Ci provano a spiegarlo Botti e Saccoman di Lavoro e società con un articolo ma le loro argomentazioni non reggono. Proviamo a vedere il perchè .......
Come sempre, per motivare le proprie proposte, si parte da una analisi della crisi. L'analisi di Botti e di Saccoman è condivisibile anche perchè descrive cose ovvie e scontate per chi, quotidianamente, nei luoghi di lavoro e nella società, è oggi impegnato a resistere contro lo sfascio della crisi e ed all'offensiva padronale.
Semmai è giusto notare come la loro analisi sia ancora ottimistica, non già nel descrivere la crisi ed i rischi che questa comporta, quanto nel metterne a fuoco la portata.
Certo è che questa crisi non è affrontabile contrapponendo ai modelli padronali altri modelli macroeconomici (di tipo Keynesiano ad esempio) che abbiano più a cuore i destini del mondo del lavoro poichè questa è una crisi strutturale (che trascinatasi dalla fine degli anni 70 arriva oggi alla sua resa dei conti) del processo di valorizzazione del Capitale che incontra il suo limite estremo .... la crisi da sovraproduzione.
Una crisi che per le sue caratteristiche il capitale non può pensare di superare se non imponendo un maggiore e più pesante livello di subordinazione del lavoro (in generale) al capitale (in generale). Una subordinazione che non può essere solo formale ma anche sostanziale e quindi ottenibile solo attraverso interventi coercitivi di cui l'affermazione del modello neocorporativo di società rappresenta il perno.
Come ovvio un modello neocorporativo non può affermarsi con l'attuale Costituzione (che lo contraddice esplicitamente in ogni suo passaggio) e non può affermarsi con una (anche se residuale, viste le sconfitte di questi anni) struttura contrattuale unitaria.
E' per questo che l'interesse di Capitale è oggi orientato, non già a dare qualche euro in meno ai lavoratori, ma alla distruzione della Costituzione e del residuale modello sindacale contrattuale e partecipativo, obiettivi questi che, se raggiunti, spianeranno definitivamente la strada all'affermarsi sostanziale del modello neocorporativo, e con esso, un più alto e pesante livello di subordinazione all'interesse di Capitale del Lavoro e dei sindacati.
In poche parole ciò che occorre tener presente è che il Capitale può uscire da questa crisi solo imponendo (e ciò non può che avvenire per via coercitiva) la distruzione di tutte le regole precedenti, solo imponendo il suo diritto al controllo, alla completa e libera disponibilità di tutti i fattori della produzione utili al suo profitto (il resto andrà distrutto).
Per questo si fanno le guerre per il controllo nelle fonti energetiche, per il controllo della loro distribuzione e per una maggiore egemonia territoriale. Per questo ogni Capitale è oggi in guerra con le rispettive Classi Lavoratrici con le quali non è più disponibile ad accettar un qualsivoglia "patto sociale", una qualsivoglia "mediazione".
E' così che l'occupazione non è più un valore sociale ma una condizione funzionale solo alla valorizzazione del capitale (vedi attacco all'art.18, alla totale precarizzazione della Forza Lavoro ecc, la riduzione delle capacità di intervento degli ammortizzatori sociali ecc)
E' così che le condizioni di vita di intere popolazioni non sono più un valore sociale ma una condizione che deve totalmente subordinarsi agli interessi immediati del Capitale e della Rendita (vedi l'attacco alla contrattazione, la sempre maggiore subordinazione della retribuzione alla produttività e redditività di impresa e la sua riduzione a salario variabile. Vedi l'attacco allo stato sociale per il quale i capitalisti non sono più disponibili a pagare la loro quota di tasse che serve per finanziarlo, così pure come il salario previdenziale che si punta a distruggere del tutto per foraggiare l'avidità della rendita e la richiesta di risparmio da parte delle imprese)
Su questa strategia di Capitale non è possibile intervenire solo pensando di lenirne le conseguenza (magari riproponendo modelli di mediazione sociale ti stampo Keynesiano), poichè è "coscientemente" un progetto di società nel quale ogni "patto sociale tra le classi" è disdetto, e nel quale il paradigma, l'autocrate principale e unico è l'impresa ed il suo profitto.
