Una radiografia del sistema industriale italiano. La crisi colpisce il Sud come il Nordovest e il Nordest. Centinaia di migliaia di posti di lavoro a rischio per un sistema che inizia a non reggere più la competizione internazionale
E' una crisi che colpisce in particolare il blocco di riferimento dell'attuale governo quella che viene fotografata dal Ministero per lo Sviluppo economico nel comparto industriale. Una crisi che tocca in profondità il Nordovest, il Nordest, il Sud peninsulare e che ha un impatto minore nelle regioni centrali se si eccettua il comparto ceramiche in Emilia, e la zona industriale laziale tra Roma, Frosinone e Latina. I dati vengono dal “Monitor statistico su industria e aree di crisi”, realizzato dal Ministero dello Sviluppo economico (quando ancora esisteva) e sono disponibili su http://www.sviluppoeconomico.gov.it/pdf_upload/documenti/STATINDUSTRIA/A.... La prima cosa che si scopre è che il dato molto positivo della produzione industriale dello scorso giugno, + 8,2%, va inquadrato in un contesto che ha visto il 2007 registrare una modesta crescita del 2,7 e un 2008 sprofondare a -18%. Il saldo del triennio 2006-2009 vede l'Italia arretrare del 3,8% contro una media europea del – 2,4. L'Italia resta comunque al 5° posto della graduatoria mondiale (al 2° per produzione pro-capite) con il 3,9% della produzione mondiale. Al primo posto c'è ormai la Cina con il suo 21,5% (nel 2000 era all'8,3), seguita dagli Usa con il 15,1% (ma nel 2000 era al 24,8 e questa inversione di ruoli spiega la tendenza di fondo globale) e poi Giappone (8,5) e Germania (6,5). Dietro l'Italia si collocano la Francia e la Corea del Sud (3,6), più distanziata, al 10° posto, la Gran Bretagna. Quindi, si parte da una solidità di fondo – il celebrato settore manifatturiero italiano che ormai totalizza il 18% del Pil – che trova la sua forza non solo nei settori “mitici” della Moda, dell'Abbigliamento o dell'Arredo ma che ormai fa poggiare il 53% dell'export italiano in settori quali le Macchine, l'Auto, la Chimica, l'Elettrico. Settori che risentono del traino mondiale e che quindi soffrono la crisi anche perché hanno mancato, finora, la capacità di stare al passo con lo slittamento in Asia della crescita economica. Questo ritardo lo si coglie guardando alla perdita di competitivà maturata nel decennio 2000-2009 che è stata pari a -18% e che ha prodotto uno stacco del 27% rispetto alla Germania. Quindi c'entra la crisi ma il ritardo industriale italiano ha radici più antiche come si può vedere da altri indicatori. Il calo di redditività delle imprese che è passato dal 33,2% del 2000 al 18,8% del 2009; il rapporto tra valore aggiunto e valore della produzione – cioè quanta nuova ricchezza è stata prodotta in percentuale sulla produzione complessiva – è passato dal 22 al 16%, segno che le imprese hanno dirottato parte degli utili fuori dalla produzione stessa (verso la rendita?); l'allungamento della vita media degli impianti che ha significato una scarsa, o comunque, ridotta propensione al rinnovamento.
