La frase

"Ognuno è ebreo di qualcuno.
Oggi i palestinesi sono gli ebrei di Israele."
‎Primo Levi

sabato 31 dicembre 2011

La super flessibilità ha una fretta bestiale

Una ricetta che meno di sinistra non si può 

La riforma del lavoro è tema così delicato che nell'ambito di una conferenza stampa è meglio girarci attorno. Mario Monti ha detto che sarà delicata, impegnativa, essenziale. Poi, e questa è una minaccia, ha anche detto che bisogna fare in fretta. Questa cosa della fretta mette i brividi, soprattutto alla Cgil che sulla «riforma» delle pensioni ha già sperimentato cosa intende Monti quando invoca «una certa rapidità». Il presidente del Consiglio ha anche annunciato, bontà sua, che comunque ci sarà un dialogo e una contrattazione con le parti sociali. Insomma, la materia è incandescente e il presidente del Consiglio per ora si è limitato ad enumerare qualche dichiarazione di intenti, lodevole solo per chi fa ancora finta di non capire. Proposte concrete, poche. Ma alcuni punti sono piuttosto chiari. La polpetta avvelenata che il governo sta cucinando per le parti sociali ha due ingredienti fondamentali: i giovani (è per loro che il governo dei banchieri starebbe lavorando) e la flessibità (come se non ce ne fosse abbastanza). La filosofia enunciata dal governo è sempre la stessa, si invoca più precarietà per produrre più occupazione, come dice da anni il senatore del Pd Pietro Ichino, quando è evidente che accadrà - anzi sta già accadendo - il contrario: altrimenti, già adesso, dato l'alto tasso di precarietà del lavoro, l'Italia si troverebbe in una fase di piena occupazione giovanile. Invece Monti ieri è riuscito a dire che il governo tenderà «a favorire il lavoro non precario per i giovani» e contemporaneamente ad annunciare che «la flessibilità sarà essenziale». Una specie di miracolo italiano. La contraddizione del Monti-pensiero appare evidente: «Credo che sia importante superare la precarietà, ma non superare il fatto che nel mondo di oggi e soprattutto di domani un lavoro stabile e a lungo termine facendo lo stesso mestiere e nella stessa azienda sarà sempre più raro ed elementi mobilità e flessibilità saranno essenziali. Non è precariato, ma adeguamento al mondo moderno. Dobbiamo arrivare a formule contrattuali che favoriscano l'ingresso dei giovani». Naturalmente il tutto sarebbe all'insegna dell'equità. Alcuni «fronti aperti» sono già delineati. Fare uno «sforzo intenso» sul fronte della concorrenza e delle liberalizzazioni. Superare - e qui entrerebbe in scena il ministro Fornero - «il profondo dualismo del mercato del lavoro italiano con effetti negativi in termini di equità ed efficienza» (traduzione: giovani poco garantiti vs vecchi troppo garantiti). Inoltre, «le prestazioni di sostegno al reddito ai lavoratori che abbiano perso l'impiego dovrebbero essere tali da incentivarne il reimpiego». Traduzione: non più ammortizzatori a babbo morto, una buona idea, se non fosse che il mercato del lavoro non sembra più in grado di garantire un impiego alle persone licenziate. Mario Monti, per indorare la pillola, forse pensando ai mal di pancia del Pd, almeno ha promesso l'impegno del governo a risolvere le situazioni di criticità come quelle dei lavoratori che per effetto della «sua» riforma pensionistica si troverebbero senza lavoro (e senza pensione) come nel caso dei lavoratori posti in mobilità: «C'è il massimo impegno per affrontare tutte queste discussioni». Infine, il presidente del Consiglio, azzardando un paragone un po' fantasioso, ha sottolineato il fatto che il tema delle liberalizzazioni e quello del mercato del lavoro devono andare a braccetto: «Tra le due materie c'è complementarietà politica». La grande sfida, secondo Monti, è diventare un paese più competitivo con un welfare meno costoso. «Ci si ispira - ha concluso - ai paesi nordici: l'Italia non è la Danimarca ma è interessante andare a guardare come viene combinata la sicurezza e la flessibilità in quei paesi e noi stiamo andando in questa direzione». I sindacati cosa dicono? Per ora stanno sul chi va là. La Cgil, per prima cosa, non vuol sentir parlare di fretta. Inoltre, la confederazione di Susanna Camusso ha un altra scaletta di priorità da sottoporre al confronto: «Lotta alla precarietà, provvedimenti per favorire l'occupazione giovanile e femminile, e la riforma degli ammortizzatori sociali, visto che ci troviamo di fronte a una stagione molto difficile». E non siamo la Danimarca.

Luca Fazio

[Articolo su  il manifesto 30.12.2011]


Omsa, Golden Lady ha deciso: tutti licenziati

Il gigante della calze Golden Lady - colosso delle calze e proprietario del marchio Omsa – ha comunicato con un fax inviato alle sedi sindacali il 27 dicembre che a partire da marzo prossimo partiranno le lettere di licenziamento per le 239 lavoratrici dello stabilimento Omsa di Faenza, attualmente in cassa integrazione. "Un comportamento becero ed arrogante", accusano Samuela Meci e Renzo Fabbri della Filctem Cgil di Ravenna , che ricordano come appena tre giorni prima,  azienda e sindacati si fossero incontrate a Roma, al ministero del Lavoro, nel tentativo di individuare un percorso per tenere aperta la fabbrica di Faenza (che la Golden Lady intende dismettere) in attesa di trovare un nuovo acquirente. "E' necessario un fronte comune forte e coeso - conclude - per respingere questa decisione e dare risposte concrete al futuro di queste lavoratrici e  lavoratori che da ormai due anni lottano per riavere dignità e lavoro". Inoltre è importante sottolineare come il gruppo Golden Lady sia sempre stato assolutamente in attivo, fa profitti costanti ed ha la leadership nel settore. Questo vuol dire che, anche quando la crisi non c'è, l'azienda può decidere di chiudere uno stabilimento mandando a casa 239 operaie, calpestandone i diritti, per fare sempre più profitti spostando le produzioni nel distretto mantovano (dove alle lavoratrici viene chiesto di fare lo straordinario) e nelle fabbriche in Serbia dove gli operai costano poco. 

Operaio Multato in FIAT


fonte:http://www.youtube.com/zanellamicheleg

27 gennaio 2012: sciopero generale e manifestazione nazionale a Roma

Il primo stadio della manovra del governo Monti è compiuto, sarà approvata entro Natale, con il consenso di un’ampia e articolata maggioranza parlamentare, che riunisce centro destra e centro sinistra, favorevole a far pagare a come sempre ai lavoratori il costo di una crisi in cui una parte dei padroni,  delle banche, degli speculatori e della finanza internazionale continua a intascare profitti e rendita finanziaria. A questa prima manovra che recepisce in pieno le direttive della BCE e dell’Unione Europea seguirà nei prossimi giorni la seconda fase, centrata sul mercato del lavoro e sulle nuove misure in tema di flessibilità in uscita; si tratta insomma della modifica dell’art.18 e della libertà di licenziare,  richiesta a gran voce dalla Confindustria e da Marchionne, con il consenso non solo della destra, più o meno moderata, ma  anche dal centro sinistra. 

E' ora di dire NO e di ribellarsi 

Ti riducono il potere d'acquisto ed il valore reale di pensioni e salari, a te che non evadi un euro, ma non fanno nulla per recuperare i 120 miliardi annui di evasione fiscale, per tassare i profitti, la rendita finanziaria, i mega stipendi di dirigenti pubblici e privati. -    Ti fanno pagare le tasse sulla prima casa dopo che ti costringono ad acquistarla perché ti sfrattano e perché non ci sono abitazioni in affitto, mentre non intendono nemmeno introdurre una patrimoniale a quel 10% di ricchi che possiedono il 50% della ricchezza del paese. -    Ti aumentano l'IVA, l'Irpef locale, i ticket sanitari e le accise sulla benzina mentre l'inflazione è già al 3,5% ed erode la tua busta paga, mentre la tua pensione e il tuo salario sono bloccati, mentre ti licenziano, sei precario, in cassa-integrazione o in mobilità. -    Ti allungano l'età pensionabile e riducono l’importo delle pensioni con il sistema contributivo e ti costringono a lavorare di più proprio quando sei più stanco e vedevi la linea del “traguardo”, per costringerti a entrare nei fondi pensione, che dall’inizio della crisi stanno azzerando i contributi versati dai lavoratori e lasciando tuo figlio e tuo nipote nel dramma della disoccupazione e della precarietà. -    Ti prendono in giro dicendoti che sei un privilegiato perché ti è rimasto ancora un salario e qualche diritto sul posto di lavoro, perché non possono licenziarti senza un valido motivo e ti promettono con feroce e inaudita strumentalità che tuo figlio troverà sicuramente un lavoro se permetterai al tuo padrone di poterti licenziare con più facilità. -    Ti dicono che le aziende devono essere aiutate in un momento di crisi come l'attuale e mentre a te aumentano le tasse le riducono alle aziende; così Marchionne, dopo aver deindustrializzato interi territori, esteso l'accordo Pomigliano in tutto il gruppo Fiat e nelle aziende metalmeccaniche collegate,  cancellato il contratto nazionale ed impresso una svolta autoritaria nelle relazioni sindacali, riesce anche a portare più soldi e più fabbriche all'estero. -    Ti raccontano che Cgil, Cisl e Uil stanno opponendosi alle manovre del governo Monti e vogliono farti dimenticare che il 28 giugno 2011 hanno sottoscritto un accordo con Confindustria che ha “autorizzato” il governo Berlusconi ad approvare il famigerato art. 8 che distrugge diritti e contratto nazionale. -    Ti chiedono di scioperare solo per qualche ora, per ottenere modifiche marginali alle misure del governo e senza un reale progetto complessivo e alternativo, perché l'obiettivo della Cgil è quello di tornare alla concertazione e quello di Cisl e Uil alla “collaborazione” dell'ex ministro “amico” Sacconi. -    Ti vogliono convincere che questo è un governo tecnico, serio, che è nato per “salvare l'Italia” mentre le misure adottate da Monti sono in perfetta continuità con quelle di Berlusconi, sono approvate anche dal centro sinistra e non fanno altro che preparare una nuova crisi, ancora più profonda. Ti dicono che punteranno su sviluppo e formazione e invece non modificheranno neanche la controriforma Gelmini sulla scuola. In effetti siamo passati “dal governo dei cialtroni al governo dei padroni” che rappresenta gli interessi di banche, finanza internazionale, BCE, Fondo Internazionale Monetario e chi più ne ha più ne metta: cioè tutti coloro che in questi anni si sono arricchiti ed hanno speculato sulle tue spalle e sulla tua vita. -    Ti vogliono far credere che la globalizzazione e il “dio mercato” sono soltanto malati ma che, con un po' di sacrifici – i tuoi – poi tutto tornerà come prima, ma ti nascondono che per decenni questi “mostri ideologici” hanno promesso un “secondo tempo” - mai realizzato - di piena occupazione e salari crescenti, hanno distrutto vite ed interi popoli in altri continenti ed oggi attaccano il cuore della vecchia Europa per il semplice motivo che è qui che è ancora possibile realizzare profitti innalzando il tasso di sfruttamento del lavoro, comprimendo diritti e democrazia. Se tutto questo è chiaro e condiviso, non è più possibile stare a guardare o “sperare che io me la cavi”, magari a danno di chi ti è più vicino sul lavoro, di tuo padre e di tua madre che non riescono a godersi qualche anno di giusto riposo dopo aver lavorato per decenni, di tuo figlio e di tua figlia che non trovano lavoro e quando lo trovano è precario e sfruttato più di te. Bisogna alzare la testa e gridare con forza il nostro dissenso, esprimere giorno dopo giorno la voglia di cambiare, di non dire più sempre si, di opporsi e cercare tutti insieme di costruire un'alternativa sul lavoro e a questa società. 