Tutto ciò vuol dire che il capitale affronta la crisi mettendo in campo tutta la sua arroganza e la sua idea di società "autoritaria" alla quale tutti i soggetti si devono adeguare (subordinarsi), dalle istituzioni, ai partiti, agli stessi sindacati, pena l'esclusione.
E' cioè la definitiva liquidazione di ciò che ancora di residuale sopravvive del modello democratico e partecipativo delle società uscite dall'ultimo conflitto, per affermare compiutamente un modello neocorporativo ordinato ed organizzato attorno ed in difesa della valorizzazione del capitale come paradigma generale della società.
Certo la Cgil rappresenta un elemento contradditorio all'affermarsi di questo schema, ma ciò che Botti e Saccomann sembrano non considerare è la debolezza strategica con cui la Cgil affronta il suo compito di resistenza ad una offensiva padronale di questa portata.
In generale la Cgil non sembra vedere il progetto generale che sostiene oggi la strategia di Capitale. Certo ne critica l'arroganza ma altro non sa fare che riproporre schemi e modelli (di tipo Keynesiano appunto .. per altro senza mettere in campo una piattaforma generale di riferimento su cui chiamare i lavoratori alla lotta) che altro non rappresentano se non l'illusione di poter emendare l'arroganza padronale ed i caratteri evidentemente antipopolari della svolta neocorporativa.
L'accordo contrattuale del Turismo, degli Alimentaristi e delle telecomunicazioni, le piattaforme sindacali dei chimici e della Gomma plastica ne sono un esempio, poichè testimoniano di un atteggiamento attendista, tattico, emendativo, della Cgil verso le pretese della nuova deriva neocorporativa.
Ciò che Botti e Saccomann non comprendono fino in fondo è che un atteggiamento emendativo della Cgil è il prologo alla prossima sussunzione della stessa Cgil a quel modello neocorporativo che a parole si dice di non condividere ed a cui Cisl e Uil hanno già aderito in pieno.
Botti e Saccomann giustamente (come altri e noi tra questi) fanno bene a sottolineare il fatto che la Cgil non firmando l'accordo separato ha di fatto messo i bastoni nelle ruote ad un progetto che i padroni pensavano di realizzare facilmente, ma dovrebbero fare altrettanta attenzione sulla scarsa solidità del merito su cui si muove oggi la Cgil.
Innanzitutto lo strapotere della sua burocrazia, più preoccupata a non rompere i ponti con Cisl, Uil e controparti padronali, spesso libera da verifiche che solo un modello veramente partecipativo può garantire. In fin dei conti in Cgil non sembra essere presente una chiara coscienza della posta in gioco, ci si limita a distingui formali ammantati di "responsabilità" ma incapaci di indicare una linea alternativa.
Poi la ancora pesante mancanza di indipendenza della Cgil verso il quadro politico, sopratutto verso il PD le cui articolazioni e lotte interne attraversano e condizionano fortemente la burocrazia Cgil nelle sue responsabilità vertenziali.
Un quadro quindi dove la Cgil sembra più preoccupata a vedere ed a seguire "quel che succede", senza proporre e senza avere una strategia chiara sul modello contrattuale e di società alternativo a ciò che la deriva neocorporativa vuole affermare.
Proprio gli ultimi due accordi firmati (Alimentaristi e Telecomunicazioni) tanto difesi anche da Lavoro e Società dimostrano questa debolezza.
Certo che pochi o tanti soldi da soli non bastano per dare un giudizio su accordi firmati senza valutare anche le condizioni in cui questi accordi sono stati raggiunti (si può sempre dire che eravamo deboli ecc.) ma è fuor di dubbio che con questi accordi anche la Cgil ha accettato di scendere a patti con le forzature neocorporative. Ne sono un esempio l'accettazione della triennalizzazione del CCNL e l'assunzione formale dei nuovi riferimenti che vincolano l'aumento salariale agli indici di compatibilità introdotti dall'accordo separato. Accordi che, per altro, aprono formalmente ad un sistema di relazioni sindacali che fanno della bilateralità il perno, non già perchè la introducono come padroni e sindacati neocorporativi volevano, ma perchè su questo vengono a meno le discriminazioni che erano contenute nelle motivazioni con cui la Cgil non aveva firmato l'accordo interconfederale separato del gennaio 2009..
