle rendite finanziarie a quelle che i cittadini pagano per i servizi bancari, come avviene in tutta Europa, dove sono più alte che in Italia». «La manovra deve essere equa, come ha chiesto il presidente della Repubblica Napolitano».
In piazza, comunque, la Cgil non va solo con la parola d'ordine «cambiare la manovra»: «Ci sono anche i diritti del lavoro - ricorda Epifani - Va modificata la normativa sull'arbitrato, così come non vanno gli attacchi allo Statuto dei lavoratori. Inoltre il 2 giugno saremo a Milano per una manifestazione in difesa della Costituzione: non solo i diritti del lavoro, ma anche, ad esempio, il diritto all'informazione».
Insieme ad Epifani, hanno parlato i due segretari di Funzione pubblica e Flc (lavoratori della conoscenza), Rossana Dettori e Domenico Pantaleo, «protagonisti» della mobilitazione del 12 giugno. «Non c'è solo il blocco degli aumenti contrattuali da qui al 2014 - spiega Dettori - ma anche quello del turn over: vuol dire 90 mila assunzioni meno l'anno, e dunque anche meno servizi pubblici ai cittadini. Per non parlare dei precari: 45 mila rischiano il posto tra i contratti a termine, mentre i cococò non siamo neanche in grado di calcolarli». Pantaleo ha aggiunto che «rischiano il posto 26500 docenti, e altrettanti del settore tecnico. Così come migliaia di precari degli enti di ricerca e dell'università. E poi si taglia alle scuole pubbliche, mentre le private avranno 330 milioni di euro».

Antonio Sciotto

[Articolo su il manifesto del 27/05/2010]

fonte:www.ilmanifesto.it

Sicurezza su lavoro addio, il governo modifica la legge

Nella finanziaria di Tremonti si nasconde anche un articolo che con un colpo di spugna cancella le norme sulla valutazione del rischio nei posti di lavoro. E riguarda tutti: anche scuole e ospedali. La Cgil: «Non si può risparmiare sull'integrità psico-fisica di dipendenti e utenti. E' feroce».Intanto il governo non rinuncia al condono edilizio. A rischio chiusura anche il museo della Liberazione.

Quattro paroline, sprofondate a pagina 35 della bozza finanziaria, cancellano 16 anni di cultura della sicurezza nei luoghi di lavoro. E consegnano i dipendenti delle pubbliche amministrazioni - ma anche gli utenti - alla fortuna: speriamo che tutto vada bene, che non accada niente di brutto. Di certo gli uffici pubblici non dovranno più preoccuparsi di valutare i rischi sul posto di lavoro, e di conseguenza di provvedere ad eliminarli. Lo dice l'articolo 8 della manovra, che esonera le cosiddette «pa» dall'applicare gli articoli 28 e 29 del decreto 81 del 2008, ovvero il testo unico che ha sostituito l' «antica» legge sulla sicurezza sui luoghi del lavoro, la 626 del '94.
Quei due articoli sono considerati il cuore della riforma: spiegano come deve essere effettuata la relazione sulla valutazione di «tutti i rischi per la sicurezza e la salute dei lavoratori», specificando che deve contenere tra l'altro «l'indicazione delle misure di prevenzione e di protezione attuate» ma anche «l'individuazione delle procedure per l'attuazione delle misure da realizzare». Eliminarli significa esonerare le pubbliche amministrazioni dall'applicare l'intera normativa. E siccome nella manovra si parla genericamente di pubbliche amministrazioni, ciò significa che vale per tutti: dalle scuole alle università, dagli ospedali agli uffici aperti al pubblico. «Sono furibonda, se si deve risparmiare un centesimo, non ci può certo farlo sull'integrità psico-fisica dei lavoratori. Questo vuol dire essere feroci», dice Paola Agnello Modica della segreteria confederale della Cgil, responsabile della salute e sicurezza sui luoghi di lavoro. Secondo la sindacalista «una norma di questo tipo infilata in una manovra finanziaria sembra essere una mossa che accompagna a un risparmio economico un attacco frontale ai diritti dei lavoratori: si può star certi che ora il settore privato comincerà a reclamare lo stesso trattamento del pubblico».
Perché l'applicazione della legge 81 ha spesso un costo per chi la applica. Anche per le pubbliche amministrazioni, che non avendo più apposite risorse interne a volte finiscono per rivolgersi ai privati - o lo fanno perché non utilizzano adeguatamente il personale disponibile - sborsando soldi per effettuare la valutazione. Ma in realtà il vero costo «sta nei lavori di adeguamento che devono essere realizzati una volta individuati i rischi, e mi sembra sconcertante che si voglia risparmiare su questo», osserva Coalberto Testa, della Società di ingegneria «Stepengineering» e autore di manuali sulla valutazione del rischio: «Si tratta solo di una bozza, quindi bisognerà vedere il testo finale. Ma messo così è un salto indietro di quindici anni, che tra l'altro crea una discriminazione inspiegabile tra settore pubblico e settore privato». Senza contare che quasi tutte le prescrizioni sono scadute: soltanto per la scuola era stata prevista una proroga fino ai primi mesi del 2010. Va da sé che molte pubbliche amministrazioni se ne sono infischiate. Ma molte altre no, assicura Testa: «Il mio è un osservatorio sull'Emilia Romagna, e qui quasi tutti hanno seguito le prescrizioni di legge».
Dunque, oltre all'attacco alla sicurezza di lavoratori e utenti, nell'articoletto della manovra si nasconde l'ennesima sanatoria. E a rimetterci saranno come al solito le amministrazioni oneste che si sono adeguate rispettando la legge. Ma il testo unico 81 non riguarda questioni che qualcuno potrebbe considerare secondarie, come la mera salubrità dei luoghi di lavoro: «Il decreto parla chiaro - dice Testa - riguarda tutti i rischi, ivi compresa la stabilità degli edifici fatte salve le norme antisismiche». «Qualcuno avrà in mente l'impiegato a mezze maniche che non corre alcun rischio specifico nel suo ufficio - aggiunge Modica - ma basta pensare ai sei operai di Mineo, morto perché caduti nel depuratore che stavano pulendo. Quattro di loro erano dipendenti comunali».

