Ieri l'ultimo giorno di produzione nello stabilimento siciliano. Scontro sui sei milioni che Marchionne vuole risparmiare nella trattativa sulla chiusura
Il suo fantasioso contributo alla coesione nazionale alla fine Sergio Marchionne l’ha dato. Inchiodando la trattativa per la chiusura dello stabilimento Fiat di Termini Imerese sulla pretesa estrema di risparmiare anche gli ultimi 6 milioni di euro, è riuscito a ricompattare lavoratori e sindacati. Contro di lui. Così ieri sera l’ultimo giorno di produzione ha visto la malinconia sovrastata dalla rabbia. Allo scoccare delle 22, mentre chi era in turno usciva per l’ultima volta dai reparti, gli operai della Fiat e dell’indotto si sono piazzati davanti ai cancelli per bloccare l’uscita della merce, quel migliaio di Ypsilon pronte sui piazzali interni. La decisione è stata presa ieri mattina da un’affollata assemblea fuori dai cancelli della fabbrica. “Facciamo pressione sulla Fiat perché modifichi le sue posizioni”, scandisce dal palco il leader della Fiom-Cgil Maurizio Landini. La speranza è che la Fiat molli almeno sui 6 maledetti milioni di euro. “Non passerà uno spillo fino a mercoledì prossimo”, annuncia Roberto Mastrosimone della Fiom, operaio e leader storico delle lotte di Termini che per almeno dieci anni hanno cercato di fermare o ritardare il disastro. Il 30 novembre è fissato il prossimo round di trattativa a Roma. “Ci ho pensato, ma onestamente non trovo nessuna motivazione per la mossa della Fiat, se non la semplice arroganza”, riflette a bassa voce Landini al termine dell’assemblea. Un intreccio di recriminazioni e minacce si alternano sul palco dell’assemblea, provenienti da voci di ogni tipo, il giovane e l’anziano, il diretto Fiat e il lavoratore dell’indotto, il duro della Fiom e il conciliante della Cisl: appare evidente che per Marchionne il ricompattamento del fronte sindacale non è un problema, e se lo è vale comunque meno di 6 milioni di euro. E COSÌ ecco Landini assieme a Bruno Vitali della Fim-Cisl, divisi e a volte contrapposti in tante recenti battaglie, spiegare con una voce sola agli operai che questa volta a Marchionne non gliela possono far passare. E li convincono con la stringente logica dei fatti. I 1300 posti di lavoro promessi dalla Dr Motor di Massimo Di Risio, che rileverà con soldi pubblici lo stabilimento realizzato 41 anni fa sempre con contributi statali, sono sufficienti a sistemare tutti, compresi quelli dell’indotto, solo se la Fiat mette sul tavolo 24 milioni di euro di incentivi all’esodo e non i 18 su cui si è impuntata finora. “Un accompagnamento dignitoso”, lo definisce Vitali. Sono quei 32 mi-la euro a testa con cui aiutare i più anziani ad affrontare gli anni della “mobilità” a basso reddito che li porteranno all’età pensionabile. “I 32 mila euro non sono una nostra pretesa, sono scritti nelle tabelle Fiat utilizzate in tutti i casi analoghi”, protesta Landini, “e stavolta invece non ce li vogliono dare. Prima chiudono la fabbrica e poi fanno ai lavoratori questo estremo sfregio, questo sberleffo, questa assurda pretesa di trarsi d’impaccio dicendo che regalano la fabbrica a Di Risio, come se non fosse stata costruita con denaro pubblico”. Incalza Mastrosimone: “Il piano di Di Risio, da uno a cento, lo valuto uno, va bene? Però questo ci hanno dato, e almeno facciamolo partire”. LA DIFFERENZA tra 18 milioni e 24 milioni equivale a quella tra 550 e 750 avvii alla mobilità. Duecento in meno verso la pensione, duecento posti di lavoro in meno per i giovani e quelli dell’indotto. Ed eccoli uniti: quei 6 milioni di euro servono a tutti, anche all’operaio che afferra il microfono e grida: “Non ci voglio andare a casa a dire a mia figlia che non sono più un operaio metalmeccanico”. Anche a Mastrosimone, che incenerisce con lo sguardo gli operai che disturbano, e poi li avverte: “La nostra storia la conosciamo bene, la verità è che siamo stati sempre divisi, tra giovani e vecchi, diretti e indotto, operai e impiegati. Ma oggi è l’ultima occasione”. Poi grida: “Per una volta! Per una volta! Per una volta facciamo una cosa tutti insieme, anche gli impiegati!”. Applauso. CERTO che è l’ultima occasione. Non solo perché la Fiat ieri sera ha chiuso e adesso porta la Ypsilon nello stabilimento polacco di Tichy, ma anche perché stavolta l’hanno capito tutti che quando Marchionne dice che la partita è finita non si salva nessuno. L’operaio Filippo Battaglia sale sul palco e lo spiega con amarezza beffarda: “Anche i dirigenti con gli occhiali hanno fatto la fine del sorcio”. Tutti figli “di una terra sedotta e abbandonata”, recrimina don Ciccio Anfuso, arciprete della Chiesa Madre di Termini alta, giunto a portare agli operai in assemblea un saluto e un monito: “Un uomo senza lavoro non è solo senza soldi, ma anche senza dignità”.
Giorgio Meletti
Video di Giorgio Meletti e Enrico Montalbano
[Articolo dal Fatto Quotidiano del 25 novembre 2011]
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