Se si assume il lavoro come un interesse generale del Paese bisogna saper dire di no.
Il leader della Fiom parla anche di «colpevole complicità del governo». E di «idee antiche, che ci portano indietro di 100 anni, e con un arretramento non solo dei diritti delle persone. Vedo - dice Landini - un arretramento del nostro sistema industriale». «Rifare il contratto per tutto un settore» è un problema che va oltre il confronto con il Lingotto, sarebbe «un elemento di valore generale, molto grave e particolare, perchè è evidente che se viene concessa questa cosa alla Fiat sarebbe difficile negarla ad altri». Da qui l'invito della Fiom agli altri sindacati che hanno firmato l'accordo su Pomigliano: se assecondano questo percorso «se ne prenderebbero la responsabilità, perchè non farebbero semplicemente un accordo sul lavoro, ma cancellerebbero il contratto nazionale di lavoro». L'appello è anche alla politica: «Vogliamo difendere il sistema industriale del nostro Paese, perchè questa è la condizione per difendere il lavoro. E c'è un problema generale di tutela dei diritti dei lavoratori. C'è bisogno che anche le forze politiche del Paese si rendano conto di quello che sta accadendo. Se si assume il lavoro come un interesse generale del Paese bisogna saper dire di no». Tra le iniziative in programma c'è anche un confronto con i sindacati serbi, «con cui c'è tradizionalmente un buon rapporto». E «una riunione di tutti i sindacati europei dei Paesi dove ci sono stabilimenti Fiat, più la Serbia». Mentre è necessario, aggiunge Landini, riaccendere i riflettori anche sul futuro dello stabilimento siciliano di Termini Imerese.
fonte:http://www.controlacrisi.org
sabato 31 luglio 2010
Arriva il “Piano del lavoro”, poche novità
Statuto dei lavori, bilateralità, fisco più leggero sui salari aziendali. Il progetto del ministro Maurizio Sacconi anticipato dalle agenzie una settimana prima della presentazione ai sindacati. Cgil: “Pomposo e privo di novità”. Ok da Cisl e Uil
Statuto dei lavori, bilateralità, fisco più leggero sulla parte del salario che, in base ad accordi territoriali o aziendali, consente di aumentare la produttività o gli utili della società in cui si lavora. Sono i punti principali del “Piano triennale per il lavoro” del ministro Maurizio Sacconi, ampiamente annunciato da mesi e oggi (30 luglio) anticipato dalla agenzie di stampa nonostante la presentazione alle parti sociali sia fissata per il prossimo 3 agosto. L’obiettivo, si legge, è quello di "aprire il cantiere per una riforma generale del sistema fiscale correlata al completamento del federalismo istituzionale e ai grandi cambiamenti intervenuti nella produzione e composizione della ricchezza".
Secondo il ministero, la riduzione della pressione fiscale sul reddito da lavoro è stata avviata già nel primo consiglio dei ministri dell'attuale governo con la detassazione degli straordinari, provvedimento però da più parti considerato inopportuno e fuori tempo, visto che la crisi ha poi colpito l’occupazione e le ore di straordinario si sono drasticamente ridotte. Lo ‘Statuto dei lavori’ ipotizzato da Marco Biagi, oggetto di un disegno di legge delega che il governo presenterà in Parlamento, nelle intenzioni di Sacconi “costituirà la rinnovata cornice dei diritti inderogabili di legge entro la quale le tutele potranno trovare una modulazione più moderna”. L’intero impianto “affida alla bilateralità e alla contrattazione collettiva, così come congegnata dalla recente riforma degli assetti contrattuali e sostenuta dalle misure di decontribuzione e defiscalizzazione, l’obiettivo di incentivare la produttività del lavoro e il connesso incremento delle retribuzioni, diretto o indiretto, attraverso servizi integrativi e tutele aggiuntive di tipo promozionale”.
“Le proposte di quello che viene chiamato pomposamente ‘Piano Triennale per il Lavoro’ ripropongono senza grandi novità le tesi del Libro Bianco dello scorso anno”. Questo in sintesi il giudizio dei segretari confederali della Cgil, Danilo Barbi e Fulvio Fammoni, i quali contestano il fatto che ‘‘le parti, benché siano state convocate per il 3 agosto, apprendano oggi dalle agenzie il piano del ministro: il che dimostra, come al solito, una ‘altissima’ considerazione del ruolo delle parti sociali”. Nel merito, la Cgil osserva che il documento “non contiene alcuna proposta per creare nuova occupazione ma si limita a ribadire una linea che, dall’inizio della crisi, non ha impedito che si determinassero: un milione di disoccupati in più a partire dai giovani precari; quasi un milione di lavoratori e lavoratrici in cassa integrazione; la riduzione dell’occupazione femminile; il record storico della disoccupazione giovanile oltre il 30%; il crollo delle attività produttive nel Mezzogiorno”. Per questo, fanno sapere i due dirigenti sindacali, “continuerà l’iniziativa di proposta e di protesta. Il collegato lavoro è per ora fermo in Parlamento, forse vedrà luce alla fine dell’anno ma poi incapperà negli evidenti problemi di incostituzionalità che contiene. La riforma degli ammortizzatori sociali deve essere fatta sulla base delle deleghe del 23 luglio 2007 e non può essere stravolta”.
Diverso il giudizio di Cisl e Uil. “È un'occasione importante e tempestiva sia per contrastare gli effetti della crisi economica sull'occupazione, sia per rafforzare e garantire il rilancio delle politiche attive del lavoro”. dichiara il segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni, manifestando “la più ampia disponibilità” a un confronto. In particolare, giudica “importantissimo l'impegno a incentivare la remunerazione della produttività, aumentare i salari e combattere con forza il lavoro irregolare e l'economia sommersa”. Apprezzamento anche dal leader della Uil Luigi Angeletti: “Il piano accoglie le nostre rivendicazioni in materia di detassazione del salario aziendale e prospetta uno Statuto dei Lavori che, come Uil, avevamo sollecitato a tutela dei lavoratori più deboli e meno garantiti”.
fonte:http://www.rassegna.it
Statuto dei lavori, bilateralità, fisco più leggero sulla parte del salario che, in base ad accordi territoriali o aziendali, consente di aumentare la produttività o gli utili della società in cui si lavora. Sono i punti principali del “Piano triennale per il lavoro” del ministro Maurizio Sacconi, ampiamente annunciato da mesi e oggi (30 luglio) anticipato dalla agenzie di stampa nonostante la presentazione alle parti sociali sia fissata per il prossimo 3 agosto. L’obiettivo, si legge, è quello di "aprire il cantiere per una riforma generale del sistema fiscale correlata al completamento del federalismo istituzionale e ai grandi cambiamenti intervenuti nella produzione e composizione della ricchezza".
Secondo il ministero, la riduzione della pressione fiscale sul reddito da lavoro è stata avviata già nel primo consiglio dei ministri dell'attuale governo con la detassazione degli straordinari, provvedimento però da più parti considerato inopportuno e fuori tempo, visto che la crisi ha poi colpito l’occupazione e le ore di straordinario si sono drasticamente ridotte. Lo ‘Statuto dei lavori’ ipotizzato da Marco Biagi, oggetto di un disegno di legge delega che il governo presenterà in Parlamento, nelle intenzioni di Sacconi “costituirà la rinnovata cornice dei diritti inderogabili di legge entro la quale le tutele potranno trovare una modulazione più moderna”. L’intero impianto “affida alla bilateralità e alla contrattazione collettiva, così come congegnata dalla recente riforma degli assetti contrattuali e sostenuta dalle misure di decontribuzione e defiscalizzazione, l’obiettivo di incentivare la produttività del lavoro e il connesso incremento delle retribuzioni, diretto o indiretto, attraverso servizi integrativi e tutele aggiuntive di tipo promozionale”.
“Le proposte di quello che viene chiamato pomposamente ‘Piano Triennale per il Lavoro’ ripropongono senza grandi novità le tesi del Libro Bianco dello scorso anno”. Questo in sintesi il giudizio dei segretari confederali della Cgil, Danilo Barbi e Fulvio Fammoni, i quali contestano il fatto che ‘‘le parti, benché siano state convocate per il 3 agosto, apprendano oggi dalle agenzie il piano del ministro: il che dimostra, come al solito, una ‘altissima’ considerazione del ruolo delle parti sociali”. Nel merito, la Cgil osserva che il documento “non contiene alcuna proposta per creare nuova occupazione ma si limita a ribadire una linea che, dall’inizio della crisi, non ha impedito che si determinassero: un milione di disoccupati in più a partire dai giovani precari; quasi un milione di lavoratori e lavoratrici in cassa integrazione; la riduzione dell’occupazione femminile; il record storico della disoccupazione giovanile oltre il 30%; il crollo delle attività produttive nel Mezzogiorno”. Per questo, fanno sapere i due dirigenti sindacali, “continuerà l’iniziativa di proposta e di protesta. Il collegato lavoro è per ora fermo in Parlamento, forse vedrà luce alla fine dell’anno ma poi incapperà negli evidenti problemi di incostituzionalità che contiene. La riforma degli ammortizzatori sociali deve essere fatta sulla base delle deleghe del 23 luglio 2007 e non può essere stravolta”.
Diverso il giudizio di Cisl e Uil. “È un'occasione importante e tempestiva sia per contrastare gli effetti della crisi economica sull'occupazione, sia per rafforzare e garantire il rilancio delle politiche attive del lavoro”. dichiara il segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni, manifestando “la più ampia disponibilità” a un confronto. In particolare, giudica “importantissimo l'impegno a incentivare la remunerazione della produttività, aumentare i salari e combattere con forza il lavoro irregolare e l'economia sommersa”. Apprezzamento anche dal leader della Uil Luigi Angeletti: “Il piano accoglie le nostre rivendicazioni in materia di detassazione del salario aziendale e prospetta uno Statuto dei Lavori che, come Uil, avevamo sollecitato a tutela dei lavoratori più deboli e meno garantiti”.
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Pontedera: operaio cade da un'impalcatura di sei metri
Un grave infortunio sul lavoro è avvenuto venerdì mattina presso il magazzino per la lavorazione delle carni che la Coop sta costruendo nella zona industriale pontederese. Il ragazzo è ricoverato al Santa Chiara.
Un grave incidente sul lavoro si è verificato ieri, venerdì 30 luglio, nel magazzino per la lavorazione delle carni che la Coop che sta costruendo in viale America, nella zona industriale di Pontedera. Un operaio, di 26 anni, originario di Nuoro e residente nel Pisano, è rimasto gravemente ferito in seguito alla caduta da un'impalcatura, all'altezza di 6 metri, su cui si trovava a lavorare.
Il ragazzo, Mauro Mancusu, un elettricista dipendente della Select di Pontedera, si trovava su una piattaforma mobile per alcuni lavori all'impianto elettrico quando, per motivi ancora da accertare, è caduto di sotto. I colleghi appena si sono accorti dell'incidente hanno chiamato il 118 che è giunto subito sul posto con un'ambulanza della Pubblica assistenza.
L'operaio, che non hai mai perso conoscenza, è stato così trasportato all'ospedale Santa Chiara, dove è stato ricoverato in prognosi riservata anche se, fortunatamente, non sembra essere in pericolo di vita. Il ragazzo ha riportato un trauma cranico e la frattura del femore.
L'incidente è avvenuto intorno alle dieci del mattino e dopo i soccorritori sono giunti sul posto sia i carabinieri di Pontedera sia gli operatori della medicina del lavoro della ASL 5 di Pisa per iniziare le indagini al fine di appurare le cause che hanno portato l'operaio a cadere dall'impalcatura. Si tratterà di accertare se l'operaio indossava o meno le cinture di protezione e se fossero rispettate le norme sulla sicurezza per tali mansioni. Per ora il cantiere non è stato posto sotto sequestro e anche i lavori non sono stati sospesi.
Si tratterà, quindi, di accertare le responsabilità. L'unica cosa certa è che l'elenco di incidenti sui luoghi di lavoro, gravi se non in alcuni casi mortali, nella nostra provincia prosegue inarrestabile e a pagarne il caro prezzo sono i lavoratori.
fonte:http://www.pisanotizie.it
Un grave incidente sul lavoro si è verificato ieri, venerdì 30 luglio, nel magazzino per la lavorazione delle carni che la Coop che sta costruendo in viale America, nella zona industriale di Pontedera. Un operaio, di 26 anni, originario di Nuoro e residente nel Pisano, è rimasto gravemente ferito in seguito alla caduta da un'impalcatura, all'altezza di 6 metri, su cui si trovava a lavorare.
Il ragazzo, Mauro Mancusu, un elettricista dipendente della Select di Pontedera, si trovava su una piattaforma mobile per alcuni lavori all'impianto elettrico quando, per motivi ancora da accertare, è caduto di sotto. I colleghi appena si sono accorti dell'incidente hanno chiamato il 118 che è giunto subito sul posto con un'ambulanza della Pubblica assistenza.
L'operaio, che non hai mai perso conoscenza, è stato così trasportato all'ospedale Santa Chiara, dove è stato ricoverato in prognosi riservata anche se, fortunatamente, non sembra essere in pericolo di vita. Il ragazzo ha riportato un trauma cranico e la frattura del femore.
L'incidente è avvenuto intorno alle dieci del mattino e dopo i soccorritori sono giunti sul posto sia i carabinieri di Pontedera sia gli operatori della medicina del lavoro della ASL 5 di Pisa per iniziare le indagini al fine di appurare le cause che hanno portato l'operaio a cadere dall'impalcatura. Si tratterà di accertare se l'operaio indossava o meno le cinture di protezione e se fossero rispettate le norme sulla sicurezza per tali mansioni. Per ora il cantiere non è stato posto sotto sequestro e anche i lavori non sono stati sospesi.
Si tratterà, quindi, di accertare le responsabilità. L'unica cosa certa è che l'elenco di incidenti sui luoghi di lavoro, gravi se non in alcuni casi mortali, nella nostra provincia prosegue inarrestabile e a pagarne il caro prezzo sono i lavoratori.
fonte:http://www.pisanotizie.it
venerdì 30 luglio 2010
FIAT: Landini, accettare deroghe significa cancellare contratto nazionale
Quanto alla newco, aggiunge Landini, «se fosse vero che i singoli lavoratori dovrebbero firmare accettando le condizioni dell'accordo con Fim, Uilm e Fismic, io credo ci troveremmo di fronte ad un atto esplicito di discriminazione tra lavoratori» e di «violazione di tutte le norme contrattuali che nel nostro Paese esistono». Su questo punto, aggiunge il segretario generale, «abbiamo messo al lavoro tutti i legali con cui lavoriamo perchè deve essere chiaro che non siamo disponibili ad accettare operazioni di questa natura». Fermo restando, aggiunge Landini, la disponibilità della Fiom a riprendere la contrattazione con la Fiat «qualora ci fosse un ravvedimento» da parte dell'azienda e venisse applicato il Contratto nazionale di lavoro. Inoltre, a fronte di quella che Landini chiama «un'emergenza sociale, il sindacato promuove la partecipazione alla manifestazione a Roma del 16 ottobre». Una mobilitazione, spiega, «rivolta alle lavoratrici e ai lavoratori di tutto il paese e a tutte le forze sociali per rimettere al centro il lavoro, i diritti e la legalità». Elementi «base», conclude, per «pensare un nuovo sistema di sviluppo».
fonte:http://www.controlacrisi.org
fonte vignetta:http://metalmeccanico.blogspot.com
Rischio da stress:circolare Fiom
Care compagne e cari compagni, con il decreto sulla manovra finanziaria appena approvato dal Parlamento è passato anche l’emendamento presentato dal Governo che rinvia al 31 dicembre 2010 l’obbligatorietà per le
imprese di fare la valutazione del rischio da stress correlato al lavoro già dal 1° agosto c.a. come era previsto dal d.lgs 106/09 correttivo del Testo Unico.
Questo rinvio è grave perché ancora una volta non si applica in Italia quanto previsto dall’Unione Europea già dal 2004, non considerando lo stress un rischio elevato per la salute delle lavoratrici e dei lavoratori a causa delle caratteristiche dell’organizzazione del lavoro. Comunque tentando di trasformare le cattive notizie in buone, possiamo tentare in questi mesi
di realizzare nelle singole aziende metodi positivi di valutazione del rischio stesso. A settembre vi invieremo delle linee guida utili in questa direzione.
A tutte e a tutti buone vacanze. Saluti.
UFFICIO SAS
Maurizio Marcelli
fonte:http://www.fiom.cgil.it/
imprese di fare la valutazione del rischio da stress correlato al lavoro già dal 1° agosto c.a. come era previsto dal d.lgs 106/09 correttivo del Testo Unico.
Questo rinvio è grave perché ancora una volta non si applica in Italia quanto previsto dall’Unione Europea già dal 2004, non considerando lo stress un rischio elevato per la salute delle lavoratrici e dei lavoratori a causa delle caratteristiche dell’organizzazione del lavoro. Comunque tentando di trasformare le cattive notizie in buone, possiamo tentare in questi mesi
di realizzare nelle singole aziende metodi positivi di valutazione del rischio stesso. A settembre vi invieremo delle linee guida utili in questa direzione.
A tutte e a tutti buone vacanze. Saluti.
UFFICIO SAS
Maurizio Marcelli
fonte:http://www.fiom.cgil.it/
Fiat: firmare sempre, firmare tutto
Il Lingotto lo ha chiesto e ottenuto con il solo 'no' della Fiom. Ma potrebbe accadere in mille altre aziende, indebolendo le tutele garantite dal contratto nazionale di lavoro
È sparita subito, la Fiat, dalle prime pagine di gran parte dei giornali. Poi sì, ancora servizi all’interno – da non perdere, fra le altre, l’intervista del Corriere della Sera a Franco Marini (richiamo in prima, in questo caso): gli apprezzamenti per i modi ruvidi ma salutari di Marchionne offrono un bel ritratto delle molte anime che affollano il Pd –; ancora servizi, dicevamo, ma in vetrina solo e soltanto il divorzio tra Berlusconi e Fini: meglio, la cacciata del secondo dal partito personale del primo.
Niente di nuovo sotto il sole si dirà. Se il maglione di Marchionne scompare dalla scena (essendo in volo verso Obama), se il manager di ferro che ha finalmente il coraggio di affrontare assenteisti, fannulloni e compagnia cantante (la primazia è però di Brunetta, non dimentichiamolo) se ne va oltre oceano, inutile perdere altro spazio. Vuoi mettere il “premier” che dice basta, Giuliano Ferrara che fa la colomba e Rutelli che invece mo-non-si-sa-che-fa? E il governo che cade non cade, e il ritorno ai tempi belli di una volta, con partiti e partitini, correnti e sottocorrenti che cominciavano a segarti il seggiolone il giorno stesso in cui l’avevi conquistato? Che meraviglia!