La crisi dei piccoli
In questo contesto è giunta la crisi che ha colpito le 572.132 imprese italiane – occupanti 4.597.864 addetti – in misura piuttosto differenziata per settore produttivo e territoriale ma comunque con un'incidenza profonda. Nel triennio 2006-2009 la produzione industriale è scesa del 3,8%, il valore aggiunto dell'1,5%, l'occupazione dell'1%. In questo caso, però, è stata determinante la Cassa integrazione, ordinaria e straordinaria, che ha interessato circa diecimila imprese – soprattutto del settore tessile, meccanico e edilizio – che ha visto quella ordinaria salire del 55% tra aprile 2010 e lo stesso mese dell'anno precedente e che ha visto, ancora, la Cigs, straordinaria, del 192% sul 2009 (i dati di luglio parlano di una crescita rispetto all'anno precedente del 28%, quindi ancora in salita).La crisi come dicevamo non ha colpito tutti nello stesso modo. I piccoli hanno avuto molti più problemi. Nella struttura industriale italiana, infatti, l'83,9% è formato da micro-imprese con un numero di addetti non superiori a dieci (il 27,9% del totale); il 13,8% da piccole e medie imprese (numero di addetti tra 10 e 49, il 32,5% sul totale) mentre solo il 2,2% è formato da grandi aziende (sopra i 50 dipendenti che sono il 39,6% del totale). La netta prevalenza di piccole e piccolissime imprese – in genere non rappresentato in Confindustria - ha fatto sì che l'Italia accentuasse il proprio modello di specializzazione nei settori più tradizionali del made in Italy, a discapito sia dei settori che operano con economie di scala che di quelli ad alta tecnologia. Il fattore “italiano” lo si nota nel paragone tra l'andamento di produzione in Italia e in Europa settore per settore. E così se l'Abbigliamento ha avuto un +6,2% nonostante la perdita dell'1,8 in Europa, nel settore della Macchine per ufficio l'Italia è a -34,5% mentre la media Ue è – 4,9; nel Legno in Italia è – 8,9 contro un -5,3%; nelle Macchine per apparecchiature elettriche a fronte di un +7,6% europeo in Italia si accusa una flessione del 9,4%. Nei settori del Tessile o del Cuoio la flessione segue quella Ue. Insomma, il sistema italiano non regge la competitività verso i paesi dell'est asiatico, soffre in termini di crescita dimensionale, si appoggia molto al mercato italiano e europeo e quindi fa più fatica del sistema, ad esempio, tedesco.
La mappa territoriale.
Tra i tavoli di confronto aperti presso il Ministero dello Sviluppo economico spiccano circa 70 crisi aziendali gravi per un totale di 40 mila lavoratori interessati. In particolare le situazioni più critiche vanno da Maflow in Lombardia alla Bertone in Piemonte, dal settore delle Ceramiche in Emilia Romagna a quello del Mobile imbottito nella provincia lombarda fino alla Vinylsin Veneto; dalla Merloni nelle Marche e in Umbria, alla Videocon e Eutelia nel Lazio; dalla Siltal in Campania, alla Natuzzi in Puglia, e alla Legler ed Alcoa in Sardegna. Ma i tavoli sono più di 150 e riguardano oltre 300 mila lavoratori.Se si cerca di definire la mappa territoriale ci si accorge che il grosso della crisi abita al Nord – per ovvia densità industriale – e va a colpire proprio il settore di riferimento dell'attuale governo, in particolare la Lega. Il ministero ha suddiviso il paese in 686 Sistemi locali (Sll) – tante aree più o meno omogenee dal punto di vista produttivo – predisponendo un indicatore di crisi occupazionale (formato da fattori come il numero dei lavoratori in Cigs, i disoccupati, le imprese in procedura fallimentare, le imprese cessate, etc.). Ne vengono fuori 113 Sistemi locali in crisi elevata e 136 in crisi medio-alta, complessivamente il 36% del territorio nazionale. Dei 113 Sll individuati 33 sono a Nordovest e 28 al Nordest; 35 sono al Sud, 16 al Centro considerando anche l'Abruzzo e il suo terremoto.
Guardando ancora meglio alle regioni si nota un predominanza di Lombardia e Piemonte (con 16 e 15 Sistemi locali in elevata crisi), seguite dal Veneto (14), dalla Campania (9), e dal Lazio (8); si risale di nuovo al Nord con Friuli Venezia Giulia e Emilia-Romagna (7) e poi giù in Sardegna (6), Puglia e Sicilia (5).
