La frase

"Ognuno è ebreo di qualcuno.
Oggi i palestinesi sono gli ebrei di Israele."
‎Primo Levi

sabato 31 ottobre 2009

Bergamo: FIOM, sciopero e manifestazione a Dalmine contro l'accordo separato.

Inizia la mobilitazione delle lavoratrici e dei lavoratori metalmeccanici contro l’accordo separato sottoscritto dal FIM e UILM insieme a Federmeccanica, sul rinnovo del contratto nazionale di categoria.

Venerdì 6 novembre la FIOM di Bergamo ha indetto uno sciopero di 4 ore contro l’accordo e in difesa della democrazia. Nella stessa giornata e nella stessa città la FIM e la UILM hanno organizzato un’assemblea nazionale dei delegati con all’ordine del giorno l’accordo separato. FIM e UILM hanno già deciso di consultare esclusivamente i propri iscritti.

La FIOM di Bergamo ha previsto una manifestazione nella zona industriale di Dalmine, con partenza alle 9. Parteciperanno delegazioni di metalmeccanici da tutta Italia. All’arrivo del corteo è previsto un comizio del Segretario nazionale Gianni Rinaldini.
La Rete 28 Aprile condivide e sostiene la lotta delle lavoratrici e dei lavoratori metalmeccanici e sollecita la più ampia partecipazione da parte di tutte e tutti.

fonte:http://www.rete28aprile.it

Grave decisione di NMS:Licenziamento in tronco di tre lavoratrici

L’Azienda continua nella sua immotivata ed unilaterale Politica Contro i Diritti delle Lavoratrici e dei Lavoratori di Nerviano: Nella tarda mattinata di venerdì scorso l’azienda ha licenziato in tronco tre lavoratrici degli Enti Centrali con la motivazione che l’attività dei loro uffici è stata affidata a società esterne a NMS, che quindi il loro lavoro non era più necessario e le loro professionalità non erano utilizzabili in altre parti dell’azienda.
Questa ultima decisione, unita al recente assorbimento degli aumenti contrattuali ed alla mancanza di un chiara prospettiva di rilancio delle attività del centro, denuncia lo stato confusionale della Dirigenza di NMS, che invece di adoperarsi per evitare un altra situazione di crisi insiste con atti volti solo a umiliare ed intimidire le lavoratrici, i lavoratori ed il sindacato.
Chiediamo anche alla Regione il senso, in termini di rilancio di NMS, di aver una dirigenza capace solo di tagliare le teste. A questo punto diventa ancor più necessaria e urgente la riconvocazione del Tavolo Regionale su NMS.
La RSU di NMS ritiene gravissimo questo provvedimento e come prima iniziative di risposta alla provocazione dell’azienda indice:Un’ Ora di sciopero dalle 11 alle 12 martedì 27 Ottobre con Assemblea di fronte all’Edificio 75.
La RSU ed il Sindacato sono a fianco delle lavoratrici licenziate ed intanto mettono a loro disposizione gli uffici legali per la vertenza di opposizione al licenziamento.
Invitiamo le Lavoratrici ed i Lavoratori di NMS a rispondere compatti a questa provocatoria decisione aziendale, perché nessuno può sentirsi più al sicuro in questa situazione e con questi comportamenti sciagurati della Direzione di NMS.

La RSU di NMS

fonte:http://lombardia.indymedia.org

Allarme rosso per salari e occupazione

I dati diffusi dall’Istat sull’economia italiana sono inferiori alla realtà, per cui non è azzardata la cifra di 3,2 milioni di disoccupati. Sono molte le donne che negli ultimissimi anni hanno smesso di cercare lavoro, le tariffe dei servizi a domanda individuale come gli asili nido sono in costante aumento, le rette per il ricovero di un anziano in una Rsa sono quasi inostenibili. Fatti due conti , conviene rinunciare a un part time quando le spese per i figli (nido, baby sitter), le spese per raggiungere il luogo di lavoro, le spese per accudire un anziano arrivano a cifre che superano le magre retribuzioni precarie. Il mercato del lavoro in Italia sta subendo celeri e drastici cambiamenti, l’Italia tra i paesi più sviluppato è quello con il minor tasso di occupazione specie per i giovani e le donne. Il 30% dei contratti a tempo determinato non arriva alla paga mensile di 1000 euro, lo stesso discorso vale per gli interinali. L’occupazione cala anche nel settore dei servizi dove invece gli occupati sono stati in costante crescita per tutti gli anni novanta e i primi anni del nuovo secolo.
Per ilo 2010 sono previste non meno di 1,2 milioni di domande di cassa integrazione ordinaria, la CIGs è in costante crescita tanto è vero che non si riesce a fronteggiare le domande e gli ammortizzatori sociali sono erogati con ritardo costringendo le famiglie italiane all’indebitamento. In aumento il ricorso a prestiti e al quinto dello stipendio, crescono i casi di insolvenza nel pagamento dei mutui per la casa e per l’autovettura, una situazione di crisi che si abbatte sulle famiglie bireddito, immaginiamoci allora come potranno vivere le famiglie con cassa integrazione e\o un solo reddito precario. In questo contesto di profonda crisi (e nel frattempo il Governo fa di tutto per presentare una realtà ben diversa, dove la miseria crescente e l’inedebitamento vengono sostituiti da rassicuranti immagini pubblicitarie), l’ampliamento degli ammottizzatori sociali diventa una necessità per estendere i trattementi di cassa integrazione, per potenziarne l’importo e la durata, per allargare altre forme di sostegno al reddito e al potere di acquisto. Serve un alleggerimento della pressione fiscale per i redditi da lavoro dipendente, mentre invece le preoccupazioni del governo vanno verso la riduzione delle tasse per le imprese, al ritorno impunito di fondi neri dall’estero. Servono misure non di contenimento del debito o misure protezionistiche per salvaguardare la piccola imprenditoria che ha basato tutto sulla forte contrazione del costo del lavoro e ora subisce la concorrenza del terzo mondo,servono misure di sostegno al reddito e forti detassazione del lavoro dipendente. Senza queste cure , il potere di acquisto dei salari e delle pensioni è destinato a ridursi ulteriormente con ripercussioni negative su tutti i consumi. L’Italia è investita da una crisi profonda che non si può fronteggiare taglieggiando i salari e imponendo contratti al ribasso come Governo, Cisl e Uil da qualche tempo fanno. E’ tempo di alzare la testa…prima che sia troppo tardi

CONFEDERAZIONE COBAS

fonte:http://www.confederazionecobaspisa.it/

Piaggio resiste nel mercato in crisi

Tornano a sgommare gli scooter ma soprattutto i veicoli commerciali di Piaggio che ha chiuso il terzo trimestre con risultati superiori alle stime del mercato. Per quanto tutte le voci di bilancio siano in calo, la redditività del gruppo rispetto alle vendite è salita notevolmente grazie al taglio dei costi e in questa prospettiva l'azienda controllata da Roberto Colaninno potrebbe permettersi anche di pagare un dividendo per il 2009. Tutte notizie che, nonostante un mercato negativo, hanno fatto salire le azioni di Piaggio dello 0,7% a 1,73 euro.
Ma andiamo con ordine: il gruppo di Pontedera ha chiuso i primi 9 mesi del 2009 con un utile netto consolidato in calo del 35% a 40,1 milioni, anche per colpa di un aumento delle imposte cresciute invece da 21,8 a 39,4 milioni. I ricavi sono diminuiti del 9% a 1,173 miliardi, di cui 862 milioni (meno 12,9%) relativi alle due ruote e 310 milioni nei veicoli commerciali (più 3,9%). Nonostante il calo del fatturato Piaggio ha però aumentato le sue quote di mercato, a riprova del fatto che il gruppo ha marchi solidi che hanno battuto la concorrenza in un mercato che è in contrazione. Ma il dato di bilancio che ha sorpeso di più è stato quello del margine operativo lordo, calato meno delle vendite a 172,1 milioni (il 4% in meno rispetto al 2008) e così l'incidenza del mol sui ricavi è salita al 17,1% (era 13,2% nel 2008). Alla luce di questo miglioramento Piaggio potrebbe ora rivedere le sue stime di redditività per l'intero 2009, viceversa il gruppo resta poco ottimista per l'andamento dei ricavi, anche perché l'ultimo trimestre dell'anno è un periodo generalmente poco significativo per il fatturato.
Infine migliora, anche se di poco (7,2 milioni di debiti in meno rispetto a fine 2008), la posizione finanziaria netta che a fine settembre era negativa per 352,6. Tuttavia nei nove mesi il patrimonio del gruppo è salito 415,2 milioni (398,2 milioni al 31 dicembre 2008). Grazie anche al prestito ricevuto dalla Bei, Piaggio non ha particolari necessità di rifinanziarsi (anzi starebbe riacquistando il vecchio bond), ma non esclude la possibilità di sfruttare il momento favorevole di mercato, per lanciare a fine anno una nuova obbligazione societaria.

Sara Bennewitz

fonte:http://www.repubblica.it

Metalmeccanici: Airaudo (Fiom), voto separato è pagina penosa

La consultazione "a urne separate" dei lavoratori metalmeccanici sul contratto è "una delle pagine più penose del sindacato metalmeccanico a Torino". Questa la replica di Giorgio Airaudo, segretario generale della Fiom torinese, alle dichiarazioni di Claudio Chiarle, segretario Fim Torino, che oggi ha confermato che la consultazione sul contratto dei metalmeccanici si svolgerà appunto a urne separate.
'La nostra proposta di votare con urna unica non è stata presa in considerazione - dice Airaudo - ci si nasconde dietro le urne, si continua ad annunciare assemblee, ma fino a oggi i metalmeccanici di Torino non hanno visto la Fim se non quando ha abbandonato le assemblee senza rispondere ai lavoratori. E' accaduto alla Bertone, alla Pininfarina, oggi alla Graziano Trasmissioni'.

fonte:http://www.rassegna.it

venerdì 30 ottobre 2009

Metalmeccanici: Rinaldini, lotta non si spegnerà rapidamente

“I signori di Federmeccanica dovrebbero fare meglio i loro conti. Se pensano di trovarsi di fronte a una fiammata che si spengerà rapidamente, di fronte a un’iniziativa di lotta di corto respiro, dovranno capire che si sono sbagliati. Perché c’è una cosa che non ha prezzo: la dignità di chi lavora”. Così, circondato dal caloroso applauso di 5mila metalmeccanici convenuti al PalaDozza di Bologna, si è concluso l’intervento con cui il Segretario generale della Fiom-Cgil, Gianni Rinaldini, ha aperto stamattina l’assemblea delle delegate e dei delegati del sindacato più rappresentativo della maggiore categoria dell’industria. Lo riferisce una nota della stessa Fiom Cgil.
“Dopo l’accordo separato sul contratto della nostra categoria – ha ricordato all’inizio del suo intervento Rinaldini – abbiamo formalmente proposto a Fim-Cisl e Uilm-Uil di fare un referendum, anche ricorrendo a garanti esterni per certificarne il risultato. Negli ultimi due giorni, però, abbiamo ricevuto risposte negative, nel senso che Fim e Uilm non sono disponibili a fare una consultazione tra tutti i metalmeccanici, ma intendo interrogare soltanto i loro iscritti”.
“Deve essere chiaro – ha sottolineato Rinaldini – che quello del 15 ottobre non è un accordo separato come quelli che abbiamo conosciuto in passato. E’ un’intesa il cui carattere negativo è assai più grave, perché definisce un sistema di regole volto a limitare da adesso in poi il potere contrattuale del sindacato e dei lavoratori. E questo lo si vede bene proprio rispetto alla contrattazione aziendale. Infatti, la libertà delle Rappresentanze sindacali unitarie e del sindacato di presentare piattaforme rivendicative a livello aziendale o di gruppo esce fortemente limitata dall’intesa del 15 ottobre. Senza dimenticare, ovviamente, che l’intesa separata colpisce tutta la struttura del Contratto nazionale, a partire da un indebolimento della sua capacità di proteggere il potere d’acquisto delle retribuzioni; come evidenziato, in particolare, dalla soppressione del valore punto”.
“Il punto politico – ha proseguito Rinaldini – è che il Contratto è uno strumento i cui proprietari sono le lavoratrici e i lavoratori. Fim e Uilm hanno disdettato un Contratto ancora vigente senza chiedere nessun mandato ai metalmeccanici, e adesso rifiutano un referendum sull’intesa separata da loro raggiunta con Federmeccanica. Si tratta di un vero e proprio sopruso contro le lavoratrici e i lavoratori”.
“Questo – ha scandito Rinaldini – è l’ammonimento che rivolgiamo a Federmeccanica, Fim, Uilm: non si illudano che, nei mesi prossimi, la Fiom rientri nella gestione della loro intesa separata attraverso meccanismi quali la partecipazione alle Commissioni che saranno istituite in base all’intesa stessa. Sia chiaro che quel modello noi vogliamo farlo saltare”.
“Chiederemo quindi
, azienda per azienda, alle Rsu – ha affermato ancora Rinaldini – di convocare assemblee sul Contratto. E lanceremo una raccolta di firme tra i delegati che rifiutano l’accordo separato e chiedono il referendum. Se, in una consultazione nazionale, i metalmeccanici approvassero l’intesa separata del 15 ottobre, noi ci sentiremmo obbligati a sottoscriverlo. Ma si sappia che, in assenza di un simile voto, noi lavoreremo per far saltare le regole costrittive con cui l’intesa separata del 15 ottobre si propone di limitare il potere contrattuale del sindacato e dei lavoratori”.
“In questa lotta – ha concluso Rinaldini – abbiamo con noi la Cgil. Perché noi siamo la Fiom, siamo la Cgil, siamo una grande organizzazione democratica di massa che ha, come ha sempre avuto, il suo dibattito interno, ma è unita su questioni di fondo come quelle del sistema contrattuale e della democrazia sindacale.”
All’Assemblea delle delegate dei delegati Fiom intitolata “Democrazia per il Contratto”, ha partecipato, con un applaudito intervento, anche il Segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani. Al termine dei lavori è stato varato un dispositivo della Segreteria nazionale Fiom che indica le tappe dell’iniziativa dell’Organizzazione di qui al prossimo gennaio.