È tutto questo che, amaramente, tanta sinistra potrebbe oggi ripetersi e ripetere. Giustamente tornando a preoccuparsi per l’assenza del lavoro dall’informazione – tranne quando a occupare i media con i suoi aut aut non sia, appunto, la new entry del mercato domestico della comunicazione, l’ad della Fiat –. Vero, verissimo. Ma non nel caso odierno: non per le scelte di molte testate in quest’ultimo venerdì di luglio. Perché, al di là delle troppe pagine di nuovo dedicate al palazzo della politica, la notizia – la sola – era proprio quella: il secondo divorzio, stavolta un po’ meno oneroso – se non ci sarà una campagna acquisti –, del presidente del consiglio.
La Fiat, al contrario, il doppio incontro all’Unione industriali di Torino con i sindacati – il secondo dei quali senza la Fiom –, una notizia non lo era più. E questo per il semplice motivo che nulla poteva accadere, ieri (29 luglio), che già non fosse accaduto. Non c’era bisogno di un master in relazioni industriali, qualche settimana fa, per capire cosa significava l’accordo-diktat per Pomigliano, non ce n’è stata necessità in seguito per scoprire il cavallo di Troia introdotto nel contratto nazionale con la newco per lo stabilimento un tempo Alfasud. Né di essere delle aquile per sapere che l’azione di Cisl e Uil, di Fim e Uilm, è tutta entro la filosofia assai pragmatica del sottoscrivere solo ciò che il Lingotto chiede.
Firmare sempre, firmare tutto. Che poi questo possa essere il preludio di un salto delle fabbriche – non solo Fiat: l’intero universo della manifattura, anche qui non è necessaria grande perspicacia – verso una sorta di medioevo industriale, con il contratto ritagliato a misura del profitto dell'impresa, la negazione dei diritti di libertà del lavoro, l’accettazione di qualsiasi ricatto, la lotta di tutti contro tutti, beh, alla fin fine non è così importante. L’importante è stare al tavolo, no?
Giovanni Rispoli
fonte:http://www.rassegna.it
È sparita subito, la Fiat, dalle prime pagine di gran parte dei giornali. Poi sì, ancora servizi all’interno – da non perdere, fra le altre, l’intervista del Corriere della Sera a Franco Marini (richiamo in prima, in questo caso): gli apprezzamenti per i modi ruvidi ma salutari di Marchionne offrono un bel ritratto delle molte anime che affollano il Pd –; ancora servizi, dicevamo, ma in vetrina solo e soltanto il divorzio tra Berlusconi e Fini: meglio, la cacciata del secondo dal partito personale del primo.
Niente di nuovo sotto il sole si dirà. Se il maglione di Marchionne scompare dalla scena (essendo in volo verso Obama), se il manager di ferro che ha finalmente il coraggio di affrontare assenteisti, fannulloni e compagnia cantante (la primazia è però di Brunetta, non dimentichiamolo) se ne va oltre oceano, inutile perdere altro spazio. Vuoi mettere il “premier” che dice basta, Giuliano Ferrara che fa la colomba e Rutelli che invece mo-non-si-sa-che-fa? E il governo che cade non cade, e il ritorno ai tempi belli di una volta, con partiti e partitini, correnti e sottocorrenti che cominciavano a segarti il seggiolone il giorno stesso in cui l’avevi conquistato? Che meraviglia!
È tutto questo che, amaramente, tanta sinistra potrebbe oggi ripetersi e ripetere. Giustamente tornando a preoccuparsi per l’assenza del lavoro dall’informazione – tranne quando a occupare i media con i suoi aut aut non sia, appunto, la new entry del mercato domestico della comunicazione, l’ad della Fiat –. Vero, verissimo. Ma non nel caso odierno: non per le scelte di molte testate in quest’ultimo venerdì di luglio. Perché, al di là delle troppe pagine di nuovo dedicate al palazzo della politica, la notizia – la sola – era proprio quella: il secondo divorzio, stavolta un po’ meno oneroso – se non ci sarà una campagna acquisti –, del presidente del consiglio.
La Fiat, al contrario, il doppio incontro all’Unione industriali di Torino con i sindacati – il secondo dei quali senza la Fiom –, una notizia non lo era più. E questo per il semplice motivo che nulla poteva accadere, ieri (29 luglio), che già non fosse accaduto. Non c’era bisogno di un master in relazioni industriali, qualche settimana fa, per capire cosa significava l’accordo-diktat per Pomigliano, non ce n’è stata necessità in seguito per scoprire il cavallo di Troia introdotto nel contratto nazionale con la newco per lo stabilimento un tempo Alfasud. Né di essere delle aquile per sapere che l’azione di Cisl e Uil, di Fim e Uilm, è tutta entro la filosofia assai pragmatica del sottoscrivere solo ciò che il Lingotto chiede.
Firmare sempre, firmare tutto. Che poi questo possa essere il preludio di un salto delle fabbriche – non solo Fiat: l’intero universo della manifattura, anche qui non è necessaria grande perspicacia – verso una sorta di medioevo industriale, con il contratto ritagliato a misura del profitto dell'impresa, la negazione dei diritti di libertà del lavoro, l’accettazione di qualsiasi ricatto, la lotta di tutti contro tutti, beh, alla fin fine non è così importante. L’importante è stare al tavolo, no?
Giovanni Rispoli
fonte:http://www.rassegna.it
Fiat, operai di Pomigliano denunciano: “Buste paga da fame”
Una quattordicesima compresa tra i 60 e i 100 euro, contro i 506 euro dello scorso anno, la tredicesima a rischio, corsi di formazione tassati. I lavoratori dello stabilimento Giambattista Vico lanciano un sos. E il pensiero va a settembre e alla newco
Buste paga alla mano, un gruppo di operai della Fiat di Pomigliano D'Arco ha incontrato i giornalisti davanti allo stabilimento Giambattista Vico per chiedere, attraverso la stampa, una "maggiore sensibilità sull'emergenza economica dei lavoratori" da parte dell'azienda e del Governo. "Marchionne - dice Andrea Allocca, che lavora al reparto logistico di Nola - rivendica la partecipazione 'attiva' degli operai. Dice che noi dobbiamo sentire 'nostra' l'azienda. Abbiamo dimostrato un grande senso di responsabilità, e ci piacerebbe che ci ritenesse parte 'attivà anche in occasione delle divisioni degli utili, per ridare dignità agli operai".
Il gruppo di lavoratori rende noti gli stipendi, e alla voce per la quattordicesima si fa il confronto con gli anni passati: "Ognuno di noi ha percepito dai 60 ai 100 euro di quattordicesima - spiega Giovanni - tranne quei pochi addetti che hanno lavorato di più, e che hanno percepito anche 200 euro. Nulla rispetto agli anni passati, quando a luglio la stessa voce era piena: 506 euro, e in busta paga figurava anche il premio di produzione, e lo stipendio non era quello della Cig straordinaria. Il governo non ha fatto nulla per garantire ai lavoratori un po' di ristoro, e l'azienda si è divisa gli utili da sola".
Gli operai del Vico fanno presente che per loro non è maturata neanche la tredicesima, che scatta se le tute blu hanno lavorato almeno la metà delle ore previste in un mese. "Siamo alla fame - ha affermato Antonio Carotenuto, sposato, 3 figli, l'ultimo dei quali ha solo due mesi - a luglio la mia busta paga è di 478 euro, il mese scorso era di 550, e non ho redditi alternativi a questo. E non ho potuto contare neanche sui corsi di formazione regionale per il sostegno al reddito, in quanto in quel periodo il mio primo figlio, di 10 anni, era ricoverato in ospedale, e mia moglie, incinta, doveva restare a casa con il secondo, di appena 3 anni. Non sono stato agevolato per dover accudire il mio bambino".
Umberto Cesareo, da 21 anni in lastrosaldatura, ha incassato 1.200 euro, "ma con gli assegni familiari", ha sottolineato: "Ho quattro figli e una moglie. E per non aver pagato una mensilità dell'affitto di casa, che ammonta a 450 euro, ora sono in causa con il padrone dell'appartamento, che mi ha intimato lo sfratto". Qualcuno pensa alle ultime vacanze, che risalgono a tre anni fa: "La busta paga era corposa - affermano - e potevamo portare anche i bambini al mare per qualche giorno. Adesso dobbiamo pensare a portare la spesa per dar loro da mangiare. E a settembre ricomincia la scuola, con tutte le spese conseguenti".
I cancelli si riaprono per far entrare un centinaio di addetti alla lastratura. Poi si richiudono e qualcuno pensa a settembre: "Non saremo più del Vico - afferma Gerardo Giannone, rsu Fim - diventeremo operai della nuova società'. Speriamo che almeno i corsi di formazione non saranno tassati come quelli dell'anno passato, che pesano sulla busta paga di questo mese: 400 euro che sono stati tolti dai già magri salari".
fonte:http://tg24.sky.it
Buste paga alla mano, un gruppo di operai della Fiat di Pomigliano D'Arco ha incontrato i giornalisti davanti allo stabilimento Giambattista Vico per chiedere, attraverso la stampa, una "maggiore sensibilità sull'emergenza economica dei lavoratori" da parte dell'azienda e del Governo. "Marchionne - dice Andrea Allocca, che lavora al reparto logistico di Nola - rivendica la partecipazione 'attiva' degli operai. Dice che noi dobbiamo sentire 'nostra' l'azienda. Abbiamo dimostrato un grande senso di responsabilità, e ci piacerebbe che ci ritenesse parte 'attivà anche in occasione delle divisioni degli utili, per ridare dignità agli operai".
Il gruppo di lavoratori rende noti gli stipendi, e alla voce per la quattordicesima si fa il confronto con gli anni passati: "Ognuno di noi ha percepito dai 60 ai 100 euro di quattordicesima - spiega Giovanni - tranne quei pochi addetti che hanno lavorato di più, e che hanno percepito anche 200 euro. Nulla rispetto agli anni passati, quando a luglio la stessa voce era piena: 506 euro, e in busta paga figurava anche il premio di produzione, e lo stipendio non era quello della Cig straordinaria. Il governo non ha fatto nulla per garantire ai lavoratori un po' di ristoro, e l'azienda si è divisa gli utili da sola".
Gli operai del Vico fanno presente che per loro non è maturata neanche la tredicesima, che scatta se le tute blu hanno lavorato almeno la metà delle ore previste in un mese. "Siamo alla fame - ha affermato Antonio Carotenuto, sposato, 3 figli, l'ultimo dei quali ha solo due mesi - a luglio la mia busta paga è di 478 euro, il mese scorso era di 550, e non ho redditi alternativi a questo. E non ho potuto contare neanche sui corsi di formazione regionale per il sostegno al reddito, in quanto in quel periodo il mio primo figlio, di 10 anni, era ricoverato in ospedale, e mia moglie, incinta, doveva restare a casa con il secondo, di appena 3 anni. Non sono stato agevolato per dover accudire il mio bambino".
Umberto Cesareo, da 21 anni in lastrosaldatura, ha incassato 1.200 euro, "ma con gli assegni familiari", ha sottolineato: "Ho quattro figli e una moglie. E per non aver pagato una mensilità dell'affitto di casa, che ammonta a 450 euro, ora sono in causa con il padrone dell'appartamento, che mi ha intimato lo sfratto". Qualcuno pensa alle ultime vacanze, che risalgono a tre anni fa: "La busta paga era corposa - affermano - e potevamo portare anche i bambini al mare per qualche giorno. Adesso dobbiamo pensare a portare la spesa per dar loro da mangiare. E a settembre ricomincia la scuola, con tutte le spese conseguenti".
I cancelli si riaprono per far entrare un centinaio di addetti alla lastratura. Poi si richiudono e qualcuno pensa a settembre: "Non saremo più del Vico - afferma Gerardo Giannone, rsu Fim - diventeremo operai della nuova società'. Speriamo che almeno i corsi di formazione non saranno tassati come quelli dell'anno passato, che pesano sulla busta paga di questo mese: 400 euro che sono stati tolti dai già magri salari".
fonte:http://tg24.sky.it
Fiat: Fiom, contro newco anche in tribunale
Parla il segretario generale delle tute blu Cgil, Maurizio Landini: “Tira una brutta aria, se fosse per il Lingotto “il contratto nazionale non ci sarebbe più”. Anche il governo “è complice”. Confermata la manifestazione nazionale del 16 ottobre a Roma
“È un attacco di una gravità tale che richiede di essere fermato. Tra una brutta aria, bisogna avere la consapevolezza della gravità della situazione e degli atti che la Fiat sta compiendo”. A parlare è il leader della Fiom, Maurizio Landini, che non esclude di ricorrere alle vie legali contro la newco annunciata dalla Fiat per lo stabilimento di Pomigliano d’Arco a partire dal settembre 2011. Gli annunci del Lingotto durante gli ultimi due incontri a Torino, il primo con la presenza del ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, il secondo solo con le categorie dei metalmeccanici, “rendono evidente - ha proseguito il segretario generale della Fiom - che siamo di fronte a un’indicazione generale di cosa dovrebbero fare le imprese e Confindustria per uscire dalla crisi”. Landini ha chiarito che, se si dovesse dare seguito agli annunci di Fiat, “il contratto nazionale di lavoro non ci sarebbe più. Se fosse concesso questo alla Fiat sarebbe grave non solo per i metalmeccanici, ma per il paese. Faremo di tutto per difendere il contratto nazionale”.
Quanto all’accordo di Pomigliano, “siamo di fronte a qualcosa che non ha precedenti nel sistema delle relazioni sindacali - ha aggiunto - abbiamo messo al lavoro tutti i legali con cui collaboriamo. Non siamo disponibili ad accettare operazioni di altra natura. Tutto ciò che può essere messo in campo sul piano giuridico e sindacale lo metteremo in campo”. Landini ha quindi confermato la disponibilità della sua organizzazione a sedersi nuovamente attorno a un tavolo per trovare soluzioni condivise “qualora ci fosse un ravvedimento” da parte della Fiat: "Ma vedo il rischio di idee antiche che ci portano indietro di cento anni con un arretramento non solo dei diritti delle persone, ma del nostro sistema industriale”.
Tornando infine sui tavoli di confronto che si sono svolti a Torino, Landini ha sottolineato che “la Fiat non ha chiarito un bel nulla. Le uniche cose certe sono che un modello viene portato in Serbia e che viene confermata la chiusura di Termini Imerese. In tutto questo vediamo il rischio di un aumento della cassa integrazione nel 2011 e nel 2012”. Landini ha anche parlato di "colpevole complicità del governo” perché il disegno che sta perseguendo è un “disastro” per il paese e i lavoratori. Nuove iniziative sindacali "per fermare il piano della Fiat saranno decise a settembre, contatti sono in corso anche con il sindacato serbo e, con ogni probabilità, ci sarà un incontro ai primi di settembre". Nel frattempo è confermata la manifestazione nazionale della Fiom che si svolgerà il 16 ottobre a Roma.
fonte:http://www.rassegna.it
fonte video: http://www.fiom.cgil.it/
“È un attacco di una gravità tale che richiede di essere fermato. Tra una brutta aria, bisogna avere la consapevolezza della gravità della situazione e degli atti che la Fiat sta compiendo”. A parlare è il leader della Fiom, Maurizio Landini, che non esclude di ricorrere alle vie legali contro la newco annunciata dalla Fiat per lo stabilimento di Pomigliano d’Arco a partire dal settembre 2011. Gli annunci del Lingotto durante gli ultimi due incontri a Torino, il primo con la presenza del ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, il secondo solo con le categorie dei metalmeccanici, “rendono evidente - ha proseguito il segretario generale della Fiom - che siamo di fronte a un’indicazione generale di cosa dovrebbero fare le imprese e Confindustria per uscire dalla crisi”. Landini ha chiarito che, se si dovesse dare seguito agli annunci di Fiat, “il contratto nazionale di lavoro non ci sarebbe più. Se fosse concesso questo alla Fiat sarebbe grave non solo per i metalmeccanici, ma per il paese. Faremo di tutto per difendere il contratto nazionale”.
Quanto all’accordo di Pomigliano, “siamo di fronte a qualcosa che non ha precedenti nel sistema delle relazioni sindacali - ha aggiunto - abbiamo messo al lavoro tutti i legali con cui collaboriamo. Non siamo disponibili ad accettare operazioni di altra natura. Tutto ciò che può essere messo in campo sul piano giuridico e sindacale lo metteremo in campo”. Landini ha quindi confermato la disponibilità della sua organizzazione a sedersi nuovamente attorno a un tavolo per trovare soluzioni condivise “qualora ci fosse un ravvedimento” da parte della Fiat: "Ma vedo il rischio di idee antiche che ci portano indietro di cento anni con un arretramento non solo dei diritti delle persone, ma del nostro sistema industriale”.
Tornando infine sui tavoli di confronto che si sono svolti a Torino, Landini ha sottolineato che “la Fiat non ha chiarito un bel nulla. Le uniche cose certe sono che un modello viene portato in Serbia e che viene confermata la chiusura di Termini Imerese. In tutto questo vediamo il rischio di un aumento della cassa integrazione nel 2011 e nel 2012”. Landini ha anche parlato di "colpevole complicità del governo” perché il disegno che sta perseguendo è un “disastro” per il paese e i lavoratori. Nuove iniziative sindacali "per fermare il piano della Fiat saranno decise a settembre, contatti sono in corso anche con il sindacato serbo e, con ogni probabilità, ci sarà un incontro ai primi di settembre". Nel frattempo è confermata la manifestazione nazionale della Fiom che si svolgerà il 16 ottobre a Roma.
Conferenza stampa Fiom su Fiat
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fonte video: http://www.fiom.cgil.it/
Cina, India, Bangladesh ancora scioperi per salari e diritti
Sempre più spesso in Cina, in India, e nelle regioni del sud est asiatico scoppiano conflitti tra lavoratori e imprese. La lotta di classe che esplode nei paesi in via di sviluppo deve essere guardata con la massima attenzione, nella globalizzazione dei profitti e dello sfruttamento sta nascendo un nuovo movimento operaio la cui crescita nel futuro può mettere seriamente in difficoltà il sistema capitalista che non riesce ad uscire dalla propria crisi.