Cinzia Gubbini
 
[Articolo su il manifesto del 27/05/2010]

Nuovo segretario, Landini favorito. Ma Cremaschi...

Il Comitato centrale della Fiom si riunira' il 31 maggio e l'1 giugno per eleggere il nuovo segretario generale delle tute blu della Cgil. Il mandato dell'attuale leader, Gianni Rinaldini, e' scaduto e, dopo otto anni, non puo' piu' essere rinnovato. Il successore 'naturale' e piu' accreditato e' il segretario nazionale, Maurizio Landini, che si inserisce nel solco tracciato da Rinaldini e, prima di lui, da Claudio Sabattini.
In campo c'e' comunque anche una 'autocandidatura' di Giorgio Cremaschi, leader della Rete 28 Aprile l'ala fiommina piu' dura: "E' una candidatura - ha detto in una intervista a ilmegafonoquotidiano.it - che spero non sia necessaria e di ritirare, perche' vorrei fosse l'intera Fiom a recepire la piattaforma politica che la sottende: si tratta di decidere se cedere al 'riflusso' post-congressuale e chiudersi nella propria categoria o se ingaggiare una battaglia generale di opposizione alla maggioranza della Cgil e alla sua linea di rientro nell'alveo della politica delineata da Cisl e Uil". In questa situazione non e' esclusa una soluzione di mediazione e in questo senso hanno cominciato a circolare i nomi di alcuni segretari territoriali, come quello di Giorgio Airaudo, segretario regionale della Fiom Piemonte.
Sul piano 'politico' le questioni poste da Cremaschi pongono insomma il quesito sul futuro della mozione congressuale "La Cgil che vogliamo" (in campo c'e' l'ipotesi di trasformarsi in 'area programmatica'), che ha ottenuto all'ultimo congresso Cgil un risultato non esaltante (310 mila voti e il 17%) e, soprattutto, ha perso la maggioranza nella categoria decisiva della Funzione pubblica, ma anche tra i bancari, rendendo cosi' piu' complessa l'opposizione alla linea di Gugliemo Epifani.
Non trascurabile, infine, il peso della scelta per il vertice Fiom anche delle principali vertenze in corso dalla Fiat alla Piaggio di Pontedera, azienda quest'ultima dove sugli scioperi contro il sabato lavorativo si e' registrata una frattura tra la maggioranza dei delegati Fiom nella Rsu e la Camera del lavoro e la Fiom di Pisa Il Comitato centrale si riunira' presso la sede della Cgil nazionale, che ha la funzione di centro regolatore. In quell'occasione probabilmente il segretario organizzativo Enrico Panini proporra' un nome per il nuovo leder della Fiom.
Nei mesi a seguire il nuovo segretario generale dei metalmeccanici della Cgil fara' anche la proposta dei componenti della nuova segreteria nazionale da cui esce, oltre a Rinaldini, anche Cremaschi, indicato anche come possibile futuro segretario della Fiom Lombardia.

fonte:http://www.affaritaliani.it

mercoledì 26 maggio 2010

Manovra: Epifani, manifestazione nazionale il 12 giugno, al prossimo direttivo proposta di sciopero generale

Una manovra iniqua che non tocca i redditi alti o medio alti

Di fronte alla manovra finanziaria presentata ieri (25 maggio) dal Governo, il Segretario Generale della CGIL Guglielmo Epifani, ha annunciato nella conferenza stampa di oggi presso la sede di Corso d'Italia, una mobilitazione nazionale per il 12 giugno, per tutto il mondo del lavoro pubblico, con lo slogan 'solo sulle nostre spalle'. Inoltre il Segretario della CGIL, fa sapere che al direttivo della prossima settimana proporrà uno sciopero generale da organizzare entro la fine di Giugno, per contrastare e chiedere modifiche ai provvedimenti contenuti nella manovra.
Secondo il Segretario Generale della CGIL quella proposta dal governo è una manovra “iniqua che divide il Paese e colpisce i più deboli”. La CGIL chiede quindi modifiche di sostanza alla manovra economica avanzando delle proposte. L'inserimento di una addizionale di solidarietà sui redditi superiori ai 150 mila euro per liberare risorse da destinare al futuro dei giovani; il ripristino dell'Ici, ma solo per i redditi da 90-100 mila euro; una tassazione unica sulle rendite finanziarie da portare quindi dal 12 al 20%. Infine Epifani propone di alzare la tassazione dello scudo fiscale dal 5 al 7 per cento.
“Nella manovra inoltre non c'è traccia di riforme, i provvedimenti sono pasticciati e non sostengono gli investimenti e l'occupazione". Ha proseguito Epifani puntando il dito contro "una manovra di tagli che reprime la crescita e farà aumentare il tasso di disoccupazione nei prossimi anni". "Non ci sottraiamo - ha ribadito - ad un'azione di risanamento, ma facciamo nostre le parole del Presidente della Repubblica: sì ai sacrifici ma, come lui dice, con equità”.