Per quanto riguarda le sofferenze principali, nella classifica dei Sistemi locali a elevata crisi occupazionale, in testa c'è Torino, che soffre della crisi automobilistica, con un indice di crisi pari al 41,65% seguita da Milano con 33,76% in cui pesa molto la crisi della Chimica. Si resta ancora al Nord nel comparto del tessile con Biella (Piemonte) e Busto Arsizio (Lombardia). Poi c'è il sud con la specificità siderurgica di Taranto seguita da Caserta (Comunicazione) da Bergamo, Sinagra (Sicilia), Bari e Casale Monferrato. Tra i primi venti Sistemi locali 9 sono al Nord, 7 al Sud (compresa la Sardegna), 4 al Centro (di cui 2 nel Lazio). Le crisi sono sostanzialmente affrontate con la Cassa integrazione straordinaria – che non a caso ha visto molto solerti sia il ministro Tremonti che la Lega nord – che però, a sua volta non garantisce per nulla dal punto di vista occupazionale in caso di ripresa. Lo si vede dal recentissimo rapporto della Unioncamere di Varese, provincia manifatturiera, tra i 113 settori a elevata crisi, che nel secondo trimestre del 2010 ha visto una ripresa della produzione pari al 3,1%. Dal punto di vista occupazionale questo ha però comportato un saldo negativo di posti di lavoro pari a 4000 unità. La ripresa non c'è ancora e se ci sarà non garantisce nuova occupazione.
Le aziende a rischio per settore
Sono tante le aziende in crisi e tanti i settori interessati dalla crisi. Il rapporto le divide per settore e offre anche la cifra dei dipendenti a rischio. Ne viene fuori un quadro pressoché drammatico.Nel comparto delle Apparecchiature elettriche: c'è la Siemens a Milano (con 350 dipendenti a rischio su 1300), la Jabil di Bergamo (500 su 1400), la Finmek di Padova e di Sulmona (tutti i 2000 dipendenti), la Ritel di Rieti (100 su 350). Nel settore della Casa: la Saint Gobain di Savigliano – Piemonte - (450 su 2500) e Ideal Standard di Brescia (650 su 1750) ma anche la Natuzzi d Bari e Matera (1350 su 2700). Nella Chimica: c'è la Glaxo di Verona (500 su 2300), la Vinylis di Marghera (tutti e 300), la Montefibre a Venezia (250 su 300), il rischio chiusura per la Akzo Novel di Lodi. Elettrodomestici: Indesit di None in Piemonte (300 su 500), Riello a Lecco (150 su 300), Elettrolux in Veneto (500 su 4500), Siltal a C. Monferrato e Caserta (tutti e 900), il rischio chiusura per gli stabilimenti in Emilia, Marche e Umbria della Merloni (4000 dipendenti), la Candy di Bergamo (200 su 3500). Telecomunicazioni: c'è il caso Videocon a Anagni nel Lazio (850 su 1300), Technolab a l'Aquila (70 su 170) e Alcatel a Salerno (200 su 400). Nelle Costruzione di mezzi di trasporto abbiamo l'elenco più lungo con il rischio chiusura della Bertone in Piemonte (1100 dipendenti) e la crisi della Rieter (400 su 1600), la chiusura di Termini Imerese (2000), quella di Maflow in Lombardia (400), di Sogefi a Mantova (250 dipendenti) la Cnh di Modena - gruppo Fiat - con 450 dipendenti a rischio, i Cantieri di Massa Carrara con 200, la Fincantieri di Castellamare di Stabia (300 su 1800) , la Ergom di Napoli (500 su 1800), la Atr in Abruzzo (500 su 800). Problemi anche nella Moda con Mariella Burani a Milano, Reggio Emilia e Arezzo (1500 su 2500), Miroglio ad Alba (500 su 3000), Golden Lady a Faenza e Varese (350 su 3500), la Safilo a Udine (600 su 3000), il distretto di Prato (1500 su 3500), l'Ittierre di Isernia (1500 su 2500) l'Adelchi di Lecce (700 su 800) e la Legler di Nuoro (1200 dipendenti a rischio). Infine la Siderurgia con l'Ilva di Genova (450 su 2000), la Lucchini di Piombino (500 su 3000),Eurallumina e Alcoa in Sardegna (360 lavoratori su 1100 complessivi).