Migliaia di operai e operaie del settore dell'abbigliamento sono scesi in piazza oggi a Dacca, capitale del Bangladesh, per protestare contro gli attuali bassi salari percepiti e per rivendicare aumenti più importanti di quelli decisi dal governo e che entreranno in vigore l'1 novembre. Lo riferiscono i media bengalesi. In un recente provvedimento, il salario minimo del settore è stato fissato a 3.000 taka (32,5 euro) al mese, mentre i sindacati rivendicano la somma di almeno 5.000 taka (54 euro) mensili, necessaria, assicurano, per coprire le necessità di base di una famiglia. Commando di dipendenti di varie fabbriche della capitale hanno innalzato barricate sulle principali vie di comunicazione cittadine, bloccando anche l'autostrada che collega il centro con l'aeroporto. Secondo il sito bdnews24, gli agenti sono intervenuti con sfollagenti ed idranti, sgomberando le strade e ripristinando la circolazione, mentre i manifestanti avrebbero causato danni ad automobili in sosta, agenzie bancarie ed ai negozi di un centro comemrciale a Gulshan. Solo nella provincia di Dacca operano almeno 400 fabbriche di abbigliamento che esportano i loro prodotti all'estero.
fonte:http://www.controlacrisi.org
Migliaia di operai e operaie del settore dell'abbigliamento sono scesi in piazza oggi a Dacca, capitale del Bangladesh, per protestare contro gli attuali bassi salari percepiti e per rivendicare aumenti più importanti di quelli decisi dal governo e che entreranno in vigore l'1 novembre. Lo riferiscono i media bengalesi. In un recente provvedimento, il salario minimo del settore è stato fissato a 3.000 taka (32,5 euro) al mese, mentre i sindacati rivendicano la somma di almeno 5.000 taka (54 euro) mensili, necessaria, assicurano, per coprire le necessità di base di una famiglia. Commando di dipendenti di varie fabbriche della capitale hanno innalzato barricate sulle principali vie di comunicazione cittadine, bloccando anche l'autostrada che collega il centro con l'aeroporto. Secondo il sito bdnews24, gli agenti sono intervenuti con sfollagenti ed idranti, sgomberando le strade e ripristinando la circolazione, mentre i manifestanti avrebbero causato danni ad automobili in sosta, agenzie bancarie ed ai negozi di un centro comemrciale a Gulshan. Solo nella provincia di Dacca operano almeno 400 fabbriche di abbigliamento che esportano i loro prodotti all'estero.
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Non possiamo più attendere,è necessario decidere!La situazione del paese sta drammaticamente precipitando.
E' in atto un qualcosa che solo alcuni decenni fa avrebbe visto una sollevazione popolare, la politica(la Sinistra e i Comunisti principalmente) insorgere in Parlamento e il Sindacato proclamare scioperi a catena per dire no ad un disegno ben preciso: la distruzione definitiva della cultura del conflitto che ha visto il nostro paese, attraverso le lotte, conquistare la libertà nei luoghi di lavoro. Nel corso di questi decenni la controparte, il Padronato, che sembrava passivo e incassatore,in realtà serrava le fila e riorganizzava l’offensiva che avrebbe portato,come sta accadendo,il nostro paese a fare un pericolosissimo balzo all’indietro. Il Capitalismo e le sue classi dominanti hanno lavorato, in questi anni, ai fianchi, utilizzando tutto quello che era possibile per demolire,innanzitutto,una cultura fondata, essenzialmente, sul collettivismo, la solidarietà e la condivisione della lotta e della prospettiva, costruendo quel tessuto sociale e culturale capace di sviluppare una coscienza di classe.L’operazione è proseguita nel campo politico dove era, innanzitutto, necessario distruggere ogni pensiero e fermento Comunista e per questo sono state usate tutte le armi possibili.Oggi .con la vergognosa decisione di trasformare Pomigliano in un lager dove i diritti,le tutele e, quindi, la dignità sono a concessione,la Fiat sta ultimando l’affondo,realizzando l’obiettivo di rendere le classi lavoratrici sempre più subalterne e ricattabili, ridisegnando regole e modalità di vita, colpendo, attraverso il lavoro, la Costituzione, considerata sempre più una palla al piede,e quindi la libertà.Si è iniziato dal Mezzogiorno dove il terreno è storicamente “adatto”. Al di là di coraggiose forme di dissenso e ribellioni quello che preoccupa è la non piena consapevolezza della drammaticità del momento sempre più evidente. Sembra quasi che tutto quello che sta accadendo sia un protocollo che vede i vari soggetti partecipanti assolvere a dei compiti e quindi limitarsi a questo. Sarebbe utile ricordare che si è passati negli anni dalle lotte organizzate e di massa, alle salite sui tetti, alle prime azioni individuali(omicidi). La differenza sta nella progressiva esasperazione.Spesso nei luoghi di lavoro si spera in un qualcosa che possa succedere,che sicuramente dovrà succedere. Ognuno spera negli altri. Tutti attendono e quando viene colpito qualcuno si tira un sospiro di sollievo perché non è toccato a noi.Del resto una sollevazione popolare in questo momento e in queste condizioni verrebbe repressa immediatamente,perché mancante dell’elemento fondamentale: l’idea e l’organizzazione.Ecco il capolavoro del Capitalismo.In queste ore attraverso un vergognoso accordo, celato,tra governo, padronato e sindacati compiacenti si sta compiendo l’opera di isolamento dell’ultimo baluardo: la Fiom. La Fiom che oltre alla sua azione sindacale spesso si sostituisce alla Politica, portando fuori dalle fabbriche tutta la rabbia, facendo veicolare tra l’opinione pubblica quel sentimento di sdegno,divenendo tra la gente l’unico punto di riferimento esistente ancora.In queste ore governo,padronato e sindacati discutono sulla “proposta” della Fiat e cioè di uscire dalla Federmeccanica,Confindustria e quindi eliminare ogni vincolo con il Contratto nazionale di lavoro.E' un golpe! La Cgil è a quel tavolo e nonostante dichiarazioni “leggermente” differenziate, da Cisl e Uil, ha comunque mantenuto aperta la strada della mediazione,legittimando, di fatto, una posizione che andava respinta con decisione e con una sola condizione, il ritiro di quella vergognosa decisione. Intanto nei palazzi della politica, quella parlamentare e non(ahimé), si continua con quel politicismo sterile che allontana sempre più e non interessa più nessuno.La realtà dura e cruda è questa! Una realtà che diventa di giorno in giorno sempre più preoccupante e insostenibile. Una situazione che dovrebbe vedere le forze Comuniste, soprattutto, impegnate nella concretizzazione di un fronte comune d’azione e quindi di Resistenza,innanzitutto, su questi punti che possono solo unire. Un segnale questo che darebbe ai lavoratori e al paese fiducia e speranza. Tutto questo non avviene e allora è naturale chiedersi, almeno come base lo facciamo, se i proclami, i comunicati, gli attestati di solidarietà, dove si invoca l’unità dei lavoratori,non siano solo slogan inutili.Bisogna dire, però, che se alla parte Politica, quella Comunista e Sinistra alternativa, è da imputare la disgregazione e la difesa di orticelli, le opposizioni Parlamentari continuano nella solidificata ambiguità. Quale è,ad esempio,la posizione del PD su questa vicenda,visto che alcuni suoi esponenti dicono anche cose diverse? Quale azione concreta è stata fatta in Parlamento e nelle Istituzioni locali dove c’è una maggioranza di centro sinistra?Si parla anche nel nostro Partito di fare blocco per difendere la Costituzione,i diritti e quindi la libertà nel nostro paese. Ci si dichiara disponibili ad un accordo elettorale su queste basi. Bene, siamo d'accordo. E necessario oggi fare blocco per difendere il paese, ma con chi? Come pensiamo di fare accordi con chi continua con le sue ambiguità su una questione che sta distruggendo la dignità di un popolo? Come pensiamo di fare accordi,anche locali,se non si dice una parola definitiva su queste questioni e si sceglie da che parte stare? Ma forse sarebbe bene che ricordassimo l’ “Equidistanza”, dichiarata dal PD, sia dai lavoratori che dalle imprese. Vorrà significare qualcosa? Ecco è da qui che bisognerebbe iniziare una discussione vera,ma soprattutto urgente e definitiva, per essere chiari anche e soprattutto tra noi Comunisti per decidere, finalmente, quale strada imboccare.Riflettiamo.
Eugenio Giordano
Lavoratore resta senza contratto, l'azienda non dà risposte. Sciopero alla Crm Logint
Gli operai incrociano le braccia in segno di solidarietà verso il collega. Filt Cgil: "Nei prossimi giorni decideremo gli altri passi da compiere"
Sciopero di 24 ore e presidio lungo l'Aurelia davanti alla fabbrica, oggi, venerdì 30 luglio, per i 48 dipendenti della Crm Logint, azienda dell'indotto Saint Gobain.
La protesta intende in primo luogo esprimere solidarietà ad un lavoratore al quale scade oggi il contratto a tempo determinato, ma anche dimostrare ai vertici aziendali, spiega Goffredo Carrara della Filt Cgil, che "sindacati e dipendenti non sono disposti a subire forzature e attacchi al lavoro mentre é in atto un tavolo per risolvere l'intera vicenda dell'appalto Crm riassorbito da Saint Gobain".
La multinazionale, nel suo piano di investimenti, ha infatti deciso di riassorbire all'interno il servizio svolto dalla Crm Logint, decisione sulla quale si è immediatamente aperta una trattativa sindacale per salvaguardare tutti i posti di lavoro. Ed è in questo ambito che si inserisce lo sciopero di oggi, anticipato ieri da un'astensione dal lavoro di due ore.
Il motivo è il silenzio dell'azienda sul futuro di un operaio, da tre anni al lavoro con un contratto a tempo determinato in scadenza proprio oggi. "Avevamo chiesto alla Crm Logint di non fare forzature e di rinnovare il contratto - ha spiegato Carrara - ma abbiamo ottenuto solo silenzi. Un atteggiamento grave che temiamo possa nascondere un attacco a tutti i lavoratori dell'azienda. Ma la risposta dei colleghi di questo ragazzo è stata compatta e unitaria con l'immediata proclamazione dello sciopero. Nei prossimi giorni, d'intesa con la Camera del lavoro, decideremo quali altri passi compiere. Il nostro obiettivo è che siano salvaguardati tutti i livelli occupazionali della Crm Logint".
Anche i Cobas sostengono lo sciopero manifestando ai cancelli della Saint Gobain.
fonte:http://www.gonews.it
Sciopero di 24 ore e presidio lungo l'Aurelia davanti alla fabbrica, oggi, venerdì 30 luglio, per i 48 dipendenti della Crm Logint, azienda dell'indotto Saint Gobain.
La protesta intende in primo luogo esprimere solidarietà ad un lavoratore al quale scade oggi il contratto a tempo determinato, ma anche dimostrare ai vertici aziendali, spiega Goffredo Carrara della Filt Cgil, che "sindacati e dipendenti non sono disposti a subire forzature e attacchi al lavoro mentre é in atto un tavolo per risolvere l'intera vicenda dell'appalto Crm riassorbito da Saint Gobain".
La multinazionale, nel suo piano di investimenti, ha infatti deciso di riassorbire all'interno il servizio svolto dalla Crm Logint, decisione sulla quale si è immediatamente aperta una trattativa sindacale per salvaguardare tutti i posti di lavoro. Ed è in questo ambito che si inserisce lo sciopero di oggi, anticipato ieri da un'astensione dal lavoro di due ore.
Il motivo è il silenzio dell'azienda sul futuro di un operaio, da tre anni al lavoro con un contratto a tempo determinato in scadenza proprio oggi. "Avevamo chiesto alla Crm Logint di non fare forzature e di rinnovare il contratto - ha spiegato Carrara - ma abbiamo ottenuto solo silenzi. Un atteggiamento grave che temiamo possa nascondere un attacco a tutti i lavoratori dell'azienda. Ma la risposta dei colleghi di questo ragazzo è stata compatta e unitaria con l'immediata proclamazione dello sciopero. Nei prossimi giorni, d'intesa con la Camera del lavoro, decideremo quali altri passi compiere. Il nostro obiettivo è che siano salvaguardati tutti i livelli occupazionali della Crm Logint".
Anche i Cobas sostengono lo sciopero manifestando ai cancelli della Saint Gobain.
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FIAT: Epifani, molto ottimismo ma nessun fatto nuovo
Il gruppo conferma piano 'Fabbrica Italia', si attendono altri incontri.
“Molto ottimismo ma in verità non ci sono fatti nuovi” questo il giudizio del Segretario Generale della CGIL Guglielmo Epifani a conclusione dell'incontro di oggi a Torino tra azienda, governo e sindacati per discutere sulle prospettive del Gruppo FIAT e sullo stabilimento di Mirafiori. La FIAT ha infatti confermato il piano industriale 'Fabbrica Italia' e l'ad del gruppo Sergio Marchionne chiede ai sindacati di pronunciare solo due parole “sì o no”.
E' “necessario riaprire il confronto con CGIL e FIOM a partire da Pomigliano” ha dichiarato Epifani, che smentisce la volontà da parte del sindacato di mantenere una “conflittualità permanente” ma piuttosto sottolinea il contributo apportato per salvare il gruppo, “abbiamo assoluto interesse all'investimento, a lavorare insieme a questo obiettivo senza carri armati” ha spiegato il dirigente sindacale.
Secondo il numero uno di Corso d'Italia, riguardo allo spostamento in Serbia delle nuove produzioni previste per lo stabilimento di Mirafiori che secondo l'ad di FIAT non toglierebbe prospettive allo stabilimento torinese, “è confermata quell'incertezza sugli impegni produttivi assunti a Palazzo Chigi” e aggiunge, “le rassicurazioni sul futuro di Mirafiori non sono di per se' ne impegni ne' certezze”.
Al Governo Epifani chiede “di non lavarsene le mani. Non può fare da spettatore" e aggiunge "bisogna tenere aperto un piano generale sulle prospettive del gruppo che non si possono vedere stabilimento per stabilimento”.
Intanto si attendono altri incontri specifici sulla situazione dei singoli stabilimenti.
“Molto ottimismo ma in verità non ci sono fatti nuovi” questo il giudizio del Segretario Generale della CGIL Guglielmo Epifani a conclusione dell'incontro di oggi a Torino tra azienda, governo e sindacati per discutere sulle prospettive del Gruppo FIAT e sullo stabilimento di Mirafiori. La FIAT ha infatti confermato il piano industriale 'Fabbrica Italia' e l'ad del gruppo Sergio Marchionne chiede ai sindacati di pronunciare solo due parole “sì o no”.
E' “necessario riaprire il confronto con CGIL e FIOM a partire da Pomigliano” ha dichiarato Epifani, che smentisce la volontà da parte del sindacato di mantenere una “conflittualità permanente” ma piuttosto sottolinea il contributo apportato per salvare il gruppo, “abbiamo assoluto interesse all'investimento, a lavorare insieme a questo obiettivo senza carri armati” ha spiegato il dirigente sindacale.
Secondo il numero uno di Corso d'Italia, riguardo allo spostamento in Serbia delle nuove produzioni previste per lo stabilimento di Mirafiori che secondo l'ad di FIAT non toglierebbe prospettive allo stabilimento torinese, “è confermata quell'incertezza sugli impegni produttivi assunti a Palazzo Chigi” e aggiunge, “le rassicurazioni sul futuro di Mirafiori non sono di per se' ne impegni ne' certezze”.
Al Governo Epifani chiede “di non lavarsene le mani. Non può fare da spettatore" e aggiunge "bisogna tenere aperto un piano generale sulle prospettive del gruppo che non si possono vedere stabilimento per stabilimento”.
Intanto si attendono altri incontri specifici sulla situazione dei singoli stabilimenti.
- Incontro azienda-sindacati: FIOM CGIL, azienda apra confronto sui veri problemi degli stabilimenti e della produzione
Marchionne vuole tutto
Nuovo incontro Fiat-sindacati e nuovi diktat: in tutte le fabbriche come a Pomigliano sennò niente investimenti. Solo la Fiom resiste.
Venti miliardi di investimenti nella Fabbrica Italia, ma alle condizioni di Marchionne. Quelle note, contenute nell’accordo separato di Pomigliano che cancellano il diritto di sciopero e sanzionano lavoratori e sindacati che decidano di insistere nell’errore. Quelle che penalizzano la malattia in nome della lotta all’assenteismo, riducono le pause fino a cancellare quella per la mensa spostata a fine turno. Un «accordo» imposto con un referendum ricattatorio (parola che manda su tutte le furie l’amministratore delegato della Fiat, nonché presidente della newco di Pomigliano d’Arco) deve diventare legge in tutte le fabbriche automobilistiche italiane. Su questa base l’incontro di ieri a Torino, il primo di una serie che coinvolgerà tutti gli stabilimenti, non poteva che finire male. Come sempre l’opposizione e la richiesta di ridiscutere a un vero tavolo di trattativa il modo per aumentare la produttività e i turni senza cancellare leggi, contratti e Costituzione è arrivata da una parte sola, la Fiom, e ha trovato la totale indisponibilità da parte della delegazione del Lingotto. L’unica richiesta accettata dalla Fiat, avanzata da Fim, Uilm e Fismic, è il rinvio di un nuovo accordo (che ovviamente sarebbe stato separato) per formalizzare la «pomiglianizzazione» di tutto il settore automobilistico. Un po’ di tempo, più che per riflettere, per far ingoiare ai propri delegati e iscritti l’ennesima porzione di olio di ricino.
L’altra decisione, unilaterale, annunciata dalla Fiat nel corso dell’incontro di ieri riguarda il monte ore sindacale: disdettato a partire dal 1° gennaio del 2011 l’accordo che prevede l’agibilità sindacale in tutti gli stabilimenti anche per gli «esperti» e non solo per le Rsu. Gli esperti sono i rappresentati sindacali – una volta si sarebbero chiamati delegati di gruppo omogeneo, oggi di Ute – a più stretto contatto con i lavoratori e i loro problemi. La Fiat ha precisato che è sua intenzione aprire un tavolo con tutti i sindacati per addivenire a un nuovo accordo, «più consono» ai tempi che corrono. Si sa dove corrono i tempi, mentre l’accordo sul monte ore risale addirittura al 5 agosto del ’71, strappato alla Fiat grazie al ciclo di lotte iniziato nel ’68-’69, che regolava i tempi, i ritmi, la saturazione, i delegati e, appunto, il monte ore sindacale. C’è chi sospetta che per avere il riconoscimento degli esperti bisognerà aderire alle nuove regole di Marchionne. Si sa anche che la sola Fiom nell’auto ha 41 delegati tra gli operai (a Mirafiori, Cassino, Pomigliano, Termini Imerese e pochissimi rimasti ad Arese, benché chiusa) e 49 esperti. A Melfi l’accordo sul monte ore non è valido perché l’azienda alla sua fondazione fu chiamata in un altro modo, Sata, proprio per poter assumere operai privi del portato di memoria e di diritti. Fu un’astuzia dell’allora ad Cesare Romiti, certo un uomo determinato, «feroce» come sa chi ricorda i 35 giorni dell’80. Un sincero democratico rispetto al «nuovo» Marchionne.