Il 27 gennaio scioperiamo contro tutto questo 

Scioperiamo contro il governo Monti che rappresenta gli interessi dell'Italia e dell'Europa dei padroni, delle banche e della finanza, perché non vogliamo pagare un debito che non abbiamo contribuito a far crescere, perché è indispensabile costruire un forte movimento sociale e sindacale che parta dai posti di lavoro e si riversi nelle strade e nelle piazze di tutto il paese, perché siamo stanchi di subire e vogliamo riprenderci quello che ci hanno sottratto per decenni. Il 27 gennaio scendiamo tutti in piazza e dimostriamo che i lavoratori, i pensionati, i precari, i disoccupati, i migranti e gli studenti – uniti e determinati - sono in grado di richiedere ed indicare un forte e concreto  cambiamento nella gestione e nel governo del paese in termini sociali, di maggiori diritti e democrazia. 

Lo sciopero è indetto da Usb   Orsa   SlaiCobas   Cib-Unicobas   Snater   SiCobas  Usi

Addio al progetto Montefibre, in bilico 400 posti di lavoro

Ancora in agitazione i lavoratori della ex-Montefibre (abbreviazione di Montedison Fibre), fabbrica addetta alla produzione di poliestere. Circa 50 operai, infatti, hanno fatto irruzione nella direzione dell’azienda nella zona industriale di Acerra dopo aver appreso dell'ennesima "fumata nera" della Simpe per far ripartire il polo chimico acerrano. L’accordo sembrava fatto nel 2007, quando Simpe fu rilevata dai catalani de La Seda (leader mondiale del Pet) che successivamente si tirarono indietro. Un sospiro di sollievo arrivò, poi, a settembre, quando i lavoratori ottennero la garanzia dal Ministero per lo Sviluppo economico del finanziamento di 18 milioni di euro, fondamentali per l’avvio delle attività della stessa Simpe. La situazione, ora, è invece ritornata critica, con i lavoratori pronti ad ogni tipo di protesta per vedersi garantito il posto di lavoro, oggi assai a rischio per tutti e 400 i dipendenti dell’ex Montefibre. Già nei prossimi giorni sono previste nuove manifestazioni.

fonte:http://clashcityworkers.org/

mercoledì 28 dicembre 2011

Nazionalizzare le banche

E se la breve e ridicola campagna per cancellare l’articolo 18 fosse stata solo un depistaggio? Sì, certo, Fiat, Fincantieri, il grande padronato italiano, tutti assieme non vedono l’ora di avere la libertà di licenziamento. Tuttavia la goffaggine con la quale la ministra del lavoro ha portato avanti la sua offensiva contro lo Statuto dei lavoratori mi ha fatto venire qualche dubbio. Così infatti è passata in secondo piano la catastrofe della manovra appena approvata e in particolare il massacro sociale sulle pensioni che colpisce vergognosamente gli operai e le donne. E così è passata sotto silenzio la scandalosa manovra finanziaria attuata in questi giorni dalla Bce.  Ben 500 miliardi di euro sono stati prestati alle banche europee al tasso natalizio dell’1%. 116 di questi miliardi sono stati accaparrati dalle banche italiane. E’ bene ricordare che lo stato italiano, se vuol far prestiti per finanziare il debito con cui si pagano anche i beni e i servizi sociali, deve pagare il 7%, per ora, di interessi. Le banche hanno ottenuto questa cifra enorme con il tasso dell’1%, per cui se decidessero di prestare i soldi allo stato italiano, solo in virtù di questa operazione, guadagnerebbero il 6%. Non sappiamo se lo faranno, perché la speculazione finanziaria dice alle banche di non acquistare buoni del tesoro. Quindi può darsi che quei soldi, versati dai cittadini europei è bene ricordarlo, vadano persino in altri lidi, verso altre scelte speculative. Il peso complessivo delle manovre Berlusconi, Monti, Tremonti è di 75 miliardi di euro che gravano al 90% su salari, pensioni, servizi sociali. Alle banche è stato dato molto di più di quello che i governi ci hanno preso. Questa è l’Europa reale di oggi. Sbaglia per me il Presidente della Repubblica nell' esaltare la necessità di sacrifici nel nome di valori europei che in realtà non esistono. L’Europa di oggi è governata da un’alleanza tra tre grandi forze. La finanza internazionale, la tecnocrazia liberista, i governi di destra. Costoro sono coloro che comandano e le sinistre che accettano i loro ordini, in Italia come in Grecia come in tutta Europa, o si suicidano o diventano altro. Oppure entrambe le cose assieme. No, quest’Europa della speculazione finanziaria che presta soldi alle banche ma che nello stesso tempo chiede agli stati di licenziare, di chiudere i servizi pubblici e distruggere i contratti nazionali, quest’Europa è oggi il nostro avversario. E per combattere questo avversario dobbiamo mettere in campo altri obiettivi, altre politiche rispetto a tutte quelle che si succedono stancamente nel disastro. Prima di tutto è chiaro che il finanziamento alle banche a fondo perduto deve finire. E’ una scelta di buon senso che le banche, salvate dai nostri soldi, siano prese direttamente in mano pubblica. E così governate al fine di tagliare le unghie alla speculazione finanziaria e per fornire all’economia quel credito che oggi viene concesso a tassi di usura. Il debito pubblico va congelato e ricontrattato. In ogni caso non può pesare a questi tassi di interesse su economie già in recessione. Gli economisti antiliberisti oggi sono divisi  tra chi pensa prioritario uscire dall’euro, moneta che oggi strangola la ripresa economica, e chi invece ritiene indispensabile prima di tutto non pagar più il debito, almeno alla finanza internazionale. In realtà questa divisione non ha molto senso, perché la sostanza di tutte le posizioni critiche è che noi non possiamo più accettare i vincoli imposti dal potere tripartito che governa l’Europa. Dobbiamo rilanciare l’economia reale  partendo dai beni comuni e dai servizi pubblici, dobbiamo aumentare i salari e i redditi, dobbiamo trasferire ricchezza dalla speculazione finanziaria e dai grandi patrimoni ai cittadini in difficoltà. Tutte queste misure richiedono che salti completamente quel meccanismo di salvaguardia dell’euro e della finanza che oggi, sotto il nome di patto di stabilità, sta destabilizzando le vite della maggioranza dei popoli di tutta Europa. La nazionalizzazione delle banche è quindi solo un passo necessario per riconquistare il potere democratico di decidere sul nostro futuro, per sottrarre alla finanza internazionale impazzita il potere di decidere sulle nostre vite. Finché non si percorrerà una strada di rottura in questa direzione continueremo a fare sacrifici sociali e di diritti sempre più ingiusti quanto inutili. Questa è la sostanza, questo è ciò che abbiamo di fronte nel 2012. Dobbiamo darci obiettivi ambiziosi, ambiziosi non perché irrealistici ma perché mettono in discussione il sistema di potere finanziario che ci impone i suoi diktat distruttivi. Dobbiamo sperare e operare affinché l’Europa del lavoro e dei popoli  si ribelli all’Europa dei padroni e delle banche.   

P.S.: un editoriale come questo può uscire solo su Liberazione. Diamoci tutti da fare perché nel 2012 questo nostro giornale sia ancora al fianco delle nostre lotte.   

