La frase

"Ognuno è ebreo di qualcuno.
Oggi i palestinesi sono gli ebrei di Israele."
‎Primo Levi

mercoledì 30 novembre 2011

Fiat, la finta trattativa parte senza la Fiom

Nuovo contratto, Airaudo: «Non ci hanno fatto entrare». L’azienda: «Falso» 

Parte con il piede sbagliato la finta trattativa per il nuovo contratto della Fiat, resasi necessaria dopo l’uscita del Lingotto dalla Confindustria e la conseguente disdetta di tutti gli accordi, nazionali e locali, a partire dal primo gennaio 2012. Come nelle altre occasioni, la Fiom era pronta a partecipare al primo incontro che si è tenuto ieri all’Unione industriali di Torino. Invece è successo che buona parte della delegazione delle tute blu Cgil, tra cui il responsabile auto Giorgio Airaudo, sia stata inopinatamente lasciata fuori dalla palazzina. A provocare l’improvvisa chiusura dell’ingresso era stata la protesta delle Rsu dei Cobas, che a loro volta chiedevano di entrare nella saletta sindacale. Problema immediatamente segnalato da Maurizio Landini, uno dei pochi riuscito a passare perché arrivato prima: «La mia delegazione è formata da quindici persone. Finchè tutti non saranno dentro, l’incontro non può iniziare», ha avvertito il segretario generale della Fiom. Di fronte all’indifferenza degli altri sindacati e della Fiat, Landini ha perciò deciso di uscire dalla sala, lasciando un proprio osservatore al tavolo (il segretario provinciale della Fiom di Torino, Federico Bellono). L’episodio è stato quindi seguito da un vivace scambio di opinioni tra il sindacato e l’azienda. «C’è stata – racconta Airaudo – una mediazione della questura di Torino che aveva concordato con la vigilanza Fiat l’ingresso dei Cobas, ma poi è saltato tutto. Non sappiamo se tutto questo sia accaduto per insipienza, incapacità o provocazione». Accuse «infondate che sembrano costruite per nascondere la volontà di sottrarsi alla trattativa», la scontata replica del Lingotto. Il confronto riprenderà venerdì prossimo su Magneti Marelli e Fiat Industrial, il lunedì successivo ci sarà invece un nuovo incontro plenario. Il vero problema, però, è un altro. E cioè che c’è poco o nulla da trattare, anche se Fim, Uilm, Ugl e Fismic giurano il contrario. Innanzitutto, non sarà un contratto dell’auto, dal momento che Fiat non fa più parte di Confindustria. Quindi varrà solo per gli stabilimenti del gruppo torinese. Dopodiché, l’intenzione del Lingotto è piuttosto chiara: «Quello che abbiamo capito – spiega Landini – è che siamo di fronte semplicemente all’estensione del modello Pomigliano e noi non possiamo firmare un accordo che consideriamo illegittimo e contro la Costituzione». Cosa accadrebbe lo riassume Cesare Pizzolla, della segreteria Fiom-Cgil di Modena: «Meno diritti per i lavoratori, con i primi tre giorni di malattia negati in determinate condizioni di assenteismo, sabati obbligatori e turni aumentati, ritmi di lavoro intensificati e pause tagliate, come quella per la mensa a fine turno se si presentano imprevisti con i fornitori di componenti». Inoltre verrà «negato il diritto di sciopero per i sindacati non firmatari, e saranno previste sanzioni sia per i sindacati che per i lavoratori, sino al licenziamento». Per tutte queste ragioni la Fiom ha già proclamato uno sciopero generale dei metalmeccanici «di almeno 4 ore» per il 16 dicembre. Landini ha anche lanciato la campagna “Io voglio la Fiom in Fiat”. La mancata firma avrà infatti una pesante conseguenza per le tute blu Cgil, vale a dire l’esclusione dalle rappresentanze aziendali. In attesa che la giustizia trionfi (il giudice di Torino, in primo grado, ha già bocciato questa parte dell’accordo per lo stabilimento campano, condannando la Fiat per comportamento antisindacale), l’idea è quella di creare un “fondo di resistenza straordinario” finanziato con il versamento della quota simbolica di un euro ad opera degli 11.500 lavoratori iscritti alla Fiom del gruppo Fiat, il pagamento per un anno di una doppia tessera da parte dei 500 dipendenti Fiom, più l’accettazione di offerte libere. La Fiat vuole impedire ai lavoratori di scegliere da chi farsi rappresentare? «E’ un problema che può risolvere solo la Fiom», taglia corto il segretario generale della Fim, Giuseppe Farina. Anche Rocco Palombella, segretario generale della Uilm, si schiera con l’azienda: «Con la proclamazione dello sciopero generale – afferma – la Fiom ha già deciso l’esito della trattativa. A questo punto riteniamo che la presenza della loro delegazione al tavolo sia praticamente inutile». 

Roberto Farneti 

[Articolo su Liberazione 30/11/2011] 

Fiat, sui nuovi contratti è scontro con la Fiom Landini: “Così si negano i diritti ai lavoratori”


Oggi a Torino il vertice ha prodotto una fumata nera. In ballo c’è la definizione dei nuovi accordi aziendali dopo l’annullamento degli accordi sindacali dello scorso 21 novembre. La prospettiva è l’estensione su scala nazionale del modello di Pomigliano 

 Al via i negoziati per i nuovi contratti. Ed è subito scontro tra Fiat e Fiom. Stamattina all’Unione industriali di Torino la sigla della Cgil ha abbandonato la trattativa lasciando un solo rappresentante come osservatore. Il motivo? Della propria delegazione di sedici persone ne mancavano circa dieci, bloccati fuori. L’azienda “non è stata in grado di garantire la governabilità della trattativa”, ha detto il responsabile del settore auto Giorgio Airaudo, anche se definisce quanto accaduto di mattina come “un incidente spiacevole”. Subito il Lingotto ha fatto sapere che “rispetta la decisione della Fiom, ma non accetta accuse infondate che sembrano costruite per nascondere la volontà di sottrarsi alla trattativa”. Ma la Fiom insiste: “Non approveremo mai contratti che negano diritti ai lavoratori”, come quello alla rappresentanza sindacale. In ballo c’è la definizione dei nuovi accordi aziendali dopo l’annullamento degli accordi sindacali dello scorso 21 novembre. La prospettiva è l’estensione su scala nazionale del modello di Pomigliano, a cui la Fiom si oppone. Proprio per manifestare questo dissenso si era composto un presidio di alcune centinaia di operai iscritti al sindacato Cgil, ai Cobas e all’Ubs davanti alla sede dell’incontro. Alcuni dei sindacati di base volevano entrare e così la security ha chiuso l’ingresso lasciando fuori una decina di delegati della Fiom, tra cui Airaudo: “Fuori sono rimasto io con i rappresentanti di alcune altre fabbriche della Fiat, come quelli di Modena” Quando i dirigenti del Lingotto hanno dato inizio al vertice Maurizio Landini, segretario nazionale, ha chiesto di aspettare l’ingresso degli assenti. La proposta dell’azienda è stata un’altra: “Mi hanno detto di farci accompagnare dalla polizia – ha detto appena uscito -. La Fiat sta perdendo la testa ancora prima di cominciare. Non mi era mai capitato di essere invitato a una trattativa e a non poter entrare. Se l’azienda voleva dare un segnale, ci è riuscita”. Appena ha riferito queste parole gli animi dei lavoratori si sono riaccesi ed è sorto anche un battibecco molto animato tra Cobas e iscritti alla Fiom. Il Lingotto si è detto “dispiaciuto che la trattativa sia iniziata senza la presenza di Maurizio Landini”, ma ha voluto precisare che il suo è stato un “abbandono” dovuto al “fatto che una rappresentanza di Cobas impediva l’accesso a una parte della delegazione Fiom”. Per i sindacalisti è l’ennesimo episodio per estromettere la rappresentanza dalle fabbriche. “Vogliono seguire il metodo usato con le carrozzerie ex Bertone per estendere il modello Pomigliano con il contratto di primo livello – ha spiegato il responsabile provinciale di Torino Federico Bellono -. Ciò che è uguale per tutti è la paga di base su livelli salariali minimi”. A questa base si aggiungerebbero man mano delle modifiche adeguate al tipo di fabbrica, ma “vengono cancellati diritti conquistati 50 anni fa”, ha detto Airaudo. “Anche ciò che era acquisito a livello di prassi”, ha aggiunto Landini. Tra i diritti anche quello alla rappresentanza sindacale: dal 1° gennaio la Fiom non sarà più presente a Mirafiori in base al referendum di gennaio, mentre il modello Pomigliano ammette solo delle rappresentanze sindacali aziendali (Rsa) nominate da una lista. “Noi della Fiom non faremo mai accordi che negano i diritti dei lavoratori. La rappresentanza sindacale è un diritto, non un dono che si può scambiare”, ha dichiarato Landini. Oltre a estromettere il principale sindacato dei metalmeccanici il Lingotto vuole anche indebolirlo economicamente: “In Fiat abbiamo 11 mila iscritti. Ciò vuol dire che la Fiat versa nelle casse della Fiom un milione di euro di contributi sindacali, e adesso vuole evitare di versarli”. Tuttavia è già pronto un altro piano con la campagna “Io voglio la Fiom in Fiat”, illustrata dal segretario generale. “Al momento della consegna delle tessere chiederemo agli iscritti un euro in più per sostenere l’attività sindacale dei delegati Fiom in Fiat e consegneremo una spilletta. Per chi è esterno la spilletta costerà cinque euro. I cinquecento dipendenti della Fiom a livello nazionale invece pagheranno il doppio, il 2% del loro stipendio annuale”. E in vista della nomina delle Rsa “faremo un election day. Si voteranno i rappresentanti che saranno messi nella lista presentata all’azienda per l’approvazione”. Questo potrebbe garantire alla Fiom la presenza nelle aziende del gruppo Fiat: “La Fiom è sopravvissuta a epoche storiche più dure, è sopravvissuta al fascismo e Marchionne non è il fascismo. È un manager e ora lo scontro è duro”, ha detto Airaudo. 

Andrea Giambartolomei
Video di Davide Pecorelli 
(a cura di Acmos)

Tute blu in sciopero generale il 16 dicembre

Protesta Fiom contro l’estensione del «modello Pomigliano» a tutti gli stabilimenti del gruppo Fiat

L’incontro ufficiale ci sarà oggi a Torino. Ma Fiat ha già detto cosa vuole venga lì ratificata: la sua ferma intenzione di estendere a tutti gli stabilimenti del gruppo (sia nel settore auto che «industrial») il «modello Pomigliano». Quella sorta di regolamento interno per cui non c’è più spazio né per scioperi, né per discussioni sulle condizioni del lavoro o sui salari, né – tantomeno – per un sindacato vero. Che rappresenti chi lavora alle dipendenze della Fiat, insomma, e non soltanto una «funzione» ridotta a controfirmare quel che l’azienda ordina. All’incontro ci sarà anche la Fiom, che all’interno del mondo Fiat può vantare 11.500 iscritti. Ma è stata sufficiente la lettera inviata dal Lingotto a tutte le organizzazioni sindacali per capire che Marchionne ha deciso di dare il colpo finale alle relazioni industriali dentro quel mondo. E quindi il Comitato centrale dei metalmeccanici Cgil si è riunito ieri a Roma per decidere le risposte immediate. Una discussione vera, come si usa da sempre in questa categoria, in cui consensi e dissensi vengono giocati apertamente, senza peli sulla lingua o lunghi giro di parole. Ancora più importante, quindi, che dla ecisione sia stata presa all’unanimità: sciopero generale della categoria, il 16 dicembre. Quattro ore e manifestazioni territoriali perché «non deve essere uno sciopero di solidarietà» con chi viene oggi aggredito dalle scelte di Marchionne, ma una mobilitazione che «evidenzia i tanti temi in comune» a tutti i lavoratori. A partire dalla piattaforma per il rinnovo contrattuale, votata e approvata nelle assemblee di fabbrica, per «provare a riconquistare un contratto nazionale» dopo l’ultimo unitario (quello del 2008, oggi in scadenza) e soprattutto dopo quello «separato»del 2009 (peraltro anche questo disdetto da Fiat). Sullo sfondo resta infatti l’art. 8 della «manovra di agosto», quello che consente alle parti – addirittura in sede aziendale – di siglare accordi che contraddicono sia gli accordi nazionali che le leggi. E se alla Fiat si permette di fare quel che sta facendo sul «modello Pomigliano» – che, viene ricordato ai tanti smemorati, era stato dipinto come «un caso unico, eccezionale, irripetibile» – quell’«eccezione» diventerà prima o poi la regola per tutti. Metalmeccanici e non. È una domanda che ricorre: «quanto è diffusa nella categoria e nella popolazione la consapevolezza di trovarsi in una situazione eccezionale?». Logica vorrebbe – visto che le cose stanno così – che la risposta fosse ancora più generale; ossia di tutte le categorie del lavoro, sia nelle aziende pubbliche che in quelle private. Ma qui pesano sia le divisioni tra le confederazioni sia le attese per quel che farà il nuovo governo Monti. La cautela è d’obbligo, per sindacalisti esperti. Perché se è vero che le indiscrezioni trapelate sui giornali su quale sarà «il programma di riforme» in materia di mercato del lavoro e welfare, è vero anche che nella vicenda di Termini Imerese il nuovo ministro dello sviluppo – Corrado Passera – ha giocato un ruolo differente da quello dei suoi predecessori. Permettendo infine una conclusione – se non perfetta – un po’ meno dannosa per i lavoratori (per gli operai, soprattutto). Non solo sciopero, però. Il segretario generale Maurizio Landini propone – e viene approvato – che la Fiom faccia parte del comitato promotore del referendum per abrogare il famigerato «art. 8»; e infine una mobilitazione di più lungo periodo che culmini in una manifestazione nazionale a Roma, in febbraio. Sulle risposte della «politica», nonostante la prudenza ufficiale, non ci si fanno soverchie illusioni. Nella sala del Comitato centrale circola immediatamente il racconto della scena avvenuta ieri mattina nel consiglio comunale di Torino, convocato per discutere «il futuro industriale». A Paolo Rebaudengo – responsabile delle relazioni industriali Fiat – erano state riservate addirittura le «conclusioni». Ma ha preferito parlare per primo. Per poi uscirsene indignato quando la delegata Fiom Nina Leone – intervenendo a sua volta – ha pronunciato la frase «il ricatto della Fiat», rompendo il clima ossequioso. Nemmeno il viso irato di Piero Fassino ha addolcito le sue parole («che colpa ne ho se i lavoratori percepiscono così i comportamenti Fiat?», ha ricordato Nina). Per la cronaca, Rebaudengo poi è rientrato al suo posto. 

Francesco Piccioni 

[Articolo su il manifesto il 29.11.11] 

FIAT. “Sarà più dura, ma sicuramente non è finita!”