La delegazione Fiat guidata da Rebaudengo ha comunicato ai rappresentanti sindacali la decisione di sospendere l’uscita dalla Confindustria (finalizzata a liberarsi del contratto dei metalmeccanici) per due mesi, in attesa di trovare un accordo con l’associazione guidata da Emma Marcegaglia, che preveda deroghe al contratto fino a recepire per intero la nuova filosofiat contenuta nel diktat di Pomigliano. Invece, la newco «Fabbrica Italia Pomigliano» (Fip) non aderirà a Confindustria. Una la decisione pressoché irrilevante, dal momento che mentre gli investimenti per la produzione della Panda saranno fatti dalla Fip, il trasloco di baracca e burattini dalla Fiat alla Fip avverrà solo a partire da settembre del 2011, quando sarà avviata, con un po’ di ritardo sulla tabella di marcia, la produzione. E nel frattempo – questa è una delle poche certezze per i lavoratori sballotolati di qua e di là come fagotti – tutti in cassa integrazione a stipendio ridotto, tranne i pochi che continueranno a lavorare all’Alfa 159. Sarà cassa integrazione in deroga, quella che si dà alle aziende decotte, perché per avere la cassa per ristrutturazione la Fiat dovrebbe fare gli investimenti, ma gli investimenti li fa la Fip.
Alla seconda parte dell’incontro di ieri, caratterizzato esclusivamente dal conflitto tra la Fiat e la Fiom, non ha partecipato la delegazione dei metalmeccanici Cgil guidata dal segretario generale Maurizio Landini, per la semplice ragione che riguardava «l’accordo» separato su Pomigliano siglato soltanto dai sindacati «collaborativi».
L’altra decisione, unilaterale, annunciata dalla Fiat nel corso dell’incontro di ieri riguarda il monte ore sindacale: disdettato a partire dal 1° gennaio del 2011 l’accordo che prevede l’agibilità sindacale in tutti gli stabilimenti anche per gli «esperti» e non solo per le Rsu. Gli esperti sono i rappresentati sindacali – una volta si sarebbero chiamati delegati di gruppo omogeneo, oggi di Ute – a più stretto contatto con i lavoratori e i loro problemi. La Fiat ha precisato che è sua intenzione aprire un tavolo con tutti i sindacati per addivenire a un nuovo accordo, «più consono» ai tempi che corrono. Si sa dove corrono i tempi, mentre l’accordo sul monte ore risale addirittura al 5 agosto del ’71, strappato alla Fiat grazie al ciclo di lotte iniziato nel ’68-’69, che regolava i tempi, i ritmi, la saturazione, i delegati e, appunto, il monte ore sindacale. C’è chi sospetta che per avere il riconoscimento degli esperti bisognerà aderire alle nuove regole di Marchionne. Si sa anche che la sola Fiom nell’auto ha 41 delegati tra gli operai (a Mirafiori, Cassino, Pomigliano, Termini Imerese e pochissimi rimasti ad Arese, benché chiusa) e 49 esperti. A Melfi l’accordo sul monte ore non è valido perché l’azienda alla sua fondazione fu chiamata in un altro modo, Sata, proprio per poter assumere operai privi del portato di memoria e di diritti. Fu un’astuzia dell’allora ad Cesare Romiti, certo un uomo determinato, «feroce» come sa chi ricorda i 35 giorni dell’80. Un sincero democratico rispetto al «nuovo» Marchionne.
La delegazione Fiat guidata da Rebaudengo ha comunicato ai rappresentanti sindacali la decisione di sospendere l’uscita dalla Confindustria (finalizzata a liberarsi del contratto dei metalmeccanici) per due mesi, in attesa di trovare un accordo con l’associazione guidata da Emma Marcegaglia, che preveda deroghe al contratto fino a recepire per intero la nuova filosofiat contenuta nel diktat di Pomigliano. Invece, la newco «Fabbrica Italia Pomigliano» (Fip) non aderirà a Confindustria. Una la decisione pressoché irrilevante, dal momento che mentre gli investimenti per la produzione della Panda saranno fatti dalla Fip, il trasloco di baracca e burattini dalla Fiat alla Fip avverrà solo a partire da settembre del 2011, quando sarà avviata, con un po’ di ritardo sulla tabella di marcia, la produzione. E nel frattempo – questa è una delle poche certezze per i lavoratori sballotolati di qua e di là come fagotti – tutti in cassa integrazione a stipendio ridotto, tranne i pochi che continueranno a lavorare all’Alfa 159. Sarà cassa integrazione in deroga, quella che si dà alle aziende decotte, perché per avere la cassa per ristrutturazione la Fiat dovrebbe fare gli investimenti, ma gli investimenti li fa la Fip.
Alla seconda parte dell’incontro di ieri, caratterizzato esclusivamente dal conflitto tra la Fiat e la Fiom, non ha partecipato la delegazione dei metalmeccanici Cgil guidata dal segretario generale Maurizio Landini, per la semplice ragione che riguardava «l’accordo» separato su Pomigliano siglato soltanto dai sindacati «collaborativi».
Loris Campetti
[Articolo su il manifesto del 30/07/2010]
fonte:http://www.ilmanifesto.it/
Operai e sindacato, parte la controffensiva
Tra qualche giorno a Pomigliano si faranno le «pulizie» per preparare le linee alla produzione della nuova Panda. La Fiat da Torino ha ribadito di voler continuare per la propria strada rimuovendo qualsiasi «ostacolo», ma soprattutto di fare dello stabilimento Giambattista Vico il luogo di sperimentazione del nuovo stile del Lingotto, senza confronto e con continui aut aut sulle regole; pochi diritti e solo doveri, come Sergio Marchionne ha ribadito a più riprese. Così all’ombra del Vesuvio si riparte, con un investimento da 700milioni di euro, certo, ma con una newco, fuori da Confindustria, aggirando il contratto nazionale, e soprattutto cercando di imbavagliare i sindacati. La scusa è quella a cui l’azienda ha abituato in queste settimane: le colpe sono di organizzazioni poco serie e di lavoratori scansafatiche.
«Sfaticati? Ci manca solo questo. Con il nuovo modello di lavoro, il wcm, abbiamo dato più volte prova di affrontare sfide difficili e di averle superate. Nella produzione dell’Alfa 156 e 147 siamo stati una bandiera della Fiat, con cui hanno vinto la macchina dell’anno e il volante d’oro. Quanto all’assenteismo, è il momento di sfatare un mito sulla nostra fabbrica, prima della cig eravamo al 3,7%, assolutamente al di sotto della soglia fisiologica». Sebastano D’Onofrio a Pomigliano lavora da 22 anni alla catena di montaggio; dal 1989, l’anno delle mille assunzioni subito dopo il passaggio di proprietà dall’Alfa Romeo agli Agnelli. Ne ha viste di tutti i colori, «momenti bui e critici, ma c’è sempre stato il confronto e si è andati avanti». Ora però qualcosa è cambiato; nel nuovo managment le decisioni sono unilaterali, e lo sconforto tra gli operai palpabile. Il cellulare di Sebastiano squilla a ripetizione, lui Rsu Fiom, accoglie le paure dei compagni, per le risposte bisogna prima capire i termini delle novità.
«Non ci lasciano molta scelta – dice – siamo tutti in difficoltà, o aderisci a questa società o ti puoi trovare in mezzo alla strada. Io credo che i vertici ci vogliano costringere a relazioni lavorative polacche o serbe, dove hanno tutti i benefici e nessun onere; ma le fabbriche assistite non hanno mai decollato. Metteteci poi che il nostro governo è completamente assente; è chiaro che ci troviamo in questa situazione, e la Fiat può permettersi con gli utili di spartire i dividendi tra gli azionisti e lasciarci a becco asciutto».
Lunedì ci sarà un incontro regionale Fiom: «Spero che l’azienda non ci metta in condizione di dover subire un altro ricatto, e soprattutto di dover essere in competizione con gli operai degli altri paesi, che prendono 400 euro al mese. Parlano di futuro, ma questa è una barbarie». Anche Antonio Di Luca è una tuta blu di lungo corso, con le giuste preoccupazioni di chi, monoreddito, ha una famiglia con tre figli: «Ma non è una questione personale, qui è in pericolo la democrazia, i diritti e le garanzie di ogni cittadino; perché come lo ha fatto Fiat, domani chiunque potrà chiudere una società e riaprirla con le regole che più gli piacciono».
Le attenzioni si concentrano però sulle risposte. La disdetta sui permessi sindacali può rappresentare l’ennesimo atto ricattatorio, ma alla Fiom e ai lavoratori preme frenare Marchionne e fargli riaprire il confronto. «Le limitazioni alla libertà e le sanzioni su sciopero e malattie sono un problema – dice Mario Di Costanzo, Rsu – È una vecchia strategia Fiat buttare sul tavolo queste scelte a cavallo delle ferie. In ogni caso essere fuori dal ccnl non significa poter derogare a leggi, statuto dei lavoratori, costituzione». La Fiom preannuncia azioni legali, ricorsi e conflitto sociale. Anche perché le assunzioni nella newco non partiranno a settembre, ma dopo un anno di cig. «Temo – spiega Andrea Amendola, segretario regionale – che dietro la newco ci sia dell’altro. Masgari degli esuberi dietro l’angolo, magari ’comandati’. E poi basta con la cattiva letteratura. Si è arrivati a questo solo perché i sindacati sono poco seri? Fim e Uilm hanno sempre detto sì; se siamo noi i ’cattivi’, continueremo ad esserlo perché abbiamo a cuore i lavoratori».
Francesca Pilla
[Articolo su il manifesto del 30/07/2010]
Vinyls: presentato al ministero nuovo bando di gara internazionale per la cessione dell'industria chimica
CGIL, insoddisfazione per mancata riapertura degli impianti. Assenza di politica industriale mette a forte rischio la chimica italiana
“C’è insoddisfazione da parte della CGIL e della CGIL Sardegna perché ancora non si risolve la questione della riapertura degli impianti della Vinyls”, questo il commento del Segretario Confederale Vincenzo Scudiere riguardo alla presentazione di oggi al ministero dello Sviluppo Economico di un nuovo bando di gara internazionale per la cessione dell'industria chimica “Vinyls”, che sarà reso noto a fine agosto. La manifestazione di interesse riguarderebbe l'intero ciclo del cloro e a questo proposito è stata firmata una lettera di intenti tra il ministero e l'Eni.
“Gli atti messi in campo dal governo e dall’Eni – spiega il dirigente sindacale - sono esattamente quelli annunciati più volte ma che al momento non danno garanzie di prospettiva”. Scudiere denuncia l'assenza, anche sulla Vinyls, di una politica industriale del governo che “mette a forte rischio la chimica in Italia” e lamenta il fatto che “pur in presenza della possibilità del riavvio della Vinyls, non si chiede all’Eni di salvaguardare il ciclo del cloro e le sue prerogative industriali”.
Allo stesso modo la FILCTEM CGIL esprime dubbi sul comportamento dell'Eni, soprattutto “sulla sua concreta disponibilità a mettere a disposizione i propri assett relativi al ciclo del cloro”. Gian Piero Ciambotti, della Segreteria nazionale della FICTEM CGIL, responsabile del Dipartimento chimico afferma che “un comportamento di buona volontà sarebbe proprio quello che rivendichiamo da tempo: riavviare gli impianti di “Vinyls” se si vuole rendere veramente appetibile tutta l'operazione”. In tutti i casi, a metà settembre, dopo la presentazione del bando internazionale i sindacati hanno già chiesto un momento di verifica.
fonte:http://www.cgil.it
“C’è insoddisfazione da parte della CGIL e della CGIL Sardegna perché ancora non si risolve la questione della riapertura degli impianti della Vinyls”, questo il commento del Segretario Confederale Vincenzo Scudiere riguardo alla presentazione di oggi al ministero dello Sviluppo Economico di un nuovo bando di gara internazionale per la cessione dell'industria chimica “Vinyls”, che sarà reso noto a fine agosto. La manifestazione di interesse riguarderebbe l'intero ciclo del cloro e a questo proposito è stata firmata una lettera di intenti tra il ministero e l'Eni.
“Gli atti messi in campo dal governo e dall’Eni – spiega il dirigente sindacale - sono esattamente quelli annunciati più volte ma che al momento non danno garanzie di prospettiva”. Scudiere denuncia l'assenza, anche sulla Vinyls, di una politica industriale del governo che “mette a forte rischio la chimica in Italia” e lamenta il fatto che “pur in presenza della possibilità del riavvio della Vinyls, non si chiede all’Eni di salvaguardare il ciclo del cloro e le sue prerogative industriali”.
Allo stesso modo la FILCTEM CGIL esprime dubbi sul comportamento dell'Eni, soprattutto “sulla sua concreta disponibilità a mettere a disposizione i propri assett relativi al ciclo del cloro”. Gian Piero Ciambotti, della Segreteria nazionale della FICTEM CGIL, responsabile del Dipartimento chimico afferma che “un comportamento di buona volontà sarebbe proprio quello che rivendichiamo da tempo: riavviare gli impianti di “Vinyls” se si vuole rendere veramente appetibile tutta l'operazione”. In tutti i casi, a metà settembre, dopo la presentazione del bando internazionale i sindacati hanno già chiesto un momento di verifica.
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giovedì 29 luglio 2010
“L’Azienda intende subordinare i suoi piani di investimento in Italia all’estensione a tutti gli stabilimenti delle deroghe previste nell’intesa separata su Pomigliano”
Enzo Masini, coordinatore nazionale auto della Fiom-Cgil, ha rilasciato oggi la seguente dichiarazione.
“Si è svolto oggi, a Torino, l’incontro tra le organizzazioni sindacali e la Fiat sul progetto ‘Fabbrica Italia’. Nel corso dell’incontro, la Fiat ha affermato che gli investimenti, previsti per il nostro Paese nei prossimi anni, sono subordinati all’estensione a tutti gli stabilimenti dell’auto delle condizioni imposte per quello di Pomigliano d’Arco con l’intesa separata del 15 giugno scorso. In sostanza, la Fiat vuole vincolare gli investimenti alla possibilità di infliggere sanzioni alle organizzazioni sindacali e ai singoli lavoratori prevista dall’intesa separata relativa a Pomigliano.”
“L’Azienda ha informato le organizzazioni sindacali che intende uscire da Confindustria per non dover rispettare il Contratto nazionale di lavoro dei metalmeccanici. L’Azienda ha altresì dichiarato che ha sospeso questa decisione a fronte dell’impegno di Confindustria stessa a realizzare, nel Contratto nazionale, le deroghe necessarie per poter applicare l’intesa separata di Pomigliano e per poterla estendere a tutto il Gruppo. Si conferma, così, che l’accordo di Pomigliano contiene in sé deroghe relative al Contratto nazionale e, a nostro avviso, anche a leggi fondamentali in materia di diritto del lavoro.”
“La Fiom si è rifiutata di seguire questa impostazione e ha sollecitato nuovamente l’Azienda ad aprire un confronto sui veri problemi degli stabilimenti e della produzione: utilizzo degli impianti, flessibilità, organizzazione del lavoro, certezza degli accordi. La Fiat non solo non ha accolto questa sollecitazione, ma prosegue sulla strada delle sue scelte unilaterali. Ha deciso infatti di forzare ulteriormente la situazione, con la disdetta dal 1° gennaio 2011 degli accordi aziendali in materia di permessi sindacali.”
“Per quanto riguarda Mirafiori, la Fiat non ha assunto impegni relativi a nuove produzioni da destinare a questo stabilimento dopo la decisione di spostare la fabbricazione della nuova monovolume in Serbia. In questo modo, si apre il rischio di un lungo periodo di ricorso alla Cassa integrazione anche per la realtà torinese.”
“Infine, la Fiom non ha partecipato all’incontro successivo - relativo all’applicazione dell’accordo su Pomigliano attraverso la costituzione della cosiddetta Newco -, non avendo condiviso quell’intesa e considerando la Newco un’ulteriore e grave violazione dell’attuale sistema di regole esistenti nel nostro Paese in materia di relazioni industriali.”
Domani, venerdì 30 luglio, il Segretario generale della Fiom, Maurizio Landini, ed il Coordinatore nazionale del settore auto, Enzo Masini, terranno una conferenza stampa a Roma per fare il punto sulla situazione della Fiat, alla luce dei due incontri di Torino e la costituzione della Newco. La conferenza stampa si terrà alle 13.00 in Cgil, corso d’Italia 25, nella Sala Santi.
fonte:http://www.fiom.cgil.it
“Si è svolto oggi, a Torino, l’incontro tra le organizzazioni sindacali e la Fiat sul progetto ‘Fabbrica Italia’. Nel corso dell’incontro, la Fiat ha affermato che gli investimenti, previsti per il nostro Paese nei prossimi anni, sono subordinati all’estensione a tutti gli stabilimenti dell’auto delle condizioni imposte per quello di Pomigliano d’Arco con l’intesa separata del 15 giugno scorso. In sostanza, la Fiat vuole vincolare gli investimenti alla possibilità di infliggere sanzioni alle organizzazioni sindacali e ai singoli lavoratori prevista dall’intesa separata relativa a Pomigliano.”
“L’Azienda ha informato le organizzazioni sindacali che intende uscire da Confindustria per non dover rispettare il Contratto nazionale di lavoro dei metalmeccanici. L’Azienda ha altresì dichiarato che ha sospeso questa decisione a fronte dell’impegno di Confindustria stessa a realizzare, nel Contratto nazionale, le deroghe necessarie per poter applicare l’intesa separata di Pomigliano e per poterla estendere a tutto il Gruppo. Si conferma, così, che l’accordo di Pomigliano contiene in sé deroghe relative al Contratto nazionale e, a nostro avviso, anche a leggi fondamentali in materia di diritto del lavoro.”
“La Fiom si è rifiutata di seguire questa impostazione e ha sollecitato nuovamente l’Azienda ad aprire un confronto sui veri problemi degli stabilimenti e della produzione: utilizzo degli impianti, flessibilità, organizzazione del lavoro, certezza degli accordi. La Fiat non solo non ha accolto questa sollecitazione, ma prosegue sulla strada delle sue scelte unilaterali. Ha deciso infatti di forzare ulteriormente la situazione, con la disdetta dal 1° gennaio 2011 degli accordi aziendali in materia di permessi sindacali.”
“Per quanto riguarda Mirafiori, la Fiat non ha assunto impegni relativi a nuove produzioni da destinare a questo stabilimento dopo la decisione di spostare la fabbricazione della nuova monovolume in Serbia. In questo modo, si apre il rischio di un lungo periodo di ricorso alla Cassa integrazione anche per la realtà torinese.”
“Infine, la Fiom non ha partecipato all’incontro successivo - relativo all’applicazione dell’accordo su Pomigliano attraverso la costituzione della cosiddetta Newco -, non avendo condiviso quell’intesa e considerando la Newco un’ulteriore e grave violazione dell’attuale sistema di regole esistenti nel nostro Paese in materia di relazioni industriali.”
