La frase

"Ognuno è ebreo di qualcuno.
Oggi i palestinesi sono gli ebrei di Israele."
‎Primo Levi

giovedì 31 marzo 2011

Messaggio di solidariet​à della RSU ALLCA CUB Sun Chemical di Firenze

La scrivente RSU ALLCA CUB Sun Chemical di Firenze vuole esprimere la piu' profonda e partecipativa solidarieta' a tutti i lavoratori Piaggio ed agli RSU in lotta perchè giustamente contrari all'accordo proposto dai sindacati confederali.
In un momento storico dove anche la nostra realtà lavorativa vede coinvolti i compagni nella lotta per il diritto al lavoro restiamo a disposizione nel sostenere le iniziative di protesta in corso allo stabilimento Piaggio.
Saluti

RSU CUB Sun Chemical Group di Firenze

martedì 29 marzo 2011

Piaggio, dopo il referendum la Fiom Cgil firma l'accordo

Secondo l'intesa, 300 operai e 100 impiegati andranno in mobilità su base volontaria e con incentivi. Stabilizzate 262 lavoratori

Anche la Fiom-Cgil ha firmato l'accordo per la procedura di mobilità alla Piaggio di Pontedera che era già stato siglato dagli altri sindacati.La ratifica è avvenuta pochi minuti fa nella sede dell'Unione industriale pisana e segue il via libera all'accordo da parte dei lavoratori della fabbrica di Pontedera con il referendum svoltosi giovedì e venerdì: i sì erano stati il 61%.Secondo l'intesa, 300 operai e 100 impiegati andranno in mobilità su base volontaria e con incentivi, mentre verranno stabilizzati 262 giovani lavoratori.

fonte:http://www.gonews.it

Piaggio, è sì dopo i contrasti

Sull'esito non hanno influito gli impiegati. I contestatori: noi lottiamo
I risultati del referendum alla Piaggio di Pontedera sulla mobilità volontaria con incentivi di 300 operai e 100 impiegati, destinati alla pensione e sostituiti soltanto da 131 operai a tempo pieno e altri 131 con part time «verticale», raccontano che è andato al voto soltanto il 46% dei circa 2.500 addetti della storica fabbrica di motocicli, e che il «sì» ha raggiiunto il 61%. Al tempo stesso la scarsa partecipazione degli impiegati - solo 160 su 900 sono andati alle urne, messe in piedi al solito dalla Fiom Cgil in solitaria - fa capire che l'ok all'intesa è arrivato dai circa 1.600 operai del più grande stabilimento industriale del centro Italia. Operai che sono andati al voto in buon numero, circa un migliaio, approvando seppur di stretta misura una intesa che peraltro Fim, Uilm e Ugl avevano già sottoscritto. Senza bisogno di chiedere ufficialmente ai diretti interessati che cosa ne pensassero. Dal presidente regionale Enrico Rossi, ex sindaco di Pontedera, e dal segretario generale toscano della Cgil, Alessio Gramolati, sono arrivati commenti positivi all'intesa raggiunta in Piaggio. Un'intesa che porta in dote anche più di 40 milioni di euro per gli impianti di produzione, e per nuovi motori e modelli. Al tempo stesso Rossi non ha mancato di segnalare: «E' stata una consultazione estremamente delicata, che ha visto contrapporsi due fronti anche all'interno della stessa Fiom». Una divisione che naturalmente ha «fatto notizia». E che ha finito per mettere in secondo piano i motivi, concreti, che hanno portato nove delegati Fiom su 14 a pronunciarsi contro l'accordo. Perfino a costo di mettere in dubbio lo stesso strumento referendario, che soltanto la Fiom utilizza nelle fabbriche senza mai un'incertezza. Se il referendum è in archivio, non lo sono i motivi della vistosa protesta dei contestatori Fiom. Non per caso il segretario pisano dei metalmeccanici Marcello Franchi guarda avanti e spiega: «La spaccatura c'è stata, ma tutta la Rsu ha riconosciuto l'esito della votazione. Ora dobbiamo lavorare insieme, per dare ai lavoratori le risposte che chiedono sui carichi e sui tempi di lavoro. Sono problemi veri, su cui dobbiamo essere uniti per ottenere risposte adeguate». Che i problemi siano veri, è dimostrato dal fatto che quasi 500 tute blu si sono pronunciate contro l'accordo, ritenendo che prima di qualsiasi impegno sulle mobilità si dovesse dare risposta alle complessive condizioni di lavoro in fabbrica, e ai ritmi produttivi contestati, da anni, come eccessivi. «Avevamo contro tutte le strutture, provinciale regionale e nazionale - segnala la 'contestatrice' Angela Recce - e comunque abbiamo ottenuto un buon risultato, di cui il nostro sindacato dovrà per forza tenere conto». Ancor più deciso Massimo Cappellini, anche lui della Rsu Fiom e fra i principali animatori della contestazione all'accordo sulla mobilità volontaria: «Noi continueremo a mettere in pratica gli scioperi della flessibilità e dello straordinario, così come da mandato ricevuto nei giorni scorsi in un'affollata assemblea». Cappellini non è per niente convinto del fatto che si possa ricucire la divisione interna alla Fiom dentro la Piaggio. Toccherà al sindacato smentirlo, affrontando come anticipato da Francesca Re David tutti i problemi legati ai carichi di lavoro e ai ritmi produttivi in azienda. Una rivendicazione che viene da lontano nel tempo, e che continua a essere al centro dell'attenzione nei reparti produttivi Piaggio come le officine meccaniche.

Riccardo Chiari
[Articolo su il manifesto 29 marzo 2011]

fonte:http://www.ilmanifesto.it/

Postini precari: morti sul lavoro che non contano

Il diritto di essere "lavoratori"


Tra il marzo 2008 e il gennaio 2009 12 postini sono deceduti, quasi tutti a bordo dei ciclomotori Piaggio Liberty di proprietà delle Poste. Nella sola Lombardia tra gennaio 2010 e settembre dello stesso anno si sono verificati 1200 infortuni di cui 800 per l'uso del motomezzo.E' la denuncia fatta in Parlamento attraverso un'interrogazione dai deputati del Pd Chiara Braga, Lucia Codurelli e Cesare Damiano che richiamano l'attenzione del Governo e del Paese sui rischi dei dipendenti delle Poste Italiane addetti alla consegna delle missive. Lo riferisce l'agenzia Ansa.Dipendenti che peraltro - e qui sta il dramma nel dramma secondo i deputati del Pd - sono quasi sempre precari, assunti cioè con contratti a tempo determinato. E a causa di questa condizione le loro morti vengono classificate come "normali" incidenti stradali e non come infortuni sul lavoro. Da questo conseguono risarcimenti irrisori e comunque demandati alla responsabilità civile sull'infortunistica stradale.I parlamentari del Pd riportano il caso di Roberto Scavo, portalettere precario di 21 anni, morto nel comasco in sella al motorino di servizio nel marzo 2008: le Poste hanno corrisposto ai familiari - si legge nell'interrogazione - la somma di 1.725 euro a titolo di "assegno funeraio".Di qui la richiesta del Pd affinché il Governo imponga all'Inail adeguate tutele di risarcimento in particolare per i postini precari che quando sono vittime di un incidente sono considerati non come lavoratori, ma come privati utenti della strada.

Piaggio, lotta contro il modello Marchionne

Il copione di Torino, Marchionne-Mirafiori, va nuovamente in scena a Pontedera, con Colaninno-Piaggio, sia pure con alcune varianti significative.I fatti. Presso la sede dell’Unione industriali pisana Fim-Cisl, Uilm e Ugl hanno siglato il documento su cui si basa l’accordo con la Piaggio. Tale “accordo” porterà nell’immediato all’uscita dalla fabbrica di 400 lavoratori, di cui 300 operai e 100 impiegati, subordinando a questa procedura e all'andamento del mercato, le stabilizzazioni di altri 262 lavoratori già previste dal precedente accordo del 2009. Il risultato immediato è comunque un calo netto degli occupati del 10% e un conseguente aumento dei ritmi di lavoro, già insostenibili, per i restanti lavoratori.Nell’accordo, infatti, non ci sono garanzie né per gli aumenti dei ritmi che Piaggio chiederà per compensare 300 operai in meno sulle linee di montaggio, né per le ipotetiche future assunzioni, vincolate alla definizione dei programmi produttivi della Piaggio su cui i lavoratori non esercitano alcun potere decisionale. Nell’accordo, inoltre, manca qualsiasi cenno a un piano industriale che possa in qualche modo garantire i lavoratori, ed anzi, tutto lascia presagire la progressiva delocalizzazione in Asia di reparti addetti alla componentistica e ai motori.I lavoratori della Piaggio, in assemblea, si sono espressi contro l’accordo e contro l’uso eventuale dello strumento referendario, che, come è già accaduto a Mirafiori, vede gli impiegati decidere quali debbano essere le condizioni di lavoro degli operai. Questa lotta è sostenuta e condivisa dalla RSU della FIOM. Diversamente dalla RSU, i vertici della FIOM provinciale, regionale e nazionale, contro il parere dei lavoratori, considerano complessivamente positivo l’accordo, e dopo non averlo firmato, chiedono un referendum a conferma del proprio orientamento. Che in Piaggio la FIOM non faccia proprio l’orientamento dei lavoratori e delle proprie RSU appare un passo indietro rispetto al coraggio dimostrato nelle lotte di Pomigliano e Mirafiori. Il fatto politicamente grave, è poi che a Pontedera, come a Torino (comuni amministrati dal centro sinistra), il PD si è schierato dalla parte della Piaggio esortando gli operai ad essere “responsabili”, quindi accettare senza discutere, peggioramento delle condizioni di lavoro, di vita, di salute ecc. .Il vero problema, però, non è la posizione politica del PD (ci sarebbe da stupirsi del contrario) ma la posizione della FIOM che smentisce i suoi delegati della RSU che interpretano la combattività degli operai, e che contraddice la linea seguita nel caso di Pomigliano e Mirafiori, dove un SI estorto agli operai col ricatto di un futuro occupazionale compromesso, -proprio come potrebbe succedere alla Piaggio- aveva giustamente portato a non firmare gli accordi.Questa vicenda della Piaggio, che segue quella degli stabilimenti di Pomigliano e Mirafiori, pone però alcuni problemi, di ordine più generale che impongono una riflessione ad ampio spettro su tutta la questione del lavoro, del ruolo dei partiti e del sindacato nel quadro attuale. Fatte salve le contingenze immediate che devono essere affrontate bisogna prendere atto di alcuni punti fermi.C’è una verità amarissima per tutti: il modello sociale, riformista o socialdemocratico o come lo si vuol chiamare, che ha regolato il capitalismo dal secondo dopoguerra fino a circa alla metà degli anni Settanta è finito e non può più essere riesumato. Spazi possibili di mediazione tra capitale e lavoro non ci sono più. La prova sperimentale che questo è il quadro reale in cui si opera è data dal fatto che chiamiamo “accordi” quello che in realtà sono comunicazioni unilaterali delle imprese ai lavoratori. Comunicazioni che vanno tutte nella stessa direzione di Pomigliano, Mirafiori e Piaggio. Parlare di “accordi” in questi frangenti è ragionare ancora con categorie mentali che appartengono a una storia finita, quella delle battaglie sindacali degli anni d’oro del capitalismo.Il sindacato, in questo contesto è chiamato solo a ratificare, sempre e comunque. La lotta degli operai e dei delegati RSU-FIOM che rifiutano tali accordi è lotta sacrosanta che va sostenuta e valorizzata. Per poter vincere, questa lotta ha bisogno di un progetto sociale e politico di profonda trasformazione che la maggiori organizzazioni sindacali oggi non sembrano interessate a elaborare. Alternativa vuole essere uno dei luoghi di elaborazione di un tale progetto. C'è bisogno di un mondo diverso. C'è bisogno di Alternativa.