Pubblichiamo una lettera di un operaio della FIAT di Pomigliano d'Arco che ben evidenzia quale sia la posta in gioco nel tentativo di Marchionne di esportare il modello Pomigliano oltre il perimetro della fabbrica campana. In gioco c'è qualcosa in più delle condizioni di lavoro di decine di migliaia di lavoratori e lavoratrici. Quello della FIAT è il tentativo di rimodellare la democrazia in fabbrica, in perfetta linea e sintonia con i mutamenti che si stanno avendo nel quadro politico a livello nazionale. La lotta non è finita. “Certamente sarà più dura, ma sicuramente non è finita! Alla lotta!”

Ricordo ancora quei giorni, da Torino arrivavano notizie agghiaccianti, i compagni di Mirafiori ci raccontavano che i delegati di FIM, UILM, FISMIC e UGL volantinavano un documento dove si diceva che l'accordo di Pomigliano era nato per dare delle regole a quei lavoratori del sud (i soliti napoletani) che non rispettano le regole, e che quell'accordo non sarebbe mai stato esteso né esportato. Oggi la Fiat annuncia che quell'accordo, proprio quello di Pomigliano, verrà esteso a tutti i 70mila lavoratori del gruppo. Da quel giorno tante cose sono successe. C'è stato il referendum di Pomigliano quello a Mirafiori, c'è stato il 16 ottobre il 28 gennaio c'è stata l'unità con gli studenti con i movimenti, c'è stato un risveglio dei lavoratori che avevano capito fin da subito cosa stava accadendo. Quello contro cui ci si opponeva non era solo un insieme di regole che aumentava i ritmi di lavoro (e già questo avrebbe giustificato momenti di lotta importanti) ma ci si opponeva ad un nuovo modello di relazioni padrone-operaio. Ci si opponeva all'idea che per lavorare in questo paese bisognava rinunciare a tutti i diritti conquistati in anni di lotta, compagni in ogni parte d'Italia lottavano per il diritto ad un contratto nazionale che ci rendesse realmente tutti uguali indipendentemente dalla posizione geografica, il diritto ad ammalarsi senza essere giudicati da una commissione (la famosa santa inquisizione made in Fiat), si lottava per il diritto a poter avere una vita sociale al di fuori dei cancelli di una fabbrica, si lottava per IL DIRITTO A POTERSI RIBELLARE QUANDO SI SUBIVA UN'INGIUSTIZIA!!! IL DIRITTO A POTER DIRE NO!!!!! Ma in questa lunga battaglia Fiat ha trovato validi alleati perché sapeva che da sola non c'è l'avrebbe mai fatta, senza l'appoggio determinante di sindacati consenzienti e collusi e di una classe politica impegnata a pensare a come preservare il proprio orticello, relegando i lavoratori sullo scalino più basso della società, Fiat non sarebbe mai passata. Ricordiamo bene le parole di pseudo-sindacalisti e criminali-politici, bisogna lavorare...c'era chi voleva stendere un tappeto rosso a Marchionne, chi si diceva con lui senza se e senza ma..... Noi non abbiamo dimenticato niente ed oggi 21 novembre 2011 quelle parole riecheggiano nelle nostre teste, rimbombano quei silenzi dinanzi alle richieste di chi lavora e butta il sangue nei luoghi di lavoro. Queste persone sono complici e coautori di un delitto, esportare il modello Pomigliano significa esportare un reato... noi tutti ricordiamo la sentenza del tribunale di Torino che dice a chiare lettere CHE QUEL CONTRATTO NASCE CON L'UNICO SCOPO DI FARE FUORI LA FIOM DALLE RELAZIONI SINDACALI. Nasce per far fuori il dissenso. Il contratto di Pomigliano ha prodotto solo false promesse (ancora oggi l'80% dei lavoratori sono in cassa) e ha messo nelle mani di Fiat un mezzo di selezione del personale che farebbe invidia ad una qualsiasi dittatura sud americana. Vari lavoratori lamentano minacce ed intimidazioni da parte dell'azienda che li avvicina dicendogli chiaramente che per rientrare in fabbrica bisogna cancellarsi dalla FIOM. Tanti sotto enormi pressioni lo hanno fatto e comunque non sono mai stati richiamati per far parte della nuova società. I pochi lavoratori che sono stati chiamati per fare i corsi (SENZA INTEGRAZIONE AL REDDITO, CIOE' ANDARE IN FABBRICA A SPESE PROPRIE!!! X GENTILE CONCESSIONE DEI FIRMATARI!!!) sono costretti a non marcare il cartellino e se qualcuno osa fare domande sul perché di tale comportamento o chiede se casomai gli succedesse qualcosa dove risulta che lui era a lavoro, viene avvicinato dai capetti di turno ed invitato a cambiare atteggiamento, pena la non riassunzione. 

ECCO QUESTA E' FABBRICA ITALIA, CHIUSURA DI STABILIMENTI (TERMINI IMERESE IRISBUS, CNH MODENA), MINACCE E REPRESSIONE. QUESTO E' IL MODELLO CHE VIENE ESPORTATO OGGI, E IN TUTTO QUESTO NOI SAPPIAMO BENE CHI SONO I COLPEVOLI E CONOSCIAMO BENE CHE STRADA PRENDERE QUALE COMPITO CI ASPETTA. LA LOTTA NON è CERTO FINITA DOBBIAMO CONTINUARE A LOTTARE ANCORA PIU' DECISI ANCORA PIU' CATTIVI, SE FIAT CISL UIL E ALTRI LACCHE' PENSANO CHE CI ARRENDIAMO SI SBAGLIANO DI GROSSO. 
I LAVORATORI DI QUESTO PAESE HANNO GIA DATO PROVA IN PASSATO DI SAPERSI DIFENDERE E CONTRATTACCARE!!! SE FIAT VUOLE ESPORTARE LA REPRESSIONE NOI ESPORTIAMO LA LOTTA DA MIRAFIORI A POMIGLIANO FINO IN SICILIA UNIAMOCI E RIPRENDIAMOCI LE NOSTRE VITE LA NOSTRA LIBERTA', LA NOSTRA DIGNITA'!!! 
FORZA COMPAGNI CERTAMENTE SARA' PIU' DURA MA SICURAMENTE NON E' FINITA!!! ALLA LOTTA!!!!!!!!! 

Ciro D'Alessio 
 operaio, FIAT di Pomigliano d'Arco

Sfruttato e licenziato

 

Dopo ben 7 anni di duro lavoro nell’appalto di servizi di pulizia e giardinaggio presso il Centro Sportivo “Le Torri” e lo Stadio Berra dell’ Università Roma Tre, svolgendo mansioni di pulitore, di giardiniere, di idraulico, di manovale e muratore, ed eseguendo illegittime direttive giornaliere impartite non dalla propria azienda ma dai funzionari dell’Ateneo, un lavoratore migrante, un esternalizzato, un invisibile è stato licenziato. Nel corso di questi anni, a causa dei carichi di lavoro e delle modalità selvagge in cui è stato costretto a lavorare, per ben due volte è stato costretto a ricorrere al servizio di Pronto Intervento del 118. Ad ulteriore beffa, non potrà usufruire neanche del sussidio di disoccupazione non avendo la sua cooperativa versato i relativi contributi. L’azienda cessante, la cooperativa Gioiosa, e la subentrante, la cooperativa sociale Bio-manutenzioni a cui è stato affidato l’appalto dal C.N.S.-Consorzio Nazionale Servizi, non hanno attivato le procedure previste dal CCNL a tutela dei lavoratori nei cambi di appalto, ne ottemperato alle relative comunicazioni alle OO.SS.. Sia il C.N.S sia l’Università Roma Tre si sono rifiutate di incontrarci nonostante ripetute e pressanti richieste. 

Servizio a cura di Roberto Pietrucci 
Montaggio di Simone Bucci 

martedì 29 novembre 2011

Lavoro, Istat: retribuzioni ferme a +1,7%, inflazione al 3,4%


Le retribuzioni contrattuali dei lavoratori italiani a ottobre sono rimaste ferme su base mensile, tanto che la variazione tendenziale è a +1,7%. Il dato è stato diffuso dall’Istat, secondo cui nella media del periodo gennaio-ottobre 2011 l’indice è cresciuto appena dell’1,8% rispetto al corrispondente periodo dell’anno precedente. Nei macrosettori, invece, nel mese scorso le retribuzioni orarie contrattuali hanno fatto registrare un incremento tendenziale dell’1,9% per i dipendenti del settore privato e dello 0,6% per quelli della pubblica amministrazione. Cresce su base annua, quindi, la forbice tra l’aumento delle retribuzioni contrattuali orarie (+1,7%) e il livello d’inflazione(+3,4%), toccando una differenza pari a 1,7 punti percentuali. Il precedente record era a 1,3 punti percentuali. Si tratta del divario più alto almeno dal 1997.I settori che hanno presentato gli incrementi maggiori rispetto allo stesso mese del 2010 sono quelli militari e della difesa (+3,7%), le forze dell’ordine (+3,5%), gomma, plastica e lavorazioni minerali non metalliferi e attività dei vigili del fuoco (per entrambi +3,1%). Variazioni nulle, al contrario, per ministeri, scuola, regioni e autonomie locali e servizio sanitario nazionale. A ottobre, inoltre, nessun accordo in attesa di rinnovo, tra quelli monitorati dall'indagine, è stato siglato: la quota dei dipendenti in attesa di rinnovo è rimasta quindi del 33,1% nel totale dell’economia e del 12,9% nel settore privato. L’attesa del rinnovo per i lavoratori con il contratto scaduto è, in media, di 22,4 mesi nel totale e di 23,4 mesi nell'insieme dei settori privati. Alla fine di ottobre, i contratti collettivi nazionali di lavoro in vigore per la parte economica corrispondono al 66,9% degli occupati dipendenti e al 61,7% del monte retributivo osservato.

FIOM CGIL, il 16 dicembre sciopero generale dei metalmeccanici

Le tute blu della CGIL incroceranno le braccia per almeno 4 ore e manifesteranno in tutta Italia. Una giornata di mobilitazione contro la decisione FIAT di disdire dal 1° gennaio tutti gli accordi in tutti gli stabilimenti 

Stop delle tute blu della CGIL il 16 dicembre in tutta Italia. Sciopero di almeno 4 ore e manifestazioni in tutto il territorio nazionale, è questa la risposta annunciata ieri (28 novembre) dalla FIOM CGIL con il voto unanime del comitato centrale della categoria, contro la decisione “grave e inaccettabile” della FIAT di “disdire tutti gli accordi in essere negli stabilimenti, di uscire dall'applicazione del CCNL e di estendere a tutti i dipendenti del Gruppo i contenuti dell'intesa separata del 29 dicembre 2010, già applicata per la Newco di Pomigliano” come spiegato nel documento finale. Una mobilitazione generale che dà seguito alle due ore di sciopero che si sono già svolte in questi giorni nel gruppo FIAT per le assemblee dei lavoratori. Quello del 16 dicembre, ha precisato ieri Maurizio Landini, Segretario Generale della FIOM CGIL nel suo intervento, è uno sciopero “non esaustivo”, inoltre, ha avvertito che non si tratta di uno “sciopero preventivo” contro il nuovo governo. Il leader della FIOM CGIL ha ricordato, infine che a gennaio ci saranno le elezioni delle RSA e, se FIAT non le riconoscerà, “sarà accusata di comportamento antisindacale” ha concluso Landini. Dunque, la mobilitazione della FIOM CGIL contro “le scelte della FIAT, per impedirne l'estensione in altre fabbriche, per la riconquista del CCNL, contro l'articolo 8, per il blocco dei licenziamenti, la difesa del lavoro, per la democrazia e per una nuova politica industriale”, fa sapere il Comitato centrale nel documento finale, proseguirà in maniera intensa e si articolerà attraverso numerose modalità. La FIOM CGIL si dice pronta a sostenere le iniziative per la cancellazione dell'articolo 8 compresa la possibile raccolta di firme per effettuare un referendum abrogativo; una campagna nazionale di sottoscrizione straordinaria “Io voglio la FIOM in FIAT” per sostenere le lotte e le iniziative per i diritti e le libertà sindacali delle lavoratrici e dei lavoratori in FIAT. Infine, le tute blu della CGIL praticheranno “i contenuti della piattaforma per la riconquista del CCNL, quale azione rivendicativa in tutti i luoghi di lavoro”. A difesa del contratto nazionale, per il lavoro, la democrazia e un nuovo modello di sviluppo, la FIOM CGIL annuncia una grande manifestazione nazionale che si terrà a Roma ad inizio anno. 

Amianto - Processo Pirelli, chieste condanne per 50 anni

Imputati 18 dirigenti degli ex stabilimenti di Settimo Torinese, accusati di violazioni e omissioni riguardanti la salute dei dipendenti che avrebbero causato la morte di 23 operai e lesioni gravi per altri 13. A dicembre la parola al collegio difensivo. Gli inquirenti non escludono l'apertura di nuovi fascicoli d'indagine. Condanne che sfiorano i 50 anni di reclusione complessivi per 17 dirigenti degli ex stabilimenti Pirelli di Settimo Torinese accusati di violazioni e omissioni riguardanti la salute dei dipendenti in materia di amianto. Assoluzione per il 18emo imputato, riguardo il quale non è chiaro il periodo in cui avrebbe esercitato responsabilità di gestione. Queste, dopo sei ore di requisitoria, le richieste del pubblico ministero, al termine processo - durato due anni - che ha visto imputati i manager responsabili del complesso produttivo o della società, il cui comportamento, secondo la Procura, avrebbe causato la morte di 23 operai e lesioni colpose gravi per altri 13 ex dipendenti, negli anni compresi tra il 1950 e il 1992. A determinare la maggior parte dei decessi sarebbero stati tumori polmonari e della vescica. Tre, invece, i casi riconducibili a mesoteliomi. Le richieste variano, a seconda dei casi, da un anno e sei mesi e quattro anni e un mese. Nella prossima udienza, a dicembre, parleranno gli avvocati del collegio difensivo. Questo è il secondo processo contro gli impianti Pirelli di Settimo Torinese. In un precedente procedimento, infatti, concluso nel 2008, e in relazioni ad altri quattordici operai morti e dieci ammalati per contaminazione da asbesto vi sono state nove condanne e sei assoluzioni. In questo secondo dibattimento le famiglie delle vittime hanno ricevuto complessivamente risarcimenti per 3 milioni e 800 mila euro. Secondo i legali delle vittime, l'inchiesta della procura non si sarebbe fermata, ma sono in corso indagini su nuovi casi di malattie professionali che potrebbero portare all'apertura di nuovi fascicoli.

Le vittime di Viareggio a Roma

Si inaugura la nuova ala della stazione FFSS di Roma Tiburtina, fra polizia in assetto anti sommossa e i NO TAV nessuno ascolta i parenti delle vittime di una strage che si poteva evitare seguendo le norme.

