La frase

"Ognuno è ebreo di qualcuno.
Oggi i palestinesi sono gli ebrei di Israele."
‎Primo Levi

martedì 30 marzo 2010

Ilva, 19 ex dirigenti a giudizio. Al via il processo a giugno

Il gup del tribunale di Taranto Pompeo Carriere ha rinviato a giudizio 19 ex dirigenti dello stabilimento Ilva per concorso in omicidio colposo e lesioni colpose in relazione a diversi casi di operai deceduti o che hanno contratto gravi malattie lavorando a contatto con sostanze cancerogene. Il processo inizierà il primo giugno prossimo. Per tre imputati il giudice ha dichiarato il 'non luogo a procederè per morte dell'imputato, mentre altri 10 ex dirigenti del Siderurgico sono stati assolti. Numerosi anche i reati dichiarati prescritti, mentre si sono costituiti parte civile la Fiom-Cgl e i famigliari di una decina di operai deceduti. Gli episodi presi in esame riguardano un arco di tempo di 35 anni. Gli imputati, secondo l'accusa sostenuta dal pm Italo Pesiri, avrebbero omesso di informare i dipendenti dello stabilimento dei rischi che correvano venendo a contatto con acidi tossici, apirolio, diossina, polveri di amianto, polveri sottili, carbone, silice, particelle di ferro, idrocarburi policiclici aromatici e metalli pesanti. «Il provvedimento del gup - è detto in una nota della Fiom Cgil - conferma la persistente pericolosità dell'ambiente di lavoro insistente nel complesso industriale tarantino a cagione delle innumerevoli sostanze cancerogene che si sprigionano nei processi produttivi».

fonte:http://www.unita.it

FIAT: a Pomigliano investimenti per 700milioni, per la FIOM piano rappresenta concreto rilancio

Per il sindacato gli investimenti programmati per la nuova Panda nello stabilimento campano costituiscono un concreto rilancio dell’attività produttiva. Decisivo il coinvolgimento dei lavoratori.

Un investimento di circa 700 milioni di euro per lo stabilimento di Pomigliano d'Arco, in modo da realizzare “un radicale intervento di ristrutturazione” per “predisporre gli impianti alla produzione della futura Panda, di cui è prevista l'uscita sul mercato nel secondo semestre del 2011”. Sono queste le intenzioni del Gruppo FIAT per lo stabilimento 'Giambattista Vico' in Campania, presentate al Ministero dello Sviluppo dal Lingotto al Governo e alle parti sociali, e che la FIOM CGIL ritiene costituisca un “concreto rilancio” del sito campano.
A fronte dell'investimento la FIAT ha fatto, inoltre, sapere che “per la riuscita di questa operazione saranno indispensabili i presupposti presentati nel corso dell'incontro del 22 dicembre 2009 a Palazzo Chigi: sostenibilità economica dell'iniziativa; riconoscimento della Cassa integrazione per ristrutturazione; rigoroso contenimento dei costi di struttura e del costo del lavoro; flessibilità per rispondere tempestivamente alle esigenze del mercato”.
La FIOM Nazionale, insieme a quella campana e di Napoli, ritiene che gli investimenti programmati per la nuova Panda a Pomigliano d’Arco costituiscano “un concreto rilancio dell’attività produttiva” e considera “decisivi il coinvolgimento e il consenso dei lavoratori”. In una nota le tute blu della CGIL nel prendere atto della decisione del Lingotto di spostare nello stabilimento di Pomigliano D'Arco la produzione della FIAT - e sottolineando in particolare “la positività della affermazione dell’Azienda che con questa attività si saturerà tutto l’organico di Fga” - considerano gli investimenti programmati “un concreto rilancio delle attività produttive ed occupazionali per i prossimi anni”.
La FIOM sarà parte attiva nell affrontare “le ricadute, in Campania, di questa scelta sugli altri stabilimenti del gruppo e sull’indotto al fine di salvaguardare l’occupazione e lo sviluppo” e, allo stesso tempo, “si impegna a perseguire il massimo utilizzo degli impianti, la flessibilità in relazione alle fluttuazione del mercato e i migliori standard di efficienza e qualità”.
Considerazioni, quelle della categoria dei metalmeccanici della CGIL che saranno deifinte in una trattativa fra le parti, in sede territoriale, avendo a riferimento oltre al CCNL, l’accordistica esistente nell’insieme del Gruppo FIAT in materia di orari, turni e organizzazione del lavoro. Il primo incontro è fissato per il 9 aprile. La FIOM, come sempre in ogni vertenza, considera decisivi il coinvolgimento e il consenso dei lavoratori.


fonte: http://www.cgil.it

Risposta a Maurizio Scarpa

Caro Maurizio,
le compagne e i compagni della Filcams ti risponderanno più in dettaglio sui contenuti del contratto del turismo, che tu difendi e loro hanno duramente criticato. Per quanto mi riguarda vorrei solo affrontare il punto di fondo del tuo ragionamento, quello che riguarda tutti, tutta la contrattazione. Per farlo, però, vorrei togliere di mezzo termini come “infamie” e quant’altro simile. Siamo di fronte a una situazione drammatica, di crisi profonda del sindacato e della Cgil ed è evidente che tutte le critiche oggi fanno parte di una realtà che bisogna accettare. A meno che non si entri nel modo di ragionare che, sono sicuro, anche tu contesti. Quello che dice che va tutto bene o comunque al meglio possibile.

La sostanza del problema è questa: io considero l’andamento della stagione contrattuale la peggiore sconfitta per la Cgil dall’epoca degli accordi che cancellarono la scala mobile. In un certo senso considero questa sconfitta superiore e più grave, perché coinvolge l’istituto cardine della contrattazione e del sistema dei diritti italiani: il contratto nazionale. Pochi giorni fa la presidente della Confindustria, ha di nuovo esaltato, dal suo punto di vista, l’andamento dei contratti nazionali. Essa ha sottolineato che ben 10 contratti si sono conclusi nella sostanziale applicazione del nuovo sistema contrattuale e che solo i metalmeccanici della Fiom, oramai ne sono fuori. Purtroppo sono d’accordo con la Confindustria.

Con qualche piccola correzione, spesso pagata, contratto per contratto, con il peggioramento di specifici diritti dei lavoratori interessati, il nuovo sistema contrattuale, nato dall’accordo separato del 22 gennaio, è diventato realtà senza conflitti, tranne che per i metalmeccanici. La grande maggioranza degli accordi fatti sono avvenuti senza un minuto di sciopero e quindi basandosi unicamente sulla diplomazia contrattuale. Questo vuol dire che le imprese hanno semplicemente adattato alle singole specificità l’accordo quadro del 22 gennaio. Era questa la scelta della Cgil? Non si è firmato l’accordo sul sistema contrattuale il 22 gennaio solo perché mancavano piccoli aggiustamenti? A me questo non sembrava, mi sembrava che la critica fosse di fondo. In ogni caso è di fondo la critica contenuta nella mozione “La Cgil che vogliamo”, che più volte ribadisce che il sistema contrattuale del 22 gennaio non può essere emendato, ma va rovesciato. Invece tutti i contratti firmati sono una semplice, elastica, applicazione di quell’accordo.

Restano i metalmeccanici, nei quali c’è un accordo separato che con piccole differenze, coincide con quelli firmati unitariamente in tutte le altre categorie. Ma, questione non di poco conto, quest’accordo vede contro la Fiom.

Tu stesso lamenti che non c’è stato alcun coordinamento da parte della confederazione, che ha approvato scelte e risultati contrattuali opposti. Questa è quella caduta di confederalità che denunciamo nel congresso. Tuttavia è chiaro che non si può ragionare solo della somma, trascurando totalmente i singoli addendi. E’ persino stucchevole, ridurre questo disastro a una questione di coerenze. La questione di fondo è che la Cgil è semplicemente nella situazione contrattuale peggiore della sua storia, con la maggioranza delle categorie dentro l’accordo separato e la Fiom fuori, mentre la confederazione non sa cosa dire e cosa fare.

Dentro la Cgil non ci sono più semplicemente differenze politiche, ma comportamenti contrattuali opposti. Questa è una riflessione drammatica che dovrà fare la Fiom che, per ovvie ragioni, ha sinora evitato di misurarsi davvero con questa questione, ma è anche e soprattutto la scelta che dovrà fare la Cgil. Il fallimento della direzione confederale è evidente, ma è altrettanto evidente che non si può denunciarlo senza essere critici verso le soluzioni contrattuali. O ha sbagliato la Fiom o hanno sbagliato tutte le altre categorie, entrambi non possono aver avuto ragione. Questa è la sostanza e io trovo giusto che a ogni contratto firmato essa riemerga in tutta la sua brutalità, così come la fanno riemergere i giudizi e le scelte dalla Confindustria.

Per il resto continueremo a discutere.

Ricambio la stima.