fonte:http://www.rassegna.it

Dispositivo della Segreteria nazionale Fiom-Cgil a conclusione dell'Assemblea delle delegate e dei delegati. Bologna, 30 ottobre 2009

La Segreteria nazionale della Fiom, su mandato del Comitato centrale, a conclusione dell'Assemblea delle delegate e dei delegati del 30 ottobre assume le seguenti decisioni.

• Viene confermato il giudizio negativo sull'accordo separato del 15 ottobre 2009.
Di fronte al rifiuto della Fim e della Uilm di procedere ad un referendum unitario vincolante su quell'intesa,essa viene dichiarata illegittima.
Pertanto tutte le controparti a tutti i livelli saranno diffidate e tutti gli strumenti legali saranno utilizzati per tutelare il Contratto nazionale in vigore, che scade alla fine del 2011.
• La Fiom è impegnata ad una mobilitazione permanente con lo scopo di rendere inapplicabile l'intesa e di giungere a un positivo rinnovo del contratto nazionale del lavoro condiviso dalle lavoratrici e dai lavoratori.
• La Fiom proclama 4 ore di sciopero da svolgersi per dare massima visibilità alle iniziative di lotta e indice dal 9 al 13 novembre una settimana di particolare mobilitazione e sensibilizzazioni
dell'opinione pubblica, delle istituzioni e del mondo dell'informazione.
Il 6 novembre delegazioni di tutte le realtà metalmeccaniche parteciperanno alla manifestazione di Bergamo.
• La Fiom, dopo la decisione della Fim e della Uilm di rifiutare il referendum unitario sull'intesa separata procede alla disdetta del Patto di solidarietà Fim, Fiom, Uilm per le elezioni delle Rsu
per le quali, da questo momento, si procederà unicamente sulle basi dell'intesa interconfederale.
• La Fiom dà il via all'iniziativa per la democrazia sindacale e per una legge che la garantisca, con il coinvolgimento di tutte le forze politiche, culturali, delle realtà istituzionali interessate.
• La Fiom è impegnata a continuare e ad estendere la mobilitazione in difesa dell'occupazione, con il blocco dei licenziamenti, della chiusura delle fabbriche, delle delocalizzazioni, per una nuova politica economica e fiscale a favore del lavoro.
• La Fiom impegna sin da ora le proprie strutture, a tutti i livelli, ad una rigorosa e coerente iniziativa per sconfiggere l'accordo separato e per conquistare in ogni luogo di lavoro la piena autonomia negoziale.
Nel gennaio del 2010 verrà convocata l'Assemblea nazionale della Fiom per definire il proseguimento e lo sviluppo dell'iniziativa.

Dispositivo della Segreteria nazionale Fiom-Cgil a conclusione dell'Assemblea delle delegate e dei delegati


fonte:http://www.fiom.cgil.it/

Appello dell'assemblea delle delegate e dei delegati metalmeccanici Fiom Bologna 30 ottobre 2009

Noi delegate e delegati metalmeccanici respingiamo l’accordo separato sul contratto nazionale sottoscritto da Fim-Cisl e Uilm-Uil il 15 ottobre 2009.
Quell’accordo svaluta il lavoro con aumenti irrisori scaglionati in tre anni.
Quell’accordo colpisce il nostro diritto a contrattare nelle aziende sugli orari, sulle condizioni di lavoro, sulla professionalità e i salari.
Quell’accordo minaccia di aprire una voragine nella stessa validità del contratto nazionale, con la possibilità delle deroghe.
Quell’accordo riduce le libertà e i diritti dei lavoratori e aumenta la flessibilità e la precarietà del lavoro.
Quell’accordo interviene su materie e contenuti che sono già regolati dal contratto nazionale firmato nel 2008 con il consenso delle lavoratrici e dei lavoratori, che è in pieno vigore e che scade alla fine del 2011.
Ma soprattutto quello che ci indigna è che si pensi di poter cambiare contratti, regole e diritti senza chiedere nulla a noi e senza far votare i diretti interessati: le lavoratrici e i lavoratori metalmeccanici.
Noi delegate e delegati esigiamo che su quell’accordo si svolga un referendum il cui risultato vincoli tutti.
Se questo non sarà considereremo quell’accordo, sul piano del diritto e su quello dei fatti, illegittimo e da non rispettare.
Se la Federmeccanica e le aziende pretenderanno di applicare un contratto che non ha legittimità e consenso, noi delegate e delegati metalmeccanici ci impegniamo a far sì che in ogni azienda, in ogni posto di lavoro, esso non entri in vigore.
Lo renderemo inapplicabile, mentre gli scarni aumenti che ci verranno dati saranno considerati solo come un primo anticipo rispetto a ciò che ci spetta.
Dal momento che gli industriali hanno scelto di infrangere le regole condivise, noi ci riteniamo liberi di rivendicare e contrattare, ovunque avremo il consenso e la forza.
La Confindustria e la Federmeccanica puntano sulla crisi per far abbassare la testa a noi, alle lavoratrici e ai lavoratori, così sperano di imporre un accordo che ci porta indietro di molti anni.
Ma approfittare della crisi per peggiorare il salario e i diritti dei lavoratori è una scelta ingiusta e sbagliata per lo stesso futuro del paese.
Noi non accettiamo che siano ancora le lavoratrici e i lavoratori a dover pagare col loro salario, con le loro condizioni e col loro posto di lavoro, i costi di una crisi di cui non hanno alcuna responsabilità.
Noi siamo con tutte le lavoratrici e i lavoratori che oggi lottano per difendere il lavoro.
Il blocco dei licenziamenti, della chiusura delle fabbriche e delle delocalizzazioni,una politica fiscale a favore del lavoro e non degli evasori fiscali o dei soliti ricchi, un programma di investimenti che crei lavoro e nuovo sviluppo, queste sono le scelte per cui ci battiamo.
Se invece si vorrà licenziare, aumentare la precarietà, tornare alle gabbie salariali o restaurare il cottimo, ci opporremo con tutte le nostre forze.
Noi delegate e delegati metalmeccanici ci impegniamo a estendere la protesta e il rifiuto dell’accordo separato, a sostenere tutte le mobilitazioni in difesa dell’occupazione e della dignità del lavoro, ad estendere ovunque possibile il movimento di lotta.
Noi delegate e delegati eletti dalle lavoratrici e dai lavoratori rivendichiamo la democrazia sindacale, cioè il diritto per tutte le lavoratrici e i lavoratori di scegliere chi li rappresenta e di decidere col voto segreto su piattaforme ed accordi.
Facciamo un nuovo forte appello all’opinione pubblica, alle istituzioni, alle forze politiche, ai mezzi di informazione, perché si parli, si discuta e si informi sul contratto e sulla condizione dei metalmeccanici.
Non siamo più disposti ad accettare ancora il silenzio e l’oscuramento dei nostri diritti e delle nostre lotte.
Chi spera che questa nostra mobilitazione sia destinata ad esaurirsi in breve tempo sappia che ha sbagliato i propri conti.
Noi delegate e delegati metalmeccanici ci impegniamo ad operare affinché la mobilitazione contro l’accordo separato continui nel tempo, fino a che quell’accordo non verrà sconfitto e fino a che i diritti e la dignità dei lavoratori non siano pienamente riaffermati.


Appello dell'assemblea delle delegate e dei delegati metalmeccanici Fiom
fonte:http://www.fiom.cgil.it

Metalmeccanici, la Fiom va alla guerra




Rinaldini a Bologna davanti a 5mila delegati: "Faremo saltare l'accordo separato". Dal 9 al 13 novembre scioperi di 4 ore e cortei. "Rapporti unitari? Solo ipocrisia". Al via anche le firme per il referendum: "Ne possiamo raccogliere migliaia e migliaia"

Scatta la linea dura della Fiom contro l’accordo separato: mobilitazione dal 9 al 13 novembre con un pacchetto di quattro ore di sciopero, manifestazioni e presìdi, che saranno anticipati al 6 novembre a Bergamo, quando nella città lombarda si terrà l’assemblea nazionale dei delegati di Fim e Uilm. Sono soltanto alcune delle decisioni annunciate oggi dal leader delle tute blu Cgil, Gianni Rinaldini, che per circa un’ora ha parlato al Paladozza di Bologna davanti a 5mila delegati Fiom giunti da tutta Italia, interrotto più volte dagli applausi nei passaggi in cui veniva evidenziata la rottura con Cisl e Uil.

“RAPPORTI UNITARI? IPOCRISIA”. L’assemblea Fiom, è stato lo stesso Rinaldini ad annunciarlo dal palco, ha deciso per la “rottura di tutte le relazioni unitarie a partire dalla disdetta del patto di solidarietà”, con la richiesta di far applicare i contratti azienda per azienda attraverso le Rsu. Il conflitto aperto “non si risolve solo in due mesi”, ha aggiunto Rinaldini, sottolineando che per “reggere agli attacchi all’occupazione” degli ultimi mesi il sindacato userà “tutti gli strumenti a disposizione” perché “questa volta ci vogliono far fuori sul serio. Noi quel modello contrattuale lo vogliamo far saltare perché in questo modo viene calpestata la democrazia e la dignità dei lavoratori”. Ormai quella di mantenere rapporti unitari nelle singole aziende “è una pura ipocrisia”, ribadisce il segretario che si dice disposto a “fare di tutto, in trasparenza, affinché i delegati, azienda per azienda, possano convocare come Rsu assemblee rivolte a tutti i lavoratori”.

VIA AL REFERENDUM.
Poi arriva l’annuncio della raccolta di firme: “La lanceremo fra i delegati che rifiutano l’accordo separato e chiedono il referendum fra tutti i lavoratori e le lavoratrici, siamo in grado di raccoglierne migliaia e migliaia”. Non solo. La Fiom si confronterà anche con giuristi ed esperti di diritto del lavoro: “Vogliamo uscire con una proposta di legge di iniziativa popolare per affermare i diritti dei lavoratori”. L’attacco a Cisl e Uil prosegue: “Basta accettare tutto quello che dice Federmeccanica che si fanno tutti i contratti senza dieci ore di sciopero. L’accordo è pessimo, loro lo giudicano ottimo. Anzi dicono che è tanto più importante perché non hanno fatto dieci secondi di sciopero. Permettetemi una battuta, avrei voluto vederli, Fim e Uilm, proclamare lo sciopero dei metalmeccanici”.