 

 Servizio a cura di Roberto Pietrucci
 Montaggio di Simone Bucci 

fonte:http://www.libera.tv/

lunedì 28 novembre 2011

Fiat, ecco perché è fascismo aziendale

Vorrei rispondere alle critiche che ho ricevuto per aver usato la definizione fascismo aziendale per quello che oggi sta facendo la Fiat di Marchionne. Partiamo dai fatti. Dopo la svolta di un anno e mezzo fa, quando l’amministratore delegato del gruppo lanciò il suo diktat agli operai di Pomigliano, l’aggressione al diritto dei lavoratori si è estesa a valanga nel Paese. Altro che eccezione, come disse allora il segretario del partito democratico. Il ricatto Fiat («O rinunci ai diritti o non lavori») è diventato il leit motiv che ha guidato la più grave offensiva contro i contratti, i diritti, le leggi a tutela del lavoro dal ’45 a oggi. Il sistema Pomigliano si è prima esteso a tutto il sistema Fiat e poi è diventato un modello per tutte le relazioni sindacali. L’arroganza e lo strapotere della casta dei top manager ha perso ogni senso della misura. Cito qui, tra tanti episodi, il vergognoso licenziamento di Riccardo Antonini deciso dall’amministratore delegato delle Ferrovie dello Stato. Licenziamento avvenuto perché questo ferroviere è tecnico di parte civile per le famiglie vittime della strage di Viareggio. Il dovere della fedeltà, costi quel che costi, al capo dell’azienda e ai suoi principi è diventato la costituzione formale che ha sostituito in tanti luoghi di lavoro i principi della costituzione repubblicana. Con l’accordo interconfederale del 28 giugno il principio delle deroghe al contratto nazionale è stato accettato da tutti i sindacati compresa la Cgil e con l’articolo 8 del decreto sulla crisi, voluto da Sacconi, si è persino stabilita la facoltà per le imprese prepotenti (e per i sindacati venduti ad esse) di non applicare più la legge dello Stato, a partire dalla tutela contro i licenziamenti. (...) Il dilagare del modello Marchionne ha comportato un giro di vite terribile sulle libertà dei lavoratori. Anche chi non usa quegli strumenti esplicitamente, li utilizza come minaccia. Se consideriamo che già una parte del mondo del lavoro, quello con contratti precari, è sottoposto al supersfruttamento, comprendiamo come l’attacco alla dignità delle lavoratrici e dei lavoratori sia diventato una costante comune ovunque. In Fiat a tutto questo si aggiunge un sistema persecutorio meticoloso e raffinato, indagini sul pensiero e sui sentimenti dei dipendenti che vanno persino a rovistare su facebook. Un clima di intimidazione e di attacco alle libertà personali che si traduce nella consapevolezza che ogni lavoratore ha di essere sottoposto a un regime speciale. I licenziamenti politici, come quelli avvenuti a Melfi, l’autoritarismo continuo, l’oppressione sul lavoro resa ancora più forte dal fatto che si continuano a chiudere fabbriche, tutto questo non è ancora fascismo. Nel suo bellissimo ultimo romanzo “One big union” Valerio Evangelisti ci racconta le terribili lotte e le violentissime persecuzioni che subì il movimento operaio americano alla fine dell’ottocento. Marchionne e la casta manageriale che ragiona e si comporta come lui vengono da quella cultura. Da quelle campagne antisindacali fondate sulla liquidazione di chi si oppone ai voleri dell’azienda e sulla costruzione sapiente di sindacati servili per il padrone e inutili per i lavoratori. La storia della Fiat affonda in queste radici americane. Quelle che fecero sì che il presidente Roosevelt, negli anni Trenta considerasse Henry Ford un padrone autoritario da contrastare e combattere in tutti i modi. Si può quindi definire la politica di Marchionne come una politica autoritaria, aziendalista e reazionaria, distruttrice di posti di lavoro e di diritti, senza utilizzare il termine fascismo. Perché allora l’ho usato? Perché con l’ultima decisione, quella di applicare dal 1° gennaio il contratto Fiat a tutti gli stabilimenti del gruppo, sia dell’auto che degli altri settori, l’azienda compie un passo in più. Negli anni Cinquanta il capo della Fiat, Vittorio Valletta, usò tutte le politiche antisindacali e autoritarie, tutti gli strumenti della repressione allora conosciuti. Si fermò però di fronte ad una soglia: non abolì mai le elezioni delle commissioni interne. Anche nei periodi più bui della persecuzione della Fiom e dei comunisti e dei socialisti in fabbrica, i lavoratori periodicamente votavano per eleggere i propri rappresentanti. Marchionne ha invece abolito le elezioni. Dal 1° gennaio 2012 i lavoratori Fiat avranno solo sindacalisti nominati dall’alto, con il gradimento dell’azienda, le elezioni delle Rsu sono formalmente abolite. C’è un solo precedente nella storia del nostro Paese che possa essere citato. Il 2 ottobre 1925, presidente del consiglio Benito Mussolini, la Confindustria e i sindacati corporativi e fascisti si accordarono per riconoscersi reciprocamente l’esclusiva nella rappresentanza sindacale. E conseguentemente abolirono le elezioni delle commissioni interne. In un Paese ove è stata condotta una grande e giusta campagna contro i parlamentari nominati, e che però oggi subisce un governo nominato, non c’è da stupirsi se la cancellazione della democrazia formale negli stabilimenti Fiat passi sotto silenzio. Purtroppo verifichiamo ogni giorno che quando si parla di economia non c’è più la democrazia e che i principi brutali annunciati un anno e mezzo fa da Marchionne si stanno estendendo dalla fabbrica a tutta la società e a tutte le istituzioni. Per questo ho usato questo termine. Marchionne ha dichiarato che la disdetta di tutti i contratti per imporre un nuovo sistema senza alcuna libertà formale per i lavoratori costituisce una semplice scelta tecnica. Tecnicamente è fascismo aziendale. La definizione è un po’ forte, si capisce chi la critica ricordando che il fascismo è stato qualcosa di ben altro e di ben più terribile. Tuttavia io penso che debba essere usata e urlata per forare il muro dell’indifferenza e della complicità che sta coprendo il massacro delle libertà fondamentali in Fiat. In Fiat soltanto? Un’altra eccezione? Non credo proprio. 

Giorgio Cremaschi 

[Articolo pubblicato su Liberazione del 27 novembre 2011] 

Ferrari-Auto disdetta accordi aziendali

Con un comunicato aziendale datato 25 novembre 2011 anche la Ferrari-Auto di Maranello disdetta gli accordi aziendali. Si prospetta, cosi', un grave arretramento dei diritti acquisiti dai lavoratori in decenni di contrattazione aziendale e territoriale, con l'aggravante che alla Ferrari, visti i ricavi dell'azienda, non esiste nessun pretesto legato alla crisi, che giustifichi questo atto unilaterale, contro i lavoratori. 

RSU FIOM FERRARI

Comitato centrale Fiom-Cgil.Documento finale Roma, 28 novembre 2011

Il Comitato centrale della Fiom-Cgil giudica grave e inaccettabile la decisione della Fiat di disdire tutti gli accordi aziendali, di uscire dall'applicazione del Ccnl e di estendere a tutti i dipendenti del Gruppo i contenuti dell'intesa separata del 29 dicembre 2010, già applicata per la Newco di Pomigliano. Con tale scelta la Fiat, anche applicando l'articolo 8 della Manovra economica realizzata dal Governo Berlusconi, punta a cancellare l'esistenza del Ccnl e quarant'anni di contrattazione collettiva, peggiora sensibilmente le condizioni di lavoro e di salute, interviene su diritti indisponibili quali la redistribuzione dei periodi di malattia e il diritto di sciopero, elimina il diritto dei lavoratori a eleggere i propri delegati e ne limita le libertà sindacali cercando di impedire l'agibilità sindacale alla Fiom-Cgil, ai suoi iscritti e ai suoi delegati. Pertanto il Comitato centrale, anche in coerenza con la piattaforma per la riconquista del Ccnl inviata alle nostre controparti, approvata con referendum dalla maggioranza dei metalmeccanici coinvolti, conferma la contrarietà e l'indisponibilità a sottoscrivere l'estensione dell'accordo di Pomigliano a tutto il Gruppo Fiat. Inoltre la Segreteria avanzerà formale richiesta alle controparti e a Fim e Uilm di apertura di un tavolo sulle regole di rappresentanza e democrazia, così come definito in piattaforma. La Fiom denuncia l'assenza di un reale piano industriale e di investimento, e quindi del rischio di un disimpegno verso l'Italia, da parte del Gruppo Fiat e conferma la disponibilità a una vera trattativa che nell'ambito e nel rispetto del Ccnl ricerchi soluzioni rispettose delle condizioni di lavoro e delle libertà sindacali. Il Comitato centrale considera importante l'inchiesta che la Magistratura sta svolgendo su Finmeccanica. Le persone coinvolte devono farsi da parte e collaborare con gli inquirenti. La Fiom è contraria a ogni idea di smembramento o di riduzione delle capacità industriali di Finmeccanica e richiede al Governo, che è azionista di maggioranza, scelte adeguate per difendere e rilanciare le produzioni. Il Comitato centrale contro le scelte della Fiat, per impedirne l'estensione in altre fabbriche, per la riconquista del Ccnl, contro l'articolo 8, per il blocco dei licenziamenti, la difesa del lavoro, per la democrazia e per una nuova politica industriale, decide le seguenti iniziative: • la proclamazione dello sciopero generale della categoria di almeno 4 ore per il giorno 16 dicembre con manifestazioni territoriali. • Il sostegno alle iniziative per la cancellazione dell'articolo 8 compresa la possibile raccolta di firme per effettuare un referendum abrogativo. • Una campagna nazionale di sottoscrizione straordinaria “Io voglio la Fiom in Fiat” per sostenere le lotte e le iniziative per i diritti e le libertà sindacali delle lavoratrici e dei lavoratori in Fiat. • Di praticare i contenuti della piattaforma per la riconquista del Ccnl, quale azione rivendicativa in tutti i luoghi di lavoro.  Il Comitato centrale della Fiom dà mandato alla Segreteria nazionale di decidere un momento specifico di discussione per il mese di gennaio 2012 anche al fine di organizzare una grande manifestazione nazionale per il lavoro, la democrazia, il Contratto nazionale e un nuovo modello di sviluppo. 

Approvato all'unanimità 

Milano: Blitz all'IPERmercato dei licenziati Alfa Romeo.

I 70 lavoratori licenziati dall'azienda spionistica sono entrati dentro l'IPER di piazzale Accursio a Milano.Licenziati da nove mesi, vogliono mangiare.


fonte:http://www.youtube.com/user/slaicobas

Contratto Nazionale Commercio Cooperativo:Dobbiamo Fermarli!!!!

Ricordate ? Già ormai 8 mesi fa si siglò il contratto separato del commercio privato con la solita calata di braghe da parte di CISL e UIL. Ora rimane da concludere quello del commercio cooperativo che ha come attori le più grandi aziende del settore della grande distribuzione. Ora sembra che queste aziende vogliano disdettare il contratto cooperativo e vogliano confluire in quello del commercio privato applicando di fatto quell’accordo separato. Sembra giusto un aumento salariale in 3 anni di 86 euro lordi, a fronte di un incremento di 12 ore mensili in più di lavoro, malattie non retribuite, incremento delle domeniche lavorative con una minima maggiorazione? E ancora: via libera al precariato e flessibilità con la possibilità di assumere personale part-time di 8 ore settimanali, distribuite sul solo fine settimana? A fronte della crisi che sta attraversando il nostro paese, possiamo pensare che simili condizioni possano incentivare i consumi e combattere la disoccupazione? Non sarà forse vero che le cooperative non dovrebbero avere scopo di lucro contrariamente alle imprese private? Non sarà forse vero che le cooperative godono di un regime fiscale più favorevole rispetto alle aziende private e non sarà forse vero che le cooperative oltre a rendere un servizio migliore al consumatore dovrebbero, al contrario dei privati, essere più in sintonia con i propri dipendenti? Non si capisce quindi come possa tornare utile al mondo cooperativo applicare un contratto molto penalizzante per i lavoratori come quello del commercio privato, se non per il solo e mero scopo di lucro!!! La Filcams CGIL ha fatto bene a non firmare l'accordo del commercio privato. Ma questo non basta! La Filcams assieme a tutti i suoi iscritti e delegati deve opporsi senza se e senza ma a questa deriva del sistema cooperativo e deve organizzare la controffensiva dei lavoratori per la conquista di un contratto nazionale degno di questo nome! Di questo è urgente discutere e prendere decisioni immediate di lotta! Dobbiamo Fermarli!!!! 

Gli Indignati Filcams-Cgil di Coop 

The Day After - Intervento di Giorgio Cremaschi della Rete 28 Aprile

Diritto nella crisi e la democrazia in deroga, il giorno dopo l'arrivo di Monti.


 

E se per affrontare la crisi tornassimo al ’900?