Giorgio Cremaschi 

Piaggio, 950 operai in cassa

Il lavoro riprenderà nella fabbrica di Pontedera in maniera scaglionata fra i reparti dal 9 gennaio, quando torneranno a lavoro gli addetti delle Meccaniche in cui si assemblano i motori, al 16 gennaio quando toccherà agli operai delle officine 2R e 3RM che dovranno prolungare le vacanze natalizie a causa di "un eccesso di scorte nei magazzini". E Colaninno punta sempre più sull’Asia: possibile un nuovo stabilimento in Indonesia

Cassa integrazione ordinaria per 950 operai della Piaggio di Pontedera. E' questo quello che sta avvenendo alle centinaia di lavoratori della fabbrica delle due ruote, secondo uno stop che da alcuni anni si ripete sempre, vista la stagionalità su cui ormai si basa la produzione della fabbrica. Ma certamente il ricorso alla cassa integrazione in un periodo di crisi è sempre un fattore pesante per chi lavora nelle catene di montaggio dell'azienda guidata da Roberto Colaninno. Il provvedimento è scattato da alcuni giorni e il lavoro riprenderà in maniera scaglionata fra i reparti. Il 9 gennaio torneranno a lavoro gli addetti delle Meccaniche in cui si assemblano i motori, mentre per gli altri ci sarà un prolungamento di un'ulteriore settimana. Il 16 gennaio infatti, torneranno al lavoro quelli delle officine 2R e 3RM che dovranno prolungare le vacanze natalizie a causa di "un eccesso di scorte nei magazzini". A renderlo noto sono stati gli segretari provinciali delle quattro sigle sindacali dopo l'incontro con esponenti dell'azienda per le comunicazioni relative ai rientri di gennaio. E mentre a Pontedera gli operai stanno in cassa integrazione Colaninno inizia a lavorare a tempo piano alla concretizzazione del piano industriale 2011-2014 illustrato nelle scorse settimana, in cui il presidente della fabbrica pontedere prevede di realizzare una significativa crescita dei volumi di vendita, grazie allo sviluppo della presenza sui mercati emergenti, giungendo nel 2014 a vendite per circa 1.035.000 unità, e a un importante incremento anche in termini di ricavi, grazie anche al positivo effetto mix sui mercati occidentali, con l'obiettivo di raggiungere un fatturato netto consolidato di circa 2.000 milioni di euro nell'esercizio 2014. In particolare nell'Asia dell'area del Pacifico, Piaggio prevede l'ampliamento delle gamme veicoli e motori per entrare in nuovi segmenti di mercato con posizionamento premium, e il completamento dell'ingresso sul mercato indonesiano. E proprio in Indonesia Piaggio potrebbe costruire un nuovo stabilimento, ma l'investimento non è stato conteggiato all'interno del piano industriale. "L'Indonesia sarà la prossima candidata - aveva dichiarato negli scorsi giorni Colaninno - se constateremo che l'investimento non va a modificare il livello del nostro debito. Quanto eventualmente costerà l'impianto in Indonesia non e' stato indicato all'interno del piano, così come non sono stati computati gli eventuali ricavi", ha specificato il manager, che ha aggiunto che l'impianto, se dovesse essere costruito, dovrebbe costare attorno a 20 milioni di euro. Insomma l'espansione in Asia è elemento strategico per Piaggio grazie anche all'incremento della capacità produttiva di Piaggio Vietnam che salità a 300.000 unità all'anno rispetto alle attuali 140.000 all'anno. Piaggio punta poi all'ingresso nel mercato indiano dello scooter, che presenta elevati tassi di crescita annua, con il premium brand Vespa la cui produzione partirà - nel corso del primo trimestre 2012 - nel nuovo stabilimento di Baramati in fase di attrezzamento, che avrà una capacità produttiva superiore alle 150.000 unità l'anno. E proprio rispetto ai mercati su cui investire il presidente Colaninno è stato molto netto: "Senza l'Asia avremmo avuto problemi enormi. L'Asia ci ha permesso di fare investimenti in Europa, di investire in innovazione e di fornire un dividendo ai nostri azionisti". D'altronde la convenienza nell'investire nell'Asia costruendo lì stabilimenti è assolutamente evidente visto il costo della manodopera in alcun modo paragonabile con quello italiano. Per avere un quadro della situazione emersa dell'indagine dalla Fim-Cisl nel 2010 sulle condizioni di lavoro nello stabilimento Piaggio-Zongshen di Foshan, in Cina, dove tra le altre cose si produce lo scooter "Shuni" una variazione del popolare "Zip". Riportiamo qui di seguito alcuni passi di quell'indagine diffusa da Gianni Alioti dell'Ufficio Internazionale Fim-Cisl. L'impianto occupa una superficie di 120.000 metri quadri e impiega circa 800 dipendenti. L'età media degli operai è molto bassa e solo il 10% sono donne. Nella fabbrica non risulta che ci sia il sindacato. Il personale d'ufficio è reclutato attraverso agenzie d'intermediazione, il personale produttivo è assunto soprattutto attraverso la presentazione da parte di persone conosciute. I dipendenti firmano un contratto di lavoro due mesi dopo aver iniziato a lavorare. Non è consegnata loro nessuna copia del contratto. I neoassunti il primo mese ricevono metà salario, il secondo mese l'80% dello stipendio e poi di mese in mese la somma cresce del 5%. Il resto è trattenuto come deposito. Inoltre, particolare sconcertante per chi nel proprio codice etico ha scritto che "La società tutela la sicurezza e la salute nei luoghi di lavoro e ritiene fondamentale, nello svolgimento dell'attività economica, il rispetto dei diritti dei lavoratori", i dipendenti devono pagarsi l'assicurazione contro gli infortuni, versando di tasca propria circa 6 euro il mese, che corrisponde al 6-7% dello stipendio. Al momento dell'assunzione gli operai devono pagarsi persino le tute di lavoro (6 euro) e il logo aziendale (circa due euro). Solamente dopo il secondo anno di lavoro, i dipendenti non sono più tenuti a pagare le tute. Gli orari di lavoro sono massacranti e variano secondo il reparto. Il reparto per la lavorazione dei materiali plastici è organizzato in due turni giornalieri di 12 ore l'uno per 6 giorni, che equivale a 72 ore la settimana. Gli altri reparti lavorano un solo turno quotidiano di 10 ore per 6 giorni più gli straordinari. Il reparto di assemblaggio è quello in cui gli straordinari sono più frequenti: a volte si protraggono fino alle tre del mattino, ma più spesso si fermano alle 23 (14 ore al giorno). Un bel laboratorio, non c'è che dire, per i cambiamenti globali, che riporta i lavoratori alle condizioni del capitalismo nella prima rivoluzione industriale, sotto lo sguardo attento di un partito comunista preoccupato più a salvaguardare l'investimento dell'impresa, che gli operai. Per garantirsi questo sistema di orari la Piaggio-Zongshen fornisce vitto e alloggio. Il dormitorio si trova all'interno della fabbrica ed è dotato di aria condizionata. I lavoratori devono pagare una piccola somma per il dormitorio, per l'acqua, la corrente e il cibo. Nella fabbrica vigono due metodi di calcolo del salario: a tempo e al pezzo. Gli operai dei reparti per la lavorazione dei materiali plastici e di assemblaggio sono pagati secondo un sistema di cottimo di gruppo, calcolato in base alla quantità di produzione per ora lavorata. Il salario minimo legale locale è di circa 90 euro il mese. Il Governo cinese, però, dopo gli scioperi spontanei esplosi proprio a Foshan, alla Honda, nel maggio di quest'anno e poi moltiplicatisi in altre fabbriche, ha annunciato un aumento dei salari minimi in trenta città di un 20 per cento. Nel momento in cui si è compiuta l'indagine, il salario base (senza straordinari) di un operaio comune alla Piaggio-Zongshen oscillava - secondo la mansione e l'orario di lavoro - da 82 euro (sotto il minimo legale) a 120 euro. La paga media - comprensiva degli straordinari abituali - si aggirava attorno ai 160 euro. Solo nel caso in cui si facciano moltissimi straordinari, si può arrivare a guadagnare 235 euro il mese. Per fare comparazioni con la realtà italiana dobbiamo, però, dividere l'ammontare del salario percepito con le ore lavorate. Facendo questo calcolo risulta una paga oraria alla Piaggio- Zongshen di Foshan tra i 30 e 40 centesimi di euro.

Redazione Pisanotizie

martedì 27 dicembre 2011

Milano, i lavoratori Wagon Lits sulla torre

I lavoratori della Servirail ricevono la visita del segretario della Cgil Susanna Camusso.


Giovanni Lucci



fonte:http://www.youtube.com/user/antefattoblog

Piaggio, 950 operai in cassa integrazione


Il lavoro riprenderà in maniera scaglionata fra i reparti dal 9 gennaio, quando torneranno a lavoro gli addetti delle Meccaniche in cui si assemblano i motori.Cassa integrazione ordinaria per 950 operai della Piaggio di Pontedera.


E' scattata da alcuni giorni e il lavoro riprenderà in maniera scaglionata fra i reparti dal 9 gennaio, quando torneranno a lavoro gli addetti delle Meccaniche in cui si assemblano i motori. Il 16 gennaio, invece, toccherà a quelli delle officine 2R e 3RM che dovranno prolungare le vacanze natalizie a causa di "un eccesso di scorte nei magazzini", come hanno spiegato i segretari provinciali delle quattro sigle sindacali dopo l'incontro con esponenti dell'azienda per le comunicazioni relative ai rientri di gennaio. Uno stop che da alcuni anni si ripete sempre, vista la stagionalità su cui ormai si basa la produzione della fabbrica pontederese

