Il pacco di Natale della Bce

La banca centrale presta soldi agli istituti europei: 500 miliardi di euro. Ma con la garanzia degli stati per comprare titoli. «Mercati» perplessi C’è qualcosa, che non va… E non si tratta di una canzone. ieri la Banca centrale europea (Bce) ha sfoderato il suo «bazooka» per «tranquillizzare i mercati». Ma senza grandi risultati. Le borse hanno ripreso a perdere terreno, lo spread tra Bund tedeschi e Btp italiani (Bonos spagnoli, ecc) ad aumentare. Eppure il «combinato disposto» messo insieme da Bce e stati nazionali era quanto di più immenso si potesse immaginare. Gli Stati, nei giorni scorsi e con grande riserbo, avevano rassicurato le banche (privatissime): metteremo una garanzia sulle obbligazioni che vorrete emettere, da usare come «garanzie collaterali» nella richiesta di prestiti alla Bce. Un regalo di Natale, per istituti che faticano a reperire liquidità sul mercato finanziario. Ma non sarebbe stato completo senza il corrispettivo ideato dalla Bce: per la prima volta ha infatti erogato un rifinanziamento a lunga scadenza (tre anni) a favore delle banche commerciali dell’eurozona. Tasso di interesse di assoluto favore: appena l’1%. La speranza esplicita di Francoforte è che le banche usino questa liquidità gratuita – anzi: redditizia – per acquistare titoli di stato dei paesi in difficoltà. Non per nazionalismo o buon cuore: i rendimenti medi superano quasi sempre il 5%. In altri tempi sarebbe stata benzina sul fuoco del carry trade (un gioco facile facile – prendi a prestito yen a gratis per comprare titoli statunitensi che rendevano il 3-4% – su cui si è bruciata infine la finanza islandese). Oggi no. A parte una prima fiammata di borsa e relativa caduta dello spread, le cose hanno ripreso il solito andamento «pessimistico». Eppure la Bce ha «stampato soldi» virtuali per quasi 500 miliardi di euro, un terzo del Pil italiano. Le banche sono corse a rifornirsi proprio come dei passanti che vedono volar per aria i contanti di una rapina. Fino al giorno prima si ipotizzava una cifra molto inferiore, praticamente la metà. tra i protagonisti, 14 banche italiane, con Unicredit e IntesaSanPaolo a fare la parte del leone: 40,4 miliardi in due. Qualcuno già parlava della Bce come «un bancomat», naturalmente a disposizione di pochi eletti: 523 istituti che operano sul continente. L’unica «condizione» posta dalla Bce era infatti la consegna, da parte delle banche, di «collaterali» credibili, ovvero garantiti dallo Stato in cui si trova la sede centrale. Provate un piccolo senso di vertigine? È comprensibile. Questo vortice di denaro «fiduciario» ha molto di malato. Lo Stato (qualsiasi Stato dell’eurozona) garantisce obbligazioni bancarie private «inventate» in pochi giorni, chiedendo esplicitamente alle banche stesse di usare il credito illimitato concesso – su quella base – dalla Bce per… acquistare titoli di stato. Chi garantisce cosa? Chi paga, se le cose si mettono male? Ah, saperlo… I dubbi che hanno attraversato «i mercati» sono stati certamente più prosaici e numerosi. Nessuno può infatti assicurare che le banche, una volta riempitesi le tasche, ricomincino a prestare a imprese e consumatori. E nemmeno che comprino davvero i titoli di stato, dai rendimenti appetitosi – sì – ma ancora molto rischiosi. Specie se, come ha confermato ieri sera Fitch (una delle tre famigerate agenzie di rating Usa), i principali fondi di investimento americani hanno continuato a vendere gli investimenti denominati in euro, specie i titoli bancari. Bersaglio principale? La Francia (-63% rispetto ad ottobre). Non basta. La European Banking Authority (Eba) ha nei giorni scorsi stabilito che le banche piene di titoli di stato« rischiosi» devono rafforzare il proprio patrimonio (capitale messo a garanzia, non impiegato) per far fronte a eventuali problemi. Solo le banche italiane dovrebbero ricapitalizzarsi per 15,4 miliardi. Ecco che un terzo della cifra presa in prestito ieri dalla Bce risulta già «congelata» per altri scopi. Ma gli stessi istituti sanno che nel 2012, a causa del contemporaneo venire a scadenza di un’infinità di obbligazioni statali e private, potrebbero non riuscire a trovare il modo di rifinanziarsi. Solo quelli italiani dovrebbero trovare almeno 78 miliardi. La Bce, che ne è ancora più consapevole, ha già reso noto che a inizio anno metterà in atto un’altra operazione di rifinanziamento «illimitata». Di fatto, la Bce comincia ad operare come un sostituto del «mercato», finanziando al bisogno tutte le banche che ne faranno richiesta. È logico che la Bce provi a impedire un blocco totale del credito (il famoso credit crunch), con le pesanti ricadute sull’economia reale. Ed anche che provi a farlo senza travalicare i propri limiti di mandato (non può prestare soldi direttamente agli stati, né stampare moneta ad libitum, come fa la Federal Reserve Usa). Ma questa immane «partita di giro» (dalla Bce alle banche, ma con garanzia statale per comprare titoli di stato) sa più di alchimia che non di scienza. I mercati l’hanno avvertito. E il «bazooka» rischia di diventare una mazzafionda. 

Francesco Piccioni 

 [Articolo su il manifesto 22.12.2011] 

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