» Le misure del Governo
» Intervista del Segretario Generale al quotidiano 'La stampa'


fonte:http://www.cgil.it

Piaggio, la Fiom si divide sugli scioperi del sabato

Sei delegati della Rsu su 14 contro la mobilitazione relativa alla flessibilità: «Né idonea né sufficiente e non condivisa dalla maggioranza degli operai»


Scioperare contro i sabati lavorativi o non scioperare? Alla Piaggio di Pontedera, l’amletico dilemma ha scatenato una diatriba tutta interna alla Fiom. Alla fine della scorsa settimana, infatti, la segreteria provinciale delle tute blu della Cgil di Pisa e alcuni delegati di fabbrica (6 su 14) in una nota congiunta hanno espresso dubbi e perplessità nel proseguire questa forma di lotta. Di contro, gli altri 8 delegati della Rsu Fiom della Piaggio, in gran parte aderenti o vicini alla Rete 28 aprile, a seguito di questo documento e della discussione che si è svolta presso la camera del Lavoro di Pontedera, hanno ritenuto opportuno («anche su sollecitazione di numerosi lavoratori» fanno sapere), svolgere un’ampia consultazione in fabbrica sia alle Meccaniche sia in un’assemblea con sciopero alla 2R, sull’opportunità di proseguire o meno gli scioperi del sabato. Ebbene, sulla base di questa consultazione la Rsu Fiom ha deciso di continuare lo sciopero del sabato. Anche se le divergenze restano inalterate. «Eravamo e restiamo convinti - si legge nel dettaglio nel documento firmato dai 6 delegati - delle nostre ragioni sull’accordo separato sul contratto nazionale, sulla gestione del contratto aziendale e sul sostanziale rifiuto di un reale confronto su questi temi da parte della direzione aziendale. Le nostre perplessità riguardano, invece, le modalità con le quali da troppo tempo si cerca di tradurre le nostre buone ragioni in risultati concreti. Scaricare quasi tutte le nostre rivendicazioni sullo sciopero del sabato in flessibilità non è più né idoneo né sufficiente né trova più il consenso della maggior parte degli operai».

[Articolo su l'Unità nell'edizione di Firenze del 25/05/2010]

fonte:http://www.unita.it/


Vedi anche:

Manovra: Epifani, fortemente iniqua, colpiti i lavoratori

Via libera del Governo al provvedimento da 24 miliardi per il prossimo biennio. Il Segretario Generale della CGIL critica duramente le misure previste: nulla per occupazione e crescita

Una manovra che ha un tratto fortemente iniquo e che scarica sulle spalle dei lavoratori pubblici e privati i sacrifici richiesti dalla stato dei conti pubblici, senza alcuna strategia che rilanci la crescita e l'occupazione. Questo è il giudizio della CGIL, al termine dell'incontro a Palazzo Chigi, in cui il Governo ha presentato la manovra alle parti sociali.Il provvedimento da 24 miliardi di euro: 12 per il 2011 e 12 per il 2012, dopo essere stato illustrato, questa mattina alle Regioni, Enti locali e ai sindacati, è stato varato dal Consiglio dei Ministri.“Una manovra caratterizzata da una forte iniquità sociale, in cui il grosso dei sacrifici è sulle spalle dei lavoratori pubblici, ma anche privati e senza alcuna misura di sostegno a occupazione e investimenti”. Ha commentato il Segretario Generale della CGIL, Guglielmo Epifani, secondo il quale: "chi ha un reddito di un milione l'anno - ha osservato - non viene toccato, chi invece guadagna poco più di mille euro non potrà andare in pensione. Questo dà il segno dell'iniquità di questa manovra”.Per la CGIL, secondo Epifani, è necessaria una manovra correttiva, “questo non è in discussione", ma ha puntato il dito contro l'atteggiamento tenuto dal Governo. “Continuo a rammaricarmi - ha aggiunto il leader della CGIL - del fatto che il Governo aveva detto che eravamo in una situazione di tranquillità e non era vero”.

» Le misure del Governo
» Intervista del Segretario Generale al quotidiano 'La stampa'
» oggi alle ore 17.30 conferenza stampa


fonte:http://www.cgil.it

Una lotta esemplare

Non succedeva da anni che alcune Rsu delle aziende in lotta per difendere il posto di lavoro si organizzassero autonomamente per una settimana, con manifestazione regionale e occupazione dei binari della stazione. Se è successo in gran parte è dovuto anche alla resistenza dei lavoratori della Maflow