Alternativa

fonte:http://www.megachip.info

Solidarietà ai lavoratori Piaggio

La Federazione Lavoratori Metalmeccanici Uniti - CUB di Pistoia esprime la propria solidarietà ai lavoratori Piaggio che hanno rifiutato l'accordo e che stanno ancora lottando contro di esso.
Il delicato e  complesso momento politico richiede che, con forza, dai luoghi di lavoro venga espresso un dissenso alla progressiva eliminazione dei diritti e della democrazia, contro il peggioramento delle condizioni di vita dei lavoratori e dei cittadini, contro l'arroganza dei padroni e dei loro complici.

La Federazione Lavoratori Metalmeccanici Uniti - CUB di Pistoia

Ricerca Ires: "Condizioni di lavoro dei giovani". Anticipazione di alcuni risultati

L’Ires ha svolto una ricerca sulle condizioni di lavoro dei giovani, finanziata dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, che sarà pubblicata a breve dalla casa editrice Ediesse.Oltre a condurre un’analisi delle statistiche ufficiali, sono stati intervistati mille lavoratori sotto i 35 anni, di diversa tipologia professionale e contrattuale, su tutto il territorio nazionale, tramite un questionario telefonico.La ricerca dimostra che le opportunità di accesso al lavoro sono difficili, così come le condizioni stesse di lavoro, tanto da provocare malesseri fisici e psicologici che caratterizzano una parte rilevante delle nuove generazioni.La sofferenza sul lavoro è un elemento drammaticamente presente in molte biografie giovanili ed il lavoro è troppo spesso un vettore di sottomissione alla realtà piuttosto che uno strumento capace di favorire la tutela, l’emancipazione individuale e la promozione sociale.La ricerca vuole contribuire alla maggiore comprensione della questione generazionale, rispetto alla quale è urgente intervenire.Le condizioni dei giovani sono emblematiche delle trasformazioni in atto nell'epoca contemporanea e delle nuove sfide per la dignità del lavoro, a partire dalla necessità di un modello di sviluppo capace di elevare la qualità dei processi produttivi, per coniugare il progresso delle aziende con il benessere di tutti i lavoratori e la loro realizzazione.Un'anticipazione di alcuni risultati sono presentati su Rassegna.it, in un articolo a cura di Daniele Di Nunzio, responsabile della ricerca e coordinatore dell'Osservatorio Salute e Sicurezza.

«Nuovo contratto Fiat ovunque». Operai preoccupati

Marchionne-report
I sindacati hanno seguito con preoccupazione la puntata di Report, su Rai3 domenica sera, dedicata ai rapporti Fiat-Chrysler e al futuro del gruppo con una intervista a Sergio Marchionne. Trasmissione di grande impatto: l'intervistatrice Giovanna Boursier ha fatto esclusivamente il suo lavoro di giornalista senza se e senza ma, Marchionne ha risposto con franchezza a tutte le domande. A corredo molte voci importanti fra cui l'ex amministratore delegato Cesare Romiti e i banchieri Matteo Arpe e Alessandro Profumo.L'amministratore delegato del gruppo ha ribadito che vuole applicare il nuovo contratto anche nelle fabbriche della Bertone, di Cassino e di Melfi. «Perché dovrei fare un complimento, cosa ha fatto di buono? Non commento le carenze affettive», ha detto il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, riferendosi alle parole di Marchionne in cui ha chiesto «riconoscimento» verso l'azienda riuscita a sopravvivere da sola alla crisi finanziaria. Dal punto di vista industriale, ha aggiunto Camusso, «non mi pare ci sia nulla di nuovo, siamo in una situazione di stallo, vediamo come evolve. Resta il tema, sono sempre dichiarazioni di rinvio rispetto al fatto che il piano industriale continuiamo a non conoscerlo».«Più che buoni consigli da tifosi vorrei vedere buone azioni nell'interesse dei lavoratori», ha commentato il responsabile nazionale auto della Fiom, Giorgio Airaudo. «Non credo che i lavoratori abbiano una responsabilità sugli investimenti, non lo credevo né per Pomigliano né per Mirafiori e tanto meno lo credo per la ex Bertone che la Fiat ha voluto a crisi già iniziata». Da Cassino, Arcangelo Compagnone, segretario provinciale della Fiom Frosinone, dice che «a fronte di richieste che cancellano alcuni diritti e incrementano lo sfruttamento dei lavoratori, la Fiat non prende impegni. Non c'è neanche un piano industriale che indichi i tempi degli investimenti. L'accordo proposto per Mirafiori, non lo sottoscriveremo neanche per Cassino dove si rischia di incrementare lo sfruttamento dei lavoratori». Francesco Giangrande, segretario provinciale delle Uilm Frosinone, dice di attendere notizie dalla Fiat, «al momento la produzione dello stabilimento cassinate è in fase di stallo. La linea dove prima si produceva la Croma adesso è ferma. Due dei tre modelli, stentano sul mercato, anzi, le vendite della Bravo sono prossime allo zero. L'unico modello che va bene è la Giulietta ma su questa produzione c'è un assurdo blocco dettato, a quanto pare, dai limiti dell'indotto».

[Articolo su il manifesto 29 marzo 2011]


La Fiat è la più grande impresa italiana. Negli ultimi anni è passata dall'anticamera del fallimento alla scalata di Chrysler. Con l’alleanza e i dollari di Obama e i nuovi contratti applicati nelle fabbriche italiane, l'amministratore delegato Sergio Marchionne ha gettato i presupposti per uno scenario nuovo, dagli esiti imprevedibili. Il tema del lavoro e della tutela dei lavoratori, con i referendum di Torino e Pomigliano, sono tornati al centro dell’attenzione del paese. Dopo che Fiat aveva chiesto nuovi contratti per aumentare produttività e quindi occupazione, Marchionne ha dichiarato: se il cuore della Fiat resta in Italia, la testa potrebbe andare altrove. A partire dall'accordo con Chrysler, Report cerca di raccontare qual è il piano strategico di Fabbrica Italia e come è possibile realizzarlo, in particolare alla luce dell'alleanza internazionale e dello scorporo in due gruppi della vecchia Fiat. Cambiano le condizioni dei lavoratori, cambia il peso della famiglia Agnelli dentro l’azienda, e analizzando i passaggi che stanno trasformando il gruppo, si può intuire se le carte verranno date a Torino o a Detroit. La ricostruzione degli anni Marchionne in Fiat, a partire dal “prestito convertendo”, con tanti protagonisti, Da Matteo Arpe ad Alessandro Profumo, Cesare Romiti, sindacalisti, lavoratori, analisti. E poi lungo e inedito contraddittorio con Sergio Marchionne realizzato da Giovanna Boursier al salone dell’auto a Ginevra, dove si chiarisce anche la questione della residenza fiscale e quanto il manager della Fiat effettivamente contribuisce al fisco italiano.
  • Scarica il Pdf della puntata di report del 27 marzo 2011 alle 21.30 di Giovanna Boursier

lunedì 28 marzo 2011

Fiat, a Mirafiori si rischia la salute

Organizzazione del lavoro sotto accusa

Possibili peggioramenti per la salute dei lavoratori alla Fiat. A lanciare l'allarme è la Snop, Società nazionale degli operatori della prevenzione negli ambienti di lavoro, secondo la quale diverse clausole dell'accordo di Mirafiori del 23 dicembre 2010 andrebbero attentamente valutate al fine di evitare rischi per gli operai. Sotto accusa gli aspetti concernenti l'organizzazione del lavoro, nel cui ambito è prevista la ridefinizione dei ritmi e dei profili ergonomici.
L'accordo sancisce l'applicazione a tutte le lavorazioni del sistema Ergo-Uas, finalizzato sia alla misurazione dei tempi e dei metodi di lavoro, sia alla valutazione del sovraccarico biomeccanico relativo a tutto il corpo, prendendo in considerazione il carico statico e dinamico, le applicazioni di forza, le vibrazioni e la movimentazione manuale dei carichi e, conseguentemente, le condizioni in cui si svolgono le operazioni, i cicli di lavoro e le posture degli addetti.
Ergo-Uas è una metodica di analisi del lavoro già introdotta nell'accordo di Pomigliano del 15 giugno scorso. Viene utilizzata in Germania da alcune case automobilistiche dal 2000. A partire dal luglio 2008 ne è stata avviata la sperimentazione dalla Fiat anche in Italia, in particolare sulle linee di produzione dell'Alfa Mito. Il sistema di analisi Ergo-Uas si avvale di una metodologia mista, che unisce uno strumento specifico di "metrica" del lavoro (metodica Uas, della serie Mtm, Misurazione tempi e metodi), basato sulle comuni valutazioni tempi e metodi, con uno più prettamente ergonomico (una lista di controllo, per la valutazione del rischio muscolo-scheletrico, denominata Eaws, European assembly worksheet), che fornice un indice di rischio secondo una classificazione semaforica (verde: basso; giallo: medio; rosso: elevato).

In Germania, per le postazioni di lavoro risultanti in codice rosso si pone l'indicazione della loro revisione, mentre è previsto un salario accessorio nel caso di codice giallo. In Italia, con l'accordo Mirafiori, denuncia la Snop, ci si orienta verso il salario accessorio anche in caso di codice rosso, invece di procedere alla riduzione del rischio.
I metodi per l'analisi dei rischi muscolo-scheletrici sono basati sui risultati delle ricerche della scienza medica – come il metodo Ocra, raccomandato dalle norme tecniche internazionali e a cui fa riferimento la stessa legge in Italia per la movimentazione manuale dei carichi – e finalizzati a individuare numero e durata delle azioni tecniche allo scopo di analizzarne la frequenza nell'unità di tempo. L'analisi Mtm è volta invece a individuare il metodo di lavoro e i relativi movimenti elementari al fine di determinare il tempo necessario per compiere un'azione.
La Snop mette in rilievo gli aspetti critici che potrebbero portare a un diverso esito della valutazione dei rischi in Fiat applicando Eaws rispetto al metodo Ocra, con particolare riferimento al lavoro ripetitivo degli arti superiori. Nel complesso, sembrerebbe che con Eaws il rischio verrebbe sottostimato fino al 40-50 per cento rispetto a quello reale (misurato con Ocra). Non solo. L'accordo per Mirafiori, annullando esplicitamente l'intesa del 5 agosto 1971 (parte III, punto 1) relativamente alle pause, elimina la soglia minima di riposo precedentemente prevista, aumentando così la velocità delle linee di montaggio di circa il 4-7 per cento. Per tutte queste ragioni, conlcudono gli esperti della Società nazionale degli operatori della prevenzione, è prevedibile che l'accordo dello scorso 23 dicembre possa determinare condizioni di maggior fatica e di stress e anche un incremento del rischio di infortuni, poiché lunghezza dei turni, fatica e straordinario ne sono fattori facilitanti.

fonte:http://www.inca.it

Trasmissione telematica certificato di malattia

Diritto del lavoratore ad avere copia cartacea

Diverse nostre sedi ci segnalano che sempre più di frequente, medici di base, operatori numero verde e operatori Inps sostengono il venir meno dell'obbligo della presentazione del certificato medico al datore di lavoro (settore privato) allorquando vi sia stato l'invio telematico da parte del medico certificatore. Tale procedura, a loro avviso, esime il medico dal dare copia cartacea del certificato e dell'attestato di malattia al lavoratore.
La Direzione Centrale Prestazioni a sostegno del reddito, interpellata in proposito ha così risposto: “L'art. 3 del D.M. 26 febbraio 2010 prevede che il medico che trasmette il certificato di malattia telematico all'Inps rilasci al lavoratore, al momento della visita, copia cartacea del certificato di malattia e dell'attestato di malattia. Il successivo art. 4 stabilisce che il lavoratore del settore privato è tenuto, entro due giorni, a trasmettere l'attestazione di malattia al proprio datore di lavoro "salvo il caso in cui quest'ultimo richieda all'Inps la trasmissione in via telematica della suddetta attestazione”….. fatti salvi i casi in cui il medico sia oggettivamente impossibilitato a stampare copia del certificato e dell'attestato di malattia (nel qual caso comunicherà al lavoratore solo il numero di protocollo del documento), il medico è tenuto a fornire al lavoratore la suddetta copia (art. 3, n. 2 D.M. 26.02.2010). Si precisa, altresì, che tale adempimento ha anche lo scopo di ricordare al lavoratore la sua responsabilità in merito alla corretta indicazione dei dati anagrafici e soprattutto dell'indirizzo di reperibilità. Infatti, è onere del lavoratore verificare l'esistenza di eventuali errori od omissioni circa il suddetto indirizzo dai quali poi potrebbe scaturire l'impossibilità ad eseguire la visita medica di controllo domiciliare e la conseguente applicazione delle sanzioni.
Si precisa, infine, che anche nel caso in cui il datore di lavoro venga obbligato per legge a richiedere l'abilitazione alla visualizzazione o alla ricezione tramite PEC degli attestati di malattia dei propri dipendenti, liberando in tal modo il lavoratore dall'onere di trasmettere l'attestato stesso alla propria azienda, possono presentarsi particolari situazioni (ad esempio di tipo tecnico) in cui lo stesso datore di lavoro, eventualmente impossibilitato temporaneamente a visualizzare l'attestato, chieda legittimamente al lavoratore di trasmettergliene copia cartacea”.
Pertanto il medico oltre all'obbligo dell'invio telematico del certificato e dell'attestato di malattia ha, anche, l'obbligo di rilasciarne relativa copia al lavoratore.