“GIU’ TASSE SU LAVORO E PENSIONI”.
“Vedo che Marcegaglia dice cose strane. Mi pare che l’Irap sia già stata diminuita in maniera consistente con il cuneo fiscale del governo di centrosinistra. Oggi l’intervento fiscale deve essere sui lavoratori dipendenti e sui pensionati che hanno visto aumentare la pressione piu’ di qualsiasi altra categoria”, ha poi aggiunto il leader della Fiom, chiedendo al contrario uno sgravio per i dipendenti e i pensionati, “necessario specie dopo l’operazione scandalosa dello scudo fiscale che è stata una vera e propria vergogna”. E quando termina il proprio intervento, dalle tribune del Paladozza qualcuno grido ancora “Bergamo, Bergamo, Bergamo”.

Ascolta l'intervento di Rinaldini (RadioArticolo1)
30/10/2009
- ( 23,31 MB)

Ascolta l'intervento di Guglielmo Epifani (RadioArticolo1)
30/10/2009 - ( 15,71 MB)


fonte:http://www.rassegna.it

L'ultima del ministro Scajola, dice «stronzo» a un operaio

Se il povero Marco Biagi era un «rompicoglioni», i lavoratori sono degli «stronzi». Parola di ministro. Ormai si può affermarlo con un certo (elevato) coefficiente di certezza: Claudio Scajola, titolare del dicastero alle Attività Produttive, non è di quelli che contano fino a dieci prima di aprire la bocca. Assumesse questa sana abitudine eviterebbe certe cadute di stile che si trasformano spesso in chissà quanto inconsapevoli gaffe. L’ultima sortita del ministro ha lasciato basiti il suo stesso staff, qualche collega di partito che non è riuscito a mascherare il forte imbarazzo, un gruppo di imprenditori napoletani che lo accompagnava in una sorta di visita pastorale ai capannoni Atitech, azienda di manutenzioni aeronautiche al centro nelle ultime settimane di un tentativo di salvataggio.

Il confronto
All’ingresso dello stabilimento di Capodichino, il ministro è stato affrontato da un operaio, Paolo Esposito, che gli ha esternato le proprie preoccupazioni: «Altro che piano per salvarci – ha esclamato – ci hanno tolto la mensa e di colpo siamo tornati indietro di 40 anni. Ma tanto sappiamo già come finisce: che voi politici vi arricchite e gli imprenditori pure». La legittima protesta, insomma, di un lavoratore esasperato per il lungo tira e molla sul piano di salvataggio di Atitech, conclusosi due settimane fa con un accordo che lascia parecchio amaro in bocca alle maestranze. Scajola, rosso in viso, si è avvicinato ad Esposito e gli ha urlato: «Perché generalizza? È come se io dicessi che tutti i lavoratori sono stronzi come lei, però non lo dico». Quindi, convinto di aver sistemato la faccenda, è entrato nel capannone per illustrare i termini dell’accordo, in compagnia del presidente degli industriali di Napoli e nuovo numero uno di Atitech, Gianni Lettieri, scuro in volto per l’intemerata del ministro, che fa il paio con la terribile freddura pronunciata su Marco Biagi appena tre mesi dopo l’uccisione del giuslavorista da parte delle Br.

Senza parole
Esposito è rimasto senza parole. Al suo posto ha replicato la Cgil Campania, per bocca del suo segretario, Michele Gravano: «Per le responsabilità che contraddistinguono il ruolo del ministro sono necessari nervi saldi e una grande capacità di ascolto delle istanze di tutti, in particolare dei lavoratori». Gli insulti di Scajola, inoltre, non hanno certo contribuito a rasserenare il clima all’interno di Atitech. Il piano di salvataggio, che prevede un massiccio ricorso alla Cig per gran parte dei 600 addetti, ha già comportato, per i lavoratori recuperati, un taglio allo stipendio del 10% e un aumento delle ore di lavoro settimanali. Per non parlare dell’indotto (140 addetti), completamente azzerato, con i lavoratori lasciati per strada senza ammortizzatori sociali.

Massimiliano Amato

fonte:http://www.unita.it/

Perchè Lavoro e Società non ci sta a sostenere un confronto in Cgil su più documenti??