A nulla servono le dichiarazioni Cgil sul fatto che questi accordi sono positivi perchè in nessuna loro riga si fa riferimento formale all'accordo separato interconfederale. Una magra consolazione (che serve solo a nascondere l'imbarazzo) visto che gli elementi dell'accordo separato sono comunque trattati e normati .... come per altro sostengono Confindustria assieme a Cisl e Uil che pure danno di questi accodi un giudizio positivissimo in quanto in linea con l'accordo separato che la Cgil, a suo tempo, non aveva firmato.
Inoltre è alquanto bizzarro e contradditorio il fatto che la Cgil da un lato sostenga la scelta della Fiom e dall'altro difenda pure la bontà degli accordi nel Turismo, alimentaristi e telecomunicazioni. Delle due l'una. O la scelta della Cgil per respingere l'accordo separato e le sue derive neocorporative è uguale a quella della Fiom oppure è uguale a quella delle altre categorie che di fatto hanno accettato (emendandolo in parte) il condizionamento dell'accordo separato confederale. Sono di fatto due linee diverse, che già si sono esplicitamente dichiarate, ed è su queste due linee che il congresso Cgil sarà chiamato a confrontarsi.
Comunque, Botti e Saccoman si dicono interessati ad un documento unitario. E' solo questione di merito, affermano, ma a quanto pare il merito già in campo non riescono a vederlo.
Ci lascino dire quindi che le loro argomentazioni sono alquanto deboli perchè ferme solo alla fenomenologia della fase attuale e non certo alla sostanza, visto che danno più peso ai discorsi che la burocrazia Cgil fa (ovviamente pomposi e pieni di orgoglio) e meno alla concreta, quotidiana loro pratica contrattuale, misurata ovviamente nel confronto con i caratteri generali dello scontro, che ha come oggetto una cosa essenziale, ossia l'affermazione di un modello neocorporativo.
In pratica l'analisi di Botti e di Saccoman sembra giusta se si trattasse solo di discutere che i padroni invece di darci 20 ci danno solo 10, ma hanno torto se consideriamo che lo scontro oggi aperto ha come obiettivo ben altro, e cioè la completa e nuova subordinazione del Lavoro al Capitale, e contestualmente, la completa e nuova subordinazione dell'organizzazione sindacale dei lavoratori agli obiettivi di Capitale.
Ma la debolezza e pochezza del loro ragionamento diventa quasi patetica quando si soffermano a giustificare il loro preferire un documento unico esplicitando la (dal loro punto di vista) inaffidabilità di chi in Cgil sostiene invece la necessità di andare al congresso su due documenti alternativi.
La critica principale poggia sull'idea che il documento alternativo propone uno scontro tra il carattere confederale della Cgil e le sue specificità categoriali palesando addirittura il dubbio che ciò porterà ad una riduzione della capacità contrattuale della Cgil sul salario sociale a favore di un maggiore interesse del solo salario diretto e monetario.
Strana preoccupazione, la loro, dato che è caratteristica di questi ultimi 15 anni la assoluta carenza della Cgil sulle tematiche del salario sociale (da quanto non si aprono vere vertenze nazionali o territoriali sulla casa, sui prezzi, sul diritto alla salute, ecc ??) e previdenziale (avendo accettato la Cgil di legare il rendimento pensionistico al PIL). Diciamo allora che è di deficit di contrattazione sul salario sociale che questo congresso dovrà discutere.
Certo il rischio di un ulteriore indebolimento del carattere confederale esiste, ma questo non è prodotto dal dibattito interno, è semmai oggettivamente indotto dalla frammentazione determinata dalle debolezze, dalle divisioni prodotte dalla crisi sul mondo del lavoro, dalla scarsa indipendenza dell'apparato Cgil dalla politica, e quindi è giusto preoccuparsi di rilanciare la confederalità in un sindacato come la Cgil, chiedendo alla Cgil che torni a radicarsi sia nei luoghi di lavoro che nei territori.
