L'assemblea che la Fiom aveva chiesto di poter tenere oggi nello stabilimento di Melfi (Potenza) della Fiat - dove nella mattinata è previsto l'arrivo del leader nazionale dell'organizzazione, Maurizio Landini - non si farà perchè la maggioranza della Rsu «ha respinto a maggioranza la proposta». Lo si è appreso da fonti aziendali. Ieri una richiesta di assemblea per oggi era stata inoltrata all'azienda da 22 dei 64 componenti della Rappresentanza sindacale unitaria della fabbrica. La Fiat-Sata aveva reso noto di non opporsi all'assemblea a meno che la maggioranza della Rsu non avesse inviato «una formale comunicazione di diverso avviso». Stamani, la Rsu ha respinto la proposta di assemblea dei 22 suoi componenti, «così chiarendo che tale iniziativa era riconducibile ai singoli e non, come espressamente richiesto dal contratto nazionale di lavoro, all'organismo unitario di rappresentanza sindacali dei lavoratori dello stabilimento». Oggi Landini incontrerà i tre operai licenziati dalla Fiat nel luglio scorso e reintegrati dal giudice del lavoro. I tre, però, non hanno accettato la proposta dell'azienda di tornare in fabbrica svolgendo solo attività sindacale in una sala distinta dalle linee di produzione e vogliono tornare al lavoro.
fonte:http://www.controlacrisi.org
martedì 31 agosto 2010
Fiat, la Fiom non accetta deroghe al contratto
Landini: “Se passa l’idea che le leggi non si devono rispettare, come sta facendo la Fiat, è un brutto segnale”. Con le deroghe “non si risolve niente, bisogna invece rivedere qualità dei prodotti e strategie negli investimenti”
La Fiom non accetterà “mai le deroghe al contratto di lavoro perché non si aumenta la produttività calpestando i diritti degli operai”. E’ quanto ha detto il segretario generale della Fiom Cgil, Maurizio Landini, nel corso di un’assemblea pubblica davanti ai cancelli della Fiat di Melfi. “E' una bugia pura - ha aggiunto Landini - che in Italia non si fanno accordi tra imprese e sindacati. Migliaia di aziende, anche multinazionali, hanno stretto accordi con noi senza deroghe e senza toccare né livelli di retribuzione, né diritti degli operai". ”Marchionne - prosegue Landini - vuole le mani libere per poter decidere autonomamente anche in merito alle prestazioni lavorative ma noi non abbiamo nessuna intenzione di retrocedere”. “Con le deroghe - dice Landini - non si risolve niente bisogna invece rivedere qualità dei prodotti e strategie negli investimenti”.
“Se passa l’idea che le leggi non si devono rispettare, come sta facendo la Fiat, è un brutto segnale”. Per Landini “questo significherebbe che ognuno può fare quello che ritiene opportuno. Quello che hanno detto il Presidente della Repubblica, la Fiom e i vescovi deve essere ascoltato, altrimenti si va verso un imbarbarimento sociale. Non abbiamo assolutamente intenzione di far passare l’idea che per lavorare si debbano cancellare i diritti e la dignità delle persone. Questi tre lavoratori - ha concluso Landini riferendosi ai tre operai reintegrati dal giudice del lavoro nello stabilimento di Melfi – hanno diritto di tornare a lavorare”.
“La svolta autoritaria della Fiat non può essere condivisa. Ci vuole rispetto delle posizioni e degli interessi diversi perché si arrivi ai compromessi necessari”. E’ quanto dichiara Vincenzo Scudiere, segretario confederale della Cgil, ai microfoni di RadioArticolo1. L’azienda, secondo Scudiere, “ha esacerbato il confronto sindacale, ha escluso la Fiom dalla discussione e ha licenziato illegittimamente i lavoratori di Melfi. Il Lingotto rifiuta il dialogo e invece di condividere le soluzioni per i problemi generali del paese, crea i conflitti”. “Non si può approfittare della globalizzazione per mettere in discussione i diritti. Se vogliamo contrastare la crisi ed essere competitivi non possiamo assecondare la volontà della Fiat. Ci vuole una discussione sulle regole in cui il contratto nazionale diventi il baricentro sul quale costruire nuove soluzioni”.
Fiat: Vendola a Melfi, violati diritti elementari
“In un momento in cui il ministro Tremonti ritiene non sopportabile per la competitività le leggi sulla sicurezza del lavoro e mentre Marchionne invoca la fine della lotta di classe, nella vita reale delle fabbriche si può procedere alla violazione dei diritti elementari”. Lo ha detto ieri a Melfi davanti ai cancelli della Fiat il presidente della Regione Puglia Nichi Vendola nell’ambito di un presidio organizzato dalla Fiom-Cgil. “Quando il governo centrale dismette gli abiti dell’arbitro e scende in campo dalla parte dell’impresa sono le voci del presidente Napolitano e della Chiesa a ricordarci che la dignità umana - ha aggiunto Vendola - vale anche all’interno di una fabbrica”.
fonte:http://www.rassegna.it
La Fiom non accetterà “mai le deroghe al contratto di lavoro perché non si aumenta la produttività calpestando i diritti degli operai”. E’ quanto ha detto il segretario generale della Fiom Cgil, Maurizio Landini, nel corso di un’assemblea pubblica davanti ai cancelli della Fiat di Melfi. “E' una bugia pura - ha aggiunto Landini - che in Italia non si fanno accordi tra imprese e sindacati. Migliaia di aziende, anche multinazionali, hanno stretto accordi con noi senza deroghe e senza toccare né livelli di retribuzione, né diritti degli operai". ”Marchionne - prosegue Landini - vuole le mani libere per poter decidere autonomamente anche in merito alle prestazioni lavorative ma noi non abbiamo nessuna intenzione di retrocedere”. “Con le deroghe - dice Landini - non si risolve niente bisogna invece rivedere qualità dei prodotti e strategie negli investimenti”.
“Se passa l’idea che le leggi non si devono rispettare, come sta facendo la Fiat, è un brutto segnale”. Per Landini “questo significherebbe che ognuno può fare quello che ritiene opportuno. Quello che hanno detto il Presidente della Repubblica, la Fiom e i vescovi deve essere ascoltato, altrimenti si va verso un imbarbarimento sociale. Non abbiamo assolutamente intenzione di far passare l’idea che per lavorare si debbano cancellare i diritti e la dignità delle persone. Questi tre lavoratori - ha concluso Landini riferendosi ai tre operai reintegrati dal giudice del lavoro nello stabilimento di Melfi – hanno diritto di tornare a lavorare”.
“La svolta autoritaria della Fiat non può essere condivisa. Ci vuole rispetto delle posizioni e degli interessi diversi perché si arrivi ai compromessi necessari”. E’ quanto dichiara Vincenzo Scudiere, segretario confederale della Cgil, ai microfoni di RadioArticolo1. L’azienda, secondo Scudiere, “ha esacerbato il confronto sindacale, ha escluso la Fiom dalla discussione e ha licenziato illegittimamente i lavoratori di Melfi. Il Lingotto rifiuta il dialogo e invece di condividere le soluzioni per i problemi generali del paese, crea i conflitti”. “Non si può approfittare della globalizzazione per mettere in discussione i diritti. Se vogliamo contrastare la crisi ed essere competitivi non possiamo assecondare la volontà della Fiat. Ci vuole una discussione sulle regole in cui il contratto nazionale diventi il baricentro sul quale costruire nuove soluzioni”.
Fiat: Vendola a Melfi, violati diritti elementari
“In un momento in cui il ministro Tremonti ritiene non sopportabile per la competitività le leggi sulla sicurezza del lavoro e mentre Marchionne invoca la fine della lotta di classe, nella vita reale delle fabbriche si può procedere alla violazione dei diritti elementari”. Lo ha detto ieri a Melfi davanti ai cancelli della Fiat il presidente della Regione Puglia Nichi Vendola nell’ambito di un presidio organizzato dalla Fiom-Cgil. “Quando il governo centrale dismette gli abiti dell’arbitro e scende in campo dalla parte dell’impresa sono le voci del presidente Napolitano e della Chiesa a ricordarci che la dignità umana - ha aggiunto Vendola - vale anche all’interno di una fabbrica”.
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Appello USB, basta scioperi della fame: Riprendiamo lotta organizzata e unitaria
Giacomo Russo, uno dei precari della scuola palermitani in sciopero della fame, è stato ricoverato d’urgenza all’ospedale Santo Spirito di Roma a causa del grave stato di disidratazione riscontrato dal medico che questa mattina ha accertato le condizioni di salute dei lavoratori in presidio davanti Montecitorio.
RdB/USB Scuola ribadisce la sua solidarietà ai precari in lotta ed al contempo invita i colleghi ad interrompere lo sciopero della fame ed a passare a forme collettive ed organizzate di mobilitazione. La scelta dello sciopero della fame è infatti una forma dura ed estrema, non dettata dalla disperazione ma dalla volontà di rompere il silenzio intorno al mondo della scuola. Tuttavia l'esperienza insegna che tali azioni rischiano di divenire passerelle di un circo mediatico che accende e spegne le luci in base ai propri interessi.
RdB/USB Scuola è dunque lieta che Pietro Di Grusa, altro precario palermitano, abbia seguito il consiglio dei medici riprendendo a mangiare. A tale proposito RdB/USB Scuola considera vergognoso il silenzio del Ministro Gelmini la quale, nonostante questo sia il secondo digiuno in due anni attuato dai lavoratori palermitani, non ha accennato nemmeno un invito a terminare la protesta.
RdB/USB Scuola si rivolge pertanto a tutte le forze sindacali e politiche, affinché si facciano carico delle istanze del mondo della scuola attraverso mobilitazioni costanti ed articolate in tutto il paese, in modo di rendere di nuovo centrale il valore costituzionale del diritto allo studio. Invita inoltre tutti i lavoratori a rendere le convocazioni, i collegi docenti, le riunioni del personale ATA indetti ad inizio anno scolastico, un'occasione per rompere collettivamente il silenzio e l'arroganza di chi sta sfasciando tutto e mandando all'aria il sacrificio di intere generazioni.
fonte:http://www.controlacrisi.org
RdB/USB Scuola ribadisce la sua solidarietà ai precari in lotta ed al contempo invita i colleghi ad interrompere lo sciopero della fame ed a passare a forme collettive ed organizzate di mobilitazione. La scelta dello sciopero della fame è infatti una forma dura ed estrema, non dettata dalla disperazione ma dalla volontà di rompere il silenzio intorno al mondo della scuola. Tuttavia l'esperienza insegna che tali azioni rischiano di divenire passerelle di un circo mediatico che accende e spegne le luci in base ai propri interessi.
RdB/USB Scuola è dunque lieta che Pietro Di Grusa, altro precario palermitano, abbia seguito il consiglio dei medici riprendendo a mangiare. A tale proposito RdB/USB Scuola considera vergognoso il silenzio del Ministro Gelmini la quale, nonostante questo sia il secondo digiuno in due anni attuato dai lavoratori palermitani, non ha accennato nemmeno un invito a terminare la protesta.
RdB/USB Scuola si rivolge pertanto a tutte le forze sindacali e politiche, affinché si facciano carico delle istanze del mondo della scuola attraverso mobilitazioni costanti ed articolate in tutto il paese, in modo di rendere di nuovo centrale il valore costituzionale del diritto allo studio. Invita inoltre tutti i lavoratori a rendere le convocazioni, i collegi docenti, le riunioni del personale ATA indetti ad inizio anno scolastico, un'occasione per rompere collettivamente il silenzio e l'arroganza di chi sta sfasciando tutto e mandando all'aria il sacrificio di intere generazioni.
fonte:http://www.controlacrisi.org
Taranto; Diamo FIATo alla protesta!
Ieri, lunedì 30 agosto, un gruppo di studenti e precari tarantini ha affisso uno striscione nei pressi di una concessionaria Fiat della città, come simbolica e civile protesta nei confronti del gruppo automobilistico di Torino e delle sue ultime scelte in materia sindacale, in particolar modo per ciò riguarda la vicenda dei tre operai di Melfi licenziati e successivamente reintegrati dal giudice, ma invitati dall’azienda a non presentarsi nuovamente in fabbrica.
Il gruppo guidato da Sergio Marchionne ha dimostrato, nelle ultime settimane, di voler proseguire sulla strada già intrapresa con l’accordo di Pomigliano d’Arco, in cui è evidente il tentativo di voler scaricare gli effetti della crisi sulla pelle dei lavoratori attraverso l’attacco ai loro diritti più elementari.
Tutto questo, ovviamente, con la complicità del governo, che ha difeso a spada
tratta le scelte del Lingotto, con in prima fila il ministro dell’istruzione MariaStella Gelmini che ha addirittura legittimato la scelta di non rispettare la sentenza di reintegro dei tre operai di Melfi da parte del giudice del lavoro (d’altronde, lei meglio di tutti sa cosa significa “mandare a casa”la gente!).
Sembra incredibile che nel mondo globalizzato, invece di imporre un miglioramento delle condizioni di lavoro nei paesi neo-industrializzati, i governi occidentali si impegnino nella progressiva riduzione dei diritti dei lavoratori nei propri territori, usando come ricatto il trasferimento di interi stabilimenti o il licenziamento di delegati sindacali.
Il nostro striscione affisso presso la concessionaria del quartiere Tamburi è la nostra eloquente risposta a questo insostenibile ricatto:
“Diamo FIATo alla protesta!”
Studenti e precari tarantini contro la crisi
Il gruppo guidato da Sergio Marchionne ha dimostrato, nelle ultime settimane, di voler proseguire sulla strada già intrapresa con l’accordo di Pomigliano d’Arco, in cui è evidente il tentativo di voler scaricare gli effetti della crisi sulla pelle dei lavoratori attraverso l’attacco ai loro diritti più elementari.
Tutto questo, ovviamente, con la complicità del governo, che ha difeso a spada
tratta le scelte del Lingotto, con in prima fila il ministro dell’istruzione MariaStella Gelmini che ha addirittura legittimato la scelta di non rispettare la sentenza di reintegro dei tre operai di Melfi da parte del giudice del lavoro (d’altronde, lei meglio di tutti sa cosa significa “mandare a casa”la gente!).
Sembra incredibile che nel mondo globalizzato, invece di imporre un miglioramento delle condizioni di lavoro nei paesi neo-industrializzati, i governi occidentali si impegnino nella progressiva riduzione dei diritti dei lavoratori nei propri territori, usando come ricatto il trasferimento di interi stabilimenti o il licenziamento di delegati sindacali.
Il nostro striscione affisso presso la concessionaria del quartiere Tamburi è la nostra eloquente risposta a questo insostenibile ricatto:
“Diamo FIATo alla protesta!”
Studenti e precari tarantini contro la crisi
Melfi: Prosegue la lotta alla COMMER TGS
Non si ferma la lotta degli operai della COMMER TGS, fabbrica dell'indotto della FIAT di Melfi dove si producono imbottiture per sedili. Subito prima delle ferie, due operai, Antonio Girola di 45 anni e Giuseppe Carrillo di 33, affetti da asma da
isocianati, una malattia professionale molto diffusa fra chi è stato esposto ad
alcune sostanze chimiche presenti abbondantemente in fabbrica, sono stati licenziati e sbattuti fuori. La tesi dell’azienda è che non ha dove collocarli. I padroni prima ti fanno ammalare e poi ti gettano via come un panno vecchio. Questa volta però le cose non sono andate lisce per il padrone. I compagni di lavoro di Antonio e Giuseppe hanno risposto subito. Si sono fermati immediatamente e hanno bloccato completamente la produzione. Una risposta che l'azienda Commer non si attendeva. Né si attendeva che gli operai avessero la costanza e la determinazione di proseguire la lotta per tutti questi giorni e con tutti i tre turni impegnati nel presidio. Con le spalle al muro, l’azienda ha allora convocato i sindacati proponendo la riassunzione dei due licenziati nell’azienda terziarizzata che gestisce il magazzinointerno alla fabbrica. Ma si tratta di una piccola azienda con meno di 15 dipendenti, che potrebbe tranquillamente licenziare i due nuovi assunti, limitati fisici, a distanza di qualche mese. I due licenziati rifiutano con sdegno la proposta aziendale. Gli operai del turno di mattina continuano allora lo sciopero ad oltranza.Anche quelli del turno di pomeriggio si pronunciano per il prosieguo della lotta. Lo stesso fanno quello del turno di notte.
Ha riaperto solo mezza Fiat. È la crisi a scaldare l'autunno
Oggi presidio e (forse) assemblea con Landini. Azienda ambigua fino all'ultimo.
L'autunno è cominciato ieri. Perlomeno nelle fabbriche Fiat che hanno riaperto, e non sono nemmeno tante. A Mirafiori hanno ripreso ieri il lavoro solo gli impiegati, mentre per gli operai (5.450 oggi, erano circa 50.000 alla fine degli anni '70) se ne riparlerà lunedì 6 a causa del prolungarsi della cassa integrazione. Era successo lo stesso in luglio, dove le linee di produzione di Punto, Idea, Musa e Mito erano vuote già il 29 e 30, mentre quelli che lavorano alla Multipla non entrano in fabbrica dal 12. Ma sono già in vista altre settimane di cig entro fine settembre, per tutte le linee. Stesso discorso a Melfi (nuova Punto Evo), dove tutti i 5.500 dipendenti staranno a casa dal 22 settembre al 1 ottobre; mentre a Pomigliano (dove si sta ormai in cassa «straordinaria») in tutto settembre si lavorerà solo cinque giorni. Il problema è per ora sapere quali. C'è insomma la forte impressione che tutte le chiacchere Fiat, ripetute dai media, su «assenteismo», ecc, servano in realtà a coprire un vuoto di produzione che riguarda soprattutto le difficoltà di mercato del marchio a causa di modelli (quasi tutti quelli prodotti in Italia) poco «fortunati».
Nel frattempo il management si prepara all'incontro con il consiglio direttivo di Federmeccanica (sempre il sei settebre) per mettere in chiaro i contenuti del richiesto «contratto auto», uscendo da quello storico dei metalmeccanici (un classico caso di «non rispetto degli accordi sottoscritti»; ma praticato dalla Fiat). Il giorno dopo, a Torino, la Fiom prenderà le contromisure con l'attivo nazionale dei delegati - circa 300, in rappresentanza di tutti i settori della categoria.