Referendum Cgil alla Piaggio, il sindaco: "Bel segnale di responsabilità e appartenenza"

Simone Millozzi esprime la propria soddisfazione: "Adesso è importante che tutto il fronte sindacale riprenda a lavorare compatto per trovare le soluzioni più adeguate"

"Esprimo la mia soddisfazione e il mio apprezzamento per l'esito del referendum alla Piaggio di Pontedera: i lavoratori hanno ancora una volta espresso con chiarezza la loro voglia di contare e di partecipare alle scelte dell’azienda.La partecipazione al voto è stata alta e il responso è stato chiaro. E’ un buon segnale sullo stato di salute della democrazia in fabbrica.Ed è buon segnale sul senso di responsabilità e di appartenenza che i lavoratori hanno verso il loro lavoro. Mi auguro che tutta la rappresentanza sindacale si muova ora in questo spirito, nella direzione comune, senza rispolverare antichi scontri tra opposti estremismi.Adesso è importante che tutto il fronte sindacale riprenda a lavorare compatto per trovare le soluzioni più adeguate a conciliare esigenze dell'azienda e diritti dei lavoratori. Si lavori nella direzione di un positivo sviluppo del territorio e di una crescita adeguata dell’azienda attraverso un piano industriale solido, che può contare sul ruolo positivo dei lavoratori. L’accordo votato prevede una credibile riorganizzazione finalizzata al consolidamento del sito pontederese, che consideriamo un primo significativo elemento del Piano Industriale. E prevede un equilibrio tra le prerogative dei lavoratori e la valorizzazione degli investimenti necessari per dare prospettive di medio termine all’azienda e al ruolo di Pontedera nella strategia internazionale del gruppo. Occorre oggi tutelare l’occupazione attraverso le modalità previste nell’accordo e rafforzare gli investimenti finalizzati alla centralità dello stabilimento di Pontedera.Questi ci sembrano obiettivi garantiti dall’accordo e la sostanziale condivisione registrata dalle sigle sindacali ci pare un segnale di rilievo. A Pontedera il clima sembra diverso dal resto del Paese e oggi registriamo un clima di considerazione e di rispetto del ruolo di rappresentanza".

Simone Millozzi
sindaco di Pontedera

"Nazionalizzare la Fiat"

La decisione della Fiat di trasferire definitivamente la testa del gruppo negli Stati Uniti non è assolutamente inaspettata. Essa è nella logica delle decisioni sinora prese dal gruppo dirigente aziendale, che ha progressivamente spostato gli interessi in America e ha finora rifiutato di fornire qualsiasi piano industriale strategico per il nostro paese. Solo la Fiom aveva da tempo dichiarato che questa sarebbe stata la conclusione se non ci fossero stati interventi in grado di condizionare e cambiare davvero la decisione di Marchionne. Purtroppo politici e sindacalisti incompetenti o in mala fede hanno favorito i disegni dell’azienda.Ora se si vuole tenere la Fiat in Italia c’è una sola strada, quella di procedere alla pubblicizzazione, alla nazionalizzazione del Gruppo che è già da tempo pagato dai contribuenti italiani. Le due principali aziende automobilistiche europee, Renault e Volkswagen, che vanno bene, sono non a caso entrambe a controllo pubblico. Questa è la sola strada seria per salvare in Italia una produzione automobilistica indipendente, altrimenti la Fiat farà la fine dell’Olivetti.

Giorgio Cremaschi

Piaggio: Referendum e prospettive

Nel referendum Piaggio, in cui i votanti sono stati meno della metà degli aventi diritto, l’ “accordo” sulle 400 mobilità ha avuto il 60% di “sì” e il 40% di “no”.
La bassa percentuale dei votanti è probabilmente legata al fatto che la maggioranza dei lavoratori ha ritenuto superfluo partecipare a un referendum che non avrebbe messo in discussione i contenuti dell' ”accordo”, visto che Cisl-Uil-Ugl, che già l’avevano firmato, avevano deciso di non parteciparvi, perché per loro il giudizio dei lavoratori conta meno di niente.
La segreteria provinciale, quella regionale e quella nazionale della Fiom, promotrice e organizzatrice del referendum, si erano pronunciate per il “sì” all’ “accordo”, contrariamente a quanto aveva deciso la maggioranza della propria RSU. E per il “sì” si erano espressi tutti i partiti (salvo Rifondazione Comunista), col Partito Democratico schierato in prima linea come autentico partito aziendale (non per niente il figlio di Colaninno ne è un esponente parlamentare).
Quasi cinquecento lavoratori hanno, comunque, ribadito la loro opposizione all’applicazione in Piaggio di una “intesa” che non solo cancella posti di lavoro, ma dà anche per scontato che sia intensificato lo sfruttamento del lavoro.
Una “intesa” imposta senza trattativa e scaricata interamente sulla pelle degli operai.
Colaninno voleva ridurre il personale e questo gli è stato concesso, visto che si racconta una balla quando si dice che si rimpiazzano le 400 fuori-uscite dalla fabbrica per la mobilità coi 131 passaggi da part-time verticale (PTV) a tempo pieno e coi 131 passaggi da contratto a termine a contratto a PTV (passaggi, che erano già previsti dall’accordo del 2009 e che, quindi, non possono essere spacciati come contropartita alla mobilità).
Se si fosse voluto (rispondendo anche alla giusta esigenza dei lavoratori con maggiore anzianità di servizio di liberarsi dal lavoro sotto padrone e di avviarsi al pensionamento) solo abbassare l’età media dell’organico e non anche ridurlo drasticamente, si sarebbe dovuto effettuare non tanto quei 262 passaggi, quanto 400 assunzioni a tempo pieno interamente nuove.
Colaninno voleva garantirsi l’intensificazione dei ritmi produttivi e l’aumento dei carichi di lavoro e, con la riduzione del numero degli operai, ha ottenuto anche questo, che vuol dire una gigantesca riduzione del costo complessivo del lavoro a Pontedera.
Colaninno voleva tenersi in serbo un ulteriore trasferimento di produzioni all’estero e l’ha ottenuto, visto che l’ “accordo” non glielo preclude né lo vincola a un qualche piano industriale.
Insomma, non si tratta di un accordo o di una intesa, ma solo di un diktat padronale.
Le centinaia di operai del “no” avranno ora da impegnarsi nell’organizzare la loro mobilitazione e quella dei loro compagni di lavoro che non hanno votato o che hanno votato “sì”, per impedire che i bisogni di chi lavora siano calpestati dal rullo compressore delle “ragioni” spudorate dell’azienda, sostenute a testa bassa da quei sindacati-vergogna che rispondono alle sigle di Cisl, Uil e Ugl.
Quanto alla Fiom provinciale, quella regionale e quella nazionale, esse avranno da decidere tra l’essere subalterne alla direzione Piaggio e ai suoi sponsor di partito e lo stare dalla parte dei lavoratori, non ostacolando, ma favorendo l’azione di quegli stessi suoi militanti sindacali che si sono battuti per il “no” e che intenderanno battersi per il rispetto dei diritti del lavoro, per la salvaguardia dell’occupazione e per la tutela delle condizioni lavorative.
O la scelta, dopo essersi schierata con il diktat di Colaninno, la Fiom l’ha definitivamente già fatta: quella di stare dalla parte sbagliata?

Cobas Lavoro Privato
rip, via s. lorenzo 38, pisa, marzo 2011. telef.: 050 563083. e-mail: confcobaspisa@alice.it

Dalle compagne e dai compagni della Filcams Roma e Lazio

I Compagni e le Compagne della CGIL che vogliamo in Filcams Roma e Lazio denunciano il grave comportamento discriminatorio messo in atto nei loro confronti dalla Segreteria Regionale della Filcams.
Il giorno 14 Marzo si è tenuto a Milano l'attivo generale dei delegati e delegate del terziario contro lo scellerato accordo separato sottoscritto da CISL e UIL per il rinnovo del CCNL del settore, rinnovo che riguarda complessivamente circa tre milioni di lavoratori.
Anche in quest'occasione, così come già accaduto in passato, la nostra segreteria regionale ha pensato bene di non consultare i compagni dell'area per la scelta dei nominativi da inserire nella delegazione, a tal fine, chiediamo alla segreteria regionale di poter esercitare da ora in avanti, il diritto di proposta in tutte le occasioni di invio di delegazioni, di confronto e di dibattito, come per altro previsto dal regolamento statutario.
Inoltre la Filcams regionale non consente ai lavoratori della CGIL che vogliamo, di svolgere assemblee nei posti di lavoro per esporre le ragioni del no all'accordo separato. Nel corso dell'attivo regionale del commercio abbiamo fornito alla segreteria regionale della Filcams una lista di nominativi di compagni che si davano disponibili per coprire i posti di lavoro e fare le assemblee. In risposta alla nostra disponibilità, abbiamo ricevuto un netto diniego da parte della segreteria che non ha preso minimamente in considerazione la nostra proposta.
I Compagni e le Compagne della CGIL che vogliamo in Filcams Roma e Lazio chiedono al segretario generale della Filcams di Roma e Lazio un urgente incontro per ristabilire il corretto rispetto delle regole democratiche previste dallo Statuto della CGIL.
Per quanto riguarda le necessarie mobilitazioni a sostegno delle lotte contro l'ignobile contratto firmato da CISL e UIL chiedono alla Segreteria regionale che le quattro ore di sciopero previste a livello regionale vengano proclamate al più presto e che si organizzi per quella data una manifestazione regionale a Roma che termini davanti alla sede della RAI per richiedere la massima visibilità alle lotte in corso.
Inoltre ribadiamo che al di la dell'esito della consultazione in atto, rimane la nostra totale e permanente contrarietà all'ipotesi di accordo separato firmato da CISL e UIL in quando in essa vengono messi in discussione i diritti fondamentali dei lavoratori e delle lavoratrici del nostro paese.