Ma appunto per questo confederalità vorrebbe dire, tra l'altro, e sopratutto in questa fase, un forte coordinamento confederale sulle strategie contrattuali delle categorie in chiave di risposta generale all'accordo separato, cosa che la Cgil non ha fatto lasciando di fatto libere le categorie di affrontare la cosa ognuno a modo loro, avvertendo solo che almeno non si scrivessero negli accordi espliciti riferimenti all'accordo separato.
Come linea confederale non è male ..... Infatti si celebra la Fiom che ha tenuto duro sul biennio e contemporaneamente (contradditoriamente) si celebrano i CCNL che hanno accettato il triennio.
La difesa del carattere Confederale della Cgil è obiettivo ovvio e necessario per chiunque abbia bene in testa quale è la portata ed il carattere dello scontro tra Capitale e Lavoro nei prossimi anni, ma è appunto per questo che serve una confederalità forte, capace di un progetto e di una proposizione alternativa alla deriva neocorporativa.
E se per arrivare ad una vera discussione su questa questione si arriva a discutere su documenti alternativi .... ben venga un congresso vero, di confronto, magari anche di scontro .... ma per lo meno si darà la possibilità agli iscritti di agire in una organizzazione viva, capace di discutere e non in una organizzazione appiattita sugli accordi precongressuali di apparato e questo perchè .... benchè Botti e Saccoman non lo vedono .... i problemi esistono e sono importanti.
Certo, per chi sosterrà il documento di Epifani come per chi sosterrà il documento alternativo, non mancheranno problemi. Ci sono sensibilità trasversali in ambedue le posizioni. Botti e Saccoman ne denunciano alcune tra i sostenitori dell'idea di andare su documenti alternativi ma sembrano non vedere l'arcipelago della maggioranza in cui hanno deciso di accasarsi.
Botti e Saccoman si preoccupano inoltre di cosa potrebbero pensare gli iscritti vedendosi proporre più documenti congressuali, quasi che gli iscritti fossero fanciulli deboli e timorosi, che altro non desiderano se non di essere rassicurati e confortati.
Il problema è però che il bisogno di discussione nasce dai luoghi di lavoro prima che dagli apparati sindacali.
Forse Botti e Saccoman pensano che nei luoghi di lavoro, tra gli iscritti, non ci sia oggi una discussione? Forse pensano che tra gli iscritti non ci sia la coscienza che questo è, per la Cgil, un congresso importante ???.
E cosa propongono Botti e Saccoman ? .... di non spaventare gli iscritti (non capirebbero due documenti congressuali) e di fare quindi un accordo precongressuale tra componenti in modo da andare al congresso con un documento unico per far vedere quanto l'apparato è unito e coeso.
Paradossalmente perfino per le primarie, appena tenutesi, il PD è andato praticamente a contarsi su tre documenti alternativi e nessuno si è spaventato e nessuno è stato male, anzi ... la discussione ne ha guadagnato.
Quindi invitiamo Botti e Saccoman ad aver meno timori e di uscire da logiche puramente di apparato.
Un congresso ha questo di buono ..... dare la parola agli iscritti, dare a loro la possibilità di indicare col voto la direzione, la scelta, su cui la loro organizzazione deve ordinare la sua iniziativa futura. Quale strumento migliore, quindi, se non quello di presentare loro diverse proposte e valutazioni ???? Sempre meglio che andare con un falso unanimismo che è in realtà sempre e solo frutto di accordi tra burocrazie, cordate, apparati, fatti prima e sopra il diritto degli iscritti di fare un congresso vero.
Botti e Saccoman possono quindi continuare a credere che tutto va bene e che non servono documenti diversi .... ma onestamente dovrebbero riconoscere che problemi di linea e di strategia esistono all'interno della Cgil, cercando di non vivere con fastidio se qualcuno ne denuncia l'esistenza, anche nei luoghi di lavoro, oltre che nelle strette corsie dei corridoi della Cgil.
Dovrebbero essere d'accordo inoltre, come sostenitori in tempi passati della democrazia e della partecipazione, che se congresso deve essere che per lo meno sia un congresso vero, e non bloccato da accordi precongressuali come quello fatto all'ultimo congresso (ed appena reiterato n occasione di questo congresso) proprio da Lavoro e Società.