Ma il primo appuntamento è quello previsto per oggi a Melfi, dove i delegati rsu della Fiom hanno convocato un «presidio per i diritti» alle 13,30, cui interverrà anche il segretario nazionale Maurizio Landini. Qui si vedrà quali sono le intenzioni dell'azienda e anche degli altri sindacati presenti nello stabilimento. E' stata infatti richiesta un'assemblea retribuita in orario di lavoro, che in linea teorica presuppone la convocazione da parte della maggioranza della Rsu. La Fiom, seppure per poco, non è qui il sindacato maggioritario (come avviene a livello nazionale) e quindi - spiega la Fiat nella sua nota di risposta alla richiesta - il consenso dell'azienda è condizionato solo dalla possibilità che tutti gli altri sindacati insieme (Cisl, Uil e Fismic) non convochino a loro volta un'assemblea interna nel prossimi giorni.
Impotesi peregrina, se si volesse stare alla pratica degli ultimi tempi (a Melfi non si convocano assemblee da 10 mesi almeno, a causa della divisione tra i sindacati). E infatti neppure l'azienda se l'è sentita di dire no. Fino a sera, quindi, si è rimasti in attesa di avere la certezza che non venisse creata ad hoc una «sovrapposizione» di richieste, all'unico scopo di impedire l'assemblea convocata dalla Cgil. La formula usata nella nota dell'azienda ricorda un po' il tortuoso lessico democristiano d'altri tempi («l'assemblea potrà essere tenuta se dalla maggioranza dei componenti della Rsu non perverrà una formale comunicazione di diverso avviso»), a dimostrazione forse della difficoltà tutta politica in cui si è venuta a trovare. Ma c'è anche una lettura più pessimista: «stanno facendo i furbi», per creare caos stamattina davanti ai cancelli. Secondo le regole, infatti, a 24 ore dall'assemplea dovrebbe essere tutto già deciso, ma non si risponde a una richiesta dicendo che «siamo in attesa» di pareri diversi.
Intanto lo stabilimento Sata, da quieto «prato fiorito» di cui non si sentiva mai parlare, sembra diventato uno degli epicentri della politica italiana. Ieri sera, all'ingresso del turno delle 21, ha portato la propria solidarietà ai lavoratori anche il presidente della Regione Puglia, Niky Vendola. A sottolineare che in quella fabbrica - quasi sul confine tra le due regioni - si sta giocando una partita che riguarda tutti. Non tre operai soltanto.
Nel frattempo il management si prepara all'incontro con il consiglio direttivo di Federmeccanica (sempre il sei settebre) per mettere in chiaro i contenuti del richiesto «contratto auto», uscendo da quello storico dei metalmeccanici (un classico caso di «non rispetto degli accordi sottoscritti»; ma praticato dalla Fiat). Il giorno dopo, a Torino, la Fiom prenderà le contromisure con l'attivo nazionale dei delegati - circa 300, in rappresentanza di tutti i settori della categoria.
Ma il primo appuntamento è quello previsto per oggi a Melfi, dove i delegati rsu della Fiom hanno convocato un «presidio per i diritti» alle 13,30, cui interverrà anche il segretario nazionale Maurizio Landini. Qui si vedrà quali sono le intenzioni dell'azienda e anche degli altri sindacati presenti nello stabilimento. E' stata infatti richiesta un'assemblea retribuita in orario di lavoro, che in linea teorica presuppone la convocazione da parte della maggioranza della Rsu. La Fiom, seppure per poco, non è qui il sindacato maggioritario (come avviene a livello nazionale) e quindi - spiega la Fiat nella sua nota di risposta alla richiesta - il consenso dell'azienda è condizionato solo dalla possibilità che tutti gli altri sindacati insieme (Cisl, Uil e Fismic) non convochino a loro volta un'assemblea interna nel prossimi giorni.
Impotesi peregrina, se si volesse stare alla pratica degli ultimi tempi (a Melfi non si convocano assemblee da 10 mesi almeno, a causa della divisione tra i sindacati). E infatti neppure l'azienda se l'è sentita di dire no. Fino a sera, quindi, si è rimasti in attesa di avere la certezza che non venisse creata ad hoc una «sovrapposizione» di richieste, all'unico scopo di impedire l'assemblea convocata dalla Cgil. La formula usata nella nota dell'azienda ricorda un po' il tortuoso lessico democristiano d'altri tempi («l'assemblea potrà essere tenuta se dalla maggioranza dei componenti della Rsu non perverrà una formale comunicazione di diverso avviso»), a dimostrazione forse della difficoltà tutta politica in cui si è venuta a trovare. Ma c'è anche una lettura più pessimista: «stanno facendo i furbi», per creare caos stamattina davanti ai cancelli. Secondo le regole, infatti, a 24 ore dall'assemplea dovrebbe essere tutto già deciso, ma non si risponde a una richiesta dicendo che «siamo in attesa» di pareri diversi.
Intanto lo stabilimento Sata, da quieto «prato fiorito» di cui non si sentiva mai parlare, sembra diventato uno degli epicentri della politica italiana. Ieri sera, all'ingresso del turno delle 21, ha portato la propria solidarietà ai lavoratori anche il presidente della Regione Puglia, Niky Vendola. A sottolineare che in quella fabbrica - quasi sul confine tra le due regioni - si sta giocando una partita che riguarda tutti. Non tre operai soltanto.
Francesco Piccioni
[Articolo su il manifesto del 31/08/2010]
Mirafiori, cig al rientro dalle ferie. E il prefetto teme l'autunno caldo
Dopo il trasferimento in Serbia del modello destinato a Torino, regna l'incertezza
Non è più tempo di esodo e contro esodo a Torino. La chiusura della città concomitante con la chiusura della Fiat è solo un ricordo. Così tra l'ultimo giorno di vacanza ed il primo lavorativo per Mirafiori - e per Torino - non c'è nessuna differenza. I cancelli della porta due e tutti gli altri sono rimasti ben chiusi perché quella che è stata definita una "riapertura a singhiozzo" assomiglia molto ad una presa in giro. Dentro l'enorme stabilimento sono entrate poche centinaia di impiegati. Le linee produttive rimarranno ferme ancora una settimana. Poi ci sarà un po' di lavoro e ancora tantissima cassa integrazione. Dal venti settembre al primo ottobre ci sarà cassa per i lavoratori delle Carrozzerie addetti alla linea di produzione della Multipla, dal ventitré settembre al primo ottobre per quelli di Punto, Idea e Musa e dal ventinove settembre sempre al primo ottobre per quelli della Mito. Per tutti insomma.
Federico Bellono, segretario provinciale Fiom, prevede che «da qui alla fine dell'anno per i lavoratori Fiat saranno più i giorni passati a casa che quelli impiegati al lavoro. Fino ad ora abbiamo avuto una media di due settimane al mese di occupazione, scenderà sicuramente». L'analisi della grave situazione vede nella crisi del settore auto il primo elemento, peggiorato dalla produzione stessa di Mirafiori centrata su modelli ormai morti o agonizzanti. Il primo a saltare sarà la Multipla, mentre nel 2011 verrà meno la produzione della Linea e della Idea. Sparirà anche la vecchia Punto che nonostante l'età aveva un certo successo per via del prezzo contenuto. Rimarrà solo più l'Alfa Mito che in sé non rappresenta né un successo né un insuccesso di vendite.
Continua Bellono: «Ci aspettavamo questo disastro. Purtroppo non abbiamo notizie relative a nuove produzioni per lo stabilimento torinese. Marchionne sostiene che prima o poi qualcosa arriverà, per il momento è giunta solo una crisi spaventosa per tutto il gruppo Fiat». Bellono si riferisce in particolar modo ad Iveco e CNH, l'azienda che produce macchine per movimento terra. Iveco per la per la prima volta questa settimana inaugurerà il rientro post ferie con la cassa integrazione mentre la seconda ad ottobre finirà quella straordinaria. Seicento posti di lavoro ad alto rischio qualora non venga riconosciuta quella in deroga.
Forse per queste ragioni, o per questi numeri molto corposi, ieri il neo prefetto di Torino Alberto di Pace ha emesso un inusuale comunicato stampa che suona allarmante per i tempi che verranno: «La tradizione della prefettura è quella di proporre tavoli per facilitare il dialogo e prevenire il conflitto sociale. Proseguiremo in questa direzione. Noi crediamo a un ordine pubblico ottenuto con la prevenzione, attraverso l'eliminazione delle cause dei conflitti sociali». Insomma, anche tra chi ha come obiettivo la gestione dell'ordine si prevede un autunno tutt'altro che tranquillo.
Ugo Bolognesi, operaio delle carrozzerie, si dice molto preoccupato: «I prossimi sei mesi saranno pessimi per noi. Ed oltre alla paura per il crollo produttivo si aggiunge la preoccupazione per le bizze Fiat contro gli operai e la Fiom. Il clima che troveremo all'apertura dei cancelli sarà molto pesante, peggiore di quello precedente lo stop estivo. Lo scontro che la Fiat ha imposto al sincacato ed ai tre operai di Melfi racconta già di per sé quale sarà la filosofia produttiva che ci verrà richiesta. A peggiorare la situazione c'è anche la tracotanza di questo governo e dei suoi ministri... mi riferisco in particolare alla Gelmini che immagino sia riuscita a fare incazzare tutti gli operai italiani quando ha detto di concordare con la politica di Marchionne. Io vorrei che questa gente provasse per un giorno cosa significa la catena di montaggio...». Speranza vana.
La paura dei lavoratori di Mirafiori - è bene ricordare che l'età media dello stabilimento torinese è la più elevata del gruppo - è che anche a Torino in tempi non remoti giunga la "terapia Pomigliano", ovvero il licenziamento di tutte le maestranze a la riassunzione solo di coloro che accetteranno le nuove regole "made in Fiat". L'azienda, per bocca del suo amministratore delegato, smentisce, tranquillizza e paventa nuove produzioni che al momento non appaiono nemmeno remote. Nel 2010 vi è stato il lancio di un solo modello, la Giulietta, e per il 2011 non sono previste nuove produzioni eclatanti. Come si sa, il modello che doveva sostituire la Multipla a Mirafiori è stato spostato "manu militari" in Serbia.
Federico Bellono, segretario provinciale Fiom, prevede che «da qui alla fine dell'anno per i lavoratori Fiat saranno più i giorni passati a casa che quelli impiegati al lavoro. Fino ad ora abbiamo avuto una media di due settimane al mese di occupazione, scenderà sicuramente». L'analisi della grave situazione vede nella crisi del settore auto il primo elemento, peggiorato dalla produzione stessa di Mirafiori centrata su modelli ormai morti o agonizzanti. Il primo a saltare sarà la Multipla, mentre nel 2011 verrà meno la produzione della Linea e della Idea. Sparirà anche la vecchia Punto che nonostante l'età aveva un certo successo per via del prezzo contenuto. Rimarrà solo più l'Alfa Mito che in sé non rappresenta né un successo né un insuccesso di vendite.
Continua Bellono: «Ci aspettavamo questo disastro. Purtroppo non abbiamo notizie relative a nuove produzioni per lo stabilimento torinese. Marchionne sostiene che prima o poi qualcosa arriverà, per il momento è giunta solo una crisi spaventosa per tutto il gruppo Fiat». Bellono si riferisce in particolar modo ad Iveco e CNH, l'azienda che produce macchine per movimento terra. Iveco per la per la prima volta questa settimana inaugurerà il rientro post ferie con la cassa integrazione mentre la seconda ad ottobre finirà quella straordinaria. Seicento posti di lavoro ad alto rischio qualora non venga riconosciuta quella in deroga.
Forse per queste ragioni, o per questi numeri molto corposi, ieri il neo prefetto di Torino Alberto di Pace ha emesso un inusuale comunicato stampa che suona allarmante per i tempi che verranno: «La tradizione della prefettura è quella di proporre tavoli per facilitare il dialogo e prevenire il conflitto sociale. Proseguiremo in questa direzione. Noi crediamo a un ordine pubblico ottenuto con la prevenzione, attraverso l'eliminazione delle cause dei conflitti sociali». Insomma, anche tra chi ha come obiettivo la gestione dell'ordine si prevede un autunno tutt'altro che tranquillo.
Ugo Bolognesi, operaio delle carrozzerie, si dice molto preoccupato: «I prossimi sei mesi saranno pessimi per noi. Ed oltre alla paura per il crollo produttivo si aggiunge la preoccupazione per le bizze Fiat contro gli operai e la Fiom. Il clima che troveremo all'apertura dei cancelli sarà molto pesante, peggiore di quello precedente lo stop estivo. Lo scontro che la Fiat ha imposto al sincacato ed ai tre operai di Melfi racconta già di per sé quale sarà la filosofia produttiva che ci verrà richiesta. A peggiorare la situazione c'è anche la tracotanza di questo governo e dei suoi ministri... mi riferisco in particolare alla Gelmini che immagino sia riuscita a fare incazzare tutti gli operai italiani quando ha detto di concordare con la politica di Marchionne. Io vorrei che questa gente provasse per un giorno cosa significa la catena di montaggio...». Speranza vana.
La paura dei lavoratori di Mirafiori - è bene ricordare che l'età media dello stabilimento torinese è la più elevata del gruppo - è che anche a Torino in tempi non remoti giunga la "terapia Pomigliano", ovvero il licenziamento di tutte le maestranze a la riassunzione solo di coloro che accetteranno le nuove regole "made in Fiat". L'azienda, per bocca del suo amministratore delegato, smentisce, tranquillizza e paventa nuove produzioni che al momento non appaiono nemmeno remote. Nel 2010 vi è stato il lancio di un solo modello, la Giulietta, e per il 2011 non sono previste nuove produzioni eclatanti. Come si sa, il modello che doveva sostituire la Multipla a Mirafiori è stato spostato "manu militari" in Serbia.
Maurizio Pagliassotti
[Articolo su Liberazione del 31/08/2010]
Senza lavoro un giovane su quattro
I dati Istat. Il 26,8% dei giovani italiani sono disoccupati. L’1,1% in più rispetto all’anno scorso. Il tasso di disoccupazione a luglio ha toccato quota 8,4%. Aumenta la percentuale degli inattivi. Donne senza lavoro in crescita del 5,3%
A luglio il tasso di disoccupazione in Italia ha toccato quota 8,4%: stabile rispetto a giugno ma in crescita dello 0,5% rispetto a un anno fa. Lo comunica l’Istat nelle stime provvisorie sul mercato del lavoro rilevando che il numero di occupati (56,9%) è in diminuzione dello 0,1% rispetto a giugno (18 mila occupati in meno) e dello 0,7% rispetto a luglio 2009 (172 mila occupati in meno). Il numero delle persone in cerca di occupazione diminuisce invece dello 0,7% rispetto a giugno, risultando in aumento del 6,1% rispetto a luglio 2009.
Il tasso di disoccupazione tra i giovani in età tra i 15 e i 24 anni è del 26,8%. Oltre un giovane su quattro è senza lavoro. Il tasso è in aumento dell’1,1%: a luglio 2009 era del 25,7%. Rispetto a giugno scorso, invece, c'è stata una riduzione di 0,6 punti percentuali.
Il numero di inattivi di età compresa tra 15 e 64 anni a luglio 2010 aumenta dello 0,5% rispetto a giugno e dell'1% rispetto a luglio 2009. Il tasso di inattività, pari al 37,8%, è in aumento sia rispetto al mese precedente (+0,2 punti percentuali) sia rispetto a luglio 2009 (+0,3 punti percentuali).
A luglio 2010 l'occupazione maschile risulta stabile rispetto al mese precedente, ma registra una diminuzione dello 0,8% rispetto al corrispondente mese dell'anno precedente. L'occupazione femminile diminuisce dello 0,2% rispetto a giugno e dello 0,6% rispetto a luglio 2009. Il tasso di occupazione maschile risulta pari al 67,9%, invariato nell'ultimo mese e in calo di 0,8 punti percentuali negli ultimi dodici mesi. Il tasso di occupazione femminile a luglio è pari al 46,0%, in lieve calo rispetto a giugno e più basso di 0,5 punti percentuali rispetto a luglio 2009.
La disoccupazione maschile risulta in diminuzione del 2,3% rispetto al mese precedente, ma in aumento del 6,8% rispetto allo stesso mese dell'anno precedente. Il numero di donne disoccupate aumenta dell'1,2% rispetto a giugno e del 5,3% rispetto a luglio 2009. Il tasso di disoccupazione maschile è uguale al 7,5%, in calo di 0,2 punti percentuali rispetto a giugno e in aumento rispetto a luglio 2009 (0,5 punti percentuali). Il tasso di disoccupazione femminile è pari al 9,7%, in aumento sia rispetto a giugno (0,1 punti percentuali), sia rispetto al mese di luglio 2009 (0,5 punti percentuali). Gli uomini inattivi sono in aumento dello 0,9% tra giugno e luglio 2010 e dell'1,8% su base annua, mentre le donne inattive presentano aumenti dello 0,3% rispetto a giugno e dello 0,6% rispetto a luglio 2009.
fonte:http://www.rassegna.it
A luglio il tasso di disoccupazione in Italia ha toccato quota 8,4%: stabile rispetto a giugno ma in crescita dello 0,5% rispetto a un anno fa. Lo comunica l’Istat nelle stime provvisorie sul mercato del lavoro rilevando che il numero di occupati (56,9%) è in diminuzione dello 0,1% rispetto a giugno (18 mila occupati in meno) e dello 0,7% rispetto a luglio 2009 (172 mila occupati in meno). Il numero delle persone in cerca di occupazione diminuisce invece dello 0,7% rispetto a giugno, risultando in aumento del 6,1% rispetto a luglio 2009.
Il tasso di disoccupazione tra i giovani in età tra i 15 e i 24 anni è del 26,8%. Oltre un giovane su quattro è senza lavoro. Il tasso è in aumento dell’1,1%: a luglio 2009 era del 25,7%. Rispetto a giugno scorso, invece, c'è stata una riduzione di 0,6 punti percentuali.
Il numero di inattivi di età compresa tra 15 e 64 anni a luglio 2010 aumenta dello 0,5% rispetto a giugno e dell'1% rispetto a luglio 2009. Il tasso di inattività, pari al 37,8%, è in aumento sia rispetto al mese precedente (+0,2 punti percentuali) sia rispetto a luglio 2009 (+0,3 punti percentuali).