Stato e politica, lavoro e Costituzione non sono cadaveri del secolo passato ma pietre angolari per il futuro. E l’ordine nuovo si formerà per la strada

Il “post” – abusato e preposto ad ogni attributo della nostra età: moderna, industriale, fordista o financo umana – ha filtrato il nostro assaggio del nuovo secolo. Che fosse sonda di rabdomanti in ricerca di nuova linfa o carrozzina concessa con malizia ai sopravvissuti di un epocale rovescio, quel prefisso ha comunque ridotto la sinistra o le sinistre, che dir si voglia, a comparse di una rivoluzione passiva. L’evidenza è solare nelle piazze di questo 2011, del suo 15 ottobre. Islamiche, occidentali o asiatiche: mai così piene e tumultuose. Ma lontane, diffidenti, critiche di soggetti e simboli ridotti spesso a meri punti cardinali: distanti e assorti nell’altrove siderale della politica; alti e altri rispetto alla strada, alla vita.
Altro che tuffo nel futuro. Una destra operosa, vitalistica o tecnocratica, è all’opera. Basta guardare all'invocazione rivolta a Ows, Occupy Wall Street, a divenire il Tea Party della left americana e globale, a consumare fino in fondo la frattura rispetto ad Obama e al Partito democratico.
Eppure basterebbe poco. Dismettere magari gli opposti estremismi sulla fine del ’900 o su una storia immobile, sempre eguale a se stessa. E chinarsi sui fatti, sui processi in cui siamo immersi. La storia adesso può aiutare. Intanto deraglia. Da tempo ha travolto il muro dell’eternità liberale profetizzata da Fukuyama. Si è fatta beffe persino delle barriere edificate a Maastricht su spesa e debito pubblici: che si fosse cicale meridiane o notturne formiche.
Una vicenda istruttiva assai questa del debito pubblico. Ovunque nel mondo, e non solo in Europa, saltano limiti e divieti. Obama vi ha perso un anno quasi di presidenza, in un debilitante corpo a corpo con una destra e un Congresso costretti a rimodellare infine, sia pur di poco, il tetto di casa. Persino nella Cina di strepitosi avanzi commerciali un debito enorme – l’asticella è a poco più dell’80% rispetto al Pil – trattiene e parcheggia quasi un miliardo di cinesi sull’orlo di metropoli e aree di sviluppo, foraggiando agricoltura di sussistenza e manifattura prefordista.
Da qualche tempo si preferisce aggettivare il debito come sovrano, piuttosto che pubblico. La lingua batte dove il dente duole. La crisi del neoliberismo scoperchia una verità a lungo solo annusata dall’inesausta discussione sulla globalizzazione. Politica e stato l’hanno fatta da padroni. Sia quando si doveva imbellettare imprese e territori per farli galoppare e rifulgere sul proscenio globale: naturalmente a danno di welfare e degli ultimi. Sia ora che bisogna impedire il tracollo di banche e imprese o adeguare previdenza e sanità alla demografia e all’ambiente di terzo millennio.
È un trionfo del pubblico disseccato da ogni istanza democratica. Sicuramente da ogni protagonismo parlamentare. Padroni sono esecutivi e tecnocrazie che s’arrischiano ora in ricette e patti di stabilità sempre più spericolati. Sognano di eternare un nuovo Termidoro.
L’hanno avuta vinta finora grazie alla crisi del lavoro e dei suoi mondi, dei suoi soggetti, travolti da una ennesima mutazione. Si erano illusi però, sull’onda di altre disinvolte profezie, che fossimo, oltre che al capolinea della storia, anche alla «fine del lavoro». Il capitalismo globalizzato ha invece arruolato la terra intera, slargandone le forze di lavoro, sia pure per lande e forme sideralmente lontane da quelle classiche, sempre più precarie e reticolari: secondo l’Oil, l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, si è passati dai 2 miliardi e mezzo del 1980 ai 3 miliardi e 300 circa del 2010.
Con esse sono chiamate a fare i conti le nuove élites termidoriane messe in moto tempo fa dalla Trilateral Commission e dalla sua ricetta sull’ingovernabilità delle democrazie. Soprattutto adesso che, chiusa la parentesi della guerra al terrorismo, gli ultimi di Seattle 1999 e Genova 2001 tornano a smuoversi e provano a farsi soggetto.
Si rifanno ai «beni comuni». C’è chi arriccia il naso di fronte a venature o tentazioni organicistiche. Altri da snob li derubrica a surrogato cristiano del socialismo che fu. Ma come non vedere nelle vele del 15 ottobre 2011 il vento migliore delle Costituzioni novecentesche? Lì è divenuta finalmente limpida la prospettiva disegnata dall’art. 29 della Dichiarazione universale dei diritti umani: «Ognuno ha diritto ad un ordine sociale e internazionale nel quale i diritti e le libertà enunciati in questa Dichiarazione possano essere pienamente realizzati». Troppo a lungo sequestrata dalla gabbia del bipolarismo o dalla supponenza dell’unipolarismo «a stelle e strisce», essa torna ora agibile, non come strumento di Corti di giustizia o scommessa aristocratica dei migliori, ma come lievito nelle mani dei tanti vogliosi di tornare a reimpastare il pane di un percorso comune, di costruire i cardini condivisi di un nuovo ordine. Altro che «la bandiera primitiva» imputata da Galli della Loggia alla giornata del 15 ottobre o, sul fronte opposto, la «definitiva rottura del recinto», l’ «irriducibile no» alla Bartleby prefigurato da Bertinotti.
Ce lo ricorda l’Ows americano con la sua 99 Percent Declaration. In nome del 99% del popolo americano e del 1° Emendamento alla Costituzione americana, viene convocata per il 4 luglio 2012 una Assemblea generale di rappresentanti del popolo americano, da eleggere distretto per distretto, maschi e femmine in pari numero, chiamata ad elaborare una petizione al Congresso sui torti subiti, sulle materie roventi della casa e del lavoro negati, della sanità e del fisco storpiati dai ricchi, delle spese militari ecc.
Come farne tesoro qui in Italia? Qui dove la Costituzione, difesa e vissuta davvero come bene comune, è sempre nel mirino della destra? Di chi ora la vuole storpiare nel letto di Procuste del pareggio di bilancio, di un «vincolo esterno» compiutamente costituzionalizzato?
Stato e politica, lavoro e Costituzione non sono cadaveri del ’900. Anche nel secolo nuovo saranno pietra angolare d’ogni possibile dimora. Un ordine davvero nuovo non è, nel tumulto dei nostri giorni, traguardo visibile d’una autostrada piana e rettilinea. Anche Kissinger, dall’alto del suo Arte della diplomazia, si sporgeva cauto sul futuro con un antico detto spagnolo: «Viandante, non ci sono strade. I sentieri si formano camminando». Per parte nostra lo preferiamo, e non solo per ragioni politiche, nella splendida versione di Antonio Machado: «Caminante … no hay camino,?se hace camino al andar … Caminante, no hay camino?sino estelas en el mar…».

Isidoro Davide Mortellaro

[Articolo su il manifesto del 27.11.11]

fonte:http://www.ilmanifesto.it/

Boicotta il "Black Friday"! Solidarietà con i lavoratori cinesi in sciopero!

In questo Black Friday, mentre milioni di americani lottano per trovare "la migliore offerta" di beni di consumo, migliaia di operai cinesi scioperano per chiedere salari decenti, sicurezza sul lavoro e altri diritti basilari. Solo nell'Huangjiang, giovedì, 8000 operai di una fabbrica calzaturiera sono scesi in strada bloccando il traffico e fronteggiando la polizia antisommossa. La loro fabbrica, di proprietà della Yue Yuen Industrial Holding, è un importante fornitore della compagnia di abbigliamento sportivo New Balance. Sembra giusto dire che questi lavoratori scioperano per un "nuovo equilibrio" (new balance) con il loro management e il sistema di sfruttamento globale per cui il management lavora. Affrontando la repressione della polizia e la censura dei media, scioperando, i lavoratori cinesi si ribellano contro lo stesso ingiusto sistema economico che noi stiamo combattendo a Wall Street ed in tutto il mondo. Oggi, ovunque, gli Occupanti si ribellano e boicottano il Black Friday nel tentativo di sensibilizzare l'opinione pubblica sullo sfruttamento e sulle ineguaglianze che l'acquisto delle merci americane produce. Nella corsa per ottenere la migliore offerta sul mercato, alcune persone impegnate nello shopping hanno già cominciato ad attaccarsi le une con le altre. Le agenzie di stampa riportano che in California una donna ha spruzzato dello spray al peperoncino su un altro gruppo di clienti in modo da avere un posto migliore nella coda. Questo è esattamente quello che l'1% vuole: non devono spruzzare il peperoncino sul 99% degli Stati Uniti, perché ce lo spruzziamo già l'uno contro l'altro, e siamo troppo distratti dal consumare per accorgerci che la maggior parte dei beni di consumo che compriamo in Nord America è stata prodotta da lavoratori che all'estero stanno lottando per i loro diritti di base. Noi offriamo un'alternativa. Innumerevoli Occupazioni hanno invitato al boicottaggio nazionale a sostegno del Buy Nothing Day. La scorsa notte, i membri di Occupy Chicago si sono accampati di fronte a grandi magazzini come Sears e Best Buy, nel tentativo di dialogare con i clienti per evidenziare l'ipocrisia con cui il governo permette alle persone di campeggiare in pubblico se hanno soldi da spendere per un nuovo televisore di marca con lo schermo piatto, ma allo stesso tempo attacca violentemente i senzatetto e i manifestanti che si accampano in luoghi pubblici per protestare contro le diseguaglianze economiche. […] Nel frattempo, la scorsa notte Occupy Atlanta, a cui partecipano molti ex-dipendenti della grande distribuzione, ha letto dei comunicati usando il megafono umano* alle folle di avventori del Black Friday verso la mezzanotte, mentre Occupy Portland e le citta vicine hanno organizzato per oggi l'occupazione di un Wal-Mart (senza comprare nulla). Occupy Boston, Occupy DC, e altre città ospitano i "Really Really Free Markets" per condividere beni con chiunque ne abbia bisogno, dimostrando che un altro mondo – e un'economia in cui ci prendiamo cura ognuno dei bisogni dell'altro anziché dei profitti aziendali – è possibile. Qui a New York, c’è un corteo che parte alle 14.00 da Liberty Square per arrivare a Foley Square per rimarcare il Black Friday. I lavoratori in Cina, negli Stati Uniti, e ovunque meritano un giusto compenso e un'equa ripartizione della ricchezza che il loro lavoro produce. Nell'epoca del consumo e del consumismo, siamo solidali con i lavoratori della Cina e con tutti coloro che si sollevano per il 99% del mondo! 

*mic-checked: megafono umano, indica la pratica adottata dagli occupanti di Zuccotti Park (OWS) per diffondere i messaggi a tutta la folla in piazza e che consiste nel ripetere tutti insieme e all’unisono quanto letto dall’oratore. La pratica nasce dal divieto di avere strumenti di amplificazione in piazza. 


Il governo di Caino

Il governo Monti nasce all'insegna della continuità degli scandali e dello scempio che la politica ha fatto e persiste a fare dello Stato. Vengono arrestati gli amministratori dell'Enav per corruzione e mazzette versate all'UDC di Casini (e non solo) e l'Avvocato Pitruzzella autore di un libro scritto a quattro mani con Cuffaro viene nominato per volontà di Schifani condivisa da Fini Autority dell'Antitrust un organismo assolutamente inutile come tutte le altre autorità ma che assegna emolumenti milionari e poi pensioni strabilianti ed oscene ai suoi dirigenti. Una cosa ignota ai più è che l'avvocato Pitruzzella è autore di un progetto di riforma dello Statuto Siciliano che allinea la regione a quanto di peggio si è evoluto nell'ordinamento dei poteri locali e ne cancella i tratti progressisti. Fini parla a Verona e fa il terrorista. Se cade il governo Monti, cade l'Italia! Potenza del professore bene ammanigliato a Bruxelles ed a Berlino! Ci dobbiamo affidare a lui come a colui che essendo ben introdotto negli ambienti c he contano in Europa potrà salvare l'Italia dal default al quale era stata spinta dalla speculazione internazionale fatta da banche a lui tutt'altro che ignote come la Goldmann Sacks. Berlusconi interviene con una intervista al Corriere della Sera e fa il saggio ed il padre della patria. Non parla più di staccare la spina a Monti e dice che questi durerà fino alla scadenza della legislatura. Dice che non si ricandiderà e che neppure Monti farà il candidato. Deve avere avuto assicurazioni solidissime sui suoi processi e sul suo impero economico e mediatico. Il "Giornale" pubblica una nota allarmata sul risparmio degli italiani che è diminuito moltissimo e che ha messo in crisi anche le banche. Le famiglie non solo non sono in grado di risparmiare ma hanno eroso i loro gruzzoletti per sopravvivere e fare sopravvivere i giovani precarizzati e mal pagati che non riescono a mettere su casa. E' la prova che un Paese sta bene in tutte le sue parti se i lavoratori vengono retribuiti con giustizia e rispettati nei loro diritti e che precipita nella recessione se questo viene meno. Un prolungato regime di bassi salari che dura dai famigerati accordi di concertazione del 1993 ha annichilito la capacità di risparmio e la gente stenta a sopravvivere. Questa è l'Italia che si vorrebbe ancora penalizzare con la reintroduzione dell'ICI che è la beffarda versione popolare della patrimoniale che viene risparmiata ai ricchi ma imposta ai poveri ed anche ai poverissimi. Tantissimi lavoratori e tantissimi pensionati a 600 euro mensili ed anche meno possiedono la casa che hanno potuto farsi a prezzo di sudatissimi e quasi insopportabili mutui. Ebbene piuttosto che essere aiutati dovranno pagare per il tetto che li protegge. L'obiettivo dei liberisti è ridurli alla condizione dei sessanta milioni di americani che vivono nelle roulottes o addirittura per strada. Nel progetto Bilderberg il ceto medio deve essere abolito e la classe operaia deve essere retrocessa nelle aree sociali della emarginazione piuttosto che avere un ascensore verso il ceto medio. La crisi italiana non finisce con il governo Monti e la svolta istituzionale con la formazione di una maggioranza assoluta che diventa Caino delle classi subalterne costituisce una anomalia, una degenerazione della democrazia che è già una dittatura della borghesia corrotta e satolla che potrebbe sfociare in una rivoluzione. Il Quarto Stato, escluso dal Parlamento dove non c'è un solo partito di sinistra o comunista, chiamato a reggere il peso di tutta la crisi ed il costo che l'Italia borghese deve pagare per transitare nella zona di sicurezza dell'Europa dei ricchi, potrebbe non accettare di essere spremuto e vilipeso e messo con le spalle al muro. I massmedia parlano di un gradimento di Monti nel Paese pari a quello del Presidente della Repubblica. Questo gradimento potrebbe essere l'effetto della liberazione da Berlusconi e dalla sua cricca e l'illusione di un governo fatto di persone dabbene che lavoreranno per il bene comune. Ma queste persone dabbene hanno idee e programmi di governo che peggioreranno la condizione delle masse popolari. Non c'è una sola proposta che porti sollievo, un segnale amichevole a difesa dei deboli. Si potrebbe introdurre il Salario Minimo Garantito ed abolire la legge Biagi che consente quasi cinquanta modalità diverse per eludere i diritti dei giovani lavoratori.. Si potrebbe ridurre il programma delle Forze Armate de destinare i risparmi ad un progetto di asili nido. Si potrebbe fare un programma di cantieri di lavoro (come si usava fare una volta) nelle regioni in cui la disoccupazione è più forte come la Sardegna o la Calabria. Ma non si fa niente e si aizzano i giovani contro i lavoratori che sono "troppo" tutelati secondo la falsa e velenosa espressione di Monti. Fini si spinge fino a promettere ai giovani i posti che i licenziamenti facili renderanno disponibili. Una operazione di ruffianaggio politico alle imprese che sostituiranno con giovani biagizzati senza diritti lavoratori che hanno maturato diritti ed anzianità nel corso della loro vita lavorativa. Le carriere lavorative vengono abolite per i lavoratori che diventano tutti "usa e getta" come fazzoletti di carta. Otto milioni di lavoratori "pesanti" a tempo indeterminato con diritti maturati con contratti che li rispettavano, quaranta anni di età media, che sono anche il patrimonio umano di sapere e di esperienza delle loro aziende, sono l'obiettivo di un governo che è espressione della volontà della confindustria e dei suoi alleati. Ci sarà macelleria umana che difficilmente potrà essere sopportata. L'anno che viene potrebbe farci vedere una Italia in rivolta. Non è detto che la classe operaia non trovi un sindacato disposto a difenderla ed un partito comunista in grado di interpretarne i bisogni. L'adesione di CGIL CISL UIL ai programmi liberisti di Monti non sarà sufficiente ad evitare lo scontro sociale. 