Ci provano a spiegarlo Botti e Saccoman di Lavoro e società con un articolo ma le loro argomentazioni non reggono. Proviamo a vedere il perchè .......
Come sempre, per motivare le proprie proposte, si parte da una analisi della crisi. L'analisi di Botti e di Saccoman è condivisibile anche perchè descrive cose ovvie e scontate per chi, quotidianamente, nei luoghi di lavoro e nella società, è oggi impegnato a resistere contro lo sfascio della crisi e ed all'offensiva padronale.
Semmai è giusto notare come la loro analisi sia ancora ottimistica, non già nel descrivere la crisi ed i rischi che questa comporta, quanto nel metterne a fuoco la portata.
Certo è che questa crisi non è affrontabile contrapponendo ai modelli padronali altri modelli macroeconomici (di tipo Keynesiano ad esempio) che abbiano più a cuore i destini del mondo del lavoro poichè questa è una crisi strutturale (che trascinatasi dalla fine degli anni 70 arriva oggi alla sua resa dei conti) del processo di valorizzazione del Capitale che incontra il suo limite estremo .... la crisi da sovraproduzione.
Una crisi che per le sue caratteristiche il capitale non può pensare di superare se non imponendo un maggiore e più pesante livello di subordinazione del lavoro (in generale) al capitale (in generale). Una subordinazione che non può essere solo formale ma anche sostanziale e quindi ottenibile solo attraverso interventi coercitivi di cui l'affermazione del modello neocorporativo di società rappresenta il perno.
Come ovvio un modello neocorporativo non può affermarsi con l'attuale Costituzione (che lo contraddice esplicitamente in ogni suo passaggio) e non può affermarsi con una (anche se residuale, viste le sconfitte di questi anni) struttura contrattuale unitaria.
E' per questo che l'interesse di Capitale è oggi orientato, non già a dare qualche euro in meno ai lavoratori, ma alla distruzione della Costituzione e del residuale modello sindacale contrattuale e partecipativo, obiettivi questi che, se raggiunti, spianeranno definitivamente la strada all'affermarsi sostanziale del modello neocorporativo, e con esso, un più alto e pesante livello di subordinazione all'interesse di Capitale del Lavoro e dei sindacati.
In poche parole ciò che occorre tener presente è che il Capitale può uscire da questa crisi solo imponendo (e ciò non può che avvenire per via coercitiva) la distruzione di tutte le regole precedenti, solo imponendo il suo diritto al controllo, alla completa e libera disponibilità di tutti i fattori della produzione utili al suo profitto (il resto andrà distrutto).
Per questo si fanno le guerre per il controllo nelle fonti energetiche, per il controllo della loro distribuzione e per una maggiore egemonia territoriale. Per questo ogni Capitale è oggi in guerra con le rispettive Classi Lavoratrici con le quali non è più disponibile ad accettar un qualsivoglia "patto sociale", una qualsivoglia "mediazione".
E' così che l'occupazione non è più un valore sociale ma una condizione funzionale solo alla valorizzazione del capitale (vedi attacco all'art.18, alla totale precarizzazione della Forza Lavoro ecc, la riduzione delle capacità di intervento degli ammortizzatori sociali ecc)
E' così che le condizioni di vita di intere popolazioni non sono più un valore sociale ma una condizione che deve totalmente subordinarsi agli interessi immediati del Capitale e della Rendita (vedi l'attacco alla contrattazione, la sempre maggiore subordinazione della retribuzione alla produttività e redditività di impresa e la sua riduzione a salario variabile. Vedi l'attacco allo stato sociale per il quale i capitalisti non sono più disponibili a pagare la loro quota di tasse che serve per finanziarlo, così pure come il salario previdenziale che si punta a distruggere del tutto per foraggiare l'avidità della rendita e la richiesta di risparmio da parte delle imprese)
Su questa strategia di Capitale non è possibile intervenire solo pensando di lenirne le conseguenza (magari riproponendo modelli di mediazione sociale ti stampo Keynesiano), poichè è "coscientemente" un progetto di società nel quale ogni "patto sociale tra le classi" è disdetto, e nel quale il paradigma, l'autocrate principale e unico è l'impresa ed il suo profitto.
Tutto ciò vuol dire che il capitale affronta la crisi mettendo in campo tutta la sua arroganza e la sua idea di società "autoritaria" alla quale tutti i soggetti si devono adeguare (subordinarsi), dalle istituzioni, ai partiti, agli stessi sindacati, pena l'esclusione.
E' cioè la definitiva liquidazione di ciò che ancora di residuale sopravvive del modello democratico e partecipativo delle società uscite dall'ultimo conflitto, per affermare compiutamente un modello neocorporativo ordinato ed organizzato attorno ed in difesa della valorizzazione del capitale come paradigma generale della società.
Certo la Cgil rappresenta un elemento contradditorio all'affermarsi di questo schema, ma ciò che Botti e Saccomann sembrano non considerare è la debolezza strategica con cui la Cgil affronta il suo compito di resistenza ad una offensiva padronale di questa portata.
In generale la Cgil non sembra vedere il progetto generale che sostiene oggi la strategia di Capitale. Certo ne critica l'arroganza ma altro non sa fare che riproporre schemi e modelli (di tipo Keynesiano appunto .. per altro senza mettere in campo una piattaforma generale di riferimento su cui chiamare i lavoratori alla lotta) che altro non rappresentano se non l'illusione di poter emendare l'arroganza padronale ed i caratteri evidentemente antipopolari della svolta neocorporativa.
L'accordo contrattuale del Turismo, degli Alimentaristi e delle telecomunicazioni, le piattaforme sindacali dei chimici e della Gomma plastica ne sono un esempio, poichè testimoniano di un atteggiamento attendista, tattico, emendativo, della Cgil verso le pretese della nuova deriva neocorporativa.
Ciò che Botti e Saccomann non comprendono fino in fondo è che un atteggiamento emendativo della Cgil è il prologo alla prossima sussunzione della stessa Cgil a quel modello neocorporativo che a parole si dice di non condividere ed a cui Cisl e Uil hanno già aderito in pieno.
Botti e Saccomann giustamente (come altri e noi tra questi) fanno bene a sottolineare il fatto che la Cgil non firmando l'accordo separato ha di fatto messo i bastoni nelle ruote ad un progetto che i padroni pensavano di realizzare facilmente, ma dovrebbero fare altrettanta attenzione sulla scarsa solidità del merito su cui si muove oggi la Cgil.
Innanzitutto lo strapotere della sua burocrazia, più preoccupata a non rompere i ponti con Cisl, Uil e controparti padronali, spesso libera da verifiche che solo un modello veramente partecipativo può garantire. In fin dei conti in Cgil non sembra essere presente una chiara coscienza della posta in gioco, ci si limita a distingui formali ammantati di "responsabilità" ma incapaci di indicare una linea alternativa.
Poi la ancora pesante mancanza di indipendenza della Cgil verso il quadro politico, sopratutto verso il PD le cui articolazioni e lotte interne attraversano e condizionano fortemente la burocrazia Cgil nelle sue responsabilità vertenziali.
Un quadro quindi dove la Cgil sembra più preoccupata a vedere ed a seguire "quel che succede", senza proporre e senza avere una strategia chiara sul modello contrattuale e di società alternativo a ciò che la deriva neocorporativa vuole affermare.
Proprio gli ultimi due accordi firmati (Alimentaristi e Telecomunicazioni) tanto difesi anche da Lavoro e Società dimostrano questa debolezza.
Certo che pochi o tanti soldi da soli non bastano per dare un giudizio su accordi firmati senza valutare anche le condizioni in cui questi accordi sono stati raggiunti (si può sempre dire che eravamo deboli ecc.) ma è fuor di dubbio che con questi accordi anche la Cgil ha accettato di scendere a patti con le forzature neocorporative. Ne sono un esempio l'accettazione della triennalizzazione del CCNL e l'assunzione formale dei nuovi riferimenti che vincolano l'aumento salariale agli indici di compatibilità introdotti dall'accordo separato. Accordi che, per altro, aprono formalmente ad un sistema di relazioni sindacali che fanno della bilateralità il perno, non già perchè la introducono come padroni e sindacati neocorporativi volevano, ma perchè su questo vengono a meno le discriminazioni che erano contenute nelle motivazioni con cui la Cgil non aveva firmato l'accordo interconfederale separato del gennaio 2009..
A nulla servono le dichiarazioni Cgil sul fatto che questi accordi sono positivi perchè in nessuna loro riga si fa riferimento formale all'accordo separato interconfederale. Una magra consolazione (che serve solo a nascondere l'imbarazzo) visto che gli elementi dell'accordo separato sono comunque trattati e normati .... come per altro sostengono Confindustria assieme a Cisl e Uil che pure danno di questi accodi un giudizio positivissimo in quanto in linea con l'accordo separato che la Cgil, a suo tempo, non aveva firmato.
Inoltre è alquanto bizzarro e contradditorio il fatto che la Cgil da un lato sostenga la scelta della Fiom e dall'altro difenda pure la bontà degli accordi nel Turismo, alimentaristi e telecomunicazioni. Delle due l'una. O la scelta della Cgil per respingere l'accordo separato e le sue derive neocorporative è uguale a quella della Fiom oppure è uguale a quella delle altre categorie che di fatto hanno accettato (emendandolo in parte) il condizionamento dell'accordo separato confederale. Sono di fatto due linee diverse, che già si sono esplicitamente dichiarate, ed è su queste due linee che il congresso Cgil sarà chiamato a confrontarsi.
Comunque, Botti e Saccoman si dicono interessati ad un documento unitario. E' solo questione di merito, affermano, ma a quanto pare il merito già in campo non riescono a vederlo.
Ci lascino dire quindi che le loro argomentazioni sono alquanto deboli perchè ferme solo alla fenomenologia della fase attuale e non certo alla sostanza, visto che danno più peso ai discorsi che la burocrazia Cgil fa (ovviamente pomposi e pieni di orgoglio) e meno alla concreta, quotidiana loro pratica contrattuale, misurata ovviamente nel confronto con i caratteri generali dello scontro, che ha come oggetto una cosa essenziale, ossia l'affermazione di un modello neocorporativo.
In pratica l'analisi di Botti e di Saccoman sembra giusta se si trattasse solo di discutere che i padroni invece di darci 20 ci danno solo 10, ma hanno torto se consideriamo che lo scontro oggi aperto ha come obiettivo ben altro, e cioè la completa e nuova subordinazione del Lavoro al Capitale, e contestualmente, la completa e nuova subordinazione dell'organizzazione sindacale dei lavoratori agli obiettivi di Capitale.
Ma la debolezza e pochezza del loro ragionamento diventa quasi patetica quando si soffermano a giustificare il loro preferire un documento unico esplicitando la (dal loro punto di vista) inaffidabilità di chi in Cgil sostiene invece la necessità di andare al congresso su due documenti alternativi.
La critica principale poggia sull'idea che il documento alternativo propone uno scontro tra il carattere confederale della Cgil e le sue specificità categoriali palesando addirittura il dubbio che ciò porterà ad una riduzione della capacità contrattuale della Cgil sul salario sociale a favore di un maggiore interesse del solo salario diretto e monetario.
Strana preoccupazione, la loro, dato che è caratteristica di questi ultimi 15 anni la assoluta carenza della Cgil sulle tematiche del salario sociale (da quanto non si aprono vere vertenze nazionali o territoriali sulla casa, sui prezzi, sul diritto alla salute, ecc ??) e previdenziale (avendo accettato la Cgil di legare il rendimento pensionistico al PIL). Diciamo allora che è di deficit di contrattazione sul salario sociale che questo congresso dovrà discutere.
Certo il rischio di un ulteriore indebolimento del carattere confederale esiste, ma questo non è prodotto dal dibattito interno, è semmai oggettivamente indotto dalla frammentazione determinata dalle debolezze, dalle divisioni prodotte dalla crisi sul mondo del lavoro, dalla scarsa indipendenza dell'apparato Cgil dalla politica, e quindi è giusto preoccuparsi di rilanciare la confederalità in un sindacato come la Cgil, chiedendo alla Cgil che torni a radicarsi sia nei luoghi di lavoro che nei territori.
Ma appunto per questo confederalità vorrebbe dire, tra l'altro, e sopratutto in questa fase, un forte coordinamento confederale sulle strategie contrattuali delle categorie in chiave di risposta generale all'accordo separato, cosa che la Cgil non ha fatto lasciando di fatto libere le categorie di affrontare la cosa ognuno a modo loro, avvertendo solo che almeno non si scrivessero negli accordi espliciti riferimenti all'accordo separato.
Come linea confederale non è male ..... Infatti si celebra la Fiom che ha tenuto duro sul biennio e contemporaneamente (contradditoriamente) si celebrano i CCNL che hanno accettato il triennio.
La difesa del carattere Confederale della Cgil è obiettivo ovvio e necessario per chiunque abbia bene in testa quale è la portata ed il carattere dello scontro tra Capitale e Lavoro nei prossimi anni, ma è appunto per questo che serve una confederalità forte, capace di un progetto e di una proposizione alternativa alla deriva neocorporativa.
E se per arrivare ad una vera discussione su questa questione si arriva a discutere su documenti alternativi .... ben venga un congresso vero, di confronto, magari anche di scontro .... ma per lo meno si darà la possibilità agli iscritti di agire in una organizzazione viva, capace di discutere e non in una organizzazione appiattita sugli accordi precongressuali di apparato e questo perchè .... benchè Botti e Saccoman non lo vedono .... i problemi esistono e sono importanti.
Certo, per chi sosterrà il documento di Epifani come per chi sosterrà il documento alternativo, non mancheranno problemi. Ci sono sensibilità trasversali in ambedue le posizioni. Botti e Saccoman ne denunciano alcune tra i sostenitori dell'idea di andare su documenti alternativi ma sembrano non vedere l'arcipelago della maggioranza in cui hanno deciso di accasarsi.
Botti e Saccoman si preoccupano inoltre di cosa potrebbero pensare gli iscritti vedendosi proporre più documenti congressuali, quasi che gli iscritti fossero fanciulli deboli e timorosi, che altro non desiderano se non di essere rassicurati e confortati.
Il problema è però che il bisogno di discussione nasce dai luoghi di lavoro prima che dagli apparati sindacali.
Forse Botti e Saccoman pensano che nei luoghi di lavoro, tra gli iscritti, non ci sia oggi una discussione? Forse pensano che tra gli iscritti non ci sia la coscienza che questo è, per la Cgil, un congresso importante ???.
E cosa propongono Botti e Saccoman ? .... di non spaventare gli iscritti (non capirebbero due documenti congressuali) e di fare quindi un accordo precongressuale tra componenti in modo da andare al congresso con un documento unico per far vedere quanto l'apparato è unito e coeso.
Paradossalmente perfino per le primarie, appena tenutesi, il PD è andato praticamente a contarsi su tre documenti alternativi e nessuno si è spaventato e nessuno è stato male, anzi ... la discussione ne ha guadagnato.
Quindi invitiamo Botti e Saccoman ad aver meno timori e di uscire da logiche puramente di apparato.
Un congresso ha questo di buono ..... dare la parola agli iscritti, dare a loro la possibilità di indicare col voto la direzione, la scelta, su cui la loro organizzazione deve ordinare la sua iniziativa futura. Quale strumento migliore, quindi, se non quello di presentare loro diverse proposte e valutazioni ???? Sempre meglio che andare con un falso unanimismo che è in realtà sempre e solo frutto di accordi tra burocrazie, cordate, apparati, fatti prima e sopra il diritto degli iscritti di fare un congresso vero.
Botti e Saccoman possono quindi continuare a credere che tutto va bene e che non servono documenti diversi .... ma onestamente dovrebbero riconoscere che problemi di linea e di strategia esistono all'interno della Cgil, cercando di non vivere con fastidio se qualcuno ne denuncia l'esistenza, anche nei luoghi di lavoro, oltre che nelle strette corsie dei corridoi della Cgil.
Dovrebbero essere d'accordo inoltre, come sostenitori in tempi passati della democrazia e della partecipazione, che se congresso deve essere che per lo meno sia un congresso vero, e non bloccato da accordi precongressuali come quello fatto all'ultimo congresso (ed appena reiterato n occasione di questo congresso) proprio da Lavoro e Società.

Coordinamento RSU

fonte:http://www.coordinamentorsu.it/

Salari: Ires, 2/3 contratti a termine sotto i mille euro

Quasi 2/3 dei dipendenti con contratto a tempo determinato hanno retribuzioni mensili inferiori a mille euro. La denuncia arriva dall'Ires Cgil. I contratti a tempo indeterminato sotto i mille euro, invece, sono pari al 29% del totale. La retribuzione, secondo lo studio presentato oggi (29 ottobre), è bassa soprattutto per i giovani e le donne. In particolare, per le donne con contratto a tempo determinato e mano di 34 anni la media salariale è di poco superiore agli 800 euro.

fonte:http://www.rassegna.it

Fiom e Cgil, proseguono le mobilitazioni

Continuano gli scioperi dei meccanici Cgil contro l’accordo separato. Domani a Bologna l’assemblea nazionale dei delegati Fiom per decidere le iniziative di lotta.A Roma la Cgil porta i lavoratori da tutta Italia per parlare della crisi. Il 14 novembre manifestazione nazionale.

La protesta non si ferma. Proseguono in tutta Italia gli scioperi delle tute blu della Fiom contro l’accordo separato. Questa mattina lo stabilimento Fincantieri di Riva Trigoso si è fermato dalle 8.30 alle 11 dando vita ad un corteo che ha percorso le strade di Sestri Levante, con alla testa tre bare a simboleggiare la perdita del contratto, della democrazia e dei diritti. Scioperi spontanei sono immediatamente scattati subito dopo la firma dell’accordo separato sul contratto dei metalmeccanici, e da allora, era il 15 ottobre, è stata una marea montante. Nel frattempo, il 20 ottobre, il Comitato centrale della Fiom ha indetto per domani 30 ottobre a Bologna l’assemblea nazionale dei delegati, per decidere tutte le iniziative di lotta da intraprendere nei prossimi mesi.

E prosegue anche il mese di iniziative indette dalla Cgil, a cominciare dai presidi dei lavoratori da tutta Italia in quattro piazze romane. Iniziati lunedì 19 ottobre, proseguiranno fino al 13 novembre e si chiuderanno il giorno dopo, 14 novembre, con una grande manifestazione nazionale. Nel corso della prima settimana lavoratori provenienti dal Lazio, Piemonte, Valle d'Aosta, Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Liguria, Trento e Bolzano hanno ‘occupato’ Piazza Barberini. In questi giorni, e fino al 30 ottobre, il presidio si è spostato a piazza Navona con delegazioni provenienti dall'Emilia Romagna, Toscana, Marche, Umbria, Campania, Sardegna, Abruzzo. Dal 2 al 6 novembre sarà la volta di Piazza Santi Apostoli, con delegazioni dalla Calabria, Basilicata, Sicilia, Puglia e ancora Lazio, Piemonte e Valle d'Aosta. Si chiude in Piazza del Popolo, dal 9 al 13 novembre, con Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna, Toscana e Campania, insieme a Trento e a Bolzano.

Il numero uno della Cgil Guglielmo Epifani, incontrando i lavoratori a piazza Navona è tornato sui temi della crisi. “Avremo problemi enormi sull'occupazione fino alla fine dell'anno prossimo”, ha detto, ribadendo la richiesta al governo di un intervento sugli ammortizzatori sociali con un allungamento dell'indennità di disoccupazione e un raddoppio dei massimali. Inoltre, Epifani ha insistito su una linea di sostegno alla domanda e una politica che intervenga anche sulla tassazione sul lavoro e le rendite, puntando il dito sulla “moria di piccole e piccolissime imprese, che saltano non solo per le loro dimensioni, ma perché dipendono dalle grandi”. Una situazione nella quale i primi a pagare “sono i precari – ha denunciato il leader Cgil - 300mila posti in meno, e ora non c'è più un interinale in azienda. Poi si passa ai dipendenti con contratto a tempo indeterminato”. Epifani inoltre ha sottolineato il fatto che “in altri momenti c’era tutto il movimento sindacale” “a portare in piazza i volti della crisi”. Infine, ha messo sotto accusa anche il taglio dell’Irap, come “il quarto taglio alle tasse delle imprese e non a quelle del lavoro”.