A luglio 2010 l'occupazione maschile risulta stabile rispetto al mese precedente, ma registra una diminuzione dello 0,8% rispetto al corrispondente mese dell'anno precedente. L'occupazione femminile diminuisce dello 0,2% rispetto a giugno e dello 0,6% rispetto a luglio 2009. Il tasso di occupazione maschile risulta pari al 67,9%, invariato nell'ultimo mese e in calo di 0,8 punti percentuali negli ultimi dodici mesi. Il tasso di occupazione femminile a luglio è pari al 46,0%, in lieve calo rispetto a giugno e più basso di 0,5 punti percentuali rispetto a luglio 2009.
La disoccupazione maschile risulta in diminuzione del 2,3% rispetto al mese precedente, ma in aumento del 6,8% rispetto allo stesso mese dell'anno precedente. Il numero di donne disoccupate aumenta dell'1,2% rispetto a giugno e del 5,3% rispetto a luglio 2009. Il tasso di disoccupazione maschile è uguale al 7,5%, in calo di 0,2 punti percentuali rispetto a giugno e in aumento rispetto a luglio 2009 (0,5 punti percentuali). Il tasso di disoccupazione femminile è pari al 9,7%, in aumento sia rispetto a giugno (0,1 punti percentuali), sia rispetto al mese di luglio 2009 (0,5 punti percentuali). Gli uomini inattivi sono in aumento dello 0,9% tra giugno e luglio 2010 e dell'1,8% su base annua, mentre le donne inattive presentano aumenti dello 0,3% rispetto a giugno e dello 0,6% rispetto a luglio 2009.
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Eurozona: 15,8 milioni di disoccupati
I dati Eurostat sul mese di luglio: tasso di disoccupazione stabile al 10%, cifre invariate rispetto a giugno. Nella Ue-27 disoccupazione al 9,6%, i senza lavoro sono 23 milioni. Su base annua aumento generalizzato: donne, uomini e giovani sotto i 25
La disoccupazione resta stabile a luglio nell'eurozona. Nel mese scorso, infatti, i senza lavoro nei 16 paesi della zona euro erano 15,8 milioni, pari al 10%, mentre nell'Ue a 27 Paesi i 23 milioni di disoccupati corrispondono a un tasso del 9,6%. E' quanto emerge dai dati diffusi oggi (31 agosto) da Eurostat, che non registrano variazioni rispetto al precedente mese di giugno.
Un anno fa, nel luglio 2009, il tasso di disoccupazione era del 9,6% nell'uurozona e del 9,1% nell'Ue. In Italia i disoccupati sono pari all'8,4%, in lieve calo rispetto all'8,5% di giugno. In termini assoluti, il numero di senza lavoro è diminuito in luglio di 45 mila nell'Ue27 rispetto a giugno e di 8 mila nella zona euro.
Gli Stati membri con disoccupazione più bassa sono l'Austria (3,8%) e l'Olanda (4,4%), al contrario i tassi più alti si registrano in Spagna (20,3%), Lettonia (20,1% nel primo trimestre) e Estonia (18,6% nel secondo trimestre). A luglio cala il numero dei disoccupati in Austria, Malta e Germania, cresce in Lituania e Lettonia.
Aumentano sia gli uomini che le donne senza lavoro. Rispetto al 2009, i maschi sono cresciuti dal 9,5% al 9,8% nell'Eurozona e dal 9,2% al 9,6% nell'Unione a 27 paesi, le donne dal 9,8% al 10,3% nell'eurozona e da 9% a 9,6% nell'Ue27. I disoccupati sotto i 25 anni sono il 19,6% nell'eurozona e il 20,2% nell'Ue27.
fonte:http://www.rassegna.it
La disoccupazione resta stabile a luglio nell'eurozona. Nel mese scorso, infatti, i senza lavoro nei 16 paesi della zona euro erano 15,8 milioni, pari al 10%, mentre nell'Ue a 27 Paesi i 23 milioni di disoccupati corrispondono a un tasso del 9,6%. E' quanto emerge dai dati diffusi oggi (31 agosto) da Eurostat, che non registrano variazioni rispetto al precedente mese di giugno.
Un anno fa, nel luglio 2009, il tasso di disoccupazione era del 9,6% nell'uurozona e del 9,1% nell'Ue. In Italia i disoccupati sono pari all'8,4%, in lieve calo rispetto all'8,5% di giugno. In termini assoluti, il numero di senza lavoro è diminuito in luglio di 45 mila nell'Ue27 rispetto a giugno e di 8 mila nella zona euro.
Gli Stati membri con disoccupazione più bassa sono l'Austria (3,8%) e l'Olanda (4,4%), al contrario i tassi più alti si registrano in Spagna (20,3%), Lettonia (20,1% nel primo trimestre) e Estonia (18,6% nel secondo trimestre). A luglio cala il numero dei disoccupati in Austria, Malta e Germania, cresce in Lituania e Lettonia.
Aumentano sia gli uomini che le donne senza lavoro. Rispetto al 2009, i maschi sono cresciuti dal 9,5% al 9,8% nell'Eurozona e dal 9,2% al 9,6% nell'Unione a 27 paesi, le donne dal 9,8% al 10,3% nell'eurozona e da 9% a 9,6% nell'Ue27. I disoccupati sotto i 25 anni sono il 19,6% nell'eurozona e il 20,2% nell'Ue27.
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Fiat, Scudiere (Cgil): no a svolta autoritaria
“La svolta autoritaria della Fiat non può essere condivisa. Ci vuole rispetto delle posizioni e degli interessi diversi perché si arrivi ai compromessi necessari". E' quanto dichiara Vincenzo Scudiere, segretario confederale della Cgil, ai microfoni di RadioArticolo1. L’azienda, secondo Scudiere, "ha esacerbato il confronto sindacale, ha escluso la Fiom dalla discussione e ha licenziato illegittimamente i lavoratori di Melfi. Il Lingotto rifiuta il dialogo e invece di condividere le soluzioni per i problemi generali del paese, crea i conflitti”. “Non si può approfittare della globalizzazione per mettere in discussione i diritti. Se vogliamo contrastare la crisi ed essere competitivi non possiamo assecondare la volontà della Fiat. Ci vuole una discussione sulle regole in cui il contratto nazionale diventi il baricentro sul quale costruire nuove soluzioni”.
Parlando del rapporto con le altre sigle sindacali, il dirigente della Cgil ha detto che “è necessario ritrovare quel terreno di confronto e di mediazione unitaria che Corso Italia auspica da sempre. Anche il governo, che finora sembra più interessato ai problemi interni alla maggioranza, non può essere assente e dovrebbe concentrarsi sui temi veri, sociali che riguardano il nostro paese. Se non ci saranno serie politiche industriali e di sviluppo avremo nuovi disoccupati e perdita di migliaia di posti di lavoro”.
“Il nuovo patto sociale che serve al paese e di cui ha parlato anche Marchionne può essere trovato solo attraverso il dialogo”, ha concluso Scudiere. “Tante imprese italiane sanno che il modello giusto non è quello che porta al conflitto: esacerbando il rapporto con i propri dipendenti rischiano soltanto di non essere credibili sui mercati”.
fonte:http://www.rassegna.it
Parlando del rapporto con le altre sigle sindacali, il dirigente della Cgil ha detto che “è necessario ritrovare quel terreno di confronto e di mediazione unitaria che Corso Italia auspica da sempre. Anche il governo, che finora sembra più interessato ai problemi interni alla maggioranza, non può essere assente e dovrebbe concentrarsi sui temi veri, sociali che riguardano il nostro paese. Se non ci saranno serie politiche industriali e di sviluppo avremo nuovi disoccupati e perdita di migliaia di posti di lavoro”.
“Il nuovo patto sociale che serve al paese e di cui ha parlato anche Marchionne può essere trovato solo attraverso il dialogo”, ha concluso Scudiere. “Tante imprese italiane sanno che il modello giusto non è quello che porta al conflitto: esacerbando il rapporto con i propri dipendenti rischiano soltanto di non essere credibili sui mercati”.
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lunedì 30 agosto 2010
Lavoro: Cina chiede a industrie Giappone di aumentare salari
Il primo ministro cinese Wen Jiabao ha chiesto oggi alle industrie giapponesi che hanno stabilimenti in Cina di aumentare il salario dei propri operai, dopo una serie di scioperi che hanno provocato il blocco di alcune fabbriche. «Conflitti sociali si sono registrati all'interno di alcune fabbriche straniere, ma dietro tutto ciò c'è il problema dei salari, che sono relativamente bassi», ha detto Wen. «Spero che voi vogliate risolvere questo poblema», ha quindi aggiunto incontrando una delegazione del governo giapponese, tra cui il ministro degli Esteri, Katsuya Okada, ricevuta nel quadro del dialogo economico tra i due Paesi.
fonte:http://www.controlacrisi.org
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Fiat: Landini (Fiom), Federmeccanica non ceda a al diktat della Fiat
«Non esiste che un contratto firmato da tutti possa essere sostituito da un altro firmato da pochi. Abbiamo già scritto alle imprese diffidandole dall'applicare l'accordo separato. Ora mi auguro che Federmeccanica non ceda al diktat della Fiat. Prima Marchionne ci ha provato con Pomigliano, e dopo, poichè, come noi dicevamo quell'accordo andava contro i contratti e contro le leggi, si è rivolto alla Federazione con un ultimatum: dicendole che se entro ottobre non gli avesse concesso le deroghe, sarebbe uscito da Federmeccanica». Così il segretario generale della Fiom Cgil, Maurizio Landini, in un'intervista al quotidiano 'Il Secolo XIX', spiega la contrarietà del sindacato alla possibilità che nella riunione del 7 settembre il direttivo di Federmeccanica decida una deroga al contratto nazionale per Fiat, recependo così l'accordo separato del 2008 siglato da Fim Cisl e Uilm. Landini ha anche commentato l'intervento su Fiat del presidente della Cei, il cardinale Angelo Bagnasco: «È molto importante -ha detto- che dopo Napolitano anche il presidente dei vescovi ritenga necessario mettere al centro il lavoro, la sua dignità e i suoi diritti. Nel richiamo di entrambi c'è anche un invito al confronto. Ma non mi sembra -ha aggiunto- che la Fiat lo stia facendo, anzi a Melfi si è inasprito lo scontro. Tra un sindacato e un'impresa fare accordi significa mediare tra diversi interessi. Invece Marchionne -ha concluso- non vuole ascoltare, e ha dichiarato che il piano industriale, lui non lo discute con nessuno».
Metalmeccanici:Landini,con deroghe conflitto in fabbriche
Introdurre deroghe al contratto nazionale dei metalmeccanici «non è utile per le imprese perchè si rischia di aprire conflitti in tutte le fabbriche»: ad affermarlo è il segretario generale della Fiom, Maurizio Landini che sottolinea come il sindacato dei metalmeccanici della Cgil si prepari, azienda per azienda, a chiedere che si continui ad applicare il contratto del 2008, «ancora in vigore fino a fine 2011». In caso di decisione della Federmeccanica (il direttivo dell'associazione è previsto per il sette settembre) dovesse quindi decidere di dare la disdetta del contratto nazionale del 2008 la Fiom quindi chiederà alle singole aziende di continuare a rispettarlo. In caso di risposta negativa si metteranno in campo iniziative sia giudiziarie sia sindacali, come scioperi, blocco degli straordinari ecc. «La nostra azione - spiega Landini - non si limiterà al contenzioso giudiziario per far rispettare i diritti dei lavoratori, sarà anche sindacale. L'idea che per uscire dalla crisi si riducano i diritti dei lavoratori, questa sì può scaldare l'autunno». La Fiom riunirà il proprio Comitato centrale l'8 settembre, il giorno dopo il direttivo di Federmeccanica. «Chiederemo che si applichi il contratto attuale, senza deroghe - avverte il numero uno della Fiom - a seconda delle risposte che avremo dalle aziende valuteremo quali iniziative prendere. Se si introducono al contratto nazionale deroghe sul modello di quelle introdotte a Pomigliano (sullo straordinario, la malattia ecc) si cancella di fatto il contratto nazionale. Noi lo difenderemo, sia sul piano giuridico sia su quello sindacale». 'Ci sono già migliaia di accordi nelle aziende metalmeccaniche - conclude Landini - su produttività, efficienza e utilizzo degli impianti, firmati da tutti e senza alcun bisogno di derogare dal contratto e dalle leggi».
Fiat, anche la Chiesa in campo
Il presidente della Cei Bagnasco sul caso Melfi auspica una soluzione “definitiva ed equa per tutti” e invita a seguire le parole di Napolitano. Intanto oggi si torna al lavoro in diversi siti del Lingotto, ma per molti incombe nuova cassa integrazione
La Chiesa prende posizione sul caso Fiat a Melfi e lo fa con il suo portavoce più autorevole, il presidente della Cei, cardinale Angelo Bagnasco. L'auspicio, lanciato ieri da Genova, è che “si risolva la vertenza Fiat nel modo migliore per tutti” e che vengano seguite appieno le parole del Capo dello Stato, che rappresentano secondo Bagnasco, “una linea di azione valida per tutti”
Sulla vertenza Fiat e la disoccupazione crescente in Italia il cardinale Bagnasco ha anche lanciato un appello alla politica: “Il lavoro – ha detto - è fondamentale per costruirsi una famiglia. Ripeto: speriamo che attraverso un dialogo insistente e intelligente si possa arrivare a una soluzione definitiva ed equa per tutti”.
Il nuovo monito del capo dei vescovi italiani arriva dopo l’intervento di Giancarlo Maria Bregantini, presidente della Commissione episcopale per i problemi sociali e il lavoro che proprio nei giorni scorsi aveva invitato il Lingotto ad “obbedire alle sentenze”. Così come qualche giorno prima era stato il quotidiano dei vescovi, l’Avvenire, a sostenere in un editoriale che l’azienda automobilistica aveva “sbagliato” a forzare la mano con i tre operai di Melfi, insistendo con una “una strategia così rischiosa, dagli esiti incerti”.
Intanto in casa Fiat, oggi riaprono i cancelli di Mirafiori, ma la produzione riprenderà solo il 6 settembre e fino ad allora gli oltre 5.000 operai dello stabilimento torinese saranno ancora in Cig. Rientrano in fabbrica oggi invece i 1.400 lavoratori di Termini Imerese per i quali la cassa integrazione ripartirà però il prossimo 22 settembre. Anche i lavoratori dello stabilimento di Melfi, dove si produce la Punto, saranno collocati in cassa dal 22 settembre all’1 ottobre prossimo. Lavoro fermo anche a Pomigliano, dove prosegue la Cig avviata anche per i lavori necessari a riconvertire lo stabilimento alla produzione della Panda. E dove le assunzioni da parte della NewCo di Fiat non arriveranno prima di un anno. L’attività riprenderà invece a Cassino e alla Sevel di Pratola Serra.
Sulla vertenza Fiat e la disoccupazione crescente in Italia il cardinale Bagnasco ha anche lanciato un appello alla politica: “Il lavoro – ha detto - è fondamentale per costruirsi una famiglia. Ripeto: speriamo che attraverso un dialogo insistente e intelligente si possa arrivare a una soluzione definitiva ed equa per tutti”.
Il nuovo monito del capo dei vescovi italiani arriva dopo l’intervento di Giancarlo Maria Bregantini, presidente della Commissione episcopale per i problemi sociali e il lavoro che proprio nei giorni scorsi aveva invitato il Lingotto ad “obbedire alle sentenze”. Così come qualche giorno prima era stato il quotidiano dei vescovi, l’Avvenire, a sostenere in un editoriale che l’azienda automobilistica aveva “sbagliato” a forzare la mano con i tre operai di Melfi, insistendo con una “una strategia così rischiosa, dagli esiti incerti”.
Intanto in casa Fiat, oggi riaprono i cancelli di Mirafiori, ma la produzione riprenderà solo il 6 settembre e fino ad allora gli oltre 5.000 operai dello stabilimento torinese saranno ancora in Cig. Rientrano in fabbrica oggi invece i 1.400 lavoratori di Termini Imerese per i quali la cassa integrazione ripartirà però il prossimo 22 settembre. Anche i lavoratori dello stabilimento di Melfi, dove si produce la Punto, saranno collocati in cassa dal 22 settembre all’1 ottobre prossimo. Lavoro fermo anche a Pomigliano, dove prosegue la Cig avviata anche per i lavori necessari a riconvertire lo stabilimento alla produzione della Panda. E dove le assunzioni da parte della NewCo di Fiat non arriveranno prima di un anno. L’attività riprenderà invece a Cassino e alla Sevel di Pratola Serra.
Melfi, Barozzino: alle accuse della Fiat non crede più nessuno
“Chiediamo di sentirci lavoratori. Finché non cambieranno la Costituzione, l'Italia è una Repubblica fondata sul lavoro. Non si può stare a casa e prendere lo stipendio, noi vogliamo rispetto, perché non abbiamo fatto nulla”. E’ quanto dichiara Giovanni Barozzino, uno dei tre operai della Fiat di Melfi licenziati dall’azienda e reintegrati da giudice del lavoro, in un’intervista a RadioArticolo1.
Sull’accusa mossa dalla Fiat (sabotaggio della produzione), Barozzino ribadisce: “Ormai non ci crede nessuno, nemmeno le pietre. Si scioperava da 8-9 giorni perché la Fiat mentre aveva dichiarato la cassa integrazione aumentava la produzione del 10%. Il sindacato, tutta la Rsu, ha chiesto un incontro a Fiat, per questa situazione anomala. Quindi il sindacato unitariamente ha dichiarato lo sciopero, che è andato avanti su tutti i tre turni per alcuni giorni. I carrelli non partivano neanche. Tutti i lavoratori ne sono stati testimoni”.
“Ancora una volta – conclude Barozzino - invito chi vuole veramente la verità a venire a Melfi e capire quali sono i fatti. Il giorno dopo il licenziamento tutti i lavoratori presenti all'accaduto hanno firmato un documento consegnato al Governatore della Basilicata in cui testimoniano che non è successo nulla”.
Il podcast dell'intervista
fonte:http://www.rassegna.it
Sull’accusa mossa dalla Fiat (sabotaggio della produzione), Barozzino ribadisce: “Ormai non ci crede nessuno, nemmeno le pietre. Si scioperava da 8-9 giorni perché la Fiat mentre aveva dichiarato la cassa integrazione aumentava la produzione del 10%. Il sindacato, tutta la Rsu, ha chiesto un incontro a Fiat, per questa situazione anomala. Quindi il sindacato unitariamente ha dichiarato lo sciopero, che è andato avanti su tutti i tre turni per alcuni giorni. I carrelli non partivano neanche. Tutti i lavoratori ne sono stati testimoni”.