Non succedeva da anni che alcune Rsu delle aziende in lotta per difendere il posto di lavoro si organizzassero autonomamente – anche se non in opposizione alle organizzazioni sindacali di appartenenza – e convocassero un presidio permanente di fronte al Pirellone, la sede della giunta regionale della Lombardia, costringendo persino presidenza e assessori a recarsi nel tendone allestito dai delegati della Maflow.
Il merito di una settimana di lotta gestita ventiquattr’ore su ventiquattro in pieno centro di Milano (e mai formalmente autorizzata) è tutto dei trecento lavoratori e lavoratrici di questa azienda di Trezzano sul Naviglio, che da gennaio gestiscono un’occupazione di fatto dello stabilimento, diventando punto di riferimento delle lotte per il lavoro a livello milanese.
In particolare, nella giornata centrale del 20 maggio, quarantesimo anniversario dell’approvazione dello Statuto dei lavoratori, dipendenti della Maflow, della Mangiarotti Nuclear, della Marcegaglia, della Novaceta, della Agile ex Eutelia e di altre aziende pubbliche e private sono partiti in corteo dal presidio e hanno occupato i binari della Stazione Centrale di Milano per dire ‘No ai licenziamenti’ e chiedere di ‘Lavorare meno per lavorare tutti’, contro il Collegato lavoro e il cosiddetto Statuto dei lavori in gestazione in Parlamento.
La manifestazione si è conclusa di nuovo al presidio con gli interventi di rappresentanti delle realtà aziendali e delle organizzazioni sindacali presenti in Maflow (Flmu e Fiom), ‘costrette’ a sostenere unitariamente la mobilitazione delle Rsu. Nel corso dell’assemblea ha preso la parola – molto applaudita - Eleni Lalou, giovane dirigente di Antarsia, la coalizione della Sinistra anticapitalistica greca.
Certo, la forza di attrazione di una mobilitazione come questa non è paragonabile al ruolo di alcune grandi fabbriche come l’Alfa Romeo di Arese, o anche di quello dei coordinamenti autoconvocati dei Consigli di fabbrica (e poi delle Rsu) dei decenni passati, vero motore dell’autonomia dei lavoratori contro le politiche fallimentari della burocrazia sindacale. Ma il segnale fornito in questi giorni va colto in tutta la sua importanza.
La ricostruzione di strumenti adeguati e unificanti dal basso per superare la frammentarietà delle risposte contro l’attacco padronale e il piano di austerità è infatti la condizione essenziale per fronteggiare la crisi e rompere la passività in cui le confederazioni stanno lasciando milioni di lavoratori e lavoratrici.
Nessun organo di stampa nazionale ha neppure accennato all’esistenza di questa iniziativa delle Rsu milanesi. L’occupazione della stazione ferroviaria, dopo la salita sul carroponte e sui tetti innescata dalla lotta vincente della Insse nei mesi scorsi, ha probabilmente fatto riflettere le forze di maggioranza e anche quelle di opposizione (vedi la scomparsa del servizio del TG3…): che lo spirito di emulazione per nuove forme di lotta organizzate da Rsu autonome sia ritenuto troppo pericoloso, specialmente nella fase di applicazione di sanguinosi piani di austerità che si sta aprendo?

Gigi Malabarba

fonte:http://www.ilmegafonoquotidiano.it

Dramma della crisi? Si toglie la vita un padre di due bambini piccoli

Un operaio si è impiccato nel capannone della ditta dove lavorava. Forse alla base alcuni debiti

Si toglie la vita a 35 anni per problemi economici.E' successo a Massa. Vittima, un operaio di una ditta di ricambi e di manutenzione idraulica, trovato impiccato sul posto di lavoro, in un capannone, nel primo pomeriggio. Sono stati i colleghi a scoprire il cadavere al momento del cambio del turno.L'operaio lascia la moglie e due bambini piccoli. Secondo i carabinieri di Massa, intervenuti sul luogo del suicidio, l'uomo da diversi mesi aveva difficoltà economiche ed era indietro con qualche pagamento, e sembrerebbero questi, quindi, i motivi che lo hanno indotto al suicidio.Il magistrato di turno non ha ritenuto necessario il sopralluogo del medico legale.

fonte:http://www.gonews.it

Italia 2009, occupazione giù dopo 14 anni

Inversione di tendenza dal 1995: -1,6%, sono 380mila i disoccupati in più su base annua. Colpiti soprattutto uomini e industria. La cassa integrazione ha tentato di frenare i colpi della crisi, che non è finita: nel 2010 ancora forti rischi di instabilità

L'anno scorso l'occupazione in Italia è calata dopo 14 anni di segno positivo, riportando un'inversione di tendenza che non si verificava dal 1995. Complessivamente, gli occupati si riducono di 380mila unità (-1,6%), con cali sostenuti nel corso dell'intero 2009 e in peggioramento negli ultimi sei mesi. Lo rileva oggi (26 maggio) l'Istat nel Rapporto annuale sulla situazione del paese nel 2009. La riduzione maggiore riguarda gli uomini con -2%, in quanto sono concentrati nell'industria, rispetto alle donne -1,1%. Ma le donne che lavorano nell'industria, in senso stretto, calano più del doppio degli uomini -7,5% contro -3%.

Grazie al diffuso ricorso alla cassa integrazione, continua l'Istituto, la contrazione degli occupati nella trasformazione industriale (-4,1%, 206 mila unità) è relativamente meno accentuata rispetto alla Ue. Merita una sottolineatura però il calo dell'occupazione nel Mezzogiorno, già in calo dal terzo trimestre del 2008, chiude il 2009 con un bilancio fortemente negativo (-3%, pari a 194 mila unità). Accentuata anche la flessione al Nord con -1,3%, pari a 161mila unità che si è intensificata a partire dall'estate assorbendo il 42% della riduzione complessiva. Mentre al Centro il calo risulta più contenuto -0,5%, in valore assoluto di 25 mila unità. Il calo dell'occupazione interessa tutti i tipi di lavoro, da quello temporaneo -8,6%, a quello autonomo a tempo pieno -2,2%, a quello dipendente a tempo indeterminato -0,2%.

