In un'affollatissima assemblea al Teatro Valle di Roma la mozione 2 al congresso della Cgil ha deciso, a fronte di un risultato certificato dalla sola maggioranza che le attribuisce il 17 per cento e qualche dei consensi, di non fermarsi e di continuare la sua battaglia anche dopo il congresso
Sia il portavoce della mozione Mimmo Moccia, sia tutti gli altri intervenuti hanno ribadito la necessità di rispettare la passione e l'impegno dei 310 mila che hanno votato per "la Cgil che vogliamo" in nome, non già di questioni personali di potere come è stato detto, ma della richiesta di un deciso cambio di rotta della Cgil.
Non ci sono stati molti interventi autocelebrativi - anche perché poco c'era da celebrare - e nemmeno unanimismo. Il tono prevalente è stato anzi quello della fierezza per la battaglia condotta, dell'amarezza per le chiusure democratiche della maggioranza, dell'analisi e della ricerca delle prospettive.
Il grande dibattito sul futuro del sindacalismo in Italia e sulla debolezza della principale organizzazione dei lavoratori che ha visto sotto i propri occhi aumentare il precariato, la riduzione dei salari, la progressiva trasformazione dei sindacati in erogatori di servizi, in sostanza, non si è ancora aperta. Carlo Podda della Funzione pubblica, in un intervento pacato, ha sottolineato il fallimento della mozione 2 nell'aprire con forza il dibattito su questi temi, mentre i congressi si svolgevano in modo opaco, spesso votando mentre ancora le mozioni dovevano ancora essere presentate. Sul fatto che la battaglia andasse comunque fatta e che non sia ancora conclusa hanno convenuto sia Podda, segretario federale oramai in minoranza, che Moccia, anche lui oramai in minoranza nei bancari.
Piuttosto dura l'analisi di Gianni Rinaldini sul piano dei numeri: "siamo entrati nel congresso con tre federazioni e tre di camere del lavoro e siamo usciti con una federazione e due di camera del lavoro". La durezza della realtà dei rapporti di forza, viene comunque controbilanciata dall'altra realtà che, in quei congressi in cui la mozione due è stata presente e sulla cui regolarità non ci sono dubbi, la mozione si attesta sulle sue vere dimensioni che sono molto superiori al 17 per cento.
Il punto più importante dell'incontro è stato però un altro. E cioè quello riguardante il futuro della mozione. Giorgio Cremaschi è stato l'unico a sostenere con forza la necessità meditare da subito la costituzione di un'area programmatica che possa dare continuità ad una battaglia di lungo periodo. Egli si è anche candidato alla guida della Fiom proprio con lo scopo di fare dei metalmeccanici un saldo bastione per un largo fronte sindacale che rifondi democraticamente la Cgil.
Più sfumata la posizione di Podda e Rinaldini, poi sostanzialmente ribadita nel documento conclusivo presentato all'assemblea. Per Podda ogni scelta andrà rinviata al momento del congresso di Rimini in base al fatto se la maggioranza sceglierà di compiere uno sforzo di sintesi che includa alcuni dei punti di vista della seconda mozione: in particolare sulla democrazia interna e sui diritti (anche se ci sarebbe molto da dire sul fallimento del "sindacato dei diritti" di Trentin quando i rapporti di forza sono tutti a svantaggio dei lavoratori). Anche per Rinaldini occorre rifiutare ogni ipotesi di gestione unitaria che si fondi sulla semplice accettazione della linea della maggioranza: si tratterebbe in questo modo semplicemente di una spartizione di potere che vanificherebbe l'impegno di tutti quelli che si sono battuti per "la cgil che vogliamo". Mentre occorre aspettare il congresso per compiere le scelte definitive, secondo Rinaldini bisogna studiare precise proposte da sottoporre alla maggioranza su tre fronti: la democrazia interna ipotesi di riforma radicale delle regole del congresso che adesso "sono funzionale all'organizzazione del plebiscito"; la questione dei diritti che non possono essere delegati ad organismi bilaterali; il rifiuto e la battaglia frontale contro il modello contrattuale proposto dal Cisl e Uil insieme a Governo e Confindustria. Solo su queste basi secondo Rinaldini si potrebbe entrare in segreteria confederale, il che implicherebbe la rinuncia alla costituzione di strutture interne della mozione 2.
Nel documento conclusivo dell'assemblea del Valle si preannunciano due appuntamenti ulteriori: uno in forma seminariale per analizzare le modalità di organizzazione della mozione per il suo futuro, e un altro assembleare per decidere sugli orientamenti definitivi da tenere in vista del congresso Cgil.
Oltre alla soddisfazione per un percorso della mozione due che sembra essere costruito alla luce del sole e nel dibattito pubblico tra dirigenti e delegati, occorre qui esprimere anche una preoccupazione. Se effettivamente i rappresentanti de "la Cgil che vogliamo" dovessero entrare nella segreteria confederale sarebbe probabilmente esclusa la creazione di un'are programmatica: non si dà infatti area programmatica di opposizione che allo stesso tempo abbia i suoi rappresentanti nella maggioranza. In questo senso anche la posizione ridicola della sinistra radicale nel governo Prodi dovrebbe fare scuola: chi sta al governo non può farsi da solo l'opposizione.
Se quindi si deciderà di entrare il problema cruciale sarà dunque come mantenere una visibilità della mozione due, come far che quel primo germoglio di forze nuove e combattive che intorno ad essa si sono coagulate possa sopravvivere fiorire e fecondare le nuove generazioni di iscritti alla Cgil?
Giuliano Garavini
fonte:http://www.aprileonline.info
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