Domani, venerdì 30 luglio, il Segretario generale della Fiom, Maurizio Landini, ed il Coordinatore nazionale del settore auto, Enzo Masini, terranno una conferenza stampa a Roma per fare il punto sulla situazione della Fiat, alla luce dei due incontri di Torino e la costituzione della Newco. La conferenza stampa si terrà alle 13.00 in Cgil, corso d’Italia 25, nella Sala Santi.
fonte:http://www.fiom.cgil.it
Gruppo Piaggio, vendite in crescita nel primo semestre
L'incremento riguarda sia il business delle due ruote che quello dei veicoli commerciali
Nei primi sei mesi del 2010 il gruppo Piaggio ha venduto complessivamente nel mondo 340.800 veicoli, con una crescita dei volumi dell'8,5% rispetto ai 314.200 veicoli venduti nel primo semestre 2009. L'incremento riguarda sia il business delle due ruote, con 232.800 veicoli venduti nel mondo (+2,6% rispetto ai primi sei mesi del 2009), che il business dei veicoli commerciali con 108.000 veicoli complessivamente venduti (+23,9% rispetto ai primi sei mesi dello scorso anno).Il gruppo di Pontedera nei primi sei mesi del 2010 ha poi segnato un risultato operativo 74,6 milioni di euro (+21,1% rispetto al primo semestre 2009) e un ebit da di 117,5 milioni di euro (+9,3% rispetto al primo semestre 2009). Il margine lordo industriale di periodo è pari a 265 milioni di euro, in aumento del 6,3% rispetto ai 249,4 milioni di euro registrati nei primi sei mesi del 2009. L'indebitamento finanziario netto è a 341,7 milioni di euro, in diminuzione rispetto a 352 milioni al 31 dicembre 2009 e 348,9 milioni al 30 giugno 2009.
fonte:http://www.gonews.it
Nei primi sei mesi del 2010 il gruppo Piaggio ha venduto complessivamente nel mondo 340.800 veicoli, con una crescita dei volumi dell'8,5% rispetto ai 314.200 veicoli venduti nel primo semestre 2009. L'incremento riguarda sia il business delle due ruote, con 232.800 veicoli venduti nel mondo (+2,6% rispetto ai primi sei mesi del 2009), che il business dei veicoli commerciali con 108.000 veicoli complessivamente venduti (+23,9% rispetto ai primi sei mesi dello scorso anno).Il gruppo di Pontedera nei primi sei mesi del 2010 ha poi segnato un risultato operativo 74,6 milioni di euro (+21,1% rispetto al primo semestre 2009) e un ebit da di 117,5 milioni di euro (+9,3% rispetto al primo semestre 2009). Il margine lordo industriale di periodo è pari a 265 milioni di euro, in aumento del 6,3% rispetto ai 249,4 milioni di euro registrati nei primi sei mesi del 2009. L'indebitamento finanziario netto è a 341,7 milioni di euro, in diminuzione rispetto a 352 milioni al 31 dicembre 2009 e 348,9 milioni al 30 giugno 2009.
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“La Cgil rompa con Confindustria”
Com’era ovvio, Fiat, Confindustria, Cisl e Uil sono completamente d’accordo tra loro. Certo, oggi hanno qualche piccola divergenza sul “come” salvaguardare i reciproci ruoli e poteri. Ma non hanno alcun dissenso sul “cosa”, cioè su smantellare il Contratto nazionale, prima in Fiat e poi per tutti i lavoratori italiani e trasformare Pomigliano nella regola d’applicare fabbrica per fabbrica, territorio per territorio. Già ci sono i primi segnali in questa direzione, oltre la Fiat. L’associazione industriali di Brescia ha convocato Cgil, Cisl e Uil e ha proposto un patto territoriale che riproponga, in una delle province industriali più avanzate d’Italia e non nel Sud, i contenuti del diktat di Pomigliano. E’ ovvio che sia così. Solo uno sciocco può pensare che quello che vuole ottenere la Fiat non lo pretendano tutti gli altri industriali italiani. Sarebbe davvero un’agevolazione di mercato per una sola azienda. La sostanza è che siamo di fronte al più grave attacco ai diritti sindacali, anzi ai diritti puri e semplici, dei lavoratori dal 1945 ad oggi. E questo attacco avviene con il totale consenso di Cisl e Uil. Anche il quotidiano “Europa” si domanda se Bonanni sia ancora un sindacalista.In sintesi, la Cgil deve muoversi e decidere. A metà settembre ci sarà il direttivo nazionale della confederazione, esso prima di tutto dovrà assumere un orientamento politico. Quello di considerare la vicenda Fiat una questione che riguarda tutti i lavoratori italiani e di accollare non solo a Marchionne, ma alla Confindustria tutte le responsabilità. Il che significa scegliere una via di rottura con la Confindustria e abbandonando ogni velleità di ricostruzione unitaria con gli attuali gruppi dirigenti di Cisl e Uil. Queste sono le scelte vere, tutto il resto rischia di portare la Cgil in una posizione di assoluta marginalità.
Giorgio Cremaschi
La Polonia in Italia
Con una operazione truffaldina fatta alla luce del sole Marchionne si sottrae alle leggi ed ai contratti vigenti in Italia. Va da un notaio e con l'aiuto di alcuni legulei del diritto costituisce una società Fiat che subentra alla Fiat. Lo stabilimento Giovanbattista Vico forse sarà chiamato diversamente e sarà giuridicamente appartenente ad una nuova entità ma tuttavia è una clonazione della Fiat, partorita dentro il corpo e con la stessa proprietà. Gli Agnelli succedono a se stessi. Si limitano a cambiare ragione sociale al solo scopo di truffare i lavoratori, sciogliersi da ogni obbligo, scegliersi la mano d'opera disponibile alle condizioni che Marchionne si degnerà di dettare e ridettare e che magari saranno ancora più dure ed opprimenti di quelle già firmate qualche giorno fa a Pomigliano e poi a Torino. Al fine di disattendere agli obblighi di rispettare il contratto di lavoro a Marchionne è stato suggerito, magari dai "complici" di Sacconi, di non fare iscrivere la newco alla Unione degli Industriali di Napoli. Non so quali legulei abbiano suggerito i due escamotages (newco e non iscrizione) che fanno acqua da tutte le parti. In primo luogo è chiarissimo che si sta compiendo un falso. Tutti sappiamo che la newco non è affatto newco ma la Fiat travestita. L'operazione Alitalia non è evocabile dal momento che la cordata della Cai era costituita da persone fisiche e giuridiche diverse da quelle dell'Alitalia. In secondo luogo, secondo la generale interpretazione delle norme che regolano il passaggio delle società queste avvengono sempre rispettando i vincoli e le obbligazioni da parte della società subentrante. Non credo che il signor Marchionne che ha concepito o fatta propria questa spregevole e furbastra soluzione per evadere gli obblighi di un contratto di lavoro che non è tra i migliori d'Europa perchè concede ai metalmeccanici italiani il quaranta per cento in meno di quello tedesco e di quello francese possa azzerare tutto, ricominciare da capo, fare come se la storia cominciasse ora. Che farà delle anzianità maturate dai dipendenti? Che farà la nuova società delle obbligazioni contratte dalla Fiat Pomigliano? Anche la cancellazione dalla Confindustria non gli servirà a molto. Il contratto è legittimato dalla sua stessa applicazione. Non credo che ci sarà magistrato che potrà accettare per buono il nuovo contratto della Newco. Il principio erga omnes, nella sua logica lettura giuridica, esclude che una furbata possa danneggiare interessi vitali ed essenziali delle persone legate al diritto di avere un trattamento equo e rispondente ai principi della Costituzione. Marchionne ritiene di potere trasferire le condizioni che detta in Polonia in Italia. Ritiene che con due mosse da azzeccagarbugli possa fare i suoi comodi. Fare il manager in questo modo annullando le leggi ed i regolamenti che si ritengono di impedimente è davvero da volgare scippatore. L'industria automobilistica tedesca o francese che paga salari migliori di quelli italiani non ricorre ai trucchi che questo signore sfoggia in Italia. Purtroppo abbiamo un governo indecente moralmente e politicamente incapace di esercitare la sua autorità per impedire questo squallido traccheggio.La Fiat si conferma per quella che è sempre stata nella storia d'Italia fin da quando un Agnelli riuscì a fare fuori i veri soci fondatori dello stabilimento ed impossessarsene. E' sempre vissuta appoggiandosi al potere politico ed anche militare quando è stato il caso per pagare bassissimi salari ed imporre condizioni da caserma. Allo Stato italiano ha succhiato risorse immense. I lavoratori sono talmente poveri da non potere resistere un mese senza salario ma gli Agnelli hanno una cassaforte munita e presidiata che li fa ricchissimi. Ora si vuole imporre una sovversione dell'ordine sociale cancellando i contratti e per fare questo con l'aiuto di qualcuno costruisce carte false. Mi chiedo quale dignità abbiamo le istituzioni italiane a subire tutto questo, a farsi trattare da colonia dal signor Marchionne. Anche un Governo di destra dovrebbe avere la dignità di reagire e di tutelare l'ordinamento dal sovversivismo di una industria che oltretutto non gioca a carte scoperte e chissà quali altre amare sorprese ci riserva. Il Parlamento che tace e gira la testa da un'altra parte ne esce assai male. I mille oligarchi che lo compongono sono soltanto dei privilegiati a cui non importa il decoro che l'operazione Marchionne spazza via. Si torna all'era delle caverne.
Pietro Ancona
Festa dei giovani CGIL, così non va proprio!
Si apre oggi in Toscana la festa dei giovani della Cgil.
E’ un occasione persa.
Una festa dove sono invitati solo esponenti della maggioranza congressuale, dove sono assenti la Fiom, i giovani operai, la vicenda di Pomigliano.
Domanda: ai giovani della Cgil queste cose non interessano?
Il più grave attacco dei diritti dei lavoratori dal 1945 ad oggi non trova spazio in tre giorni di dibattito?
Non ci siamo proprio.
Feste così sono un ulteriore segno delle difficoltà e della crisi politica che percorre la Cgil.
fonte:http://www.rete28aprile.it
E’ un occasione persa.
Una festa dove sono invitati solo esponenti della maggioranza congressuale, dove sono assenti la Fiom, i giovani operai, la vicenda di Pomigliano.
Domanda: ai giovani della Cgil queste cose non interessano?
Il più grave attacco dei diritti dei lavoratori dal 1945 ad oggi non trova spazio in tre giorni di dibattito?
Non ci siamo proprio.
Feste così sono un ulteriore segno delle difficoltà e della crisi politica che percorre la Cgil.
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Epifani: «Operazione pericolosa contro Confindustria e contro il sindacato»
Nessun passo avanti, nessuna apertura. Guglielmo Epifani, segretario generale della Cgil, è molto deluso dall'incontro con Sergio Marchionne: «Ha ribadito le sue posizioni, al limite del ricatto. Se non fate quello che dico io me ne vado altrove perché la Fiat è un gruppo mondiale e posso scegliere dove fabbricare. Non ci sono cambiamenti nel suo diktat, né oggi, bisogna sottolinearlo, ci sono certezze sui volumi produttivi e sugli investimenti del gruppo in Italia. Resta tutto avvolto nell'incertezza ma la strada scelta dal Lingotto non conviene a nessuno, nemmeno all'azienda».
Epifani, la Cgil non condivide il piano Marchionne e così i nuovi modelli vengono spostati in Serbia.
«Non è così. Lo stesso Marchionne ha detto che il trasferimento in Serbia è stato deciso per una questione di tempi, perché Mirafiori non sarebbe stata pronta. La verità è che Marchionne continua a promettere investimenti che restano confusi, chiede una nuova organizzazione del lavoro, nuovi ritmi, deroghe alle leggi e al contratto nazionale ma poi non c'è la certezza di cosa produrranno le fabbriche italiane. L'incontro è stato deludente, non capisco l'ottimismo del governo, di Cisl e Uil. Il futuro degli stabilimenti italiani oggi è in dubbio. Né il governo né la Regione Piemonte sono riusciti a convincere Marchionne a fare un passo in avanti».
Fabbrica Italia, dice Marchionne, è un progetto aziendale, non un piano condiviso. Quindi: ci state o no?
«Se Fabbrica Italia è una proposta aziendale perché non farla diventare un progetto condiviso dai lavoratori, dai sindacati, dalle istituzioni, perché non renderla più forte con il consenso e la partecipazione di tutti? Ci sono le condizioni, se la Fiat vuole, di riaprire il negoziato e trovare un accordo ampio, su produzioni, organizzazione del lavoro, saturazione degli impianti. L'obiettivo principale della Cgil e della Fiom è di mantenere e di rafforzare l'industria dell'auto in Italia, di consentire alla Fiat di realizzare in sicurezza i suoi investimenti, di rendere più efficienti le fabbriche, di garantire i posti di lavoro. Noi ci stiamo e siamo disposti a dare il nostro importante contributo, nel rispetto della Costituzione, delle leggi dello Stato, dei contratti».
Ma Marchionne non ne vuole sapere di contratti e di tutto il resto. La Cgil si ostina su questi argomenti mentre Marchionne vuole uscire da Federmeccanica e denunciare il contratto nazionale di lavoro. Lui è già nel futuro, è “inarrivabile” come dice il Corriere della Sera...
«Marchionne sta compiendo un'operazione molto pericolosa che danneggia l'intero sistema delle relazione industriali. Uscire da Federmeccanica e derogare dal contratto vuol dire, prima di tutto, dare uno schiaffo alla Confindustria e alla signora Marcegaglia. Se la Confindustria non è in grado di far rispettare gli accordi ai suoi associati quale credibilità potrà avere con le controparti? Marchionne vuole davvero passare sopra tutto, distruggere anni di storia di relazioni industriali, vuole farla finita con i corpi intermedi di rappresentanza? È un rischio molto grave, soprattutto in un paese colpito da una crisi profonda, dove la tenuta del tessuto sociale è in forte pericolo».
Forse Marchionne, alla pari di Berlusconi, si accontenta di tenere la Cgil fuori dalla porta. Non le pare?
«Non voglio pensare che un gruppo importante come la Fiat possa ricercare la sistematica esclusione del più grande sindacato italiano. Sarebbe un gravissimo errore, perché fabbriche con migliaia di dipendenti e produzioni molto complesse non si governano trasformandole in caserme. La Cgil e la Fiom restano in campo con la piena disponibilità a negoziare e a trovare un accordo nell'interesse di tutti. Se, invece, la Fiat sceglierà un'altra strada ne prenderemo atto».
Il sindaco Chiamparino ha detto che il sindacato, e si riferiva alla Cgil e alla Fiom, non è stato all'altezza della sfida Fiat, che Mirafiori non può pagare per Pomigliano...
«Il giudizio di Chiamparino è sbagliato. Che cosa vuol dire, che cosa c'entra Pomigliano con Mirafiori? Il sindaco non ha capito che, comunque, la produzione di Torino sarebbe stata trasferita in Serbia, come ha detto lo stesso Marchionne? E poi bisogna chiarire una volta per tutte: se la politica, anche la sinistra, ritiene che un sindacato moderno sia quello che accoglie tutte le richieste delle imprese a partire dalla Fiat senza fare obiezioni, allora è bene ribadire che questo non è il modello di sindacato che appartiene alla Cgil. Forse il sindaco di Torino ritiene che la Cgil e la Fiom non siano abbastanza responsabili davanti a una sfida come quella della Fiat? Bene, invito lui e la Fiat a metterci alla prova».
La verità, comunque, è che di fronte a Fabbrica Italia la capacità di analisi e di risposta del sindacato e della politica, in particolare delle forze progressiste, sono state insufficienti, è stato impiegato un armamentario vecchio mentre Marchionne fa la parte del modernizzatore in maglioncino.
«Non c'è dubbio che ci siano difficoltà perché l'operazione Fabbrica Italia è ambiziosa e impegnativa per tutti. Ma vorrei aggiungere che la difficoltà più grande è quella di trovarsi di fronte non a disegno industriale, condivisibile o meno, ma a una filosofia del ricatto che ispira le trattative, o meglio: le comunicazioni ai sindacati, e sostanzialmente si basa su un solo principio».
Quale sarebbe questo principio?
«L'azienda è al centro di tutto, vado a produrre dove mi conviene e tutto il resto non conta. Vado dove gli operai costano meno e posso sfruttarli di più, dove i governi mi danno soldi e non mi fanno pagare le tasse. Marchionne, forse, è un po' troppo americano, per questo rischia di compiere gravi errori».
Se questo è il principio che ispira Marchionne, allora la Fiat in Italia durerà poco? Che idea si è fatto della strategia di Marchionne, dove sta andando?
«Il suo primo, principale fronte è l'America. Non ci sono dubbi. Deve riportare in Borsa la Chrysler, rimborsare il maxi-prestito e cercare di sfruttare la congiuntura positiva del mercato. Poi nel medio termine è possibile la fusione tra Fiat e Chrysler, speriamo che ci sia ancora spazio per l'Italia e per l'Europa. Per questo è importante oggi difendere e sviluppare una forte industria dell'auto in Italia».
Non teme che la linea dura di Marchionne possa far presa su altre imprese che affrontano pesanti ristrutturazioni?
«Penso che le imprese italiane non seguiranno questa strada che porterebbe dritti dritti alla balcanizzazione delle relazioni industriali dove comanda il più forte. Mi chiedo e chiedo alle aziende intelligenti: conviene buttare a mare un grande patrimonio di relazioni industriali per colpire momentaneamente lavoratori e sindacati, per fare la faccia dura? No, non credo che seguiranno Marchionne perché già oggi nel nostro paese grandi imprese italiane e multinazionali nella chimica, nel tessile, nell'industria degli occhiali, si accordano con il sindacato per ristrutturare le attività produttive al fine di restare in Italia e difendere l'occupazione».Cosa succede adesso?«Attendiamo di conoscere le scelte ufficiali di Marchionne, se esce da Confindustria, se denuncia il contratto, come e se manterrà gli impegni per le fabbriche Fiat in Italia. La Cgil e la Fiom sono pronte a riprendere il confronto per garantire all'azienda di raggiungere gli obiettivi ambiziosi che si è data. Se il governo non si limitasse, come ho detto, a fare il notaio ma mettesse in campo qualche idea di politica industriale darebbe un bel contributo. D'altra parte ricordo che tutta la partita Fiat iniziò a Palazzo Chigi, lì dovrebbe tornare».
Rinaldo GianolaEpifani, la Cgil non condivide il piano Marchionne e così i nuovi modelli vengono spostati in Serbia.
«Non è così. Lo stesso Marchionne ha detto che il trasferimento in Serbia è stato deciso per una questione di tempi, perché Mirafiori non sarebbe stata pronta. La verità è che Marchionne continua a promettere investimenti che restano confusi, chiede una nuova organizzazione del lavoro, nuovi ritmi, deroghe alle leggi e al contratto nazionale ma poi non c'è la certezza di cosa produrranno le fabbriche italiane. L'incontro è stato deludente, non capisco l'ottimismo del governo, di Cisl e Uil. Il futuro degli stabilimenti italiani oggi è in dubbio. Né il governo né la Regione Piemonte sono riusciti a convincere Marchionne a fare un passo in avanti».
Fabbrica Italia, dice Marchionne, è un progetto aziendale, non un piano condiviso. Quindi: ci state o no?