Giorgio Cremaschi

fonte:http://www.rete28aprile.it/

Lettera aperta al compagno Giorgio Cremaschi

Caro Giorgio
In questi giorni ho letto un volantino della rete 28 aprile nel quale si esprime il giudizio dell’ area da te coordinata in merito al contratto del Turismo, che, come sai, ho contribuito in prima persona, per conto della Filcams, a realizzare, in quanto responsabile negoziale per questo settore.
Essendo però anche firmatario, insieme a te, della mozione congressuale “la Cgil che vogliamo”, mi sarei aspettato che prima di esprimere giudizi così infamanti su quell’ipotesi di accordo, giungesse una richiesta di chiarimento al sottoscritto.
Giudico le accuse contenute nel volantino infamanti perché, evidenziata in rosso, si annuncerebbe la capitolazione della Filcams nei confronti dell’accordo del 22 gennaio sul modello contrattuale.
Premetto che da sempre mi infastidiscono “le maestrine dalla penna rossa” pronte sempre a segnalare gli errori altrui e mai i propri.
Ma in questo caso il compagno che ha steso materialmente il volantino, mente sapendo di mentire, essendo a conoscenza, come tutti in Filcams, che il riferimento all’accordo del 22 gennaio contenuto nella pagina dei firmatari e non nel testo contrattuale, è stato un refuso dell’ultimo minuto nell’assemblaggio delle pagine (dopo 36 ore senza dormire qualche svista ci sarà perdonata), per il quale vi è già stato il chiarimento scritto con tutti i soggetti, per cui nella stesura ufficiale del CCNL (come sai questa è solo l’ipotesi di accordo che andremo a sottoporre alla consultazione) quella parte scomparirà dal testo formale del contratto.
Solo chi è in malafede può pensare che anche se fossimo così a “destra” da condividere un accordo che non è stato firmato dalla confederazione, si possa sottoscriverlo formalmente in un accordo di settore!
Invece si usa questo refuso per un' “approfondita” analisi politica.
Si dice infatti:
“con la firma apposta dai dirigenti nazionali della Filcams al rinnovo del Turismo avvenuta dopo la chiusura dei congressi di base, quando la categoria era ben certa del risultato quasi plebiscitario ottenuto al congresso dal documento Epifani, hanno confermato la giustezza delle critiche contenute nel secondo documento dove si sosteneva che il diniego della CGIL nei confronti delle nuove regole contenute nell'accordo separato, era solamente formale.”
Qui due considerazioni:
la prima, seguendo la vostra analisi dei tempi, mi chiedo come mai se è vero che la firma è arrivata dopo i congressi di base, il volantino della rete 28 aprile, giunge addirittura dopo un mese, al termine dei congressi regionali di categoria, ed in alcuni casi anche confederali? C’è qualche collegamento con la definizione degli organismi dirigenti e dei delegati ai congressi delle istanze superiori?
Ma ciò che mi infastidisce di più è il collegamento con il documento congressuale: ricordo a tutti, a scanso di equivoci che la Filcams dopo la Fiom e la FP è la categoria che in termini di voti ha portato il maggior contributo alla mozione la “Cgil che vogliamo”. E chi volesse “fare le pulci” ai risultati può vedere che non tutti in Filcams, nella mozione, hanno contribuito allo stesso modo!
Nel Merito
Scrive la rete 28 aprile:
“Con la firma dell'accordo, constatiamo che malgrado l'aumento salariale sia superiore agli 86 €, richiesti nelle piattaforme di Fisascat Cisl e Uiltucs Uil, che sulla costruzione del salario, hanno rispettato pedissequamente il famigerato sistema di calcolo denominato IPCA, l'aumento ottenuto unitariamente, è inferiore alla già misera richiesta avanzata dalla sola Filcams”.
Ora intanto la conseguenza logica: o abbiamo “rispettato pedissequamente il famigerato calcolo dell’IPCA” ed allora abbiamo firmato a 86 euro, o “l’aumento salariale è superiore agli 86 euro” ed allora non l’abbiamo rispettato?
In queste quattro righe qualcosa non torna.
Caro Giorgio, la verità inconfutabile è che l’aumento è di 115 euro cifra superiore del 33% agli indici Ipca.
La matematica non è un’opinione: il salario di riferimento per la base di calcolo la puoi trovare nell’ultima pagina del CCNL firmato il 27 luglio 2007, pari a paga base contingenza, due scatti di anzianità e di un’ulteriore quota aggiuntiva di 51,65 euro, il tutto pari a 1465,33.
115 euro sono insufficienti? È legittimo pensarlo ed anche condivisibile in termini assoluti, ma dire “pedissequamente rispettosa” dell’accordo del 22 gennaio è una falsità!
E ciò è stato così evidente che ad un certo punto del negoziato la stessa CISL ha ritenuto eccessivo, rispetto ai parametri del 22 gennaio, l’incremento salariale ottenuto chiedendo una sospensione di qualche giorno della trattativa.
Inoltre neppure una riga viene spesa sull’ulteriore quota destinata al secondo livello di contrattazione di 210 euro che verrà erogata in caso di mancato accordo entro l’ottobre 2012. Esperienza questa che è stata anche utilizzata dal contratto dei meccanici.
Tra l’altro, invece di criticare, potreste valorizzare che una categoria debole e frammentata come il turismo, in piena crisi di settore, nel mese di febbraio, quando 300 mila stagionali sono a casa inattivi, a soli 40 giorni dalla sua scadenza, si è portato a casa un risultato superiore a quello sottoscritto, con l’accordo separato, da Fim e Uil per i metalmeccanici che si sono fermati a 112 euro e per 13 mensilità, (perché ricordo a tutti che i nostri incrementi economici sono per 14 mensilità).
Dopo di che il riferimento alle diseguaglianze, con l’esempio dei direttori che avrebbero incrementi superiori ai facchini…. è da inserire nei testi sacri della contrattazione.
Cito testualmente “Se calcoliamo che da questo rinnovo un direttore d'albergo (livello A della scala parametrale) percepirà in tre anni 163,90 €, i facchini e le cameriere (livello 6) ne percepiranno invece 102,25, ciò fornisce, una chiara lettura del rinnovo che aumenta le disuguaglianze tra gestori e produttori della ricchezza.”
Non sapevo che anche la riparametrazione fosse oggi un crimine contrattuale. Poi potremmo anche fare una dotta discussione marxiana sulla figura “del gestore” come soggetto dell’accumulazione capitalistica.
A questo proposito voglio solo rammentare all’estensore del volantino, che probabilmente vive una condizione di miglior favore rispetto a tante altre figure professionali, che il vero problema di questo settore è che nella maggior parte dei casi questo reddito si riferisce ai full time, ma che il reddito reale è drasticamente decurtato dalla stagionalità, che garantisce un reddito per soli pochi mesi l’anno, e dal lavoro part time che fa lavorare per soli 15 ore la settimana.
Se c’è un grande merito in questo accordo è quello di aver respinto l’attacco all’orario minimo dei part time, che nel settore della ristorazione collettiva sono la totalità degli addetti, dove, applicando la legge, si voleva arrivare alle 10 ore settimanali e quello di aver definito nel contratto la richiesta da portare al governo dell’erogazione della indennità di disoccupazione anche per i part time verticali operanti nella stagionalità.
Dopo una pagina e mezza sulle ”ignominie salariali” dell’accordo, il volantino giunge ad una sbrigativa sintesi della parte normativa.
Fatto strano questo perchè il dibattito tra i lavoratori e le lavoratrici si sta concentrando invece proprio su questi temi, che innegabilmente presentano luci ma anche qualche ombra.
Ancora una volta, purtroppo l’esigenza della Filcams di riappropriarci di un minimo di controllo sull’organizzazione del lavoro non è passata. Su questo terreno dobbiamo registrare un accordo “difensivo” che respinge l’attacco su molti temi e impedisce un’applicazione selvaggia delle norme di legge, ma non risponde alle giuste necessità di cambiamento.
Abbiamo, come detto, respinto la richiesta della riduzione dell’orario del part time, dell’introduzione del lavoro a chiamata aggiuntivo al lavoro “extra”, della riduzione del calcolo del periodo di comporto sulla malattia, etc. ma non abbiamo migliorato su questi temi le condizioni reali della nostra gente, e di questo ti assicuro ne siamo più che coscienti.
Sui quattro punti evidenziati in conclusione del volantino solo poche battute.
1)ampliamento delle competenze agli enti bilaterali del Turismo: non mi risulta che siano state ampliate le competenze dell’ente bilaterale, si rilegga il contratto precedente.
Su questo tema ti allego un documento dell’Ente Bilaterale del Turismo di Trento sul quale mi piacerebbe sapere il tuo parere su questa “buona” pratica di bilateralità (dato che questo territorio vede esponenti della rete 28 aprile in primari ruoli di direzione politica).
Anche sull'apprendistato professionalizzante ti informo che esso esiste già da qualche anno.
Se un problema sussiste, sta nella riduzione delle ore di formazione.
2)i contratti a termine, deroga al limite di 36 mesi massimi: vero, ma si omette di dire che è stato inserito l’accettazione del vincolo del diritto di precedenza nelle assunzioni per ottenere questa deroga. Sottolineo tra l’altro che questa norma è indispensabile per consentire ai lavoratori stagionali, anche per aziende aperte tutto l’anno, la prosecuzione del rapporto di lavoro.
3)Disciplina degli appalti di servizi: in questo punto, caro Giorgio si aggiunge un ulteriore elemento di malafede politica.
Per continuare l’opera di denigrazione si arriva a citare la legge 30, per far intendere che si è applicata anche questa legge nefasta nel contratto del turismo.
Premesso che la legge 30 con gli appalti c’entra “come i cavoli a merenda”.
Certamente il testo contrattuale regola le modalità della esternalizzazione di servizi, che purtroppo sono una realtà quotidiana del settore.
Per tua conoscenza ti spiego quello che invece è uno dei punti qualificanti dell’intesa. Certo noi avremmo voluto la proibizione delle esternalizzazioni, ma per i miracoli non siamo ancora attrezzati.
Con l’accordo raggiunto le aziende si impegnano a discutere la possibilità di trovare soluzioni alternative alla esternalizzazione al fine di mantenere l’unicità aziendale.
Nel caso però di mancato accordo, il contratto impone che nel capitolato d’appalto si inserisca il vincolo dell’applicazione delle medesime condizioni normative, ed economiche del contratto del Turismo. Inoltre quei lavoratori non potranno successivamente essere trasferiti ad altra sede lavorativa. Infine tali condizioni dovranno essere mantenute anche per tutti i rinnovi d’appalto del futuro.
Nel Turismo, nell’anno 2010, con l’attuale crisi in atto, credo che questo risultato meriti un maggior apprezzamento, al di là delle ideologie di ognuno.
4)godimento del riposo settimanale. Di “godimento” in questo punto credo ve ne sia ben poco. A qualcuno però va rammentato che il 6 agosto del 2008, appena insediato, il governo Berlusconi, ha promulgato una legge che stabilisce all’art 41 punto 5 “il suddetto periodo di riposo (settimanale ndr) consecutivo è calcolato come media in un periodo non superiore a 14 giorni”. Oggi questa è la legge dello Stato, penso anche per i compagni della rete 28 aprile. Il passato contratto aveva una limitazione che però, non avendo l’ultra vigenza su predetta norma, si è dissolta il 31 dicembre 2009, lasciando alle aziende mano libera nell’applicazione della legge. Non il contratto, ma la legge, consente alle aziende, di far lavorare i lavoratori fino a dodici giorni consecutivi. Nel contratto si è inserita una limitazione, che seppur insoddisfacente, è pur sempre una limitazione: che questo avvenga solo in presenza di cambio turno nell’organizzazione del lavoro, considerando che questa è anche una materia demandata alla contrattazione di secondo livello.

Ho voluto dilungarmi sul merito, perché è questo che in un contratto dobbiamo valutare.
Ma infine c’è anche un contesto.
L’attacco della rete 28 aprile, seppur legittimo, permettimi di dire, è sbagliato nel merito e nell’analisi.
Trovo nel volantino sia l’incapacità di leggere i contenuti per quelli che sono i pregi e i difetti (che per altro la Filcams nel suo insieme sa riconoscere) presenti nel testo.
Ma vi è anche l’incapacità di leggere il contratto alla luce della nostra mozione congressuale.
I compagni della mozione “la Cgil che vogliamo” non si sono votati alla pura testimonianza in Cgil.
Non siamo e non vogliamo essere la mozione “ degli accordi separati” a prescindere e non ci siamo chiamati “opposizione continua”.
La firma di un accordo deve essere frutto di coerenze e dei rapporti di forza dati.
La discontinuità che abbiamo richiesto è per rafforzare il ruolo della Cgil, sia sul piano politico che su quello negoziale.
Il vero problema è che la vicenda del contratto del Turismo, come quello degli altri contratti firmati sino ad ora, evidenzia come la scarsa confederalità stia in una linea che non ha governato “complessivamente” il problema del rinnovo dei contratti, attaccando frontalmente l’attuale legislazione sul lavoro e l’accordo sulle regole contrattuali.
Negli argomenti di merito sopra descritti ho voluto evidenziare come spesso ci si trova a dover mediare con la richiesta di applicare una legislazione del lavoro tutta a favore delle aziende: una pratica difensiva della limitazione del danno.
Ma per quanto limitiamo il danno, questo c’è e si fa sentire. E sommando “danno a danno”, con il susseguirsi di questa pratica contrattuale, si sta arrivando a non avere più ruolo nella vita lavorativa, perché assenti dal governo dell’organizzazione del lavoro.
Questo stato a mio avviso uno dei temi centrali che abbiamo portato nel dibattito congressuale e che dobbiamo continuare a portare all’interno la Cgil.
La continuità con una logica di isolamento delle categorie sui tavoli negoziali è una pratica perdente, che farà pagare un prezzo elevatissimo proprio della Cgil.
Lo svuotamento del contratto non avviene solo attraverso le leggi dello Stato o con accordi separati, ma anche nella pratica quotidiana, quando il sindacato diventa inutile agli occhi delle lavoratrici e dei lavoratori perchè il rapporto su turni, orari, ferie, prestazione lavorativa è un fatto individuale tra l’impresa ed il lavoratore.
Non per legge, ma con il ricatto. Ed a quel punto, volente o nolente, il sindacato nei fatti espulso dai luoghi di lavoro, è solo un soggetto di tutela e non più di rappresentanza.
Con immutata stima