CGIL Che vogliamo - Filcams Roma e Lazio

fonte:http://www.rete28aprile.it

Fiat andrà via dall'Italia. «Negli Stati Uniti si pagano meno tasse»

Un collaboratore di Marchionne spiega cosa avverrà dopo la fusione con Chrysler

La società che nascerà dalla fusione tra la Fiat e la Chrysler avrà la propria sede legale a Detroit, negli Stati Uniti. Solo il governo Berlusconi, infatti, può ancora far finta di credere all'ennesima smentita di circostanza diffusa ieri dalla casa torinese, secondo cui nulla sarebbe «cambiato rispetto all'audizione parlamentare del 15 febbraio scorso» perché «la scelta non è ancora stata presa».Certo che da un punto di vista formale non è ancora stata presa. Ma non è nemmeno stata esclusa. Nel frattempo uno Special Report della Reuters, preparato nei giorni del salone dell'auto di Ginevra, e i cui contenuti sono stati resi noti ieri, ha fatto risuonare l'allarme. In questo report, lungo una decina di pagine, con numerose fotografie dei vertici Fiat e dove Sergio Marchionne viene definito come l'Elvis Presley del settore auto, c'è una frase, attribuita ad un anonimo collaboratore del manager italo-canadese, che squarcia il velo dell'ipocrisia: «Se in Italia pago il 70 per cento di tasse e negli Usa il 30 per cento, non è difficile immaginare dove andrò», spiega il collaboratore. Come a dire: decisione scontata.La Reuters ricorda che Marchionne ha definito "Christmas wishes" i sui obiettivi di aumentare la quota Fiat in Chrysler al 51 per cento entro quest'anno e di portare la società Usa in Borsa. Prima però la casa di Detroit dovrà ripagare i 7 miliardi di prestiti contratti con i governi degli Stati Uniti e del Canada al momento del fallimento pilotato.Va da sé che a quel punto «una doppia quotazione in borsa creerebbe dei problemi», come ha dichiarato lo stesso Marchionne in una intervista a Report che andrà in onda nella puntata di domenica prossima. E' perciò evidente che una scelta la Fiat prima o poi dovrà pur farla. E' la stessa azienda a dirlo: «Stiamo lavorando al risanamento di Chrysler - si legge nella nota diffusa ieri - in modo che la Fiat sarà nella posizione per aumentare la propria quota. Al momento la società americana non è quotata, ma speriamo che questo succeda in un prossimo futuro. Quando avremo due entità legali che coesistono, quotate in due mercati diversi, si porrà evidentemente un problema di Governance». In ogni caso, finchè non avra la maggioranza di Chrysler Marchionne non investirà nella società Usa soldi Fiat.Secondo la Reuters, il trasferimento della sede legale verrebbe "compensato" con la decisione di lasciare in Italia, a Torino, il quartier generale per l'Europa trasformando così la Fiat in una sorta di branca europea di un'azienda americana, un po' come accade per la Opel con la Ford. Inoltre, sempre secondo le indiscrezioni della Reuters, il nuovo gruppo starebbe cercando la sede per un quartier generale asiatico. Nel report si parla anche della possibilità di quotazione della Ferrari: Marchionne valuterebbe la casa di Maranello circa 5 miliardi di euro. Reuters ricorda che l'obiettivo delle due società è di vendere 6,6 milioni di veicoli nel 2014 dopo l'integrazione.L'ipotesi più che concreta che tra qualche anno la principale impresa italiana trasferisca la propria sede legale oltreoceano, con il dichiarato scopo di pagare meno tasse, dovrebbe far tremare i polsi all'erario, visti i milioni di euro che la Fiat versa al fisco ogni anno. E il governo che fa? Si accontenta di sapere che la decisione ufficiale al momento non è ancora stata presa. Perché questo gli dice Marchionne.Opposizione e Cgil partono all'attacco. «Cosa aspetta il governo a muoversi?», domanda il segretario del Prc Paolo Ferrero, che accusa l'esecutivo di non avere fatto nulla «per vincolare la Fiat alle produzioni in Italia». Scuote la testa anche la Cgil, che torna a chiedere al governo di farsi spiegare «da Fiat nel dettaglio il piano industriale e come intende fare, e portare avanti, gli investimenti annunciati». Giorgio Cremaschi della Fiom è ancora più drastico: per come si stanno mettendo le cose «se si vuole tenere la Fiat in Italia c'è - afferma - una sola strada, quella di procedere alla pubblicizzazione, alla nazionalizzazione del Gruppo». D'altra parte non è un caso che le «due principali aziende automobilistiche europee, Renault e Volkswagen, che vanno bene, siano entrambe - sottolinea Cremaschi - a controllo pubblico».

Roberto Farneti

[Articolo su Liberazione del 26/03/2011]

Petizione "Lavoratori e pensionati iscritti alla CGIL contro la guerra in Libia"

Abbiamo letto un’inaccettabile comunicato stampa della CGIL nazionale in data 18/03/2011, giustificazionista nei confronti delle azioni di natura imperialista e guerrafondaia in Libia.
In qualità di dirigenti o semplici iscritti ci sentiamo già coinvolti nei massacri che le cosiddette bombe amiche perpetreranno.
Pensiamo che sia vitale discutere al più presto del comunicato nazionale CGIL, all’interno di tutte le sue strutture.
Ogni persona un minimo accorta sa benissimo che questi interventi bellici “umanitari”, mirano soltanto all’instaurazione di un governo fantoccio che, sotto il protettorato ONU e NATO , fornisca ai neo-colonialisti USA e UE ricchezze naturali a basso costo.
Riteniamo che come sindacato CGIL abbiamo il dovere di condannare l’attacco criminale il cui prezzo sarà un misto di sangue e denaro.
Il costo della guerra sarà pagato con il sangue dei libici ed il denaro della classe operaia ,così come è stato per l’Afghanistan,per l’Iraq e per tutte le guerre e le aggressioni imperialiste attuate negli ultimi anni in nome della “democrazia”.
Ci sembrano davvero lontani i tempi in cui la CGIL proclamava lo sciopero generale di 24 ore (Settembre 1911) contro la Guerra in Libia ed il popolo scendeva in piazza per manifestare contro la politica imperialista,pagando anche con la vita il proprio dissenso come avvenne a Langhirano (PR).
Facciamo appello a tutti gli iscritti affinché sottoscrivano questo documento per fare in modo che la CGIL si opponga alla guerra.

domenica 27 marzo 2011

Acqua - Giorgio Cremaschi (Fiom)

Intervista a Giorgio Cremaschi, presidente comitato centrale FIOM, durante la manifestazione nazionale per i referendum dell'Acqua e del Nucleare.


Servizio di Roberto Pietrucci
Immagini e montaggio di Simone Bucci

fonte:http://www.youtube.com/user/LiberaTVredazione

Piaggio: ora viene "il bello"!!

Si è concluso il referendum alla Piaggio, dove hanno votato meno della metà degli aventi diritto e il 40% di questi ha espresso voto contrario.
La bassa percentuale dei votanti è legata al fatto che questa intesa è già operativa e i lavoratori hanno ritenuto superfluo partecipare ad un referendum farsa che non avrebbe messo in discussione i contenuti dell'accordo.
A favore del voto poi si erano mossi i sindacati filo padronali Uil, Ugl e Cisl e la stessa segreteria provinciale e nazionale Cgil e Fiom, a favore praticamente tutti i partiti, soprattutto il Partito democratico vero partito aziendale (il figlio di Colaninno è parlamentare del Pd).
In queste condizioni, il voto contrario del 40% dei dipendenti è un risultato estremamente positivo perchè centinaia di lavoratori hanno ribadito la loro opposizione non solo al modello Colaninno ma alla applicazione in Piaggio di un’intesa che fa propria l'intensificazione dei ritmi e dei tempi di lavoro, che cancella posti di lavoro, una intesa decisa sulla pelle degli operai e contro la loro stessa volontà.
Le prossime settimane saranno importanti per non deludere le aspettative e le richieste degli operai del No, operai (ma anche impiegati e questo dato è significativo) che non vogliono un sindacato subalterno all'azienda e ai poteri politici ed economici dominanti nella nostra Regione.
L’Associazione Comunisti uniti è al fianco dei lavoratori che si oppongono al modello Marchionne\Colaninno e li sosterrà con forza.
La stessa politica non potrà ignorare quanto successo, ci chiediamo per esempio come sia possibile per le forze comuniste e di sinistra costruire alleanze con il Partito democratico, che nella vicenda Fiat e Piaggio si è schierato con i padroni. E ai padroni, ai loro partiti, i comunisti non possono dare il loro sostegno.
O con i padroni o con gli operai; basta con le alleanze con il Pd a Pisa e provincia

Associazione Comunisti Uniti - Pisa

I comunisti ovunque collocati trovano un comune terreno di confronto nasce: L’ASSOCIAZIONE dei COMUNISTI UNITI (Pisa)

Venerdì 18 marzo alcuni/e compagni/e comunisti/e, per dar seguito all’assemblea del 29 gennaio a Livorno, hanno deciso di dare vita a una associazione delle comuniste e dei comunisti.I promotori dell’iniziativa, a Pisa e provincia, condividono un percorso di riflessione del metodo e della prassi marxista per ridefinire un’analisi di classe adeguata ai compiti dei comunisti di fronte alla crisi globale e strutturale del capitalismo.L’obiettivo comune è quello di ricomporre i soggetti e le realtà che operano nei conflitti sociali, sindacali, nei movimenti, una ricomposizione che non sia sommatoria di sigle ma un percorso comune.Discutere criticamente non significa cancellare la storia, piuttosto affrontare questioni storiche, politiche e culturali, per tentare di comprendere le ragioni profonde della sconfitta dei comunisti del ‘900.L’associazione lavorerà per superare le divisioni tra comunisti/e, nella consapevolezza delle difficoltà, ma con atteggiamento propositivo per superare isolamento e limiti, non ponendoci solo su un terreno culturale e ideologico ma affrontando tutte le questioni concrete sulle quali si misura la proposta e l’iniziativa politica.Il sistema capitalista è arrivato ad una crisi economica e finanziaria tale da evidenziare in pieno il suo carattere barbarico e regressivo. Lo scoppio delle centrali nucleari in Giappone sono il sintomo di un capitalismo incivile e pericoloso per le sorti stesse dell’intera umanità, e ci pongono con urgenza la questione di un nuovo modello di produzione e di sviluppo. Il ricorso alla guerra, ipocritamente definita “umanitaria”, è il modo con cui il capitalismo copre ideologicamente la ricerca di fonti energetiche e il controllo sulle stesse. La tesi leninista dell’imperialismo come condizione strutturale fa emergere la sua tendenza naturale alla guerra, cosi come il ruolo speculativo e parassitario delle banche e delle multinazionali rimane il medesimo, e ciò sia che al governo ci sia Bush o che ci sia Obama. Lo stesso vale sia con Berlusconi che con Bersani o Vendola domani.La questione del lavoro poi, con la diffusione anche sul territorio pisano della “cura” Marchionne, adottata da Colaninno, non trova ostacoli neppure nella FIOM che alla Piaggio accetta di barattare i diritti dei lavoratori con la rappresentanza ai tavoli di trattativa, ipotecando le loro stesse condizioni di vita e di lavoro con un modello organizzativo che intensifica i tempi e i ritmi e lega i processi occupazionali e retributivi agli andamenti di mercato.Una cosa pensiamo debba essere chiara, chi si schiera con la guerra imperialista e col modello di relazioni sociali voluti da Marchionne, con i processi di privatizzazione dell’acqua e a favore del nucleare, non sono nostri parenti che sbagliano, ma nostri avversari da combattere e indebolire. Proprio per questo la battaglia è per affermare la rottura, anche nelle Giunte locali, con il partito della guerra, che in Toscana, e a Pisa in particolare, ha assunto il volto sempre più marcato e insostenibile del PD.Da questi presupposti l’Associazione dovrà sviluppare una critica spietata e senza sconti al politicismo governista dei gruppi dirigenti del P.R.C e del P.d.C.I, per restituire ai comunisti una propria identità e indipendenza politica, una rinnovata azione nella società, nel mondo della conoscenza e nei luoghi di lavoro.L’Associazione dei Comunisti Uniti vede nel conflitto capitale-lavoro la contraddizione centrale da cui partire per una prospettiva di società senza classi contro sfruttamento e profitto; la validità dell’analisi marxista, con i contributi leninisti e gramsciani, è decisiva per la lotta politica nei partiti, sindacati e associazioni di massa.La battaglia culturale deve sviluppare l’autonomia politica dei comunisti contro la subalternità a forze ormai compromesse con il padronato e che sono definitivamente inserite nel quadro organico del sistema capitalistico ed imperialistico, come il PD.La battaglia culturale e la rinnovata iniziativa in ambito sociale, politico e sindacale saranno le basi per ricostruire un vasto fronte di resistenza alla crisi economica e di civiltà del sistema capitalista, per una sinistra anticapitalista e la ricostruzione di un radicato e forte partito comunista.
L’Associazione si impegnerà prioritariamente su:
1 - la questione internazionale;
2 - la questione del lavoro;
3 - la questione sindacale, con particolare attenzione alle situazioni sul nostro territorio (vedi vicenda Piaggio);
4 – la relazione tra Costituzione e movimento operaio e comunista nel ‘900;
5 – l’autonomia politica dei comunisti per ricostruire un blocco sociale anticapitalista.
Sollecitiamo tutte/i le compagne/i ovunque collocate/i che ritengono necessario un processo ricompositivo, senza scorciatoie organizzativistiche e beceri tatticismi che eludono le questioni politiche, a portare il proprio contributo e la propria esperienza.