domenica 25 dicembre 2011

Il pacco di Natale della Bce

La banca centrale presta soldi agli istituti europei: 500 miliardi di euro. Ma con la garanzia degli stati per comprare titoli. «Mercati» perplessi C’è qualcosa, che non va… E non si tratta di una canzone. ieri la Banca centrale europea (Bce) ha sfoderato il suo «bazooka» per «tranquillizzare i mercati». Ma senza grandi risultati. Le borse hanno ripreso a perdere terreno, lo spread tra Bund tedeschi e Btp italiani (Bonos spagnoli, ecc) ad aumentare. Eppure il «combinato disposto» messo insieme da Bce e stati nazionali era quanto di più immenso si potesse immaginare. Gli Stati, nei giorni scorsi e con grande riserbo, avevano rassicurato le banche (privatissime): metteremo una garanzia sulle obbligazioni che vorrete emettere, da usare come «garanzie collaterali» nella richiesta di prestiti alla Bce. Un regalo di Natale, per istituti che faticano a reperire liquidità sul mercato finanziario. Ma non sarebbe stato completo senza il corrispettivo ideato dalla Bce: per la prima volta ha infatti erogato un rifinanziamento a lunga scadenza (tre anni) a favore delle banche commerciali dell’eurozona. Tasso di interesse di assoluto favore: appena l’1%. La speranza esplicita di Francoforte è che le banche usino questa liquidità gratuita – anzi: redditizia – per acquistare titoli di stato dei paesi in difficoltà. Non per nazionalismo o buon cuore: i rendimenti medi superano quasi sempre il 5%. In altri tempi sarebbe stata benzina sul fuoco del carry trade (un gioco facile facile – prendi a prestito yen a gratis per comprare titoli statunitensi che rendevano il 3-4% – su cui si è bruciata infine la finanza islandese). Oggi no. A parte una prima fiammata di borsa e relativa caduta dello spread, le cose hanno ripreso il solito andamento «pessimistico». Eppure la Bce ha «stampato soldi» virtuali per quasi 500 miliardi di euro, un terzo del Pil italiano. Le banche sono corse a rifornirsi proprio come dei passanti che vedono volar per aria i contanti di una rapina. Fino al giorno prima si ipotizzava una cifra molto inferiore, praticamente la metà. tra i protagonisti, 14 banche italiane, con Unicredit e IntesaSanPaolo a fare la parte del leone: 40,4 miliardi in due. Qualcuno già parlava della Bce come «un bancomat», naturalmente a disposizione di pochi eletti: 523 istituti che operano sul continente. L’unica «condizione» posta dalla Bce era infatti la consegna, da parte delle banche, di «collaterali» credibili, ovvero garantiti dallo Stato in cui si trova la sede centrale. Provate un piccolo senso di vertigine? È comprensibile. Questo vortice di denaro «fiduciario» ha molto di malato. Lo Stato (qualsiasi Stato dell’eurozona) garantisce obbligazioni bancarie private «inventate» in pochi giorni, chiedendo esplicitamente alle banche stesse di usare il credito illimitato concesso – su quella base – dalla Bce per… acquistare titoli di stato. Chi garantisce cosa? Chi paga, se le cose si mettono male? Ah, saperlo… I dubbi che hanno attraversato «i mercati» sono stati certamente più prosaici e numerosi. Nessuno può infatti assicurare che le banche, una volta riempitesi le tasche, ricomincino a prestare a imprese e consumatori. E nemmeno che comprino davvero i titoli di stato, dai rendimenti appetitosi – sì – ma ancora molto rischiosi. Specie se, come ha confermato ieri sera Fitch (una delle tre famigerate agenzie di rating Usa), i principali fondi di investimento americani hanno continuato a vendere gli investimenti denominati in euro, specie i titoli bancari. Bersaglio principale? La Francia (-63% rispetto ad ottobre). Non basta. La European Banking Authority (Eba) ha nei giorni scorsi stabilito che le banche piene di titoli di stato« rischiosi» devono rafforzare il proprio patrimonio (capitale messo a garanzia, non impiegato) per far fronte a eventuali problemi. Solo le banche italiane dovrebbero ricapitalizzarsi per 15,4 miliardi. Ecco che un terzo della cifra presa in prestito ieri dalla Bce risulta già «congelata» per altri scopi. Ma gli stessi istituti sanno che nel 2012, a causa del contemporaneo venire a scadenza di un’infinità di obbligazioni statali e private, potrebbero non riuscire a trovare il modo di rifinanziarsi. Solo quelli italiani dovrebbero trovare almeno 78 miliardi. La Bce, che ne è ancora più consapevole, ha già reso noto che a inizio anno metterà in atto un’altra operazione di rifinanziamento «illimitata». Di fatto, la Bce comincia ad operare come un sostituto del «mercato», finanziando al bisogno tutte le banche che ne faranno richiesta. È logico che la Bce provi a impedire un blocco totale del credito (il famoso credit crunch), con le pesanti ricadute sull’economia reale. Ed anche che provi a farlo senza travalicare i propri limiti di mandato (non può prestare soldi direttamente agli stati, né stampare moneta ad libitum, come fa la Federal Reserve Usa). Ma questa immane «partita di giro» (dalla Bce alle banche, ma con garanzia statale per comprare titoli di stato) sa più di alchimia che non di scienza. I mercati l’hanno avvertito. E il «bazooka» rischia di diventare una mazzafionda. 

Francesco Piccioni 

 [Articolo su il manifesto 22.12.2011] 

sabato 24 dicembre 2011

CGIL Taranto: licenziati alla vigilia del Natale

CGIL Taranto: licenziati alla vigilia del Natale, Manduria (TA),20 dicembre 2011. Presidio dei lavoratori insieme al NIdiL



fonte:http://www.youtube.com/CGILNAZIONALE

Ferrovie: "Licenziati per la guerra sull'Alta velocità"


"Trenitalia ha soppresso i treni notturni per intralciare la concorrenza di Montezemolo e Della Valle sull'Alta velocità Milano-Roma", accusa Angelo Mazzeo, uno dei licenziati che a Milano presidia il binario 21 dove tre suoi colleghi occupano una torre faro. Secondo i licenziati della Servirail, molte delle tratte orarie cancellate vengono sostituite dai frecciarossa, "così la Ntv di Montezemolo non avrà spazi". Trenitalia parla di razionalizzazione di un servizio dove la domanda era ormai in calo. Ma per quelli del binario 21 le cose stanno diversamente. Denunciano manipolazioni nei database che gestiscono le prenotazioni, già dal 2008: "Chi voleva prenotare non trovava posto", raccontano, "poi il treno partiva con intere carrozze vuote". Un metodo per simulare il calo della domanda, secondo i lavoratori del presidio. "Nemmeno la manutenzione veniva fatta, così da degradare la qualità del servizio". E mentre raccontano tirano fuori alcune foto. Sono le carrozze abbandonate nei binari periferici delle stazioni, dove vagoni letto di prima classe costruiti nei primi anni del duemila vengono lasciati marcire. Una strategia vincente? Pare di no. I lavoratori mostrano i dati di alcune linee notturne. E i numeri del 2010 sono addirittura in crescita rispetto a quelli del 2009. "Altrimenti i pullman che partono dalla Stazione Centrale per il Sud Italia non sarebbero così pieni", fanno notare. Per le feste di Natale, infatti, i posti sono esauriti da settimane. 

Franz Baraggino 

Ora basta...Difendiamo e riconquistiamo il CCNL

Comunicato dell'Area programmatica La CGIl che Vogliamo di Firenze   

L'accordo firmato a Torino che riguarda le lavoratrici e i lavoratori del gruppo FIAT cancella con una gravità inaudita in uno solo atto il CCNL, la rappresentanza,la democrazia, lo Statuto dei Lavoratori, diritti e lotte conquistate negli anni dal movimento operario e dai lavoratori. Un accordo che non deve lasciare indifferenti e apatici  lavoratrici e lavoratori di altri settori e la nostra organizzazione,  infatti riguarda tutte/i  e tutto il mondo del lavoro, così come le istituzioni non possono stare a guardare mentre viene calpestata la Costituzione della Repubblica Italiana e i diritti contenuti in essa a partire dalle libertà e dei diritti sindacali. La politica, i partiti,  quelli che ancora oggi sono portatori sani dei bisogni dei cittadini e a tutela dei beni comuni come il lavoro, hanno il dovere civico e morale di intervenire per fermare questa deriva distruttiva per la dignità delle lavoratrici e lavoratori del nostro paese. Il modello contrattuale FIAT divide i lavoratori e ha creato sindacati corporativi con l'aggravante di peggiorare irrimediabilmente le condizioni di lavoro dei lavoratori schiacciati dal ricatto della perdita del  posto di lavoro. Le compagne e i compagni dell'area programmatica della CGIL che Vogliamo di Firenze ritengono sia necessario e non più rinviabile una nuova piattaforma per i lavoratori e per il lavoro  a tutela del CCNL, dello Statuto dei Lavoratori  e dei diritti dei lavoratori, che riscriva nuove regole di modello contrattuale superando anche l'accordo interconfederale del 28 giugno 2011 firmato da CGIL CISL UIL e Confindustria che non solo lascia ampi spazi a deroghe del CCNL, ma non tutela e non evita gli accordi separati, l'accordo FIAT ne è un esempio. Inoltre la "ritrovata" unità sindacale che un solo giorno è durata per lo sciopero generale del 12 dicembre 2011 è stata una scelta discutibile non perchè inutile,  ma perchè mentre in piazza le confederazioni contestavano le scelte del governo,  la FIM e UILM  che erano al tavolo con FIAT avevano, anostro avviso,  già firmato l'accordo  che cancella di fatto il CCNL per 86.200 lavoratori ed esclude la rappresentanza FIOM da tutti gli stabilimenti. E' il momento di intervenire ulteriormente contro le scelte di questo governo dall'ennesima manovra  finanziaria all'attacco alle pensioni  che non sono certo diverse da quelle del Governo Berlusconi con il risultato di aver  peggiorato ulteriormente la situazione attuale economica delle lavoratrici e dei lavoratori vittime di una crisi e  di debiti  che non hanno creato ma che devono pagare con i loro già miseri salari messi a dura prova da mancati  adeguati aumenti al costo della vita  e periodi di cassa integrazioni. 

Licenziati e reintegrati dal giudice. «Ecco a cosa serve lo Statuto»

Messi alla porta dalla multinazionale del farmaco nel 2009, sono potuti rientrare al lavoro solo dopo due sentenze della magistratura 