Pietro Ancona 

domenica 27 novembre 2011

Un approccio meschino e deludente

Mi aspettavo molto di più dal discorso del Presidente del Consiglio. Dopo avere sentito tanti elogi sulla sua capacità e sulla sua serietà, considerato il suo curriculum, pensavo che si sarebbe avvicinato ai problemi dell'Italia e del mondo da un punto di vista più alto, più onesto, più umano e più civile. Il grosso del suo discorso è stato dedicato ai problemi del lavoro. Considerato come un problema da risolvere per superare la crisi. Mi sono subito detto "ma talia dunni si i a raspari i corni" (ma guarda dove si è andato a grattare la testa).. Come se l'Italia non fosse in fondo alle classifiche per i salari ed anche per i contratti e le tutele del lavoro. In un paese in cui il salario medio è inferiore a milleduecento euro e che ha subito una durissima cura di manipolazione legislativa dei diritti compreso l'accesso al giudizio dei lavoratori che è stato privatizzato, reso costoso e complicato, Monti ha continuato nel gioco sporco che aveva aperto anni orsono alla Bocconi contrapponendo lavoratori precari a lavoratori "troppo" tutelati. Ha detto:"Con il consenso delle parti sociali dovranno essere riformate le istituzioni del mercato del lavoro, per allontanarci da un mercato duale dove alcuni sono fin troppo tutelati mentre altri sono totalmente privi di tutele e assicurazioni in caso di disoccupazione. Chi sarebbero i lavoratori troppo tutelati? Dovrebbe vergognarsi di considerare tali i lavoratori italiani accanto ai quali una legislazione schiavistica ha creato sei o sette milioni di precari con la legge Biagi e con le leggi a cominciare dal pacchetto TREU che hanno fatto del lavoro dipendente un business per speculatori. E' la legge Biagi che dovrebbe essere abrogata! Se fosse stata una persona serena e non turbata da un livido odio di classe contro i lavoratori avrebbe dovuto proporre un piano di rientro alla normalità dei milioni di giovani che stanno incanutendo da precari e con retribuzioni inferiori del cinquanta per cento ai minini contrattuali. Avrebbe potuto proporre l'istituzione di un Salario Minimo Garantito come in Germania in Francia ed in tantissimi altri paesi del mondo per plafonare in basso i salari ed evitarne la caduta nel "libero" mercato della carne umana. Ma il suo punto di vista sul lavoro è stato quello della Confindustria meno illuminata. Con i bassi salari e la mancanza di diritti l'intero Paese perde di qualità e non avrà alcun futuro. Le strade delle città italiane oramai mostrano tanti negozi vuoti o con rari clienti. IL commercio sta fallendo per mancanza di consumi interni. La gente ha molto poco da spendere con le baste paghe. La ricetta di Monti è come quella di Berlusconi. Inoltre non ha detto niente sulla anomalia della crisi che attanaglia l'Italia ed altri paesi . L'Italia a luglio aveva uno spread di 160 punti. Ora è a quota 525. Che cosa è successo da allora ad oggi per giustificare tanta svalutazione dei suoi titoli? Non è accaduto nulla in Italia ma molto nella speculazione internazionale che dispone dei mezzi per rovinare gli stati sovrani. Da qualche tempo l'Italia è commissariata dalla UE ed ora anche della Nato che ci ritroviamo dentro il governo. Un Presidente del Consiglio avrebbe dovuto alzare la testa contro la speculazione e proporre misure atte da imbrigliarla. Ma a quanto pare il diagramma dello spreed, il tenere gli Stati minuto per minuto sotto pressione, è il modo che si è inventata la destra monetarista e colonialista per tenere sotto costante scacco il ceto medio, derubarlo dei suoi beni, tenere la classe operaia in ansia per il suo lavoro e disponibile ad accontentarsi di un pugno di spiccioli come salario. Monti come i suoi colleghi europei non dice una sola parola e si serve dei mercati per impaurire la popolazione. A noi la paura ed una vita sempre più grama ad altri le bombe all'uranio. Questa borghesia colta del governo Monti è l'altra faccia della borghesia becera e ridanciana dei parvenù di Berlusconi. Ma non è meno pericolosa ed inquietante. Il resto di quello che ha detto riguarda la spoliazione dello Stato dei suoi beni che dovrebbero diventare proprietà privata attraverso dismissioni fatte con il coltello alla gola della necessità di fare soldi subito. Per il resto l'Italia è affidata alla governance dei tecnocrati europei e il Nostro non si azzarda a dire niente che non sia già stato detto dai signori che ci stanno imponendo questo Purgatorio. 

Pietro Ancona 

Termini Imerese, Fiat ottiene lo sconto. Intesa sulla mobilità

Hanno smontato le tende, ripreso le loro cose e sono tornati a casa, dopo avere passato due notti al freddo davanti alla fabbrica, ormai chiusa. Prima di abbandonare il presidio, i lavoratori di Termini Imerese pretendevano di sapere almeno che fine avrebbero fatto, visto che la Fiat li ha lasciati in mezzo a una strada. Alla fine la buona notizia è arrivata. Ieri al ministero dello Sviluppo Economico è stato infatti raggiunto l’accordo tra governo, sindacati e Lingotto sugli incentivi alla mobilità da corrispondere ai 640 operai che entro i prossimi sei anni matureranno i requisiti per la pensione. L’intesa prevede un incentivo complessivo medio di 22.850 euro (460 euro al mese per quattro anni) più l’indennità per il mancato preavviso e il premio fedeltà (in particolare, sono previsti 4445 euro il primo anno, 5921 euro per gli anni successivi al primo, più 650 euro per la firma della conciliazione). Il costo totale dell’operazione sarà perciò di circa 21,5 milioni. Le indecenti resistenze della Fiat – che negli ultimi incontri aveva dato una disponibilità massima di 15 milioni, ponendo il resto della cifra a carico delle istituzioni locali – sono state smontate dal senso di responsabilità dei sindacati, che a loro volta hanno accettato una riduzione degli incentivi. «Finalmente abbiamo raggiunto un importante punto di intesa sulla mobilità, che sarà pari al 70% di quanto era stato richiesto, ovvero di quello che tradizionalmente Fiat ha dato ai lavoratori», sintetizza il segretario nazionale della Fim, Bruno Vitali. Meno entusiasta la Fiom: «Riteniamo che la mediazione del governo sia stata al ribasso, non sufficiente. Ma non la rifiutiamo», dichiara il responsabile auto Enzo Masini A questo punto è più probabile che nell’incontro di giovedì prossimo si possa raggiungere un accordo complessivo per Termini Imerese. Meglio tardi che mai, visto che ormai l’unica speranza di continuare a lavorare è legata all’avvio, nello stabilimento palermitano, del progetto industriale della Dr Motors, l’azienda del settore automotive che subentrerà alla Fiat. Progetto, peraltro, lacunoso, che non offre le stesse garanzie sul piano occupazionale. E, tuttavia, l’unico rimasto. Se dopo 41 anni la Fiat lascia la Sicilia, gli operai sanno chi ringraziare: il signor Sergio Marchionne, in primo luogo, ma anche il governo Berlusconi, che ha supinamente accettato il piano per l’Italia proposto dal numero uno di Fiat-Chrysler. Chi non abbassa il capo di fronte all’arroganza di Marchionne è la Fiom Cgil. Proseguono infatti nel Paese gli scioperi contro la disdetta di tutti gli accordi sindacali, annunciata dal Lingotto a partire dal gennaio prossimo. Ieri è toccato alla Sevel di Atessa (Chieti). Lo stop di otto ore ha ottenuto il 40 per cento di adesioni. Risultato: produzione dmezzata (sono usciti «210 furgoni Ducato sui 430 previsti», dichiara il segretario provinciale della Fiom Cgil di Chieti, Marco Di Rocco). La disdetta degli accordi sindacali riguarda tutti gli stabilimenti del gruppo torinese, sia quelli di Fiat Spa sia quelli di Fiat Industrial. Ecco perché domani incroceranno le braccia (due ore a fine turno) anche i lavoratori della Cnh di Lecce. L’arroganza di Marchionne fa il paio con quella del leader della Uil, Luigi Angeletti. «Il contratto dell’auto si farà, che alla Fiom piaccia o no: diciamo prima di Natale», assicura in un’intervista a Il Giornale. Sui contenuti del contratto – che dovrebbe rispecchiare quanto previsto dagli accordi per Pomigliano e Mirafiori – Angeletti minimizza: «Sono le stesse regole – azzarda -della Francia e della Germania: i soldi sono meno, è vero, ma questo vale per tutto il lavoro dipendente in Italia rispetto a quei Paesi». Enzo Masini scuote la testa: «Se il contratto dell’auto si farà prima di Natale – commenta il sindacalista della Fiom – dipende unicamente dalla Fiat, dal momento che le altre organizzazioni sindacali sono disposte a firmare qualsiasi cosa, a prescindere dai contenuti». Quanto al paragone con la Francia e la Germania, «Angeletti – ribatte Masini – non sa quello che dice, perché le norme di Pomigliano sono totalmente incompatibili con la situazione di quei due paesi. Tanto per fare un esempio, in Germania – spiega – non esiste nemmeno un’ora di straordinario obbligatorio, mentre l’accordo per Pomigliano ne prevede 120». 

 Roberto Farneti 

[Articolo su Liberazione del 27.11.11]

venerdì 25 novembre 2011

Le ragioni per cui la RSU FIOM non ha firmato i corsi di formazione

Questi corsi di formazione sono a costo zero per la Piaggio, in quanto finanziati dallo 0.3% del salario di tutti i lavoratori sulla base di un accordo nazionale tra CGIL, CISL, UIL e Confindustria. 
L’unico vincolo che hanno le aziende per poter avere questi soldi è il coinvolgimento e la firma della RSU. 
Nell’incontro che è avvenuto in Piaggio su questo argomento, l’azienda, interessata solo alla firma della RSU, ha fornito al sindacato informazioni del tutto sommarie sui corsi da effettuare senza dare alcuna risposta precisa ai chiarimenti richiesti e senza, tra l’altro, consegnare alcun testo scritto su cui poter fare le dovute valutazioni. 
 Nonostante questo, i responsabili di FIM e UILM hanno prontamente firmato, dando alla Piaggio un’altra prova della loro cieca disponibilità ad ogni sua richiesta. 

Noi della FIOM crediamo invece che l’utilizzo da parte della Piaggio dei soldi dei lavoratori deve essere vincolato all’accoglimento di alcuni punti importanti:   
  • l’azienda ha comunicato che i corsi riguarderebbero circa 500 impiegati e 100 operai. Si pretenderebbe così di far pagare agli operai la formazione degli impiegati. Per noi è inaccettabile. Il numero dei partecipanti ai corsi dovrebbe essere ripartito almeno in uguale misura tra operai e impiegati. 
  • i corsi devono essere finalizzati ad un reale accrescimento professionale, individuando un percorso che alla fine riconosca al lavoratore un avanzamento di livello con particolare attenzione per i terzi livelli. 
  • la selezione dei partecipanti non può essere una scelta unilaterale e arbitraria della Piaggio, ma devono essere individuati, di concerto con la RSU, criteri di scelta motivati e trasparenti
Altrimenti non ci sembra proprio il caso di mettersi a fare regali alla Piaggio.

RSU FIOM PIAGGIO

Ultimo giorno a Termini Imerese. La fabbrica chiude e gli operai bloccano i cancelli



Ieri l'ultimo giorno di produzione nello stabilimento siciliano. Scontro sui sei milioni che Marchionne vuole risparmiare nella trattativa sulla chiusura

Il suo fantasioso contributo alla coesione nazionale alla fine Sergio Marchionne l’ha dato. Inchiodando la trattativa per la chiusura dello stabilimento Fiat di Termini Imerese sulla pretesa estrema di risparmiare anche gli ultimi 6 milioni di euro, è riuscito a ricompattare lavoratori e sindacati. Contro di lui. Così ieri sera l’ultimo giorno di produzione ha visto la malinconia sovrastata dalla rabbia. Allo scoccare delle 22, mentre chi era in turno usciva per l’ultima volta dai reparti, gli operai della Fiat e dell’indotto si sono piazzati davanti ai cancelli per bloccare l’uscita della merce, quel migliaio di Ypsilon pronte sui piazzali interni. La decisione è stata presa ieri mattina da un’affollata assemblea fuori dai cancelli della fabbrica. “Facciamo pressione sulla Fiat perché modifichi le sue posizioni”, scandisce dal palco il leader della Fiom-Cgil Maurizio Landini. La speranza è che la Fiat molli almeno sui 6 maledetti milioni di euro. “Non passerà uno spillo fino a mercoledì prossimo”, annuncia Roberto Mastrosimone della Fiom, operaio e leader storico delle lotte di Termini che per almeno dieci anni hanno cercato di fermare o ritardare il disastro. Il 30 novembre è fissato il prossimo round di trattativa a Roma. “Ci ho pensato, ma onestamente non trovo nessuna motivazione per la mossa della Fiat, se non la semplice arroganza”, riflette a bassa voce Landini al termine dell’assemblea. Un intreccio di recriminazioni e minacce si alternano sul palco dell’assemblea, provenienti da voci di ogni tipo, il giovane e l’anziano, il diretto Fiat e il lavoratore dell’indotto, il duro della Fiom e il conciliante della Cisl: appare evidente che per Marchionne il ricompattamento del fronte sindacale non è un problema, e se lo è vale comunque meno di 6 milioni di euro. E COSÌ ecco Landini assieme a Bruno Vitali della Fim-Cisl, divisi e a volte contrapposti in tante recenti battaglie, spiegare con una voce sola agli operai che questa volta a Marchionne non gliela possono far passare. E li convincono con la stringente logica dei fatti. I 1300 posti di lavoro promessi dalla Dr Motor di Massimo Di Risio, che rileverà con soldi pubblici lo stabilimento realizzato 41 anni fa sempre con contributi statali, sono sufficienti a sistemare tutti, compresi quelli dell’indotto, solo se la Fiat mette sul tavolo 24 milioni di euro di incentivi all’esodo e non i 18 su cui si è impuntata finora. “Un accompagnamento dignitoso”, lo definisce Vitali. Sono quei 32 mi-la euro a testa con cui aiutare i più anziani ad affrontare gli anni della “mobilità” a basso reddito che li porteranno all’età pensionabile. “I 32 mila euro non sono una nostra pretesa, sono scritti nelle tabelle Fiat utilizzate in tutti i casi analoghi”, protesta Landini, “e stavolta invece non ce li vogliono dare. Prima chiudono la fabbrica e poi fanno ai lavoratori questo estremo sfregio, questo sberleffo, questa assurda pretesa di trarsi d’impaccio dicendo che regalano la fabbrica a Di Risio, come se non fosse stata costruita con denaro pubblico”. Incalza Mastrosimone: “Il piano di Di Risio, da uno a cento, lo valuto uno, va bene? Però questo ci hanno dato, e almeno facciamolo partire”. LA DIFFERENZA tra 18 milioni e 24 milioni equivale a quella tra 550 e 750 avvii alla mobilità. Duecento in meno verso la pensione, duecento posti di lavoro in meno per i giovani e quelli dell’indotto. Ed eccoli uniti: quei 6 milioni di euro servono a tutti, anche all’operaio che afferra il microfono e grida: “Non ci voglio andare a casa a dire a mia figlia che non sono più un operaio metalmeccanico”. Anche a Mastrosimone, che incenerisce con lo sguardo gli operai che disturbano, e poi li avverte: “La nostra storia la conosciamo bene, la verità è che siamo stati sempre divisi, tra giovani e vecchi, diretti e indotto, operai e impiegati. Ma oggi è l’ultima occasione”. Poi grida: “Per una volta! Per una volta! Per una volta facciamo una cosa tutti insieme, anche gli impiegati!”. Applauso. CERTO che è l’ultima occasione. Non solo perché la Fiat ieri sera ha chiuso e adesso porta la Ypsilon nello stabilimento polacco di Tichy, ma anche perché stavolta l’hanno capito tutti che quando Marchionne dice che la partita è finita non si salva nessuno. L’operaio Filippo Battaglia sale sul palco e lo spiega con amarezza beffarda: “Anche i dirigenti con gli occhiali hanno fatto la fine del sorcio”. Tutti figli “di una terra sedotta e abbandonata”, recrimina don Ciccio Anfuso, arciprete della Chiesa Madre di Termini alta, giunto a portare agli operai in assemblea un saluto e un monito: “Un uomo senza lavoro non è solo senza soldi, ma anche senza dignità”. 