Coordinamento RSU
fonte:http://www.coordinamentorsu.it/
Come sempre, per motivare le proprie proposte, si parte da una analisi della crisi. L'analisi di Botti e di Saccoman è condivisibile anche perchè descrive cose ovvie e scontate per chi, quotidianamente, nei luoghi di lavoro e nella società, è oggi impegnato a resistere contro lo sfascio della crisi e ed all'offensiva padronale.
Semmai è giusto notare come la loro analisi sia ancora ottimistica, non già nel descrivere la crisi ed i rischi che questa comporta, quanto nel metterne a fuoco la portata.
Certo è che questa crisi non è affrontabile contrapponendo ai modelli padronali altri modelli macroeconomici (di tipo Keynesiano ad esempio) che abbiano più a cuore i destini del mondo del lavoro poichè questa è una crisi strutturale (che trascinatasi dalla fine degli anni 70 arriva oggi alla sua resa dei conti) del processo di valorizzazione del Capitale che incontra il suo limite estremo .... la crisi da sovraproduzione.
Una crisi che per le sue caratteristiche il capitale non può pensare di superare se non imponendo un maggiore e più pesante livello di subordinazione del lavoro (in generale) al capitale (in generale). Una subordinazione che non può essere solo formale ma anche sostanziale e quindi ottenibile solo attraverso interventi coercitivi di cui l'affermazione del modello neocorporativo di società rappresenta il perno.
Come ovvio un modello neocorporativo non può affermarsi con l'attuale Costituzione (che lo contraddice esplicitamente in ogni suo passaggio) e non può affermarsi con una (anche se residuale, viste le sconfitte di questi anni) struttura contrattuale unitaria.
E' per questo che l'interesse di Capitale è oggi orientato, non già a dare qualche euro in meno ai lavoratori, ma alla distruzione della Costituzione e del residuale modello sindacale contrattuale e partecipativo, obiettivi questi che, se raggiunti, spianeranno definitivamente la strada all'affermarsi sostanziale del modello neocorporativo, e con esso, un più alto e pesante livello di subordinazione all'interesse di Capitale del Lavoro e dei sindacati.
In poche parole ciò che occorre tener presente è che il Capitale può uscire da questa crisi solo imponendo (e ciò non può che avvenire per via coercitiva) la distruzione di tutte le regole precedenti, solo imponendo il suo diritto al controllo, alla completa e libera disponibilità di tutti i fattori della produzione utili al suo profitto (il resto andrà distrutto).
Per questo si fanno le guerre per il controllo nelle fonti energetiche, per il controllo della loro distribuzione e per una maggiore egemonia territoriale. Per questo ogni Capitale è oggi in guerra con le rispettive Classi Lavoratrici con le quali non è più disponibile ad accettar un qualsivoglia "patto sociale", una qualsivoglia "mediazione".
E' così che l'occupazione non è più un valore sociale ma una condizione funzionale solo alla valorizzazione del capitale (vedi attacco all'art.18, alla totale precarizzazione della Forza Lavoro ecc, la riduzione delle capacità di intervento degli ammortizzatori sociali ecc)
E' così che le condizioni di vita di intere popolazioni non sono più un valore sociale ma una condizione che deve totalmente subordinarsi agli interessi immediati del Capitale e della Rendita (vedi l'attacco alla contrattazione, la sempre maggiore subordinazione della retribuzione alla produttività e redditività di impresa e la sua riduzione a salario variabile. Vedi l'attacco allo stato sociale per il quale i capitalisti non sono più disponibili a pagare la loro quota di tasse che serve per finanziarlo, così pure come il salario previdenziale che si punta a distruggere del tutto per foraggiare l'avidità della rendita e la richiesta di risparmio da parte delle imprese)
Su questa strategia di Capitale non è possibile intervenire solo pensando di lenirne le conseguenza (magari riproponendo modelli di mediazione sociale ti stampo Keynesiano), poichè è "coscientemente" un progetto di società nel quale ogni "patto sociale tra le classi" è disdetto, e nel quale il paradigma, l'autocrate principale e unico è l'impresa ed il suo profitto.