La crisi pesa di più sui lavoratori stranieri che italiani. Per gli italiani - rileva il rapporto - infatti il tasso di occupazione (56,9 per cento) è diminuito nel 2009 di oltre un punto percentuale, mentre per gli stranieri la flessione è stata più che doppia (dal 67,1 per cento del 2008 al 64,5 per cento dell’anno scorso). Anche il tasso di disoccupazione, è maggiore per gli stranieri. Resta pieno di carenze, poi, il capitolo della formazione che non riesce a incidere nell’inclusione sociale. Sul conseguimento dei titoli superiori continua a pesare una ‘‘forte disuguaglianza’’ legata alla classe sociale della famiglia di provenienza degli studenti e ciò blocca la mobilità sociale.

Solite note preoccupanti anche per la condizione lavorativa delle donne italiane. Con la crisi le lavoratrici del nostro paese peggiorano una ‘‘criticità storica’’: il loro tasso di occupazione nella fascia 15-64 anni è sceso nel 2009 al 46,4 per cento, oltre 12 punti percentuale in meno della media nell’Ue (58,6 per cento). Fra il 1996 e il 2008, l’occupazione femminile era passata dal 38,2 per cento al 47,2 per cento. Lo scorso anno, questa tendenza si è interrotta registrando un meno 0,6 per cento. Nell’Ue, l’Italia è migliore solo a Malta (37,7 per cento).

Dopo un biennio “straordinariamente difficile” per l'economia italiana, il 2010 mostra segnali di ripresa ma “presenta ancora forti rischi di instabilità”. Lo afferma il presidente dell'Istat, Enrico Giovannini, presentando il Rapporto. “Le turbolenze sui mercati finanziari e valutari delle ultime settimane stanno spingendo molti governi europei ad adottare misure drastiche di contenimento dei deficit pubblici, e mostrano i rischi che l'Europa e tutto il mondo devono ancora fronteggiare per consolidare la ripresa economica”.

» Giovani esclusi | Colpito chi stava peggio
» Ocse, la disoccupazione salirà ancora

fonte:http://www.rassegna.it

Epifani all'attacco. Cisl e Uil invece no

«Questa manovra non è equa. Il grosso dei sacrifici lo si chiede sempre ai lavoratori, pubblici e privati». È duro il giudizio del segretario generale Cgil, Guglielmo Epifani, appena uscito dall'incontro con il goveno a Palazzo Chigi. «Non c'è nessuna misura di sostegno a occupazione e investimenti - continua - La manovra va cambiata in Parlamento». Il segretario generale della Cgil ha poi risposto a una domanda del Tg3, sulla possibilità che venga indetto uno sciopero generale: «Prima leggiamo bene il provvedimento, domani valuteremo e decideremo le iniziative da prendere», ha risposto. E proprio mentre pronunciava queste parole, a tutte le redazioni arrivava un invito a una conferenza stampa, indetta per oggi a Corso d'Italia: probabilmente in questa occasione la Cgil declinerà tutte le sue critiche alla manovra, e annuncerà le iniziative di mobilitazione. «La mia critica non è all'esigenza della manovra, ma a come viene fatta - ha poi proseguito Epifani - Se io guadagnassi un milione di euro l'anno, non darei neanche un centesimo per il risanamento della finanza pubblica. Se fossi un infermiere o un dipendente Fiat darei il mio contributo. C'è un problema: c'è una parte del Paese che può di più e a cui non viene chiesto niente. Se in Francia e in Germania i sacrifici vengono chiesti a tutti, in Italia si concentrano soltanto su alcuni». Si confermano le divisioni nel sindacato: ieri Epifani ha lasciato Palazzo Chigi, mentre Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti tenevano una conferenza stampa «separata» (sì, come gli accordi). Tra l'altro, nel corso di tutto l'incontro con il governo, Epifani aveva sempre taciuto (a parte una domanda sulle pensioni al ministro Sacconi), mentre i due leader di Cisl e Uil erano intervenuti. Bonanni ha detto di lasciare il giudizio in «stand-by», in attesa del testo. Poi ha aggiunto: «Dal governo sono arrivate le prime risposte: ma si deve agire pure su chi ha di più e sui costi della politica. E dare una risposta ai precari pubblici e della scuola». Stessi concetti da Angeletti. Annuncia battaglia il neonato Usb, unione dei sindacati di base, che ricorda tutte le sue prossime iniziative di lotta: «Usb non cade nella trappola della complicità come gli altri sindacati - spiega Fabrizio Tomaselli - e non può che confermare tutte le mobilitazioni e gli scioperi già decisi nel Congresso che si è concluso domenica, a partire dalla manifestazione nazionale indetta a Roma per il 5 giugno: contro chi ha provocato la crisi e tenta di uscirne attraverso questa finanziaria-massacro». Positivo il primo commento della presidente degli industriali, Emma Marcegaglia, che domani parlerà all'Auditorium di Roma in occasione dell'Assemblea del centenario di Confindustria (e sarà anche la sua relazione di mid-term): «Se la manovra va in direzione di correzioni serie e strutturate e dà risposte nel supportare la produttività, allora è positiva», ha spiegato. «Il costo del lavoro per unità di prodotto e la spesa pubblica sono cresciuti troppo: la manovra è necessaria perché si sono acuiti due problemi: la crisi greca e l'attacco all'euro».