Maurizio Scarpa Segreteria nazionale Filcams Cgil

fonte:http://www.rete28aprile.it/

Il clientelismo al potere? La Fiom propone Solidarietà e Trasparenza

Come RSU-FIOM-FERRARI sentiamo la grande responsabilità di lavorare nella prima organizzazione Sindacale presente in Ferrari, che nel corso dei decenni è stata sempre riconfermata dai lavoratori.
Sappiamo bene che i risultati delle elezioni della RSU in un’azienda in vista come la Ferrari determinano conseguenze sull’orientamento delle relazioni sindacali a livello territoriale e oltre.
È importante, quindi, che le lavoratrici e i lavoratori della Ferrari partecipino in tanti al voto per le elezioni della RSU.
Dimostrare all’azienda di avere una rappresentanza sindacale sostenuta dal voto della stragrande maggioranza degli operai e degli impiegati rende più forti le rivendicazioni dei rappresentanti.
E’ importante inoltre, che i lavoratori nello scegliere i propri rappresentanti lo facciano con attenzione e responsabilità estrema.
Chi verrà eletto rappresenterà al tavolo di trattativa in azienda e in Confindustria le lavoratrici e i lavoratori della Ferrari.
Pertanto, è indispensabile che innanzi tutto i lavoratori elettori guardino bene la sigla sindacale che intendono votare e solo dopo il candidato che ritengono più preparato e capace di rappresentanza.
Perché scegliere la Fiom-Cgil in Ferrari
La Fiom-Cgil oggi più che mai conduce battaglie sindacali e sociali fondamentali a livello nazionale e territoriale che si riflettono anche sul modo di lavorare della Rsu-Fiom-Ferrari
1) Innanzi tutto, come Fiom-Cgil vogliamo che siano i lavoratori a decidere sui contratti nazionali ed aziendali. Vogliamo che tutti i lavoratori metalmeccanici possano farlo.
Cisl e Uil invece, con l’ultimo contratto nazionale hanno permesso di far votare un pessimo contratto solo agli iscritti.
Questo è antidemocratico per cui è ora di raccogliere le firme per una legge sulla rappresentanza che non consenta alle minoranze sindacali di fare gli interessi dei padroni
Noi della Fiom, non coinvolgiamo i lavoratori solo per farci eleggere nella RSU, ma lo facciamo sempre, ad ogni rinnovo contrattuale e per ogni decisione importante per tutti i lavoratori
2) Come Fiom-Cgil stiamo lottando a livello nazionale per tutelare l’articolo 18 della legge 300/70.
Una tutela importantissima per tutti i lavoratori. Cisl e Uil invece, firmano accordi per aggirare la tutela.
Lo fanno sempre senza il mandato dei lavoratori!
Ormai loro sono una costola delle aziende e della politica.
Perché scegliere i candidati della Fiom in Ferrari
I candidati della Fiom-Cgil, e prima ancora la RSU-Fiom uscente, rappresentano innanzi tutto la volontà e la capacità di confrontarsi con l’azienda in modo trasparente, senza nessuna ambiguità. Ai candidati della Fiom inoltre si chiede sempre il massimo impegno alla formazione in merito ai contratti nazionali ed aziendali, l’attenzione ai problemi dei lavoratori senza particolarismi o clientelismi.
Le nostre scelte sono state sempre prese in modo collettivo.
All’individualismo dei delegati d’area è prevalso un metodo di lavoro collegiale che ha consentito di vedere prima degli altri problematiche e debolezze della Ferrari.
La collegialità garantisce la trasparenza di rapporti con l’azienda.
Vogliamo che i lavoratori riflettano prima di esprimere un voto per il rinnovo della RSU. Soprattutto in questa fase in cui CISL e UIL sono completamente inglobate nelle logiche padronali e governative, vogliamo che i lavoratori della Ferrari facciano una scelta importante per la garanzia dei diritti e della democrazia.
Votare Fiom in Ferrari assume un significato particolare, una risposta netta al modello di campagna elettorale che stanno conducendo alcuni candidati di Fim e Uilm
Mai come questa volta, si assiste alla frammentazione interna delle minoranze sindacali in Ferrari.
Mai come oggi, si assiste alla spudorata caccia al voto.
Purtroppo tutti stiamo assistendo a scene inquietanti: candidati giovani che promettono un trasferimento a gli chi garantisce il voto, oppure un miglioramento delle condizioni di lavoro, o peggio ancora si promette una raccomandazione ai capi che sono parenti o amici intimi.
Al clientelismo si aggiunge l’arroganza di alcuni delegati che hanno facoltà, con la complicità dei responsabili (Capo Team), di scattare foto (21-3-2010) per la candidatura a lavoratori che non vogliono candidarsi e già iscritti alla Fiom.
Scattano foto in azienda, cosa assolutamente vietata e che la direzione aziendale non vede.
Il peggio della politica clientelare si vuole trasferire in azienda e la Ferrari incoraggia l’imbarbarimento del tessuto sociale dell’impresa.
Cosa fa la Ferrari in vista delle elezioni per il rinnovo della RSU
La Ferrari non sta ferma.
Come ogni azienda lavora per avere di fronte un sindacato addomesticato, soprattutto in un momento così difficile.
Un sindacato dolce disposto a piegarsi alle esigenze aziendali a scapito della maggior parte dei lavoratori.
La Ferrari fa politica, e in occasione delle assemblee per la presentazione delle RSU in vari reparti i conduttori sono stati incaricati di invogliare i lavoratori a recarsi all’assemblea di una organizzazione in particolare.
L’azienda voleva che quell’assemblea, di solito poco frequentata, fossa stracolma.
La Ferrari fa politica, riavviando il ciclo di lettere di contestazione disciplinare per futili motivi nei confronti dei delegati più giovani della Fiom.
La Ferrari fa Politica attraverso i soliti Capi Area e Capi Team di turno che chiamano individualmente i lavoratori che hanno scioperato per l’articolo 18.
Questi signori che ormai si interessano più al sindacato che alla qualità del prodotto si informano sulle motivazioni che spingono un bravo operaio a fare sciopero.
La situazione al momento è questa.
Chi lavora in azienda e vive in Italia sa qual’è il legame che tiene insieme politica autoritaria, Confindustria, Cisl e Uil.
Immaginate se per un malaugurato caso una RSU composta da alcuni personaggi attualmente candidati avessero la maggioranza sindacale in azienda.
Il clientelismo al potere!
Decenni di lotte, di sacrifici bruciati per un trasferimento o per una buona parola con qualcuno. Tanti lavoratori del Sud si ritroverebbero nell’incubo clientelare e distruttivo che hanno lasciato, allontanandosi con dolore dalla propria casa.
C’è un sindacato solido in Ferrari, che in questi anni è stato sempre presente, in modo organizzato e non individualista, con Su la Testa, con iniziative autofinanziate, con denunce, proposte all’aziende, un orientamento sindacale stabile, con trasparenza e coinvolgimento di tutti i lavoratori iscritti e non iscritti al sindacato, come tutti sanno, non solo nei periodi di campagna elettorale.

Ai lavoratori la scelta.

RSU-FIOM-FERRARI

Stress da lavoro, 4milioni di europei ne soffrono

Lo stress da lavoro è tra le principali cause delle malattie professionali, colpisce 40milioni di persone nell'Unione Europea, ovvero circa il 22% dei lavoratori. Il 50%, 60% di tutte le giornate lavorative perse è riconducibile allo stress. Questi i dati riferiti dall'ISPESL, l'Istituto superiore per la prevenzione e la sicurezza sul lavoro, nel corso della nona Conferenza europea dell'Accademia della Psicologia del Lavoro.

I risultati dello studio evidenziano come i problemi riguardanti lo stress oggi investono in maniera sempre più consistente il mondo del lavoro. “I grandi cambiamenti nel mondo del lavoro - si legge in una nota dell'ISPESL - a partire dall'introduzione di nuove tecnologie fino alla diffusione di nuove forme contrattuali flessibili, oltre a portare profondo mutamento dell'organizzazione del lavoro, hanno introdotto anche nuovi rischi lavorativi”. Le cause dello stress, precisa l'Istituto, sono da attribuire ad uno squilibrio percepito tra gli impegni che l'ambiente fisico e sociale impone di fronteggiare e la propria capacità (percepita) di affrontarli, “quando si sperimenta una condizione di questo tipo nella realtà lavorativa si parla di stress-lavoro correlato”.

fonte:http://www.cgil.it

Lavoro: ridicolizzato da capo, azienda lo risarcisce

Lo ha deciso la Corte di Cassazione con una sentenza del 26 marzo

Ha diritto al risarcimento del danno per mobbing da parte dell'azienda il lavoratore che viene preso di mira e ridicolizzato da un capo davanti ai colleghi. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, con una sentenza del 26 marzo. Come riporta l'Apcom, la Corte ha respinto il ricorso di un'azienda torinese che non aveva tutelato un dipendente dall'atteggiamento di un direttore che lo aveva preso di mira, spesso mettendolo in ridicolo davanti ai colleghi. Inoltre l'uomo "veniva adibito a lavori molto gravosi rispetto a quelli svolti in passato nella indifferenza e complicità del rappresentante legale della società".

Il testo riconosce anche il risarcimento, segnalando "la forma di discriminazione o di persecuzione psicologica da cui consegue la mortificazione morale e l'emarginazione del dipendente nell'ambiente di lavoro, con effetti lesivi dell'equilibrio fisiopsichico e della personalità del medesimo".

fonte:http://www.rassegna.it

Occupazione uffici della Carlo Colombo spa da parte dei cassaintegrati

Oggi lunedì 29 marzo 2010 i lavoratori in cassaintegrazione della Carlo Colombo Spa hanno occupato gli uffici della sede centrale di Milano, in via B.Crespi 17, per protestare contro l’atteggiamento di totale chiusura dell’Azienda riguardo agli accordi presi in tema di ricollocazione degli esuberi, prepensionamenti ecc.
I lavoratori sono decisi a mantenere l’occupazione finché l’Azienda non darà delle serie garanzie di voler rispettare gli accordi presi più di un anno fa con i lavoratori e il sindacato.
La Carlo Colombo spa è una società produttrice di trafilati e piatti in rame. Nel gennaio 2009 attiva una procedura di mobilità per 81 lavoratori nella sede di Agrate Brianza con conseguente chiusura del sito. Con accordo firmato dinanzi al Ministero del lavoro si impegna al mantenimento in CIGS per due anni (verbale di accordo sindacale dell’ottobre 2008).
Ad ottobre 2009 la Confindustria comunica che non ci sono le condizioni per la concessione del secondo anno di CIGS perché non si è raggiunto il target. Gli esuberi non sono stati ben gestiti. Tale compito spettava alla Carlo Colombo, che se ne lava le mani e la soluzione è 77 lavoratori in mobilità! Dopo le proteste dei lavoratori, la Regione concede per il 2010 la Cassa Integrazione in deroga, ossia l’Azienda scarica sulla collettività i costi che si era impegnata a versare lei.
La Carlo Colombo produce componenti in rame che nel nostro paese non certo si può definire un mercato in crisi, però preferisce chiudere il sito di Agrate e spostare la produzione altrove per massimizzare i suoi profitti. I soggetti pubblici che hanno supervisionato l’accordo e gli enti preposti al monitoraggio dell’industrializzazione e dei livelli occupazionali cosa fanno? Nulla, stanno a guardare altre 77 famiglie che resteranno senza mezzi di sostentamento.
I lavoratori decidono di entrare in uno stato di agitazione permanente. Abbiamo fatto due manifestazioni a Milano sotto gli uffici della ditta, siamo andati alla Regione, alla Provincia, al Comune di Agrate, abbiamo fatto un picchettaggio ai cancelli dell’altro stabilimento della Colombo, a Pizzighettone, ma l’Azienda continua a rimanere indifferente agli impegni presi.
Per questo, se l’Azienda non si interessa di ricollocarci presso altre aziende come si era impegnata a fare, abbiamo deciso di ricollocarci noi nei suoi uffici, a tempo indeterminato.

Il Comitato dei Lavoratori della Carlo Colombo
Per contattare gli occupanti o per maggiori informazioni:
3470672632

lavoratoricolombo@gmail.com

lunedì 29 marzo 2010

Sciopero alla SMA serbatoi per la dignità dei lavoratori.

