Tute blu in sciopero generale il 16 dicembre

Protesta Fiom contro l’estensione del «modello Pomigliano» a tutti gli stabilimenti del gruppo Fiat

L’incontro ufficiale ci sarà oggi a Torino. Ma Fiat ha già detto cosa vuole venga lì ratificata: la sua ferma intenzione di estendere a tutti gli stabilimenti del gruppo (sia nel settore auto che «industrial») il «modello Pomigliano». Quella sorta di regolamento interno per cui non c’è più spazio né per scioperi, né per discussioni sulle condizioni del lavoro o sui salari, né – tantomeno – per un sindacato vero. Che rappresenti chi lavora alle dipendenze della Fiat, insomma, e non soltanto una «funzione» ridotta a controfirmare quel che l’azienda ordina. All’incontro ci sarà anche la Fiom, che all’interno del mondo Fiat può vantare 11.500 iscritti. Ma è stata sufficiente la lettera inviata dal Lingotto a tutte le organizzazioni sindacali per capire che Marchionne ha deciso di dare il colpo finale alle relazioni industriali dentro quel mondo. E quindi il Comitato centrale dei metalmeccanici Cgil si è riunito ieri a Roma per decidere le risposte immediate. Una discussione vera, come si usa da sempre in questa categoria, in cui consensi e dissensi vengono giocati apertamente, senza peli sulla lingua o lunghi giro di parole. Ancora più importante, quindi, che dla ecisione sia stata presa all’unanimità: sciopero generale della categoria, il 16 dicembre. Quattro ore e manifestazioni territoriali perché «non deve essere uno sciopero di solidarietà» con chi viene oggi aggredito dalle scelte di Marchionne, ma una mobilitazione che «evidenzia i tanti temi in comune» a tutti i lavoratori. A partire dalla piattaforma per il rinnovo contrattuale, votata e approvata nelle assemblee di fabbrica, per «provare a riconquistare un contratto nazionale» dopo l’ultimo unitario (quello del 2008, oggi in scadenza) e soprattutto dopo quello «separato»del 2009 (peraltro anche questo disdetto da Fiat). Sullo sfondo resta infatti l’art. 8 della «manovra di agosto», quello che consente alle parti – addirittura in sede aziendale – di siglare accordi che contraddicono sia gli accordi nazionali che le leggi. E se alla Fiat si permette di fare quel che sta facendo sul «modello Pomigliano» – che, viene ricordato ai tanti smemorati, era stato dipinto come «un caso unico, eccezionale, irripetibile» – quell’«eccezione» diventerà prima o poi la regola per tutti. Metalmeccanici e non. È una domanda che ricorre: «quanto è diffusa nella categoria e nella popolazione la consapevolezza di trovarsi in una situazione eccezionale?». Logica vorrebbe – visto che le cose stanno così – che la risposta fosse ancora più generale; ossia di tutte le categorie del lavoro, sia nelle aziende pubbliche che in quelle private. Ma qui pesano sia le divisioni tra le confederazioni sia le attese per quel che farà il nuovo governo Monti. La cautela è d’obbligo, per sindacalisti esperti. Perché se è vero che le indiscrezioni trapelate sui giornali su quale sarà «il programma di riforme» in materia di mercato del lavoro e welfare, è vero anche che nella vicenda di Termini Imerese il nuovo ministro dello sviluppo – Corrado Passera – ha giocato un ruolo differente da quello dei suoi predecessori. Permettendo infine una conclusione – se non perfetta – un po’ meno dannosa per i lavoratori (per gli operai, soprattutto). Non solo sciopero, però. Il segretario generale Maurizio Landini propone – e viene approvato – che la Fiom faccia parte del comitato promotore del referendum per abrogare il famigerato «art. 8»; e infine una mobilitazione di più lungo periodo che culmini in una manifestazione nazionale a Roma, in febbraio. Sulle risposte della «politica», nonostante la prudenza ufficiale, non ci si fanno soverchie illusioni. Nella sala del Comitato centrale circola immediatamente il racconto della scena avvenuta ieri mattina nel consiglio comunale di Torino, convocato per discutere «il futuro industriale». A Paolo Rebaudengo – responsabile delle relazioni industriali Fiat – erano state riservate addirittura le «conclusioni». Ma ha preferito parlare per primo. Per poi uscirsene indignato quando la delegata Fiom Nina Leone – intervenendo a sua volta – ha pronunciato la frase «il ricatto della Fiat», rompendo il clima ossequioso. Nemmeno il viso irato di Piero Fassino ha addolcito le sue parole («che colpa ne ho se i lavoratori percepiscono così i comportamenti Fiat?», ha ricordato Nina). Per la cronaca, Rebaudengo poi è rientrato al suo posto. 

Francesco Piccioni 

[Articolo su il manifesto il 29.11.11] 

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