Associazione dei comunisti uniti

Roma, manifestazione per l'acqua pubblica

I comitati promotori dei referendum del 12 e 13 giugno hanno organizzato un corteo per le vie della capitale. Banchetti, informazioni e una manifestazione festosa per ricordare l'importanza di due sì alla consultazione referendaria su acqua pubblica e nucleare. Video di Clara Gibellini


fonte:http://www.youtube.com/antefattoblog

La beffa di Eutelia, condannati i lavoratori

Tre mesi di carcere o 7600 euro di multa per i dipendenti che hanno occupato la sede. Samuele Landi, fondatore dell'azienda e ora latitante a Dubai, aveva denunciato i suoi ex impiegati

Condannati. Solo che gli ultimi a sporcarsi la fedina penale non sono i manager che hanno spolpato Eutelia, lasciato senza lavoro migliaia di persone e che si sono intascati milioni di euro di commesse. Ma i dipendenti che, nei mesi in cui venivano ignorati dai loro datori di lavoro (distratti da quella che i magistrati romani hanno definito una frode “colossale”), hanno protestato occupando la sede romana dell’azienda. A dodici di loro è stata appena notificata la sentenza del Tribunale penale di Roma: tre mesi di reclusione convertiti in una pena pecuniaria di 7.600 euro a testa. Cioè quanto ognuno di loro prende di cassa integrazione in un anno. Il delitto? Aver “invaso arbitrariamente, al fine di occuparlo, l’immobile di proprietà della società Eutelia”. E visto che erano in gruppo, scatta automaticamente anche il concorso di persone.
La giornata incriminata è stata al centro delle cronache nazionali per ben altri motivi: in molti ricorderanno l’irruzione con piede di porco del fondatore della società, Samuele Landi, all’alba del 10 novembre 2009 nell’edificio di via Bona. Con lui diciassette vigilantes, arruolati per sgomberare il presidio dei lavoratori. Questi ultimi sono stati condannati per “sostituzione di persona”, ma dovranno pagare una somma inferiore di 100 euro a quella dei dipendenti ex Eutelia: 7.500 euro a testa. Il giudice per le indagini preliminari Roberta Palmisano ha dunque accolto le richieste del pm, Fabio Santoni, emettendo un decreto penale secondo cui spacciarsi per poliziotti, svegliare i lavoratori con torce puntate in faccia e chiedere loro i documenti senza alcuna autorità sia meno grave che presidiare un’azienda mentre viene distrutta dai suoi proprietari.
A denunciare i 12 lavoratori di Agile, la società venduta per un euro da Eutelia a Omega, è stato proprio Samuele Landi, ancora latitante a Dubai. Che poi è l’unico della famiglia a non aver pagato per la bancarotta fraudolenta (il fratello Isacco è finito in manette). Dagli Emirati Arabi deve aver avuto tempo, tra un lancio e l’altro col paracadute, sua grande passione, di seguire l’esito della vicenda. Ma i 12 lavoratori non sapevano neppure di essere sotto inchiesta, l’hanno scoperto solo l’altroieri a condanna notificata (procedura prevista per alcuni reati lievi, tipo la guida in stato di ebbrezza).
Fabrizio Potetti della Fiom, che da oltre due anni segue le vicende di Eutelia, sta già lavorando con gli avvocati del sindacato per opporsi (hanno tempo 15 giorni). E spiega al Fatto che “la cosa grave è che i ragazzi in presidio non hanno mai impedito a nessuno di continuare a lavorare, tanto che, quando i poliziotti veri sono arrivati dopo l’irruzione di Landi, non hanno ordinato a nessuno di sgomberare”.
Intanto i 12 lavoratori vivono un paradosso: dopo mesi senza stipendio e 890 euro al mese di cassa integrazione, se questa condanna venisse confermata andrebbero definitivamente in rovina. “Io preferirei andare in galera tre mesi piuttosto che finire per strada – dice Luigi Civita, uno di loro – non ho mai avuto così tanta paura in vita mia. Sono più angosciato di quando ho perso il posto: perché sono uno che rispetta le regole, che non ha mai fatto nulla di male. Siamo stati noi a essere derubati. Truffati dall’azienda, ingannati dalle istituzioni e, adesso, traditi anche dalla legge”.

Beatrice Borromeo 

[Articolo da Il Fatto Quotidiano del 24 marzo 2011]

fonte:http://www.ilfattoquotidiano.it

Cgil, 18 miliardi dall'imposta sulle grandi ricchezze

La proposta del sindacato: una tassa ordinaria ispirata al modello francese, con una previsione di imposta mediamente dell’1,0% a carico delle famiglie con una ricchezza complessiva sopra gli 800mila euro. Colpirebbe solo il 5% più ricco degli italiani

Una tassa ordinaria sulle Grandi Ricchezze ispirata al modello francese, con una previsione di imposta mediamente dell’1,0% a carico delle famiglie con una ricchezza complessiva sopra gli 800mila euro potrebbe generare un gettito di circa 18 miliardi di euro l'anno. Una tassa che colpirebbe solo il 5% più ricco e ricchissimo della popolazione italiana e che non toccherebbe nessun altro ceto e reddito. Sarebbero infatti soggetti a tale imposta tutte le famiglie la cui ricchezza complessiva, mobiliare e immobiliare, superi gli 800mila euro l'anno al netto dei mutui e delle altre passività finanziarie. Allo stesso tempo, ne sarebbero esclusi tutti coloro che, pur essendo proprietari di una o più abitazioni, nonché depositi in conto corrente, titoli di Stato o altre obbligazioni, non raggiungano il limite indicato.
E' questa la proposta rilanciata dalla Cgil, sulla base di un apposito studio del Dipartimento Politiche economiche messo a punto in vista dello sciopero generale del 6 maggio prossimo e all'interno del suo pacchetto sulle tasse che si basa su un progetto di riforma fiscale per un fisco giusto, attraverso una vera lotta all’evasione (perché oggi l’evasione ogni anno costa 3.000 euro in più ai redditi “fissi” e, in generale, ad ogni contribuente onesto); per un fisco più leggero per le famiglie di lavoratori e pensionati che porti mediamente 100 euro in più in ogni busta paga, alleggerendo quel peso che da anni grava ingiustamente sulle spalle di queste famiglie; un fisco più pesante per i redditi alla radice degli squilibri e delle debolezze del paese: transazioni speculative, rendite e grandi ricchezze.
Molto consistenti le risorse che si potrebbero ottenere annualmente solo dalla nuova tassa sulle grandi ricchezze (in Francia la chiamano la tassa sulle fortune). Dai calcoli effettuati dal Dipartimento Politiche Economiche della Cgil nazionale, le simulazioni comporterebbero un gettito potenziale, derivante dall’applicazione di un’Imposta sulle Grandi Ricchezze (IGR), di circa 18 miliardi di euro l'anno. Secondo lo studio del sindacato, infatti, se si applica un'aliquota media dell’1,0% sulla ricchezza netta totale, superiore agli 800mila euro complessivi, al netto delle detrazioni, detenuta da circa il 5% delle famiglie più ricche d’Italia, la tassa comporterebbe un gettito di 17,9 miliardi di euro annui; e con anche solo una aliquota media dello 0,55% (primo scaglione francese) sulla ricchezza netta totale, superiore agli 800mila euro complessivi, al netto delle detrazioni, detenuta da circa il 5% delle famiglie più ricche d’Italia, comporterebbe un gettito di 9,8 miliardi di euro annui
Prendendo come riferimento la definizione di ricchezza netta della Banca d’Italia, definita dalla somma delle attività reali (immobili, aziende e oggetti di valore), delle attività finanziarie (depositi, titoli di Stato, azioni, etc.) al netto delle passività finanziarie (mutui e altri debiti), è possibile calcolare la nuova tassa con delle simulazioni. Ecco dunque come si calcolerebbe l'IGR, l'imposta grandi ricchezze. Facciamo alcuni esempi (prendendo come realtà di riferimento le rilevazioni sui bilanci delle famiglie della Banca d’Italia):
1. Una famiglia di lavoratori dipendenti che - a prescindere dal reddito imponibile ai fini IRPEF - è proprietaria di una casa dove abita con un valore di 130mila euro e detiene 10.000 euro quasi tutti in depositi bancari, con solo un 10% in titoli di Stato, obbligazioni e fondi comuni di investimento, per un totale di 140.000 euro di ricchezza netta non sarebbe soggetto all’Imposta sulle Grandi ricchezze e non pagherebbe niente di più.
2. Una famiglia di pensionati che - a prescindere dal reddito imponibile ai fini IRPEF - è proprietaria di una casa dove abita con un valore di 500mila euro e detiene 250.000 euro in depositi bancari, titoli di Stato e obbligazioni, per un totale di 550.000 euro di ricchezza netta non sarebbe soggetto all’Imposta sulle Grandi ricchezze e non pagherebbe niente di più.
3. Una famiglia di lavoratori dipendenti che - a prescindere dal reddito imponibile ai fini IRPEF - è proprietaria di una casa dove abita con un valore di 450mila euro, un’altra casa con un valore di 250.000 euro ma che paga un mutuo su questa di 20 anni (per un montante di 150.000) e detiene anche 100.000 euro in depositi bancari, titoli di Stato, obbligazioni, azioni, partecipazioni, per un totale di 650.000 euro di ricchezza netta non sarebbe soggetto all’Imposta sulle Grandi ricchezze e non pagherebbe niente di più.
4. Una famiglia di imprenditori e liberi professionisti che - a prescindere dal reddito imponibile ai fini IRPEF - è proprietario di una casa dove abita con un valore di 500mila euro, un’altra casa con un valore di 300.000 euro e detiene 100.000 euro in depositi bancari, titoli di Stato e obbligazioni, azioni e fondi comuni di investimento, per un totale di 900.000 euro di ricchezza netta, pagherebbe:
IGR = 900.000 x 1,0% - 8.000 euro (detrazione fissa data dalla soglia) = 1.000 euro
Come appare evidente, a subire un aumento del prelievo fiscale non sarebbe il 95% delle famiglie italiane ma solo i ricchissimi e gli ultraricchi, ossia appunto solo un 5% delle famiglie italiane.
La tassa sulla grandi ricchezze, oltre a creare ingenti risorse per la collettività (pari ogni anno a una finanziaria di medie dimensioni), avrebbe anche un effetto in termini di equità in un paese sempre più diseguale. Ogni indagine della Banca d’Italia sui bilanci delle famiglie italiane rileva infatti, dal 1995 ad oggi, che il 10% delle famiglie più ricche possiede quasi il 45% dell’intera ricchezza netta delle famiglie italiane, a fronte del 50% della popolazione (la metà più povera) che ne detiene meno del 10%. (Vedi il documento nel link). In pratica, circa 2,4 milioni di famiglie posseggono mediamente quasi 1.600.000 euro di patrimonio immobiliare e finanziario netto, a fronte di circa 12 milioni di famiglie che posseggono mediamente meno di 70.000 euro. Se si osserva anche solo una parte delle famiglie più ricche, definite “ricchissime”, la ricchezza netta del 5% più ricco d’Italia è mediamente circa 2 milioni e 300mila euro. Così come quella dell’1% delle famiglie più ricche, le “ultraricche”, è pari a circa 5 milioni e 300mila euro. Con la tassa sulle grandi ricchezze, si chiederebbe un contributo davvero minimo ai nostri super ricchi, visto che le simulazioni ci danno cifre quasi irrisorie di 1000 (mille) euro l'anno. Si potrebbe dire che neppure i super ricchi piangerebbero.