“Ancora una volta – conclude Barozzino - invito chi vuole veramente la verità a venire a Melfi e capire quali sono i fatti. Il giorno dopo il licenziamento tutti i lavoratori presenti all'accaduto hanno firmato un documento consegnato al Governatore della Basilicata in cui testimoniano che non è successo nulla”.
Il podcast dell'intervista
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Carrefour, rientro negato per 64 lavoratori
La Fiat di Melfi fa scuola: il gruppo di Pieve Emanuele non fa rientrare gli addetti e un delegato sindacale, nonostante la decisione del giudice del Lavoro. Oggi due presidi e incontro in prefettura a Milano. Cgil: “Le sentenze vanno rispettate”
Il gruppo GS - Carrefour di Pieve Emanuele fa come la Fiat di Melfi. Un gruppo di addetti e un delegato sindacale, licenziati e reintegrati dal giudice del Lavoro, non vengono fatti rientrare dall'azienda. La vicenda coinvolge 64 lavoratori e un delegato, tutti appartenenti al polo logistico in provincia di Milano. A quanto si apprende, la cooperativa R.M. ha deciso di mettere in esubero i lavoratori nella scorsa primavera, ne ha poi riassunti una parte in una nuova società con retribuzione minore.
La Cgil chiede il reintegro immediato degli addetti. “Reintegrare immediatamente i lavoratori che lavorano per il gruppo GS - Carrefour nel polo di Pieve Emanuele a carico del consorzio Gemal e, allo stesso tempo, l’assunzione di responsabilità da parte del gruppo francese nei confronti di una vicenda che non la vede assolutamente estranea”. A dirlo è la vice segretaria generale della Cgil, Susanna Camusso.
Per oggi è in programma, dopo la continua mobilitazione della Cgil, un incontro presso la Prefettura di Milano a cui siederanno la Filt Cgil, il consorzio Gemal ed il gruppo GS-Carrefour. In contemporanea si svolgono due presidi: uno sotto la la Prefettura, l’altro davanti al supermercato del gruppo GS - Carrefour per informare tutti i cittadini e i clienti dell’ipermercato del trattamento riservato ai lavoratori del polo logistico di Pieve Emanuele.
Camusso ricorda che nel mese di agosto la magistratura ha emesso due sentenze di condanna nei confronti della cooperativa RM e del consorzio Gemal di cui fa parte: “Le sentenze - osserva Camusso - qui come a Melfi, vanno rispettate per garantire legalità e il rispetto dei diritti dei lavoratori: non si può pensare di agire calpestando le regole, così come la stessa GS - Carrefour non può nascondersi dietro responsabilità altrui perché in questa vicenda non è assolutamente estranea”. La dirigente sindacale, inoltre, punta il dito contro il trattamento riservato ai lavoratori della logistica che, dice, “vivono troppo spesso in assenza di tutele, costretti in una condizione di moderna schiavitù. A Pieve Emanuele - conclude - va ristabilita la legalità altrimenti il conflitto resterà aperto”.
fonte:http://www.rassegna.it
Il gruppo GS - Carrefour di Pieve Emanuele fa come la Fiat di Melfi. Un gruppo di addetti e un delegato sindacale, licenziati e reintegrati dal giudice del Lavoro, non vengono fatti rientrare dall'azienda. La vicenda coinvolge 64 lavoratori e un delegato, tutti appartenenti al polo logistico in provincia di Milano. A quanto si apprende, la cooperativa R.M. ha deciso di mettere in esubero i lavoratori nella scorsa primavera, ne ha poi riassunti una parte in una nuova società con retribuzione minore.
La Cgil chiede il reintegro immediato degli addetti. “Reintegrare immediatamente i lavoratori che lavorano per il gruppo GS - Carrefour nel polo di Pieve Emanuele a carico del consorzio Gemal e, allo stesso tempo, l’assunzione di responsabilità da parte del gruppo francese nei confronti di una vicenda che non la vede assolutamente estranea”. A dirlo è la vice segretaria generale della Cgil, Susanna Camusso.
Per oggi è in programma, dopo la continua mobilitazione della Cgil, un incontro presso la Prefettura di Milano a cui siederanno la Filt Cgil, il consorzio Gemal ed il gruppo GS-Carrefour. In contemporanea si svolgono due presidi: uno sotto la la Prefettura, l’altro davanti al supermercato del gruppo GS - Carrefour per informare tutti i cittadini e i clienti dell’ipermercato del trattamento riservato ai lavoratori del polo logistico di Pieve Emanuele.
Camusso ricorda che nel mese di agosto la magistratura ha emesso due sentenze di condanna nei confronti della cooperativa RM e del consorzio Gemal di cui fa parte: “Le sentenze - osserva Camusso - qui come a Melfi, vanno rispettate per garantire legalità e il rispetto dei diritti dei lavoratori: non si può pensare di agire calpestando le regole, così come la stessa GS - Carrefour non può nascondersi dietro responsabilità altrui perché in questa vicenda non è assolutamente estranea”. La dirigente sindacale, inoltre, punta il dito contro il trattamento riservato ai lavoratori della logistica che, dice, “vivono troppo spesso in assenza di tutele, costretti in una condizione di moderna schiavitù. A Pieve Emanuele - conclude - va ristabilita la legalità altrimenti il conflitto resterà aperto”.
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Fiat, in arrivo nuova cig a fine settembre
Esclusi solo i siti di Cassino e della Sevel
fonte:http://www.rassegna.it
Riflessioni sulla questione Natuzzi
Apprendo dalla versione telematica del Corriere del Mezzogiorno che la Natuzzi avrebbe licenziato 2 suoi dipendenti, rei di prestazioni lavorative presso opifici concorrenti alla stessa Azienda.Se la notizia fosse confermata, oltre ad aumentare le forti preoccupazioni che attanagliano tutti noi per le sorti dei nostri posti di lavoro, indurrebbe a fare una serie di considerazioni più in generale:fermo restando il diritto di ogni Impresa a tutelarsi da forme di concorrenza sleale, esigendo dalle proprie maestranze l’osservanza delle vigenti disposizioni legali e contrattuali in materia, questa deve assumersi, altresì, la propria responsabilità sociale e garantire a tutti un salario dignitoso usando gli ammortizzatori sociali in modo equo e non come dei deterrenti per escludere dal ciclo produttivo i più indesiderati;il Sindacato sbaglia nel sottoscrivere accordi di Cig ad uso e consumo della Natuzzi lasciando alla stessa la facoltà di gestirli nel modo sopra citato. I lavoratori, che contro la loro volontà sono stati collocati in Cassa integrazione e zero ore e costretti a vivere con circa 750 euro al mese, meritano di essere rappresentati degnamente, altrimenti diverranno fisiologici i fenomeni di illegalità o disperazione sociale. A favore di questi fenomeni giocherà anche il Verbale d’intesa sottoscritto lo scorso 26 Luglio tra OO.SS. e Natuzzi spa, riguardante il non anticipo, da parte dell’Azienda verso gli interessati, dell’indennità di Cassa Integrazione in deroga; strumenti, in linea di principio opportuni, come l’Accordo di programma e la riqualificazione si trasformano in inutili sperperi di denaro pubblico se non finalizzati a nuove assunzioni o non correlati, come si sta concretizzando, dalla certezza e dalle modalità e tempi del rientro nel ciclo produttivo dei lavoratori in esubero.Spero che queste mie modeste riflessioni possano contribuire positivamente alle decisioni che tutti i soggetti in campo adotteranno nell’immediato futuro.
Felice Dileo
RSU Natuzzi
Direttivo provinciale Fillea Cgil Bari
fonte:http://www.rete28aprile.it
domenica 29 agosto 2010
Italia, maglia nera per l'occupazione femminile
Stando agli ultimi dati diffusi dall'Ocse, nel 2009 le donne italiane con un lavoro erano meno di una su due (il 46,4%). Peggio di noi fa solo la Turchia, con il 24,2%
L'Italia non si schioda dalla coda della classifica dei principali Paesi Ocse sull'occupazione femminile. Stando agli ultimi dati diffusi dall'Organizzazione, nel 2009 le donne italiane con un lavoro erano meno di una su due (il 46,4%). Peggio di noi fa solo la Turchia, con il 24,2%. Numeri lontani anni luce da quelli dei Paesi scandinavi, dove a lavorare sono oltre sette donne su dieci.
Il dato italiano, ma a causa della crisi questo accade un po' per tutti, è anche peggiore di quello del 2008 (47,2%), mentre sono consistenti i progressi fatti rispetto a dieci anni fa, quando il tasso di occupazione era appena del 38,3%.
fonte:http://tg24.sky.it
L'Italia non si schioda dalla coda della classifica dei principali Paesi Ocse sull'occupazione femminile. Stando agli ultimi dati diffusi dall'Organizzazione, nel 2009 le donne italiane con un lavoro erano meno di una su due (il 46,4%). Peggio di noi fa solo la Turchia, con il 24,2%. Numeri lontani anni luce da quelli dei Paesi scandinavi, dove a lavorare sono oltre sette donne su dieci.
Il dato italiano, ma a causa della crisi questo accade un po' per tutti, è anche peggiore di quello del 2008 (47,2%), mentre sono consistenti i progressi fatti rispetto a dieci anni fa, quando il tasso di occupazione era appena del 38,3%.
fonte:http://tg24.sky.it
Bagnasco sulla Fiat: «Seguire le parole di Napolitano»
''Da un parte l'auspicio che tutti facciamo e' che si risolva la vertenza Fiat nel modo migliore per tutti, dall'altra parte le parole che il Capo dello Stato ha detto mi pare siano proprio una linea di azione valida per tutti''. E' stato stamani a Genova l'invito dell'arcivescovo di Genova e presidente della Cei, cardinale Angelo Bagnasco, fatto a margine delle celebrazioni per il 520/mo anniversario dell'apparizione della Madonna della Guardia. Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano aveva esortato affinche' sui ''tre lavoratori licenziati poi reintegrati a Melfi si rispetti la decisione dei giudici''.
Sulla vertenza Fiat e la disoccupazione crescente in Italia il cardinale Bagnasco ha lanciato un appello alla politica: ''Il lavoro e' fondamentale per costruirsi una famiglia. Ripeto: speriamo che attraverso un dialogo insistente e intelligente si possa arrivare a una soluzione definitiva ed equa per tutti''.
''Una nuova classe politica, cristiana nei fatti non nelle parole, e' un richiamo da sempre. Fa parte della fede di ogni credente essere in modo intelligente coerente con la propria fede e presente nelle diverse responsabilita' sociali, civili e politiche'', ha quindi aggiunto l'arcivescovo di Genova.
fonte:http://www.unita.it
Sulla vertenza Fiat e la disoccupazione crescente in Italia il cardinale Bagnasco ha lanciato un appello alla politica: ''Il lavoro e' fondamentale per costruirsi una famiglia. Ripeto: speriamo che attraverso un dialogo insistente e intelligente si possa arrivare a una soluzione definitiva ed equa per tutti''.
''Una nuova classe politica, cristiana nei fatti non nelle parole, e' un richiamo da sempre. Fa parte della fede di ogni credente essere in modo intelligente coerente con la propria fede e presente nelle diverse responsabilita' sociali, civili e politiche'', ha quindi aggiunto l'arcivescovo di Genova.
fonte:http://www.unita.it
A Epifani dico: nessun dialogo con chi vuole imporre le regole
Ascoltando il discorso di Marchionne a Rimini mi è venuta in mente una celebre vignetta di Altan. Quella dove c’è un operaio che dice: “La lotta di classe è roba d’altri tempi, Cipputi”. E lui di rimando: “Sarà meglio avvisare l’ Agnelli, che non continui all’oscuro di tutto”. Agnelli non c’è più ma in Fiat le cose non sembrano cambiate. Anzi, sono peggiorate. Il discorso di Marchionne è un discorso autenticamente reazionario. Il modello sociale che lui ha in mente nega al lavoro qualsiasi libertà e autonomia. Cosa dice Marchionne in sostanza? Che è il mercato a decidere qual è il livello di diritti e di dignità che l’impresa può accettare. E quindi che il lavoro, per esistere, deve stare nel mercato con l’impresa. Quindi viene negata la libertà sindacale alla sua radice. Non è solo Marchionne a pensarla così. Il suo intervento è stato a più riprese applaudito dalla platea di Rimini, a cui il giorno prima Tremonti aveva spiegato che «una certa qualità di diritti e di regole non possiamo più permettercele in uno scenario globale». Il ministro ha addirittura definito «un lusso» le norme a tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori.Vorrebbero una Italia come la Cina. Nel nostro paese è in atto una offensiva reazionaria. La ministra Gelmini che sta distruggendo la scuola pubblica, Tremonti che sta distruggendo lo stato sociale, Marchionne che sta distruggendo i diritti dei lavoratori, Marcegaglia che sta distruggendo il contratto nazionale di lavoro sono insieme portatori di un disegno di distruzione della civiltà sociale italiana.Come ci si può opporre a questo disegno?La mia valutazione personale, di cui credo dovrà discutere il direttivo della Cgil, è che questi appelli al dialogo con la Fiat da parte di Epifani non servono assolutamente a niente. Perchè vengono presi dalla controparte solo come una dimostrazione di debolezza.Con Marchionne e la Confindustria che accusano la Cgil di dire sempre di no, forse la preoccupazione di Epifani è quella di far vedere all’opinione pubblica che non è lui che rifiuta il dialogo.Di tattiche si muore. La parola dialogo è malata, è servita per coprire le più brutali sconcezze a favore del potere. Il vero problema è affrontare di petto l’attacco che viene da Confindustria e dalla Fiat ai diritti fondamentali dei lavoratori italiani. Noi vogliamo le trattative sindacali, non il dialogo. Non c’è da dialogare, c’è da riconoscere, cosa che Marchionne non fa, che l’impresa è fatta di due interessi che hanno pari legittimità: quello dell’imprenditore e quello dei lavoratori. Epifani deve dire alla Fiat: «Per trattare con noi devi accettare la Costituzione, lo Statuto dei Lavoratori e il contratto nazionale. Se invece mantieni un atteggiamento eversivo, ti combatteremo». Questa è la cultura della Cgil. Marchionne fa una operazione autoritaria di stampo ottocentesco quando dice “non ci sono gli interessi del lavoro, ci sono solo quelli dell’impresa e i lavoratori devono stare con l’impresa”. Siamo alla riproposizione, dopo tremila anni, dell’apologo di Menenio Agrippa. E allora non c’è da dialogare. Il servo della gleba non deve dialogare con il feudatario, deve conquistare i diritti di cittadinanza. La Fiat non può voler imporre le sue regole a tutti i costi e poi chiedere agli altri di dialogare. Questo è un modo per pretendere subordinazione e passività.In concreto, cosa proponi?Bisogna costruire un grande movimento di lotta e avere fiducia nelle persone. In fondo Marchionne è andato in difficoltà di fronte a tre operai di Melfi che hanno affermato la loro dignità, che non si sono accontentati di avere il salario ma che hanno detto «noi vogliamo anche faticare». Dobbiamo essere capaci di far emergere che i problemi di competitività dell’Italia derivano unicamente dal sistema di potere delle imprese, dalle banche, dal sistema politico che non si rinnova e non da un mondo del lavoro che guarda al passato.
[Intervista di R.Farneti a G.Cremaschi. Liberazione, 27 agosto 2010]
fonte:http://www.liberazione.it/
[Intervista di R.Farneti a G.Cremaschi. Liberazione, 27 agosto 2010]
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sabato 28 agosto 2010
Un «nuovo patto sociale» per arretrare come paese
Quando Sergio Marchionne prese il timone della Fiat, nel giugno 2004, la sua «estraneità» alla mentalità italiana ne faceva quasi un campione liberal. In una delle prime apparizioni dichiarò che per la Fiat il costo del lavoro - intorno al 6-7% dei costi - non era il problema principale, promettendo che non avrebbe chiuso nessuno stabilimento in Italia. Apparve come l'esatto contrario di Berlusconi. Il prototipo dell'imprenditore serio contrapposto all'impresario.Oggi chiede un «nuovo patto sociale», basato sull'abbandono dell'idea «che ci sia una lotta tra capitale e lavoro, tra padroni e operai». Rispolverando infine l'antica favola - questa, sì, molto «padronale» - del «stiamo tutti sulla stessa barca» («l'unica vera sfida è quella che ci vede di fronte al resto del mondo», non è chiaro se come azienda o come paese).Cos'è cambiato in cinque anni?La crisi, indubbiamente. L'auto ne paga le conseguenze più di ogni altra merce: c'è una sovracapacità produttiva spaventosa (un 35% di troppo). E' la merce-pilota del dopoguerra, con un indotto incalcolabile, da vero «moltiplicatore» keynesiano dell'economia reale e finanziaria (la si compra a rate, per lo più). Il suo declino - nelle economie «mature» - trascina con sé benessere, occupazione, modelli di vita, garanzie sociali, «costituzione materiale».Il «patto sociale» che Marchionne ha in testa è quello anglosassone («tra proprietari», non «tra produttori», com'è in Europa). Soprattutto non è in vista di uno sviluppo impetuoso; non abbiamo davanti un «nuovo boom», ma una lunga fase di stagnazione. E la Fiat si trova a competere con poche chance di vittoria (pochi modelli davvero convincenti e dimensione aziendale insufficiente), stretta tra il predominio nippo-tedesco nei segmenti «di qualità» e l'aggressività crescente degli «emergenti» asiatici a basso costo. Non può neppure contare - come avviene invece per francesi e tedeschi - su una presenza importante del «socio pubblico». Preferisce perciò gli stati che «regalano» stabilimenti, soldi e condizioni di lavoro «protette» (Usa, Serbia, ecc).