Dopo diversi incontri con la delegazione aziendale SMA serbatoi giovedì scorso le trattative su come proseguire l'utilizzo degli ammortizzatori sociali alla fine della Cassa Integrazione Ordinaria, si sono rotte per grave responsabilità della delegazione aziendale.
Il Sindacato e le Rsu della Sma sono stati posti davanti ad un'inaccettabile ricatto: o l'accettazione di una mobilità volontaria con incentivi risibili o l'accettazione, in deroga alla legge, di una cassa integrazione speciale discriminatoria, senza cioè la rotazione tra i lavoratori coinvolti, pena il tracollo dell'azienda!!!
Le assemblee dei lavoratori Sma tenutesi oggi hanno respinto tale ricatto e riaffermato la disponibilità, espressa più volte al tavolo, di utilizzare tutti gli ammortizzatori sociali a disposizione ma che in nessun modo possono essere lesivi della dignità dei lavoratori e dei loro diritti.
Per queste ragioni abbiamo inviato una lettera aperta alla proprietà SMA, sinora assente dal tavolo di confronto, ed una richiesta urgente di attivazione del tavolo di crisi alla provincia.
La situazione oggi è paradossale e inverosimile: mancano commesse che garantiscano lavoro pieno a tutti e non c'è nessuna richiesta di cassa integrazione!!!
Domani 30 marzo i lavoratori SMA sciopereranno per due ore con presidio dei cancelli.

fonte:http://www.rete28aprile.it

Le Rsu dei due stabilimenti
Ivano Molinari Sergio Bellavita
segretario generale Fim-Cisl Pr segretario generale Fiom-Cgil Pr

domenica 28 marzo 2010

Il premio di risultato: confronto tra il vecchio e il nuovo accordo aziendale


Nell’ultima colonna è riportato l’aumento mensile del premio dall’inizio del nuovo accordo rispetto al vecchio.
Per i lavoratori che hanno fatto cassa integrazione il premio annuale è ridotto in proporzione.
Nel 2009 il TOTALE del premio di risultato distribuito ai lavoratori rappresenta circa il 3 per cento dei guadagni dichiarati dalla Piaggio (6 milioni di euro su 200).

RSU FIOM PIAGGIO

venerdì 26 marzo 2010

Le precarie «.it»: il Cnr se ne sbarazza dopo 11 anni di servizio

Al registro dei domini web 16 cococò non saranno confermate. Eppure il loro reparto macina fatturati milionari

Lavorare in un istituto di ricerca, come si sa, in Italia vuol dire essere appesi a un filo. Lo stanno sperimentando in questi giorni 16 cococò del Cnr di Pisa, quasi tutte donne (15 impiegate e un uomo) che lavorano al Registro.it, il servizio che permette di prendere un proprio dominio su Internet. Il registro, come è ormai in tutta Europa, diventerà completamente automatico, e proprio per questo motivo i 16 operatori finiranno in mezzo a una strada dal prossimo dicembre.
La cosa più crudele, come avviene spesso al giorno d'oggi, è che nessuno dovrà prendersi la pena di «licenziare»: basterà aspettare la naturale scadenza del contratto, appunto per la notte di San Silvestro, e benvenuto Anno Nuovo. Dopo 11 anni di onorato servizio, tutti a casa. Il registro è aperto dal 1999, e le operatrici hanno dai 3 agli 11 anni di anzianità.
Il meccanismo «contrattuale» è questo: un concorso bandito ogni anno, per contratti di 11 mesi. E un mese di pausa, dunque, tra un lavoro e l'altro. Il tutto per 1300 euro al mese, compresi una ventina di giorni di ferie e i buoni pasto - dunque meglio di tanti altri cococò - ma per l'istituto comunque un grande risparmio. Infatti i 16 svolgono esattamente le stesse mansioni dei dipendenti - che notoriamente hanno 13 mensilità, e qui anche un premio di risultato a fine anno - sono tenuti a rispettare precisi orari di lavoro e sono integrati nei turni con tutti gli altri operatori, così come nei piani ferie, da comunicare in anticipo. Alla faccia dei «collaboratori», insomma.
Ma adesso tutto sembra essere finito: il direttore dell'Istituto informatica e telematica (Iit) del Cnr, Domenico Laforenza, settore da cui dipende il registro, ha spiegato che all'esaurimento dell'ultimo contratto non ha dove ricollocare i 16, e così non verrà più bandito alcun concorso. All'Iit lavorano in 76, e ci sono anche un gruppo di interinali occupati presso il desk telefonico, 6 o 7 persone, cui pare sia stato anche promesso un contratto fino a primavera 2011, e poi altri a seguire.
Così, le lavoratrici precarie hanno chiesto di trovare una ricollocazione, magari allo stesso desk telefonico. D'altra parte, Registro.it non è affatto un servizio in perdita: anzi l'ultimo fatturato è stato di ben 11 milioni di euro, e una parte di questi è stata usata per finanziare borse di dottorato triennali presso Pisa e altre università. Ancora, ben 2 milioni di euro sono stati «donati» al Cnr di Roma: un «maxi-assegno» da utilizzare per nuovi progetti di ricerca.
«In tutto questo, ci chiediamo noi - dice Paola Chiellini, una delle precarie - non c'è spazio per ricollocare 16 persone, riconoscendo il lavoro che abbiamo svolto in tutti questi anni? Siamo tutti tra 30 e 45 anni, specializzati, in buona parte donne con famiglie a carico, con mutui da pagare». I lavoratori hanno scritto una lettera al sindaco di Pisa, Marco Filippeschi, e l'altroieri hanno ricevuto promesse da Enrico Rossi, candidato Pd alla Regione. Speriamo che in ogni caso qualcuno li ascolti.

Antonio Sciotto

[Articolo su il manifesto del 26/03/2010]

fonte:http://www.ilmanifesto.it/

Per l’operaio della Videocon che si è suicidato

Non conoscevo l’operaio della Videocon che si è ucciso, spaventato dalla prospettiva del prossimo licenziamento per la fine dell’azienda in cui aveva lavorato per venti anni. Conosco, però, bene quello che sta accadendo in quella fabbrica 

Non conoscevo l’operaio della Videocon che si è ucciso, spaventato dalla prospettiva del prossimo licenziamento per la fine dell’azienda in cui aveva lavorato per venti anni. Non so se abbia famiglia, se abbia figli, se la sua depressione sia dipesa solo dalle prospettive nere per il suo futuro o anche dal riaffiorare di angosce più lontane e profonde. Conosco, però, bene quello che sta accadendo in quella fabbrica, alle persone che ci lavorano dentro, ai sindacalisti che cercano di fare il loro dovere, nel vuoto completo del governo che non ha soluzioni da proporre e della politica che finora è riuscita solo, e nei casi migliori, a descrivere il problema senza avere uno straccio di idea da suggerire.

Sono rimasto colpito, qualche tempo fa, dalla notizia che un importante uomo di governo regionale si è molto compiaciuto – e forse a ragione – di essere riuscito a mandare alla Videocon una troupe della Rai, per girare un servizio da trasmettere su qualche telegiornale regionale, perché dà il senso di questo momento, quando ci sono politici, non necessariamente i peggiori, che si accontentano, nell’impotenza di ogni azione, di svolgere il ruolo di portavoce, di addetti alle relazioni pubbliche di una causa: di addetti stampa di un problema che in realtà dovrebbero provare a risolvere più che rappresentare.

Conosco da vicino molti operai della Videocon, dicevo. Uno di loro è mio cognato, si chiama Vincenzo. È entrato in Videocon (che allora e fino a sei anni fa si è chiamata Videocolor) quando aveva poco più di venti anni, fresco del brillante risultato della maturità conseguita in un istituto professionale. Nei tanti anni – un quarto di secolo, all’incirca – durante i quali ha lavorato in questa fabbrica, facendo ogni turno senza mancarne uno, assentandosi solo per un periodo che, colpito da una paresi facciale subita per il freddo dei trasferimenti notturni, gli venne letteralmente imposto dal medico, aveva costruito la sua dimensione di lavoratore e di cittadino, un po’ scontento e un po’ orgoglioso, come tutti noi, del suo mestiere. Un giorno è stato messo in cassa integrazione, un giorno i proprietari indiani dell’azienda hanno provato a fargli credere che non sapeva lavorare: a lui, esempio di quell’aristocrazia operaia che in Ciociaria non si trova facilmente (nei più anziani c'è ancora la nostalgia della propria campagna, del lavoro regolato dai tempi della natura), ma che quando si trova ha la stessa nobiltà di quella che ha creato, nelle fabbriche e nelle officine del nord, la ricchezza e la morale più solide di questo nostro paese.

Ho visto il suo smarrimento, la sua delusione, la sua rabbia: qualche volta la sua disperazione; che si è temperata solamente con l’impegno, assolto con la caparbia meticolosità che gli è consueta, nell’attività sindacale, con la Cgil, per trovare insieme con gli altri una via di uscita.

Non conoscevo l’operaio che si è suicidato, ma ho visto da vicino le ragioni stravolte che possono portare al suicidio una persona per bene, che ha sempre lavorato, che si è rivolto alla vita sempre con moderazione, perché così gli è stato insegnato e così ancora sente che è giusto insegnare ai propri figli. E che alla fine tocca la smodatezza di tutto il resto: del padrone indiano che ha bruciato in un breve giro di anni il bonus d’entrata che gli era stato riconosciuto dal vecchio proprietario desideroso di sfilarsi da una situazione difficile, dei faccendieri delle mille finanziarie italiane che cercano di inventarsi o semplicemente farsi credere imprenditori per ritagliare la loro fetta del malloppo, dei politici che si accaniscono con proposte strampalate e improbabili piani di business alle viste di elezioni che dovrebbero coronare le loro carriere altrimenti vuote.

E osservo che quell’operaio che si è ucciso, a pochi chilometri da casa mia (non in un posto lontano, da leggerlo solo sui giornali) non ha nemmeno potuto proteggersi sotto l’ombrello del riconoscimento di un destino comune, quello di vivere in una situazione di crisi che non dipende da lui e che, se ci fosse stato un governo attento alle traversie sue e di altri come lui, avrebbe potuto essere affrontata con speranza di successo o per lo meno con la consapevolezza di aver tentato il possibile, nessuno essendo tenuto all’impossibile. No, c’è chi ha provato a fargli credere che tutto questo non esiste, e che esiste invece un paese che sta bene nel quale se qualcuno si ammazza è per un suo disturbo, una sua deficienza, una sua debolezza. Perché mentre tutti gli altri vincono, lui solo è lo sconfitto.

