“Abbiamo solo cominciato, si può fare molto di più” – ha detto il Ministro Sacconi, ieri l’altro sostenendo la necessità di farla finita con l’“ossessivo” intervento del legislatore in materia di lavoro, per passare finalmente dalla “ cultura ostile all’impresa” al motto romano “famo a fidasse”. Testuale. Evidentemente, è in omaggio a questo motto che il governo ha omesso di disturbare la Fiat, rinunciando ad avere voce in capitolo sui piani della multinazionale. Ed è il medesimo motto che guida le azioni del governo quando smantella i diritti e il processo del lavoro. A che serve un giudice, quando si può risolvere tutto con una pacca sulla spalla? Sono faccende da chiudersi in famiglia, con arbitri privati che dispensano decisioni senza l’intralcio di leggi e tribunali. Faccende da archiviarsi senza sindacati, a meno che non siano collaborativi, parte della medesima famiglia, alla cui testa sta la paterna guida dell’imprenditore.
Il siparietto di Sacconi non è, con tutta evidenza, una battuta. E la sua dichiarazione che “si può fare molto di più” va presa sul serio. Perché quello che ha fatto il governo dal suo insediamento ad oggi non è un insieme casuale di scelte, ma sta dentro un disegno limpido, quello di operare una controriforma organica del modello sociale di questo Paese, eversiva della Costituzione repubblicana. Come ha scritto Paolo Ciofi, i disegni di Berlusconi non rappresentano un’alternativa di governo, ma un’alternativa di sistema, che si cerca di far passare, “aiutati” dal contesto della crisi. Il governo lascia che la crisi macini. Non fa niente sul terreno delle politiche industriali, né sul terreno di interventi anticiclici di sostegno al reddito, ai salari e alle pensioni. Nella giornata di ieri i nuovi dati pesantissimi sulla perdita di posti di lavoro testimoniano tutta la drammaticità della situazione: cala l’occupazione, cresce la disoccupazione, cresce il numero degli inattivi. Nella stessa giornata di ieri la vicenda delle indiscrezioni sul piano Fiat, con il taglio di cinquemila posti di lavoro diretti e l’emorragia conseguente nell’indotto, testimoniano lo scandalo non solo dell’irresponsabilità totale di un’impresa che, dopo aver ampiamente goduto di benefici pubblici, mette in dubbio la stessa esistenza nel nostro paese di un comparto strategico, ma tutta la sudditanza del governo che non ha mosso foglia. Parallelamente, a fronte dell’evidenza della fine della cassa integrazione ordinaria in molte realtà, si rifiutano provvedimenti di incremento della durata degli ammortizzatori sociali, dell’entità del sostegno al reddito, della generalizzazione delle tutele. Ma se su questo versante non si agisce, ci si dedica alacremente, viceversa, ad attaccare i diritti del lavoro. Il “collegato lavoro” è un tassello di un mosaico che si compone con l’accordo separato sulla contrattazione, con le politiche concrete portate avanti sul sistema di welfare, con il Libro Bianco. Si vuole svuotare l’intero sistema di garanzie a tutela dell’effettività dei diritti del lavoro, si vuole compiere un passo decisivo verso l’individualizzazione dei rapporti di lavoro, verso la polverizzazione e precarizzazione dei rapporti di lavoro, verso la distruzione del ruolo e dell’autonomia dei sindacati. L’estensione totalizzante della bilateralità è il cuore del nuovo modello sociale che si vuole costruire. Prevista dall’accordo separato, sancito nei rinnovi contrattuali dei chimici come dei meccanici e di altre categorie, gli enti bilaterali acquisiscono un ruolo ulteriore con il collegato lavoro: certificatori dei contratti e “arbitri” che decidono sulle controversie al posto del giudice. Mentre nei disegni del Libro Bianco ad essi vengono assegnate una pluralità di funzioni impressionante: dalla “gestione condivisa dei mercati locali del lavoro .. alla sicurezza, alla formazione, all’integrazione del reddito, al ricollocamento, alla previdenza complementare, all’assistenza sanitaria, agli oneri per la non-autosufficienza”. La privatizzazione di interi comparti del sistema di welfare, la volontà di sostituire ruoli e prerogative pubbliche con la gestione di organismi neo-corporativi è manifesta. Si attaccano congiuntamente il ruolo e l’autonomia della magistratura, il ruolo e l’autonomia del sindacato, la funzione pubblica e il carattere universalistico dei diritti sociali. Per affermare un modello in cui tutto è discrezionale e in cui la reductio ad unum, cioè alle ragioni dell’impresa, è garantito dalla cogestione tra imprese e sindacati. Al diritto, alla libertà dell’azione sindacale, al carattere progressivo del conflitto sociale si vuole sostituire il regno della “dipendenza” e forse del “favore”. Questo è il disegno. E la crisi, con la debolezza oggettiva di lavoratrici e lavoratori, il contesto in cui lo si vuole realizzare. Questo disegno deve essere fermato. Facendo un salto di qualità nella costruzione del conflitto. Avviando la campagna referendaria contro la precarietà e per abrogare le norme su cui si basa l’aberrazione del “collegato lavoro”. Sostenendo la campagna avviata dalla Fiom contro gli accordi separati e per la democrazia sindacale. Ed anche con il voto di domenica, per dare forza alle ragioni del lavoro e della democrazia.