L’Ires, il Centro studi della Cgil, ha prodotto uno studio articolato sulle conseguenze della crisi sul lavoro, illustrato oggi in conferenza stampa. Il primo dato sconfortante riguarda la disoccupazione che, secondo l’Ires, ha raggiunto i 3,2 milioni e non 1,8 milioni, come calcola l'Istat, perché a questa cifra bisogna aggiungere anche tutti coloro che hanno smesso di cercare un impiego. Il mercato del lavoro “si caratterizza per l'incremento sostenuto del numero di inattivi in età da lavoro – è ancora il rapporto Ires - cresciuti di 434mila unità rispetto al secondo trimestre 2008”. In particolare, il 9% degli inattivi complessivi tra i 15 e i 64 anni non cerca lavoro perché pensa di non riuscire a trovarlo. Una fascia di “scoraggiati” che riguarda 1 milione e 363 mila persone, per gran parte donne (938mila a fronte di 425mila uomini). Lo studio sottolinea anche come sia cresciuta la durata della disoccupazione, tra i 7 e i 12 mesi. Il tasso di disoccupazione, arrivato così al 12,1% ( e non al 7,4 come denuncia l’Istat), crescerà anche l’anno prossimo.

Chi è occupato invece, per il 29% sul totale dei lavoratori, percepisce un salario da fame. Quasi due terzi dei dipendenti con contratto a tempo determinato ha retribuzioni mensili inferiori a 1.000 euro. Fra questi, giovani e donne hanno la retribuzione più bassa. In particolare, per le donne con contratto a tempo determinato e meno di 34 anni, la media salariale è di poco superiore agli 800 euro.
Ultimo punto cruciale la cassa integrazione, prevista in aumento per il 2010. “L'anno prossimo ci saranno 1,2 milioni di domande di disoccupazione ordinaria” ha detto il segretario confederale della Cgil, Fulvio Fammoni presentando il rapporto. Fammoni ha poi illustrato le proposte del sindacato per affrontare la crisi, insistendo su quelle stesse proposte fatte in piazza dal segretario generale Epifani: prolungamento dell’indennità di disoccupazione ordinaria di quattro mesi per i lavoratori sotto i 50 e aumento del tetto della cassa integrazione a 1.100 euro mensili contro gli 800 attualmente percepiti.

Questi i temi delle iniziative che la Cgil continuerà a mettere in campo, anche dopo la manifestazione nazionale. Fra queste quella del 19 novembre sulla casa, lo stesso giorno di quarant’anni fa, quando il 19 novembre 1969 vi fu un grande sciopero generale proprio sulla casa. Il successivo 28 novembre sarà la volta di una giornata di mobilitazione per il Mezzogiorno. In questa occasione, in tutte le realtà del sud colpite dalla crisi si svolgeranno manifestazioni regionali per il lavoro, l’occupazione, lo sviluppo sostenibile e per politiche che affrontino i nodi del divario strutturale tra nord e sud. Insomma tutte questioni cruciali e a tutt’oggi irrisolte.

Dal 2 al 7 novembre infine, tre distinte giornate dedicate ai diritti individuali, alla denuncia della politica del governo su cultura e conoscenza e alla condizione dei pensionati. Al centro delle iniziative, le richieste della Cgil per uscire dalla crisi tutelando i lavoratori: oltre al prolungamento della cassa integrazione a 104 settimane, l’estensione delle indennità di disoccupazione, e un provvedimento ad hoc per i precari, in particolare i co.co.co che guadagnano 800 euro al mese e una indennità del 20% se perdono il lavoro, senza alcun ammortizzatore sociale. La Cgil propone un’indennità di 5-600 euro al mese che li avvicinerebbe alla cassa integrazione.

Anna Maria Bruni

fonte:http://www.dazebao.org

giovedì 29 ottobre 2009

A Bologna l'assemblea di 5 mila tuteblu

Si svolge a Bologna l'assemblea dei 5 mila delegati della Fiom. Hanno un compito difficile: decidere le iniziative da prendere dopo l'accordo separato tra Fim Uilm e Federmeccanica, rompere il silenzio dei media sulla crisi del lavoro.

Venerdì 30 ottobre si terrà a Bologna l’assemblea nazionale dei delegati e delle delgate della Fiom, il sindacato dei metalmeccanici della Cgil. Parteciperanno 5 mila persone. Scopo dell’assemblea è discutere e decidere le iniziative da prendere dopo la firma dell’accordo «separato» tra Federmeccanica, Fim e Uilm.
L’assemblea è stata convocata dal comitato centrale del sindacato che si è riunito il 20 ottobre, cinque giorni dopo la firma del contratto. La relazione introduttiva sarà del segretario generale Gianni Rinaldini e ai lavori prenderà parte il segretario generale della Cgil Guglielmo Epifani.
La Fiom ha definito l’accordo separato un «colpo di stato sindacale»: vi si oppone facendone prima di tutto una questione di democrazia, oltre che nel merito, perché i due sindacati di minoranza si rifiutano di sottoporre al voto degli operai, con un referendum, i contenuti del contratto che hanno firmato sulle loro teste.
L’assemblea deciderà dunque molto probabilmente di dare il via a una mobilitazione articolata e lunga. Che si annuncia, data la spaccatura con gli altri sindacati, il silenzio dei media [il 9 ottobre scorso, 250 mila operai in cinque piazze italiane sono stati cancellati anche dai giornali che lottano per la «libertà d’infomrazione»], la distrazione dei partiti e le assenze dei movimenti, difficile e faticosissima.
Come le iniziative di lotta radicali che hanno visto gli operai salire sulle gru, sui tetti, presidiare le fabbriche, incatenarsi ai cancelli: iniziative, queste, che sono state lette come «disperate» e «radicali». «La disperazione c’è sempre quando ci sono i licenziamenti – ha detto Gianni Rinaldini in un ampio articolo sull’assemblea che trovate su Carta settimanale in edicola proprio da domani 30 ottobre – ma io andrei piano a parlare di forme di lotta ‘radicali’. Perché affrontano dei veri e propri licenziamenti di massa, e questa è una realtà sconosciuta nel nostro paese. Dobbiamo risalire a decenni fa per ritrovare qualcosa di simile, quando per l’ppunto le fabbriche venivano occupate, e l’occupazione va oltre il presidio, che è la cosa che sta succedendo più frequentemente in questo momento. Non mi pare che ci siano state cose particolarmente clamorose, di fronte a dei licenziamenti così diffusi. Le iniziative come quelle della Innse non sono mai state isolate né solitarie, hanno avuto sempre il sostegno degli altri lavoratori. Sono state forme di lotta tra loro diverse, che sono servite a rendere visibile la drammaticità della situazione. I lavoratori stanno attuando forme di lotta che hanno un solo limite invalicabile, che è quello della violenza».
Come ha detto a Carta Bruno Papignani, segretario della Fiom di Bologna, l’accordo separato contiene in sé «un altro modello di sindacato: che non è legittimato dai lavoratori, ma solo dai padroni». Secondo Giorgio Cremaschi, il realizzarsi di questo modello «legittimato dai padroni» è stato reso possibile da diversi elementi. «Prima di tutto dalla crisi, che ha aperto uno spazio, e senza la quale una cosa del genere non sarebbe stata possibile. Poi dalla rassegnazione, perché è evidente che quel contratto è impresentabile: per gli aspetti normativi, per quelli economici, perché prima hanno detto ‘ridimensioniamo il contratto nazionale per fare più contratti aziendali’ e poi hanno inventato un sistema di vincoli sulla contrattazione aziendale che la rendono praticamente impossibile. Dietro c’è l’idea che il sindacato, in questa fase, possa solo accodarsi alla politica delle imprese e sperare in tempi migliori». Un’idea molto lontana dalle menti e dai progetti dei partecipanti all’assemblea di Bologna.

Rosa Mordenti

fonte:http://www.carta.org

Crisi Bulleri: una situazione ancora senza sbocchi. Il grido di allarme dei lavoratori

Sempre più drammatica la situazione degli operai della fabbrica di Cascina. Due imprenditori su tre hanno ritirato la proposta d'interesse. Il terzo spera nel prestito di Fidi Toscana per costruire un progetto industriale

In agosto tutti parlavano dei lavoratori della Bulleri, della fabbrica di Cascina messa in liquidazione senza motivo della proprietà. Alcuni giornali l'avevano chiamato l'INnse della Toscana, ma si sa che la crisi e la lotta per la difesa del proprio posto di lavoro e per la sopravvivenza di decine operai scompare presto dalla maggior parte della stampa, perché troppo spesso è scambiata per un fatto di colore, un evento quasi nostalgico che merita un po' di spazio ma le priorità sono altre.

Ma anche se non sei più sui giornali, non vuol dire che le difficoltà e i problemi sono stati risolti, anzi la realtà in molti casi diventa sempre più difficile. Ed è questo quello che sta avvenendo alla Bulleri. Un silenzio assoluto è caduto sulla vicenda dei lavoratori ed è questo una delle cose che fa più paura oggi agli stessi protagonisti: il senso di abbandono, e di solitudine.

Nel mese di settembre numerosi erano gli incontri, i tavoli, le trattative, i nomi di possbili imprenditori interessati a dare continuità a un sito produttivo di primissima qualità in Toscana. Dopo un mese, due dei tre soggetti interessati si sono ritirati e rimane un terzo gruppo che trova nella vecchia famiglia Bulleri il suo punto di forza. Questa cordata non ha però la liquidità necessaria per sostenere autonomamente neanche l'affitto del ramo d'azienda.

Il 9 ottobre in occasione dell'ultimo tavolo di lavoro svoltosi presso la Regioen Toscana, questi imprenditori cascinesi hanno presentato un prima bozza di piano industriale che, per avere però concretezza, necessita di un prestito da parte di Fidi Toscana, il soggetto coinvolto dalla stessa Regione per cercare di salvare la Bulleri. Ad oggi Fidi Toscana sta valutando questo progetto e nelle prossime settimane dovrebbe dare una risposta.

"Qui tutto tace - afferma Domenico Conti della Rsu della Bulleri. Noi lavoratori non abbiamo saputo più nulla né dal sindacato né dalle istituzioni. La nostra condiziona di vita quotidiana peggiora sempre di più: abbiamo toccato ormai il fondo. La cassa integrazione straordinaria non è ancora arrivata, e sembra che tutti ora ci abbiamo dimenticati e debbano fare altre cose".

"Siamo demoralizzati - prosegue uno degli animatori delle lotte alla Bulleri di queste mesi - quel patrimonio di professionalità che abbiamo cercato di difendere si sta disperdendo nel nulla. Perché nessuno fa qualcosa? Perché qualcuno non ci informa della situazione?"

Viste queste dichiarazioni del rappresentate dei lavoratori abbiamo sentito il sindaco di Cascina, Moreno Franceschini, per capire come stanno le cose: "A settembre la la ditta ha richiesto il concordato preventivo al Tribunale di Modena. Fino a quando però il concordato non è chiuso, è tutto bloccato. Il Tribunale deve indicare un soggetto che segua la vicenda del concordato, e si deve sciogliere il nodo della dichiarazione di fallimento o meno, in modo che chi subentra abbai chiaro se deve o meno rispondere dei debiti che sono a carico dell'azienda. Da parte nostra sollecitiamo il Tribunale a prendere un orientamento nel più breve tempo possibile, anche se siamo consapevoli che di norma una simile pratica richiede circa tre mesi. Perciò, entro fine anno o i primi di gennaio, dovremmo conoscere il pronunciamento. Anche se poi ogni caso ha la sua specificità e va valutato singolarmente. Questo potrebbe richiedere un tempo maggiore".

Per quanto riguarda gli imprenditori interessati, Franceschini conferma che "uno ha rinunciato, uno non ha fatto più sapere nulla e i Bulleri hanno elaborato un progetto che prevede la costituzione di una nuova società, la cui partenza però è vincolata al fatto che il piano industriale da loro presentato venga finanziato tramite un prestito da Fidi Toscana. Il capitale a disposizione di questi imprenditori non è molto, ma non mi pare che ci siano oggi altre alternative".