Giorgio Meletti 
Video di Giorgio Meletti e Enrico Montalbano 

 [Articolo dal Fatto Quotidiano del 25 novembre 2011] 

Uruguay, i metalmeccanici festeggiano la vittoria

I lavoratori ottengono un aumento salariale del 3% dopo un mese di scioperi e occupazioni. Garanzie sull'occupazione degli over 55, ma anche sui posti per i giovani. Arriva l'unità nel sindacato sudamericano 

I lavoratori metalmeccanici dell’Uruguay possono finalmente tornare a casa dopo circa un mese di scioperi e occupazioni di fabbriche (circa 40) e festeggiare una vittoria largamente inattesa. Hanno infatti ottenuto un aumento di salario del 3 percento sopra i livelli di inflazione (che si attesta intorno al 4-5 percento) e garanzie sui livelli di occupazione per i lavoratori oltre i 55 anni, che non potranno essere licenziati fino al raggiungimento dell’etá pensionabile (60 anni), ma anche per i giovani senza esperienza. Juan Alfonso, leader del sindacato Untmra, si è detto fiero dei risultati ottenuti con i 25 giorni di sciopero, soprattutto perchè l’esperienza ha fatto maturare una maggiore unitá nei ranghi del sindacato. Nuovi numeri si aggiungono a quelli associati con la costruzione della terza diga piú grande del mondo a Belo Monte, in Brasile. Il numero che si è aggiunto la scorsa settimana è 134, e conta le teste dei lavoratori licenziati in tronco dalla direzione, e spediti a casa con un convoglio scortato dalla polizia, dopo aver manifestato per chiedere un aumento del salario e migliori condizioni di lavoro. Secondo i piani del governo e della ditta costruttrice il progetto dovrebbe impiegare circa 20mila lavoratori nella costruzione , a questo punto è lecito domandarsi se il numero verrá raggiunto a forza di licenziamenti e nuove assunzioni, mentre a fine lavori produrrá 11mila megawatt, incrementando dell’11 percento l’attuale capacitá della rete brasiliana. Un ultimo numero degno di nota è quello degli abitanti che saranno trasferiti dalla zona: circa 16mila. Nello stesso giorno in cui l’organizzazione mondiale del commercio pubblicava il suo rapporto sullepolitiche commerciali dell’Equador, il 14 novembre, la confederazione internazionale dei sindacati rispondeva con la divulgazione del proprio studio sulle condizioni del lavoro nel paese latinoamericano. Le informazioni fornite dall’Ituc sono decisamente scoraggianti. Il dato piú terribile è senz’altro quello sullo sfruttamento del lavoro minorile: 367mila bambini tra i 5 e i 14 anni sono infatti sfruttati illegalmente. Le donne, che soprattutto nei settori sanitario e della pubblica amministrazione sono impiegate nelle mansioni che garantiscono un minore reddito. Uomini e donne di etnia amerindia sono sempre discriminati nella politica di assunzione delle aziende. Per tutti i lavoratori, invece, le difficoltá maggiori arrivano nel momento in cui cercano di organizzare i propri sindacati nei posti di lavoro, dove spessissimo si scontrano con le finte organizzazioni messe in piedi dagli stessi proprietari. 

 Claudia Ortu 

“Ce la faremo”. Qualche nota sul Governo Monti e la partita dei prossimi mesi…

1. Il mondo “nuovo”: dal corporativismo al neocorporativismo 
2. Gli ultimi mesi: dalla crisi estiva al Governo Monti 
3. La “rivoluzione passiva” e la democrazia a fondo 
4. Il programma Monti e cosa succederà 
5. Che fare? Guardiamoci il nostro 

