lunedì 31 agosto 2009
I suicidi di France Telecom
Anomia e terrore Le Monde - FR
Un’ondata di suicidi ha travolto France Telecom. Da febbraio 2008 20 dipendenti si sono tolti la vita, 3 solo quest’estate. L’ultima vittima ha lasciato una lettera in cui denunciava sovraccarico lavorativo. Altri dodici lavoratori hanno tentato di uccidersi. I sindacati – che da tempo avevano chiesto un confronto con l’azienda sul disagio riscontrato tra gli addetti – sono stati finalmente convocati.
Il caso, passato alla ribalta su alcuni quotidiani del paese, ha catturato l’attenzione anche del quotidiano Le Monde che ha intervistato lo psicanalista del lavoro Christophe Dejours, autore del volume “Suicidio e lavoro, che fare?”.
Se per i sindacati e, in particolare per la Confederation General du travail che ha istituito un osservatorio sullo stress lavorativo e sulle mobilità forzate, quasi tutti i suicidi in France Telecom vanno ricondotti al malessere provato sul lavoro, lo studioso francese lamenta una disattenzione decennale sul tema.
“Sono indignato – ha detto Dejours - perché avvenimenti di questo genere evidenziano un degrado del ‘vivere assieme’ in France Telecom dove, dopo la privatizzazione, è stata praticata una riorganizzazione di grande brutalità. (…) La cosa che mi rattrista è che lo studio che avevamo tentato di portare avanti dopo i primi suicidi – circa una dozzina di anni fa – proprio per favorire una presa di coscienza della sofferenza sui luoghi di lavoro, è rimasto senza effetto.”
Per giunta, prosegue lo psicanalista, sono davvero pochi i dirigenti aziendali disposti ad affrontare il problema mentre è facile trovare direzioni ostili all’apertura di qualsiasi dossier. Alla base di questa contrarietà vi sarebbe una lettura semplicistica degli atti disperati compiuti dai lavoratori: secondo un’analisi riduttiva – spiega a Le Monde Dejours – i suicidi evidenziano fragilità individuali. Per il medico si tratta di una visione falsa perché questi eventi avvengono più facilmente in luoghi dove l’organizzazione del lavoro si sta trasformando. “Ciascuno ha le proprie fragilità – commenta Dejours – Bisogna smettere di pensare all’organizzazione del lavoro per esseri umani ideali che non esistono. E’ vero che, in generale, il dipendente che si suicida ha delle difficoltà personali. Ma spiegare così il suo gesto, come fanno le direzioni aziendali, significa fare fondamento sull’idea di una frattura tra vita personale e lavorativa. Cosa che, sul piano psichico, non esiste affatto. Quando qualcuno soffre sul lavoro, anche la sua vita personale si svilisce.”
Anche se non sono ancora disponibili delle statistiche in merito, è altamente probabile che la crisi economica aggravi il rischio di suicidi. Per porre un freno a questa deriva secondo lo studioso occorre ricostruire i legami di solidarietà tra colleghi, il concetto di lavoro collettivo, la cooperazione. L’apparizione dei suicidi è “legata, infatti, alla destrutturazione del vivere assieme. I lavoratori sono stati messi sotto pressione, valutati individualmente per le proprie performance, il che ha dato vita a una concorrenza tra pari, nonché a un clima di reciproca ostilità”.
Davide Orecchio e Martina Toti
fonte:http://www.rassegna.it
domenica 30 agosto 2009
Morti sul lavoro. Il testo unico una vergogna italiana
Se per piano straordinario intendeva questo decreto, beh, allora stiamo freschi. Per anni sono state chieste pene più severe per i datori di lavoro responsabili di gravi infortuni e morti e per quelli che non rispettano la sicurezza sui luoghi di lavoro.
Ora il governo che fa, dimezza la maggior parte delle sanzioni ai datori di lavoro, dirigenti e preposti, ma non solo. Non contento, non potenzia neanche i controlli. Che poi qualche imprenditore becchi qualche multa è alquanto improbabile. Visto l'esiguo numero di personale ispettivo delle Asl diventerà una vera e propria rarità ricevere un controllo, in quanto, se va bene potrà verificarsi ogni 33 anni. Ma non è finita qui. Onde evitare che qualche imprenditore finisse in galera si è previsto che l'arresto possa essere tramutato in sanzione amministrativa. Inoltre, ciliegina sulla torta la salva manager non è stata cancellata, ma semplicemente riscritta. Certo non è spudorata come la precedente, ma da sempre spazio a manovre e cavilli vhe alla fine favoriranno i manager. C'è da chiedersi come mai Napolitano abbia potuto firmare questo decreto, sapendo che questa norma non era stata cancellata. L'intento era evidente, scaricare le responsabilità dei manager su preposti, lavoratori, progettisti, fabbricanti, installatori e medici competenti. Non essendoci certezza della pena, anche se nella remota ipotesi un datore di lavoro venga condannato per la morte di un lavoratore, il carcere "lo vedrà con il binocolo".