"Io capisco - prosegue il sindaco di Cascina - che vi sia preoccupazione tra i lavoratori. Voglio per questo essere molto franco proprio per non illudere nessuno: per adesso sbocchi sicuri non ce ne sono. Io mi auguro che l'unica proposta oggi in campo possa andare in porto, ma ripeto: allo stato attuale sono anche io molto preoccupato perché non vedo soluzioni".

Le stesse notizie e preoccupazioni vengono confermate dalla Fiom-Cgil: "Due pretendenti si sono ritirati - ci racconta Natascia Merola della Fiom - e in ballo sono rimasti solo i vecchi Bulleri che, per quanto sappiamo, hanno proposto alla Regione un piano industriale che è al vaglio ora di Fidi Toscana per un prestito. La liquidità necessaria è ingente, anche perché i debiti contratti dall'attuale proprietà dell'azienda sono molto cospicui"

"Noi - proseggue la Merola - ancora non abbiamo visto questo progetto che ha in mano solo Fidi Tosana. Ma si tratta di qualcosa di intangibile: se Fidi Toscana non concede il prestito, il piano industriale non esiste. Tuttaavia, entro una settimana Fidi dovrebbe dare una risposta. In caso positivo, sembra che i Bulleri costituirebbero una società non per acquistare l'azienda ma per concordare una forma d'affitto. Anche un'operazione simile, però, non ha tempi brevi.Se però anche questa ipotesi dovesse andare male, l'unica soluzione da percorrere è quella della cooperativa dei lavoratori"

Per quanto riguarda la situazione tra i lavoratori, la sindacalista della Fiom evidenzia come "il clima vada peggiorando perché il tempo passa e ancora non c'è una soluzione concreta. Inoltre, il silenzio che è piombato su questa vicenda fa paura, nessuno più parla della situazione dei lavoratori della Bulleri. Tra l'altro, ancora per la cassa integrazione straordinaria manca l'approvazione ministeriale in quanto al Ministero del Lavoro sono indietro di tre mesi su tutte le pratiche. La domanda di cassa integrazione straordinaria per la Bulleri è stata presentata il 30 luglio, per cui speriamo che a giorni anche su questo fronte la cosa si possa sbloccare. Da parte nostra organizzeremo il 7 di novembre un pranzo di solidarietà."

Leggi anche:

- Bulleri: vicini ad una soluzione

- Bulleri, Franceschini: "occorre arrivare in tempi brevissimi a una soluzione"

- Bulleri: settimana decisiva per le sorti della fabbrica e dei lavoratori

- Bulleri: rinviata l'asta

- Bulleri: fermato il pignoramento, c'è il pericolo delle aste

- Guarda il video del presidio contro il pignoramento


fonte: http://www.pisanotizie.it

FIOMinforma Novembre 2009



2009-03_Novembre.pdf (3229 KB)


fonte:http://www.fiom.bergamo.it

Metalmeccanici, 30/10 assemblea nazionale Fiom

Cinquemila attesi delegati a Bologna, ci sarà anche il segretario generale della Cgil Guglielmo Epifani

Si terrà venerdì 30 ottobre a Bologna l’assemblea nazionale dei delegati metalmeccanici annunciata nei giorni scorsi dalla Fiom Cgil. All’incontro parteciperanno 5mila delegate e delegati Fiom provenienti da imprese metalmeccaniche di tutta Italia.
Scopo dell’assemblea,è quello “di definire le iniziative attraverso cui dare seguito all’azione condotta dalla Fiom, a tutela del contratto nazionale della categoria, dopo l’accordo separato che è stato siglato con Federmeccanica, il 15 ottobre scorso, dalla Fim Cisl e dalla Uilm Uil. La relazione introduttiva sarà svolta dal segretario generale della Fiom, Gianni Rinaldini. Ai lavori dell’assemblea prenderà parte il leader della Cgil, Guglielmo Epifani.
L’appuntamento è per le ore 10 al Pala Dozza (piazza Azzarita, 8). Si prevede che i lavori dell’assemblea, che saranno aperti alla stampa, termineranno attorno alle ore 14:30.

fonte:http://www.rassegna.it/

mercoledì 28 ottobre 2009

Ciò che resta dell Alfa di Arese finisce a Torino

Una lunghissima e gloriosa storia industriale chiusa con un tratto di penna. Parliamo dello stabilimento dell'Alfa Romeo di Arese, alle porte di Milano. Da un anno Fiom Cgil e lavoratori - ormai pochissimi, rispetto al passato: solo 229 - chiedevano si conoscere i piani della Fiat sul futuro dell'impianto. Ieri un breve comunicato del Lingotto ha dato la risposta: trasferimento a Torino del Centro Stile, della Sperimentazione e della Progettazione, a partire dal 4 gennaio 2010. Se si vuol conservare il lavoro, bisognerà trasferirsi. Per i 91 dei 113 dipendenti Powertrain, invece, cassa integrazione fino al 21 febbraio. Restano nel sito solo gli 80 dipendenti degli enti commerciali e i 500 del call center.
Finisce così la parte industriale vera e propria di questo sito, con la dispersione completa di uno straordinario patrimonio di competenze e professionalità nell'arco di un ventennio. Arese aveva aperto all'inizio degli anni sessanta, quando l'Alfa Romeo si trasferisce dal Portello di Milano ad Arese. Uno stabilimento all'avanguardia, progettato dall'architetto Cardella. Qui prende vita uno dei modelli più famosi di quei tempi, la Giulia, nasce ad Arese nel 1962: si inizia con la sola carrozzeria e a poco a poco si trasferisce lì tutta la meccanica.
I dipendenti arrivarono ad essere anche 20.000, e sono stati protagonisti sia dell'«autunno caldo» che di tutta la stagione conflittuale degli anni '70. Di proprietà statale, l'Alfa entrò in crisi dopo lo shock petrolifero del 1973 e la defenestrazione dell'amministratore delegato Giuseppe Luraghi. L'acquisto da parte della Fiat, nel 1986, sembrò portare per un po' la «ripresa». Poi il cambio di strategia, con il trasferimento dei modelli del marchio Alfa su altri stabilimenti. Ora, per Arese, viene scritta la parola fine.
Silenzio completo da parte della Regione Lombardia. Domani, nella sede di Assolombarda, si terrà il primo incontro tra le parti per discutere di questo «piano industriale» presentato dalla casa torinese. Un piano definito fin d'ora «inaccettabile» da lavoratori e sindacato.

Fr. Pi.

[Articolo il manifesto del 28/10/2009]

fonte:http://www.ilmanifesto.it/

Processo Thyssen-Krupp: udienza del 27 Ottobre

Quella di oggi è la seduta nella quale avrebbero dovuto deporre i due imputati tedeschi: nella realtà sia Gerhard Prignitz sia Harald Hespenhan si limitano a leggere una dichiarazione con la quale rifiutano, a causa della mancanza di un interprete e della loro pretesa scarsa confidenza con la lingua italiana, di sottoporsi all'esame e si avvalgono della facoltà di non rispondere, riservandosi per il futuro di depositare memorie e rilasciare ulteriori dichiarazioni spontanee.La Corte, preso atto della disponibilità degli imputati a rispondere agli addebiti loro contestati, ed in ossequio al principio del diritto per qualunque imputato alla miglior difesa possibile, dispone - dopo una breve Camera di consiglio, apertasi alle ore 9:50, di circa 30 minuti - il rinvio dell'ascolto dei due imputati all'udienza di mercoledì 4 novembre prossimo, e dispone che sia nominato un interprete.
Che questo fosse l'esito scontato delle audizioni di Hespenhan e Prignitz lo dimostra il fatto che il collegio della difesa - nella persona dell'avvocato Anglesio - informa la Corte di aver convocato per oggi anche altri quattro testimoni, di cui tre sono presenti: è del tutto evidente che, se i due tedeschi avessero deciso diversamente circa la loro deposizione, certamente gli altri quattro avrebbero dovuto ritornare per rilasciare le loro deposizioni nel corso di un'altra udienza.
Conclusa la vicenda clou della giornata, si alternano sulla sedia dei testimoni i tre di cui sopra:
Antonino Miceli - primo addetto della linea cinque dal 1989 fino al giorno dell'eccidio, Angelo Paolino - carropontista addetto al carico e allo scarico della linea, e Leonardo Verde - negli ultimi anni primo addetto alla linea cinque, attualmente (dal 30 agosto 2007) trasferito nello stabilimento di Terni.Sia il primo che il terzo, interrogati dall'avvocato Anglesio, mostrano una notevole sicurezza nel fornire le risposte, mentre la stessa sicumera svanisce - fino a diventare titubanza e reticenza - al momento delle repliche delle parti civili (Poli, Lamacchia e Bonetto) e, nel caso del Verde, del pm Francesca Traverso. In particolare sia il Miceli sia il Verde cadono in alcune contraddizioni per ciò che concerne il pulsante di emergenza, il suo utilizzo, ed il piano di emergenza presente nella fabbrica; il clima diventa particolarmente teso quando, verso la fine della deposizione dell'ultimo testimone, l'avvocato Audisio - resosi conto che il suo "pupillo" si trova sempre in maggiore difficoltà - si oppone a tutte le domande del pm Francesca Traverso.
Alle ore 12:05 termina l'ultima deposizione, e la Corte - preso atto dell'assenza di altri testimoni - si aggiorna al 4 novembre.

Stefano Ghio

fonte: http://www.assemblealavoratori.it

Dante De Angelis, RLS Trenitalia, vince la vertenza contro il padrone che lo aveva licenziato



Dante De Angelis macchinista TRENITALIA licenziato il 15 agosto 2008 per aver rilasciato delle innocue dichiarazioni come rappresentante sindacale sulla sicurezza, dove in sostanza si diceva che "alla luce dei recenti avvenimenti si può sospettare una carenza di manutenzione o qualche difetto progettuale..." riammesso al lavoro in primo grado di giudizio dal giudice che riequilibria la libertà di espressione così duramente repressa, spece quando questa è rivolta a garantire la sicurezza di tutti.

fonte:http://www.youtube.com/user/trenosicuro#p/a

GKN Firenze: documento unitario sulla democrazia sindacale

La R.S.U.della GKN Driveline Firenze s.p.a., in rispetto di tutti i lavoratori, tesserati e non, esortano le Segreterie Nazionali dei sindacati Fiom-Cgil, Fim-Cisl, Uilm-Uil ad effettuare sempre il corretto percorso democratico per la validazione degli accordi nazionali, di modo da permettere a tutti i lavoratori di votare in maniera vincolante su le questioni che li riguardano.Nel caso specifico la R.S.U. della GKN Driveline Firenze s.p.a. denuncia la non presentazione della piattaforma Fim-Uilm del rinnovo del CCNL del settore metalmeccanico e d’istallazione d’impianti, ed esortano Fim-Cisl e Uilm-Uil a rimettere l’ipotesi d’accordo del 15 ottobre scorso per il rinnovo del CCNL in scadenza il 31 dicembre prossimo, al voto vincolante di tutti i lavoratori del settore su tutto il territorio nazionale, iscritti e non iscritti.
Fiduciosi di un Vostro recepimento ed in attesa di un Vostro riscontro, porgiamo distinti saluti.