Nell’Italia di oggi dove i diritti di chi lavora ( e ovviamente di tanti altri) vengono quotidianamente calpestati, qualche volta capita che a perdere siano i potenti. Ieri è stata una giornata importante per Doriana, Gloria, Gianfranco, Luigi e Romano e gli altri due lavoratori della Pfizer di Ascoli (multinazionale americana dei farmaci) licenziati il 31 luglio del 2009, provvedimento a cui si erano opposti con decisione. Una storia emblematica del paese in cui viviamo, una scelta dettata dal solito piano selvaggio di ristrutturazione con cui l’arroganza padronale vuole liberarsi dei dipendenti più anziani e sindacalizzati per assumere manodopera giovane e ricattabile. Invece questa vicenda dimostra come sia possibile battere lo strapotere delle grandi imprese. Le due sentenze della magistratura, l’ultima in appello ad ottobre, che hanno sancito il sacrosanto diritto di questi lavoratori di ritornare in fabbrica è sicuramente un forte segnale in tempi come questi. «Siamo rientrati – dice Gianfranco – con tanta voglia di riprendere il nostro posto di lavoro, di ricominciare a lavorare dopo questi due anni di sofferenze. È la dimostrazione di quanto sia importante l’articolo 18 che oggi anche il nuovo governo vuole mettere in discussione». Ma il rientro ha avuto anche una sorpresa non gradita. «Non tutti abbiamo riavuto la vecchia collocazione, alcuni di noi sono stati spostati di reparto con nuove mansioni. Sicuramente una cosa non piacevole». Un provvedimento che sa di ritorsione da parte della proprietà che ha dovuto ingoiare il rospo. «La comunicazione – prosegue Gianfranco – ci è arrivata all’inizio di dicembre, prima sono rientrati tre, poi altri quattro». Ma come è stata l’accoglienza degli altri lavoratori? «Per quanto mi riguarda ho verificato una clima di paura. Certamente alcuni sono venuti a complimentarsi, ma in molti altri ho percepito il timore di esporsi. Del resto si continua a ricorrere alla mobilità, il futuro è ancora alquanto incerto». Luigi invece ha ricevuto tanti attestati di stima: «Io ho trovato un bel clima. Numerosi lavoratori si sono complimentati e ho ricevuto parole di incoraggiamento. Certamente per il futuro ci sono numerose incognite. Da un lato si fa ricorso alla mobilità nei confronti dei lavoratori con contratti stabili, dall’altro, come anche in questo ultimo periodo, si assumono 50, 70 persone con rapporti di lavoro interinali o comunque flessibili». Per Luigi l’esito positivo della vertenza sancisce la «salvaguardia della dignità; c’è da augurarsi che la proprietà non ripeta l’errore fatto con noi». E i sindacati che nella battaglia fatta dai sette hanno avuto atteggiamenti contraddittori come hanno reagito? «L’Ugl – dicono all’unisono Gianfranco e Luigi – ha fatto un bel comunicato dandoci il benvenuto, mentre Cgil Cisl e Uil sono stati zitti. L’impressione è che per loro siamo un problema disinnescato, insomma il nostro rientro li ha tolti dall’imbarazzo». Sicuramente un’anomalia, ma sicuramente non l’unica in questa storia. Speriamo che non ce ne siano altre. 

Sergio Sinigaglia

[Articolo su il manifesto 21.12.2011] 

Sotto la banca l’economia crepa

Vi servono soldi e non sapete a chi rivolgervi? Siete alla disperazione e non sapete dove sbattere la testa? I miracoli a volte si realizzano. Improvvisamente arriva un «benefattore» disposto a darvi soldi a volontà con restituzione del capitale dopo 3 anni facendovi pagare l’1% di interessi l’anno. Sembra una favola, ma è realtà. A cercare soldi sono le banche e il benefattore è la Bce, la Banca centrale europea che ieri ha inaugurato il sistema delle aste con restituzione del prestito dopo tre anni. Ovviamente nessuno si è sorpreso che siano stati piazzati prestiti per circa 500 miliardi e nessuno si sorprenderà se nei prossimi mesi saranno elargiti altri prestiti per un importo che viene stimato sui duemila miliardi di euro. L’Europa che fa acqua da tutte le parti ha riaffermato ancora una volta la supremazia del sistema bancario che – vale la pena ricordarlo – ha fatto esplodere la crisi finanziaria attuale che ha trascinato nel baratro molti stati. Le motivazioni di questa operazione sono varie. In sintesi: le banche soffrono di una crisi di liquidità e sono tra di loro estremamente diffidenti; è crollata la fiducia; non ci sono soldi per finanziare l’economia reale e concedere mutui; il rendimento dei titoli di stato è salito alle stelle perché i «risparmiatori» temono default generalizzati; nel 2012 dovranno essere rimborsati una montagna di euro (poco meno di 1000 miliardi) di obbligazioni (pubbliche e private) in scadenza e un po’ tutte le banche che dovranno ricapitalizzarsi per fronteggiare la difficile situazione avranno margini più ampi. Tutto vero, ovviamente, ma l’Europa ancora una volta ha scelto la strada più tortuosa: quella che pone al centro del sistema economico e sociale le banche e i banchieri e, più in generale, il capitalismo finanziario. Sicuramente questi prestiti generosamente elargiti dalla Bce produrranno alcuni effetti positivi. Su tutti, evitare il tracollo del sistema finanziario europeo e, a catena, di quello mondiale. Forse i rendimenti dei bond pubblici diminuiranno, forse si allargheranno i cordoni del credito a famiglie e imprese, forse saranno evitati default. Insomma, forse il sistema finanziario sarà risanato. Ma della gente comune, dei lavoratori, dei disoccupati nessuno sembra interessarsi. Eppure l’affermazione che pretende che una finanza sana per alimentare un sistema economico sano è falsa. Anche perché per avere una finanza sana occorrerebbe eliminare le troppe zone di grigio che rendono i mercati (un termine sempre più misterioso) estremamente opachi, una foresta da disboscare per tagliare le ali alla speculazione. Su questo fronte, invece, tutto tace. Non si riesce e non si vuole neppure introdurre una piccola imposta (quella che a sinistra si chiama Tobin tax) sulle transazioni finanziarie speculative. Il punto è un altro: i presupposti della crisi attuale sono – come nel 1929 – non negli imbrogli del sistema finanziario, ma nel malessere dell’economia reale, nel peggioramento nella distribuzione dei redditi che ha generato una classica crisi di sovraproduzione e sottoconsumo; nello sfruttamento intensivo del lavoro provocato da una globalizzazione sempre più aggressiva. Purtroppo le misure liberiste di Monti oggi e Berlusconi e Tremonti fino a meno di 40 giorni fa hanno mosso nella direzione di peggiorare ulteriormente la situazione del lavoro e della distribuzione dei redditi facendo precipitare l’economia in una nuova fase recessiva. La necessità quindi non è quella del risanamento del sistema finanziario che – così come oggi è ridotto – potrebbe anche andare in malora senza rimpianti, ma di quello economico. Non tarpando le ali all’iniziativa privata, ma valorizzando e ampliando le funzioni degli Stati negli investimenti e nei consumi. Pubblici, ovviamente. 

 Galapagos 

 [Articolo su il manifesto 22.12.2011] 

venerdì 23 dicembre 2011

Donne. Fiat: appello di delegate e lavoratrici per l’abrogazione del Contratto separato del 13 dicembre

Chiediamo alle donne di tutte le aziende del Gruppo di firmare perché il contratto separato toglie diritti e dignità a tutte e a tutti, discrimina le donne, cancella la libertà di opinione e sindacale, impedisce il diritto di sciopero, riduce lavoratrici e lavoratori a pura merce.

appello di delegate e lavoratrici per l’abrogazione del Contratto separato del 13 dicembre



fonte:http://www.fiom.cgil.it/

Fincantieri: cresce la mobilitazione dei lavoratori contro l’accordo separato

Le notizie che arrivano dagli stabilimenti Fincantieri ci dicono che i lavoratori stanno reagendo negativamente e con forza ai contenuti dell'accordo relativo alla riorganizzazione aziendale. Ciò conferma la bontà della scelta della Fiom di non sottoscrivere un testo privo di garanzie industriali e occupazionali, che determina la fuoriuscita definitiva di 1.243 lavoratrici e lavoratori dal processo produttivo e il sostanziale abbandono di due interi cantieri, sulla traccia del piano di tagli del 23 maggio scorso. Tale reazione di dissenso sta progressivamente assumendo una dimensione unitaria anche tra i delegati RSU, come avvenuto al cantiere di Ancona. A Palermo, nel corso dell'assemblea dei lavoratori, anche le segreterie provinciali di FIM e UILM hanno nettamente preso le distanze dall'accordo separato firmato a livello nazionale. Ciò conferma che, per affrontare una discussione così delicata, sarebbe stato utile avere, oltre ad interlocutori adeguati, più tempo a disposizione per poter avviare anche un confronto con i lavoratori. Tutto questo era stato fortemente richiesto dalla Fiom al tavolo di trattativa di mercoledì scorso ma, purtroppo, Fincantieri ha scelto di realizzare un accordo separato. In questo quadro è evidente la necessità che il Governo, nella persona del Ministro Corrado Passera, riconvochi al più presto tutte le parti per riaprire il confronto, nel rispetto degli impegni assunti il 3 giugno scorso dallo stesso governo, dopo il ritiro da parte dell'azienda del piano precedentemente presentato. Come Fiom riteniamo che la trattativa debba riaprirsi a partire da un vero piano industriale, sostenuto dal Governo attraverso politiche adeguate agli obiettivi di crescita e sviluppo, che garantisca concretamente, nella attuale fase di crisi, la salvaguardia e la continuità produttiva di tutti i siti e cantieri; la riorganizzazione, inoltre, non può fondarsi su veri e propri tagli al personale né sull'esternalizzazione di ulteriori attività produttive di Fincantieri, come previsto dall'accordo separato. La fase di scarico di lavoro deve essere, al contrario, gestita attraverso strumenti basati su principi di solidarietà, volontarietà e di redistribuzione del carico di lavoro. Per la Fiom la vertenza è ancora aperta. Per questa ragione, nelle assemblee che stiamo effettuando e che si terranno anche nei prossimi giorni, proporremo alle lavoratrici ed ai lavoratori ulteriori iniziative di mobilitazione finalizzate al raggiungimento di questi obiettivi. 

mercoledì 21 dicembre 2011

A Modena nel Gruppo Fiat (Ferrari, Maserati e CNH) tra le Rsu prevale il No al contratto Fiat

Oggi si sono tenute le votazioni tra le RSU del Gruppo Fiat di Modena (CNH, Ferrari, Maserati) sul contratto di primo livello FIAT firmato separatamente da Fim, Uilm, Fismic, UGL e Sindacato Quadri. Il risultato, nonostante le 16 RSU Fiom presenti giustamente non abbiano preso parte alla votazione, ha visto prevalere i No 4 a 3 con un astenuto. Quindi a Modena anche tra i delegati dei sindacati firmatari prevale la contrarietà all'accordo. Da notare che gli Rsu della Uilm hanno scelto di votare ieri (20 Dicembre) contravvenendo al regolamento sulle votazioni previste per oggi (21 Dicembre). Questo ha fatto invalidare dalla stessa commissione elettorale (in cui la Fiom non era presente) i voti delle RSU Uilm. Tale scelta delle Rsu Uilm è difficilmente spiegabile come un "errore" o una "ingenuità". In realtà è la dimostrazione che anche nella Uilm così come nella Fim vi sono fortissime contraddizioni. Semplicemente anzichè farle emergere oggi come è avvenuto per la Fim, hanno preferito usare l'espediente di farsi annullare il voto. Inutile dire che il risultato è clamoroso, soprattutto perchè parliamo degli stabilimenti, soprattutto Ferrari, che stanno fornendo la maggior quantità di profitti alla Fiat. Il merito di questo risultato e delle contraddizioni emerse negli altri sindacati sta nella tenacia e bravura dei delegati Fiom che in queste settimane non hanno mai smesso di portar avanti la loro battaglia con coraggio e determinazione. Bravi compagni! Che questo sia solo l'inizio della riscossa operaia nel gruppo Fiat! 