Tarcisio Tarquini

fonte:http://www.rassegna.it

giovedì 25 marzo 2010

Giorgio Cremaschi: “Tre no alla proposta di Bonanni”

Ci sono tre obiezioni di fondo da rivolgere ai ragionamenti che Bonanni su “Il Sole 24-Ore” rispetto alla democrazia sindacale. La prima è che una legge sulla democrazia e la rappresentanza sindacale è necessaria proprio perché sono saltati tutti gli accordi unitari e perché non ha più funzionato il sistema dell’autoregolamentazione. La non credibilità dei dati degli iscritti, che lo stesso Bonanni ammette, è solo l’effetto patologico ultimo di questa situazione. Occorre quindi una legge sulla rappresentanza e non semplicemente un’intesa tra Cgil, Cisl e Uil che non ha funzionato e non funzionerebbe.
In secondo luogo non si può legare la legge all’attuazione dell’accordo sul sistema contrattuale. Quell’accordo è contestato da una parte dei sindacati e quindi non può diventare la base per la nuova democrazia sindacale.
Infine, ma non da ultimo, la legge sulla democrazia sindacale non può essere consociativa. Non può fondarsi sul principio che prima tutti i sindacati sono d’accordo tra loro e poi, forse, i lavoratori votano. La democrazia sindacale deve prima di tutto disciplinare e regolare il diritto dei lavoratori a decidere da quale sindacato essere rappresentati e se approvare o no  piattaforme ed accordi, anche e soprattutto quando i sindacati non sono d’accordo.
In conclusione l’intervista di Bonanni su “Il Sole 24-Ore” dimostra la giustezza della scelta della Fiom di raccogliere le firme su una proposta di legge di iniziativa popolare. Il segretario della Cisl ripropone ancora una volta le posizioni che hanno portato alla rottura e alla paralisi della democrazia sindacale.
 
fonte: http://www.rete28aprile.it

Una strategia per fermare la controriforma del lavoro

“Abbiamo solo cominciato, si può fare molto di più” – ha detto il Ministro Sacconi, ieri l’altro sostenendo la necessità di farla finita con l’“ossessivo” intervento del legislatore in materia di lavoro, per passare finalmente dalla “ cultura ostile all’impresa” al motto romano “famo a fidasse”. Testuale. Evidentemente, è in omaggio a questo motto che il governo ha omesso di disturbare la Fiat, rinunciando ad avere voce in capitolo sui piani della multinazionale. Ed è il medesimo motto che guida le azioni del governo quando smantella i diritti e il processo del lavoro. A che serve un giudice, quando si può risolvere tutto con una pacca sulla spalla? Sono faccende da chiudersi in famiglia, con arbitri privati che dispensano decisioni senza l’intralcio di leggi e tribunali. Faccende da archiviarsi senza sindacati, a meno che non siano collaborativi, parte della medesima famiglia, alla cui testa sta la paterna guida dell’imprenditore.
Il siparietto di Sacconi non è, con tutta evidenza, una battuta. E la sua dichiarazione che “si può fare molto di più” va presa sul serio. Perché quello che ha fatto il governo dal suo insediamento ad oggi non è un insieme casuale di scelte, ma sta dentro un disegno limpido, quello di operare una controriforma organica del modello sociale di questo Paese, eversiva della Costituzione repubblicana. Come ha scritto Paolo Ciofi, i disegni di Berlusconi non rappresentano un’alternativa di governo, ma un’alternativa di sistema, che si cerca di far passare, “aiutati” dal contesto della crisi. Il governo lascia che la crisi macini. Non fa niente sul terreno delle politiche industriali, né sul terreno di interventi anticiclici di sostegno al reddito, ai salari e alle pensioni. Nella giornata di ieri i nuovi dati pesantissimi sulla perdita di posti di lavoro testimoniano tutta la drammaticità della situazione: cala l’occupazione, cresce la disoccupazione, cresce il numero degli inattivi. Nella stessa giornata di ieri la vicenda delle indiscrezioni sul piano Fiat, con il taglio di cinquemila posti di lavoro diretti e l’emorragia conseguente nell’indotto, testimoniano lo scandalo non solo dell’irresponsabilità totale di un’impresa che, dopo aver ampiamente goduto di benefici pubblici, mette in dubbio la stessa esistenza nel nostro paese di un comparto strategico, ma tutta la sudditanza del governo che non ha mosso foglia. Parallelamente, a fronte dell’evidenza della fine della cassa integrazione ordinaria in molte realtà, si rifiutano provvedimenti di incremento della durata degli ammortizzatori sociali, dell’entità del sostegno al reddito, della generalizzazione delle tutele. Ma se su questo versante non si agisce, ci si dedica alacremente, viceversa, ad attaccare i diritti del lavoro. Il “collegato lavoro” è un tassello di un mosaico che si compone con l’accordo separato sulla contrattazione, con le politiche concrete portate avanti sul sistema di welfare, con il Libro Bianco. Si vuole svuotare l’intero sistema di garanzie a tutela dell’effettività dei diritti del lavoro, si vuole compiere un passo decisivo verso l’individualizzazione dei rapporti di lavoro, verso la polverizzazione e precarizzazione dei rapporti di lavoro, verso la distruzione del ruolo e dell’autonomia dei sindacati. L’estensione totalizzante della bilateralità è il cuore del nuovo modello sociale che si vuole costruire. Prevista dall’accordo separato, sancito nei rinnovi contrattuali dei chimici come dei meccanici e di altre categorie, gli enti bilaterali acquisiscono un ruolo ulteriore con il collegato lavoro: certificatori dei contratti e “arbitri” che decidono sulle controversie al posto del giudice. Mentre nei disegni del Libro Bianco ad essi vengono assegnate una pluralità di funzioni impressionante: dalla “gestione condivisa dei mercati locali del lavoro .. alla sicurezza, alla formazione, all’integrazione del reddito, al ricollocamento, alla previdenza complementare, all’assistenza sanitaria, agli oneri per la non-autosufficienza”. La privatizzazione di interi comparti del sistema di welfare, la volontà di sostituire ruoli e prerogative pubbliche con la gestione di organismi neo-corporativi è manifesta. Si attaccano congiuntamente il ruolo e l’autonomia della magistratura, il ruolo e l’autonomia del sindacato, la funzione pubblica e il carattere universalistico dei diritti sociali. Per affermare un modello in cui tutto è discrezionale e in cui la reductio ad unum, cioè alle ragioni dell’impresa, è garantito dalla cogestione tra imprese e sindacati. Al diritto, alla libertà dell’azione sindacale, al carattere progressivo del conflitto sociale si vuole sostituire il regno della “dipendenza” e forse del “favore”. Questo è il disegno. E la crisi, con la debolezza oggettiva di lavoratrici e lavoratori, il contesto in cui lo si vuole realizzare. Questo disegno deve essere fermato. Facendo un salto di qualità nella costruzione del conflitto. Avviando la campagna referendaria contro la precarietà e per abrogare le norme su cui si basa l’aberrazione del “collegato lavoro”. Sostenendo la campagna avviata dalla Fiom contro gli accordi separati e per la democrazia sindacale. Ed anche con il voto di domenica, per dare forza alle ragioni del lavoro e della democrazia.

Roberta Fantozzi
 
[Articolo su Liberazione del 25/03/2010 ]

fonte:http://www.liberazione.it/

mercoledì 24 marzo 2010

La cgil firma anche nel turismo con cisl e uil

Nel preambolo dell'accordo sul CCNL del Turismo siglato il 20 Febbraio 2010 da CGIL, CISL e UIL di categoria, vi è la seguente nota che sul piano politico, risulta eloquentemente esplicativa:
"visto il protocollo interconfederale del 22 Gennaio 2009, il CCNL Turismo 19 Luglio 2003, l'accordo 12 Giugno 2008 e l'accordo di rinnovo del CCNL Turismo del 27Luglio 2007, si è stipulata la presente ipotesi di accordo per il rinnovo del contratto Collettivo Nazionale di lavoro per i dipendenti da aziende del settore del Turismo".
Ciò che balza subito agli occhi, è l'esplicito riferimento contenuto nel suddetto preambolo, all'accordo quadro sulla riforma contrattuale, sottoscritta unilateralmente per quanto concerne il sindacato confederale, da CISL e UIL e UGL.
La CGIL ha sostenuto, a partire dal congresso, che avrebbe disapplicato nei rinnovi contrattuali delle singole categorie, i principi e le regole contenute nell'accordo separato, dato il suo chiaro giudizio di contrarietà espresso all'unanimità dall'organizzazione.
Invece, con la firma apposta dai dirigenti nazionali della Filcams al rinnovo del Turismo avvenuta dopo la chiusura dei congressi di base, quando la categoria era ben certa del risultato quasi plebiscitario ottenuto al congresso dal documento Epifani, hanno confermato la giustezza delle critiche contenute nel secondo documento dove si sosteneva che il diniego della CGIL nei confronti delle nuove regole contenute nell'accordo separato, era solamente formale, poiché non veniva sostanziato da precisi atti politici di rottura nei confronti di CISL e UIL che di fatto sono le stampelle del governo Berlusconi e complici del disegno politico messo in campo da Governo e Confindustria (vedi anche il ruolo giocato dalle presenti organizzazioni sindacali sulla vicenda art. 18), che intendono far pagare la crisi economica ai lavoratori.
Abbiamo sempre sostenuto sulla partita dell'accordo separato che non ci sono vie di mezzo, o quell'accordo salta perché la CGIL ricostruisce un nuovo modo di far sindacato basando l'azione politica e sindacale sul conflitto, oppure i rinnovi contrattuali verranno sottoscritti anche dalla CGIL, sulla base dei principi contenuti dall'accordo separato del 22 Gennaio 2009. Rispetto a questa analisi, l'accordo del Turismo, ha sostanzialmente confermato le nostre previsioni.
Entrando nel merito dei contenuti dell'accordo, costatiamo che, sull'aumento salariale, convenuto con le controparti, si è andati anche peggio rispetto ad altri accordi dello stesso segno politico in precedenza sottoscritti, come per esempio, i rinnovi degli alimentaristi e dei chimici. Infatti, ci esprimemmo criticamente già nei confronti della piattaforma rivendicativa elaborata dalla Filcams CGIL, sostenendo che sulla questione salariale, la trattativa era partita da una richiesta largamente insufficiente di 135 € al 4' livello.
Con la firma dell'accordo, costatiamo che malgrado l'aumento salariale sia superiore agli 86 €, richiesti nelle piattaforme di Fisascat Cisl e Uiltucs Uil, che sulla costruzione del salario, hanno rispettato pedissequamente il famigerato sistema di calcolo denominato IPCA, l'aumento ottenuto unitariamente, è inferiore alla già misera richiesta avanzata dalla sola Filcams.
Nell'arco dei prossimo tre anni ai lavoratori del Turismo verranno corrisposti dalle imprese del settore, la "modica" cifra di 115 € parametrati al 4' livello i quali verranno erogati, in ben sette rate mensili. Se calcoliamo che da questo rinnovo un direttore d'albergo (livello A della scala parametrale) percepirà in tre anni 163,90 €, i facchini e le cameriere (livello 6) ne percepiranno invece 102,25, ciò fornisce, una chiara lettura del rinnovo che aumenta le disuguaglianze tra gestori e produttori della ricchezza.
La prima rata verrà erogata dalle imprese con la retribuzione di febbraio 2010 e sarà per i 6' livelli pari a 8,89 € lordi. Negli anni a venire le rate fino a settembre 2012 non supereranno la cifra di 13,34 € lordi. Questi lavoratori che sono indiscutibilmente quelli sottoposti al maggior dispendio di energie fisiche nelle strutture turistiche durante lo svolgimento delle proprie mansioni (e dove è più forte l'insediamento sindacale), non si accorgeranno, nei prossimi tre anni, di aver percepito un aumento salariale poiché lo stesso, verrà completamente assorbito dall'aumento dell'inflazione.
Come abbiamo sempre sostenuto, la durata triennale degli accordi in assenza di un meccanismo automatico (scala mobile) che recuperi l'inflazione, è la programmazione della riduzione del salario.
Per questo, come Rete 28 Aprile, avevamo formulato una forte critica nei confronti della piattaforma unitaria all'epoca presentata al governo Prodi da CGIL, CISL e UIL, dove si sosteneva, nell'ottica di una condivisa riforma contrattuale tra le tre confederazioni sindacali, la durata triennale degli accordi nazionali. Su questa ipotesi di riforma del sistema contrattuale, sostenevamo di contro, che la durata della parte salariale dei contratti nazionali, doveva confermare la durata biennale degli stessi per non perdere ulteriormente il potere d'acquisto dei salari, mentre si dovevano rivendicare, aumenti salariali ben oltre l'inflazione reale.
Questo rinnovo dimostra chiaramente quanto sia fallace l'idea propinata e sostenuta dal documento di maggioranza al congresso, di ricomporre l'unione sindacale con CISL e UIL, partendo dai rinnovi di categoria sottoscritti sulla base di una mediazioni tra le posizioni contenute nell'accordo separato e le posizioni della CGIL.

Sul versante normativo, le cose non sono andate meglio.

1) Viene ulteriormente normato, con l'ampliamento delle competenze agli enti bilaterali del Turismo, l'apprendistato professionalizzante.

2) Per quanto concerne i contratti a termine, si è consentita la deroga al limite di 36 mesi massimi per questa tipologia contrattuale che, nel settore, è una tra le tipologie contrattuali più utilizzata dalle imprese.