Finiti due anni di eco-incentivi, che la Fiat ha potuto sfruttare meglio grazie agli impianti a gas «di fabbrica», il gap tecnologico con i migliori e quello di prezzo con i «low cost» è tornato ad essere insuperabile. E siccome i costi industriali (materie prime, energia) sono incomprimibili, ecco che il costo del lavoro - per quanto minimo, in un'industria altamente automatizzata - torna l'unica variabile che si può cercare di spremere.Quasi involontariamente, quindi, la Fiat è tornata ad essere la punta di lancia di un'imprenditoria manifatturiera povera di innovazione. Quella, insomma, per la quale il costo del lavoro rappresenta una percentuale assai più alta e che fin qui è stata «sussidiata» dalla politica - in modo bipartisan - con la precarizzazione dei nuovi assunti quando i più anziani vanno in pensione. E' una strada che non porta da nessuna parte, come ogni economista onesto sa. I salari pagati negli stabilimenti «concorrenti» (Polonia, Serbia, Romania, Turchia), per quanto in rapida crescita, saranno ancora per parecchi anni lontani dagli standard contrattuali italiani.Ecco dunque che il «nuovo patto sociale» in stile Pomigliano arriva a sanzionare, in modo irreversibile e «costituente», il lungo sfarinamento degli istituti conquistati all'inizio degli anni '70. Anticipata in modo rozzo da Sacconi e Brunetta, annunciata con toni raccapriccianti da Tremonti («la legge sulla sisurezza del lavoro è un lusso che non ci possiamo permettere»), la «spallata finale» ai sistemi delle garanzie e della rappresentanza è diventata l'ultima speranza degli imprenditori per raccattare qualche punto percentuale di «competitività» raschiando l'osso. Un obiettivo esiguo per cui si chiede di pagare un prezzo sociale - e istituzionale - altissimo. Sopravvivenza dell'impresa e progresso civile di un paese entrano in contraddizione. «La barca» non è la stessa. A chi si oppone, quindi, non basta più attestarsi nella difesa dei diritti, lungo una linea di «riduzione del danno». Dopo 30 anni, non abbiamo più alle spalle un terreno su cui arretrare.
Tommaso De Berlanga
[Articolo su il manifesto del 28/08/2010]
Il vero problema è la Confindustria
E se il problema dell'Italia, delle sue difficoltà che la fanno annaspare non fossero le resistenze frapposte dalla Fiom all'editto Marchionne, ma la Confindustria e la sua incapacità ad indicare una linea di sviluppo e di produzione di profitti che non sia quella dell'assistenzialismo e dei bassi salari? La Confindustria tedesca credo che abbia molto da insegnare ai sempre più lividi portavoce degli industriali italiani. L'industria tedesca regge con salari quasi doppi di quelli italiani. L'economia generale del Paese è armoniosa ed i negozi non sono deserti come avviene da noi dove la gente non ha più soldi da spendere oltre quelli necessari alla mera sopravvivenza,.I sindacati tedeschi assolvono ad un ruolo di responsabilità con la pratica della codecisione. Ma i loro lavoratori non sono disperati e ridotti alla fame come quelli iscritti ai sindacati italiani di Bonanni, Angeletti ed Epifani che dal 1993 ad oggi tengono i salari fermi e cedono consistenti quote di diritti e di welfare ogni volta che si incontrano con Governo ed Imprenditori. La codecisione tedesca in Italia si traduce in una mera presa d'atto delle decisioni unilaterali delle imprese.Mettete in fila le dichiarazioni della Marcegaglia ed i documenti di Confindustria degli ultimi venti anni. Un piagnucolio senza fine per chiedere soldi, soldi, soldi (di quelli buoni diceva la Marcegaglia). La Marcegaglia che oramai sfiora la volgarità con la brutalità e le bassezze delle sue accuse verso i lavoratori con accenti sempre più queruli ed isterici chiede favori fiscali per le imprese, sempre meno welfare e sopratutto la riduzione al silenzio dei sindacati di lavoratori che ancora si ostinano a essere tali. Tutto quello che ha ottenuto non basta mai. Vuole ancora di più, sempre di più. L'ideale è portare il lavoratore italiano allo stesso livello di quello polacco o, meglio, di quello tunisimo. Azzerare quasi il costo della manodopera anche se questo incide sempre di meno sui costi di produzione anche nella industria manifatturiera. Azzerare la spesa sociale dello Stato. La scuola italiana sta per essere ridotta in maceria dalla drastica cura dimagrante della Gelmini. Una scuola al livello della peggiore scuola pubblica delle periferie americane con programmi sempre più dequalificati. Ora l'abbattimento dei salari già ultimi tra i paesi OCSE non basta più. Tremonti propone anche di evitare i costi per la sicurezza del lavoro. La difettosa ed insufficiente legge italiana gli sembra "un lusso" e pensa di mettere le mani sull'Inail e sull'INPS magari per sfasciarli privatizzandoli. Sembra attirato dalla buona salute finanziaria di cui godono due istituzioni importanti del welfare italiano.Marchionne si è unito ai pellegrini che ogni anno si recano a Rimini al "famoso" meeting di Comunione e Liberazione una organizzazione che in Italia svolge il ruolo di certe associazioni fondamentaliste della destra statunitense che gli italiani conoscono per le sue intolleranti convinzioni neocon e non per quella che è: un enorme parassita che ha creato un impero economico con appalti si servizi e forniture dalla pubblica amministrazione, con la cosidetta sussidiarietà, i bassissimi salari che corrisponde alle persone che lavorano alle sue dipendenze. Ogni anno l'appuntamento al meeting di CL, come la relazione del governatore della banca d'Utalia, come il Convegno di Cernobbio, scandisce il calendario politico. Gli Oligarchi della politica italiana smaniano per un invito che viene accordato soltanto a coloro che si distinguono nella lotta contro la classe lavoratrice e la sinistra. Sarebbe opportuna un approfondimento di CL un esame dei bilanci della Compagnia delle Opere,e magari scopriremmo quanto è bello, quanto è redditizio e facile, gridare contro lo statalismo e profittare a piene mani delle sue risorse.
Pietro Ancona
fonte:http://medioevosociale-pietro.blogspot.com
L'idea di usare la globalizzazione per ridurre l'Italia al livello dell'Egitto o della Polonia di oggi rottamando i diritti delle persone, distruggendo la scuola e la sanità, svendendo il patrimonio dello Stato ai privati ha fatto in Italia troppo strada. L'idea di considerare la lotta di classe un reperto del passato è autolesionistica. Ill conflitto sociale è l'unico regolatore bilaterale o multilaterale dei rapporti interni alla società. La dialettica del conflitto sociale produce progresso. Stimola le imprese verso le innovazioni. Quando le imprese risolvono i problemi riducendo i salari o i diritti invecchiano e vengono superate e diventano presto fuori mercato. La fiat, scaricando da sempre sui salari e sullo Stato le sue difficoltà, produce auto poco competitive e meno buone e solide di quelle della concorrenza. Perde quota e deve produrre in Serbia per competere con coloro che producono auto in Germania o in Francia pagando alti salari e rispettando contratti e leggi sociali che Marchionne vorrebbe stracciare.
Pietro Ancona
fonte:http://medioevosociale-pietro.blogspot.com
venerdì 27 agosto 2010
FIAT: Epifani, sbagliato il 'braccio di ferro'
Se si pensa che per competere bisogna abbassare la dignità dei lavoratori, non c'è un sindacato degno di questo nome che possa essere d'accordo.
E' il Segertario Generale della CGIL, Guglielmo Epifani, durante un'intervista al TG1, a risposndere al'Amministratore Delegato della FIAT, Sergio Marchionne che, nella giornata di ieri, dal Meeting di Comunione e Liberazione, aveva lanciato l'ipotesi di un 'patto sociale', sostenendo, inoltre, come il caso di Melfi abbia ricevuto una lettura falsata dalla ”lente deformata del conflitto”.
Epifani si è detto pronto ad incontrare Marchionne, il quale eveva espresso disponibilità in tal senso, sottolineando come non ci siano ragioni per “polemizzare soltanto sui giornali quando sono in ballo i destini di migliaia di persone e di un'azienda così importante”. “E perchè voglio spiegare a Marchionne - ha aggiunto - che non ci vuole il braccio di ferro, ci vuole invece il dialogo e sbaglia a insistere su una linea di oltranzismo".
Secondo il numero uno di Corso d'Italia Marchionne parla di un nuovo patto sociale perchè per la Fiat sarebbe più facile andare all'estero che investire in Italia. "Messa così - replica il leader della CGIL - questo vale per ogni realtà. Però la Volkswagen resta in Germania, le grandi macchine francesi si fanno in Francia: solo noi produciamo così poche macchine rispetto agli altri paesi”. E riferendosi alla necessità di un aumento di produzione in Italia Epifani ha aggiunto che questa è “una sfida che noi accettiamo".
Nel sostenere però la necessità di cambiamento, il Segretario Generale della CGIL, ha ricordato, concludendo la sua intervista che c'è un punto sul quale non si può andare oltre: i diritti delle persone. “Se si pensa che per competere bisogna abbassare la dignità dei lavoratori, non c'è un sindacato degno di questo nome che possa essere d'accordo”.
fonte:http://www.cgil.it
E' il Segertario Generale della CGIL, Guglielmo Epifani, durante un'intervista al TG1, a risposndere al'Amministratore Delegato della FIAT, Sergio Marchionne che, nella giornata di ieri, dal Meeting di Comunione e Liberazione, aveva lanciato l'ipotesi di un 'patto sociale', sostenendo, inoltre, come il caso di Melfi abbia ricevuto una lettura falsata dalla ”lente deformata del conflitto”.
Epifani si è detto pronto ad incontrare Marchionne, il quale eveva espresso disponibilità in tal senso, sottolineando come non ci siano ragioni per “polemizzare soltanto sui giornali quando sono in ballo i destini di migliaia di persone e di un'azienda così importante”. “E perchè voglio spiegare a Marchionne - ha aggiunto - che non ci vuole il braccio di ferro, ci vuole invece il dialogo e sbaglia a insistere su una linea di oltranzismo".
Secondo il numero uno di Corso d'Italia Marchionne parla di un nuovo patto sociale perchè per la Fiat sarebbe più facile andare all'estero che investire in Italia. "Messa così - replica il leader della CGIL - questo vale per ogni realtà. Però la Volkswagen resta in Germania, le grandi macchine francesi si fanno in Francia: solo noi produciamo così poche macchine rispetto agli altri paesi”. E riferendosi alla necessità di un aumento di produzione in Italia Epifani ha aggiunto che questa è “una sfida che noi accettiamo".
Nel sostenere però la necessità di cambiamento, il Segretario Generale della CGIL, ha ricordato, concludendo la sua intervista che c'è un punto sul quale non si può andare oltre: i diritti delle persone. “Se si pensa che per competere bisogna abbassare la dignità dei lavoratori, non c'è un sindacato degno di questo nome che possa essere d'accordo”.
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Dopo il discorso reazionario di Marchionne il dialogo è pura ipocrisia
Dopo il pieno appoggio di una ministra dell’istruzione che usa contro la Fiom frasi da querela e che, nello stesso tempo, è impegnata a distruggere la scuola pubblica, Sergio Marchionne ha trovato il pieno appoggio dell’ala più berlusconiana di Comunione e Liberazione. Dimmi chi ti sostiene e ti dirò chi sei. La sostanza del discorso che l’amministratore delegato della Fiat ha fatto all’assemblea dei ciellini, è di puro stampo reazionario. Come un padrone delle ferriere dell’Ottocento, Marchionne ha spiegato che non ci deve essere conflitto tra padroni e operai, cioè che comandano solo i padroni, e che nella globalizzazione i diritti e la dignità del lavoro sono quelli che vengono definiti dal mercato. Ha poi, naturalmente, rivendicato il suo sacrosanto diritto di non rispettare la sentenza del Tribunale che lo condanna per attività antisindacale e gli impone di far tornare al lavoro i licenziati di Melfi. Qui, naturalmente, fa il furbetto, perché anche i manager delle multinazionali hanno il loro quartierino dove fare gli azzeccagarbugli. Così Marchionne spiega che sta rispettando la legge nello stesso momento in cui la sta violando. Del resto egli è il solo interprete autorizzato della legalità della Fiat. Dopo la presa di posizione del Presidente della Repubblica e quella della Cei, c’era chi aveva pensato che la Fiat potesse fare un gesto di dialogo. Marchionne ha chiarito che per lui dialogare e comandare come gli pare sono sinonimi e quindi che i tre di Melfi restano fuori. A questo punto trovo inutili anche le dichiarazioni di Guglielmo Epifani a favore di una ripresa del dialogo con la Fiat. Il segretario della Cgil deve capire che non ha di fronte persone con i nervi alterati, che si tratta solo di ricondurre a un po’ più di tranquillità. La Fiat interpreta un disegno autoritario che colpisce il lavoro e attraverso questo tutta la Costituzione. Non a caso attorno ad essa si sta addensando la stessa cultura e lo stesso mondo politico ed economico che ha sostenuto e sostiene Berlusconi. Nei confronti di questo disegno autoritario non ci deve essere dialogo ma conflitto, anche perché tutte le volte che si danno segnali di disponibilità, dall’altra parte si risponde con arroganza e insulti. Chi vuole distruggere i contratti nazionali e i diritti, chiamando questo patto sociale e nuove relazioni industriali, considera la parola dialogo solo uno strumento per accertare la debolezza di chi ha di fronte. Per questo la sola risposta a questo attacco senza precedenti ai diritti del lavoro e alla stessa etica, come ha scritto la Cei, è il conflitto. Tutto il resto è ipocrisia.
Giorgio Cremaschi
fonte:http://www.rete28aprile.it
Giorgio Cremaschi
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Fiat: Bonanni, pronti a patto sociale con imprese
Raffaele Bonanni, segretario generale della Cisl, dà il suo ok nuovo patto sociale lanciata dall'ad di Fiat Marchionne, per un sistema di relazioni industriali che superi la logica del conflitto tra capitale e lavoro. “Serve una riforma per far progredire il Paese”, dice il leader della Cisl, con “l'adozione di un sistema partecipativo che responsabilizza i lavoratori”.
Il segretario cislino individua “tre priorità d'intervento per creare un contesto più competitivo per il mondo del lavoro”: tasse, taglio degli sprechi e liberalizzazioni. “Un passo in avanti importante” poi, secondo Bonanni, è rappresentato dalla proposta del ministro Tremonti di calcolare una parte della remunerazione anche in base agli utili dell'impresa. “Insieme alla Uil – aggiunge il segretario - abbiamo saputo creare consenso sul tema della partecipazione dei lavoratori tra forze politiche e sociali”.
Tornando alla vicenda Fiat, Bonanni la vede come un “paradigma delle sfide che ci aspettano per il futuro” dove l'alternativa è “tra un sindacato antagonista e uno partecipativo che nei momenti di difficoltà sa accettare i sacrifici per difendere l'occupazione”.
Infine, nessuna apertura alla richiesta di dialogo avanzata dalla Cgil: “Quello proposto - precisa - non è un dialogo” perché Epifani “chiede di azzerare il nuovo sistema contrattuale che solo la Cgil non ha voluto firmare”, un “diktat inaccettabile per tutti gli altri attori sociali che hanno siglato il nuovo modello contrattuale”.
fonte:http://www.rassegna.it/
Il segretario cislino individua “tre priorità d'intervento per creare un contesto più competitivo per il mondo del lavoro”: tasse, taglio degli sprechi e liberalizzazioni. “Un passo in avanti importante” poi, secondo Bonanni, è rappresentato dalla proposta del ministro Tremonti di calcolare una parte della remunerazione anche in base agli utili dell'impresa. “Insieme alla Uil – aggiunge il segretario - abbiamo saputo creare consenso sul tema della partecipazione dei lavoratori tra forze politiche e sociali”.
Tornando alla vicenda Fiat, Bonanni la vede come un “paradigma delle sfide che ci aspettano per il futuro” dove l'alternativa è “tra un sindacato antagonista e uno partecipativo che nei momenti di difficoltà sa accettare i sacrifici per difendere l'occupazione”.
Infine, nessuna apertura alla richiesta di dialogo avanzata dalla Cgil: “Quello proposto - precisa - non è un dialogo” perché Epifani “chiede di azzerare il nuovo sistema contrattuale che solo la Cgil non ha voluto firmare”, un “diktat inaccettabile per tutti gli altri attori sociali che hanno siglato il nuovo modello contrattuale”.
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Fiat, Cei: intervento Napolitano nobilissimo e incisivo
“L’intervento del presidente Napolitano è stato nobilissimo, rapido, incisivo e lucido”. E’ quanto ha detto all’Adnkronos mons. Giancarlo Maria Bregantini, Arcivescovo di Campobasso-Boiano e Presidente della Commissione episcopale per i problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace, in merito alla vicenda dei tre operai della Fiat di Melfi riammessi al lavoro da una sentenza del tribunale dopo il licenziamento.
“L’azienda ha dei compiti e degli obblighi non solo di natura economica ma anche di natura personale”, spiega Bregantini. Per questo non basta, ha spiegato l’arcivescovo, che la Fiat dica ‘gli continuo a dare lo stipendio’. L’azienda, ha detto l’esponente della Cei, ha diversi compiti: “C’e’ l’aspetto del mantenimento, e questo è dato dalla paga. Poi c’è la funzione sociale, cioè la responsabilità verso la persona e l’ambiente, quindi la dignità di fronte a Dio”.
Alla luce dunque della dottrina sociale della Chiesa – conclude Brigantini -, si può dire “che l’azienda stia compiendo un errore etico”.
fonte:http://www.rassegna.it
“L’azienda ha dei compiti e degli obblighi non solo di natura economica ma anche di natura personale”, spiega Bregantini. Per questo non basta, ha spiegato l’arcivescovo, che la Fiat dica ‘gli continuo a dare lo stipendio’. L’azienda, ha detto l’esponente della Cei, ha diversi compiti: “C’e’ l’aspetto del mantenimento, e questo è dato dalla paga. Poi c’è la funzione sociale, cioè la responsabilità verso la persona e l’ambiente, quindi la dignità di fronte a Dio”.
Alla luce dunque della dottrina sociale della Chiesa – conclude Brigantini -, si può dire “che l’azienda stia compiendo un errore etico”.
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Erano all’interno di una cisterna per il trasporto del bitume
Due operai sono rimasti gravemente feriti per un’esplosione mentre lavoravano ad una cisterna in una ditta a Capannori (Lucca).I due operai si erano calati in una cisterna per il trasporto di bitume per riparare una falla e lavoravano con una fiamma ossidrica. All’improvviso e’ avvenuta un’esplosione. Entrambi i feriti sono in prognosi riservata. A preoccupare non sono tanto le ustioni, quanto le difficolta’ respiratorie. I due hanno inalato gas venefici in seguito all’esplosione.