Tutto ciò vuol dire che il capitale affronta la crisi mettendo in campo tutta la sua arroganza e la sua idea di società "autoritaria" alla quale tutti i soggetti si devono adeguare (subordinarsi), dalle istituzioni, ai partiti, agli stessi sindacati, pena l'esclusione.
E' cioè la definitiva liquidazione di ciò che ancora di residuale sopravvive del modello democratico e partecipativo delle società uscite dall'ultimo conflitto, per affermare compiutamente un modello neocorporativo ordinato ed organizzato attorno ed in difesa della valorizzazione del capitale come paradigma generale della società.
Certo la Cgil rappresenta un elemento contradditorio all'affermarsi di questo schema, ma ciò che Botti e Saccomann sembrano non considerare è la debolezza strategica con cui la Cgil affronta il suo compito di resistenza ad una offensiva padronale di questa portata.
In generale la Cgil non sembra vedere il progetto generale che sostiene oggi la strategia di Capitale. Certo ne critica l'arroganza ma altro non sa fare che riproporre schemi e modelli (di tipo Keynesiano appunto .. per altro senza mettere in campo una piattaforma generale di riferimento su cui chiamare i lavoratori alla lotta) che altro non rappresentano se non l'illusione di poter emendare l'arroganza padronale ed i caratteri evidentemente antipopolari della svolta neocorporativa.
L'accordo contrattuale del Turismo, degli Alimentaristi e delle telecomunicazioni, le piattaforme sindacali dei chimici e della Gomma plastica ne sono un esempio, poichè testimoniano di un atteggiamento attendista, tattico, emendativo, della Cgil verso le pretese della nuova deriva neocorporativa.
Ciò che Botti e Saccomann non comprendono fino in fondo è che un atteggiamento emendativo della Cgil è il prologo alla prossima sussunzione della stessa Cgil a quel modello neocorporativo che a parole si dice di non condividere ed a cui Cisl e Uil hanno già aderito in pieno.
Botti e Saccomann giustamente (come altri e noi tra questi) fanno bene a sottolineare il fatto che la Cgil non firmando l'accordo separato ha di fatto messo i bastoni nelle ruote ad un progetto che i padroni pensavano di realizzare facilmente, ma dovrebbero fare altrettanta attenzione sulla scarsa solidità del merito su cui si muove oggi la Cgil.
Innanzitutto lo strapotere della sua burocrazia, più preoccupata a non rompere i ponti con Cisl, Uil e controparti padronali, spesso libera da verifiche che solo un modello veramente partecipativo può garantire. In fin dei conti in Cgil non sembra essere presente una chiara coscienza della posta in gioco, ci si limita a distingui formali ammantati di "responsabilità" ma incapaci di indicare una linea alternativa.
Poi la ancora pesante mancanza di indipendenza della Cgil verso il quadro politico, sopratutto verso il PD le cui articolazioni e lotte interne attraversano e condizionano fortemente la burocrazia Cgil nelle sue responsabilità vertenziali.
Un quadro quindi dove la Cgil sembra più preoccupata a vedere ed a seguire "quel che succede", senza proporre e senza avere una strategia chiara sul modello contrattuale e di società alternativo a ciò che la deriva neocorporativa vuole affermare.
Proprio gli ultimi due accordi firmati (Alimentaristi e Telecomunicazioni) tanto difesi anche da Lavoro e Società dimostrano questa debolezza.
Certo che pochi o tanti soldi da soli non bastano per dare un giudizio su accordi firmati senza valutare anche le condizioni in cui questi accordi sono stati raggiunti (si può sempre dire che eravamo deboli ecc.) ma è fuor di dubbio che con questi accordi anche la Cgil ha accettato di scendere a patti con le forzature neocorporative. Ne sono un esempio l'accettazione della triennalizzazione del CCNL e l'assunzione formale dei nuovi riferimenti che vincolano l'aumento salariale agli indici di compatibilità introdotti dall'accordo separato. Accordi che, per altro, aprono formalmente ad un sistema di relazioni sindacali che fanno della bilateralità il perno, non già perchè la introducono come padroni e sindacati neocorporativi volevano, ma perchè su questo vengono a meno le discriminazioni che erano contenute nelle motivazioni con cui la Cgil non aveva firmato l'accordo interconfederale separato del gennaio 2009..