R.S.U. Fiom Fim Uilm GKN Driveline Firenze

fonte:http://www.rete28aprile.it

Comunicato R28A Sardegna in merito all'accordo Eni - OO.SS

Si è svolta venerdì 23 ottobre presso la CdL di Oristano la riunione del gruppo di continuità regionale della R28A della Sardegna. Il dibattito incentrato sul prossimo congresso della Cgil e sulle scelte della nostra area, non poteva ignorare la difficile situazione di crisi economica e politica nella quale versa la Sardegna, con particolare riferimento al polo petrolchimico di Porto Torres e all’intesa sottoscritta il 19 ottobre tra Eni e anche la categoria dei chimici nazionale e regionale della Cgil, ma non dalle strutture provinciali e senza alcun mandato democratico da parte dei lavoratori direttamente interessati.
Nei giorni precedenti all’incontro i lavoratori del petrolchimico di Porto Torres hanno proposto di fare un’assemblea per discutere nel merito, anche con il livello nazionale, i piani presentati dall’Eni, ritenendo inopportuna la partecipazione a quell’incontro e chiedendo il rispetto degli accordi di luglio.
Nemmeno con l’occupazione della Torre Aragonese da parte di cinque lavoratori (chimici, metalmeccanici ed edili) che operano nel petrolchimico di Porto Torres è stata accolta la legittima richiesta di assemblea e sia la Filcem nazionale che quella regionale hanno partecipato all’incontro e sottoscritto un’intesa non voluta dai lavoratori.
La Rete 28 Aprile della Sardegna ritiene quanto avvenuto estremamente grave, in quanto sono state totalmente ignorate le ragioni dei lavoratori e la loro volontà, scavalcando il livello territoriale che di quelle richieste si è fatto portavoce e comportando le dimissioni del Segretario Generale della CdL di Sassari Antonio Rudas.
Senza alcun mandato democratico è stato sottoscritto un accordo che, come afferma Rudas, “sancisce la chiusura dello stabilimento Turritano senza nessuna valida contropartita” e che incontra, oltre alla contrarietà della Cgil di Sassari, anche quella delle amministrazioni locali.
Il Consiglio provinciale di Sassari, in un apposito ordine del giorno, “prende atto con grande contrarietà che è stata firmata un’intesa tra l’ENI e le rappresentanze sindacali nazionali dei chimici sul destino del Nord Ovest della Sardegna e dell’area industriale di Porto Torres, in totale dispregio della posizione e delle indicazioni dei legittimi Rappresentanti dei cittadini negli enti locali e delle OOSS del territorio”.
Il deposito di prodotti petroliferi per l’intero bacino del mediterraneo è finalizzato alla cessazione di qualsiasi attività produttiva con la conseguente perdita di numerosi posti di lavoro e sacrifica ulteriormente il territorio e il mare che saranno investiti da un ingente traffico di navi petroliere a danno di un diverso modello di sviluppo compatibile con l’ambiente.
Bene hanno fatto la Filcem e la Cgil di Sassari a non partecipare alla trattativa e, assieme alla Fiom e alla Fillea (altre categorie presenti nel petrolchimico) sostenere la lotta dei lavoratori e dei propri iscritti da cinque giorni e cinque notti sulla torre.
Scelte così importanti per tutto il tessuto socioeconomico del nord Sardegna non possono essere calate dall’alto sulla testa dei diretti interessati, l’accordo deve essere sottoposto a referendum tra tutti i lavoratori del petrolchimico, per dire NO ai licenziamenti e alla ulteriore distruzione del nostro territorio. Bisogna bocciare con forza “l’accordo porcheria” e proclamare lo sciopero generale della provincia.
Bisogna riprendere le lotte che in quest’anno hanno visto protagonisti i lavoratori dei Porto Torres, ma anche quelli del Sulcis, di Nuoro, degli insegnati precari, degli studenti e di tutto il popolo sardo.

Sassari 27 ottobre 2009
Rete 28 Aprile Sardegna

fonte:http://www.rete28aprile.it

Non c'è fine all'inganno .Vediamo cosa contiene l’accordo separato

Salario: dal lordo al netto, quando anche i numeri parlano




La piattaforma della Fiom ha rivendicato 130 € medi di aumento mensile dal 3° al 5° livello per il biennio 2010-2011, con la richiesta di detassazione dell’aumento salariale nazionale e che tale aumento sia corrisposto anche nei periodi di Cassa integrazione.




PuntoFiom Contratto n.3 NON C’E’ FINE ALL’INGANNO. Vediamo cosa contiene l’accordo separato



fonte:http://www.fiom.cgil.it

martedì 27 ottobre 2009

E' scontro frontale tra la Fiom e le altre sigle sindacali




Il sindacato dei metalmeccanici: “isolato non è chi è con i lavoratori ma chi può solo guardarne a distanza il corteo per poi mistificarne metodi e contenuti”


La rottura tra la Fiom e le altre sindacali, che sommate insieme rappresentano circa il 20% di tutti i metalmeccanici, è totale. Pesanti sono, infatti, le polemiche all'indomani delle manifestazioni di protesta avvenute nelle maggiori fabbriche del territorio provinciale pisano e che hanno visto in tutti gli stabilimenti oltre l'80% di adesioni allo sciopero con cortei e blocchi stradali.

La mobilitazione non è piaciuta a Fim, Uilm e Ugl che negli scorsi giorni hanno attaccato duramente queste manifestazioni. La Fiom però non si fa intimidire e, forte degli ampi consensi che ha nelle fabbriche, ha risposto con una nota alle accuse che le sono state rivolte

"Ci hanno insegnato - scrive la Fiom-Cgil di Pisa - già da molto tempo che anche nel mondo sindacale non bisogna mai stupirsi o meravigliarsi di niente e di nessuno, ma con sincerità, lo dobbiamo ammettere, in alcuni casi o circostanze, è difficile accettare questo insegnamento. E' questo lo stato d'animo, infatti, che si prova a leggere l'ultimo volantino a firma della Uilm di Pisa con il titolo "vergogna": l'ennesimo esempio da parte di chi lo ha scritto di una non comune abilità nel rovesciare la realtà e vestire i panni del martire. Come definire in altro modo una situazione in cui si strumentalizzano dei fischi di contestazione in una pacifica manifestazione (peraltro seguita da vicino dalle forze dell'ordine, che qui intendiamo nuovamente ringraziare) di dissenso rispetto all'ennesimo atto di rottura sindacale contro la Fiom e di arroganza nei confronti delle lavoratrici e dei lavoratori metalmeccanici".

Il sindacato ritorna così a spiegare i motivi della propria assoluta contrarietà all'accordo separato: "Fim e Uilm disdettano, unilateralmente, il contratto nazionale dei metalmeccanici due anni e mezzo prima della sua naturale scadenza e presentano una nuova piattaforma per il rinnovo del contratto, recependo le regole del nuovo modello contrattuale e quindi peggiorando, di fatto, le condizioni normative e salariali dei lavoratori, con l'aggravante che anche questo avviene senza chiedere il parere di tutti i lavoratori interessati".

Sulla base di queste motivazioni la Fiom ha ritenuto giusto sostenere la mobilitazione dei lavoratori "dei quali non solo si pensa di espropriare il diritto ad esprimersi su accordi che li riguardano, ma si vorrebbe anche che fossero supini e subalterni ad una concezione della democrazia questa sì figlia dello squadrismo e di chi non avendo argomenti per accettare un confronto aperto cerca di criminalizzarne il dissenso. La Fiom-Cgil sarà con le proprie posizioni sempre al fianco dei lavoratori perché possano esprimersi anche quando in disaccordo con le stesse posizioni di questa organizzazione".

Ma la Fiom ritorna anche sui recenti avvenimenti alla Piaggio di Pontedera e dell'Asso Werke a Fornacette che hanno suscitato formi polemiche soprattutto con il segretario della Uilm, Casati: "Stravolgere i fatti è un'operazione semplicemente disgustosa che cerca di coprire goffamente la mancanza assoluta di altri argomenti. Un'operazione abilmente costruita da chi è uso provocare (come definire altrimenti l'incursione effettuata mentre il corteo della Piaggio era ben lontano da sedi sindacali, o la scelta di svolgere un'assemblea in concomitanza con lo sciopero dell'Asso Werke) per poi passare da vittima. Ed infine, a chi parla di squadrismo è bene ricordare che anche nella più aspra polemica politica non è certo atto di rispetto e di civiltà aggredire a parole, indicandone nome e cognome, persone che la pensano diversamente. Questa è piuttosto una triste abitudine degli anni del terrorismo con la quale si tendeva ad intimidire quelle persone per isolarle. Ma isolato non è chi è con i lavoratori, ma chi può solo guardarne a distanza il corteo per poi mistificarne metodi e contenuti".

Francesco Auletta


fonte:http://www.pisanotizie.it

Cgil, congresso a Rimini la prima settimana di maggio

Il congresso della Cgil si terrà la prima settimana di maggio a Rimini.Lo annuncia il segretario generale, Guglielmo Epifani. “Stiamo lavorando ai testi - dichiara -, Rimini è confermata e il periodo sarà grosso modo la prima settimana di maggio”. Probabilmente, secondo quanto si apprende, il 4-5-6 maggio. La data precisa verrà definita nel direttivo del 9 e 10 novembre, che ha all'ordine del giorno c'è infatti il regolamento congressuale, luogo, date e documento politico.

fonte:http://www.rassegna.it

InformaCongresso n. 3 - Presentato un documento che chiede un congresso di svolta

Nella riunione della commissione politica del 26 ottobre, 6 compagne e compagni hanno presentato un proprio documento. Quel testo non rappresenta ancora un documento congressuale, ma pone una domanda precisa al gruppo dirigente della Cgil.Essa è: abbiamo fatto tutte le scelte giuste e possiamo continuare così, o proprio alla luce dello scontro sul sistema contrattuale e sulla politica economica del governo, c’è molto da cambiare? Il documento, in sintesi, esprime un giudizio critico sulle scelte della Cgil dopo l’accordo separato. Si sottolinea come dopo la gravità di quella scelta, le risposte non sono state adeguate o, come dopo la manifestazione del 4 aprile, non hanno avuto un reale seguito.
Quel documento chiede quindi, come hanno scritto in premessa i firmatari, un congresso di svolta e, ove questa richiesta non sia accolta, prepara un documento alternativo a quello sostenuto dalla maggioranza del gruppo dirigente confederale.
A questo punto il percorso verso un congresso a due documenti contrapposti è iniziato. Formalmente sarà solo il Direttivo del 9 e 10 novembre a definire le posizioni e gli schieramenti, ma nella sostanza essi si stanno già delineando.
Il documento presentato da 6 firmatari si intitola “La Cgil che vogliamo” ed è aperto a interventi e contributi esterni alla commissione politica. E’ stato infatti aperto un apposito sito (www.lacgilchevogliamo.it).
Le firme che accompagnano questo testo sono indicative di esperienze e posizioni nella Cgil molto articolate fra loro. Si definisce, così, un confronto tra schieramenti congressuali che non è più riconducibile ai precedenti congressi. In particolare è chiaro che se verrà confermata l’adesione a un documento alternativo dei segretari generali della Funzione Pubblica, della Fiom e del Credito, oltre che da parte di diversi dirigenti confederali, di categorie e camerali, ci troveremo di fronte a uno schieramento e a una proposta in grado di incidere profondamente nel confronto congressuale. La Rete28Aprile, con una sua apposita consultazione, ha scelto di partecipare alla costruzione di un documento alternativo con tutte queste esperienze e gruppi dirigenti. Naturalmente tutto questo dovrà essere verificato nel concreto dei testi e delle loro proposte. Per la Rete la svolta consiste in tre scelte fondamentali. Il rilancio della piena autonomia di contrattazione e di esperienza nel sindacato, sulla scia delle scelte contrattuali dei metalmeccanici della Fiom. Il vincolo assoluto pieno della democrazia sindacale, la piena indipendenza dalle forze e dagli schieramenti politici. Tutti questi saranno comunque temi centrali del prossimo congresso.