«Se Fabbrica Italia è una proposta aziendale perché non farla diventare un progetto condiviso dai lavoratori, dai sindacati, dalle istituzioni, perché non renderla più forte con il consenso e la partecipazione di tutti? Ci sono le condizioni, se la Fiat vuole, di riaprire il negoziato e trovare un accordo ampio, su produzioni, organizzazione del lavoro, saturazione degli impianti. L'obiettivo principale della Cgil e della Fiom è di mantenere e di rafforzare l'industria dell'auto in Italia, di consentire alla Fiat di realizzare in sicurezza i suoi investimenti, di rendere più efficienti le fabbriche, di garantire i posti di lavoro. Noi ci stiamo e siamo disposti a dare il nostro importante contributo, nel rispetto della Costituzione, delle leggi dello Stato, dei contratti».
Ma Marchionne non ne vuole sapere di contratti e di tutto il resto. La Cgil si ostina su questi argomenti mentre Marchionne vuole uscire da Federmeccanica e denunciare il contratto nazionale di lavoro. Lui è già nel futuro, è “inarrivabile” come dice il Corriere della Sera...
«Marchionne sta compiendo un'operazione molto pericolosa che danneggia l'intero sistema delle relazione industriali. Uscire da Federmeccanica e derogare dal contratto vuol dire, prima di tutto, dare uno schiaffo alla Confindustria e alla signora Marcegaglia. Se la Confindustria non è in grado di far rispettare gli accordi ai suoi associati quale credibilità potrà avere con le controparti? Marchionne vuole davvero passare sopra tutto, distruggere anni di storia di relazioni industriali, vuole farla finita con i corpi intermedi di rappresentanza? È un rischio molto grave, soprattutto in un paese colpito da una crisi profonda, dove la tenuta del tessuto sociale è in forte pericolo».
Forse Marchionne, alla pari di Berlusconi, si accontenta di tenere la Cgil fuori dalla porta. Non le pare?
«Non voglio pensare che un gruppo importante come la Fiat possa ricercare la sistematica esclusione del più grande sindacato italiano. Sarebbe un gravissimo errore, perché fabbriche con migliaia di dipendenti e produzioni molto complesse non si governano trasformandole in caserme. La Cgil e la Fiom restano in campo con la piena disponibilità a negoziare e a trovare un accordo nell'interesse di tutti. Se, invece, la Fiat sceglierà un'altra strada ne prenderemo atto».
Il sindaco Chiamparino ha detto che il sindacato, e si riferiva alla Cgil e alla Fiom, non è stato all'altezza della sfida Fiat, che Mirafiori non può pagare per Pomigliano...
«Il giudizio di Chiamparino è sbagliato. Che cosa vuol dire, che cosa c'entra Pomigliano con Mirafiori? Il sindaco non ha capito che, comunque, la produzione di Torino sarebbe stata trasferita in Serbia, come ha detto lo stesso Marchionne? E poi bisogna chiarire una volta per tutte: se la politica, anche la sinistra, ritiene che un sindacato moderno sia quello che accoglie tutte le richieste delle imprese a partire dalla Fiat senza fare obiezioni, allora è bene ribadire che questo non è il modello di sindacato che appartiene alla Cgil. Forse il sindaco di Torino ritiene che la Cgil e la Fiom non siano abbastanza responsabili davanti a una sfida come quella della Fiat? Bene, invito lui e la Fiat a metterci alla prova».
La verità, comunque, è che di fronte a Fabbrica Italia la capacità di analisi e di risposta del sindacato e della politica, in particolare delle forze progressiste, sono state insufficienti, è stato impiegato un armamentario vecchio mentre Marchionne fa la parte del modernizzatore in maglioncino.
«Non c'è dubbio che ci siano difficoltà perché l'operazione Fabbrica Italia è ambiziosa e impegnativa per tutti. Ma vorrei aggiungere che la difficoltà più grande è quella di trovarsi di fronte non a disegno industriale, condivisibile o meno, ma a una filosofia del ricatto che ispira le trattative, o meglio: le comunicazioni ai sindacati, e sostanzialmente si basa su un solo principio».
Quale sarebbe questo principio?
«L'azienda è al centro di tutto, vado a produrre dove mi conviene e tutto il resto non conta. Vado dove gli operai costano meno e posso sfruttarli di più, dove i governi mi danno soldi e non mi fanno pagare le tasse. Marchionne, forse, è un po' troppo americano, per questo rischia di compiere gravi errori».
Se questo è il principio che ispira Marchionne, allora la Fiat in Italia durerà poco? Che idea si è fatto della strategia di Marchionne, dove sta andando?
«Il suo primo, principale fronte è l'America. Non ci sono dubbi. Deve riportare in Borsa la Chrysler, rimborsare il maxi-prestito e cercare di sfruttare la congiuntura positiva del mercato. Poi nel medio termine è possibile la fusione tra Fiat e Chrysler, speriamo che ci sia ancora spazio per l'Italia e per l'Europa. Per questo è importante oggi difendere e sviluppare una forte industria dell'auto in Italia».
Non teme che la linea dura di Marchionne possa far presa su altre imprese che affrontano pesanti ristrutturazioni?
«Penso che le imprese italiane non seguiranno questa strada che porterebbe dritti dritti alla balcanizzazione delle relazioni industriali dove comanda il più forte. Mi chiedo e chiedo alle aziende intelligenti: conviene buttare a mare un grande patrimonio di relazioni industriali per colpire momentaneamente lavoratori e sindacati, per fare la faccia dura? No, non credo che seguiranno Marchionne perché già oggi nel nostro paese grandi imprese italiane e multinazionali nella chimica, nel tessile, nell'industria degli occhiali, si accordano con il sindacato per ristrutturare le attività produttive al fine di restare in Italia e difendere l'occupazione».Cosa succede adesso?«Attendiamo di conoscere le scelte ufficiali di Marchionne, se esce da Confindustria, se denuncia il contratto, come e se manterrà gli impegni per le fabbriche Fiat in Italia. La Cgil e la Fiom sono pronte a riprendere il confronto per garantire all'azienda di raggiungere gli obiettivi ambiziosi che si è data. Se il governo non si limitasse, come ho detto, a fare il notaio ma mettesse in campo qualche idea di politica industriale darebbe un bel contributo. D'altra parte ricordo che tutta la partita Fiat iniziò a Palazzo Chigi, lì dovrebbe tornare».
fonte:http://www.unita.it/
Fiat, Pomigliano fa scuola
Il tavolo aperto oggi soddisfa il governo e i "padroni di casa" Cota e Chiamparino. Per Sacconi, l'idea è quella di realizzare accordi di stabilimento, sul modello di Pomigliano, verificando "la convergenza delle parti sugli investimenti e l'organizzazione del lavoro". Cisl e Uil pronte ad accettare la sfida - ma restando nel perimetro delle regole del nuovo modello contrattuale - Cgil e Fiom si ritengono "insoddisfatte" dell'esito della riunione. Critico anche l'Ugl
Un incontro "utile" e "costruttivo". Dal ministro Maurizio Sacconi così come da parte dei "padroni di casa" Roberto Cota e Sergio Chiamparino il giudizio che arriva sul tavolo che si è tenuto oggi a Torino con la Fiat è positivo. Meno unitaria la posizione dei sindacati, che rispondono in maniera non univoca all'ultimatum di Marchionne sul piano "Fabbrica Italia": se Cisl e Uil (e Fim e Uilm) si dicono pronte ad accettare la sfida - ma restando nel perimetro delle regole del nuovo modello contrattuale - Cgil e Fiom si ritengono "insoddisfatte" dell'esito della riunione. E anche l'Ugl resta critico.
Ma per Sacconi, che ha rappresentato il governo al tavolo di oggi, si è trattato di una riunione "utile" che "ci consente di procedere lungo la via dell'ulteriore consolidamento e sviluppo della capacità produttiva degli impianti Fiat in Italia con conseguenti garanzie sui livelli occupazionali". Il ministro in particolare ha posto l'accento su come proseguiranno i negoziati a partire dai prossimi giorni: "Verranno messi a punto singoli tavoli bilaterali per affrontare stabilimento per stabilimento le questioni industriali - ha annunciato - e l'esecutivo farà da coordinatore". In questa nuova tabella di marcia rientra l'incontro di domani all'Unione industriali di Torino per lo stabilimento campano, ma anche quello per il "sito storico" di Mirafiori previsto a breve e quello sul futuro di Termini Imerese "entro il 15 settembre" dove "verranno esaminate tutte le opzioni e le proposte sul tavolo".
Secondo Sacconi, dunque, l'idea è quella di "realizzare accordi di stabilimento, sul modello di Pomigliano. Questo non significa lo stesso accordo, ma verificare la convergenza delle parti sugli investimenti e l'organizzazione del lavoro" con l'obiettivo della "saturazione degli impianti e la piena efficienza degli stessi". E per non pregiudicare i negoziati tra Fiat e sindacati "il governo - ha concluso il ministro - ha sollecitato le parti a restare nell'alveo delle tradizionali relazioni industriali, che hanno dimostrato un'ampia capacità di rigenerazione. Atti unilaterali nel sistema delle relazioni industriali sarebbero inopportuni. Per questo le parti sono state invitate a trovare modalità con le quali adattare le relazioni industriali ad esigenze attuali".
Secondo Sacconi, dunque, l'idea è quella di "realizzare accordi di stabilimento, sul modello di Pomigliano. Questo non significa lo stesso accordo, ma verificare la convergenza delle parti sugli investimenti e l'organizzazione del lavoro" con l'obiettivo della "saturazione degli impianti e la piena efficienza degli stessi". E per non pregiudicare i negoziati tra Fiat e sindacati "il governo - ha concluso il ministro - ha sollecitato le parti a restare nell'alveo delle tradizionali relazioni industriali, che hanno dimostrato un'ampia capacità di rigenerazione. Atti unilaterali nel sistema delle relazioni industriali sarebbero inopportuni. Per questo le parti sono state invitate a trovare modalità con le quali adattare le relazioni industriali ad esigenze attuali".
Soddisfatti anche il governatore della Regione Piemonte e il sindaco di Torino. "E' stato un incontro positivo nel quale Marchionne ha riaffermato le previsioni contenute nel piano 'Fabbrica Italia' e ha ribadito che il futuro del nostro territorio è un futuro industriale", ha affermato Cota, facendo un appello "a tutte le forze economiche e sociali" affinché ora "si remi tutti in questa direzione". Anche Chiamparino ha osservato come dall'incontro di oggi "si è avuta una conferma di obiettivi raggiungibili per Mirafiori" con la "possibilità di avere altre piattaforme e altri modelli e arrivare a raggiungere le stesse dimensioni produttive e occupazionali previste dal piano Fiat quando si è parlato della monovolume L0. Questo è un punto importante" così come "gli incontri stabilimento per stabilimento".
Quanto al fronte sindacale, Raffaele Bonanni è per il "sì, senza se e senza ma, e questo vale anche per l'accordo su Pomigliano". Ma, ha aggiunto il leader della Cisl, "vogliamo che Marchionne faccia chiarezza sul fatto che le modalità dell'investimento rimarranno nel perimetro delle regole del nuovo sistema contrattuale che abbiamo costruito". Infatti "vedremo come un attentato se si dovessero mettere in discussione le regole contrattuali". Anche il segretario della Uil Luigi Angeletti si è detto pronto "ad accettare e a praticare le sfide necessarie", chiedendo a Marchionne di confermare l'impegno a incrementare la produzione negli stabilimenti italiani ma rimanendo nella cornice del contratto nazionale di categoria.In particolare Angeletti ha dato il suo ok all'ipotesi di accordi ad hoc per i singoli impianti Fiat in Italia, però "bisogna far sì che gli accordi siano calibrati per le tipicità delle realtà industriali degli stabilimenti Fiat" anche perché "non tutti gli stabilimenti sono uguali". Giovanni Centrella, segretario generale dell'Ugl, ha invece espresso perplessità sull'ultimatum di Marchionne: "Non è giusto che pretenda da noi oggi un sì o un no. Ci dica prima con chiarezza entro quale sistema di regole la Fiat intende far funzionare tutti i suoi progetti".
Il numero uno della Cgil Guglielmo Epifani si è detto invece "insoddisfatto". Oggi, ha affermato, "ho sentito troppo ottimismo, la verità è che non ci sono patti nuovi. L'azienda ha riconfermato gli obiettivi del piano 'Fabbrica Italia', che la Cgil condivide. Il problema è trovare gli strumenti contrattuali per raggiungerli". Per questo Epifani ha fatto un appello ai vertici del Lingotto: "La Cgil è convinta che si possa riaprire il confronto a partire da Pomigliano per trovare una soluzione condivisa. Siamo disponibili a fare questo passo ma chiediamo alla Fiat di fare lo stesso". Corso d'Italia infatti "non ha interesse a portare avanti una conflittualità permanente".
Quanto al caso Mirafiori, secondo Epifani spostare la monovolume L0 in Serbia è una scelta dettata solo da "convenienza economica" perché per il leader Cgil "non c'è problema di gestione dell'azienda".
Il numero uno della Cgil Guglielmo Epifani si è detto invece "insoddisfatto". Oggi, ha affermato, "ho sentito troppo ottimismo, la verità è che non ci sono patti nuovi. L'azienda ha riconfermato gli obiettivi del piano 'Fabbrica Italia', che la Cgil condivide. Il problema è trovare gli strumenti contrattuali per raggiungerli". Per questo Epifani ha fatto un appello ai vertici del Lingotto: "La Cgil è convinta che si possa riaprire il confronto a partire da Pomigliano per trovare una soluzione condivisa. Siamo disponibili a fare questo passo ma chiediamo alla Fiat di fare lo stesso". Corso d'Italia infatti "non ha interesse a portare avanti una conflittualità permanente".
Quanto al caso Mirafiori, secondo Epifani spostare la monovolume L0 in Serbia è una scelta dettata solo da "convenienza economica" perché per il leader Cgil "non c'è problema di gestione dell'azienda".
Le stesse "divisioni" tra Cgil e Cisl e Uil si sono riscontrate nelle dichiarazioni di Fiom e Fim e Uilm.
Per Giuseppe Farina della Fim il piano 'Fabbrica Italia' prevede un investimento che ha "qualcosa di miracoloso", e "in questa partita ci giochiamo molto, questa è una sfida troppo importante per disperderla in beghe sindacali". Quanto al numero uno della Uilm, Rocco Palombella si è detto soddisfatto dalla conferma del piano e degli impegni su Mirafiori.
Secondo il leader dei metalmeccanici di corso d'Italia, Maurizio Landini, l'ipotesi di disdettare il ccnl di categoria aprirebbe "un quadro pericoloso" quando invece "è possibile trovare soluzioni anche all'interno di contratti nazionali". La Fiom, ha aggiunto, è pronta "a trattare per rendere efficienti gli stabilimenti, ma all'interno delle leggi che ci sono", ecco perché - come già chiesto da Epifani - occorrerebbe che la Fiat "tornasse a riaprire il confronto e la trattativa sindacale". A preoccupare il sindacalista sono soprattutto le dichiarazioni di oggi dell'ad del Lingotto: "Marchionne ci ha detto che il piano 'Fabbrica Italia' non è un accordo ma un progetto dell'azienda, e come tale si può modificare in modo unilaterale". Quanto all'idea dei tavoli bilaterali sito per sito "non vorremmo - ha chiosato Landini - che si ripeta la stessa storia, si tratta con tutti, ma alla fine si firma il contratto solo con i sindacati che lo accettano".
Per Giuseppe Farina della Fim il piano 'Fabbrica Italia' prevede un investimento che ha "qualcosa di miracoloso", e "in questa partita ci giochiamo molto, questa è una sfida troppo importante per disperderla in beghe sindacali". Quanto al numero uno della Uilm, Rocco Palombella si è detto soddisfatto dalla conferma del piano e degli impegni su Mirafiori.
Secondo il leader dei metalmeccanici di corso d'Italia, Maurizio Landini, l'ipotesi di disdettare il ccnl di categoria aprirebbe "un quadro pericoloso" quando invece "è possibile trovare soluzioni anche all'interno di contratti nazionali". La Fiom, ha aggiunto, è pronta "a trattare per rendere efficienti gli stabilimenti, ma all'interno delle leggi che ci sono", ecco perché - come già chiesto da Epifani - occorrerebbe che la Fiat "tornasse a riaprire il confronto e la trattativa sindacale". A preoccupare il sindacalista sono soprattutto le dichiarazioni di oggi dell'ad del Lingotto: "Marchionne ci ha detto che il piano 'Fabbrica Italia' non è un accordo ma un progetto dell'azienda, e come tale si può modificare in modo unilaterale". Quanto all'idea dei tavoli bilaterali sito per sito "non vorremmo - ha chiosato Landini - che si ripeta la stessa storia, si tratta con tutti, ma alla fine si firma il contratto solo con i sindacati che lo accettano".
Red
Mio padre, 35 anni alle presse. Senza perdere la dignità...
Ero nato da poche ore e l’ho visto per la prima volta, era alto, bello, forte e odorava di olio e lamiera.
Per anni l’ho visto alzarsi alle quattro del mattino, salire sulla bicicletta e scomparire nella nebbia di Torino in direzione della Fabbrica.
L’ho visto addormentarsi sul divano, distrutto da ore di lavoro e alienato dalla produzione di migliaia di pezzi tutti uguali imposti dal cottimo. L’ho visto felice, passare il proprio tempo libero con i figli e la moglie.
L’ho visto soffrire, quando mi ha detto che il suo stipendio non gli permetteva di farmi frequentare l’università.
L’ho visto umiliato quando gli hanno offerto un aumento di 100 lire per ogni ora di lavoro.
L’ho visto distrutto quando, a 53 anni, un manager della Fabbrica gli ha detto che era troppo vecchio per le loro esigenze.
Ho visto manager e industriali chiedere di alzare sempre più l’età lavorativa, ho visto economisti incitare alla globalizzazione del denaro ma dimenticare la globalizzazione dei diritti, ho visto direttori di giornali affermare che gli operai non esistevano più, ho visto politici chiedere agli operai di fare sacrifici per il bene del paese, ho visto sindacalisti dire che la modernità richiede di tornare indietro.
Ma mi è mancata l’aria, quando lunedì 26 Luglio 2010 su «La Stampa» di Torino ho letto l’editoriale del Prof. Mario Deaglio. Nell’esposizione del professore i «diritti dei lavoratori» diventavano «componenti non monetarie della retribuzione», la “difesa del posto di lavoro” doveva essere sostituita da una volatile «garanzia della continuità delle occasioni di lavoro», ma soprattutto il lavoratore, i cui salari erano ormai ridotti al minimo, non necessitava più del «tempo libero in cui spendere quei salari», ma doveva solo pensare a soddisfare le maggiori richieste della controparte (teoria ripetuta dal Prof. Deaglio a Radio 24 tra le 17.30 e le 18.00 di Martedì 27 Luglio 2010). Pensare che un uomo di cultura, pur con tutte le argomentazioni di cui è capace, arrivi a sostenere che il tempo libero di un operaio non abbia alcun valore perché non è correlato al denaro mi ha tolto l’aria.