A nulla servono le dichiarazioni Cgil sul fatto che questi accordi sono positivi perchè in nessuna loro riga si fa riferimento formale all'accordo separato interconfederale. Una magra consolazione (che serve solo a nascondere l'imbarazzo) visto che gli elementi dell'accordo separato sono comunque trattati e normati .... come per altro sostengono Confindustria assieme a Cisl e Uil che pure danno di questi accodi un giudizio positivissimo in quanto in linea con l'accordo separato che la Cgil, a suo tempo, non aveva firmato.
Inoltre è alquanto bizzarro e contradditorio il fatto che la Cgil da un lato sostenga la scelta della Fiom e dall'altro difenda pure la bontà degli accordi nel Turismo, alimentaristi e telecomunicazioni. Delle due l'una. O la scelta della Cgil per respingere l'accordo separato e le sue derive neocorporative è uguale a quella della Fiom oppure è uguale a quella delle altre categorie che di fatto hanno accettato (emendandolo in parte) il condizionamento dell'accordo separato confederale. Sono di fatto due linee diverse, che già si sono esplicitamente dichiarate, ed è su queste due linee che il congresso Cgil sarà chiamato a confrontarsi.
Comunque, Botti e Saccoman si dicono interessati ad un documento unitario. E' solo questione di merito, affermano, ma a quanto pare il merito già in campo non riescono a vederlo.
Ci lascino dire quindi che le loro argomentazioni sono alquanto deboli perchè ferme solo alla fenomenologia della fase attuale e non certo alla sostanza, visto che danno più peso ai discorsi che la burocrazia Cgil fa (ovviamente pomposi e pieni di orgoglio) e meno alla concreta, quotidiana loro pratica contrattuale, misurata ovviamente nel confronto con i caratteri generali dello scontro, che ha come oggetto una cosa essenziale, ossia l'affermazione di un modello neocorporativo.
In pratica l'analisi di Botti e di Saccoman sembra giusta se si trattasse solo di discutere che i padroni invece di darci 20 ci danno solo 10, ma hanno torto se consideriamo che lo scontro oggi aperto ha come obiettivo ben altro, e cioè la completa e nuova subordinazione del Lavoro al Capitale, e contestualmente, la completa e nuova subordinazione dell'organizzazione sindacale dei lavoratori agli obiettivi di Capitale.
Ma la debolezza e pochezza del loro ragionamento diventa quasi patetica quando si soffermano a giustificare il loro preferire un documento unico esplicitando la (dal loro punto di vista) inaffidabilità di chi in Cgil sostiene invece la necessità di andare al congresso su due documenti alternativi.
La critica principale poggia sull'idea che il documento alternativo propone uno scontro tra il carattere confederale della Cgil e le sue specificità categoriali palesando addirittura il dubbio che ciò porterà ad una riduzione della capacità contrattuale della Cgil sul salario sociale a favore di un maggiore interesse del solo salario diretto e monetario.
Strana preoccupazione, la loro, dato che è caratteristica di questi ultimi 15 anni la assoluta carenza della Cgil sulle tematiche del salario sociale (da quanto non si aprono vere vertenze nazionali o territoriali sulla casa, sui prezzi, sul diritto alla salute, ecc ??) e previdenziale (avendo accettato la Cgil di legare il rendimento pensionistico al PIL). Diciamo allora che è di deficit di contrattazione sul salario sociale che questo congresso dovrà discutere.
Certo il rischio di un ulteriore indebolimento del carattere confederale esiste, ma questo non è prodotto dal dibattito interno, è semmai oggettivamente indotto dalla frammentazione determinata dalle debolezze, dalle divisioni prodotte dalla crisi sul mondo del lavoro, dalla scarsa indipendenza dell'apparato Cgil dalla politica, e quindi è giusto preoccuparsi di rilanciare la confederalità in un sindacato come la Cgil, chiedendo alla Cgil che torni a radicarsi sia nei luoghi di lavoro che nei territori.