Antonio Sciotto

[Articolo su il manifesto del 26/05/2010]

fonte:http://www.ilmanifesto.it/

Che succede nella Fiom?

L'organizzazione dei metalmeccanici vive una fase di travaglio. Per sostituire Rinaldini alla segreteria generale si contrappongono le candidature di Landini e Cremaschi. Ma potrebbe spuntare anche Airaudo, segretario della Fiom piemontese. E a Pisa, la federazione "sconfessa" le Rus in lotta contro la Piaggio di Colaninno

Come è noto, la conclusione del 16° Congresso nazionale della Cgil ha sancito di nuovo l'isolamento della Fiom all'interno della confederazione di corso d'Italia.
L'alleanza di Gianni Rinaldini con i segretari generali delle categorie dei lavoratori pubblici e dei bancari è stata spezzata con la vittoria di Epifani e dei suoi all'interno di queste due categorie.
Ora dunque il cerino dell'opposizione alla linea risultata maggioritaria nel congresso ritorna nelle mani di Rinaldini e della Fiom, che devono cercare di trovare il modo di far pesare sulle future scelte quei 310.000 voti raccolti nelle aziende dalla mozione "La CGIL che vogliamo".
Il dibattito tra quelli che hanno sostenuto la mozione di minoranza è vivace, non solo per la complessità delle scelte politiche e organizzative da fare (rimettere a punto la piattaforma, di fronte alla conclusione del congresso e alle stridenti violazioni della democrazia e della pari dignità delle opzioni congressuali, costituirsi o meno in area programmatica, utilizzando le regole e le agibilità consentite dallo statuto) ma anche per l'intreccio con altre delicate scadenze.
Sullo sfondo c'è la sostituzione di Epifani nel ruolo di numero uno della confederazione, programmata per fine settembre, ma, più nell'immediato, c'è il rinnovo della segreteria confederale che è all'ordine del giorno nella seduta del direttivo nazionale preannunciato per il 7, 8 e 9 giugno.
Ma ancor prima, la fase dei rinnovi dei vertici investirà proprio la federazione dei metalmeccanici con una sostanziale sovrapposizione tra le opzioni di posizionamento rispetto alla linea confederale e le scelte sulla ridefinizione del vertice Fiom. Infatti Gianni Rinaldini, che ereditò esattamente otto anni fa la guida di questa categoria da Claudio Sabattini, durante la riunione del Comitato centrale metalmeccanico convocato per il 31 maggio, lascerà l'incarico.
Le candidature alla sostituzione già esplicitatesi sono due: il più quotato Maurizio Landini, in qualche modo indicato dallo stesso Rinaldini, e il più noto Giorgio Cremaschi, leader della Rete 28 aprile e dell'ala fiommina più radicale.
La scelta potrebbe non essere solo sulle preferenze personali, ma sottende anche l'indicazione della direzione di marcia che la categoria dei metalmeccanici assumerà nei confronti del resto della Cgil e, in buona sostanza, anche alle controparti.
Formalmente entrambi i candidati collocano le proprie proposte politiche nel solco di quella che è stata la linea praticata da Rinaldini (e ancor prima da Sabattini) per oltre dieci anni.
Certo, l'elezione di Cremaschi, però, starebbe a significare una maggiore e molto più granitica irriducibilità di questa linea alle pressioni per niente discrete di Epifani e della confederazione perché la Fiom rientri nei ranghi.
A sorpresa, nel corso dei prossimi giorni, potrebbe spuntare una soluzione di mediazione tra i due, con la candidatura di Giorgio Airaudo, l'attuale segretario generale della Fiom piemontese.
Le scelte, come si diceva, non sono solo di vertice, ma si intrecciano anche con la conduzione di importanti vertenze sia già in atto, sia all'orizzonte prossimo venturo.
Ne citiamo due, emblematiche.
Da un lato il destino dei lavoratori Fiat (in particolare quelli di Termini Imerese e di Pomigliano), messi di fronte al piano industriale presentato da Marchionne al ministero dello Sviluppo economico a fine marzo. Finora la Fiom si è sostanzialmente limitata a commentare molto negativamente quel piano, che chiude definitivamente ogni prospettiva per lo stabilimento siciliano e sottopone quello campano a un pesante ricatto sul piano delle turnazioni, dei ritmi e dei diritti, ricatto, sia detto per inciso, che ha trovato immediatamente la scontata complicità di Cisl e Uil e un apprezzamento politico bipartisan. Ma quel ricatto, per non consegnare inermi alle pressioni padronali i dipendenti Fiat e per non consentire la contrapposizione di interessi tra i dipendenti dei vari siti aziendali, richiede la messa in campo di una mobilitazione unificante, massiccia, duratura e capace di far capire alla Fiat i costi produttivi, economici e politici di quel ricatto.
Per ora, nella Fiom, la discussione su quale risposta dare a padron Elkan e al plenipotenziario Marchionne è stata rinviata "causa congresso". Ma il nuovo segretario generale e la nuova segreteria nazionale Fiom che si insedierà nelle prossime settimane sarà chiamata a misurarsi subito con questa questione.
Già da subito, invece, qualche nota stonata è risuonata nella vertenza Piaggio, aperta da Colaninno, che, non contento dell'impennata dei profitti (l'azienda ha chiuso il primo trimestre del 2010 con ricavi per 340,6 milioni di euro, in rialzo dell'11,2% sullo stesso periodo del 2009 e con un utile netto di 2,9 milioni, con una previsione di ulteriori incrementi grazie agli incentivi 2010 per l’acquisto di moto) ha chiesto nei mesi scorsi un'intensificazione della produzione attraverso l'introduzione del lavoro obbligatorio al sabato, subito accettato dalle solite Cisl e Uil.
La Fiom, riconfermata come primo sindacato (con quasi 1000 voti su 2300 votanti, anche se con una leggera flessione rispetto alla precedente tornata) alle recenti elezioni per la Rsu, ha immediatamente proclamato lo sciopero degli straordinari del sabato, per offrire copertura a quei numerosissimi operai che non intendono rinunciare per un pugno di euro ad una giornata di riposo.
Lo sciopero Fiom è stato indetto dai 14 delegati Fiom della Rsu e dalla segreteria provinciale Fiom di Pisa.
Al successo dello sciopero, Colaninno ha replicato con durezza, con minacce dirette di sanzioni contro gli operai che si sono rifiutati di andare a lavorare e ventilando l'ipotesi di ulteriori delocalizzazioni verso i paesi asiatici.
Ma negli ultimi giorni, anche grazie alla connivenza dell'amministrazione di centrosinistra di Pontedera, le minacce di Colaninno hanno cominciato a seminare disorientamento in alcuni settori di lavoratori e, soprattutto, hanno indotto la Camera del Lavoro e la stessa Fiom di Pisa (con un comunicato stampa condiviso da 6 delegati Rsu su 14) a riprendere in esame le forme di lotta, suggerendo l'individuazione di "strumenti e modalità alternative".
In una situazione di scontro aspro come quello in corso alla Piaggio, e in un contesto di complicità incrociate a livello politico e sindacale con il padrone, una così plateale sconfessione della maggioranza della Rsu Fiom non può che indicare l'esistenza di inquietanti indizi di cedimento. Tanto più che il comunicato degli apparati Cgil e Fiom di Pisa sembra sia stato condiviso proprio da Maurizio Landini, responsabile nazionale Fiom per il gruppo Piaggio e, come già detto, candidato più accreditato alla successione di Rinaldini.
La maggioranza della Rsu Fiom della Piaggio, intanto, ha organizzato una consultazione in fabbrica e, sulla base dei risultati ha deciso di riconfermare lo sciopero del sabato.