3) Si disciplinano gli appalti di servizi che erano stati già concessi nel precedente rinnovo contrattuale e che sono parte integrante della legge 30. Negli ultimi mesi e con la scusa della crisi, moltissime aziende alberghiere forti di questa concessione contrattuale, hanno aperto le procedure per la cessazione a soggetti terzi di settori produttivi (piani, lavanderia, bar, ristorante), in passato gestiti dalle aziende.

4) Modalità di godimento del riposo settimanale. Su questo aspetto si è accettato che il riposo settimanale venga calcolato su intervalli più lunghi di una settimana, consentendo così alle aziende, di far lavorare i lavoratori fino a quattordici giorni consecutivi.

I delegati e le delegate della Rete 28 Aprile, analizzato il testo in oggetto, forniscono nei confronti dell'accordo del Turismo, un giudizio ampiamente negativo.
E richiedono alla segreteria nazionale di indire e attivare come forma di consultazione tra i lavoratori dei settori interessati dal presente rinnovo lo strumento del referendum.

Rete28Aprile


fonte: http://www.rete28aprile.it/

Ancora una firma della cgil che legittima l'accordo separato di cisl e uil

Firmato il contratto della gomma plastica: anche qui passa la controriforma del sistema contrattuale

E’ stato firmato il contratto dei lavoratori della gomma plastica e come al solito tutti i dirigenti sindacali, compresi quelli della Filctem-Cgil, considerano questo risultato come il massimo e il meglio possibile.
In realtà anche qui, come negli altri contratti firmati unitariamente:

- Passa la nuova struttura contrattuale con il contratto nazionale che dura tre anni con i 7 mesi di blocco per gli scioperi tra un contratto e l’altro, con la totale variabilità del salario aziendale.

- Si riducono i diritti e gli spazi di contrattazione, sia collettivi che individuali. Infatti la contrattazione aziendale viene bloccata per 12-18 mesi, a seconda delle scadenze, mentre il leggero incremento dei salari superiore all’Ipca è, come spiegano la Cisl e le imprese, pagato integralmente dalla maggiore flessibilità del lavoro.

- Si conclude il contratto senza una vera consultazione dei lavoratori, basata sul referendum, ma con il solito sistema della raccolta dei voti e dei pareri nelle assemblee.

In particolare nel contratto della gomma plastica si introduce un principio profondamente negativo per i lavoratori del settore ma anche per tutti gli altri: le riduzioni di orario di lavoro, frutto di tanti anni di lotte e conquiste, vengono legate alla presenza in fabbrica. In questo modo la riduzione dell’orario diventa una sorta di premio di presenza.
Si capisce perché la Confindustria consideri molto positivamente questo risultato.
Ancora una volta si dimostra che i contratti svolti con il nuovo sistema contrattuale, frutto dell’accordo separato del 22 gennaio 2009, producono una riduzione del salario e dei diritti. I 100 euro di aumento sui minimi in tre anni, largamente scaglionati, sono proporzionalmente meno di quanto la gomma plastica ottenne nei contratti precedenti che duravano due.
A questo punto solo i metalmeccanici restano con un contratto separato, mentre tutte le altre categorie hanno un contratto unitario all’interno del nuovo sistema. La Confindustria ha più volte espresso la propria soddisfazione per questo risultato, anche perché è ottenuto in gran parte senza nemmeno un minuto di sciopero.
La Rete28Aprile considera sbagliata la scelta di rientrare dalla finestra in un sistema contrattuale che, oramai è chiaro, impone accordi dove è più quello che si restituisce che quello che si ottiene. Bisogna andare avanti sul no al sistema contrattuale del 22 gennaio, così come hanno fatto i metalmeccanici della Fiom, altrimenti, un po’ alla volta, il contratto nazionale di lavoro verrà sostituito dalla totale flessibilità e dalla precarietà del salario, delle condizioni di lavoro, dei diritti.

La Rete28Aprile nella Cgil dice no al contratto della gomma plastica

                                                                                                                                Rete28Aprile

fonte:http://www.rete28aprile.it/

Assemblea della mozione: un passo avanti ma non basta

L’assemblea della mozione “La  Cgil che vogliamo”, tenutasi sabato 20 marzo a Roma, ha espresso con entusiasmo e partecipazione la voglia di continuare. E’ stata una bella assemblea, sentita e persino più numerosa di quella di avvio della mozione. Segno che le forze in campo per continuare la battaglia ci sono. Naturalmente occorrono le decisioni necessarie nelle strutture e nei gruppi dirigenti che fanno riferimento alla mozione. E qui ancora c’è molto da decidere e da fare. Facciamo l’elenco delle questioni.

1 –     La non certificazione dei dati del congresso nazionale della Cgil. Questa non è una questione di carattere legale, ma un fatto politico. Si tratta cioè di affermare che il 17% della mozione è il risultato di un congresso che in molte realtà si è svolto senza i livelli minimi di trasparenza e democrazia. La scelta della non certificazione è dunque la scelta di continuare la battaglia per la democrazia interna nella Cgil, a partire dal diritto degli iscritti di decidere sulla base di regole chiare e giuste.

2 –     La differenza, che rimane con la  maggioranza, su come affrontare l’attacco ai diritti e al contratto nazionale. La debolezza della risposta della Cgil sulla legge sull’arbitrato, la firma continua di contratti che applicano l’accordo separato del 22 gennaio, con l’isolamento oramai totale della Fiom, dicono che la Cgil sta praticando il rientro di fatto nel sistema dell’accordo separato. A questo punto al congresso nazionale la mozione deve dire con chiarezza se intende adeguarsi a questa linea o se intende contrastarla. Se farà la seconda scelta sarà evidente l’impossibilità di una conclusione unitaria del congresso nazionale della confederazione.

3 –      Allo stesso modo, sulla questione della democrazia e dell’unità, c’è una pratica reale della maggioranza dell’organizzazione che sostanzialmente conduce all’unità a tutti i costi con Cisl e Uil e alla rinuncia a una trasparente democrazia sindacale. Il referendum non viene né accolto né praticato fuori dai metalmeccanici, il sistema degli enti bilaterali e più in generale della concertazione burocratica resta la pratica che o si accetta o si subisce in tante realtà. Nella sostanza resta da costruire una Cgil rinnovata che rifiuti il modello di Cisl e Uil.

4 –    Se la mozione deciderà di continuare la sua battaglia per cambiare la Cgil negli obiettivi e nella democrazia interna, questo deve avvenire con trasparenza e partecipazione.
Nella sostanza se al congresso nazionale ci sarà una vera sintesi unitaria, con il riconoscimento da parte della maggioranza delle ragioni della minoranza, allora non ci sarà ragione di un’area programmatica. Ma se invece la maggioranza, come è suo diritto, considererà approvata la sua linea e offrirà solo la partecipazione nei gruppi dirigenti per realizzarla, allora la decisione spetterà alla mozione di minoranza.

5 –     La nostra posizione è chiara: o cambiano davvero le cose in Cgil oppure continuiamo la battaglia per la Cgil che vogliamo da minoranza e, se necessario, da opposizione democratica. La costituzione di un’area programmatica è quindi il risultato di una scelta sui contenuti. Se non siamo d’accordo con la maggioranza e vogliamo continuare a sostenere le nostre idee, dobbiamo necessariamente ricorrere agli strumenti previsti dallo Statuto e dalle regole. Un’area programmatica di dissenso e opposizione è uno strumento di democrazia nella vita dell’organizzazione. Essa è anche necessaria per superare le incomprensioni e anche le vere e proprie forme di autoritarismo che si sono manifestate in alcuni congressi, in Lombardia e in Toscana, anche all’interno della mozione. Si lotta per la democrazia praticandola fino in fondo, questa coerenza è il principale investimento sul futuro della mozione che comunque ha ricevuto il consenso convinto di 310.000 iscritte e iscritti alla Cgil.

Questi sono i punti di fondo che proporremo nelle prossime settimane. E’ necessario che la mozione arrivi al congresso nazionale della Cgil con una posizione chiara e in grado di incidere nelle scelte sindacali.

Rete28Aprile

fonte:http://www.rete28aprile.it

Reintegrato il delegato Fiom Cgil Maserati Eugenio Scognamiglio!

Le lavoratrici e i lavoratori della Rete 28 Aprile esprimono gioia e soddisfazione per la notizia di queste ultime ore circa il reintegro sul posto di lavoro di Eugenio Scognamiglio deciso dalla magistratura a seguito del licenziamento arbitrario, illegittimo e antisindacale commiato al lavoratore, non che delegato Rsu Fiom, dalla Maserati nel dicembre 2008.
Fin da subito il sindacato indicò in quel atto una chiara rappresaglia politica contro un delegato sindacale onesto e coerente che si era battuto per difendere l’occupazione in Maserati a fronte di 112 licenziamenti di lavoratori precari deciso unilateralmente dall’azienda.
Ci sono voluti quattordici mesi di lotte, scioperi, iniziative e ricorsi giudiziari ma alla fine un primo risultato è stato ottenuto, Eugenio rientrerà in fabbrica al suo posto, in mezzo ai suoi compagni.
La rappresaglia antisindacale non ha vinto. I diritti e le agibilità garantite a un singolo lavoratore rafforzano tutte e tutti e impongono più miti consigli al gruppo Fiat, da sempre arrogante nei confronti dei lavoratori e dei loro diritti, il caso di Eugenio valga come precedente per tutti: non accetteremo di rimettere indietro le lancette della storia, non accetteremo il ritorno agli anni ’50 delle relazioni sindacali.
Questa esperienza dimostra ancora una volta l’importanza dell’articolo 18 e della necessità di difenderlo ad ogni costo dai continui e recenti attacchi che sta subendo.
Ogni licenziamento sarà una trincea di lotta. 

Rete28Aprile nella Cgil di Modena 

fonte: http://www.marxismo.net

FIAT: 5mila dipendenti in meno

Secondo delle 'indiscrezione' riportate dal quotidiano 'La Repubblica', nel nuovo piano FIAT previsti un taglio di quasi 5mila addetti e la riduzione di un quarto del numero dei modelli, da 12 a 8.

Un taglio di quasi 5mila addetti e la riduzione dei modelli prodotti, che passano da 12 a 8. Ecco il nuovo piano strategico FIAT 2010-14 che, secondo quanto riporta oggi 'La Repubblica', l'amministratore delegato Sergio Marchionne presenterà al cda del prossimo 21 aprile.

Queste indiscrezioni - si legge nell'articolo - parlano anche di sette modelli con marchio FIAT, Alfa e Lancia realizzati negli Usa per il mercato d' Oltreoceano, per una produzione complessiva che dovrebbe superare le 350 mila unità sull'altra sponda dell' Atlantico. Particolarmente critica, in base ai programmi, la situazione della produzione motoristica in Italia. Il piano prevederebbe dunque “il taglio del 15% degli organici degli addetti al montaggio finale”, quei 30mila operai di linea che nei mesi scorsi sono rimasti fermi per due settimane quando ha cominciato a farsi sentire l'effetto dello stop agli incentivi.