Non ci vengano a dire che le normative di sicurezza sono state rispettate, purtroppo episodi del genere si verificano con sempre maggiore frequenza perchè Governo e aziende considerano la sicurezza un inutile costo…
Marchionne, il patto e l'attacco
L'ad di Fiat interviene al meeting di Comunione e liberazione a Rimini. "E' inammissibile - ha sottolineato - tollerare e difendere alcuni comportamenti, come la mancanza di rispetto delle regole e gli illeciti che in qualche caso sono arrivati anche al sabotaggio". Accolto l'invito del Capo dello Stato a superare il problema, lancio di un "patto sociale" che superi il conflitto operai - padrone. Il giudice del lavoro di Melfi convoca per il 21 settembre Fiat e Fiom per chiarire gli aspetti del reintegro dei tre operai
Una strenua difesa della posizione della Fiat nella vicenda Melfi, e una critica spietata al sistema industriale italiano. E' stata questa la linea adottata dall'amministratore delegato del Lingotto, Sergio Marchionne, nel corso del suo intervento al meeting di Rimini. Per quanto riguarda Melfi, dopo aver ribadito di "aver rispettato la legge", Marchionne ha sottolineato "la gravità delle accuse mosse contro la Fiat" e si è scagliato contro chi difende i tre dipendenti: "E' inammissibile - ha sottolineato - tollerare e difendere alcuni comportamenti, come la mancanza di rispetto delle regole e gli illeciti che in qualche caso sono arrivati anche al sabotaggio". Il top manager, che ha scritto una lettera al capo dello Stato spiegando le ragioni dell'azienda, ha precisato di voler accogliere l'invito rivolto dal Colle."Ho un grandissimo rispetto per lui come persona e per il suo ruolo di Presidente della Repubblica e accetto da lui anche l'invito a cercare di trovare una soluzione a questo problema". Nel pomeriggio, è arrivato il commento positivo del Capo dello Stato alle affermazioni di Marchionne: "Anche in Italia - si legge in una nota del Quirinale - si sa apprezzare lo straordinario sforzo compiuto per rilanciare l'azienda". Quindi, ha aggiunto, ora "nessuno si sottragga al confronto".Tornando a Marchionne, più in generale sul sistema Paese, l'ad del Lingotto ha proposto un nuovo "patto sociale", che superi definitivamente il conflitto operai - padrone. "Non siamo più negli anni Sessanta - ha detto - bisogna tralasciare l'idea della contrapposizione tra capitale e lavoro, tra operaio e padrone".Immediata la replica dei tre operai reintegrati dal giudice: "Invito Marchionne - ha commentato a caldo Giovanni Barozzino - a venire negli stabilimenti in Italia e vedere realmente cosa succede in Italia, visto che gira tutti gli stabilimenti in America. Se non ha paura della verità, venga a vedere". Secca anche la risposta della Fiom. "La sostanza del discorso che l'amministratore delegato della Fiat ha fatto all'assemblea dei ciellini - ha commentato Giorgio Cremaschi - è di puro stampo reazionario". Mentre la Cgil Basilicata, si e' detta "basita" dalle dichiarazioni di Marchionne "che continua a sostenere il presunto sabotaggio, mai avvenuto, nello stabilimento Sata di San Nicola di Melfi, ignorando completamente il fatto che in quella sede era in corso uno sciopero dichiarato da tutte le sigle sindacali presenti in fabbrica".L'ad della Fiat si e' detto "totalmente aperto a parlare" con il leader della Cgil, Guglielmo Epifani, che stamane dalle colonne di un quotidiano aveva aperto al dialogo. La proposta di un patto sociale lanciata da Marchionne è accolta dall'Ugl secondo cui "è possibile giungere a un nuovo patto sociale ma solo se condiviso da tutte le organizzazioni sindacali e datoriali, non solo da Fiat, e purché venga realmente rispettato". Nel frattempo il giudice del lavoro di Melfi, Emilio Minio, ha convocato la Fiat e la Fiom per il 21 settembre, "per chiarire gli aspetti procedurali" del decreto dello stesso magistrato, che dichiarò l'antisindacalità dei licenziamenti e ordinò la immediata reintegra dei lavoratori nel proprio posto di lavoro". L'istanza per ottenere "chiarimenti sulle modalità di applicazione del provvedimento" era stata presentata ieri dai legali della Fiom-Cgil.
fonte:http://www.paneacqua.eu
Attacco al diritto alla vita
Tremonti ha sferrato un attacco frontale alla legge 626 che protegge, parzialmente, la sicurezza dei lavoratori. L'ha definita sprezzantemente "una roba", un lusso che l'Italia non può permettersi. Parla dell'Italia che destina una montagna di soldi all'Oligarchia politica la più privilegiata esistente al mondo e che ha ridotto la fetta di reddito del lavoro dipendente di quindici punti negli ultimi dieci anni. Lo stipendio di Tremonti ministro è maggiore di quello percepito dal presidente degli USA. Non credo che abbia le carte in regola per chiedere al Paese di risparmiare sulla tutela della vita dei lavoratori con una improntitudine e la superbia di chi ha la certezza di non essere contraddetto da sindacati felloni
e da una "sinistra"che non è più tale e pietisce la benevolenza dei ricconi italiani.
L'attacco di Tremonti è generale ed è rivolto a tutta la legge ma credo che punti subito a sollevare le aziende dall'obbligo del pagamento dei salari nei tre giorni cosidetti di carenza in caso di infortunio e probabilmente si propone l'obiettivo di una privatizzazione dell'Inail. Oggi il lavoratore viene curato ed indennizzato ed è possibile che Tremonti pensi ad un regime in cui se un operaio si rompe un braccio o una gamba dovrebbe sbrigarsela da solo. D'altronde la stessa 626 in caso di morte del lavoratore non prevede alcun indennizzo per le famiglie che, per ottenerlo, debbono instaurare una difficile e costosa e magari ventennale causa civile. Può darsi che Tremonti pensa di estendere questa grave inadempienza agli infortuni non mortali. Si tratta di una massa enorme di assistiti. Da quando il Presidente della Repubblica è intervenuto dando una risposta che non senza escludere le ragioni della Fiat ha indicato nel rispetto della sentenza del Giudice e nel reintegro dei lavoratori la strada maestra da seguire c'è stato un gioco pirotecnico di dichiarazioni di segno opposto. La Marcegaglia è intervenuta per reclamare i diritti della Azienda che per lei sono naturalmente prioritari su quelli dei lavoratori che addirittura andrebbero cancellati. La signora Gelmini, Ministro come Tremonti, ha spezzato la sua lancia a favore della Fiat collocandosi tra i falchi dell'ala destra berlusconiana e preparandosi alla successione secondo il piano da lei stipulato a Siracusa con le altre due sue colleghe di governo.Tremonti che in questi giorni gode della cottura a fuoco lento di Berlusconi e freme per prenderne il posto al più presto non poteva restare indietro. Ha alzato il tiro rispetto la sua collega concorrente e propone addirittura la smobilitazione di una legge che in qualche modo ha ridotto il mostruoso andamento degli infortuni mortali e gravi che avvengono quotidianamente nel lavoro italiano. Siccome è uomo di legge ed è stato per anni commercialista ed estensore materiale della dichiarazione dei redditi delle elites della borghesia padana, non ignora che la 626 recepisce in grande parte normative ineludibili della Unione Europea e per questo naturalmente ha chiesto la sua messa in discussione non soltanto in Italia ma anche in Europa. Il colbertista all'occasione diventa superfalco! Ricordo che il varo dei decreti delegati della 626 fu assai faticoso. Il governo Prodi ci mise molto tempo e tanti contorcimenti prima di vararli. La Confindustria non li firmò ma ottenne l'abbassamento della pena per i responsabili di infortuni mortali da due anni ad un anno e sei mesi. Ricordo perfettamente che la Cisl ebbe molte esitazioni prima di accettare il testo proponendo diversi emendamenti di alleggerimento delle penali. Inoltre, la legge che Tremonti vorrebbe abrogare, prevede penalità inferiori ai costi che le aziende dovrebbero sopportare per mettersi in regola. Potete immaginare quello che succede nella maggioranza dei casi..... A distanza di quasi un giorno dalla strabiliante e grave sortita di Tremonti, non ci sono reazioni ufficiali della Cisl e della UIL. La CGIl si è fatta viva, dopo molte ore, con la dichiarazione di una dirigente di secondo piano addetta al settore sicurezza. Ha detto cose giuste e condivisibili ma che tuttavia non costituiscono una reazione adeguata ad un Ministro che è certamente il più importante del governo Berlusconi.E' come vedere scorrere la storia all'indietro. Altro che le picconate di Cossiga! Ogni giorno c'è qualcosa di fondamentale del nostro ordine civile e democratico che viene aggredito. Dal diritto dei lavoratori di non stare digiuni per otto ore secondo il modulo wmc della fabbrica Italia alla sicurezza stessa della vita dei lavoratori. Chi se ne frega! Importante che le sorti magnifiche e progressive della ricca e feroce borghesia italiana vengano salvaguardate!
Pietro Ancona
Sicurezza sul lavoro: CGIL, Tremonti chieda scusa ai tanti lavoratori coinvolti negli incidenti sul lavoro
"Un insulto" secondo la Confederazione quello del Ministro dell'Economia che ha definito la 626 (legge sulla sicurezza sul lavoro) "un lusso che non possiamo permetterci"
Dura la replica della CGIL alle dichiarazioni del ministro Tremonti, il quale, poche ore dopo gli incidenti che, nella giornata di ieri, hanno portato alla morte di tre lavoratori e al grave ferimento di altri due ha definito la legge 626, la legge contenente le norme in materia di sicurezza sul lavoro, un “lusso che non possiamo permetterci”.“Il Ministro Tremonti - ha dichiarato Paola Agnello Modica della CGIL Nazionale - evidentemente non ha mai svolto un'attività lavorativa in cui era a rischio la sua incolumità, altrimenti non avrebbe certo considerato 'roba' la legge sulla prevenzione nei luoghi di lavoro, addirittura un lusso che non possiamo permetterci”. Secondo la dirigente sindacale il Ministro dovrebbe chiedersi se “l'incolumità e la vita dei lavoratori e delle lavoratrici debbono essere subordinati alle esigenze dell'economia o viceversa?”. Secondo Agnello Modica le parole del Ministro sono un grave insulto alla dignità di chi lavora per vivere e richiedono “esplicite scuse ai tanti lavoratori e lavoratrici che hanno perso la vita o si sono infortunati o ammalati a causa del lavoro. La CGIL continuerà ad essere al fianco di questi uomini e di queste donne”. La dirigente sindacale ha inoltre sottolineato l'impegno di migliaia di delegati, medici, tecnici grazie ai quale si è riusciti ad ottenere negli ultimi anni un andamento discendente di infortuni e di morti nei luoghi di lavoro, fino all'ottenimento di alcune normative in Europa e in Italia. “Queste leggi - ha concluso Agnello Modica - vanno salvaguardate e rafforzate e soprattutto lo Stato deve imporne l'applicazione. Deriderle, lo ripetiamo, è un insulto a chi lavora che esige scuse”.
fonte:http://www.cgil.it
giovedì 26 agosto 2010
Padroni e operai
Affondo di Marchionne al Meeting di Rimini: «Abbiamo bisogno di flessibilità, non possiamo permetterci conflitti». Un intervento "padronale" che però chiede di superare la contrapposizione tra Capitale e Lavoro
Non ha fatto nemmeno mezzo passo indietro, conforme al ruolo che si è dato, quello di rompighiaccio degli equilibri sociali in Italia. Parlando al Meeting di Cl a Rimini, in un intervento molto atteso dopo i fatti degli ultimi giorni, Marchionne ha rivendicato tutto il lavoro fatto alla Fiat, i successi americani e le congratulazioni ricevute da Obama, la sua capacità di tirare fuori l'azienda dai guai del 2004, per poi arrivare al nocciolo della questione, la bontà dell'accordo di Pomigliano, ringraziando apertamente e platealmente Bonanni e Angeletti e, senza mai nominarle, accusando la Fiom e la Cgil di conservatorismo. Soprattutto di tentazione, da minoranza, di far saltare gli accordi raggiunti dalla maggioranza dei sindacati e dei lavoratori.
Ma soprattutto ha ribadito la legittimità di quanto fatto dalla Fiat a Melfi, dove «sono stati compiuti atti illeciti al limite del sabotaggio». La Fiat, ha detto Marchionne, ha onorato integralmente il dispositivo della magistratura, reintegrando i tre operai licenziati a luglio, facendoli entrare in fabbrica ma ribadendo la centralità di un rapporto «di fiducia e di lealtà». E facendo un affondo proprio verso la Fiom e quei tre operai che stanno conducendo una battaglia controcorrente: «La dignità non è patrimonio esclusivo di sole tre persone», anche noi abbiamo i nostri diritti da difendere e tutelare. Quindi nessuna marcia indietro, nessun gesto di disponibilità e distensione, come in mattinata chiedeva Guglielmo Epifani in un'intervista al Corriere della Sera in cui tra l'altro proponeva nuove disponibilità da parte del suo sindacato.
Un comportamento coerente con l'impianto ideologico esposto da Marchionne al Meeting ciellino, un impianto basato sull'etica della impresa che, al tempo della globalizzazione è basata su ritmi, velocità, capacità di reazione e quindi flessibilità. L'unica chance che ha l'impresa di reggere alla competizione è agire in tempo reale sul mercato, garantendosi «movimento e decisione, reazione in tempi brevissimi e ritmo molto più veloce rispetto alla concorrenza». Per questo il nodo centrale di Fabbrica Italia, il piano di sviluppo che la Fiat ha impostato ad aprile e che si basa essenzialmente sul riavvio della produzione a Pomigliano, ha bisogno di un elemento cruciale: «Che gli stabilimenti lavorino in modo costante, continuo e affidabile». Il fatto che la Fiom non abbia firmato, che il 40% di quella fabbrica abbia detto no all'accordo, che a Melfi uno sciopero abbia bloccato la produzione è qualcosa che la Fiat di Marchionne non si può permettere, non vuole permettersi. Ecco così spiegata la durezza dimostrata in questi giorni, la determinazione a non arretrare di un millimetro, il bisogno di avere una manodopera disponibile e affidabile. Al millimetro, al secondo.
Questo è il vero obiettivo aziendale. Per ottenerlo, Marchionne ha ovviamente bisogno di una cornice ideologica in grado di sostenere un modello in cui i sacrifici sono richiesti a una parte sola mentre l'azienda si riserva di muoversi liberamente sul mercato, senza tra l'altro rinunciare davvero a miriadi di incentivi pubblici, Italia compresa: cos'è, altrimenti, il ricorso alla Cassa integrazione a Melfi?
Ecco, dunque, che il nocciolo "culturale" dell'intervento, preparato da un'introduzione sulle proprie origini migranti, sulla difficoltà ma anche l'importanza del viaggio, del cambiamento, è basato sull'artificio retorico delle due parti, una delle quali «difende il passato e una che guarda avanti; fino a quando non ci lasciamo alle spalle i vecchi schemi non ci sarà mai spazio per nuovi orizzonti». Insomma, quella che va messa nel cassetto è è «la lente deformata del conflitto: non possiamo pensare che c'è una lotta tra Capitale e Lavoro, tra Padroni e Operai». Un'affermazione bizzarra se si pensa al basso numero di ore di sciopero che caratterizza l'economia italiana da diversi anni a questa parte, come giustamente faceva notare un editoriale di Massimo Mucchetti sempre sul Corriere della Sera.
Alla Fiat di Marchionne crea però problemi anche la minima obiezione - in fondo la Fiom è disponibile a firmare la sostanza del piano aziendale di Pomigliano, cioè 18 turni e riduzione delle pause ma chiede di rispettare il diritto di sciopero - ed è qui che poggia il sentito ringraziamento, con tanto di convinto applauso della platea, a «Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti che ci stanno accompagnando in questo processo di rifondazione».
Dei due, Marchionne ha voluto riprendere un ragionamento centrale a proposito di Pomigliano e Melfi: «Un sistema corretto deve garantire che gli accordi vengano stipulati» e «non si possono usare i diritti di pochi per piegare i diritti di molti». Però, a quanto pare, nessuna azienda, né tantomeno Cisl e Uil sono disposte a introdurre per legge il referendum tra i lavoratori per confermare gli accordi.
Insomma, come si vede un intervento di attacco, per nulla intimidito dalle polemiche e nemmeno dalla lettera del Capo dello Stato che Marchionne non nomina mai (e a cui ha inviato una sua personale lettera come rilevano Corriere della Sera e Stampa). A margine dell'intervento ai giornalisti ha poi detto di avere «grandissimo rispetto per il presidente della Repubblica come persona e per il suo ruolo istituzionale», aggiungendo che «per la sua posizione istituzionale accetto quello che ha detto come un invito a trovare una soluzione» alla vicenda di Melfi. Una dichiarazione che non sembra rimettere in discussione le scelte effettuale. Un intervento dunque basato sulla centralità dell'impresa, sulle necessità della Fiat - «che perde soldi solo in Italia eppure investe» - sul ruolo dell'imprenditore e sulla necessità che il lavoro ne segua i movimenti, le azioni, le decisioni. In altri tempi si sarebbe detto un intervento puramente "padronale", sia pure in chiave moderna. Un termine che a Marchionne non piace e che intende superare.
Ma che ai lavoratori Fiat probabilmente dice ancora qualcosa.
Salvatore Cannavò
fonte:http://www.ilmegafonoquotidiano.it
Non ha fatto nemmeno mezzo passo indietro, conforme al ruolo che si è dato, quello di rompighiaccio degli equilibri sociali in Italia. Parlando al Meeting di Cl a Rimini, in un intervento molto atteso dopo i fatti degli ultimi giorni, Marchionne ha rivendicato tutto il lavoro fatto alla Fiat, i successi americani e le congratulazioni ricevute da Obama, la sua capacità di tirare fuori l'azienda dai guai del 2004, per poi arrivare al nocciolo della questione, la bontà dell'accordo di Pomigliano, ringraziando apertamente e platealmente Bonanni e Angeletti e, senza mai nominarle, accusando la Fiom e la Cgil di conservatorismo. Soprattutto di tentazione, da minoranza, di far saltare gli accordi raggiunti dalla maggioranza dei sindacati e dei lavoratori.