Sono salito sull’auto, costruita dagli operai della Mirafiori di Torino. Sono corso a casa dei miei genitori, l’ho visto per l’ennesima volta. Era curvo, la labirintite, causata da milioni di colpi di pressa lo faceva barcollare, era debole a causa della cardiopatia, era mio padre, operaio al reparto presse per 35 anni in cui aveva sacrificato tutto, tranne il tempo libero con la sua famiglia, quello era gratis. Odorava di dignità.
Felicia Masocco
[Articolo su l'Unità del 29/07/2010]
Per anni l’ho visto alzarsi alle quattro del mattino, salire sulla bicicletta e scomparire nella nebbia di Torino in direzione della Fabbrica.
L’ho visto addormentarsi sul divano, distrutto da ore di lavoro e alienato dalla produzione di migliaia di pezzi tutti uguali imposti dal cottimo. L’ho visto felice, passare il proprio tempo libero con i figli e la moglie.
L’ho visto soffrire, quando mi ha detto che il suo stipendio non gli permetteva di farmi frequentare l’università.
L’ho visto umiliato quando gli hanno offerto un aumento di 100 lire per ogni ora di lavoro.
L’ho visto distrutto quando, a 53 anni, un manager della Fabbrica gli ha detto che era troppo vecchio per le loro esigenze.
Ho visto manager e industriali chiedere di alzare sempre più l’età lavorativa, ho visto economisti incitare alla globalizzazione del denaro ma dimenticare la globalizzazione dei diritti, ho visto direttori di giornali affermare che gli operai non esistevano più, ho visto politici chiedere agli operai di fare sacrifici per il bene del paese, ho visto sindacalisti dire che la modernità richiede di tornare indietro.
Ma mi è mancata l’aria, quando lunedì 26 Luglio 2010 su «La Stampa» di Torino ho letto l’editoriale del Prof. Mario Deaglio. Nell’esposizione del professore i «diritti dei lavoratori» diventavano «componenti non monetarie della retribuzione», la “difesa del posto di lavoro” doveva essere sostituita da una volatile «garanzia della continuità delle occasioni di lavoro», ma soprattutto il lavoratore, i cui salari erano ormai ridotti al minimo, non necessitava più del «tempo libero in cui spendere quei salari», ma doveva solo pensare a soddisfare le maggiori richieste della controparte (teoria ripetuta dal Prof. Deaglio a Radio 24 tra le 17.30 e le 18.00 di Martedì 27 Luglio 2010). Pensare che un uomo di cultura, pur con tutte le argomentazioni di cui è capace, arrivi a sostenere che il tempo libero di un operaio non abbia alcun valore perché non è correlato al denaro mi ha tolto l’aria.
Sono salito sull’auto, costruita dagli operai della Mirafiori di Torino. Sono corso a casa dei miei genitori, l’ho visto per l’ennesima volta. Era curvo, la labirintite, causata da milioni di colpi di pressa lo faceva barcollare, era debole a causa della cardiopatia, era mio padre, operaio al reparto presse per 35 anni in cui aveva sacrificato tutto, tranne il tempo libero con la sua famiglia, quello era gratis. Odorava di dignità.
Felicia Masocco
[Articolo su l'Unità del 29/07/2010]
Fiat, la Newco fuori da Confindustria. Disdetti accordi su permessi sindacali
Via libera a 'Fabbrica Italia Pomigliano', la newco registrata dalla Fiat il 19 luglio alla Camera di commercio di Torino. Il Lingotto ha comunicato ai sindacati firmatari dell'accordo per lo stabilimento di Pomigliano che da fine settembre i lavoratori saranno riassunti dalla nuova società.
È quanto riferiscono i sindacati di categoria al termine dell'incontro che si è svolto all'Unione industriali di Torino. 'Fabbrica Italia Pomiglianò, controllata da Fiat Partecipazioni che non fa parte di Confindustria. Nella newco confluiranno anche i circa mille lavoratori della Ergom, azienda dell'indotto Fiat.
Il segretario generale Fismic, Roberto Di Maulo. «Sono partiti tutti gli ordini degli investimenti - ha spiegato Di Maulo e ad agosto si procederà a ripulire l'area che dovrà ospitare la nuova lastratura per la Panda». Inoltre già da fine settembre la newco potrà riassumere il personale da Fiat Auto. Non ci saranno licenziamenti - ha aggiunto Di Maulo a questo proposito - il personale passerà da Fga alla newco«. »Abbiamo richiesto - ha detto ancora - che prima che parta il nuovo investimento si definisca in maniera conclusiva la regolamentazione del nuovo rapporto di lavoro collettivo«.La casa automobilistica torinese ha comunque dato formale disdetta degli accordi sul monte ore di permessi sindacali. La decisione avrà effetti a partire dalla fine del 2010.
fonte:http://www.unita.it
È quanto riferiscono i sindacati di categoria al termine dell'incontro che si è svolto all'Unione industriali di Torino. 'Fabbrica Italia Pomiglianò, controllata da Fiat Partecipazioni che non fa parte di Confindustria. Nella newco confluiranno anche i circa mille lavoratori della Ergom, azienda dell'indotto Fiat.
Il segretario generale Fismic, Roberto Di Maulo. «Sono partiti tutti gli ordini degli investimenti - ha spiegato Di Maulo e ad agosto si procederà a ripulire l'area che dovrà ospitare la nuova lastratura per la Panda». Inoltre già da fine settembre la newco potrà riassumere il personale da Fiat Auto. Non ci saranno licenziamenti - ha aggiunto Di Maulo a questo proposito - il personale passerà da Fga alla newco«. »Abbiamo richiesto - ha detto ancora - che prima che parta il nuovo investimento si definisca in maniera conclusiva la regolamentazione del nuovo rapporto di lavoro collettivo«.La casa automobilistica torinese ha comunque dato formale disdetta degli accordi sul monte ore di permessi sindacali. La decisione avrà effetti a partire dalla fine del 2010.
fonte:http://www.unita.it
Via libera alla newco per Pomigliano
L'annuncio formale ai sindacati è stato dato dal Lingotto durante un incontro all'Unione Industriale di Torino. Masini: "Non accetteremo deroghe ai contratti nazionali"
Da fine settembre tutti i lavoratori della Fiat di Pomigliano dovrebbero essere riassunti dalla nuova società costituita per gestire l’intesa separata sullo stabilimento campano siglata lo scorso 15 giugno. L'annuncio formale è stato dato dal Lingotto ai sindacati nel corso dell'incontro di oggi (29 luglio) all'Unione Industriale di Torino cui non ha partecipato la Fiom. A riferirlo è il segretario generale della Fismic, Roberto Di Maulo, il quale avrebbe precisato che la proprietà della newco sarà di “Fiat Partecipazioni” che non è iscritta alla Confindustria. La società risulta registrata alla Camera di Commercio di Torino il 19 luglio. A settembre, ha riferito Di Maulo, “saranno definite le regole contrattuali della newco e verrà sottoposta ai 5.200 lavoratori la lettera di riassunzione, man mano che ci saranno le esigenze produttive. Quindi, per un periodo, una parte dei dipendenti continuerà a far parte di Fiat Group Automobiles per produrre l'Alfa 159”. Ne danno notizia le agenzie di stampa.
“La Fiat pensa che il modello Pomigliano debba valere per tutti, conferma l'idea che sia stata una prova generale. Su questo non li seguiamo. Così l'azienda rischia di buttare benzina sul fuoco”. Lo ha dichiarato Enzo Masini, responsabile Auto della Fiom, al termine della prima parte dell'incontro all'Unione Industriale di Torino, dedicata a al progetto Fabbrica Italia. “Per noi quello delle deroghe al contratto nazionale - ha aggiunto - non è un terreno praticabile, ci sono le condizioni per affrontare i problemi di flessibilità e raffreddamento del conflitto. Dobbiamo costruire insieme un meccanismo”.
Diverso l’atteggiamento di Eros Panicali, responsabile Auto della Uilm, dopo l'incontro con l'azienda. “Abbiamo ribadito alla Fiat la nostra disponibilità fino a un massimo di 18 turni, a una nuova organizzazione del lavoro e alla flessibilità necessaria per i picchi di mercato. Partiremo a settembre da Mirafiori per raggiungere accordi che non saranno una fotocopia di quello di Pomigliano”.
fonte:http://www.rassegna.it
Da fine settembre tutti i lavoratori della Fiat di Pomigliano dovrebbero essere riassunti dalla nuova società costituita per gestire l’intesa separata sullo stabilimento campano siglata lo scorso 15 giugno. L'annuncio formale è stato dato dal Lingotto ai sindacati nel corso dell'incontro di oggi (29 luglio) all'Unione Industriale di Torino cui non ha partecipato la Fiom. A riferirlo è il segretario generale della Fismic, Roberto Di Maulo, il quale avrebbe precisato che la proprietà della newco sarà di “Fiat Partecipazioni” che non è iscritta alla Confindustria. La società risulta registrata alla Camera di Commercio di Torino il 19 luglio. A settembre, ha riferito Di Maulo, “saranno definite le regole contrattuali della newco e verrà sottoposta ai 5.200 lavoratori la lettera di riassunzione, man mano che ci saranno le esigenze produttive. Quindi, per un periodo, una parte dei dipendenti continuerà a far parte di Fiat Group Automobiles per produrre l'Alfa 159”. Ne danno notizia le agenzie di stampa.
“La Fiat pensa che il modello Pomigliano debba valere per tutti, conferma l'idea che sia stata una prova generale. Su questo non li seguiamo. Così l'azienda rischia di buttare benzina sul fuoco”. Lo ha dichiarato Enzo Masini, responsabile Auto della Fiom, al termine della prima parte dell'incontro all'Unione Industriale di Torino, dedicata a al progetto Fabbrica Italia. “Per noi quello delle deroghe al contratto nazionale - ha aggiunto - non è un terreno praticabile, ci sono le condizioni per affrontare i problemi di flessibilità e raffreddamento del conflitto. Dobbiamo costruire insieme un meccanismo”.
Diverso l’atteggiamento di Eros Panicali, responsabile Auto della Uilm, dopo l'incontro con l'azienda. “Abbiamo ribadito alla Fiat la nostra disponibilità fino a un massimo di 18 turni, a una nuova organizzazione del lavoro e alla flessibilità necessaria per i picchi di mercato. Partiremo a settembre da Mirafiori per raggiungere accordi che non saranno una fotocopia di quello di Pomigliano”.
fonte:http://www.rassegna.it
Fiat, i lavoratori di Mirafiori: "Siamo sotto pressione"
Marchionne assicura: il trasferimento della monovolume in Serbia "non toglie prospettive ai lavoratori". Ma tra gli operai resta la preoccupazione e monta la rabbia: "Ci chiede efficienza, ma cosa vuole più di quello che stiamo dando"
La monovolume andrà in Serbia. Lo conferma l'ad di Fiat Sergio Marchionne, che però rassicura operai e sindacati: il trasferimento della produzione "non toglie prospettive al futuro di Mirafiori", perché "ci sono altre possibilità a disposizione che possono portare allo stesso risultato e garantire gli stessi volumi di produzione previsti".Parole queste che non calmano gli animi dei lavoratori, preoccupati per il loro futuro. “Non mi sento rassicurata per niente – dice una donna fuori dallo stabilimento nel quale lavora - vogliamo vedere quali volumi vuole portare qua a Torino”.Nel corso dell’incontro del 28 luglio Marchionne ha anche confermato il progetto Fabbrica Italia, e l’intenzione di investire 20 miliardi in Italia, ma ha chiesto in cambio ai sindacati una Fiat più efficiente e affidabile. Ma i lavoratori non ci stanno. "Chiede efficienza, ma cosa vuole più di quello che gli stiamo dando. Gli stiamo dando il sangue – rincara – ci sono dei reparti qua che sono peggio di lager”.Sotto ricatto. Ecco come si sentono i lavoratori dello stabilimento Fiat di Mirafiori dopo il tavolo convocato a Torino dal ministro Sacconi sul piano di investimenti del Lingotto.“Una minaccia che si aggiunge ad altre minacce - commenta un lavoratore - ora che gli incentivi sono finiti e i soldi dello Stato non ci sono più siamo passati ai ricatti”.Intanto Marchionne, all’indomani del tavolo, ribadisce con un lungo intervento sulla Stampa: "C'è solo una cosa su cui è necessario pronunciarsi: se avere una forte industria dell'auto in Italia oppure se lasciare questa prerogativa ad altri Paesi. Ci sono solo due parole che richiedono di essere pronunciate una è sì l'altra è no".E oggi è il giorno di Pomigliano. Il futuro dello stabilimento è infatti al centro del confronto serrato tra azienda e sindacati.
fonte:http://tg24.sky.it
La monovolume andrà in Serbia. Lo conferma l'ad di Fiat Sergio Marchionne, che però rassicura operai e sindacati: il trasferimento della produzione "non toglie prospettive al futuro di Mirafiori", perché "ci sono altre possibilità a disposizione che possono portare allo stesso risultato e garantire gli stessi volumi di produzione previsti".Parole queste che non calmano gli animi dei lavoratori, preoccupati per il loro futuro. “Non mi sento rassicurata per niente – dice una donna fuori dallo stabilimento nel quale lavora - vogliamo vedere quali volumi vuole portare qua a Torino”.Nel corso dell’incontro del 28 luglio Marchionne ha anche confermato il progetto Fabbrica Italia, e l’intenzione di investire 20 miliardi in Italia, ma ha chiesto in cambio ai sindacati una Fiat più efficiente e affidabile. Ma i lavoratori non ci stanno. "Chiede efficienza, ma cosa vuole più di quello che gli stiamo dando. Gli stiamo dando il sangue – rincara – ci sono dei reparti qua che sono peggio di lager”.Sotto ricatto. Ecco come si sentono i lavoratori dello stabilimento Fiat di Mirafiori dopo il tavolo convocato a Torino dal ministro Sacconi sul piano di investimenti del Lingotto.“Una minaccia che si aggiunge ad altre minacce - commenta un lavoratore - ora che gli incentivi sono finiti e i soldi dello Stato non ci sono più siamo passati ai ricatti”.Intanto Marchionne, all’indomani del tavolo, ribadisce con un lungo intervento sulla Stampa: "C'è solo una cosa su cui è necessario pronunciarsi: se avere una forte industria dell'auto in Italia oppure se lasciare questa prerogativa ad altri Paesi. Ci sono solo due parole che richiedono di essere pronunciate una è sì l'altra è no".E oggi è il giorno di Pomigliano. Il futuro dello stabilimento è infatti al centro del confronto serrato tra azienda e sindacati.
fonte:http://tg24.sky.it
Un operaio di 54 anni, a Belluno un operaio edile di 28 anni, nel Mugello operaio rumeno di 24 anni. Crimini italici
Bologna, muore schiacciato da un blocco di cemento. Il terzo della giornata (28 luglio)
Un operaio di 54 anni e' morto a Bologna schiacciato da un blocco di cemento nel cantiere dove stava lavorando. La sciagura e' accaduta verso le 14.30 in via Calvart, in zona Bolognina. L'uomo era in una buca profonda circa tre metri per alcune riparazioni alla rete fognaria di un condominio quando all'improvviso la parte di terreno non rinforzata sopra di lui e' franata tirandosi dietro il pezzo di cemento che l'ha ucciso molto probabilmente sul colpo. Insieme a lui c'era anche un collega che in quel momento non era nella buca e ha poi dato l'allarme. La vittima lavorava da tempo con l'azienda proprietaria del cantiere che e' stato sequestrato dall'autorita' giudiziaria. A Belluno un operaio edile di 28 anni, Daniele Vianello, di Auronzo di Cadore, e' morto, folgorato da una scarica elettrrica, mentre stava lavorando alla ristrutturazione di una casa. Il giovane, secondo quanto si e' appreso, avrebbe accidentalmente toccato con una pertica di alluminio che aveva in mano i cavi a media tensione. Il contatto tra l'arnese metallico e la linea elettrica ha fatto partire una scarica di energia che e' risultata letale per il muratore. Vianello e' deceduto all'istante.
Nel Mugello ha perso la vita un giovane operaio rumeno di 24 anni, Gabriel Gradinaru. Stava guidando a retromarcia un piccolo carro betoniera ed e' finito in un dirupo. L'uomo era operaio di un'azienda che aveva in appalto da Autostrade alcuni lavori di manutenzione di un viadotto.
fonte:http://blog.libero.it/lavoroesalute
Un operaio di 54 anni e' morto a Bologna schiacciato da un blocco di cemento nel cantiere dove stava lavorando. La sciagura e' accaduta verso le 14.30 in via Calvart, in zona Bolognina. L'uomo era in una buca profonda circa tre metri per alcune riparazioni alla rete fognaria di un condominio quando all'improvviso la parte di terreno non rinforzata sopra di lui e' franata tirandosi dietro il pezzo di cemento che l'ha ucciso molto probabilmente sul colpo. Insieme a lui c'era anche un collega che in quel momento non era nella buca e ha poi dato l'allarme. La vittima lavorava da tempo con l'azienda proprietaria del cantiere che e' stato sequestrato dall'autorita' giudiziaria. A Belluno un operaio edile di 28 anni, Daniele Vianello, di Auronzo di Cadore, e' morto, folgorato da una scarica elettrrica, mentre stava lavorando alla ristrutturazione di una casa. Il giovane, secondo quanto si e' appreso, avrebbe accidentalmente toccato con una pertica di alluminio che aveva in mano i cavi a media tensione. Il contatto tra l'arnese metallico e la linea elettrica ha fatto partire una scarica di energia che e' risultata letale per il muratore. Vianello e' deceduto all'istante.