Il mister Monti ha parlato per la prima volta alla Camera venerdì scorso: “il nostro è un compito già quasi impossibile, ma ci riusciremo”. Come ogni buon allenatore ha galvanizzato con un po’ di rischio spettatori e giocatori, poi, per fugare ogni dubbio su chi riuscirà nella sfida, ha aggiunto: prenderemo “nel breve periodo, decisioni non facili, non gradevoli verso i nostri concittadini”. Quali sarebbero queste decisioni Monti lo aveva chiarito il giorno prima al Senato, parlando di rigore, di sacrifici, di attuazione severa delle manovre, di riforma dei contratti e degli ammortizzatori sociali… Così, ecco apparire lampante la partita dei prossimi mesi e le squadre che si fronteggeranno: da un lato un governo espressione della frazione di capitale più grande e della parte della borghesia più “europea”, sostenuto da tutte o quasi le forze politiche; dall’altro la stragrande maggioranza della popolazione, studenti, lavoratori, disoccupati, subalterni e “ceti medi” impoveriti, a cui il nuovo Governo dice: per uscire da questa crisi vi estorceremo denaro e diritti ma sarà per il vostro bene. E ce la faremo! Ce la faranno? Be’, a sentire il plauso unanime della curva mediatica, soprattutto quella “sinistra”, a vedere l’assenza di qualsiasi opposizione, la stanchezza e la devastazione sociale che c’è intorno a noi, la mancanza di schemi e progetti credibili, la pochezza sia quantitativa che qualitativa della mobilitazione, ci sarebbe da pensare che sì, purtroppo ce la faranno anche stavolta. E quest’altro match se lo aggiudicheranno loro, a tavolino. Ma forse – se capissimo bene la portata di quello che sta succedendo, se trovassimo il modo di svelare la loro tattica indicandone i punti deboli, se riuscissimo a diffondere alcuni elementi nella coscienza di chi sta pagando questa crisi, che sia studente, lavoratore o disoccupato – potremmo invertire il corso ineluttabile delle cose. Potremmo almeno iniziare a scendere in campo, a costruire quell’opposizione sociale e politica di cui si sente sempre più il bisogno. E pretendere addirittura, in un momento in cui si ridiscute tutto e in cui questo sistema mostra i suoi limiti, di riequilibrare i rapporti fra classi dominanti e subalterni, uscendocene almeno con un pareggio… Non ci credete? Facciamo un passo indietro e cerchiamo di leggere il quadro di insieme, invece di fissarci sui dettagli.   1. Il mondo “nuovo”: dal corporativismo al neocorporativismo. Sebbene la gran parte della popolazione stenti ancora ad accorgersene, perché fra azioni di governo e ripercussioni concrete c’è un po’ di delay, e di tutte le misure previste da luglio è entrato in vigore ben poco, siamo davvero nel pieno di una svolta epocale. La lunga transizione italiana, avviata con la rottura del ’90-’93, è arrivata al suo punto critico. Tutti i provvedimenti messi in cantiere a partire dalla fine della Prima Repubblica (introduzione della “precarietà”, smantellamento delle tutele e dei contratti, riforma delle pensioni, privatizzazioni, federalismo, svendita del pubblico in tutte le sue forme, tagli ai servizi sociali, a scuola e università, alla sanità etc…), vengono ora riproposti in forme ancora più esasperate, con l’obbiettivo di fare dell’Italia un paese “moderno”, ovvero ultra-capitalistico, in cui le uniche logiche che vigano siano quelle del profitto, della merce, del privato. In pochi mesi ci si vuole liberare così di ogni residua forma di “tutela” che caratterizzava il vecchio sistema corporativo italiano, rimasto sostanzialmente inalterato dall’epoca fascista e intaccato solo dalla grande stagione di lotte 1968-80 che, conquistando spazi di agibilità dentro quella cornice, era riuscita a metterlo in crisi (si pensi come esempio allo Statuto dei lavoratori, alla contrattazione nazionale, alla scala mobile etc). Questo sistema si reggeva su un ampio ceto impiegatizio che garantiva stabilità e voti, un fitto sistema di clientele, grossi sindacati che “controllavano” la forza lavoro, contrattando (sempre più al ribasso) le sue condizioni di vita con Governo e padronato, su una rappresentanza politica più o meno stabile dei gruppi sociali, su una serie di mediazioni sociali che permettevano di redistribuire un minimo di risorse. Questo sistema, se nei decenni della crescita economica ha permesso di contenere anche forti spinte rivoluzionarie, non regge di fronte alle necessità del capitale, che si affermano sempre più imperiose dopo la sconfitta dei movimenti degli anni ’70 e del “socialismo reale”. Approfittando della Caduta del Muro, anche il padronato italiano lancia il suo affondo: in venti anni si verifica un enorme trasferimento di ricchezza dal lavoro al capitale. Ma questa strategia di “rilancio” capitalista è di corto respiro, perché cerca di recuperare competitività solo ipersfruttando i lavoratori (soprattutto i giovani e gli immigrati), senza fare ricerca, migliorare le infrastrutture, semplificare la macchina burocratica, amministrativa etc. Nel quadro della competizione internazionale, il sistema italiano resta per la maggior parte poco produttivo, sprecone, inefficiente, basato su ampio ricorso al nero ed all’evasione (usata come vero e proprio strumento di coesione sociale, che aggrava la questione del debito pubblico), e nel primo decennio del duemila l’Italia si conferma un paese stagnante, quasi immobile. Questi limiti sono avvertiti soprattutto da un pezzo del padronato italiano, non tanto rappresentativo sul piano sociale e quindi elettorale, ma molto significativo dal punto dei vista dei flussi economici, fortemente internazionalizzato e proiettato verso l’Europa per costruire un polo imperialista che possa sostenere l’urto con gli USA, i BRICS etc. Con l’onda lunga della crisi del 2007, vengono alla luce tutti i limiti delle economie più “arretrate” ed anche in Italia si giunge ad una sorta di “resa dei conti”. Così, si pone la necessità di una nuova fase, in cui per rilanciare un ciclo di accumulazione bisogna distruggere capitali, concentrarli, mercificare nuovi ambiti sociali, aumentare l’estrazione di plusvalore, cioè intensificare lo sfruttamento del lavoro. L’affondo padronale si deve inasprire, riducendo al minimo l’intervento statale, levando di mezzo ogni forma di mediazione sociale, tutta quella selva di enti, di apparati istituzionali che in passato servivano a moderare e integrare le spinte dal basso, ogni inutile rivolo in cui si disperde il profitto. Per arrivare a questa meta, al neocorporativismo, ovvero alla compatibilità massima del lavoro al capitale, la frazione della borghesia imperialista ritiene che non ci sia più spazio per tutto ciò che costituisce inefficienza, per le sacche di “arretratezza” che hanno contraddistinto il sistema delle vecchie corporazioni italiane. Così possiamo leggere le iniziative di Marchionne, disposto a rompere con la sua stessa organizzazione di riferimento pur di portare avanti lo scontro, o quelle dei vari Montezemolo, Della Valle, Draghi, Passera etc, che – presentandosi come “tecnici” o membri della “società civile” – cercano di costruire un consenso di massa (necessario per attuare progetti di riforma così pesanti) non più passando attraverso complesse mediazioni con partiti politici che dovrebbero rappresentare gruppi sociali, ma distruggendo ogni forma organizzativa precedente, e ricomponendo le forze intorno alle proprie proposte, che il “politico” deve accettare perché ormai incapace di agire. 2. Gli ultimi mesi: dalla crisi estiva al Governo Monti. Se era dalle prime avvisaglie della crisi che questa frazione della borghesia spingeva per far saltare il tappo del blocco sociale berlusconiano-leghista, fatto di piccoli speculatori, palazzinari, commercianti, imprenditori, evasori etc (si veda ad esempio le “Considerazioni finali” di Draghi del maggio scorso, che di fatto disegnavano già il programma delle riforme a venire (), la congiuntura estiva ha permesso definitivamente di scalzare un Governo che aveva sì voti e rappresentanza formale, grazie alla compravendita spudorata dei parlamentari, ma assoluta incapacità d’azione. Da luglio in poi, messa una pietra sull'affare greco con il default selettivo, l’attenzione dei fondi speculativi inizia a puntare sul nostro paese. Puntano su noi perché qui c’è molto da spolpare (molto più che negli altri PIGS), e perché non cresciamo, siamo un paese fermo da troppi punti di vista. E noi iniziamo a ripercorrere, come se il nastro fosse stato messo indietro e poi fatto ripartire, le stesse tappe della crisi greca, con l’aggravante che ora l'attacco speculativo è rivolto a tutta l'area euro, e si è fatto ben più pesante. Dopo i primi “sondaggi” che determinano subito, nei vari paesi dell’UE, delle risposte di austerity, inizia un continuo logorio, fino all’ultima offensiva, partita – a detta degli stessi economisti borghesi – dall'area anglosassone. Il Governo Berlusconi all’inizio temporeggia, poi mette in campo una prima manovra, ma non basta: ad inizio agosto ci arriva così una bella lettera dalla BCE che ci dice cosa dobbiamo fare, si tenta una seconda manovra, ma si capisce subito che non sarebbe bastata, infine c’è una terza manovra, per una finanziaria complessiva che oscilla fra i 75 e i 90 miliardi… ma il problema è ancora tutto lì. E non basta affatto il contrappeso della BCE che inizia a comprare i nostri titoli di Stato per arginare le impennate dello spread. Così a fine ottobre dall’UE ci arriva un vero e proprio ultimatum, e di lì in poi il destino del Governo Berlusconi è segnato. L’ultimo suo gesto sarà il maxi-emendamento, che analizzeremo fra poco, un provvedimento che riesce allo stesso tempo ad essere aggressivo ed inefficace. L’esito della crisi è noto, ed ancora una volta analogo a quello che è successo in Grecia con la nomina di Papademos, economista e vice-presidente della Banca Centrale Europea, messo a capo del Governo dalla troika. L’asse franco-tedesco (ma sarebbe meglio dire: quella componente del capitale francese e tedesca che ha ambizioni continentali, e che intorno a sé riesce a mobilitare strati analoghi della borghesia degli altri paesi dell’UE) impone un suo uomo. Il Presidente Napolitano chiama uno che non sta nemmeno in Parlamento per dirigere il paese insieme ad una squadra di gente sconosciuta e mai votata da nessuno, godendo però del consenso di tutte le forze politiche. È un commissariamento di fatto, per ricomporre velocemente il quadro del padronato intorno a nuovi equilibri. Insomma, senza nemmeno un passaggio “formale” come le elezioni, una frazione della borghesia italiana, con l’appoggio della borghesia europea e facendo leva sullo “stato di emergenza” che questa stessa borghesia ha proclamato, riesce a mettere lì un suo uomo, e si aggiudica pienamente uno degli ultimi round contro il blocco berlusconiano-leghista, che ormai punta solo a “tenere” più posizioni possibili ed a limitare i danni. Vale la pena di approfondire almeno un attimo questo discorso della “sovranità”, proprio per far capire quanto epocale sia questo passaggio, e con quanta forza quindi ci dobbiamo mobilitare per affrontarlo. 3. La “rivoluzione passiva” e la democrazia a fondo. La storia ci dimostra che ogni crisi, economica o politica, viene sbloccata con atti di decisione anche imperiosi, che “saltano” molti dei passaggi che i tempi normali consentono, e riconfigurano rapidamente il panorama politico e sociale, al punto che la forza che si afferma venga vista come l’unica soluzione possibile per evitare il peggio. In breve tempo la collegialità che contraddistingue le forme di governo liberali viene soppressa, e la sovranità, fino a nuovo ordine, viene accentrata nei luoghi e nei gruppi che sembrano avere più capacità di uscire dallo stallo. Le esigenze della crisi economica hanno, ad esempio, riconfigurato bruscamente i rapporti interni alla UE, cancellando anni e anni di confronti apparentemente egualitari fra i suoi paesi, gerarchizzando la catena del comando verso l’asse franco-tedesco. Questa logica decisionista, improntata ad un “realismo politico” che non tollera i “tempi morti” del confronto parlamentare e delle altre forme, per quanto ridicole e insufficienti, della “democrazia”, procede spedita da almeno vent’anni. Attraverso la retorica “antiburocratica” e presidenzialista, usando come grimaldello la necessità di “essere veloci”, assistiamo ad un rafforzamento del potere esecutivo, con annesso rafforzamento delle strutture di controllo. Così sempre più spesso la norma viene sospesa a tempo indeterminato, e la sospensione stessa della norma, motivata dall’emergenza, diventa una nuova norma. Come ha scritto Alberto Burgio qualche giorno fa, “il governo delle società e delle economie si allinea agli standard del comando militare. Su quel terreno da sempre la democrazia è una finzione […] Oggi è così ormai anche per l’uso del denaro, per il governo della forza-lavoro, per la gestione della ricchezza sociale [...] Stiamo assistendo – da anni, ma in questi giorni con un’accelerazione micidiale – alla regressione oligarchica delle nostre democrazie”. D’altronde questa è la “logica di governo delle cose” più propria al capitalismo. Guardate come si era espresso Guy Debord già nell’88: “Una legge generale del funzionamento dello spettacolo integrato, almeno per coloro che ne gestiscono la direzione, è che, in questo ambito, tutto ciò che si può fare deve essere fatto. In altre parole ogni nuovo strumento deve essere utilizzato, a qualsiasi costo […] Questa legge si applica anche ai servizi che proteggono il dominio. Lo strumento messo a punto deve essere usato, e il suo uso rafforzerà le condizioni stesse che favorivano l’uso. I procedimenti d’emergenza diventano così procedure di sempre” (Commentari alla società dello spettacolo, tesi XXIX). Ora, riconosciamo quello che sta accadendo in quanto è già accaduto, proprio in Italia, ed è stato ben studiato da Gramsci, che ci ha fornito una mirabile descrizione di questi processi. Riflettendo sulle fasi di crisi, Gramsci scrive: “classe tradizionale dirigente, che ha un numeroso personale addestrato, muta uomini e programmi e riassorbe il controllo che le andava sfuggendo con una celerità maggiore di quanto avvenga nelle classi subalterne; fa magari dei sacrifizi, si espone a un avvenire oscuro con promesse demagogiche, ma mantiene il potere [...] Il passaggio delle truppe di molti partiti sotto la bandiera di un partito unico [...] rappresenta la fusione di un intero gruppo sociale sotto un'unica direzione ritenuta la sola capace di risolvere un problema dominante esistenziale e allontanare un pericolo mortale” (Quaderni del carcere, ed. Einaudi, quaderno 13, pp. 1603-4). È evidente che Gramsci parla di noi, e potremmo impiegare la sua categoria di “rivoluzione passiva” per capire meglio quello che sta succedendo. “Rivoluzione passiva” indica un movimento delle classi dominanti che, per sbloccare una situazione di impasse che potrebbe portarle al tracollo, sono disposte a compiere delle “rotture” che hanno qualcosa di “rivoluzionario” – nella retorica, nelle forme, nello scarto con un passato anche recente – ma sono “passive”, volte cioè a scompaginare ogni tentativo davvero rivoluzionario, a passivizzare le masse, a privarle di ogni iniziativa indipendente. Gramsci pensa come esempio al Risorgimento, alla maniera in cui la storia italiana fu determinata dalle grandi potenze europee (mutatis mutandis quello che sta succedendo ora) e soprattutto al fatto che un “partito”, quello di Cavour, seppe compattare intorno a sé gran parte della destra e della sinistra (tagliando le ali “estreme”), per controllare esiti “sgraditi” del processo unitario, e lo fece anche appoggiandosi alle altre borghesie europee... In modo un po’ forzato, potremmo dire che quello che sta accadendo ora è una specie di “rivoluzione senza rivoluzione”, resa necessaria sia dal bisogno di “uniformare” il comportamento italiano rispetto alle richieste dei capitalismi più “avanzati” che stanno ridefinendo gerarchicamente l'UE, sia dalla necessità di anticipare e sedare qualsiasi tipo di opposizione delle classi subalterne. Certo, si potrebbe dire che questa opposizione e questo conflitto non ci sono, ma si può altrettanto facilmente obbiettare che “noi”, ovvero l’altra squadra che dovrebbe disputare la partita, non li sappiamo vedere. Chi dirige in questa fase l’economia sa benissimo che la situazione non è affatto rosea: se la Merkel sostiene che ci vuole un decennio per uscire dalla crisi, e nessuno degli economisti borghesi scommette su meno di 4-5 anni, ci si può legittimamente attendere l’emergere di qualche movimento sociale… Fra l’altro un conflitto “dal basso” c'è già in diverse forme, da una prima “resistenza” sotterranea della classe, che si esprime in una sua sostanziale indifferenza rispetto ai meccanismi di comando, ad una fibrillazione che nel mondo del lavoro in Italia è altissima, se non altro perché gli operai, i lavoratori precari, i lavoratori immigrati sono stati portati davvero allo stremo, ed in molti casi hanno ben poco da perdere. Ma la citazione di Gramsci ci serve anche per sottolineare un altro aspetto del problema. La peculiarità di questa fase, che ricalca molti passaggi della storia italiana (si pensi alla “rivoluzione” fascista, che si instaurò anche usando come leva il disgusto popolare per la democrazia liberale e la polemica contro i parlamentari; o alla già citata fase del '91-'93, in cui la “rivoluzione” berlusconiana/leghista si affermò usando la retorica antipolitica che aveva infiammato le masse durante Tangentopoli),anche nel fatto che gli stessi apparati economici si facciano carico di accogliere, rilanciare e persino rappresentare una serie di “rivendicazioni ideologiche” che in modo confuso provengono dai subalterni. Basta pensare a come sia stato “usato” il discorso anti-casta in questi mesi, e come venga ripreso dallo stesso ceto tecnocratico; si pensi anche al dibattito intorno alla patrimoniale ed alla posizione assunta da Montezemolo, o ai discorsi contro la precarietà dei giovani, battaglia di cui si fanno alfieri Draghi, Della Valle etc. Insomma, siamo di fronte, come sempre accade in tempo di crisi, ad una simultanea precipitazione di diversi ambiti di vita: economico, sociale, morale, politico. In questo senso è una democrazia, quella italiana, che ha toccato il fondo, o meglio, che ha rivelato il suo fondo: quello di una decisione sempre imposta da chi detiene le chiavi del potere e che, ogni volta che teme che le cose si possano mettere male per lui – per insubordinazione del popolo o per attacco esterno, o più probabilmente per una combinazione delle due cose –, è pronto a scavalcare persino le forme minime della democrazia procedurale. In questo senso lo Stato si conferma “comitato d’affari della borghesia”, come diceva Marx: solo che ora la borghesia si prende direttamente il posto di Governo ed impone i suoi uomini e provvedimenti. Certo, l'ha sempre fatto: ma basta vedere la lista dei ministri scelti da Monti per capire che non siamo di fronte a “specialisti della politica”, a soggetti semplicemente provenienti dalla classe borghese e quindi partecipi dei suoi interessi e della sua ideologia, meri esecutori di chi nel Paese mira a fare soldi, ma quando leggiamo la biografia di un Passera o di un Profumo, capiamo che sono “intellettuali organici” (cioè pienamente interni e consapevoli della propria provenienza di classe e del proprio ruolo, gente che pensa e progetta come far avanzare gli obbiettivi della propria parte) e veri e propri “militanti” della borghesia, perché sono espressione diretta della sua punta più “avanzata” e “radicale”, quella più attrezzata per combattere la lotta di classe dall’alto. Insomma, non c’è nulla di “tecnico” in questo Governo, la sua tecnica non è affatto neutra. 