Elezione RSU, la FIOM stravince!

La politica di lotta paga! Risultati rinnovo RSU Same (Treviglio) Concluse oggi le elezioni per il rinnovo della RSU in Same. Alla Fiom il 69% dei voti, con 15 delegati su 22. Rispetto alle ultime elezioni la Fiom avanza di 3 delegati e circa 10 punti percentuali. I nostri complimenti a tutti i candidati della Fiom! 

martedì 20 dicembre 2011

“Barricate per difendere ed estendere l’articolo 18”

Le dichiarazioni di esponenti del governo e della Confindustria che aprono la strada, come peraltro richiesto dalla lettera della Bce, verso la messa in discussione dell’articolo 18 e verso licenziamenti ancora più facili, sono di una gravità inaudita. Mentre la stessa Confindustria annuncia 800 mila nuovi disoccupati per il prossimo anno, si pensa di affrontare la crisi rendendo più facile il licenziamento. Il tutto in nome dei giovani. E’ un’autentica follia. Al contrario, di fronte a questa situazione drammatica sul piano occupazionale, occorrerebbero misure di segno opposto a quelle prospettate, quale il blocco dei licenziamenti e della chiusura delle aziende, l’estensione della tutela dell’articolo 18 a chi non ce l’ha. A questo punto occorre un’azione del movimento sindacale ben più incisiva di quella finora attuata.Se davvero il governo andrà avanti a gennaio dobbiamo fare le barricate, ci vuole una mobilitazione sociale e politica in grado di fermare il governo e la Confindustria. Su questa materia non ci saranno prove di appello, o travolgeremo il governo, o tutti i diritti del movimento del lavoro ne verranno travolti. 

 Giorgio Cremaschi 

Camusso, sulle pensioni un intervento folle. Governo supponente

Il Segretario Generale della CGIL in una intervista al 'Corriere della sera' afferma che "la situazione è grave, ma quella di Monti non è la ricetta giusta". In merito alla proposta del ministro Fornero di un contratto unico per i giovani, avverte "sarebbe solo un nuovo apartheid a danno dei giovani" 

La stangata del governo Monti ha provocato la mobilitazione di tutti i sindacati, che cercano di dar voce alla protesta di lavoratori e pensionati. I motivi di questa opposizione durissima e di quella che ci sarà rispetto a ogni ipotesi di modifica dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori li spiega il Segretario Generale della CGIL, Susanna Camusso. Il governo dice che la manovra ha salvato l'Italia da una situazione dove erano a rischio i risparmi e le tredicesime. È d'accordo? «Vedo che si autoattribuiscono il ruolo di salvatori della Patria. La realtà è che la situazione era ed è grave, ma la ricetta giusta non è quella di Monti». Perché? «Perché grava sui soliti noti: chi ha un reddito Irpef dichiarato, in genere medio basso. Perché punta a far cassa rapidamente su chi non può sottrarsi e non si è mai sottratto al Fisco. Determina recessione e quindi non mette affatto al riparo il Paese. Hanno solo preso tempo». Servirà un'altra manovra? «Di sicuro, non c'è una spinta alla crescita. C'è invece l'impoverimento di gran parte del Paese, perché la logica è stata quella di trovare chi pagasse il prezzo del pareggio di bilancio». Lei al posto di Monti che avrebbe fatto? «Lo abbiamo detto molte volte. Avremmo introdotto forme serie di prelievo sulle grandi ricchezze e non misure così leggere che rasentano la trasparenza. Avremmo messo un sano tetto alle retribuzioni più alte e alla pluralità di incarichi pubblici e cumuli multipli tra stipendi e pensioni d'oro. E avremmo fatto cose più incisive sull'evasione, solo per fare qualche esempio». La riforma delle pensioni è pesante. Ma nell'opinione pubblica c'è anche la consapevolezza che è la conseguenza degli errori del passato. Non crede che nel '95 fu uno sbaglio, anche del sindacato, escludere dal contributivo i lavoratori con più di 18 anni di servizio? «La CGIL già allora pensava che il contributivo pro quota potesse essere una soluzione e Sergio Cofferati lo disse pubblicamente. Oggi comunque tra i lavoratori e i pensionati che frequento io non c'è nessuno che trovi la riforma Fornero ragionevole. C'è una straordinaria sottovalutazione e una supponenza impressionante da parte del governo nel non capire le conseguenze di questa riforma, che rappresenta un intervento brutale sui prossimi 6-7 anni per tante persone che non potranno accedere alla pensione e non avranno un sussidio. C'è un livello di aggressione nei confronti dei lavoratori e delle lavoratrici che, fatto da una donna, stupisce molto». Ma come, si dice che Fornero ministro l'abbia voluto la CGIL, sbarrando la strada a Carlo Dell'Aringa... «Non è vero. La CGIL non ha partecipato al totoministri e non ha posto veti di sorta. Ma mi interessa tornare sulle pensioni perché c'è una cosa che nessuno ha notato ed è gravissima». Quale? «Nella riforma c'è una norma programmatica che affida a una commissione di studiare la possibilità che i lavoratori spostino una parte dei contributi previdenziali dal sistema pubblico alle assicurazioni private. Questa è una riforma per smontare il pilastro delle pensioni pubbliche. Quindi Fornero non tiri in ballo a sproposito Lama, perché lei ha fatto esattamente una riforma contro i suoi figli, anzi i suoi nipoti». Mettere in sicurezza finanziaria le pensioni è un modo per garantire il pagamento delle stesse alle prossime generazioni. «No, no, il sistema era già in sicurezza». Non può negare che finora chi è andato col retributivo spesso ha ricevuto un regalo rispetto ai contributi versati. «Guardi che il fondo lavoratori dipendenti è in attivo mentre le gestioni in passivo sono pagate coi contributi dei parasubordinati. Ha idea invece di che dramma sociale creerà questa riforma per i lavoratori dipendenti e i precari, determinando insicurezza e paure? Che senso ha tutto questo? Quello di regalare il sistema alle assicurazioni?». Sta dicendo che Fornero lavora per le assicurazioni private? «Se guardo la manovra, sì. Ma un governo di tecnici non può pensare di trasformare il Welfare senza discuterne con nessuno». Quasi quasi era meglio Berlusconi? «No, perché se siamo arrivati a questo punto è per colpa dei suoi governi. Ma ciò non significa che questo esecutivo possa fare qualsiasi cosa. Quando sento dire che bisogna riformare il ciclo della vita..., ma chi sono gli unti del signore pure loro?». Meglio andare alle elezioni anticipate? «Questo governo è nato per affrontare un'emergenza. Trovo che ci sia un tratto autoritario nel voler dire che sarà il grande riformatore del Paese, perché questo spetta alla politica». Ci saranno altri scioperi? «Valuteremo con CISL e UIL. Io sono per continuare la mobilitazione. Non finisce qui. Contesto che si possa pensare che ci siano lavori che si possono fare fino a 70 anni. Fornero scenda dalla cattedra: se la immagina una sala operatoria con infermieri settantenni? Si rende conto che c'è gente che si fa un mazzo così e non può farselo più nemmeno a 66 anni? Mica sono tutti banchieri. Invece, trattiamo la gente che va in pensione dopo 42 anni come se fossero dei profittatori mentre c'è a chi basta una legislatura». Dopo le pensioni, tocca al mercato del lavoro. Fornero propone il contratto unico per i giovani, senza le tutele al 100% dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. «Sarebbe un nuovo apartheid, a danno dei giovani. Se facciamo un'analisi della realtà, vediamo che la precarietà c'è soprattutto dove non si applica l'articolo 18, nelle piccole aziende. Quindi tutta questa discussione è fondata su un presupposto falso. Vogliamo combattere la precarietà? Si rialzi l'obbligo scolastico, si punti sull'apprendistato e si cancellino le 52 forme contrattuali atipiche». Insomma per la CGIL l'articolo 18 resta un totem, come dice Fornero. Ammetterà almeno che bisogna superare il dualismo del mercato del lavoro tra garantiti e precari. «Non è un totem, ma una norma di civiltà. Vogliamo superare il dualismo? Lancio una sfida: facciamo costare il lavoro precario di più di quello a tempo indeterminato e scommettiamo che nessuno più dirà che il problema è l'articolo 18?». Fornero dice che le donne non devono rivendicare compensazioni ma parità, anche nei lavori domestici. È d'accordo? «Fornero dovrebbe intanto ripristinare la legge contro le dimissioni in bianco e farne una sulla paternità obbligatoria. Sarebbero passi in avanti concreti verso la parità». 