Eppure il ricordo di queste tragedie non si può cancellare. Come quella di Andrea Gagliardoni, morto il 20 giugno del 2006 a soli 23 anni con la testa schiacciata in una pressa tampografica nella ditta Asoplast di Ortezzano (AP), o Matteo Valenti, morto bruciato, dopo 4 giorni di agonia per un gravissimo infortunio sul lavoro (8 novembre 2004) nella ditta Mobiloil di Viareggio, oppure i quattro operai morti carbonizzati nell'esplosione alla Umbria Olii di Campello sul Clitunno (25 novembre 2006), e allo loro famiglie che spettano ancora giustizia: 8 mesi con la condizionale per la morte di Andrea Gagliardoni, 1 anno e 4 mesi con la condizionale per la morte di Matteo Valenti , mentre quello per la morte dei 4 operai alla Umbria Olii non è neppure iniziato, e al momento non si sa quando avrà luogo.
Viene da chiedersi: ma in che paese viviamo? Ci definiamo una "Repubblica fondata sul lavoro", ma forse sarebbe più corretto dire, una "Repubblica fondata sulle morti sul lavoro". Come si fa a definire civile, un paese dove ogni anno ci sono 1200 morti sul lavoro? Qualcuno, come l'Inail, adesso dirà che nell'anno 2008 c'è stato un calo di morti sul lavoro con soli 1120 decessi. Ma andrebbe ricordato che dal 2008 ad oggi stiamo attraversando la più grossa crisi finanziaria ed economica dal secondo dopoguerra ad oggi, e che quel calo dipende più da una sostanziale riduzione di lavoratori a causa della cassaintegrazione, della mobilità e della chiusure di molte aziende, e non da una maggiore sicurezza nei luoghi di lavoro.
Tuttavia se vogliamo proprio dirla tutta, nemmeno i dati dell'Inail non sono oro colato. Questi, infatti, non tengono conto degli infortuni denunciati come malattia, che si stima siano intorno a 200 mila ogni anno se non oltre, di tutti i lavoratori che muoiono in "nero" che vengono abbondonati fuori dai cantieri o dalle fabbriche. Poi ci sono gli Rls, cioè i rappresentanti dei lavoratori, che denunciano la scarsa sicurezza in azienda, e che spesso sono oggetti di minacce, e di sanzioni amministrative che possono arrivare fino al licenziamento in tronco. Il caso del macchinista delle ferrovie Dante De Angelis insegna, la cui unica colpa è quella di aver denunciato prima alla sua azienda, e poi ai mezzi d'informazione la scarsa manutenzione e sicurezza sui treni eurostar.
E' passato un anno dal suo licenziamento, ma ad oggi non è stato ancora reintegrato, nonostante le migliaia di firme raccolte in suo favore, e soprattutto alla luce degli utlimi episodi, come quello di Viareggio del 29 giugno scorso che ha causato 29 morti,e le cui le denuce di De Angelis si sono rivelate fondate. Vale la pena ricordare, che dal 14 giugno 2009 è stato introdotto il "macchinista unico", e purtroppo, gli incidenti ferroviari, sono destinati tristemente ad aumentare.
Marco Bazzoni [Rappresentante dei lavoratori per la sicurezza]
fonte:http://www.dazebao.org
Prime richieste di cassa sono a rischio 323 operai solo nel metalmeccanico
Manolo Morandini
[Articolo il Tirreno — 27 agosto 2009]
fonte:http://iltirreno.gelocal.it/
sabato 29 agosto 2009
Riapre la Moto Guzzi I lavoratori: «Vogliamo certezze»
«SIAMO ANCORA in attesa - afferma Zucchi - di risposte che siano concrete da parte della proprietà. Ci sono state delle promesse dalla Piaggio relative alla permanenza di Guzzi a Mandello, ma certezze non ne abbiamo e visto com’è andato l’ultimo anno è difficile fare previsioni». Anche il sindaco di Mandello, Riccardo Mariani, auspica una ripresa che possa rappresentare il superamento di un periodo molto duro e sottolinea: «I vertici della Piaggio hanno garantito che la Moto Guzzi resterà a Mandello. Questo ci conforta e ci fa essere parzialmente soddisfatti. Dico parzialmente perchè ancora i termini di questa permanenza in paese non sono stati definiti in alcun modo. La presentazione del piano industriale dovrebbe avvenire nel corso del mese di settembre e solo a quel punto sapremo se le promesse saranno concretizzate in un progetto veramente legato al territorio e che tenga in considerazione i lavoratori». A Mandello nel frattempo si spera e alla vigilia dell’apertura dei cancelli si pensa al futuro. «Guzzi vuol dire Mandello, lo sappiamo tutti - afferma Zucchi - gli unici che non sembrano esserne coscienti sono quelli che stanno a Pontedera e che guidano l’azienda. Il legame tra lavoratori, territorio e guzzisti è unico, per questo stiamo raccogliendo le firme a sostegno della permanenza della Guzzi in paese, firme che hanno già superato il migliaio in internet. Ci sono poi le raccolte cartacee sul territorio che stanno salendo di numero».