Nel calcolo, scrive ancora 'La Repubblica', sono compresi i 1.500 dipendenti diretti di FIAT a Termini Imerese (come è noto lo stabilimento siciliano chiuderà il 31 dicembre del 2011) e i 500 dipendenti che andranno in mobilità volontaria a Cassino sulla base di un accordo sindacale firmato nei mesi scorsi. Sono una novità invece i 2.000-2.500 addetti in meno alle Carrozzerie di Mirafiori e le 500 tute blu che il sindacato stima possano perdere il posto a Pomigliano in seguito al passaggio dalle produzioni Alfa alla Panda.

fonte:http://www.cgil.it

Oltre 2 milioni di disoccupati, record dal 2001

Per il secondo anno consecutivo i senza lavoro crescono in maniera consistente: nel quarto trimestre del 2009 la disoccupazione è salita all’8,6% con un saldo negativo di 428mila posti. Aumentano anche gli inattivi, male soprattutto il Centro-Nord
La crisi non è finita. Nonostante da più parti si parli di ripresa, almeno per il versante dell’occupazione i segnali continuano a essere totalmente negativi. Soltanto così si possono leggere gli ultimi dati diffusi oggi (24 marzo) dall’Istat che sottolinea come nel quarto trimestre del 2009 continui sia il calo dell’occupazione sia l’aumento della disoccupazione. Il numero delle persone in cerca di lavoro ha raggiunto la cifra record di 2.145.000 unità (addirittura +20,8 per cento sullo stesso periodo di un anno prima) e il tasso di disoccupazione è arrivato all’8,6 per cento (dato grezzo): si tratta, per entrambi i valori, del livello più elevato dal quarto trimestre del 2001. Sempre nel quarto trimestre dell’anno scorso, prosegue l’Istat, il numero degli occupati risulta pari a 22.922.000 unità, segnando un calo annuo pari all’1,8 per cento (-428mila unità), per un tasso di occupazione pari al 57,1 per cento.

“Per il secondo anno consecutivo - osserva l’istituto di ricerca - il numero dei disoccupati cresce in misura consistente. Nella media del 2009 aumentano del 15 per cento (+253.000 unità) le persone in cerca di occupazione in confronto a un anno prima. L’incremento interessa prevalentemente le regioni settentrionali (+181.000) e dipende in misura significativa da quanti hanno perso il posto. Decisamente meno accentuata è la crescita della disoccupazione nelle regioni centrali (+60.000) e soprattutto in quelle meridionali (+12.000), dove si concentra esclusivamente nella componente maschile. Al protrarsi del calo dell’occupazione autonoma, dei dipendenti a termine, dei collaboratori - spiegano i ricercatori - si associa anche l’amplificarsi della riduzione dei dipendenti a tempo indeterminato, in particolare nelle piccole imprese”.

Il calo dell’occupazione riguarda in maniera molto accentuata gli italiani (-530mila unità), a fronte di una crescita, con ritmi inferiori al passato, di quella straniera (+103mila). Se poi guardiamo all’intero anno 2009, il tasso di disoccupazione sale al 7,8 per cento dal 6,7 per cento del 2008. Nella media sui dodici mesi aumentano del 2,3 per cento anche gli inattivi tra i 15 e i 64 anni (+329.000 unità).

fonte:http://www.rassegna.it

martedì 23 marzo 2010

Siamo giunti al rinnovo della R.S.U. e l’azienda …sceglie i propri delegati ?!?!

Il giorno 16 c.m. abbiamo provveduto a comunicare alla direzione Piaggio l’avvio delle procedure per il rinnovo della RSU e RLS, in applicazione della disciplina contenuta nel CCNL in base all'accordo del 02/02/94, degli accordi interconfederali del 20/12/93 e del 22/06/95 e, soprattutto, per rispetto delle “regole” che prevedano, ogni tre anni, di rimettere il mandato nelle mani delle lavoratrici e dei lavoratori.
Lo abbiamo fatto unilateralmente, non perché non abbiamo provato a concordare un percorso unitario, ma perché le risposte che abbiamo ricevuto sono state irricevibili: La UILM ci ha proposto un impossibile e non comprensibile “commissariamento” della RSU, mentre la FIM ci ha detto che, per un percorso concordato ed unitario, avremmo dovuto acconsentire che si potesse nominare un certo numero di delegati, non in relazione ai voti realmente ricevuti, ma in base ad un patto di solidarietà che oggi, a nostro parere, non ha più nessun motivo di esistere.
Comunque, niente di strano o preoccupante, in quanto è chiaramente “normato” che anche una sola organizzazione sindacale può dare avvio alle procedure per il rinnovo delle RSU.
Strano e preoccupante è, invece, l’atteggiamento dell’azienda.
Proviamo a mettere in “fila i fatti”:
Nel mese di settembre dello scorso anno, due nostri delegati della 2/R (ufficialmente per motivi personali) dettero le dimissioni dalla RSU.
Per questo motivo, uno di loro che aveva avuto, fino a quel momento, l’incarico di responsabile politico della FIOM in Piaggio, venne spostato dalle linee della 2/R al magazzino logistica.
Per poter continuare a tutelare al meglio anche quelle lavoratrici e quei lavoratori, la nostra organizzazione chiese all’azienda e alle altre organizzazioni sindacali di poter trasferire uno dei nostri delegati sulle linee delle 2/R, ottenendo una risposta, ovviamente, negativa.
Ora, che lo stesso ex nostro responsabile politico ha deciso di “cambiar casacca” e di passare ( alla faccia della “coerenza” !!!) dalla FIOM-CGIL alla FIM-CISL e, quasi certamente, di candidarsi per il rinnovo della futura RSU nelle file di quest'ultima organizzazione,….. l’azienda…. cosa fa ?
Trasferisce nuovamente e con la massima naturalezza, questo lavoratore dal magazzino logistica alle linee della 2/R.
Il “dubbio”....... sorge spontaneo !!!
Non sarà che il cambio di casacca sia stato un po’…..”spintaneo” (in cambio di cosa ?), in modo tale da avere nei punti strategici, delegati che non disturbino troppo il “manovratore” ?
Il dubbio…….rimane !!!
Anche per questo motivo, vi invitiamo a votare i candidati della FIOM-CGIL che, come sempre, risponderanno solo e soltanto alle lavoratrici ed ai lavoratori.

FIOM-CGIL Pisa
RSU-FIOM Piaggio

Partita la raccolta di firme a sostegno della proposta di legge di iniziativa popolare: oltre 5.000 firme raccolte davanti alle prime fabbriche




23 marzo 2010. Partita la raccolta di firme per la proposta di legge di iniziativa popolare della Fiom. Sono oltre 5.000 le firme raccolte nel primo giorno della campagna ai banchetti organizzati davanti alle prime fabbriche.



Un attacco pericoloso

Il provvedimento sull'articolo 18 varato dal Parlamento e su cui pende la possibile non firma da parte di Napolitano è un attacco insidiosissimo al diritto del lavoro. Al dipendente è chiesto di rinunciare al giudice sostituito da un arbitrato. Che però dovrà essere pagato e su cui non può nutrire nessuna fiducia. E in caso di licenziamento non avrebbe comunque diritto al reintegro

Tutta la legislazione sul lavoro che si è sviluppata fin dall’inizio del secolo scorso, e persino durante il fascismo, si è mossa dall’ovvia considerazione dello squilibrio di potere contrattuale esistente tra lavoratore e datore di lavoro. Per tentare di bilanciare questo potere contrattuale e sottrarre il lavoratore dal rischio di dover subire clausole contrattuali inique e certamente da lui non liberamente volute, la legislazione del lavoro si è dunque sviluppata su due fondamentali pilastri.
Il primo, di ordine sostanziale, riguarda la individuazione di una serie di diritti fondamentali individuati a favore del lavoratore come “indisponibili” che venivano imposti alla parte più forte, ossia al datore, rendendo nullo ogni eventuale patto contrario (si tratta dei diritti al riposo, alle ferie, alla irriducibilità della retribuzione, alla contribuzione previdenziale, al mantenimento del professionalità raggiunta, all’attività sindacale, alla tutela della maternità, etc.,etc.).
Il secondo pilastro di ordine procedurale, consiste nella effettiva esigibilità di questi diritti, e nel nostro ordinamento esso è stato perfezionato con l’individuazione, a partire dal 1973, di un rito giudiziario particolare, più celere e snello, privo sostanzialmente di costi per il lavoratore (poiché – oltre ad essere esente da bolli e tasse - anche in caso di sconfitta del lavoratore le spese legali venivano , per prassi , normalmente compensate) il cui accesso non poteva in alcun modo esser pregiudicato da eventuali clausole che prevedessero il ricorso all’arbitrato.
Già da anni i governi (dei diversi schieramenti politici) avevano iniziato ad erodere diritti da sempre ritenuti indisponibili, prima invocando la necessità di battere l’inflazione e poi la necessità di maggior flessibilità del lavoro, cominciando ad affermare tra l’altro una inesistente libertà di contrattazione del dipendente e una sua sostanziale “parità” col datore di lavoro che hanno trovato la loro enfatizzazione nella c.d. legge Biagi (si pensi solo alla sostanziale liberalizzazione delle clausole elastiche e flessibili nel lavoro part time oggettivamente non rifiutabili da chi è in cerca di lavoro)
Sul fronte della tutela giudiziaria l’attacco fino ad oggi si era sviluppato solo individuando misure deflattive; da un lato era stata introdotta la obbligatorietà del preventivo tentativo di conciliazione avanti alla DPL con considerevole allungamento dei tempi in cui concludere una causa dei lavoro, dall’altro, evitando di parametrare gli organici dei Tribunali del Lavoro con le reali necessità, si era indotto i giudici a “difendersi” da eccessivi carichi di lavoro iniziando a condannare i lavoratori in caso di rigetto delle loro domande.
Questa forma di autotutela corporativa dei giudici a scapito dei lavoratori, che spesso si trovano a dover rinunciare al ricorso alla giustizia nel timore di non avere i mezzi “per potersela permettere”, aveva tra l’altro, dal luglio scorso, trovato sostegno dal legislatore con la modifica di un articolo che oggi impone al giudice di motivare dettagliatamente le ragioni di eventuali deroghe dal principio secondo cui le spese legali gravano sulla parte che perde il giudizio.

Se dunque ormai da tempo i pilastri posti a bilanciare lo squilibrio esistente tra lavoratore e padrone subivano gravi attacchi quello portato dal DDL 1167 appena approvato dal Senato appare dirompente perché muovendosi apparentemente solo sul piano procedurale introduce un meccanismo che rischia di vanificare qualsiasi diritto “indisponibile”.
Il cavallo di Troia è rappresentato dalla eliminazione del divieto di introdurre clausole che riducano la possibilità del lavoratore di ricorrere al giudice.
L’art. 31 comma 9 prevede che accordi interconfederali o contratti collettivi potranno prevedere il ricorso all’arbitrato, con clausole che si chiamano “compromissorie”, e queste clausole potranno esser “liberamente” sottoscritte dal lavoratore davanti ad una commissione certificatrice che “accerti la effettiva volontà delle parti” : Se entro 12 mesi non saranno intervenuti sulla materia i previsti accordi interconfederali o i contratti collettivi interverrà a regolare la materia un decreto ministeriale.
Cosa significa tutto ciò?

Significa che all’interno di un quadro che ancora deve esser definito dagli accordi (CISL e UIL sembrano già d’accordo) ovvero dal Ministro, all’atto dell’assunzione potrà esser chiesto al dipendente di firmare una clausola con la quale egli rinuncia a rivolgersi al giudice in determinate o in tutte le materie che riguardano il suo rapporto di lavoro impegnandosi a rivolgersi invece ad un collegio arbitrale.
E’ evidente che se il datore porrà quella condizione il lavoratore, per poter accedere a quel lavoro, non potrà che accettarla “liberamente” con il beneplacito del commissione certificatrice .
Il risultato, però, sarà che il dipendente si troverà a subire una situazione che mai avrebbe potuto preferire rispetto alla fino ad oggi preesistente possibilità di rivolgersi in ogni caso alla giustizia ordinaria e ancora una volta si è ipocritamente presupposta una inesistente parità di forze tra chi offre e chi cerca lavoro.
Al di là dei costi senz’altro maggiori (gli arbitri vanno pagati: già prima della decisione il lavoratore dovrà versare con assegno circolare al presidente una somma pari all’1% del valore della causa, poi ci sono le spese degli altri arbitri, nonché quelle dei legali), va considerato che gli arbitri saranno 3 e decideranno a maggioranza. Poiché uno sarà nominato dal lavoratore e l’altro dal datore di lavoro l’ago della bilancia sarà il Presidente, individuato dai primi due o dal Presidente del Tribunale in un professore universitario in materie giuridiche o in un avvocato cassazionista.