La Federmeccanica come la Fiat. Adesso basta, c’è il dovere della chiarezza per tutti

Mentre tutte le attenzioni sono giustamente rivolte ai drammatici guasti sociali provocati dalla manovra del governo Monti e dalla politica economica della Bce, continua brutale l’attacco al contratto nazionale e ai più elementari diritti dei lavoratori. Il 1° gennaio la Fiat ha imposto il suo contratto capestro a tutti gli 80 mila dipendenti del gruppo, escludendo la Fiom e tutti i sindacati dissenzienti da ogni rappresentanza sindacale. Ora, con una letterina dal tono burocratico ma che ha la consistenza di un ordigno esplosivo, la Federmeccanica liquida tutti i diritti di rappresentanza della Fiom in tutte le aziende metalmeccaniche. Secondo l’associazione della Cofnindustria dal 1° gennaio tutti i diritti sindacali previsti per la Fiom e per i suoi rappresentanti nei luoghi di lavoro devono essere cancellati. E’ una decisione inaudita che colpisce il sindacato che rappresenta la grande maggioranza delle lavoratrici e dei lavoratori metalmeccanici. E’ un vero e proprio golpe sindacale che distrugge la democrazia e che è spiegabile solo con una volontà di imporre a tutti i lavoratori il modello Pomigliano, cioè un drammatico taglio ai diritti, ai salari, alla dignità stessa delle condizioni di lavoro. L’ipocrisia della Confindustria è oramai spudorata. Da un lato fa parole di dialogo, dall'altro sostiene l’attacco all’articolo 18 e ora la cancellazione anticostituzionale delle libertà sindacali nelle fabbriche. Tutti devono chiarire, a partire da coloro che un anno e mezzo fa spiegavano che Pomigliano sarebbe stata un’eccezione nel mondo del lavoro. Cisl e Uil, che appoggiano questo disegno, non possono più essere considerati interlocutori nella lotta per al difesa dei diritti dei lavoratori. E’ il momento della chiarezza e del rigore. Chi sta con la Federmeccanica e l’attacco ai diritti dei lavoratori sta dall’altra parte. Chi sostiene i diritti della Fiom e di tutti i sindacati liberi a essere presenti in fabbrica anche per poter contrastare accordi ingiusti, sta dalla parte giusta. Per questo la Cgil dovrà procedere a un’attenta revisione delle sue politiche. In primo luogo disdettando l’accordo del 28 giugno, che si è rivelato fallimentare e controproducente da ogni punto di vista. Le forze politiche, se vogliono sostenere le libertà dei lavoratori, hanno una sola misura da attuare subito: la cancellazione integrale dell’articolo 8 della manovra Tremonti. Lo stesso vale per il governo, la cui acquiescenza verso le posizioni della Federmeccanica, a questo punto sarebbe totale complicità. A gennaio tutti i nodi verranno al pettine e non ci sarà più spazio per furberie e giochetti di palazzo, politici e sindacali. Bisogna lottare con tutta la determinazione, con tutta la durezza, con tutta la capacità di reggere nel tempo che saranno necessarie, per sconfiggere il disegno della Fiat, della Confindustria e della Federmeccanica. 

 Giorgio Cremaschi 


Campagna nazionale e internazionale per i diritti e le liberta' sindacali in FIAT

La Fiom lancia, insieme alla campagna nazionale IO VOGLIO LA FIOM IN FIAT, una campagna internazionale di raccolta firme attraverso il sito Labourstart. Infatti la Fiat, con l'accordo separato che estende a tutto il gruppo i termini dell'accordo di Pomigliano e cancella tutti gli accordi aziendali e il contratto nazionale, non viola solo il diritto del lavoro italiano, ma anche due convenzioni internazionali della Organizzazione internazionale del lavoro, la n. 87 sulla libertà di associazione e la n.98 sul diritto di organizzazione e contrattazione collettiva, entrambe ratificate dal Governo italiano. L'invito a firmare, viene inviato da Labourstart in più lingue, compreso l'italiano, a decine di migliaia di indirizzi di sindacalisti/e e attivisti/e sindacali. Oltre all'appello c'è un breve messaggio che arriva agli indirizzi mail del Ministro del Lavoro e della Fiat, dr. Sergio Marchionne.


Volantino:Italiano - Inglese - Francese - Tedesco                                        

Lavoro: CGIL, articolo 18 non un totem, ma una norma di civilità

Preoccupazione tra i sindacati per la riforma del lavoro annunciata dal ministro del Lavoro, Elsa Fornero. Per la CGIL l'articolo 18 non si tocca perchè “impedisce i licenziamenti discriminatori”, serve invece “aprire un confronto serio, con i sindacati e le parti sociali, perché le riforme per il Paese non si possono fare con i voti di fiducia del Parlamento”

Prosegue lo scontro sull'articolo 18, la norma dello Statuto dei lavoratori del 1970 che disciplina il reintegro in caso di licenziamento senza giusta causa o giustificato motivo. La CGIL, per voce del suo Segretario Generale, Susanna Camusso, si è detta indisponibile a rimettere in discussione tale articolo, poiché rappresenta “una norma di civiltà che impedisce i licenziamenti discriminatori. Ha un forte potere deterrente, per tutti, e non va cancellato. Un paese democratico e civile non può rinunciarvi”. L'annuncio del ministro del Lavoro, Elsa Fornero dell'intenzione, da parte del Governo, di riformare il mercato del lavoro, preoccupa i sindacati. In particolare, secondo la CGIL “si parla di riforma, ma in realtà sono solo licenziamenti facili” e rispondendo a quanti, come Confindustria pensano che l'articolo 18 rappresenti un “totem” per il sindacato di Corso d'Italia, la CGIL ha risposto attraverso i suoi social network: “il vero 'totem' della discussione sull'articolo 18 è pensare che cancellarlo possa aiutare il paese a superare la recessione, farlo crescere e creare occupazione. Eppure - avvisa - non c'è alcun nesso tra queste cose”. La CGIL auspica, quindi, una opposizione di tutti i sindacati alla cancellazione dell'articolo 18. “Chi ne chiede l'abolizione - avverte la CGIL - si liberi di ideologie e pregiudizi”, serve invece “aprire un confronto serio, con i sindacati e le parti sociali, perché le riforme per il Paese non si possono fare con i voti di fiducia del Parlamento”. 

“Tragico incidente sul lavoro in un'acciaieria del bresciano. È deceduto un operaio metalmeccanico a causa dello scoppio di un forno”

“Roberto Cavalieri, operaio metalmeccanico, è morto oggi a causa dello scoppio di un forno in un'acciaieria del bresciano. Si tratta dell’ennesimo incidente mortale sul lavoro. Il nome di Cavalieri si aggiunge a quello degli oltre 1.000 lavoratori deceduti nel corso dell’anno mentre erano sul loro posto di lavoro o mentre erano in itinere.” “ Il tragico incidente avvenuto oggi in provincia di Brescia smentisce, ancora una volta, l’ottimismo infondato dell’Inail. In realtà, nelle imprese italiane continuano a verificarsi infortuni anche gravi e incidenti mortali perché molte di queste imprese non informano correttamente i lavoratori sui rischi a cui sono esposti, né offrono loro un'adeguata formazione antinfortunistica. Sono troppe le aziende che non rispettano le norme e violano sistematicamente le leggi, così come sono troppe quelle che non permettono che le rappresentanze dei lavoratori vengano elette democraticamente e possano svolgere le proprie funzioni. D'altra parte, il Governo e le Regioni tagliano le risorse ai servizi di prevenzione e protezione sul lavoro, col risultato che non vengono più svolti i necessari compiti ispettivi e di prevenzione.”“La vita di un essere umano è più importante del profitto e non può essere scambiata né per un posto di lavoro, né per una manciata di soldi in più. Come Fiom, riaffermiamo il nostro impegno a lottare contro la nocività e la rischiosità dei luoghi di lavoro e a tutelare le vittime di eventuali incidenti e le loro famiglie anche con tutti gli strumenti giudiziari che la legge mette a nostra disposizione.” 

Maurizio Marcelli 
coordinatore nazionale dell'Ufficio Salute, ambiente, sicurezza della Fiom-Cgil

lunedì 19 dicembre 2011

Volevamo portare la nostra voce in piazza!

Buongiorno a tutti. Oggi pubblichiamo il racconto di un’operaia Piaggio, che il 12 scorso ha partecipato ad una manifestazione indetta dai sindacati a Pisa. Ci ha chiesto di rimanere anonima perche’ non vuole rischiare ritorsioni nel suo ambiente di lavoro, e noi esaudiamo il suo desiderio, anche perche’ in ogni caso non c’e’ nulla di penalmente o civilmente rilevante nel suo resoconto: solo l’esposizione dei fatti come lei li ha vissuti. 

“Sono un’operaia Piaggio. Lunedi 12 ho aderito allo sciopero dei metalmeccanici indetto dalla Fiom. Siamo partiti dalla stazione di Pontedera alle 9 per essere a Pisa alle 9,30. Eravamo circa una sessantina tra dipendenti Piaggio, qualche studente e pochi Cobas. Alla stazione la prima sorpresa: 6 Cellulari della polizia carichi di poliziotti . Sicuramente aspettavano molte più persone, ma il tempo e la cassa integrazione ha fatto si che molti operai rimanessero a letto. La polizia ci ha scortato “amorevolmente” fino a piazza garibaldi. Abbiamo deciso di andare verso la prefettura dove si teneva il comizio della Cgil, Cisl e Uilm (in sciopero unitario di 3 ore) contro la manovra Monti e la polizia ci ha subito bloccati impedendoci di passare sul marciapiede lungo i lungarni. A nulla è valso cercare di forzare il cordone. hanno telefonato anche al segretario provinciale della Cgil per capire se ci dovevano lasciar passare ma questo ha detto che non dovevamo arrivare alla prefettura. A questo punto l’abbiamo presa larga e passando tra i vicoli siamo arrivati nella piazza ma la polizia ci ha accerchiato in tenuta antisommossa impedendoci di andare avanti a suon di strattoni. Sapevamo di non godere molta simpatia da parte della Cisl e della Uil, ma che anche la Cgil non volesse i suoi tesserati questo è il massimo. Volevamo portare la nostra voce in piazza. La voce degli operai che sono stanchi di pagare fino all’ultima goccia di sangue il disastro che questi governanti ci hanno accollato, la voce di chi è stanco di vedersi togliere tutti i dititti(come è successo in Fiat) e vedersi trasformare in uno schiavo. Ma nella piazza dove c’erano i VIP del sindacato, non c’era posto per accogliere la nostra voce e con la prepotenza e l’aiuto della polizia ci hanno isolato. Ci definiscano pure DISSIDENTI, noi andiamo avanti!” 

 fonte:http://www.valdera5stelle.it

domenica 18 dicembre 2011

Fiom: 11 febbraio in piazza!