Nel Mugello ha perso la vita un giovane operaio rumeno di 24 anni, Gabriel Gradinaru. Stava guidando a retromarcia un piccolo carro betoniera ed e' finito in un dirupo. L'uomo era operaio di un'azienda che aveva in appalto da Autostrade alcuni lavori di manutenzione di un viadotto.
fonte:http://blog.libero.it/lavoroesalute
mercoledì 28 luglio 2010
La repubblica delle banane fa il suo esordio al Lingotto
Anche quest'ultima di Marchionne non è certo una idea nuova.Fu Vittorio Valletta,amministratore delegato della Fiat negli anni della persecuzione antisindacale del dopoguerra, a pensare a un contratto dell'auto. A tale scopo organizzò la scissione nella Cisl - oggi non ce ne sarebbe bisogno - e promosse la costituzione del Sida, sindacato dell'auto oggi diventato Fismic. A Valletta questa operazione non riuscì. Nell'Italia arretrata e povera delle grandi contrapposizioni sociali e politiche, tutto il sistema impedì lo sganciamento della Fiat dal contratto nazionale. Oggi, in condizioni peggiori di allora, visto che Valletta pensava di fare un contratto privilegiato per i lavoratori Fiat e non low-cost come Marchionne, pare che l'amministratore delegato della Fiat possa agire incontrastato. Il più grave attacco ai diritti dei lavoratori italiani dal 1945 ad oggi, che mette in discussione in Fiat e in tutta Italia il contratto nazionale e i diritti costituzionali del lavoro, viene presentato come una intelligente manovra di un bravo manager capace di muoversi nella globalizzazione. Tutti gli umori critici verso la finanziarizzazione dell'economia, verso il liberismo selvaggio, verso l'assenza di regole nel movimento dei capitali, tutto ciò che si diceva quasi unanimemente dopo l'esplodere della grande crisi finanziaria di due anni fa, pare improvvisamente dimenticato. Siamo tornati all'esaltazione acritica dell'impresa multinazionale e dei suoi interessi e per l'Italia l'unico futuro industriale è quello fondato sulla competizione sui bassi salari e sugli orari flessibili. I riferimenti diventano la Serbia e la Polonia e non certo la Germania o la Svezia. E' una gigantesca regressione del modello economico e sociale che si propone al paese, che necessariamente diventa anche regressione del pensiero.Non è solo la stampa compiacente ad esprimersi su questa lunghezza d'onda. Il sindaco di Torino, Chiamparino, ha lamentato che il sindacato è ancora indietro di trent'anni. E così non si è accorto di rinverdire una tradizione di primi cittadini totalmente subalterni alla Fiat, che in quella città è molto più antica. Il ministro Sacconi, che sul piano delle relazioni sindacali ha lo stesso equilibrio del ministro Alfano rispetto alla magistratura, convoca un raffazzonato incontro a Torino che denuncia prima di tutto l'incapacità del governo di convocare l'azienda nelle sedi istituzionali ove si dovrebbe discutere di politiche industriali.
Cisl e Uil si dichiarano disposte ad accettare quella nuova società - intanto per Pomigliano e poi si vede - che dovrebbe rendere legalmente vincolante lo strapotere dell'azienda sulle condizioni di lavoro. E con eccezionale sprezzo del ridicolo, affermano che comunque intendono salvaguardare il contratto nazionale. L'opposizione ufficiale, che aveva spiegato al mondo che Pomigliano era un'eccezione, ora balbetta frasi incomprensibili. Le uniche posizioni chiare sul campo sono quelle di Marchionne da un lato e della Fiom dall'altro. L'amministratore delegato Chrysler-Fiat ha scelto di fare del suo gruppo un'impresa che insegue finanziamenti pubblici, salari bassi e supersfruttamento in giro per il mondo e che riserva all'Italia solo una piccola e arrogante parte dei propri interessi.La Fiom, accusata di estremismo e massimalismo, assume in realtà posizioni che solo fino a pochi anni fa sarebbero state patrimonio della grande maggioranza delle istituzioni, delle forze politiche, dei poteri democratici. L'incredibile acquiescenza che c'è oggi verso una Fiat che ha semplicemente detto che vuol fare quello che vuole, quando vuole, per far guadagnare di più amministratore delegato e azionisti, alla faccia del lavoro, dei contratti, della Costituzione; questa libidine di servitù verso la Fiat è il segno più evidente della crisi della democrazia italiana.La sceneggiata che oggi verrà rappresentata a Torino, ove la prepotenza dell'azienda si misurerà con impotenza delle istituzioni, è la rappresentazione della regressione civile e politica e istituzionale del nostro paese.La repubblica delle banane, che è sempre facile individuare nelle imprese di Berlusconi, ha oggi una sua sede costituente primaria al Lingotto di Torino.
Giorgio Cremaschi
[Articolo su Liberazione del 28 luglio 2010]
fonte:http://www.liberazione.it/
Fiat: Pomigliano, operai pronti a nuove proteste
Dopo le dichiarazioni odierne di Sergio Marchionne, sulla possibilità di uscire dal contratto nazionale del metalmeccanici, molti lavoratori di Pomigliano si dicono pronti "a scendere in piazza, se necessario, per difendere il Ccnl, e con esso i diritti degli operai". E' l'Ansa che riporta alcune delle loro voci raccolte a Pomigliano dopo l'incontro di stamattina a Torino.
"Siamo stanchi, non possiamo continuare in questo modo", afferma Pasquale, intervistato nella piazza centrale di Pomigliano. "La cassa integrazione - aggiunge l'operaio - se va bene, continuerà per almeno un altro anno e mezzo. Nel frattempo Marchionne si è anche messo a capo di questa nuova società, e annuncia di essere disposto anche a disdire il Ccnl. Non sappiamo che fine faremo. I sindacati sembrano non accorgersi di quanto accade, ma in fondo a loro non interessa se noi perderemo i nostri diritti".
"Dobbiamo riprendere la lotta - suggerisce, invece, Nicola - la nostra voce deve arrivare fino a Roma, a Torino, dobbiamo ricominciare le proteste. All'azienda non è bastato umiliarci con il referendum, vuole di più, e non si accontenterà fino a quando noi non cederemo. Ho votato sì, come mi avevano chiesto di fare per non perdere il lavoro, e ora è tutto di nuovo incerto. E Marchionne continua ad accusarci di essere assenteisti: dopo la ristrutturazione del 2008, le cose al Vico sono cambiate, ma la crisi e la cig ci hanno messo in ginocchio. Ci chiediamo se l'Ad si è accorto della crisi: le sue tasche sono piene, le nostre no. E non ha neanche voluto darci quel 'ristoro' del premio di produzione, che sarebbe servito a far tornare un po' di buonumore in mezzo a tanta disperazione".
Un altro operaio sentito dall'Ansa, Antonio, sostiene che la guerra in atto è "solo tra i poveri": "Vogliono metterci gli uni contro gli altri. Mirafiori contro la Serbia, noi contro la Polonia. Termini contro gli altri, e così via. Se gli operai si 'scannano' tra loro, i padroni possono agire indisturbati, e i sindacati, invece, avere la scusa per accettare qualsiasi cosa".
fonte:http://www.rassegna.it
"Siamo stanchi, non possiamo continuare in questo modo", afferma Pasquale, intervistato nella piazza centrale di Pomigliano. "La cassa integrazione - aggiunge l'operaio - se va bene, continuerà per almeno un altro anno e mezzo. Nel frattempo Marchionne si è anche messo a capo di questa nuova società, e annuncia di essere disposto anche a disdire il Ccnl. Non sappiamo che fine faremo. I sindacati sembrano non accorgersi di quanto accade, ma in fondo a loro non interessa se noi perderemo i nostri diritti".
"Dobbiamo riprendere la lotta - suggerisce, invece, Nicola - la nostra voce deve arrivare fino a Roma, a Torino, dobbiamo ricominciare le proteste. All'azienda non è bastato umiliarci con il referendum, vuole di più, e non si accontenterà fino a quando noi non cederemo. Ho votato sì, come mi avevano chiesto di fare per non perdere il lavoro, e ora è tutto di nuovo incerto. E Marchionne continua ad accusarci di essere assenteisti: dopo la ristrutturazione del 2008, le cose al Vico sono cambiate, ma la crisi e la cig ci hanno messo in ginocchio. Ci chiediamo se l'Ad si è accorto della crisi: le sue tasche sono piene, le nostre no. E non ha neanche voluto darci quel 'ristoro' del premio di produzione, che sarebbe servito a far tornare un po' di buonumore in mezzo a tanta disperazione".
Un altro operaio sentito dall'Ansa, Antonio, sostiene che la guerra in atto è "solo tra i poveri": "Vogliono metterci gli uni contro gli altri. Mirafiori contro la Serbia, noi contro la Polonia. Termini contro gli altri, e così via. Se gli operai si 'scannano' tra loro, i padroni possono agire indisturbati, e i sindacati, invece, avere la scusa per accettare qualsiasi cosa".
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Fiat: Fiom, riaprire confronto su tutti gli impianti
“Come sindacato, difendiamo i lavoratori che vivono del loro stipendio. Perciò, per noi, il fatto che la Fiat investa in Italia per rafforzare la produzione e l’occupazione è un fatto essenziale. È quindi necessario superare la distinzione ipotizzata da alcuni secondo cui ci sarebbe chi vuole gli investimenti e chi no”. A dirlo è Maurizio Landini, segretario generale della Fiom, dopo il tavolo di oggi a Torino. “L’amministratore delegato del gruppo Fiat Sergio Marchionne - osserva Landini - chiede che si rispettino gli accordi. Però la Fabbrica Italia, come lui stesso ha precisato, non è un accordo ma un progetto messo a punto dall’azienda. Quindi può essere modificato di continuo dall’azienda stessa, creando incertezza tra i lavoratori sul loro futuro. Ciò ha inevitabilmente delle ricadute negative. Sottolineo, infatti, che l’affidabilità è sempre reciproca. E vorrei ricordare che il sindacato, finora, non ha mai disdettato gli accordi. Qualcun altro lo ha fatto.”
“Osservo, poi - aggiunge il leader sindacale - che Marchionne sbaglia quando dice che su Pomigliano, da parte nostra, non sono state fatte proposte alternative. Abbiamo detto che, a partire dal rispetto del Contratto nazionale e delle leggi vigenti, era possibile affrontare il problema della produttività. Ma nessuno ci ha mai risposto. In tante aziende abbiamo fatto accordi in grado di garantire un miglior utilizzo degli impianti. Alla Fiat chiediamo dunque di riaprire il confronto e la trattativa sindacale sul futuro di tutti gli impianti, a partire da quello di Pomigliano.”
La Fiom “non è disposta a lasciar passare l’idea che, per investire in Italia, si debbano fare delle deroghe rispetto ai diritti sanciti da leggi e contratti. Ancora più grave sarebbe se questa vicenda andasse a intaccare l’intero sistema della contrattazione nazionale di categoria. Aggiungo che, per migliorare il clima del confronto, riteniamo utile che l’Azienda ritiri i licenziamenti effettuati a Melfi e a Mirafiori. Per quanto riguarda la chiusura di Termini Imerese, chiediamo alla Fiat di agevolare il subentro di un’altra Azienda che, come da noi auspicato, sia un’impresa intenzionata a produrre autovetture”. Infine, per quanto riguarda il governo, “voglio ribadire che non sta facendo quello che fanno i governi degli altri paesi. Tali governi, di fronte alla crisi economica globale, fanno politica industriale e la fanno non a parole, ma utilizzando denaro pubblico”.
fonte:http://www.rassegna.it
“Osservo, poi - aggiunge il leader sindacale - che Marchionne sbaglia quando dice che su Pomigliano, da parte nostra, non sono state fatte proposte alternative. Abbiamo detto che, a partire dal rispetto del Contratto nazionale e delle leggi vigenti, era possibile affrontare il problema della produttività. Ma nessuno ci ha mai risposto. In tante aziende abbiamo fatto accordi in grado di garantire un miglior utilizzo degli impianti. Alla Fiat chiediamo dunque di riaprire il confronto e la trattativa sindacale sul futuro di tutti gli impianti, a partire da quello di Pomigliano.”
La Fiom “non è disposta a lasciar passare l’idea che, per investire in Italia, si debbano fare delle deroghe rispetto ai diritti sanciti da leggi e contratti. Ancora più grave sarebbe se questa vicenda andasse a intaccare l’intero sistema della contrattazione nazionale di categoria. Aggiungo che, per migliorare il clima del confronto, riteniamo utile che l’Azienda ritiri i licenziamenti effettuati a Melfi e a Mirafiori. Per quanto riguarda la chiusura di Termini Imerese, chiediamo alla Fiat di agevolare il subentro di un’altra Azienda che, come da noi auspicato, sia un’impresa intenzionata a produrre autovetture”. Infine, per quanto riguarda il governo, “voglio ribadire che non sta facendo quello che fanno i governi degli altri paesi. Tali governi, di fronte alla crisi economica globale, fanno politica industriale e la fanno non a parole, ma utilizzando denaro pubblico”.
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Serbia-Zastava: bombardamenti ed affari
L'Italia ha partecipato attivamente ai bombardamenti della Serbia del 1999. Belgrado fu sottoposta per settantasette giorni a spaventose incursioni aeree della Nato che non si limitavano a distruggere ma hanno anche avvelenato l'ambiente e le persone. Non sappiamo quante centinaia di migliaia di persone siano morte dopo la guerra. Se esiste una statistica viene tenuta celata per via di interessi a non dispiacere l'UE e la Nato. La grande fabbrica Zastava fondata nel 1853 marchio di una affermata automobile fu devastata. I suoi 36 mila operai persero il lavoro. Il governo D'Alema fu molto attivo e scrupoloso nella realizzazione dei piani di bombardamento. L'apparato industriale della Serbia, eredità del glorioso comunismo di Tito che dava lavoro e sicurezza a milioni di lavoratori, fu annientato. Il Danubio fu inquinato da una onda di cianuro che ne distrusse ogni forma di vita. I lavoratori addetti allo sgombero delle macerie ed alla ricostruzione della Zastavo sono morti quasi tutti di cancro. Molti conducono una desolata esistenza di malati terminali. Ma, nonostante abbiano usato terribili armi cancerogene all'uranio ed al fosforo ed ancora continuano ad usarle, l'Italia e l'Occidente si ritengono una civiltà superiore che diffonde nel mondo valori di libertà e di democrazia. Ora la Fiat di Marchionne, per un accordo-capestro estorto due anni orsono al governo della Serbia che ha un disperato bisogno di uscire dall'isolamento e dalla discriminazione della Nato e dell'Unione Europea (che hanno riconosciuto il Kossovo come Stato indipendente e sovrano strappandolo dalla viva carne della nazione), ristrutturerà e rilancerà la fabbrica occupando una modesta parte dei lavoratori anteguerra. Riceverà in dono 150 ettari di terreno, diecimila euro per ogni occupato, esenzioni ed agevolazioni fiscali, tutte le infrastrutture necessarie e financo una zona franca per la Fiat per l'importazione di prodotti semilavorati. Un ben di Dio, una vera e propria cornucopia di beneficts, ai quali vanno aggiunti i finanziamenti della Banca Europea degli investimenti. Gli operai avranno una paga massima di quattrocento euro mensili che sono pochi anche per la povera Serbia. Inoltre gli operai saranno praticamente militarizzati, dovranno sottostare a condizioni di lavoro disumane riducendosi a vero e proprio macchinario vivente, non dovranno fiatare e sottoposti ad un regime di spionaggio poliziesco del quale la Fiat ha una antica e ricca esperienza risalente al ventennio fascista e proseguita con il professore Valletta inventore dei famigerati reparti confino e delle schedature dei lavoratori e delle loro famiglie. La Serbia stringe i denti ed accetta anche le condizioni più dure. Si è già prestata a qualsiasi richiesta avanzata dalle multinazionali che si sono insediate nel suo territorio. Temo che non starà molto attenta ai problemi di inquinamento delle acque e del territorio. Forse noi siciliani siamo stati attenti allo impatto ecologico creati dalla Montedison e dall'Eni a Gela e Siracusa? Abbiamo cominciato a parlarne soltanto dopo l'evacuazione di un intero paese e la nascita dei bambini deformi. Pur di avere un lavoro ci si è sottoposti ad ogni pericolo. Lo stesso accadrà alla reindustrializzazione serba ad opera di capitalisti stranieri e multinazionali. I lavoratori serbi che ne hanno ancora memoria rimpiangeranno il socialismo della Repubblica presieduta da Tito garante di mezzo secolo di pace e di prosperità. Ora sono ridotti ad accettare qualsiasi condizione senza quella libertà predicata dall'Occidente. Se si azzardano a parlare male dei dirigenti della Fiat verranno immediatamente espulsi dalla fabbrica e condannati alla disoccupazione con le loro famiglie. La Serbia dovrebbe essere risarcita a miliardi di euro per i danni subiti dai bombardamenti Nato. Ma la regola dei rapporti di forza vuole che invece pagherà per tornare ad avere industrie e lavoro. La classe operaia italiana non deve accettare l'indicazione strategica di Marchionne e della Confindustria: tutti uniti come italiani contro gli altri. E' menzognera l'affermazione secondo la quale nella globalizzazione gli interessi nazionali vanno difesi da un fronte unico fatto di governo, industriali e sindacati. Se questa affermazione fosse vera il comportamento della Fiat dovrebbe privilegiare in primo luogo gli interessi del territorio nazionale. Non è così. La Fiat si serve del basso costo di lavoro che può avere all'estero per ricattare ed abbassare la condizione di vita dei suoi dipendenti in Italia. Se proprio non può fare a meno di trasferirsi. Per questo ritengo importante la internazionalizzazione della lotta dei lavoratori sulla base di obiettivi comuni da sostenere in Europa: Salario Minimo Garantito, Contratto Unico Europeo, settimana lavorativa di 35 ore, umanizzazione della catena di montaggio, bando dei sistemi WMC e simili.....Revisione radicale dei parametri iperliberisti di mastricth e di Lisbona..
Nello scontro nazionalistico o campanilistico i lavoratori saranno sempre perdenti. Ci sarà sempre un posto in cui la manodopera costerà di meno. Il lavoratore italiano deve essere fratello di quello polacco o serbo. Oggi l'Europa dell'Est è diventata il laboratorio della destra economica e sociale per l'abbassamento del tenore di vita delle persone e l'abbrutimento del lavoro. Ma la stessa Europa è stata testimone della grande civiltà del socialismo che portava i lavoratori in palma di mano. La fabbrica comunista era a misura di uomo. I diritti nelle fabbrica e nella società venivano rispettati ed ognuno aveva la sicurezza di vivere senza l'angoscia di perdere tutto con la disoccupazione e di dovere espatriare. Il socialismo, attraverso i Marchionne e la loro folle voglia di ridurre le persone a schiavi tremebondi, ritornerà di grande attualità. Tornerà ad essere la speranza dell'umanità spaventata dalla barbarie del liberismo.
Nello scontro nazionalistico o campanilistico i lavoratori saranno sempre perdenti. Ci sarà sempre un posto in cui la manodopera costerà di meno. Il lavoratore italiano deve essere fratello di quello polacco o serbo. Oggi l'Europa dell'Est è diventata il laboratorio della destra economica e sociale per l'abbassamento del tenore di vita delle persone e l'abbrutimento del lavoro. Ma la stessa Europa è stata testimone della grande civiltà del socialismo che portava i lavoratori in palma di mano. La fabbrica comunista era a misura di uomo. I diritti nelle fabbrica e nella società venivano rispettati ed ognuno aveva la sicurezza di vivere senza l'angoscia di perdere tutto con la disoccupazione e di dovere espatriare. Il socialismo, attraverso i Marchionne e la loro folle voglia di ridurre le persone a schiavi tremebondi, ritornerà di grande attualità. Tornerà ad essere la speranza dell'umanità spaventata dalla barbarie del liberismo.
Pietro Ancona
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