fonte:http://www.rassegna.it

Referendum alla Piaggio, per la Cgil gran risultato

Il presidente Rossi: "Ancora una volta i lavoratori si dimostrano patrimonio per lo sviluppo"


"L'esito del referendum alla Piaggio di Pontedera conferma, se mai ce ne fosse ancora bisogno, che i lavoratori toscani quando se ne rispetta la dignità e se ne stimola la responsabilità, sono uno straordinario patrimonio per lo sviluppo". Così il presidente della Regione, Enrico Rossi, esprime la sua soddisfazione per l'esito della consultazione indetta dalla Fiom alla Piaggio di Pontedera sull'accordo sulla mobilità volontaria di 400 lavoratori e la stabilizzazione 260 precari oltre a investimenti per circa 45 milioni di euro.
"I lavoratori della Piaggio - prosegue Rossi - così come gli altri lavoratori toscani in molti altri casi, hanno dimostrato di voler essere protagonisti delle trasformazioni e non subalterni. Questo è un valore e una garanzia anche per gli imprenditori che vorranno investire nella nostra regione, perché il consenso sociale è un fattore attrattivo per le nuove imprese". "Adesso - conclude Rossi - è importante che tutto il fronte sindacale riprenda a lavorare compatto per trovare le soluzioni più adeguate a conciliare esigenze dell'azienda e diritti dei lavoratori".
Anche la Cgil pisana considera l'espressione dei lavoratori "forte e chiara". "Forte perché in una consultazione promossa e coordinata da un solo sindacato hanno partecipato al voto oltre 1.200 persone, e chiara perché il sì alle posizioni della Fiom, oltre a una netta affermazione complessiva (61% circa), ha prevalso sia nel voto degli impiegati che degli operai e in tutti i seggi". Il mandato alla Fiom a sottoscrivere l'accordo per la Cgil, che esprime il proprio "apprezzamento" per il lavoro svolto dai metalmeccanici, rappresenta "la possibilità di richiedere alla Piaggio un impegno più forte sul territorio, che deve ora essere tradotto in risposte e soluzioni ai problemi delle condizioni di lavoro, dell'occupazione e della definizione complessiva di un più solido piano industriale".

sabato 26 marzo 2011

Un voto che conta

Il no ha tenuto testa alla grande, in considerazione del fatto, che aveva contro tutti i vertici sindacali dal provinciale al nazionale (salvo alcune eccezioni) e tutti i partiti dello schieramento parlamentare, a dimostrazione del fatto che all'interno di chi si riconosce in Piaggio con quella parte della Fiom (la maggioranza della RSU), nonostante tutte le strutture di potere, sindacale, politico e mediatico, ha maturato la coscienza di una forza di base che rifiuta in modo netto e categorico di prostrarsi al volere di chi comanda e pensa soltanto attraverso lo sfruttamento e la speculazione, all'accumulo di sempre più profitto e anche una capacità di autonomia critica da posizioni interne anche alla Fiom stessa, posizioni di mero autoreferenzialismo. Ci tengo aprecisare che questo no, per usare un gioco di parole è ricco di un significato propositivo e quindi è un no che equivale a tanti "si".
Si ad un'alternativa che si riconosce alla ripresa di un vero conflitto, rifiutando in primis il licenziamento (in questo caso 400 posti di lavoro).
Si all'ingresso di PTV da subito e non forse dal 2012.
Si alla trasformazione di CT in PTV.
Si alla revisione dei tempi di lavoro, che lo rendano più umano.
Si all' abolizione della legge sulla somministrazione del lavoro, ma soprattutto Si ad un cambio rispetto al "Modello Di Sviluppo", che vede il mercato, con l'assoggettazione a regole volte a favorire esclusivamente il profitto delle imprese, il motore trainante di tutto l'apparato lavorativo e che metta veramente al centro del suo interesse il lavoro inteso come prerequisito indispensabile di ogni cittadino a cui deve essere garantito il diritto ad un futuro attraverso appunto la creazione di nuovi posti di lavoro che solo un vero cambiamento di rotta può garantire. 
Per questo è stato giusto votare no e con questa negazione abbiamo voluto affermare la nostra volontà di lotta e consci di questo buon risultato dobbiamo essere sempre più convinti ad andare avanti per questa strada che è la sola che può garantirci la realizzazione di una vera lotta sindacale, che punti ad un miglioramento effettivo delle condizioni di vita per chi un lavoro ce l'ha già e per chi non ce l'ha ancora.

[Operaio Piaggio della 2R]

Referendum Piaggio, Rossi: “I lavoratori vogliono essere protagonisti dello sviluppo”

“L’esito del referendum alla Piaggio di Pontedera conferma, se mai ce ne fosse ancora bisogno, che i lavoratori toscani quando se ne rispetta la dignità e se ne stimola la responsabilità, sono uno straordinario patrimonio per lo sviluppo”, così il presidente della Regione, Enrico Rossi, esprime la propria soddisfazione per l’esito della consultazione indetta dalla Fiom alla Piaggio di Pontedera sull’accordo sulla mobilità volontaria.
Ai dipendenti della Piaggio è stato chiesto di esprimersi con un si o un no alla firma di un’intesa che vincola la mobilità volontaria di 400 lavoratori alla stabilizzazione di circa 260 precari e ad investimenti per circa 45 milioni di euro. Una consultazione estremamente delicata, che ha visto contrapporsi due fronti anche all’interno della stessa Fiom. Alla fine i votanti sono stati 1204, i voti validi 1185 di cui 723 si e 462 no.
“I lavoratori della Piaggio – prosegue Rossi – così come gli altri lavoratori toscani in molti altri casi, hanno dimostrato di voler essere protagonisti delle trasformazioni e non subalterni. Questo è un valore ed una garanzia anche per gli imprenditori che vorranno investire nella nostra regione, perchè il consenso sociale è un fattore attrattivo per le nuove imprese”.
La Toscana, per il presidente, si conferma la terra della dialettica e del dialogo, dove anche un duro scontro sindacale alla fine trova il modo di diventare una grande espressione di democrazia. ”Adesso – conclude Rossi – è importante che tutto il fronte sindacale riprenda a lavorare compatto per trovare le soluzioni più adeguate a conciliare esigenze dell’azienda e diritti dei lavoratori”.