Ma soprattutto ha ribadito la legittimità di quanto fatto dalla Fiat a Melfi, dove «sono stati compiuti atti illeciti al limite del sabotaggio». La Fiat, ha detto Marchionne, ha onorato integralmente il dispositivo della magistratura, reintegrando i tre operai licenziati a luglio, facendoli entrare in fabbrica ma ribadendo la centralità di un rapporto «di fiducia e di lealtà». E facendo un affondo proprio verso la Fiom e quei tre operai che stanno conducendo una battaglia controcorrente: «La dignità non è patrimonio esclusivo di sole tre persone», anche noi abbiamo i nostri diritti da difendere e tutelare. Quindi nessuna marcia indietro, nessun gesto di disponibilità e distensione, come in mattinata chiedeva Guglielmo Epifani in un'intervista al Corriere della Sera in cui tra l'altro proponeva nuove disponibilità da parte del suo sindacato.
Un comportamento coerente con l'impianto ideologico esposto da Marchionne al Meeting ciellino, un impianto basato sull'etica della impresa che, al tempo della globalizzazione è basata su ritmi, velocità, capacità di reazione e quindi flessibilità. L'unica chance che ha l'impresa di reggere alla competizione è agire in tempo reale sul mercato, garantendosi «movimento e decisione, reazione in tempi brevissimi e ritmo molto più veloce rispetto alla concorrenza». Per questo il nodo centrale di Fabbrica Italia, il piano di sviluppo che la Fiat ha impostato ad aprile e che si basa essenzialmente sul riavvio della produzione a Pomigliano, ha bisogno di un elemento cruciale: «Che gli stabilimenti lavorino in modo costante, continuo e affidabile». Il fatto che la Fiom non abbia firmato, che il 40% di quella fabbrica abbia detto no all'accordo, che a Melfi uno sciopero abbia bloccato la produzione è qualcosa che la Fiat di Marchionne non si può permettere, non vuole permettersi. Ecco così spiegata la durezza dimostrata in questi giorni, la determinazione a non arretrare di un millimetro, il bisogno di avere una manodopera disponibile e affidabile. Al millimetro, al secondo.
Questo è il vero obiettivo aziendale. Per ottenerlo, Marchionne ha ovviamente bisogno di una cornice ideologica in grado di sostenere un modello in cui i sacrifici sono richiesti a una parte sola mentre l'azienda si riserva di muoversi liberamente sul mercato, senza tra l'altro rinunciare davvero a miriadi di incentivi pubblici, Italia compresa: cos'è, altrimenti, il ricorso alla Cassa integrazione a Melfi?
Ecco, dunque, che il nocciolo "culturale" dell'intervento, preparato da un'introduzione sulle proprie origini migranti, sulla difficoltà ma anche l'importanza del viaggio, del cambiamento, è basato sull'artificio retorico delle due parti, una delle quali «difende il passato e una che guarda avanti; fino a quando non ci lasciamo alle spalle i vecchi schemi non ci sarà mai spazio per nuovi orizzonti». Insomma, quella che va messa nel cassetto è è «la lente deformata del conflitto: non possiamo pensare che c'è una lotta tra Capitale e Lavoro, tra Padroni e Operai». Un'affermazione bizzarra se si pensa al basso numero di ore di sciopero che caratterizza l'economia italiana da diversi anni a questa parte, come giustamente faceva notare un editoriale di Massimo Mucchetti sempre sul Corriere della Sera.
Alla Fiat di Marchionne crea però problemi anche la minima obiezione - in fondo la Fiom è disponibile a firmare la sostanza del piano aziendale di Pomigliano, cioè 18 turni e riduzione delle pause ma chiede di rispettare il diritto di sciopero - ed è qui che poggia il sentito ringraziamento, con tanto di convinto applauso della platea, a «Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti che ci stanno accompagnando in questo processo di rifondazione».
Dei due, Marchionne ha voluto riprendere un ragionamento centrale a proposito di Pomigliano e Melfi: «Un sistema corretto deve garantire che gli accordi vengano stipulati» e «non si possono usare i diritti di pochi per piegare i diritti di molti». Però, a quanto pare, nessuna azienda, né tantomeno Cisl e Uil sono disposte a introdurre per legge il referendum tra i lavoratori per confermare gli accordi.
Insomma, come si vede un intervento di attacco, per nulla intimidito dalle polemiche e nemmeno dalla lettera del Capo dello Stato che Marchionne non nomina mai (e a cui ha inviato una sua personale lettera come rilevano Corriere della Sera e Stampa). A margine dell'intervento ai giornalisti ha poi detto di avere «grandissimo rispetto per il presidente della Repubblica come persona e per il suo ruolo istituzionale», aggiungendo che «per la sua posizione istituzionale accetto quello che ha detto come un invito a trovare una soluzione» alla vicenda di Melfi. Una dichiarazione che non sembra rimettere in discussione le scelte effettuale. Un intervento dunque basato sulla centralità dell'impresa, sulle necessità della Fiat - «che perde soldi solo in Italia eppure investe» - sul ruolo dell'imprenditore e sulla necessità che il lavoro ne segua i movimenti, le azioni, le decisioni. In altri tempi si sarebbe detto un intervento puramente "padronale", sia pure in chiave moderna. Un termine che a Marchionne non piace e che intende superare.
Ma che ai lavoratori Fiat probabilmente dice ancora qualcosa.
Salvatore Cannavò
fonte:http://www.ilmegafonoquotidiano.it
C’è la crisi, non per i profitti
Utili record nei bilanci aziendali, italiani e internazionali, dei primi sei mesi del 2010. Un semestre in cui non si è creato nemmeno un posto di lavoro
C’è la crisi, l’occupazione è in sofferenza, le imprese sono costrette a ristrutturare e a rivedere piani strategici ma i profitti non mancano. Le imprese rivedono l’utile e spesso è un utile rilevante. Lo si desume andandosi a spulciare i dati delle “semestrali“, cioè i dati di bilancio dei primi sei mesi dell’anno che le aziende quotate in borsa rendono noti al pubblico per convincerlo a investire. E dalla disamina che ne abbiamo fatto il dato è chiaro e lampante, per le principali imprese italiane, tranne qualche eccezione come vedremo, gli affari vanno bene, la crisi sembra solo un problema di dimensioni ma nell’immediato il nero è il colore che si staglia in calce ai bilanci.
Certo, non tutti brindano come la società Autogrill che registra un aumento degli utili dell’81,6% in sei mesi, ci sono anche i titoli del settore cementiero, come Buzzi Unicem o Italcementi che sono in difficoltà con flessioni dell’87,4% il primo e -35% il secondo. Però una società come Fiat, nota per la sua volontà di ristrutturare non solo l’azienda ma anche il sistema contrattuale e le relazioni sindacali, vede gli utili assestarsi a + 92 milioni di euro a fronte del rosso di 590 milioni dell’anno scorso. La società concessionaria delle autostrade, Atlantia, registra un +5,5% che sembra poca cosa e che poggia anche sul rincaro delle tariffe. A2A, società di utilities che fa affari con l’acqua di Milano e Brescia registra un balzo dell’utile netto pari all’87% anche se i ricavi crescono solo dell’1,7%. Interessante notare anche cosa accade nel settore maggiormente colpito dalla crisi finanziaria, banche e assicurazioni: Generali segna un + 73% mentre Unicredit si muove intorno a un utile semestrale di circa 800 milioni di euro che gli analisti prevedono possa toccare l’1,8 miliardi alla fine dell’anno.
Se poi passiamo ai settori maggiormente redditizi e garantiti nel mercato mondiale, cioè energia e telecomunicazioni, ci troviamo di fronte a risultati più o meno straordinari. Eni segna un +29,5% raccogliendo, in sei mesi, 3,45 miliardi di utili, Enel sale del 10% con utili pari a 2,4 miliardi, Telecom, che vede ridurre di poco meno dell’1% i suoi ricavi – e che sta licenziando a mani basse – registra utili pari a 1,4 miliardi in crescita del 26%. Ottime notizie per Snam Gas con utili in crescita del 133% oppure la società di distribuzione elettrica Terna con un + 26%. A ridere, ovviamente, è anche la società televisiva del presidente del Consiglio, Mediaset, che sembra superare la crisi della raccolta pubblicitaria e vede ricavi in aumento del 16% e utili a + 33,7%.
Ma non è solo l’Italia a registrare questa situazione. L’utile arride anche alle principali imprese e multinazionali mondiali. E’ noto il ritorno al profitto per General Motors che in sei mesi ha superato i 2 miliardi di dollari di utile, oppure il buon andamento di Bmw (+ 1,3 miliardi), di Walt Disney, di Gdf Suez, delle banche britanniche Rbs o Barclays (+ 3,4 miliardi), Deutsche Telekom (1,71 miliardi) o la francese Societé Generale (con una crescita di 300 milioni).
Utili, insomma, come se piovesse. Non è così per quanto riguarda l’occupazione. In sei mesi non è stato creato nessun posto di lavoro e nessuna novità positiva si intravede all’orizzonte. Tanto che le borse iniziano a girare al ribasso e le prospettive diventano oscure. E’ una logica ferrea, sempre la stessa: quando arriva la crisi, si licenzia e si ristruttura poi, al primo raggio di sole, i profitti salgono alle stelle ma per il lavoro non c’è alcun dividendo. Ma di questo la politica non si interessa mai.
C’è la crisi, l’occupazione è in sofferenza, le imprese sono costrette a ristrutturare e a rivedere piani strategici ma i profitti non mancano. Le imprese rivedono l’utile e spesso è un utile rilevante. Lo si desume andandosi a spulciare i dati delle “semestrali“, cioè i dati di bilancio dei primi sei mesi dell’anno che le aziende quotate in borsa rendono noti al pubblico per convincerlo a investire. E dalla disamina che ne abbiamo fatto il dato è chiaro e lampante, per le principali imprese italiane, tranne qualche eccezione come vedremo, gli affari vanno bene, la crisi sembra solo un problema di dimensioni ma nell’immediato il nero è il colore che si staglia in calce ai bilanci.
Certo, non tutti brindano come la società Autogrill che registra un aumento degli utili dell’81,6% in sei mesi, ci sono anche i titoli del settore cementiero, come Buzzi Unicem o Italcementi che sono in difficoltà con flessioni dell’87,4% il primo e -35% il secondo. Però una società come Fiat, nota per la sua volontà di ristrutturare non solo l’azienda ma anche il sistema contrattuale e le relazioni sindacali, vede gli utili assestarsi a + 92 milioni di euro a fronte del rosso di 590 milioni dell’anno scorso. La società concessionaria delle autostrade, Atlantia, registra un +5,5% che sembra poca cosa e che poggia anche sul rincaro delle tariffe. A2A, società di utilities che fa affari con l’acqua di Milano e Brescia registra un balzo dell’utile netto pari all’87% anche se i ricavi crescono solo dell’1,7%. Interessante notare anche cosa accade nel settore maggiormente colpito dalla crisi finanziaria, banche e assicurazioni: Generali segna un + 73% mentre Unicredit si muove intorno a un utile semestrale di circa 800 milioni di euro che gli analisti prevedono possa toccare l’1,8 miliardi alla fine dell’anno.
Se poi passiamo ai settori maggiormente redditizi e garantiti nel mercato mondiale, cioè energia e telecomunicazioni, ci troviamo di fronte a risultati più o meno straordinari. Eni segna un +29,5% raccogliendo, in sei mesi, 3,45 miliardi di utili, Enel sale del 10% con utili pari a 2,4 miliardi, Telecom, che vede ridurre di poco meno dell’1% i suoi ricavi – e che sta licenziando a mani basse – registra utili pari a 1,4 miliardi in crescita del 26%. Ottime notizie per Snam Gas con utili in crescita del 133% oppure la società di distribuzione elettrica Terna con un + 26%. A ridere, ovviamente, è anche la società televisiva del presidente del Consiglio, Mediaset, che sembra superare la crisi della raccolta pubblicitaria e vede ricavi in aumento del 16% e utili a + 33,7%.
Ma non è solo l’Italia a registrare questa situazione. L’utile arride anche alle principali imprese e multinazionali mondiali. E’ noto il ritorno al profitto per General Motors che in sei mesi ha superato i 2 miliardi di dollari di utile, oppure il buon andamento di Bmw (+ 1,3 miliardi), di Walt Disney, di Gdf Suez, delle banche britanniche Rbs o Barclays (+ 3,4 miliardi), Deutsche Telekom (1,71 miliardi) o la francese Societé Generale (con una crescita di 300 milioni).
Utili, insomma, come se piovesse. Non è così per quanto riguarda l’occupazione. In sei mesi non è stato creato nessun posto di lavoro e nessuna novità positiva si intravede all’orizzonte. Tanto che le borse iniziano a girare al ribasso e le prospettive diventano oscure. E’ una logica ferrea, sempre la stessa: quando arriva la crisi, si licenzia e si ristruttura poi, al primo raggio di sole, i profitti salgono alle stelle ma per il lavoro non c’è alcun dividendo. Ma di questo la politica non si interessa mai.
La mappa della crisi
Una radiografia del sistema industriale italiano. La crisi colpisce il Sud come il Nordovest e il Nordest. Centinaia di migliaia di posti di lavoro a rischio per un sistema che inizia a non reggere più la competizione internazionale
E' una crisi che colpisce in particolare il blocco di riferimento dell'attuale governo quella che viene fotografata dal Ministero per lo Sviluppo economico nel comparto industriale. Una crisi che tocca in profondità il Nordovest, il Nordest, il Sud peninsulare e che ha un impatto minore nelle regioni centrali se si eccettua il comparto ceramiche in Emilia, e la zona industriale laziale tra Roma, Frosinone e Latina. I dati vengono dal “Monitor statistico su industria e aree di crisi”, realizzato dal Ministero dello Sviluppo economico (quando ancora esisteva) e sono disponibili su http://www.sviluppoeconomico.gov.it/pdf_upload/documenti/STATINDUSTRIA/A.... La prima cosa che si scopre è che il dato molto positivo della produzione industriale dello scorso giugno, + 8,2%, va inquadrato in un contesto che ha visto il 2007 registrare una modesta crescita del 2,7 e un 2008 sprofondare a -18%. Il saldo del triennio 2006-2009 vede l'Italia arretrare del 3,8% contro una media europea del – 2,4. L'Italia resta comunque al 5° posto della graduatoria mondiale (al 2° per produzione pro-capite) con il 3,9% della produzione mondiale. Al primo posto c'è ormai la Cina con il suo 21,5% (nel 2000 era all'8,3), seguita dagli Usa con il 15,1% (ma nel 2000 era al 24,8 e questa inversione di ruoli spiega la tendenza di fondo globale) e poi Giappone (8,5) e Germania (6,5). Dietro l'Italia si collocano la Francia e la Corea del Sud (3,6), più distanziata, al 10° posto, la Gran Bretagna. Quindi, si parte da una solidità di fondo – il celebrato settore manifatturiero italiano che ormai totalizza il 18% del Pil – che trova la sua forza non solo nei settori “mitici” della Moda, dell'Abbigliamento o dell'Arredo ma che ormai fa poggiare il 53% dell'export italiano in settori quali le Macchine, l'Auto, la Chimica, l'Elettrico. Settori che risentono del traino mondiale e che quindi soffrono la crisi anche perché hanno mancato, finora, la capacità di stare al passo con lo slittamento in Asia della crescita economica. Questo ritardo lo si coglie guardando alla perdita di competitivà maturata nel decennio 2000-2009 che è stata pari a -18% e che ha prodotto uno stacco del 27% rispetto alla Germania. Quindi c'entra la crisi ma il ritardo industriale italiano ha radici più antiche come si può vedere da altri indicatori. Il calo di redditività delle imprese che è passato dal 33,2% del 2000 al 18,8% del 2009; il rapporto tra valore aggiunto e valore della produzione – cioè quanta nuova ricchezza è stata prodotta in percentuale sulla produzione complessiva – è passato dal 22 al 16%, segno che le imprese hanno dirottato parte degli utili fuori dalla produzione stessa (verso la rendita?); l'allungamento della vita media degli impianti che ha significato una scarsa, o comunque, ridotta propensione al rinnovamento.
La crisi dei piccoli
In questo contesto è giunta la crisi che ha colpito le 572.132 imprese italiane – occupanti 4.597.864 addetti – in misura piuttosto differenziata per settore produttivo e territoriale ma comunque con un'incidenza profonda. Nel triennio 2006-2009 la produzione industriale è scesa del 3,8%, il valore aggiunto dell'1,5%, l'occupazione dell'1%. In questo caso, però, è stata determinante la Cassa integrazione, ordinaria e straordinaria, che ha interessato circa diecimila imprese – soprattutto del settore tessile, meccanico e edilizio – che ha visto quella ordinaria salire del 55% tra aprile 2010 e lo stesso mese dell'anno precedente e che ha visto, ancora, la Cigs, straordinaria, del 192% sul 2009 (i dati di luglio parlano di una crescita rispetto all'anno precedente del 28%, quindi ancora in salita).La crisi come dicevamo non ha colpito tutti nello stesso modo. I piccoli hanno avuto molti più problemi. Nella struttura industriale italiana, infatti, l'83,9% è formato da micro-imprese con un numero di addetti non superiori a dieci (il 27,9% del totale); il 13,8% da piccole e medie imprese (numero di addetti tra 10 e 49, il 32,5% sul totale) mentre solo il 2,2% è formato da grandi aziende (sopra i 50 dipendenti che sono il 39,6% del totale). La netta prevalenza di piccole e piccolissime imprese – in genere non rappresentato in Confindustria - ha fatto sì che l'Italia accentuasse il proprio modello di specializzazione nei settori più tradizionali del made in Italy, a discapito sia dei settori che operano con economie di scala che di quelli ad alta tecnologia. Il fattore “italiano” lo si nota nel paragone tra l'andamento di produzione in Italia e in Europa settore per settore. E così se l'Abbigliamento ha avuto un +6,2% nonostante la perdita dell'1,8 in Europa, nel settore della Macchine per ufficio l'Italia è a -34,5% mentre la media Ue è – 4,9; nel Legno in Italia è – 8,9 contro un -5,3%; nelle Macchine per apparecchiature elettriche a fronte di un +7,6% europeo in Italia si accusa una flessione del 9,4%. Nei settori del Tessile o del Cuoio la flessione segue quella Ue. Insomma, il sistema italiano non regge la competitività verso i paesi dell'est asiatico, soffre in termini di crescita dimensionale, si appoggia molto al mercato italiano e europeo e quindi fa più fatica del sistema, ad esempio, tedesco.