Salvatore Cannavò
fonte:http://www.ilmegafonoquotidiano.it
E' una crisi che colpisce in particolare il blocco di riferimento dell'attuale governo quella che viene fotografata dal Ministero per lo Sviluppo economico nel comparto industriale. Una crisi che tocca in profondità il Nordovest, il Nordest, il Sud peninsulare e che ha un impatto minore nelle regioni centrali se si eccettua il comparto ceramiche in Emilia, e la zona industriale laziale tra Roma, Frosinone e Latina. I dati vengono dal “Monitor statistico su industria e aree di crisi”, realizzato dal Ministero dello Sviluppo economico (quando ancora esisteva) e sono disponibili su http://www.sviluppoeconomico.gov.it/pdf_upload/documenti/STATINDUSTRIA/A.... La prima cosa che si scopre è che il dato molto positivo della produzione industriale dello scorso giugno, + 8,2%, va inquadrato in un contesto che ha visto il 2007 registrare una modesta crescita del 2,7 e un 2008 sprofondare a -18%. Il saldo del triennio 2006-2009 vede l'Italia arretrare del 3,8% contro una media europea del – 2,4. L'Italia resta comunque al 5° posto della graduatoria mondiale (al 2° per produzione pro-capite) con il 3,9% della produzione mondiale. Al primo posto c'è ormai la Cina con il suo 21,5% (nel 2000 era all'8,3), seguita dagli Usa con il 15,1% (ma nel 2000 era al 24,8 e questa inversione di ruoli spiega la tendenza di fondo globale) e poi Giappone (8,5) e Germania (6,5). Dietro l'Italia si collocano la Francia e la Corea del Sud (3,6), più distanziata, al 10° posto, la Gran Bretagna. Quindi, si parte da una solidità di fondo – il celebrato settore manifatturiero italiano che ormai totalizza il 18% del Pil – che trova la sua forza non solo nei settori “mitici” della Moda, dell'Abbigliamento o dell'Arredo ma che ormai fa poggiare il 53% dell'export italiano in settori quali le Macchine, l'Auto, la Chimica, l'Elettrico. Settori che risentono del traino mondiale e che quindi soffrono la crisi anche perché hanno mancato, finora, la capacità di stare al passo con lo slittamento in Asia della crescita economica. Questo ritardo lo si coglie guardando alla perdita di competitivà maturata nel decennio 2000-2009 che è stata pari a -18% e che ha prodotto uno stacco del 27% rispetto alla Germania. Quindi c'entra la crisi ma il ritardo industriale italiano ha radici più antiche come si può vedere da altri indicatori. Il calo di redditività delle imprese che è passato dal 33,2% del 2000 al 18,8% del 2009; il rapporto tra valore aggiunto e valore della produzione – cioè quanta nuova ricchezza è stata prodotta in percentuale sulla produzione complessiva – è passato dal 22 al 16%, segno che le imprese hanno dirottato parte degli utili fuori dalla produzione stessa (verso la rendita?); l'allungamento della vita media degli impianti che ha significato una scarsa, o comunque, ridotta propensione al rinnovamento.