Roberta Fantozzi
[Articolo su Liberazione del 25/03/2010 ]
fonte:http://www.liberazione.it/
Il siparietto di Sacconi non è, con tutta evidenza, una battuta. E la sua dichiarazione che “si può fare molto di più” va presa sul serio. Perché quello che ha fatto il governo dal suo insediamento ad oggi non è un insieme casuale di scelte, ma sta dentro un disegno limpido, quello di operare una controriforma organica del modello sociale di questo Paese, eversiva della Costituzione repubblicana. Come ha scritto Paolo Ciofi, i disegni di Berlusconi non rappresentano un’alternativa di governo, ma un’alternativa di sistema, che si cerca di far passare, “aiutati” dal contesto della crisi. Il governo lascia che la crisi macini. Non fa niente sul terreno delle politiche industriali, né sul terreno di interventi anticiclici di sostegno al reddito, ai salari e alle pensioni. Nella giornata di ieri i nuovi dati pesantissimi sulla perdita di posti di lavoro testimoniano tutta la drammaticità della situazione: cala l’occupazione, cresce la disoccupazione, cresce il numero degli inattivi. Nella stessa giornata di ieri la vicenda delle indiscrezioni sul piano Fiat, con il taglio di cinquemila posti di lavoro diretti e l’emorragia conseguente nell’indotto, testimoniano lo scandalo non solo dell’irresponsabilità totale di un’impresa che, dopo aver ampiamente goduto di benefici pubblici, mette in dubbio la stessa esistenza nel nostro paese di un comparto strategico, ma tutta la sudditanza del governo che non ha mosso foglia. Parallelamente, a fronte dell’evidenza della fine della cassa integrazione ordinaria in molte realtà, si rifiutano provvedimenti di incremento della durata degli ammortizzatori sociali, dell’entità del sostegno al reddito, della generalizzazione delle tutele. Ma se su questo versante non si agisce, ci si dedica alacremente, viceversa, ad attaccare i diritti del lavoro. Il “collegato lavoro” è un tassello di un mosaico che si compone con l’accordo separato sulla contrattazione, con le politiche concrete portate avanti sul sistema di welfare, con il Libro Bianco. Si vuole svuotare l’intero sistema di garanzie a tutela dell’effettività dei diritti del lavoro, si vuole compiere un passo decisivo verso l’individualizzazione dei rapporti di lavoro, verso la polverizzazione e precarizzazione dei rapporti di lavoro, verso la distruzione del ruolo e dell’autonomia dei sindacati. L’estensione totalizzante della bilateralità è il cuore del nuovo modello sociale che si vuole costruire. Prevista dall’accordo separato, sancito nei rinnovi contrattuali dei chimici come dei meccanici e di altre categorie, gli enti bilaterali acquisiscono un ruolo ulteriore con il collegato lavoro: certificatori dei contratti e “arbitri” che decidono sulle controversie al posto del giudice. Mentre nei disegni del Libro Bianco ad essi vengono assegnate una pluralità di funzioni impressionante: dalla “gestione condivisa dei mercati locali del lavoro .. alla sicurezza, alla formazione, all’integrazione del reddito, al ricollocamento, alla previdenza complementare, all’assistenza sanitaria, agli oneri per la non-autosufficienza”. La privatizzazione di interi comparti del sistema di welfare, la volontà di sostituire ruoli e prerogative pubbliche con la gestione di organismi neo-corporativi è manifesta. Si attaccano congiuntamente il ruolo e l’autonomia della magistratura, il ruolo e l’autonomia del sindacato, la funzione pubblica e il carattere universalistico dei diritti sociali. Per affermare un modello in cui tutto è discrezionale e in cui la reductio ad unum, cioè alle ragioni dell’impresa, è garantito dalla cogestione tra imprese e sindacati. Al diritto, alla libertà dell’azione sindacale, al carattere progressivo del conflitto sociale si vuole sostituire il regno della “dipendenza” e forse del “favore”. Questo è il disegno. E la crisi, con la debolezza oggettiva di lavoratrici e lavoratori, il contesto in cui lo si vuole realizzare. Questo disegno deve essere fermato. Facendo un salto di qualità nella costruzione del conflitto. Avviando la campagna referendaria contro la precarietà e per abrogare le norme su cui si basa l’aberrazione del “collegato lavoro”. Sostenendo la campagna avviata dalla Fiom contro gli accordi separati e per la democrazia sindacale. Ed anche con il voto di domenica, per dare forza alle ragioni del lavoro e della democrazia.
Roberta Fantozzi
[Articolo su Liberazione del 25/03/2010 ]
fonte:http://www.liberazione.it/
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