Ma appunto per questo confederalità vorrebbe dire, tra l'altro, e sopratutto in questa fase, un forte coordinamento confederale sulle strategie contrattuali delle categorie in chiave di risposta generale all'accordo separato, cosa che la Cgil non ha fatto lasciando di fatto libere le categorie di affrontare la cosa ognuno a modo loro, avvertendo solo che almeno non si scrivessero negli accordi espliciti riferimenti all'accordo separato.
Come linea confederale non è male ..... Infatti si celebra la Fiom che ha tenuto duro sul biennio e contemporaneamente (contradditoriamente) si celebrano i CCNL che hanno accettato il triennio.
La difesa del carattere Confederale della Cgil è obiettivo ovvio e necessario per chiunque abbia bene in testa quale è la portata ed il carattere dello scontro tra Capitale e Lavoro nei prossimi anni, ma è appunto per questo che serve una confederalità forte, capace di un progetto e di una proposizione alternativa alla deriva neocorporativa.
E se per arrivare ad una vera discussione su questa questione si arriva a discutere su documenti alternativi .... ben venga un congresso vero, di confronto, magari anche di scontro .... ma per lo meno si darà la possibilità agli iscritti di agire in una organizzazione viva, capace di discutere e non in una organizzazione appiattita sugli accordi precongressuali di apparato e questo perchè .... benchè Botti e Saccoman non lo vedono .... i problemi esistono e sono importanti.
Certo, per chi sosterrà il documento di Epifani come per chi sosterrà il documento alternativo, non mancheranno problemi. Ci sono sensibilità trasversali in ambedue le posizioni. Botti e Saccoman ne denunciano alcune tra i sostenitori dell'idea di andare su documenti alternativi ma sembrano non vedere l'arcipelago della maggioranza in cui hanno deciso di accasarsi.
Botti e Saccoman si preoccupano inoltre di cosa potrebbero pensare gli iscritti vedendosi proporre più documenti congressuali, quasi che gli iscritti fossero fanciulli deboli e timorosi, che altro non desiderano se non di essere rassicurati e confortati.
Il problema è però che il bisogno di discussione nasce dai luoghi di lavoro prima che dagli apparati sindacali.
Forse Botti e Saccoman pensano che nei luoghi di lavoro, tra gli iscritti, non ci sia oggi una discussione? Forse pensano che tra gli iscritti non ci sia la coscienza che questo è, per la Cgil, un congresso importante ???.
E cosa propongono Botti e Saccoman ? .... di non spaventare gli iscritti (non capirebbero due documenti congressuali) e di fare quindi un accordo precongressuale tra componenti in modo da andare al congresso con un documento unico per far vedere quanto l'apparato è unito e coeso.
Paradossalmente perfino per le primarie, appena tenutesi, il PD è andato praticamente a contarsi su tre documenti alternativi e nessuno si è spaventato e nessuno è stato male, anzi ... la discussione ne ha guadagnato.
Quindi invitiamo Botti e Saccoman ad aver meno timori e di uscire da logiche puramente di apparato.
Un congresso ha questo di buono ..... dare la parola agli iscritti, dare a loro la possibilità di indicare col voto la direzione, la scelta, su cui la loro organizzazione deve ordinare la sua iniziativa futura. Quale strumento migliore, quindi, se non quello di presentare loro diverse proposte e valutazioni ???? Sempre meglio che andare con un falso unanimismo che è in realtà sempre e solo frutto di accordi tra burocrazie, cordate, apparati, fatti prima e sopra il diritto degli iscritti di fare un congresso vero.
Botti e Saccoman possono quindi continuare a credere che tutto va bene e che non servono documenti diversi .... ma onestamente dovrebbero riconoscere che problemi di linea e di strategia esistono all'interno della Cgil, cercando di non vivere con fastidio se qualcuno ne denuncia l'esistenza, anche nei luoghi di lavoro, oltre che nelle strette corsie dei corridoi della Cgil.
Dovrebbero essere d'accordo inoltre, come sostenitori in tempi passati della democrazia e della partecipazione, che se congresso deve essere che per lo meno sia un congresso vero, e non bloccato da accordi precongressuali come quello fatto all'ultimo congresso (ed appena reiterato n occasione di questo congresso) proprio da Lavoro e Società.
Coordinamento RSU
fonte:http://www.coordinamentorsu.it/
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