La crisi dei piccoli
In questo contesto è giunta la crisi che ha colpito le 572.132 imprese italiane – occupanti 4.597.864 addetti – in misura piuttosto differenziata per settore produttivo e territoriale ma comunque con un'incidenza profonda. Nel triennio 2006-2009 la produzione industriale è scesa del 3,8%, il valore aggiunto dell'1,5%, l'occupazione dell'1%. In questo caso, però, è stata determinante la Cassa integrazione, ordinaria e straordinaria, che ha interessato circa diecimila imprese – soprattutto del settore tessile, meccanico e edilizio – che ha visto quella ordinaria salire del 55% tra aprile 2010 e lo stesso mese dell'anno precedente e che ha visto, ancora, la Cigs, straordinaria, del 192% sul 2009 (i dati di luglio parlano di una crescita rispetto all'anno precedente del 28%, quindi ancora in salita).La crisi come dicevamo non ha colpito tutti nello stesso modo. I piccoli hanno avuto molti più problemi. Nella struttura industriale italiana, infatti, l'83,9% è formato da micro-imprese con un numero di addetti non superiori a dieci (il 27,9% del totale); il 13,8% da piccole e medie imprese (numero di addetti tra 10 e 49, il 32,5% sul totale) mentre solo il 2,2% è formato da grandi aziende (sopra i 50 dipendenti che sono il 39,6% del totale). La netta prevalenza di piccole e piccolissime imprese – in genere non rappresentato in Confindustria - ha fatto sì che l'Italia accentuasse il proprio modello di specializzazione nei settori più tradizionali del made in Italy, a discapito sia dei settori che operano con economie di scala che di quelli ad alta tecnologia. Il fattore “italiano” lo si nota nel paragone tra l'andamento di produzione in Italia e in Europa settore per settore. E così se l'Abbigliamento ha avuto un +6,2% nonostante la perdita dell'1,8 in Europa, nel settore della Macchine per ufficio l'Italia è a -34,5% mentre la media Ue è – 4,9; nel Legno in Italia è – 8,9 contro un -5,3%; nelle Macchine per apparecchiature elettriche a fronte di un +7,6% europeo in Italia si accusa una flessione del 9,4%. Nei settori del Tessile o del Cuoio la flessione segue quella Ue. Insomma, il sistema italiano non regge la competitività verso i paesi dell'est asiatico, soffre in termini di crescita dimensionale, si appoggia molto al mercato italiano e europeo e quindi fa più fatica del sistema, ad esempio, tedesco.
La mappa territoriale.
Tra i tavoli di confronto aperti presso il Ministero dello Sviluppo economico spiccano circa 70 crisi aziendali gravi per un totale di 40 mila lavoratori interessati. In particolare le situazioni più critiche vanno da Maflow in Lombardia alla Bertone in Piemonte, dal settore delle Ceramiche in Emilia Romagna a quello del Mobile imbottito nella provincia lombarda fino alla Vinylsin Veneto; dalla Merloni nelle Marche e in Umbria, alla Videocon e Eutelia nel Lazio; dalla Siltal in Campania, alla Natuzzi in Puglia, e alla Legler ed Alcoa in Sardegna. Ma i tavoli sono più di 150 e riguardano oltre 300 mila lavoratori.Se si cerca di definire la mappa territoriale ci si accorge che il grosso della crisi abita al Nord – per ovvia densità industriale – e va a colpire proprio il settore di riferimento dell'attuale governo, in particolare la Lega. Il ministero ha suddiviso il paese in 686 Sistemi locali (Sll) – tante aree più o meno omogenee dal punto di vista produttivo – predisponendo un indicatore di crisi occupazionale (formato da fattori come il numero dei lavoratori in Cigs, i disoccupati, le imprese in procedura fallimentare, le imprese cessate, etc.). Ne vengono fuori 113 Sistemi locali in crisi elevata e 136 in crisi medio-alta, complessivamente il 36% del territorio nazionale. Dei 113 Sll individuati 33 sono a Nordovest e 28 al Nordest; 35 sono al Sud, 16 al Centro considerando anche l'Abruzzo e il suo terremoto.
Guardando ancora meglio alle regioni si nota un predominanza di Lombardia e Piemonte (con 16 e 15 Sistemi locali in elevata crisi), seguite dal Veneto (14), dalla Campania (9), e dal Lazio (8); si risale di nuovo al Nord con Friuli Venezia Giulia e Emilia-Romagna (7) e poi giù in Sardegna (6), Puglia e Sicilia (5).