Andrea Martini

fonte:http://www.ilmegafonoquotidiano.it

Aumentare gli stipendi ed i salari!

Congelare per tre anni stipendi e salari in Italia è un crimine perchè in effetti, con l'ascensione libera dei costi per vivere, diventa una vera e propria decurtazione di almeno il trenta per cento.-
I salari italiani sono di almeno il quaranta per cento inferiori alla media OCSE. Siamo al 23 posto della classifica. Che cosa si vuole? Se queste sono le regole non possiamo starci dentro.
La CGIL dovrebbe organizzare lo sciopero generale e chiedere la riassunzione di tutti i licenziati dal settore pubblico e privato e l'aumento di almeno il dieci per cento di tutte le retribuzioni.

Pietro Ancona

fonte:http://medioevosociale-pietro.blogspot.com/

martedì 25 maggio 2010

Controradio intervista Massimo Cappellini

Controradio intervista Massimo Cappellini dopo la divisione della FIOM sugli scioperi del sabato.



fonte:http://www.controradio.it/

“Sciopero generale subito”

La manovra è chiarissima: pagano il mondo del lavoro, i pensionati, i deboli. Non ci facciamo certo imbrogliare dalla finta austerità, dal finto rigore.
L’attacco è prima di tutto nel salario dei lavoratori, che parte dai dipendenti pubblici e arriva a tutto il mondo del lavoro, pubblico e privato. Le regioni e i comuni dovranno imporre ulteriori tasse o ridurre i servizi. Le pensioni vengono colpite soprattutto per le donne. Una vera e propria grandinata di ingiustizie a cui chiediamo che si risponda subito con lo sciopero generale. Il governo ha intrapreso la via greca. Rispondiamo con lo sciopero di tutti i lavoratori, come in quel paese.