La mappa territoriale.
Tra i tavoli di confronto aperti presso il Ministero dello Sviluppo economico spiccano circa 70 crisi aziendali gravi per un totale di 40 mila lavoratori interessati. In particolare le situazioni più critiche vanno da Maflow in Lombardia alla Bertone in Piemonte, dal settore delle Ceramiche in Emilia Romagna a quello del Mobile imbottito nella provincia lombarda fino alla Vinylsin Veneto; dalla Merloni nelle Marche e in Umbria, alla Videocon e Eutelia nel Lazio; dalla Siltal in Campania, alla Natuzzi in Puglia, e alla Legler ed Alcoa in Sardegna. Ma i tavoli sono più di 150 e riguardano oltre 300 mila lavoratori.Se si cerca di definire la mappa territoriale ci si accorge che il grosso della crisi abita al Nord – per ovvia densità industriale – e va a colpire proprio il settore di riferimento dell'attuale governo, in particolare la Lega. Il ministero ha suddiviso il paese in 686 Sistemi locali (Sll) – tante aree più o meno omogenee dal punto di vista produttivo – predisponendo un indicatore di crisi occupazionale (formato da fattori come il numero dei lavoratori in Cigs, i disoccupati, le imprese in procedura fallimentare, le imprese cessate, etc.). Ne vengono fuori 113 Sistemi locali in crisi elevata e 136 in crisi medio-alta, complessivamente il 36% del territorio nazionale. Dei 113 Sll individuati 33 sono a Nordovest e 28 al Nordest; 35 sono al Sud, 16 al Centro considerando anche l'Abruzzo e il suo terremoto.
Guardando ancora meglio alle regioni si nota un predominanza di Lombardia e Piemonte (con 16 e 15 Sistemi locali in elevata crisi), seguite dal Veneto (14), dalla Campania (9), e dal Lazio (8); si risale di nuovo al Nord con Friuli Venezia Giulia e Emilia-Romagna (7) e poi giù in Sardegna (6), Puglia e Sicilia (5).
Per quanto riguarda le sofferenze principali, nella classifica dei Sistemi locali a elevata crisi occupazionale, in testa c'è Torino, che soffre della crisi automobilistica, con un indice di crisi pari al 41,65% seguita da Milano con 33,76% in cui pesa molto la crisi della Chimica. Si resta ancora al Nord nel comparto del tessile con Biella (Piemonte) e Busto Arsizio (Lombardia). Poi c'è il sud con la specificità siderurgica di Taranto seguita da Caserta (Comunicazione) da Bergamo, Sinagra (Sicilia), Bari e Casale Monferrato. Tra i primi venti Sistemi locali 9 sono al Nord, 7 al Sud (compresa la Sardegna), 4 al Centro (di cui 2 nel Lazio). Le crisi sono sostanzialmente affrontate con la Cassa integrazione straordinaria – che non a caso ha visto molto solerti sia il ministro Tremonti che la Lega nord – che però, a sua volta non garantisce per nulla dal punto di vista occupazionale in caso di ripresa. Lo si vede dal recentissimo rapporto della Unioncamere di Varese, provincia manifatturiera, tra i 113 settori a elevata crisi, che nel secondo trimestre del 2010 ha visto una ripresa della produzione pari al 3,1%. Dal punto di vista occupazionale questo ha però comportato un saldo negativo di posti di lavoro pari a 4000 unità. La ripresa non c'è ancora e se ci sarà non garantisce nuova occupazione.
Le aziende a rischio per settore
Sono tante le aziende in crisi e tanti i settori interessati dalla crisi. Il rapporto le divide per settore e offre anche la cifra dei dipendenti a rischio. Ne viene fuori un quadro pressoché drammatico.Nel comparto delle Apparecchiature elettriche: c'è la Siemens a Milano (con 350 dipendenti a rischio su 1300), la Jabil di Bergamo (500 su 1400), la Finmek di Padova e di Sulmona (tutti i 2000 dipendenti), la Ritel di Rieti (100 su 350). Nel settore della Casa: la Saint Gobain di Savigliano – Piemonte - (450 su 2500) e Ideal Standard di Brescia (650 su 1750) ma anche la Natuzzi d Bari e Matera (1350 su 2700). Nella Chimica: c'è la Glaxo di Verona (500 su 2300), la Vinylis di Marghera (tutti e 300), la Montefibre a Venezia (250 su 300), il rischio chiusura per la Akzo Novel di Lodi. Elettrodomestici: Indesit di None in Piemonte (300 su 500), Riello a Lecco (150 su 300), Elettrolux in Veneto (500 su 4500), Siltal a C. Monferrato e Caserta (tutti e 900), il rischio chiusura per gli stabilimenti in Emilia, Marche e Umbria della Merloni (4000 dipendenti), la Candy di Bergamo (200 su 3500). Telecomunicazioni: c'è il caso Videocon a Anagni nel Lazio (850 su 1300), Technolab a l'Aquila (70 su 170) e Alcatel a Salerno (200 su 400). Nelle Costruzione di mezzi di trasporto abbiamo l'elenco più lungo con il rischio chiusura della Bertone in Piemonte (1100 dipendenti) e la crisi della Rieter (400 su 1600), la chiusura di Termini Imerese (2000), quella di Maflow in Lombardia (400), di Sogefi a Mantova (250 dipendenti) la Cnh di Modena - gruppo Fiat - con 450 dipendenti a rischio, i Cantieri di Massa Carrara con 200, la Fincantieri di Castellamare di Stabia (300 su 1800) , la Ergom di Napoli (500 su 1800), la Atr in Abruzzo (500 su 800). Problemi anche nella Moda con Mariella Burani a Milano, Reggio Emilia e Arezzo (1500 su 2500), Miroglio ad Alba (500 su 3000), Golden Lady a Faenza e Varese (350 su 3500), la Safilo a Udine (600 su 3000), il distretto di Prato (1500 su 3500), l'Ittierre di Isernia (1500 su 2500) l'Adelchi di Lecce (700 su 800) e la Legler di Nuoro (1200 dipendenti a rischio). Infine la Siderurgia con l'Ilva di Genova (450 su 2000), la Lucchini di Piombino (500 su 3000),Eurallumina e Alcoa in Sardegna (360 lavoratori su 1100 complessivi).
Salvatore Cannavò
fonte:http://www.ilmegafonoquotidiano.it
E' una crisi che colpisce in particolare il blocco di riferimento dell'attuale governo quella che viene fotografata dal Ministero per lo Sviluppo economico nel comparto industriale. Una crisi che tocca in profondità il Nordovest, il Nordest, il Sud peninsulare e che ha un impatto minore nelle regioni centrali se si eccettua il comparto ceramiche in Emilia, e la zona industriale laziale tra Roma, Frosinone e Latina. I dati vengono dal “Monitor statistico su industria e aree di crisi”, realizzato dal Ministero dello Sviluppo economico (quando ancora esisteva) e sono disponibili su http://www.sviluppoeconomico.gov.it/pdf_upload/documenti/STATINDUSTRIA/A.... La prima cosa che si scopre è che il dato molto positivo della produzione industriale dello scorso giugno, + 8,2%, va inquadrato in un contesto che ha visto il 2007 registrare una modesta crescita del 2,7 e un 2008 sprofondare a -18%. Il saldo del triennio 2006-2009 vede l'Italia arretrare del 3,8% contro una media europea del – 2,4. L'Italia resta comunque al 5° posto della graduatoria mondiale (al 2° per produzione pro-capite) con il 3,9% della produzione mondiale. Al primo posto c'è ormai la Cina con il suo 21,5% (nel 2000 era all'8,3), seguita dagli Usa con il 15,1% (ma nel 2000 era al 24,8 e questa inversione di ruoli spiega la tendenza di fondo globale) e poi Giappone (8,5) e Germania (6,5). Dietro l'Italia si collocano la Francia e la Corea del Sud (3,6), più distanziata, al 10° posto, la Gran Bretagna. Quindi, si parte da una solidità di fondo – il celebrato settore manifatturiero italiano che ormai totalizza il 18% del Pil – che trova la sua forza non solo nei settori “mitici” della Moda, dell'Abbigliamento o dell'Arredo ma che ormai fa poggiare il 53% dell'export italiano in settori quali le Macchine, l'Auto, la Chimica, l'Elettrico. Settori che risentono del traino mondiale e che quindi soffrono la crisi anche perché hanno mancato, finora, la capacità di stare al passo con lo slittamento in Asia della crescita economica. Questo ritardo lo si coglie guardando alla perdita di competitivà maturata nel decennio 2000-2009 che è stata pari a -18% e che ha prodotto uno stacco del 27% rispetto alla Germania. Quindi c'entra la crisi ma il ritardo industriale italiano ha radici più antiche come si può vedere da altri indicatori. Il calo di redditività delle imprese che è passato dal 33,2% del 2000 al 18,8% del 2009; il rapporto tra valore aggiunto e valore della produzione – cioè quanta nuova ricchezza è stata prodotta in percentuale sulla produzione complessiva – è passato dal 22 al 16%, segno che le imprese hanno dirottato parte degli utili fuori dalla produzione stessa (verso la rendita?); l'allungamento della vita media degli impianti che ha significato una scarsa, o comunque, ridotta propensione al rinnovamento.
La crisi dei piccoli
In questo contesto è giunta la crisi che ha colpito le 572.132 imprese italiane – occupanti 4.597.864 addetti – in misura piuttosto differenziata per settore produttivo e territoriale ma comunque con un'incidenza profonda. Nel triennio 2006-2009 la produzione industriale è scesa del 3,8%, il valore aggiunto dell'1,5%, l'occupazione dell'1%. In questo caso, però, è stata determinante la Cassa integrazione, ordinaria e straordinaria, che ha interessato circa diecimila imprese – soprattutto del settore tessile, meccanico e edilizio – che ha visto quella ordinaria salire del 55% tra aprile 2010 e lo stesso mese dell'anno precedente e che ha visto, ancora, la Cigs, straordinaria, del 192% sul 2009 (i dati di luglio parlano di una crescita rispetto all'anno precedente del 28%, quindi ancora in salita).La crisi come dicevamo non ha colpito tutti nello stesso modo. I piccoli hanno avuto molti più problemi. Nella struttura industriale italiana, infatti, l'83,9% è formato da micro-imprese con un numero di addetti non superiori a dieci (il 27,9% del totale); il 13,8% da piccole e medie imprese (numero di addetti tra 10 e 49, il 32,5% sul totale) mentre solo il 2,2% è formato da grandi aziende (sopra i 50 dipendenti che sono il 39,6% del totale). La netta prevalenza di piccole e piccolissime imprese – in genere non rappresentato in Confindustria - ha fatto sì che l'Italia accentuasse il proprio modello di specializzazione nei settori più tradizionali del made in Italy, a discapito sia dei settori che operano con economie di scala che di quelli ad alta tecnologia. Il fattore “italiano” lo si nota nel paragone tra l'andamento di produzione in Italia e in Europa settore per settore. E così se l'Abbigliamento ha avuto un +6,2% nonostante la perdita dell'1,8 in Europa, nel settore della Macchine per ufficio l'Italia è a -34,5% mentre la media Ue è – 4,9; nel Legno in Italia è – 8,9 contro un -5,3%; nelle Macchine per apparecchiature elettriche a fronte di un +7,6% europeo in Italia si accusa una flessione del 9,4%. Nei settori del Tessile o del Cuoio la flessione segue quella Ue. Insomma, il sistema italiano non regge la competitività verso i paesi dell'est asiatico, soffre in termini di crescita dimensionale, si appoggia molto al mercato italiano e europeo e quindi fa più fatica del sistema, ad esempio, tedesco.
La mappa territoriale.
Tra i tavoli di confronto aperti presso il Ministero dello Sviluppo economico spiccano circa 70 crisi aziendali gravi per un totale di 40 mila lavoratori interessati. In particolare le situazioni più critiche vanno da Maflow in Lombardia alla Bertone in Piemonte, dal settore delle Ceramiche in Emilia Romagna a quello del Mobile imbottito nella provincia lombarda fino alla Vinylsin Veneto; dalla Merloni nelle Marche e in Umbria, alla Videocon e Eutelia nel Lazio; dalla Siltal in Campania, alla Natuzzi in Puglia, e alla Legler ed Alcoa in Sardegna. Ma i tavoli sono più di 150 e riguardano oltre 300 mila lavoratori.Se si cerca di definire la mappa territoriale ci si accorge che il grosso della crisi abita al Nord – per ovvia densità industriale – e va a colpire proprio il settore di riferimento dell'attuale governo, in particolare la Lega. Il ministero ha suddiviso il paese in 686 Sistemi locali (Sll) – tante aree più o meno omogenee dal punto di vista produttivo – predisponendo un indicatore di crisi occupazionale (formato da fattori come il numero dei lavoratori in Cigs, i disoccupati, le imprese in procedura fallimentare, le imprese cessate, etc.). Ne vengono fuori 113 Sistemi locali in crisi elevata e 136 in crisi medio-alta, complessivamente il 36% del territorio nazionale. Dei 113 Sll individuati 33 sono a Nordovest e 28 al Nordest; 35 sono al Sud, 16 al Centro considerando anche l'Abruzzo e il suo terremoto.
Guardando ancora meglio alle regioni si nota un predominanza di Lombardia e Piemonte (con 16 e 15 Sistemi locali in elevata crisi), seguite dal Veneto (14), dalla Campania (9), e dal Lazio (8); si risale di nuovo al Nord con Friuli Venezia Giulia e Emilia-Romagna (7) e poi giù in Sardegna (6), Puglia e Sicilia (5).
Per quanto riguarda le sofferenze principali, nella classifica dei Sistemi locali a elevata crisi occupazionale, in testa c'è Torino, che soffre della crisi automobilistica, con un indice di crisi pari al 41,65% seguita da Milano con 33,76% in cui pesa molto la crisi della Chimica. Si resta ancora al Nord nel comparto del tessile con Biella (Piemonte) e Busto Arsizio (Lombardia). Poi c'è il sud con la specificità siderurgica di Taranto seguita da Caserta (Comunicazione) da Bergamo, Sinagra (Sicilia), Bari e Casale Monferrato. Tra i primi venti Sistemi locali 9 sono al Nord, 7 al Sud (compresa la Sardegna), 4 al Centro (di cui 2 nel Lazio). Le crisi sono sostanzialmente affrontate con la Cassa integrazione straordinaria – che non a caso ha visto molto solerti sia il ministro Tremonti che la Lega nord – che però, a sua volta non garantisce per nulla dal punto di vista occupazionale in caso di ripresa. Lo si vede dal recentissimo rapporto della Unioncamere di Varese, provincia manifatturiera, tra i 113 settori a elevata crisi, che nel secondo trimestre del 2010 ha visto una ripresa della produzione pari al 3,1%. Dal punto di vista occupazionale questo ha però comportato un saldo negativo di posti di lavoro pari a 4000 unità. La ripresa non c'è ancora e se ci sarà non garantisce nuova occupazione.
Le aziende a rischio per settore
Sono tante le aziende in crisi e tanti i settori interessati dalla crisi. Il rapporto le divide per settore e offre anche la cifra dei dipendenti a rischio. Ne viene fuori un quadro pressoché drammatico.Nel comparto delle Apparecchiature elettriche: c'è la Siemens a Milano (con 350 dipendenti a rischio su 1300), la Jabil di Bergamo (500 su 1400), la Finmek di Padova e di Sulmona (tutti i 2000 dipendenti), la Ritel di Rieti (100 su 350). Nel settore della Casa: la Saint Gobain di Savigliano – Piemonte - (450 su 2500) e Ideal Standard di Brescia (650 su 1750) ma anche la Natuzzi d Bari e Matera (1350 su 2700). Nella Chimica: c'è la Glaxo di Verona (500 su 2300), la Vinylis di Marghera (tutti e 300), la Montefibre a Venezia (250 su 300), il rischio chiusura per la Akzo Novel di Lodi. Elettrodomestici: Indesit di None in Piemonte (300 su 500), Riello a Lecco (150 su 300), Elettrolux in Veneto (500 su 4500), Siltal a C. Monferrato e Caserta (tutti e 900), il rischio chiusura per gli stabilimenti in Emilia, Marche e Umbria della Merloni (4000 dipendenti), la Candy di Bergamo (200 su 3500). Telecomunicazioni: c'è il caso Videocon a Anagni nel Lazio (850 su 1300), Technolab a l'Aquila (70 su 170) e Alcatel a Salerno (200 su 400). Nelle Costruzione di mezzi di trasporto abbiamo l'elenco più lungo con il rischio chiusura della Bertone in Piemonte (1100 dipendenti) e la crisi della Rieter (400 su 1600), la chiusura di Termini Imerese (2000), quella di Maflow in Lombardia (400), di Sogefi a Mantova (250 dipendenti) la Cnh di Modena - gruppo Fiat - con 450 dipendenti a rischio, i Cantieri di Massa Carrara con 200, la Fincantieri di Castellamare di Stabia (300 su 1800) , la Ergom di Napoli (500 su 1800), la Atr in Abruzzo (500 su 800). Problemi anche nella Moda con Mariella Burani a Milano, Reggio Emilia e Arezzo (1500 su 2500), Miroglio ad Alba (500 su 3000), Golden Lady a Faenza e Varese (350 su 3500), la Safilo a Udine (600 su 3000), il distretto di Prato (1500 su 3500), l'Ittierre di Isernia (1500 su 2500) l'Adelchi di Lecce (700 su 800) e la Legler di Nuoro (1200 dipendenti a rischio). Infine la Siderurgia con l'Ilva di Genova (450 su 2000), la Lucchini di Piombino (500 su 3000),Eurallumina e Alcoa in Sardegna (360 lavoratori su 1100 complessivi).
Salvatore Cannavò
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Commenti
Si comunica che il Manifestino non pubblica ne' insulti ne' affermazioni non motivate .Se vuoi scrivere degli argomenti e sei disposto a discuterli, invia un testo, anche breve ma argomentato, e lo pubblicheremo.Grazie
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