Già solo la collocazione sociale di queste due figure e le ben più possibili convergenze di interessi tra loro e le aziende non consentono di nutrire una particolare fiducia nell’imparzialità di un simile “organo giudicante”, ma il punto fondamentale non è ancora questo.
Esso sta invece e soprattutto nel fatto che questi arbitri potranno decidere secondo equità (il che vuol dire semplicemente come a loro sembri giusto) e che potrà prevedersi persino la rinuncia del lavoratore ad impugnare la loro decisione (c.d. lodo) anche quando questa sia contraria a norme di diritto o a contratti ed accordi collettivi!
Il che significa, ad esempio, che in caso di licenziamento anche quando gli arbitri lo riconoscessero illegittimo, non sarebbero tenuti a disporre la reintegrazione, con buona pace dell’art. 18 e nulla potrà poi obiettare il lavoratore!
E non solo, perché nessun diritto indisponibile potrà più dirsi effettivamente tutelabile.
Oltre a queste misure la nuova legge ne introduce altre non meno significative:
- introduce una serie di decadenze pesantissime perché, quale che sia il tipo del contratto di lavoro a tempo indeterminato, a termine, a progetto, la sua risoluzione (anche oralmente disposta) deve essere impugnata entro sessanta giorni ed il relativo ricorso al giudice o all’arbitrato deve essere attivato entro i successivi 180 giorni. Negli stessi termini devono esser impugnate la cessione del contratto in caso di trasferimento d’azienda (dalla data del trasferimento) e la effettiva titolarità del rapporto in caso di somministrazione di lavoro irregolare (dalla data della sua cessazione).
La gravità di queste decadenza è facilmente intuibile: i lavoratori spesso scoprono in ritardo l’esistenza dei loro diritti (ad esempio che il termine del loro contratto non era valido, che la somministrazione del loro lavoro era irregolare, etc, che il loro passaggio ad altra azienda non era giustificato da un trasferimento di ramo d’azienda, etc,) altre volte ritardano anche solo ad informarsi presso il sindacato confidando nelle promesse di future riassunzioni,. Certo è che questa strettissima decadenza priverà moltissimi, e specie i lavoratori più deboli, di una possibilità di effettiva tutela.
- riduce il risarcimento del danno dovuto al lavoratore assunto irregolarmente a termine per il periodo in cui è stato privo di lavoro contenendolo nei limiti tra le 2, 5 mensilità e le 6, addirittura anche in relazione ai giudizi già in corso.
- elimina la necessità di ricorrere al tentativo di conciliazione ex art. 410, mantenuto come opzione possibile, ma gravato di obblighi di specificazione delle domande e delle loro ragioni (in analogia con quanto già previsto in materia di pubblico impiego) che ne appesantiscono l’utilizzo ed impongono, di fatto, già in quella fase la presenza del legale;
Oltre a questo disposto in via generale, vi sono poi nella legge altri vere “chicche” che dimostrano come il legislatore sia stato sensibile sì al “lavoro”, ma a quello delle lobbies.
E’ stata introdotta, infatti, con l’art. 50, una norma che pare colpire unicamente e clamorosamente solo i lavoratori di Atesia che, assunti irregolarmente come “Cococò”, non avevano accettato di rinunciare ai loro diritti pregressi a fronte della sola reintegra con un contratto a part time a 500 euro mensili loro offerta da Atesia prima del 30.9.2008. Ora, in forza di questa norma retroattiva anche chi di loro ha vinto in appello, ma ancora non ha una sentenza definitiva, perderà il diritto alla reintegra e agli stipendi perduti e dovrà accontentarsi di un minimo risarcimento (tra le 2,5 e le 6 mensilità)!
Lo scempio di un simile modo di legiferare risulta ben chiaro a tutti, prima però che le parti più pericolose di questa legge inizino ad operare vi è spazio per individuare iniziative di sensibilizzazione e di lotta che siano in grado di ostacolarne l’applicazione. Vale la pena di darsi da fare.

Alberto Medina Avvocato del lavoro

fonte:http://www.ilmegafonoquotidiano.it

Riforma pensioni e disoccupazione, la Francia in piazza contro Sarkozy

Almeno 180 manifestazioni sono in corso attualmente in Francia, indette dai principali sindacati del Paese, che hanno invitato i lavoratori a scendere in piazza e ad incrociare le braccia per protestare contro la politica economica e sociale del governo. Decine di migliaia di persone hanno cominciato a manifestare a Parigi a inizio pomeriggio.
Secondo la Cgt, principale organizzazione sindacale transalpina, in tutto il paese starebbero manifestando circa 800.000 persone. Il sindacato ha anche precisato che almeno 10.000 stanno sfilando a Nantes, in 7.000 a Mans, in 10.000 a Lione, in 5.000 a Grenoble e in 4.000 a Saint Etienne. A Marsiglia sono in piazza fra le 12.000 e le 50.000 persone. Bernard Thaibault, leader della Cgt, si è detto soddisfatto di «una mobilitazione piuttosto buona, tenuto conto dell'assenza di comunicazione nei media sulla giornata di protesta, a seguito delle sconfitta elettorale» della destra.
Lo sciopero ha avuto un seguito soddisfacente fra i funzionari della pubblica amministrazione, riferisce l'edizione online del Figaro. Secondo il ministero il 21% del corpo insegnanti ha aderito alla protesta, il 40% per il sindacato di categoria mentre alle Poste l'11,45% degli impiegati ha preso parte alla mobilitazione.
Alla Sncf, le ferrovie nazionali, hanno aderito allo sciopero il 30% dei lavoratori. Sono due i pomi della discordia fra governo e sindacati: la riforma delle pensioni e la disoccupazione che ha superato la barriera del 10% nel quarto trimestre del 2009. I sindacati chiedono soprattutto nuove misure per aiutare i lavoratori vittime della crisi. dell'assenza di comunicazione nei media sulla giornata di protesta, a seguito delle sconfitta elettorale» della destra.
Sono due i pomi della discordia fra governo e sindacati: la riforma delle pensioni e la disoccupazione che ha superato la
barriera del 10% nel quarto trimestre del 2009. I sindacati chiedono soprattutto nuove misure per aiutare i lavoratori vittime della crisi.

fonte:http://www.unita.it

7 Congresso territoriale della CdLT di Pisa Risultati votazioni assemblee di base al 20.02.10

Cgil: la mozione 2 si interroga sul futuro ma non si ferma

In un'affollatissima assemblea al Teatro Valle di Roma la mozione 2 al congresso della Cgil ha deciso, a fronte di un risultato certificato dalla sola maggioranza che le attribuisce il 17 per cento e qualche dei consensi, di non fermarsi e di continuare la sua battaglia anche dopo il congresso

Sia il portavoce della mozione Mimmo Moccia, sia tutti gli altri intervenuti hanno ribadito la necessità di rispettare la passione e l'impegno dei 310 mila che hanno votato per "la Cgil che vogliamo" in nome, non già di questioni personali di potere come è stato detto, ma della richiesta di un deciso cambio di rotta della Cgil.
Non ci sono stati molti interventi autocelebrativi - anche perché poco c'era da celebrare - e nemmeno unanimismo. Il tono prevalente è stato anzi quello della fierezza per la battaglia condotta, dell'amarezza per le chiusure democratiche della maggioranza, dell'analisi e della ricerca delle prospettive.

Il grande dibattito sul futuro del sindacalismo in Italia e sulla debolezza della principale organizzazione dei lavoratori che ha visto sotto i propri occhi aumentare il precariato, la riduzione dei salari, la progressiva trasformazione dei sindacati in erogatori di servizi, in sostanza, non si è ancora aperta. Carlo Podda della Funzione pubblica, in un intervento pacato, ha sottolineato il fallimento della mozione 2 nell'aprire con forza il dibattito su questi temi, mentre i congressi si svolgevano in modo opaco, spesso votando mentre ancora le mozioni dovevano ancora essere presentate. Sul fatto che la battaglia andasse comunque fatta e che non sia ancora conclusa hanno convenuto sia Podda, segretario federale oramai in minoranza, che Moccia, anche lui oramai in minoranza nei bancari.

Piuttosto dura l'analisi di Gianni Rinaldini sul piano dei numeri: "siamo entrati nel congresso con tre federazioni e tre di camere del lavoro e siamo usciti con una federazione e due di camera del lavoro". La durezza della realtà dei rapporti di forza, viene comunque controbilanciata dall'altra realtà che, in quei congressi in cui la mozione due è stata presente e sulla cui regolarità non ci sono dubbi, la mozione si attesta sulle sue vere dimensioni che sono molto superiori al 17 per cento.

Il punto più importante dell'incontro è stato però un altro. E cioè quello riguardante il futuro della mozione. Giorgio Cremaschi è stato l'unico a sostenere con forza la necessità meditare da subito la costituzione di un'area programmatica che possa dare continuità ad una battaglia di lungo periodo. Egli si è anche candidato alla guida della Fiom proprio con lo scopo di fare dei metalmeccanici un saldo bastione per un largo fronte sindacale che rifondi democraticamente la Cgil.

Più sfumata la posizione di Podda e Rinaldini, poi sostanzialmente ribadita nel documento conclusivo presentato all'assemblea. Per Podda ogni scelta andrà rinviata al momento del congresso di Rimini in base al fatto se la maggioranza sceglierà di compiere uno sforzo di sintesi che includa alcuni dei punti di vista della seconda mozione: in particolare sulla democrazia interna e sui diritti (anche se ci sarebbe molto da dire sul fallimento del "sindacato dei diritti" di Trentin quando i rapporti di forza sono tutti a svantaggio dei lavoratori). Anche per Rinaldini occorre rifiutare ogni ipotesi di gestione unitaria che si fondi sulla semplice accettazione della linea della maggioranza: si tratterebbe in questo modo semplicemente di una spartizione di potere che vanificherebbe l'impegno di tutti quelli che si sono battuti per "la cgil che vogliamo". Mentre occorre aspettare il congresso per compiere le scelte definitive, secondo Rinaldini bisogna studiare precise proposte da sottoporre alla maggioranza su tre fronti: la democrazia interna ipotesi di riforma radicale delle regole del congresso che adesso "sono funzionale all'organizzazione del plebiscito"; la questione dei diritti che non possono essere delegati ad organismi bilaterali; il rifiuto e la battaglia frontale contro il modello contrattuale proposto dal Cisl e Uil insieme a Governo e Confindustria. Solo su queste basi secondo Rinaldini si potrebbe entrare in segreteria confederale, il che implicherebbe la rinuncia alla costituzione di strutture interne della mozione 2.
Nel documento conclusivo dell'assemblea del Valle si preannunciano due appuntamenti ulteriori: uno in forma seminariale per analizzare le modalità di organizzazione della mozione per il suo futuro, e un altro assembleare per decidere sugli orientamenti definitivi da tenere in vista del congresso Cgil.

Oltre alla soddisfazione per un percorso della mozione due che sembra essere costruito alla luce del sole e nel dibattito pubblico tra dirigenti e delegati, occorre qui esprimere anche una preoccupazione. Se effettivamente i rappresentanti de "la Cgil che vogliamo" dovessero entrare nella segreteria confederale sarebbe probabilmente esclusa la creazione di un'are programmatica: non si dà infatti area programmatica di opposizione che allo stesso tempo abbia i suoi rappresentanti nella maggioranza. In questo senso anche la posizione ridicola della sinistra radicale nel governo Prodi dovrebbe fare scuola: chi sta al governo non può farsi da solo l'opposizione.
Se quindi si deciderà di entrare il problema cruciale sarà dunque come mantenere una visibilità della mozione due, come far che quel primo germoglio di forze nuove e combattive che intorno ad essa si sono coagulate possa sopravvivere fiorire e fecondare le nuove generazioni di iscritti alla Cgil?

Giuliano Garavini

fonte:http://www.aprileonline.info


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