4. Il programma Monti e cosa succederà. Il paradosso, in tutto questo, è che nemmeno tali misure estreme, questa forma di “fascismo democratico” (che ha come suo supplemento sia il fascismo old school delle forze dell’ordine, degli apparati repressivi, di Casa Pound&co. per scompaginare eventuali fronti di lotta, sia il becero populismo/complottismo di gruppi pensati per stornare ogni possibile opposizione reale, dalla Lega a Beppe Grillo passando per i centinaia di gruppettini e siti che ostentano di cospirare contro il nuovo ordine mondiale), questa “democrazia oligarchica” non riesce a risolvere i suoi problemi nemmeno sul breve periodo. Si legga quanto ha affermato Draghi all’indomani del suo insediamento alla BCE: “Ci aspettiamo che l'attività economica s'indebolisca in gran parte delle economie avanzate” e “nell'area euro i rischi sono aumentati”. Così per la stabilità finanziaria dell'area euro è essenziale “una governance economica molto più robusta” ed il commissariamento in questo senso è l’arma per eccellenza, attraverso ispettori anche loro presuntamente “tecnici” e l’imposizione di una “vigilanza rafforzata”. Tornando all’Italia, il Governo Monti promette di durare sino al 2013, anche per la mancanza di alternative. Per resistere alle pressioni dell’UE e dei mercati, dovrà intraprendere cure drastiche, come ha già candidamente ammesso. Ora, gli unici margini di recupero che non riguardano direttamente le classi subalterne sono le misure sull’evasione e l'eventuale patrimoniale. Va da sé che non c’è la volontà di intervenire massicciamente sul primo punto (anche se è sempre bene ricordare che il sommerso in Italia supera i 120 miliardi, ma è chiaro che non si può minare così alla base il “sistema Italia” e che ogni “rivoluzione passiva” ha come suo doppio anche pesanti spinte alla conservazione). Quanto alla patrimoniale, si sta litigando da mesi intorno ad una vera e propria inezia: il pagamento una tantum di un cinque per mille sui patrimoni superiori al milione, milione e mezzo di euro all’anno (in soldoni: fra i 5.000 e i 7.000€ per gente che ha conti in banca a sei cifre!). A dimostrazione che la borghesia di questo paese è stata abituata troppo bene, è insolente ed aggressiva e non è disposta a cedere nulla. Per questi motivi, il Governo andrà a prendere i soldi in un modo o nell’altro dai lavoratori, dal risparmio delle famiglie e dai “ceti medi” che si stanno rapidamente proletarizzando. Il primo pacchetto di misure, che dovrà essere approvato entro il 9 dicembre, quando ci sarà il primo vero vertice europeo che valuterà la credibilità della “svolta Monti”, dovrebbe prevedere la riforma delle pensioni e persino il ritorno dell'Ici sulla prima casa, accompagnato da una rivalutazione dei valori catastali. E se non dovesse bastare ci potrebbe essere un nuovo aumento dell'Iva. Tutte misure che vanno ad attaccare esattamente chi negli anni ha messo qualcosa da parte, comprando spesso attraverso il mutuo una casa di proprietà, sperando di godersi dopo tanti anni un po’ di riposo. Certo, questi soggetti non sono gli ultimi fra gli ultimi, ma dagli ultimi, dagli immigrati e dai giovani senza né tutele né reddito, cosa prendere più? Inoltre attaccare i “genitori tutelati” che in questa fase riescono ancora a sostenere i propri figli all’università, per un master o uno stage non retribuito, per uno spostamento di “formazione” o per intraprendere qualsiasi attività, vuol dire attaccare di nuovo le condizioni di vita dei giovani. Altro che retorica dello scontro generazionale! Ovviamente nel primo pacchetto rientrerà anche l’attuazione delle misure già annunciate dal Governo Berlusconi. Monti ha già detto che le integrerà tutte. Vale allora la pena tornare un attimo sul maxiemendamento alla legge di stabilità, che non ha avuto l’attenzione che meritava né sui media borghesi né su quelli di movimento. Ora, se è vero che il maxiemendamento di per sé non risolve molto, perché mancano ancora gli affondi più pesanti e tutto è demandato ai decreti attuativi, è anche vero che è un bell’antipasto, un provvedimento che dà indicazioni nette sulla direzione che il Governo Monti intraprenderà. Nelle misure previste dal maxiemendamento ci sono soldi dati alle scuole ed università private, accorpamento e dismissione delle scuole pubbliche, finanziamento della mini-naja, sostegno alla TAV, i cui cantieri sono equiparati alle zone militari, ma soprattutto: innalzamento della pensione a 67 anni, attacco al mondo del lavoro ed agevolazioni alle aziende, defiscalizzazione per le imprese di costruzione, tentativi di scaricare sugli enti pubblici parte del debito (invitandoli a fare cassa su una parte del patrimonio degli enti locali), dismissione del patrimonio pubblico e liberalizzazione dei servizi pubblici. Proprio le liberalizzazioni saranno un nodo importante: perché se il capitale è in crisi e non riesce a fare profitti, cerca di valorizzarsi in tutte le nicchie possibili, di estendere la logica della merce ad altri ambiti. Anche per questo la vittoria del referendum contro la privatizzazione dell’acqua è stata letta malissimo dai mercati, perché fa capire che in Italia c'è un problema di opposizione sociale, che un tessuto popolare fa ancora resistenza alla penetrazione totale del capitale in ogni ambito di vita. Un’altra misura prevista in precedenza e che meriterebbe più attenzione è la riforma della delega assistenziale e fiscale, che vale circa un terzo delle manovre estive. Stiamo parlando della possibilità per i lavoratori di spuntare dalla loro dichiarazione dei redditi diverse voci che alla fine significano detrazioni cospicue. Parliamo di mille e più euro all’anno su uno stipendio di 1200€ al mese, non proprio bruscolini, soprattutto in questo periodo. Stando ai provvedimenti presi dal Governo Berlusconi, se entro tre mesi non si procede con una riforma organica, passeranno i tagli lineari. Monti al momento non ha detto se e come intende intervenire: quindi o la cosa resta così com’è, e dunque passeranno i tagli, o si anticiperà un progetto più complessivo. In ogni caso si cercherà di eliminare quante più detrazioni possibili a scapito dei soliti contribuenti. Un altro punto del maxiemendamento è destinato agli statali, di cui viene prevista per la prima volta la mobilità. Anche qui siamo di fronte ad un passaggio epocale e necessario: gli statali sono state una delle categorie più colpite in questi anni e non certo a caso: per smantellare il corporativismo bisogna disarticolare una pubblica amministrazione ipertrofica ed un sistema basato sul consenso passivo e sulla compravendita della piccola borghesia. Questo è proprio quello che è successo in Grecia, dove le diverse manovre hanno mandato a casa circa 150.000 statali. Veniamo quindi allo sfoltimento della selva delle forme contrattuali a tempo determinato, che viene fatto passare come un grande avanzamento ed una misura di giustizia sociale. In realtà non cambia molto per i “precari”: le forme contrattuali si ridurranno alle quattro che già adesso sono le più utilizzate – come quella “a progetto” che nei fatti si rivela essere usata per coprire forme di lavoro subordinato. Insomma, si tratta di una misura voluta solo da una parte del grande capitale contro quella frazione del padronato più piccola che evade in tutti modi, e non sono previsti cambiamenti per chi lavora ad esempio nel settore turistico o nella ristorazione sul modello job on call (questi sono comparti importanti, i primi del “terzo settore”, e vedono impiegati per la maggior parte giovani). Tanto più appare ridicola questa misura quanto si punta a precarizzare tutto il mondo del lavoro con i “licenziamenti facili”! Che importa infatti avere un contratto “in regola” o anche a tempo indeterminato, se poi posso essere licenziato in ogni momento? E qui arriviamo ad un punto che nessuno ha evidenziato: la connessione fra innalzamento dell’età pensionabile e spinta verso una maggiore libertà di licenziare. Secondo le misure previste, le pensioni di anzianità dovrebbero sparire lasciando solo quelle di vecchiaia: ovvero, indipendentemente dagli anni di contributi, si resterebbe a lavoro sino ai 67 anni. Sulle prime – a parte l’insensatezza del provvedimento, visto che si trattiene a lavoro gente che sarebbe ben felice di andarsene a casa e “lasciare il posto” ad una generazione che ancora a 30-35 anni fa fatica ad inserirsi – la misura sembra un regalo ai lavoratori, perché di questi tempi garantisce quasi di conservare fino alla fine il proprio impiego. Ora, a meno di pensare che Confindustria è impazzita, e constatando invece che spesso le aziende si sbarazzano dei lavoratori proprio attraverso i pre-pensionamenti e “scivoli” vari (peraltro finanziati con i soldi dell’assistenza pubblica), dobbiamo giocoforza legare questo provvedimento a quello dei “licenziamenti facili”. Secondo tutti gli studi, intorno ai 55 anni un lavoratore smette di essere produttivo, perché è più stanco, soffre di patologie fisiche e psichiche, è meno motivato, è meno disposto ad aggiornarsi e meno flessibile: è dunque impensabile immaginare che si voglia tenere alla catena di montaggio o a guidare camion gente di 67 anni… Ma se il padronato avesse la possibilità di licenziare liberamente, potrebbe tenersi il lavoratore sino ai 55-60 anni e poi “lasciarlo andare”; il lavoratore ovviamente sarebbe costretto a continuare a lavorare sino al raggiungimento della pensione, e si sposterebbe verso mansioni più umili e dequalificate. È qualcosa che nel resto del mondo già succede: con persone ultrasessantenni che lavorano per anni nei Mac Donald’s o nelle imprese di pulizie in attesa di arrivare all’agognata pensione. Questo punto si collega anche alla riforma del welfare, che è un'altra cosa che farà il Governo Monti, sia abbassando i coefficienti delle pensioni, sia strutturando un sistema di welfare più leggero ed europeo. Anche qui l’obbiettivo è scardinare un’assistenza che genera forme trasversali di solidarietà, ed anche qui abbiamo degli esempi: le riforme operate in Germania negli anni 2000, che costituiscono la base del successo del capitale tedesco e la ragione della fame dei suoi operai. Da questo punto di vista si interverrà soprattutto sulla cassa integrazione: quest’eccezione italiana ha degli evidenti vantaggi per i lavoratori che, invece di essere direttamente licenziati, rimangono comunque legati al posto di lavoro. Così i padroni sono costretti a reintegrarli una volta passata la crisi dell’impresa. Proprio per questo, per scardinare la “rigidità” operaia, si proverà a far passare il sussidio di disoccupazione, che rende il lavoratore più isolato, e sganciato dalla possibilità di ritornare in fabbrica. Inoltre la cassa integrazione dà diritto ai contributi, il sussidio di disoccupazione no; e questo permette di risparmiare altri soldi, mentre dal punto di vista propagandistico si può dire che bisogna contenere la spesa di pensioni ed ammortizzatori sociali dei “garantiti” per dare reddito ai giovani. Da questo punto di vista chi oggi rivendica un reddito di cittadinanza o misure affini, finisce per muoversi nella stessa direzione del padronato “illuminato”, e fa quindi il gioco di chi vuole attaccare i diritti invece di estenderli. Dare un reddito (ovviamente minimo) è qualcosa che può certamente essere concesso, a patto che si tolga qualcosa da un’altra parte; un’elargizione del genere, a fronte di nessuna mobilitazione del movimento, che non potrebbe certo ascrivere a sé questa “vittoria”, fungerebbe anche da consolidamento ideologico e spot del “nuovo ordine”. Come sempre invece, per essere efficaci e realmente alternativi, bisognerebbe affrontare quello che non può proprio essere concesso dalle classi dominanti, ed accumulare forza su quelle battaglie lì, che mostrano l’inconciliabilità di interessi fra lavoro e capitale. E quello che oggi si configura come impossibile è esattamente: a) il mantenimento e l’allargamento di certi diritti; b) la tenuta del potere d’acquisto attraverso un principio fortemente progressivo e classista nelle tassazioni e nei servizi; c) misure di ordine sociale ottenute dal basso, tramite la lotta, e volte a reimpadronirsi, anche a livello locale, della ricchezza... In ogni caso, se mettiamo insieme tutte le misure previste, non ci deve sorprendere che Sacconi guardi “con molto favore” al programma del nuovo governo per quanto riguarda il lavoro, e si schieri con Monti al 100%. Pure secondo l’ex ministro di Berlusconi “oggi inizia una fase nuova della vita”. 5. Che fare? Guardiamoci il nostro... Questo programma del nuovo Governo sarà, almeno in una prima fase, parzialmente concordato con le parti sociali: già ora le pressioni più forti, dentro e fuori la CGIL, sono orientate a farla rientrare al tavolo delle trattative. D’altronde questo cambio di fase ad un modello completamente diverso di relazioni sindacali, industriali, sarebbe meglio che si attuasse senza troppe sfrangiature, sarebbe meglio che procedesse confondendo, sotto la bandiera della responsabilità, della coesione sociale, la linea di separazione fra “noi” e “loro”. Ovviamente la CGIL e chiunque altro può sedersi a trattare solo sotto le condizioni capestro che la situazione, l’offensiva padronale, e la storica debolezza e complicità sindacale hanno prodotto. Se poi guardiamo a tutto l’arco delle forze istituzionali, capiamo che da lì non potrà venirci alcun aiuto, anzi: la sinistra sta ricominciando tutti i suoi vizi, ed è ormai totalmente subordinata al quadro disegnato dall’avversario. Ci resta una sola strada: ripartire da noi, da quello che siamo realmente. E quale deve essere il comportamento di ogni forza realmente di opposizione? Proviamo a dare qualche spunto, anche se è ovvio che solo “andando a scuola dalle masse” possiamo imparare qualcosa e non imporre – peraltro senza riuscirci – la nostra visione delle cose. Innanzitutto dobbiamo affermare continuamente che, mentre vogliono far passare le misure una alla volta, per discuterle separatamente, il progetto di riforma del sistema è unico. Dobbiamo essere in grado di mostrare – nei fatti, con esempi concreti – a chi sta pagando questa crisi il quadro d’insieme. Mentre ogni provvedimento sarà fatto vivere come percorso a sé, suscitando volta per volta schieramenti trasversali, noi dobbiamo ricomporre i tasselli e rendere chiaro una volta per tutte che quando si parla di provvedimenti per la “crescita” si intende “crescita dello sfruttamento”. Vuol dire che bisogna fare maggiori profitti, e per farli si deve rendere l’investimento in Italia profittevole, addolcendo la resistenza di una grossa parte della popolazione che non ci sta a diventare variabile dipendente dell’arbitrio capitalista. In secondo luogo, dobbiamo affermare, sempre e comunque, che di questo debito non vogliamo sapere niente, che non va pagato, che non possono pretendere nulla da chi in questi anni ha dato tutto ed anche di più. Rivendicare il non pagamento del debito vuol dire unirsi al movimento greco, spagnolo, portoghese etc che hanno lanciato questa battaglia e vuol dire anche indicare il livello vero dello scontro, che è perlomeno europeo. Però, e questo è il problema di una battaglia contro il pagamento del debito, questa rivendicazione avrebbe senso pieno solo se si potesse rompere con le compatibilità capitalistiche, per cui dire “non pagare il debito” vorrebbe anche dire redistribuire la ricchezza, socializzare i mezzi di produzione, controllare dal basso cosa si produce e perché… È evidente che oggi non esistono movimenti rivoluzionari che possano assumere in pieno questa rivendicazione, è evidente che non abbiamo la forza di andare oltre lo slogan. È per questo motivo che la giustissima lotta contro il pagamento del debito rischia di essere tutta ideologica, di spostare il problema della crisi così in alto da renderlo inaffrontabile e mettere su, nel migliore dei casi, un movimento di opinione, che nel peggiore dei casi diventerebbe l’ennesima via di fuga opportunista. Invece bisogna cercare, ferma restando la prospettiva generale, di costruire dentro ai nostri percorsi quotidiani questo tipo di opzione, di riappropriarci da subito di quanto ci vogliono togliere, strutturando una resistenza proletaria contro queste misure e osando addirittura rilanciare, forzando al massimo la retorica dell’equità. Dovremmo cioè provare a irrompere nel dibattito pubblico più largo e sostenere: “voi dite che i sacrifici devono essere equamente distribuiti? Allora noi diciamo: non toccate nulla di nostro, prendete i 120 miliardi di evasione, fate una patrimoniale seria, liberalizzate gli ordini professionali, tagliate le spese militari, recuperate i soldi della Chieda Cattolica che non paga nulla, smettete di finanziare scuole e università private, intervenite sulle dispersioni di denaro pubblico, sui finanziamenti ai soliti amici degli amici. Ce n’è abbastanza per fare almeno quattro finanziarie di guerra!”… Lo stesso tipo di discorso lo si può fare sul piano locale, intervenendo sulle tassazioni e sui servizi, come abbiamo cercato di dimostrare qui. Insomma, si tratta di far capire, contro lo scoramento e la passività prodotte dalle leggi “naturali” e “vincolanti” del mercato, che invece non esistono vie obbligate, che tutto si può mettere in discussione, che un altro modo di gestire la vita associata è possibile, ed anche sempre più necessario. È vero, il senso di liberazione che ha attraversato una parte della popolazione italiana alla caduta di Berlusconi si è trasformato in un’attesa vagamente speranzosa nei confronti di Monti. Forse si pensa che una volta scesi così in basso non si possa che risalire. Alle prime bastonate che arriveranno il risveglio sarà brusco. Ma c’è anche da dire che il sostegno a Monti è pompato da tutti i media come una profezia autoavverantesi e non rispecchia il paese reale. La maggior parte dei lavoratori è indifferente a quelli che sembrano ancora giochi di palazzo, pensa alla propria vertenza, a sfangare la propria esistenza, e soprattutto – secondo gli stessi sondaggi – teme gli esiti della crisi. “Il 96% degli italiani non pensa che la fine del tunnel sia vicina, il peggio anzi deve ancora venire, secondo il 71%. Il pessimismo trionfa al Sud (77%), la sfiducia sfonda tra i giovani di 18-24 anni (88%)... Quattro italiani su dieci (42%) sono molto preoccupati per il proprio lavoro”. Insomma, la reazione al momento è ancora di sconforto e di ansia, ma quanto ci può mettere il malcontento ad esplodere? Per questo oggi si apre un ciclo importante: o ci muoviamo ora, cioè nei prossimi mesi, e costruiamo un livello maggiore di relazioni, connettendo i fili della classe, rafforzandone la coscienza, impedendone l’assorbimento dentro l’ideologia dominante, ed organizzando momenti di incontro larghi e comitati di resistenza, spingendo i lavoratori all’autorganizzazione, come hanno capito anche gli “indignados” o gli occupanti di Wall Street, o perderemo un’occasione storica. Fra qualche anno, a crisi ormai “superata” (per quanto il capitalismo possa superare le sue crisi), a ciclo di accumulazione ripartito, rischiamo di trovarci in un nuovo mondo, di tipo anglosassone, in cui anche proclamare uno sciopero sarà impossibile e saremo tutti schedati e relegati ai margini. Monti&co. ci promettono: “ce la faremo”. Ma forse quest’esito – una volta che comprendiamo di essere in mezzo ad un guado, con la crisi davanti e dietro, impossibilitati a tornare al “vecchio mondo”, e con la riva di fronte ancora lontana – non è affatto scontato. Il fiume è torbido e scorre, il fondo è scivoloso e si potrebbe sempre alzare la corrente. Sta a noi rovesciare la sicumera di Monti almeno in un interrogativo, in una domanda mobilitante: noi, ce la faremo? 

Eat the Rich – Magnammece o’ padrone! Collettivo Autorganizzato Universitario - Napoli Collettivo lavoratori della metropoli in lotta CLASH CITY WORKERS

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