fonte:http://www.rete28aprile.it

Eutelia: 1200 fuori

Per 1200 lavoratori di Agile-Eutelia le lettere di licenziamento sono partite giovedì scorso. I 6500 dipendenti del gruppo Phonemedia, da mesi senza stipendio, ieri hanno scioperato per l'intera giornata. Diverse centinaia di lavoratori, dipendenti di vari call center, lamentano ritardi nel pagamento degli stipendi oltre alla mancanza di prospettive industriali. In tutto: più di 10 mila lavoratori a rischio.
Si tratta di storie, e soprattutto di aziende diverse, che in comune hanno però l'essere entrate nell'orbita di un unico soggetto: Omega, società romana attiva nel settore dei call center. Queste aziende, dal momento in cui sono transitate in Omega, sono passate da una fase di difficoltà (per molte, legata alla «crisi») al rischio di una rapida liquidazione. Denuncia la Fiom: «Il gruppo Omega conta quasi 10 mila lavoratori e nei confronti di tutti sono stati accumulati ritardi di diversi mesi rispetto al pagamento delle loro retribuzioni».
Che dietro a Omega (il cui assetto proprietario peraltro neppure i sindacati sono stati in grado fin qui di ricostruire con esattezza) si nasconda un contenitore finalizzato alla messa in liquidazione di aziende, è un sospetto che prende corpo ogni giorno di più. Soprattutto da quando, il 13 ottobre scorso, è stata battezzata alla camera di commercio di Milano una nuova società, di nome Libeccio, controllata da due fondi inglesi, e dove confluiranno sia Agile che Omega. Con il rischio, ben esemplificato ultimamente dalla vicenda Nortel, che ai «licenziamenti di massa», si aggiunga la pretesa di farli applicando il diritto anglosassone. Molto più 'amico' naturalmente di quello italiano.
È una storia che presenta più ombre che luci. I 1200 licenziamenti di Agile-Eutelia, ufficializzati il 22 ottobre (in prima copia, denunciano i sindacati, su carta non intestata e con una firma non riconoscibile), confermano i timori e i sospetti avanzati da tempo dai sindacati. Che, cioè, la cessione di ramo d'azienda - quello dell'Information technology - da parte di Eutelia ad Agile e poi subito dopo a Omega, celasse null'altro che un «licenziamento di massa mascherato». Oggi sappiamo che di un licenziamento di massa si tratta: 1200 lavoratori su un totale di quasi 2000 lavoratori rappresenta il 65% della forza lavoro. «Ad appena quattro mesi dallo scorporo diventa evidente l'unico motivo dell'operazione avviata da Eutelia, quella cioè di scaricare costi e debiti sulla pelle dei lavoratori e della collettività», dice Fabrizio potetti (Fiom).
Sulla vicenda di Eutelia, società aretina attiva dal 1999 e che dal 2006 ha acquisito quel che restava di Olivetti, è in corso un'inchiesta della magistratura. Sommersa dai debiti, e sull'orlo della bancarotta, l'azienda dal gennaio 2009 è di fatto commissariata dalle banche creditrici: Intesa e Monte dei Paschi di Siena (che da sola è creditrice di 25 milioni di euro), in cima alla lista. È in quel momento che viene decisa la «cessione di ramo d'azienda» di tutto il settore dell'It, prima ad Agile (società partecipata al 100% dalla stessa Eutelia) poi, a giugno scorso, ad Omega.
Da giugno in poi i lavoratori hanno smesso di percepire gli stipendi (tanto è vero che Agile è rimasta sprovvista del patentino di regolarità contributiva per partecipare ai bandi pubblici, il Durc), le attività della società si sono praticamente fermate, i fornitori hanno smesso di essere pagati. Ultimo atto, la settimana scorsa, con le lettere di licenziamento. Non solo: Eutelia ha ceduto sì i lavoratori, ma si è tenuta beni e commesse. Tra i beni, c'è per esempio la sede milanese della società (a Pregnana) che trovandosi in area Expo vale un sacco di soldi. Quanto alle commesse, nei giorni scorsi è stato lo stesso ministero dell'interno, titolare di una commessa plurimilionaria, a confermare il fatto che queste sono rimaste in capo a Eutelia. Una cessione di ramo in cui si cedono lavoratori ma non il lavoro è una presa in giro. Una dele ipotesi sul campo è che si sia trattato di un tentativo, da parte delle banche creditrici, di ripulire una società dei suoi lavoratori, per renderla 'appetibile', mettere sul mercato il valore reale della rete di fibra ottica (13 mila km) che Eutelia possiede, e rientrare così dei propri debiti.
Lavoratori e sindacati non vogliono sentire parlare di ammortizzatori sociali e puntano a mettere in questione «la cessione di ramo». Chiedono l'intervento della presidenza del consiglio dei ministri, «per affrontare una situazione che rischia di diventare ingestibile». I diversi incontri con la proprietà di Omega nei ministeri competenti non hanno prodotto risultato alcuno. E lo stesso copione si è ripetuto ieri per quanto riguarda Phonemedia, 6500 dipendenti in tutta Italia, senza stipendio da mesi: l'azienda non si è neppure presentata al tavolo. E parliamo sempre di Omega.

Sara Farolfi

[Articolo il manifesto del 27/10/2009]

fonte:http://www.ilmanifesto.it/

La verità di Dante

Allontanato per una critica, riassunto dal giudice: dopo aver denunciato problemi di sicurezza sui treni ad alta velocità il macchinista Dante De Angelis era stato cacciato. Gli era già successo nel 2006, per il rifiuto di guidare un eurostar con il «pedale a uomo morto»

Dante dice la verità. Le Ferrovie dello stato no, almeno questa volta. Tema della controversia: quei treni superveloci - gli eurostar (Etr) - che si spezzano ogni tanto in manovra (e in un caso, di sicuro, anche in marcia). Luogo della sentenza: il tribunale del lavoro di Roma, che ieri mattina ha riconosciuto le ragioni del macchinista e ordinato il suo reintegro sul posto di lavoro.
Già, perché Dante De Angelis era stato licenziato a metà agosto dello scorso anno. La sua colpa: aver parlato con la stampa, in qualità di coordinatore nazionale dei delegati rls («responsabili della sicurezza», eletti dai lavoratori). Gli chiedevano del perché quei treni si rompessero con tanta facilità; e lui aveva evocato «problemi riguardanti gli Etr e relativi a manutenzione, controlli sulla manutenzione e usura». Non aveva nemmeno detto che queste fossero «le cause» di quegli incidenti; ma semplicemente che diversi «problemi» erano stati riscontrati proprio su quelle macchine. Se si rompe un gancio d'acciaio che deve tenere uniti due gruppi di vagoni, del resto, ci deve essere qualcosa che non va nei materiali, o nel modo di verificarne la tenuta. Scegliete voi la parola che descrive meglio le possibili «cause».
Ieri mattina viale Giulio Cesare ha ospitato alcune centinaia di ferrovieri venuti da tutta Italia per sostenere il proprio collega e rappresentante. Sapevano che l'eventuale conferma del licenziamento avrebbe comportato per tutti loro «l'obbligo di silenzio ed obbedienza» all'azienda. Un pullman era stato organizzato da Viareggio, teatro il 29 giugno della più grave sciagura ferroviaria degli ultimi decenni. E si era anche rotto per strada, costringendo tutti a scendere e spingere per rimetterlo in moto. Ma sono arrivati lo stesso.
Due blindati di polizia davanti al portone. Ma tranquilli. Al primo piano, le stanzette dei giudici del lavoro. In genere sufficienti ad ospitare il magistrato, un cancelliere, gli avvocati delle due parti. Ma Fs si è presentata con una pattuglia di legali («quasi un'ammissione di essere nel torto»), mentre per il macchinista c'erano «soltanto» il principe dei giuslavoristi - Piergiovanni Alleva - e l'altrettanto bravo Pierluigi Panici. Due che condividono le tue ragioni, prima ancora di sfoderare la competenza specialistica. Poi ci sono un'altra trentina di ferrovieri che ascoltano in religioso silenzio, con «ambasciatori» che ogni tanto partono per andare a riferire a quelli in strada.
Attendono fiduciosi. È la seconda volta che Dante viene licenziato. E dànno per scontato che ce ne sarà una terza. La prima, nel 2006, perché si era rifiutato di guidare un eurostar dotato di meccanismo Vacma, il famigerato «pedale a uomo morto» introdotto una prima volta al tempo del fascismo come «misura di sicurezza» che doveva permettere di far viaggiare i treni con un solo macchinista anziché due. Meccanismo che era stato dichiarato non solo «inutile», ma addirittura «dannoso» da un'analisi condotta dall'Asl emiliana. Il dover spingere su un pedale ogni 55 secondi, infatti, distrae il macchinista dalla guida. Al massimo può registrare se è svenuto («uomo morto»). Anche in quel caso sarebbe finita con il reintegro, se l'azienda non avesse capito per tempo di aver commesso un grave errore, finendo per offrire una «transazione giudiziaria» che riammetteva comunque Dante al suo posto. Curiosamente, nella memoria allegata a questa nuova causa, quella decisione autonoma viene addebitata a imprecisate «fortissime pressioni esterne».
Allora c'era un governo di centrosinistra, sembrano ammiccare gli avvocati di Mauro Moretti, attuale amministratore delegato del gruppo Fs ed ex segretario nazionale della Filt-Cgil (passaggio ora abolito dal curriculum ufficiale sul sito Fs). Adesso... Adesso è rimasta la legge e un folto gruppo di sindacalisti che - pur avendo in tasca la tessera di sindacati differenti - si batte come un sol uomo per evitare che lo sfascio programmato delle ferrovie pubbliche; «autorganizzati» persino contro la propria volontà, visto che tutti i sindacati - meno l'Orsa e il più piccolo SdL - hanno pervicacemente rifiutato di fare qualsiasi cosa perché Dante venisse reintegrato «con la lotta, prima ancora che con la legge».
Un groviglio non complicato di ragioni che evidenziano come il licenziamento di Dante fosse un gesto principalmente politico: licenziane uno per render mansueti gli altri 81.000 (erano 220.000, qualche anno fa). Lo proverebbe l'arrivo dello stesso Mauro Moretti - secondo alcune testimonianze raccolte poco dopo - venuto di persona a recuperare Domenico Braccialarghe, direttore delle «risorse umane» e sconfitto capodelegazione Fs in questa causa di lavoro. I ferrovieri lo riconoscono da lontano, qualcuno ipotizza «sarà venuto a vedere il colore dei calzini del giudice».
«Abbiamo vinto!», gridano già nel corridoio al primo piano i primi che hanno sentito recitare la sentenza, stesa in una mezz'ora dal giudice Conte. Per le motivazioni ci sarà da attendere, come sempre, ma «il dispositivo» è chiarissimo: Dante torna al lavoro. In strada si grida, si applaude, si attende che «il compagno e il collega» lasci il tribunale. Ezio Gallori, anima dei macchinisti fin dagli anni '50-'60, non ha smesso per tutta la mattinata di parlare nel megafono, ricordando ora le sciagure ferroviarie in cui sono morti tanti macchinisti, normali ferrovieri, passeggeri; ora gli episodi salienti di un conflitto aziendale e politico che risale alla nascita stessa della strada ferrata. E che fa capire perché questa categoria sia stata fondamentale - e se ne ricorda - nella nascita del movimento operaio. Perché non solo «lavorava», ma insieme alla sua gente faceva «viaggiare anche le notizie» nei posti più sperduti della penisola.
Volano gli applausi per gli avvocati, naturalmente, che immaginano già il contenuto di merito della sentenza: «sarà bellissima, perché parlerà della libertà di espressione». E del rispetto delle responsabilità - se si è stati eletti per ricoprire un ruolo. Si piange e si ride come in qualsiasi festa popolare, senza ritegno e senza vergogna. È il volto pulito di una gens che quasi sembra estranea a questa Italia incarognita, tra escort e viados, nella frotta di «elementi presi dalla società civile» e precipitati sulle poltrone del potere; ovvero senza alcuna esperienza e perciò autorizzati a «farsi gli affari propri» sotto controllo altrui. Anche i carabinieri, dopo un po', sorridono. Forse hanno capito e solidarizzano. Forse si è allentata anche per loro quel minimo di tensione legata all'incertezza di una sentenza tanto «partecipata».
Alla fine esce anche Dante. Lo issano sulle spalle, gli passano il megafono, ringrazia tutti. Il primo pensiero, con la voce calma di chi odia la retorica, è per i morti di Viareggio. La «sicurezza» non è una parola da declinare con le manette (succede in italiano, mentre in inglese, per esempio, si distingue tra safety e security; qui si parla della prima). Ma questa è una giornata di «vittoria», anche per questo giornale, che ha dato il suo piccolo contributo. C'è da far sapere che non è detto si debba perdere sempre davanti a un «padrone» che non accetta contraddittorio. Poi, da domani, si ricomincerà a lavorare. Perché questi sono ferrovieri e sanno che ogni giorni si riparte.

Francesco Piccioni

[Articolo il manifesto del 27/10/2009]

fonte:http://www.ilmanifesto.it/

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