Giorgio Cremaschi

fonte:http://www.rete28aprile.it/

Rinaldini: «Questo governo sta accompagnando il Lingotto nelle sue scelte»

«Preoccupanti e inaccettabili»: così Gianni Rinaldini, segretario generale della Fiom Cgil, definisce le indiscrezioni sul piano strategico per il 2010-2014 che la Fiat presenterà il prossimo 21 aprile. Lo scenario che si delinea per l’Italia è drammatico: fabbriche più piccole e quasi 5mila dipendenti in meno. La casa torinese parla di «anticipazioni prive di fondamento», ma è chiaro che questa smentita di facciata - peraltro dovuta, per un gruppo quotato in borsa - non cancella gli interrogativi sul futuro dell’auto in Italia. «E’ dall’incontro di Palazzo Chigi del 22 dicembre - denuncia Rinaldini - che aspettiamo di discutere le scelte industriali della Fiat. Non è possibile che si arrivi al 21 aprile senza che si apra il confronto sindacale. Noi faremo tutte le iniziative necessarie per ottenerlo, ma è chiaro che se non ci viene data questa possibilità, anche quella del 21 diventerà una giornata problematica». Il leader delle tute blu Cgil sottolinea l’assenza di una regia politica in questa vicenda: «Questo governo - accusa - di fatto ha accompagnato e sta accompagnando la Fiat nelle sue scelte».
Cosa avrebbe dovuto fare il governo che non ha fatto?
In primo luogo, ricordo a tutti che l’incontro del 22 dicembre si concluse con l’impegno del sottosegretario Letta sul fatto che ci sarebbero stati successivi momenti di confronto sul piano generale illustrato da Marchionne. Da allora non c’è più stato nessun incontro.
Per la verità un tavolo c’è, quello su Termini Imerese, l’impianto siciliano che smetterà di produrre auto nel 2011. Del resto, secondo il governo, sarebbe questo l’unico punto negativo del piano Fiat.
Parlo di un confronto sul piano generale. Gli incontri su Termini Imerese sono invece finalizzati all’esame di ipotetiche soluzioni alternative per questo stabilimento, sempre relative al settore dell’auto e che, per quanto ci riguarda, hanno significato se danno risposta complessiva all’occupazione di tutti i lavoratori, compresi quelli dell’indotto. Qualora non ci fossero altre soluzioni, per noi rimane fermo il fatto che la Fiat deve continuare a Termini Imerese. Peraltro le indiscrezioni di stampa non fanno altro che confermare quella che già era la nostra sensazione. E cioè che da parte della Fiat c’è la volontà di rendere sempre più marginale il ruolo della produzione, della ricerca, dell’innovazione nel nostro paese. Trasferendo il proprio baricentro oltre oceano e aprendo stabilimenti altrove, l’ultimo in Serbia.
Alfredo Altavilla, membro del board di Chrysler, continua a ripetere che «la testa, il cuore e il cervello di Fiat resteranno in Italia». Intanto però la 500 elettrica verrà prodotta negli Stati Uniti...
Sull’alleanza con Chrysler è bene essere chiari: è evidente infatti che il percorso aperto con gli americani ad un certo punto porterà alla creazione di un’unica società, sempre che l’operazione vada a buon fine. Ecco perché si parla del cosiddetto “spin off”, ossia lo scorporo del settore auto dal resto del gruppo. La decisione di fare la 500 elettrica negli Stati Uniti, lo spostamento della produzione dell’Alfa e della Lancia fuori dai nostri confini, sono scelte che rientrano in questo quadro e che configurano non solo un ridimensionamento ma credo, in prospettiva, una marginalizzazione del ruolo del nostro paese.
Fiat invece sostiene che la produzione di auto in Italia aumenterà del 50%, dalle attuali 600mila a 900mila.
Non è vero. Il confronto non può essere fatto con i livelli di produzione nell’anno della crisi. La verità è che prima la Fiat produceva in Italia più di un milione di vetture, mentre ora vuole arrivare a produrre 5-6milioni di automobili nel mondo e solo 900mila in un paese dove si importano un milione di auto ogni anno. La marginalizzazione mi pare evidente, tanto più grave perché avviene in un settore strategico: non esiste paese industriale che non abbia un settore dell’auto importante.
Quindi il trasferimento della Panda dalla Polonia a Pomigliano sarebbe solo la “foglia di fico” per giustificare l’intera operazione di delocalizzazione...
E’ positivo che la Fiat dica con elementi di certezza che cosa voglia fare a Pomigliano. Detto ciò, il problema delle strategie della casa torinese rimane per intero. Per questo, insisto, è necessario che il governo convochi le parti sul piano industriale complessivo del Lingotto prima del 21 aprile. E il confronto dovrà riguardare l’insieme della filiera produttiva, dove ci sono perfino più lavoratori che nella fabbrica di assemblaggio. Che cosa succederà alla Fma di Avellino, dove si producono i motori? Che fine faranno le aziende dell’indotto? Anche a queste domande Marchionne dovrà rispondere.
La casa torinese però non ci sta a passare per “antitaliana” e rivendica di avere fatto «ricorso a 30 milioni di ore di cassa integrazione nel 2009» pur di evitare i licenziamenti. Come rispondi?
Intanto non è vero che la Fiat non abbia fatto licenziamenti, perchè sono migliaia - non centinaia, migliaia - i precari che sono stati lasciati a casa in questo periodo. Anche se, in base alla legislazione sul lavoro che è stata costruita, la casa torinese può sostenere, ma solo da un punto di vista formale, di non averli licenziati. Dopodiché non solo la Fiat ha fatto ampio ricorso alla cassa integrazione senza alcun contributo e integrazione, a differenza di quanto hanno fatto alcune grandi aziende del nostro paese, ma ha anche avuto il cattivo gusto di concedere lauti compensi ai propri manager e dividendi agli azionisti a fronte di gente che percepisce 750 euro al mese. Cosa che trovo, anche moralmente, un po’ vergognosa.

Roberto Farneti

[Articolo su Liberazione del 25/03/2010]

fonte:www.liberazione.it

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