Si svolge a Bologna l'assemblea dei 5 mila delegati della Fiom. Hanno un compito difficile: decidere le iniziative da prendere dopo l'accordo separato tra Fim Uilm e Federmeccanica, rompere il silenzio dei media sulla crisi del lavoro.
Venerdì 30 ottobre si terrà a Bologna l’assemblea nazionale dei delegati e delle delgate della Fiom, il sindacato dei metalmeccanici della Cgil. Parteciperanno 5 mila persone. Scopo dell’assemblea è discutere e decidere le iniziative da prendere dopo la firma dell’accordo «separato» tra Federmeccanica, Fim e Uilm.
L’assemblea è stata convocata dal comitato centrale del sindacato che si è riunito il 20 ottobre, cinque giorni dopo la firma del contratto. La relazione introduttiva sarà del segretario generale Gianni Rinaldini e ai lavori prenderà parte il segretario generale della Cgil Guglielmo Epifani.
La Fiom ha definito l’accordo separato un «colpo di stato sindacale»: vi si oppone facendone prima di tutto una questione di democrazia, oltre che nel merito, perché i due sindacati di minoranza si rifiutano di sottoporre al voto degli operai, con un referendum, i contenuti del contratto che hanno firmato sulle loro teste.
L’assemblea deciderà dunque molto probabilmente di dare il via a una mobilitazione articolata e lunga. Che si annuncia, data la spaccatura con gli altri sindacati, il silenzio dei media [il 9 ottobre scorso, 250 mila operai in cinque piazze italiane sono stati cancellati anche dai giornali che lottano per la «libertà d’infomrazione»], la distrazione dei partiti e le assenze dei movimenti, difficile e faticosissima.
Come le iniziative di lotta radicali che hanno visto gli operai salire sulle gru, sui tetti, presidiare le fabbriche, incatenarsi ai cancelli: iniziative, queste, che sono state lette come «disperate» e «radicali». «La disperazione c’è sempre quando ci sono i licenziamenti – ha detto Gianni Rinaldini in un ampio articolo sull’assemblea che trovate su Carta settimanale in edicola proprio da domani 30 ottobre – ma io andrei piano a parlare di forme di lotta ‘radicali’. Perché affrontano dei veri e propri licenziamenti di massa, e questa è una realtà sconosciuta nel nostro paese. Dobbiamo risalire a decenni fa per ritrovare qualcosa di simile, quando per l’ppunto le fabbriche venivano occupate, e l’occupazione va oltre il presidio, che è la cosa che sta succedendo più frequentemente in questo momento. Non mi pare che ci siano state cose particolarmente clamorose, di fronte a dei licenziamenti così diffusi. Le iniziative come quelle della Innse non sono mai state isolate né solitarie, hanno avuto sempre il sostegno degli altri lavoratori. Sono state forme di lotta tra loro diverse, che sono servite a rendere visibile la drammaticità della situazione. I lavoratori stanno attuando forme di lotta che hanno un solo limite invalicabile, che è quello della violenza».
Come ha detto a Carta Bruno Papignani, segretario della Fiom di Bologna, l’accordo separato contiene in sé «un altro modello di sindacato: che non è legittimato dai lavoratori, ma solo dai padroni». Secondo Giorgio Cremaschi, il realizzarsi di questo modello «legittimato dai padroni» è stato reso possibile da diversi elementi. «Prima di tutto dalla crisi, che ha aperto uno spazio, e senza la quale una cosa del genere non sarebbe stata possibile. Poi dalla rassegnazione, perché è evidente che quel contratto è impresentabile: per gli aspetti normativi, per quelli economici, perché prima hanno detto ‘ridimensioniamo il contratto nazionale per fare più contratti aziendali’ e poi hanno inventato un sistema di vincoli sulla contrattazione aziendale che la rendono praticamente impossibile. Dietro c’è l’idea che il sindacato, in questa fase, possa solo accodarsi alla politica delle imprese e sperare in tempi migliori». Un’idea molto lontana dalle menti e dai progetti dei partecipanti all’assemblea di Bologna.
Rosa Mordenti
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