Per quanto riguarda le sofferenze principali, nella classifica dei Sistemi locali a elevata crisi occupazionale, in testa c'è Torino, che soffre della crisi automobilistica, con un indice di crisi pari al 41,65% seguita da Milano con 33,76% in cui pesa molto la crisi della Chimica. Si resta ancora al Nord nel comparto del tessile con Biella (Piemonte) e Busto Arsizio (Lombardia). Poi c'è il sud con la specificità siderurgica di Taranto seguita da Caserta (Comunicazione) da Bergamo, Sinagra (Sicilia), Bari e Casale Monferrato. Tra i primi venti Sistemi locali 9 sono al Nord, 7 al Sud (compresa la Sardegna), 4 al Centro (di cui 2 nel Lazio). Le crisi sono sostanzialmente affrontate con la Cassa integrazione straordinaria – che non a caso ha visto molto solerti sia il ministro Tremonti che la Lega nord – che però, a sua volta non garantisce per nulla dal punto di vista occupazionale in caso di ripresa. Lo si vede dal recentissimo rapporto della Unioncamere di Varese, provincia manifatturiera, tra i 113 settori a elevata crisi, che nel secondo trimestre del 2010 ha visto una ripresa della produzione pari al 3,1%. Dal punto di vista occupazionale questo ha però comportato un saldo negativo di posti di lavoro pari a 4000 unità. La ripresa non c'è ancora e se ci sarà non garantisce nuova occupazione.
Le aziende a rischio per settore
Sono tante le aziende in crisi e tanti i settori interessati dalla crisi. Il rapporto le divide per settore e offre anche la cifra dei dipendenti a rischio. Ne viene fuori un quadro pressoché drammatico.Nel comparto delle Apparecchiature elettriche: c'è la Siemens a Milano (con 350 dipendenti a rischio su 1300), la Jabil di Bergamo (500 su 1400), la Finmek di Padova e di Sulmona (tutti i 2000 dipendenti), la Ritel di Rieti (100 su 350). Nel settore della Casa: la Saint Gobain di Savigliano – Piemonte - (450 su 2500) e Ideal Standard di Brescia (650 su 1750) ma anche la Natuzzi d Bari e Matera (1350 su 2700). Nella Chimica: c'è la Glaxo di Verona (500 su 2300), la Vinylis di Marghera (tutti e 300), la Montefibre a Venezia (250 su 300), il rischio chiusura per la Akzo Novel di Lodi. Elettrodomestici: Indesit di None in Piemonte (300 su 500), Riello a Lecco (150 su 300), Elettrolux in Veneto (500 su 4500), Siltal a C. Monferrato e Caserta (tutti e 900), il rischio chiusura per gli stabilimenti in Emilia, Marche e Umbria della Merloni (4000 dipendenti), la Candy di Bergamo (200 su 3500). Telecomunicazioni: c'è il caso Videocon a Anagni nel Lazio (850 su 1300), Technolab a l'Aquila (70 su 170) e Alcatel a Salerno (200 su 400). Nelle Costruzione di mezzi di trasporto abbiamo l'elenco più lungo con il rischio chiusura della Bertone in Piemonte (1100 dipendenti) e la crisi della Rieter (400 su 1600), la chiusura di Termini Imerese (2000), quella di Maflow in Lombardia (400), di Sogefi a Mantova (250 dipendenti) la Cnh di Modena - gruppo Fiat - con 450 dipendenti a rischio, i Cantieri di Massa Carrara con 200, la Fincantieri di Castellamare di Stabia (300 su 1800) , la Ergom di Napoli (500 su 1800), la Atr in Abruzzo (500 su 800). Problemi anche nella Moda con Mariella Burani a Milano, Reggio Emilia e Arezzo (1500 su 2500), Miroglio ad Alba (500 su 3000), Golden Lady a Faenza e Varese (350 su 3500), la Safilo a Udine (600 su 3000), il distretto di Prato (1500 su 3500), l'Ittierre di Isernia (1500 su 2500) l'Adelchi di Lecce (700 su 800) e la Legler di Nuoro (1200 dipendenti a rischio). Infine la Siderurgia con l'Ilva di Genova (450 su 2000), la Lucchini di Piombino (500 su 3000),Eurallumina e Alcoa in Sardegna (360 lavoratori su 1100 complessivi).
Salvatore Cannavò
fonte:http://www.ilmegafonoquotidiano.it
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