Pamela Pucci

I Giapponesi della Piaggio.La solidarietà alla Piaggio

Ci troviamo davanti alla macchinetta del caffè, Brunello io , Piero , Mauro, poi si avvicina anche Gianpiero, “ora dovrebbe entrare un po di gente nuova, dopo che la Piaggio ha fatto l’accordo con Dahiatsun?” mi dice Brunello, “si , l’accordo prevede che i veicolo commerciali a 4 ruote in Europa vengano fatti e commercializzati col marchio Piaggio, mentre fuori dall’Europa continuano col marchi Dahiatsun.” Gli rispondo.Stanno gia facendo spazio per le nuove linee e chi dovrà lavorarci, sono in Giappone ad imparare. Li hanno assunti per questa lavorazione, sono tutti abbastanza giovani.I primi nuovi assunti dopo 10 anni e a 8 anni dalla grande crisi che vide espulsi 3500 lavoratori su 10.000 nella sola Piaggio di Pontedera.Si ma ora l’azienda vorrà introdurre anche il modo di lavorare alla giapponese? Si domanda preoccupato Mauro.Questa era la domanda ricorrente che oramai da mesi circolava nei nostri reparti.Passano diversi giorni da quei commenti, ero li, stavo facendo i pezzi del sottopianale TM,la linea di assemblaggio dove lavoravo, e quella mattina ero partito bene, il lavoro scorreva velocemente perché all’otto e cinque avevo iniziato a lavorare, e per me è difficile iniziare subito, perché mentre vado al mio posto di lavoro trovo sempre qualcuno che ha una domanda da fare, da chiedere un consiglio anche da criticare, non mi annoio.Poi facendo parte dell’esecutivo del C.d. F e la responsabilità che avevo, ero sempre coinvolto in prima persona in tutti gli eventi , i miei compagni di lavoro sapevano di questo mio ruolo, e volevano essere sempre informati . ed io lo facevo volentieri perché sapevo che un delegato, prima dei voti che prende alle elezioni, lo si vede dal consenso che ha tra i lavoratori della sua officina cioè, se lo fermano, gli chiedono le cose, anche se lo criticano, gli riconoscono un ruolo, se è indifferente non gli viene riconosciuto alcunchè, e allora è meglio smettere.Mentre lavoravo già da un oretta ed ero prossimo a smettere per far colazione ed andare in bagno, viene il capogruppo, e mi dice, ti vuole il caporeparto, cosa vuole, gli chiedo, non lo so, vai a sentire.Mi tolgo i guanti, gli occhiali e il grembiule di cuoio , e il pastore, te ne vai anche stamani? No, mi ha chiamato il caporeparto, vado a sentire che vuole.Mi avvio e vado nel suo ufficio, non prima di essermi preso l’urlo canzonatorio del Mosti, dove ero ero, lui sempre mi doveva far le battute sul mio ruolo di delegato, sui miei permessi, ma era quello che quando non c’ero mi difendeva, una di quelle persone semplici, e genuine che facevano parte del contado toscano antico.Mettiti seduto, mi dice il capo reparto, lui era uno diretto, non aveva mezze misure. Tra di noi c’era reciproco rispetto pur da ruoli differenti, me lo disse all’inizio, quando io divenni delegato, perché prima di divenire delegato, l’azienda attraverso anche lui mi dette l’opportunità di entrare nelle gerarchie aziendali, mi avrebbe anche fatto comodo, avrei guadagnato di più, potevo far gli straordinari, dato che lavoravo da solo ed avevo moglie e figlio, ma meglio per me feci un'altra scelta.Appena divenni delegato mi dosse, Tu sei comunista ; sei della FIOM e sei Delegato, io sono un uomo dell’azienda, diverso da te politicamente, quindi siamo su sponde diverse.C’era lealtà nei comportamenti, sia nei momenti di pace che in momenti di conflitto.Quando c’erano le vertenze in corso, ed uno scontro aperto con la direzione, o all’interno della officina, io sapevo che i capi squadra i capi gruppo dovevano sempre verificare quello che facevo e riferirlo a lui, e lui, se sbagliavo mi faceva le segnalazioni, ma per lui sbagliare significava, trovarmi su una linea diversa dalla mia a parlare con gli operai, oppure, trovarmi tra le linee, anziché andare a mensa, ma io lo sapevo, quando si ricopre un ruolo o una responsabilità queste cose debbono essere messe in conto, solo di una cosa stavo attento, a non prendere segnalazioni perché sbagliavo un lavoro, no quello non mi era permesso, questo mi avevano sempre insegnato i vecchi compagni della FIOM. Non solo della Piaggio, un militante della FIOM il lavoro deve farlo bene, mai farsi riprendere per negligenza, quante volte me lo avevano detto e col tempo ne ho capito l’importanza.Come saprai da lunedi vengono a lavorare sulla nuova linea Dahiatsun quelli che hanno fatto il corso in Giappone,cominciò a dirmi, quelli non sono operai come voi, devi considerali come i capi di officina, tutti, e non voglio vederti parlare con loro o andare sulla linea. Ma come, se iniziano a lavorare all’assemblaggio, cosi, come prevedono gli accordi, noi delegati dovremo verificare, se le cose funzionano oppure no, gli risposi, e poi non esistono persone con le quali il sindacato non parla, io vado a parlare anche coi capi, magari sono loro che non vogliono parlare con me, aggiunsi. Comunque tu non devi andare li, se ti vedo ti faccio la segnalazione, e poi caso mai quella linea è di competenza di Benedetti, cosi mi hanno detto in direzione, quindi sarà lui, a discutere dei problemi di quella linea.Per non farci andare su quella linea, sia io che Gianpiero, e non incorrere in una accusa antisindacale si erano affidati al delegato della UILM.IO ero stato eletto sulla linea del TM Gianpiero sulla linea ciclicar repartino e il Benedetti sulla lnea del Car, siccome era diminuita di molto la produzione, e quindi anche il Dahiatsun, che era vicino alla sua linea era anche di sua competenza.Si ma noi i problemi di officina li discutiamo insieme e poi io faccio anche parte dell’esecutivo e discuto dei problemi di tutta la Piaggio, figurati se non discuto quelli della mia officina, e comunque se questa è la tua posizione, prepara un bel blocchetto per le segnalazioni perché dovrai scrivere molto.L’ufficio del capo reparto era un ufficio centrale rispetto al blocco degli uffici che si trovavano sotto la mensa, di fianco agli spogliatoi, alle sue spalle c’era l’ufficio dei capi squadra e dei capi gruppo, era collegato da un vetro che si apriva e chiudeva. E quando doveva discutere di cose riservate, lo chiudeva perché nessuno sentisse, quella mattina invece lo tenne aperto coi capi di la, in modo che avessero modo di sentire, perché secondo lui costoro dovevano sentire, e egli sperava in una mia risposta remissiva, invece appena ebbi finito di parlare, disse subito, va bene io ti ho avvertito e la discussione fini li.Stavo andando a fare colazione ed incrociai il mio capo squadra, mi guardo con un sorriso malizioso e tirò dritto, capii che si riferiva alla risposta che avevo dato al capo reparto, e forse mi sembrò che si compiacesse anche un po.Poi ero insieme a Gianpiero e si avvicinò anche il Benedetti, di quella linea nuova me ne occupo io, disse subito, no di quella linea ce ne occupiamo insieme , gli risposi subito. E la discussione fini li.Poi entrarono i nuovi assunti. Per noi fu in assoluto una grande novità, dopo tanti anni vedevamo, finalmente facce nuove, c’era una differenza di diverse generazioni tra noi e loro, io che fino a quel momento ero tra i più giovani, divenni improvvisamente più vecchio, e cosi tutti gli altri.Quando entrarono erano davvero una cosa diversa rispetto a noi, stavano molto insieme tra di loro, il colloquio era difficile con quasi tutti, poi avevano un capo squadra, di destra burbero, cultore dell’uomo forte, talmente convinto e condizionato che non riusciva neppure ad accettare di aver un figlio diversamente abile, e aveva con costui un rapporto pessimo e despota.Questo capo li controllava, quasi li proteggeva e fisicamente li separava da noi, soprattutto da noi delegati.In quei momenti noi eravamo impegnati e nella difficile vertenza per il futuro della Piaggio, col rischio dello spostamento di intere lavorazioni, e allo stesso tempo, avevamo una duplice vertenza nel reparto.L’azienda voleva rivedere alcuni tempi delle lavorazioni, e non voleva concedere i livelli di inquadramento professionale a quegli operai che secondo noi ne avevano diritto.Capitava di frequente di fare degli scioperi,e loro non partecipavano, quando c’era sciopero, li facevano smettere e li facevano andare in ufficio perché non avessero rapporti con noi, difficilmente riuscivamo a parlare con loro, perché anche molti di loro stessi ci scansavano.Benedetto riusciva a parlare con qualcuno di loro e forse qualcuno lo iscrisse anche alla UILM ma solo successivamente.Noi avevamo difficoltà. Di rapporti con questi nuovi e giovani operai.Ora vieni a dirci di scioperare per far assumere i giovani, mi dicevano pierino, giustone, pinello, lo zingone, barabba, il salutini, ogni volta che c’era sciopero, era questa storia.Il capo reparto poi era contento perché finalmente l’assemblaggio non era più l’officina dove c’era il massimo di adesione agli scioperi, e l’officina col massimo di sindacalizzazione, e questo lo vantava come un suo merito. Mi fece davvero diverse segnalazioni, in quel periodo, ma solo una ne contestai e con durezza.Nel frattempo il capo gruppo mi aveva messo ad un altro lavoro, dovevo saldare i piedini del cric. Erano due piattelli spessi di 3cm e dovevano essere saldati con 3 tratti di saldatura elettrica, il disegno prevedeva 15cm l’uno. Quel giorno il capo reparto venne a misurarmi le saldature col calibro, e alcune erano di 13 altre in misura maggiore, non c’era un segnale visivo, si andava a occhio, ma lui disegno alla mano mi disse che le avevo fatte più brevi. Venne a misurarle dopo che avevamo fatto un ora di sciopero e avevo, come al solito fatto una assemblea. Quella segnalazione la contestai fino ad arrivare alla direzione generale, l’avevo presa come una questione di principio e non volevo segnalazioni sullo svolgimento del lavoro. La multa venne tolta.Il tempo andava avanti e con i “giapponesi” poco si muoveva, li comandavano a straordinario, e loro venivano, non partecipavano, insomma erano un corpo estraneo.Ma la pazienza e la costanza poi portano dei risultati.Li comandarono a lavorare un sabato, come spesso succedeva, ma quel sabato era anche un festivo, e quindi avrebbero dovuto pagargli lo straordinari festivo, una cifra maggiore.Siccome i capi oramai erano convinti di poter disporre a piacimento di queste persone, li comandarono e poi non gli pagarono il festivo. Seppi dopo che la direzione non lo avrebbe autorizzato anche perché, prima di fare uno straordinario festivo, dovevano chiamare l’esecutivo ed i delegati di reparto e concordarlo.Quando lo venimmo a sapere, perché ce lo dissero alcuni di loro, non ci facemmo sfuggire l’occasione, Gianpiero disse subito, facciamo sciopero, si è quello che stavo per dirti, io nel frattempo ero appena arrivato in officina dopo aver partecipato ad una riunione dell’esecutivo, da me stesso convocata per la responsabilità che avevo.Benedetto ci disse che non era d’accordo, prese il permesso ed usci per andare a parlare con quelli dell’esecutivo della UILM, in particolare con “lotta” il povero Luciano Taliani.Io vado sul tm e l’mp e tu vai sulle altre alle 10 sciopero, dissi a Gian piero.Io non lo faccio, mi disse il mariotti, nemmeno io, disse brunello, loro quando si fa noi lavorano e ora lo devo far per loro? Ma è una importante occasione per dimostrare a loro che dobbiamo stare insieme che la Piaggio non gli regala nulla, non possiamo perdere questa occasione. Ma non avevo molto tempo per parlare con loro perché in mezzora dovevamo organizzare lo sciopero.Poi Gianpiero mi disse, incrociandomi, Franco, mi raccomando falla bene l’assemblea non possiamo sbagliare e se qualcuno dei più anziani non lo fa tanto poi si recuperano. E con quella frase da un lato mi tranquillizzo, ma mi dette anche una grande responsabilità, e la sentivo tutta.Manca poco alle 10 e vedevo quasi tutti questi ragazzi nei pressi dell’ufficio e cominciai a preoccuparmi, ma che fanno, prima ci dicono che sono d’accordo ora ci ripensano? Con questi pensieri vado dal caporeparto e gli dico, noi facciamo sciopero, ma lo sapeva già, perche non gli avete pagato il festivo. Lui comincio ad urlare e siccome mancava poco alle 10 gli dissi, se vuoi discutere lo facciamo dopo ora c’è lo sciopero e io vado, mi girai e uscii.Erano interminabili quei minuti che mancavano per arrivare alle 10.Poi giunse l’ora e piano piano il rumore della officina diminuiva, vai su tu mi disse Gianpiero, rimango io a vedere e tra cinque minuti vengo anch’io e si comincia, va bene. e mi avviai su.Mentre salivo le scale insieme ad alcuni miei compagni di lavoro, vidi che dietro di me c’erano praticamente tutti questi ragazzi, era il loro primo sciopero alla piaggio, alla 3r assemblaggio. Cosi come erano uniti nel lavorare, nello stare insieme, lo furono anche nel protestare, nel rivendicare un loro diritto negato.La mensa della 3r era quasi piena solo pochi non fecero sciopero per protestare contro di noi. Cominciai l’assemblea e mi tremavano le gambe. Poi quando mi avvicinai al microfono, da un forte vocio ci fu un improvviso silenzio, tant’è che si sentiva il rumore delle pentole di la in cucina, fate piano, gridò rivolto verso di loro il cacioppo, e cominciai a parlare, vedevo questi ragazzi che mi guardavano fisso senza perdere una parola, feci uno sforzo tremendo per concentrarmi ancora di più in quello che volevo dire.. parlai per mezz’ora credo, al primo applauso mi incoraggiai, forse altre due volte applaudirono alcuni passaggi e poi tutto sudato finii. Che era andata bene lo vidi perché mi si avvicinò lo zingone e il funghi e mi dissero, bravo, non volevamo far sciopero, ma ora siamo contenti di essere qui, e poi soprattutto lo vidi dagli sguardi dai sorrisi e alcune battute di questi ragazzi.Finita l’assemblea ritornammo nel reparto e con Gianpiero andammo a mangiare alla centrale, e poi fuori a farci una bella bevuta per scaricare tutta la tensione che in quella mattinata avevamo accumulato.E da quel giorno la storia cambiò, gli pagarono il festivo perché era un loro diritto, e loro smisero di essere i “giapponesi” ma divennero i nostri compagni di lavoro.Poi con molti di loro cominciarono grandi discussioni, divenni nei fatti il loro delegato con Massimo e Stefano, si sviluppo anche una amicizia, loro avevano una grande ed importante cultura, con Stefano insistevo sempre molto perché terminasse l’università, era ed è un ragazzo di una sensibilità altissima ed un grande umanità, e questo lo spingeva spesso ad una grande radicalità nelle posizioni che assumeva, forse per questo rapporto di fiducia che nel frattempo si era istaurato, riuscivamo a discutere ed io a fargli comprendere anche le ragioni di certe posizioni che il sindacato assumeva. Massimo era un altro tipo solare, apparentemente più calmo ed educato.. insomma da loro ho imparato molto, mi ha permesso di misurami con i nuovi operai, con un alta scolarizzazione ed una sensibilità figlia di quegli anni.Insieme, la trasmissione della memoria storica ha funzionato anche quella volta e la 3r era tornata ad essere una delle officine più sindacalizzate, e con la più alta percentuale degli scioperi.

Franco Marchetti
ex delegato Piaggio

Bene !...Ora guardiamo in avanti

La nostra soddisfazione è, innanzitutto, per la buona partecipazione alla consultazione sull'ipotesi di accordo relativa alla mobilità volontaria ed altri importanti argomenti. Questa affluenza, in linea con le precedenti consultazioni della sola FIOM, non era assolutamente scontata, dato che si trattava di partecipare ad un “voto certificato” su di un accordo già firmato dalle altre sigle sindacali .
E' anche per questo che sentiamo il dovere di ringraziare tutti i 1204 partecipanti al voto che hanno condiviso e comunque accettato il nostro percorso democratico, che per la nostra Organizzazione, era vincolante.
Ovviamente siamo molto soddisfatti, anche per l'esito della consultazione che ha visto, con il 61% complessivo, prevalere il SI all'accordo sia tra gli Operai che tra gli Impiegati. Questo risultato positivo, distribuito in tutti i settori dell'azienda è perfettamente in linea con i giudizi espressi sull'accordo della FIOM a tutti i livelli.
Con la consapevolezza che molti problemi c' erano, ci sono e, probabilmente, ci saranno, ci metteremo a disposizione di tutti coloro che vorranno discutere e confrontarsi, al fine di dare le giuste soluzioni ai bisogni ed alle esigente delle lavoratrici e dei lavoratori.
A parere nostro, diversi lavoratori e lavoratrici hanno voluto dare “voce”, con il NO al voto, a temi diversi da quelli trattati nell'accordo, a partire dalle problematiche legate ai carichi di lavoro, saturazioni ecc..,.
Il nostro dovere è quello di farsi carico di questi giusti e sacrosanti temi e attraverso un corretto e rispettoso confronto con i lavoratori, trovare le necessarie risposte.
Il nostro impegno c'è ed è a disposizione di chi intende utilizzarlo.
Ancora, GRAZIE!!!