Landini annuncia l'iniziativa di tutti i metalmeccanici allargata a chiunque e lancia un altro pacchetto di sciopero in Fiat. Dove parte la raccolta firme per il referendum abrogativo


 


La Fiom «organizzerà per l'11 febbraio una grande manifestazione nazionale di tutti i metalmeccanici per la difesa dei diritti dei lavoratori e per un nuovo modello di sviluppo». È quanto ha annunciato il segretario delle tute blu della Cgil, Maurizio Landini, nel corso di una conferenza stampa in cui sono stati annunciati nuovi scioperi alla Fiat. Landini ha infatti annunciato che nei prossimi giorni, prima di Natale, la segreteria deciderà «un pacchetto di ore di sciopero da effettuare a gennaio a livello territoriale e aziendale sui temi della difesa del contratto nazionale e della vicenda Fiat».
Landini ha spiegato, così, le decisioni prese al termine della direzione Fiom, evidenziando che le ore di sciopero a livello territoriale precederanno la grande manifestazione nazionale dei metalmeccanici che si terrà l'11 febbraio. Alla base delle iniziative c'è sia la risposta al contratto Fiat, siglato nei giorni precedenti dagli altri sindacati, sia la manovra «recessiva». Secondo il segretario generale delle tute blu della Cgil, infatti, l'accordo Fiat «oltrepassa anche l'intesa del 28 giugno, non è solo una deroga ma supera completamente il contratto nazionale di lavoro». Inoltre, ha sottolineato Landini, secondo questa intesa «chi non è d'accordo non ha diritto di esistere». Inoltre, ha fatto sapere, «in alcuni stabilimenti i lavoratori che contestano l'accordo Fiat hanno chiesto un referendum abrogativo». Per Landini, quindi, «il mese di gennaio sarà un mese di assemblee» in cui i lavoratori decideranno le azioni da intraprendere. A riguardo la Fiom si è detta pronta a percorrere ogni strada, anche legale.
Nelle intenzioni della Fiom, la manifestazione dell'11 febbraio dovrebbe avere le caratteristiche di quella organizzata il 16 ottobre del 2010: indetta dalla Fiom ma con intorno la più grande alleanze di forze.

Comunicato di solidarietà RSU Fiom GKN Firenze

La RSU Fiom GKN esprime forte solidarietà e vicinanza a i Lavoratori piaggio e alla loro RSU Fiom per i fatti di lunedì 12 dicembre, che giudichiamo scandalosi e gravissimi ma clamorosamente figli dei tempi che stiamo vivendo e che dovremo vivere nei prossimi giorni a venire. Oltre a sottolineare il forte disagio e l’indignazione causato dalla notizia dello sciopero unitario, in un momento dove l’unità con queste sigle sindacali è semplicemente impensabile e insostenibile, perché da anni sempre pronte a peggiorare le condizioni di vita dei lavoratori e a prostrarsi alle logiche padronali; vogliamo ribadire che non abbiamo partecipato al corteo Fiorentino di carattere unitario e abbiamo sostenuto da subito il corteo organizzato dalla RSU Fiom piaggio, solo un problema di carattere organizzativo non ci ha permesso di parteciparvi. Volevamo altresì ribadire che oltre alla insostenibile unitarietà che ha caratterizzato quella protesta, critichiamo la totale in emendabilità di questa specie di manovra che per chi ancora non l’avesse capito colpirà le classi meno abbienti perche fatta da i padroni e dai banchieri , inutili gli appelli all’equità inutili gli appelli alle modifiche …… questa e queste manovre vanno respinte totalmente …. crediamo fortemente che solo una vera unione popolare fatta dal basso e unendo le forze politico-socio-sindacali che ancora esprimono concetti e consequenzialità degni di credibilità possa contrastare un destino che sembra ora mai scritto, fatto di recessione e di ristrettezze economiche dei soliti soggetti a favore dei poteri forti di caste massoniche. Oggi un compagno ha espresso questo concetto su cui ci riconosciamo a pieno pensiamo che ricalchi benissimo il momento che stiamo vivendo ….. Ve lo giriamo e ve lo dedichiamo: “Il punto non è che la manovra è devastante, che la disoccupazione è alta, che i consumi sono in calo e la produzione è ferma. Il punto è che siamo solo all'inizio e che nessun problema sarà risolto. Per quanto sia forte l'inerzia della coscienza, la resistenza a non muoversi, a fare il proprio, a dedicarsi alla vita quotidiana, tale inerzia non ha semplicemente nessun dato a cui aggrapparsi e nessun sollievo da invocare. Siamo condannati al protagonismo, allo “scontro”, alla “rivoluzione” o alla caduta verso condizioni di vita che ritenevamo egoisticamente destinate a masse di altri luoghi o altri tempi. Sceglietevi dei buoni compagni di vita e di lotta, perchè altra via non è data.” Nel riconfermare la nostra solidarietà e vicinanza vi invitiamo alla manifestazione di sabato 17 dicembre contro il razzismo che si terrà a Firenze dopo il tragico eccidio fascista di martedì 13 dicembre. 

RSU Fiom GKN Firenze

Dopo l’ok alla Finanziaria .Ora tocca all’Articolo 18

Fatta la manovra, il governo punta alla riforma del mercato del lavoro. Ma per il progetto di riforma mancano voti e soldi. E il Pd rischia di implodere

Chiusa la manovra, tocca al mercato del lavoro. Fallite le liberalizzazioni, sperando di evitare il trauma di un altro flop, il governo Monti passa al prossimo punto in agenda. Che sia il lavoro il punto più delicato del mandato dei tecnici lo ha chiarito Pier Luigi Bersani, segretario del Pd: “Sono sicuro che quando si parla di riformare il mercato del lavoro non si parla tanto di articolo 18, ma di chi perde il lavoro in età avanzata. L’articolo 18 non è la questione”. Non sarà la questione, ma di certo è il tabù: se si tocca quello, il tentativo di Bersani di compattare il Pd su posizioni da sempre minoritarie nel partito, quelle “riformiste”, potrebbe sfociare in un disastro. Magari con scissioni e forse la fine dell’esperienza Monti. “Il nostro orizzonte è l’appuntamento elettorale”, ha detto Bersani: contano più gli elettori dei tecnici. I colloqui informali, preliminari, con il governo sono in corso da giorni. Gli stipendi dei pensionandi Il dossier che ha in mano il ministro del Welfare Elsa Fornero è più complesso ancora del beauty contest sulle frequenze affidato a Corrado Passera. Qualcosa bisogna fare, per due ragioni: la recessione, se sono giuste le stime della Confindustria, nel 2012 sarà molto più grave del previsto: -1, 6 per cento del Pil contro il -0, 5 stimato dal governo Berlusconi. Quindi serve un segnale per la crescita, e una riforma del mercato del lavoro è quello che chiedono i mercati e l’Unione europea. La seconda ragione l’ha spiegata il ministro Fornero, in audizione alla Camera: finora le imprese cercavano di liberarsi perfino dei 50 enni perché troppo costosi, dopo la riforma delle pensioni bisogna convincerle a tenerli fino a 67 anni. Quindi serve un necessario intervento sulla “curva retributiva”, ha detto la Fornero. Tradotto: si studieranno dei contratti per i lavoratori a fine carriera più simili a quelli dei giovani, flessibili e a salario ridotto. Ma non è questa la parte più traumatica. Fin dai primi giorni, è stato chiaro che il governo voleva seguire la linea di riforma indicata dal senatore del Pd e giuslavorista Pietro Ichino, che finora si è tradotta in disegni di legge arenati in Parlamento. I costi del modello Ichino Il “modello Ichino” è questo: tutti i lavoratori vengono assunti a tempo indeterminato, con un periodo di prova di sei mesi in cui non si applica l’articolo 18 che obbliga le imprese a riassumere i lavoratori licenziati senza giusta causa, pagando loro pesanti indennizzi. Dopo il periodo di 6 mesi, scattano le vecchie tutele, con una differenza: l’impresa può licenziare anche per motivi economici e organizzativi, pagando un’indennità che cresce con l’anzianità di servizio. Più tempo hai lavorato, più costoso sarà per l’impresa allontanarti. Niente cambia per gli attuali lavoratori a tempo indeterminato tutelati dall’articolo 18 (che vale solo nelle imprese con più di 15 dipendenti). Monti ha già annunciato una “riforma del mercato del lavoro per favorire l’ingresso nel mondo del lavoro di giovani e donne, le due grandi risorse sprecate del nostro Paese”. Ma, per quanto bene possa fare alla crescita, ci sono dei costi iniziali non indifferenti. Nel progetto di Ichino i lavoratori licenziati possono contare su un’assicurazione che, in caso di perdita del lavoro, garantisce fino a tre anni di retribuzione, il primo anno al 90 per cento dello stipendio e poi al 70. Questa assicurazione dovrebbe essere a carico delle imprese, ma al ministero stanno facendo due conti: alzare adesso il cuneo fiscale, cioè la differenza tra il costo di un lavoratore all’azienda e il suo salario netto in busta paga, sarebbe un disastro, scoraggerebbe le poche assunzioni previste. Ma introdurre incentivi pubblici per ridurre questo extra costo è poco proponibile, visto che i soldi da spendere sono pochissimi. Il rischio dello scontro Bersani e il Pd già temono il bis del 1996: la riforma senza gli ammortizzatori, cioè più precarietà ma niente garanzie. E quindi stanno facendo pressione sulla Fornero perché qualunque discorso sul mercato del lavoro parta da una riforma degli ammortizzatori sociali, a cominciare dalla cassa integrazione. Interventi che valgono 7-8 miliardi. Oltre che con i partiti, il governo Monti ha qualche problema al suo interno. Il ministro Fornero è esperta di pensioni, meno di mercato del lavoro. Quello è il campo di Michel Martone, giuslavorista nominato viceministro, ma che ancora non ha ricevuto le deleghe. Che sono una questione delicata, sia per i rapporti di forza dentro l’esecutivo che per la relazione con i sindacati. La Fornero non può appaltare completamente una riforma così delicata al suo vice che è visto soprattutto dalla Cgil come troppo riformista per essere un interlocutore. Martone, per ora, non commenta. Ma chi frequenta i corridoi del ministero del Welfare sostiene che, comunque finisca la spartizione delle deleghe, sia la Fornero sia Martone non hanno alcun interesse ad andare allo scontro frontale con Susanna Camusso e l’ala sinistra del Pd, si procederà con passi molto graduali. Ma, prima o poi, nelle prossime settimane si dovrà toccare anche il tabù dell’articolo 18, almeno per i nuovi assunti. E non sarà indolore. 

Stefano Feltri

fonte:http://www.ilfattoquotidiano.it

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