FIOM-CGIL Pisa

Piaggio: vince il Sì con il 60%, al voto il 46% dei lavoratori

Si è conclusa venerdì pomeriggio la consultazione sull'intesa con l'azienda, già firmata da Fim, Uilm, e Ugl. Il Sì ottiene il 60,8% dei consensi, il No si ferma al 39, 2%. Dopo il voto favorevole anche la Fiom siglerà l'intesa. Restano le divisioni nel sindacato dei metalmeccanici della Cgil

Ha vinto il Sì nella consultazione dei lavoratori alla Piaggio, avvenuta nelle giornate di giovedì e venerdì (24 e 25 marzo), sull'intesa già siglata nelle scorse settimane da Fim, Uilm e Ugl con l'azienda appoggiata dalle segreterie provinciali, regionali e nazionali della Fiom e la contrarietà della maggioranza della RSU - Fiom.
A recarsi alle urne sono stati meno del 50% dei lavoratori della fabbrica delle due ruote di Pontedera.
Complessivamente sono state lasciate nelle urne 1204 schede di cui valide 1185 su circa 300 aventi diritto, ovvero il 46%. Di queste il 60,8% pari a 723 si è espressa per il Sì e il 39,2%, pari a 462 lavoratori, ha detto No all'accordo.
Con questo risultato la segreteria della Fiom a questo punto sottoscriverà l'accordo che prevede la messa in mobilità volontaria di 400 dipendenti, di cui 300 operai e 100 impiegati e la stabilizzazione secondo quanto previsto nell'accordo integrativo del 2009 di 131 contratti part-time a full time e di altrettanti precari a part-time.
L'esito di questa consultazione arriva al termine di tre giorni di infuocate assemblee in fabbrica e di un confronto molto duro all'interno della Fiom tra la dirigenza e i delegati della RSU. E se c'è soddisfazione da parte del segretario provinciale della Fiom, Marcello Franchi, per il giudizio emerso dalle urne, i problemi all'interno della fabbrica e nei rapporti interni al sindacato dei metalmeccanici restano tutti.
Infatti anche da parte della stessa RSU - Fiom, nonostante la vittoria del Sì, c'è la conferma di una ampio sostegno all'interno della fabbrica, tenuto conto che la battaglia per il No è stato condotto con il peso del giudizio negativo della maggior parte dei vertici del proprio sindacato, a partire dallo stesso segretario nazionale della Fiom, Maurizio Landini, intervenuto pubblicamente anche negli scorsi giorni a favore dell'intesa.
E l'intenzione da parte di chi ha sostenuto una posizione di contrarietà all'accordo è quella di proseguire come fatto d'altronde in questi mesi, la mobilitazione anche con scioperi contro la flessibilità, i ritmi di lavoro e gli straordinari imposti dall'azienda.
Insomma la firma della Fiom sull'intesa insieme con Fim, Uilm e Ugl ci sarà, ma il confronto interno sulle questioni delle democrazia e dei diritti dei lavoratori in Piaggio è ancora aperta.
fonte:http://www.pisanotizie.it/

Considerazioni in vista dell’assemblea del 30 marzo

Alla vigilia dell'assemblea nazionale dell'area programmatica ritengo utile diffondere queste mie valutazioni, anche perchè ritengo che quell'appuntamento debba essere chiarificatore.
“La Cgil che vogliamo” così come è oggi non ha un peso e una funzione corrispondente al senso e alle dimensioni della battaglia congressuale. La nostra è un'area in evidente crisi politica e organizzativa e prima di doverne constatare il precipitare definitivo è bene affrontare la situazione.
Siamo in una fase politicamente e socialmente costituente, cioè tutto quello che abbiamo affrontato un anno fa al congresso è oggi radicalmente cambiato. Le vicende sindacali iniziate con Pomigliano e poi ora quelle politiche sociali e civili avviate dalla guerra in Libia hanno determinato assieme una nuova fase, sia a livello delle organizzazioni sindacali, sia a livello del quadro politico.
L'offensiva di Marchionne è dilagata in tutta la contrattazione e ha travolto il contratto nazionale. La nuova guerra umanitaria ha prepotentemente ricostruito legittimità all'utilizzo dell'intervento militare da parte del mondo occidentale. In entrambi questi due casi la stragrande maggioranza del Parlamento, l'unanimità sulla guerra, ha condiviso le scelte più brutali e radicali.
Di fronte a tutto questo è evidente la crisi politica e identitaria della Cgil, che da un lato tende sempre più a schiacciarsi sull'opposizione politica, salvo poi essere costretta dalla situazione a scelte che la mettono ai margini anche di questa.
La segreteria della Cgil ha più volte affernati che la linea di Marchionne era isolata. Ha più volte tentato il dialogo con la Confindustria e la composizione unitaria con Cisl e Uil. Ogni volta il risultato è stato quello di nuovi accordi separati, nel pubblico impiego, nella scuola, nel commercio. Questo non ha però portato a una revisione dei comportamenti e della linea politica. I due ultimi accordi sottoscritti sulla flessibilità, nel nome delle donne, e sulla detassazione dei premi aziendali sono una pura accettazione delle posizioni del governo e della Confindustria.
In questo contesto anche lo sciopero generale è stato proclamato senza alcuna convinzione e, in ogni caso, in pura continuità con gli scioperi del passato contro il governo e non contro il sistema delle imprese. Infine con la guerra, ancora una volta, la Cgil ha assunto una posizione di sostanziale appoggio all’intervento militare.

In questa situazione, con un accentuarsi anche della crisi operativa e burocratica della Cgil nelle categorie e nei territori, la nostra area programmatica non ha sinora dato il segno di essere una forza in grado di costruire una efficace battaglia politica per un’alternativa.
Molti limiti vengono dalla stessa storia dell’area programmatica. E’ inutile però continuare a riproporli perché oramai è la nuova realtà che ci impone un cambiamento profondo. Sinora, la nostra area è stata in generale posta ai margini della vita della Cgil, in molti casi è stata messa all’opposizione, ma non è stata in grado di esercitare una vera opposizione. Così è toccato alla Fiom il compito di rappresentare un modello sindacale alternativo a quello della maggioranza della confederazione. La Fiom non è stata solo un riferimento interno al sindacato ma un vero e proprio riferimento per l’opposizione sociale. Se non vogliamo isolare i metalmeccanici in queste scelte tocca a tutta l’area programmatica farle proprie ed estenderle.
Ora che si aprono nella maggioranza primi segnali di una nuova dialettica è ancor più necessario definire le caratteristiche e gli obiettivi dell’area, altrimenti c’è il rischio di essere assorbiti dentro la dialettica che si è aperto all’interno della maggioranza congressuale.
Per queste ragioni fondamentali, a cui molte altre particolari potrebbero essere aggiunte, per l’area programmatica è necessario un nuovo inizio, sia sul piano dei contenuti, sia su quello delle scelte e dei comportamenti, sia su quello delle pratiche organizzative. I punti salienti sui quali caratterizzare le nostre scelte sono:

1. No alla guerra in Libia come a tutte le guerre “democratiche e umanitarie”, con la conseguente battaglia politica nella Cgil per affermare questa posizione o per esprimere il dissenso nel caso in cui la maggioranza non la faccia propria.
2. Radicalizzazione del conflitto sociale dopo la svolta autoritaria impressa da Marchionne a tutto il sistema delle relazioni sindacali. Questa scelta deve essere il punto centrale di una battaglia perché la Cgil nel suo insieme scelga una linea di conflitto con Confindustria, il sistema delle imprese, le controparti pubbliche. Conseguentemente occorre che l’area programmatica, in tutte le categorie e in tutti i territori, persegua questa linea.
3. Presa d’atto dell’impossibilità di ripristinare l’unità con Cisl e Uil e della necessità di una nuova pratica rivendicativa democratica della Cgil. Occorre costruire una nuova unità nei luoghi di lavoro che coinvolga tutte e tutti coloro che vogliono lottare contro il modello Marchionne. Occorrono pratiche di democrazia sindacale che saltino i veti di Cisl e Uil e giungano comunque al rapporto con i lavoratori. Occorre ricostruire una politica confederale comune di tutte le categorie alternativa al modello sindacale proposto da Cisl e Uil. In questo senso bisogna battersi affinché già il prossimo Primo maggio venga messa in discussione la sterile e controproducente pratica delle iniziative Cgil, Cisl e Uil.
4. Occorre elaborare una nuova piattaforma sindacale che affronti la crisi economica sociale e quella della democrazia con precise proposte e rivendicazioni per un altro modello di sviluppo. Intervento pubblico nell’economia, messa in discussione dei vincoli europei, cambiamento delle condizioni di lavoro e riduzione degli orari, autonomia e libertà contrattuale, redistribuzione della ricchezza devono essere i punti da cui partire per questa nuova piattaforma.
5. Occorre una rifondazione democratica dell’organizzazione sindacale che restituisca potere e partecipazione ai lavoratori, agli iscritti, ai rappresentanti aziendali.
6. L’area programmatica deve aprirsi a tutti i movimenti sociali e civili, deve partecipare alle nuove iniziative dell’opposizione sociale, contribuire ad estenderne la funzione e il peso.
7. Va aperta una battaglia a fondo sull’autonomia e sull’indipendenza della Cgil dall’opposizione politica e in particolare dal Partito Democratico.

Ritengo che questi 7 punti siano costituenti del nuovo inizio dell’area. Un’area programmatica non è un’organizzazione. Vive di un sentire comune sulle questioni di fondo. Se questo viene meno, non ha senso proporre discipline che, tra l’altro, sono anche contrarie allo Statuto della Cgil.
Per tutte queste ragioni ritengo che o troviamo assieme una reale condivisione sulle scelte di fondo, oppure, se verifichiamo che questo non è possibile, dobbiamo prendere atto che una fase si è conclusa. E’ inutile continuare a proclamare l’esistenza di un’area senza perimetro, quando rischiamo di avere un perimetro senza area.
La mia proposta è che, nel caso in cui non si trovi una reale condivisione su queste scelte di fondo, sia necessario prendere atto delle diversità e definire una condizione di convivenza comune che non danneggi nessuno.
Credo che si debba utilizzare la revisione statutaria che, se pur fatta con cattive intenzioni, nei fatti oggi definisce una diversità di pratiche che è nella realtà. C’è la minoranza congressuale, nella quale tutti ci identifichiamo e dobbiamo continuare a identificarci, anche per correttezza democratica tra un congresso e l’altro, e c’è l’area programmatica. Quest’ultima ha senso solo se definisce un’azione organizzata nei territori, nei luoghi di lavoro, tra i lavoratori e i cittadini. Senza una proiezione esterna, senza le assemblee, i volantini, le iniziative che esprimono il dissenso e la diversità di posizioni rispetto alla maggioranza della Cgil, l’area programmatica non ha alcun senso.
Per queste ragioni ritengo che si debba trovare un equilibrio tra chi di noi preferisce muoversi secondo comportamenti da minoranza congressuale e chi vuole organizzare, come io penso sia necessario, un’area di opposizione che arrivi fino ai luoghi di lavoro. L’unico modo è quello di assumere una forma federativa nella quale dentro la minoranza congressuale, che manterrà una sua struttura comune nei confronti della maggioranza in particolare rispetto alle composizioni dei gruppi dirigenti, si possano liberamente sviluppare aree e gruppi organizzati con una propria pratica.
Dopo molte volte nelle quali abbiamo tra di noi detto che bisognava rilanciare l’area organizzata e dopo altrettante volte nelle quali abbiamo verificato che questo non avveniva, credo che questa sia l’unica soluzione che impedisca la pura rottura tra di noi.
Riconosciamo le diverse pratiche, manteniamo la nostra unità congressuale nei confronti della maggioranza sui gruppi dirigenti, e poi ognuno sia libero di fare le pratiche che ritiene più giuste.

Giorgio Cremaschi

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