DAI SINDACATI arriva un cauto ottimismo, ma tutto dipenderà dal piano industriale che la proprietà dovrebbe presentare nelle prossime settimane, piano in cui probabilmente sarà definita in termini chiara la futura localizzazione della Guzzi e la quantità di moto da produrre nei prossimi anni.
Stefano Cassinelli
fonte:http://ilgiorno.ilsole24ore.com
Continua la lunga estate della protesta operaia
Proseguono le lotte degli operai in difesa degli stabilimenti in chiusura. Dopo i casi di Innse e Colosseo, che hanno dominato le cronache di ferragosto, anche a fine mese non si fermano le proteste singolari. Lavoratori che salgono sui tetti, si chiudono dentro le fabbriche, proclamano lo sciopero della fame. E riprende anche l'iniziativa delle guardie giurate Ancr-Ivu (l’istituto di vigilanza romano) che, dopo un incontro insoddisfacente in prefettura, rilanciano la mobilitazione. Insomma, aumentano i punti caldi nella mappa delle proteste che sta caratterizzando questa estate.
Napoli: licenziati salgono su Maschio Angioino
Si è conclusa nel pomeriggio di oggi (venerdì 28 agosto) a Napoli la protesta dei lavoratori saliti sulla torre centrale del Maschio Angioino. E' l'ultimo episodio in ordine di tempo: in quattro erano saliti sul monumento, minacciando di darsi fuoco e lanciarsi di sotto. Gli operai sono stati licenziati l’1 agosto, insieme ad altri 30, dalla società Elettra che attualmente gestisce il termovalorizzatore di Acerra, e chiedono di essere riassunti. Otto lavoratori, questa mattina, hanno lasciato l’impianto di incenerimento - dove protestano da due settimane - e sono andati a Napoli. Poi l'iniziativa si è chiusa con la mediazione della Digos, la torre è stata riaperta al pubblico. “Rivogliamo il nostro lavoro - hanno detto i lavoratori - nessuno, in questi giorni, ci ha prestato attenzione. Siamo disperati e disposti a tutto, anche a lanciarci di sotto”. Poche ore dopo, grazie alla mediazione del prefetto Giampaolo Pansa, gli operai sono scesi dal monumento. In una nota, le segreterie confederali della Cgil Campania e della Camera del lavoro Metropolitana di Napoli insieme alla Fiom hanno fatto richiesta di un incontro in Prefettura con Guido Bertolaso e la società Elettra per affrontare i temi del lavoro e delle prospettive occupazionali della società.
Potenza: Lasme Melfi, operai ancora sul tetto
Gli operai della Lasme di Melfi restano ancora sul tetto della fabbrica, dove sono saliti martedì scorso. Nel frattempo si svolge oggi a Potenza il corteo di lavoratori metalmeccanici: è il giorno dello sciopero di categoria, contro la chiusura della fabbrica dell'indotto Fiat che occupa 174 operai. Alla manifestazione di Fiom, Fim e Uilm partecipano 500 persone - 150 secondo la questura – tra cui il presidente del Consiglio regionale della Basilicata, Prospero De Franchi. Ieri (giovedì 27 agosto) le segreterie regionali hanno chiesto un coordinamento nazionale sulla vertenza. E’ intervenuto anche il segretario nazionale della Fiom, Fausto Durante, parlando proprio degli addetti che protestano: “La Fiom non lascerà mai soli i lavoratori e le lavoratrici della Lasme di Melfi – ha detto -. La protesta dei 174 dipendenti licenziati dalla Lasme e, in modo particolare, l’iniziativa dei 7 lavoratori che sono saliti martedì sul tetto della fabbrica servono a impedire che il virus che qui si è manifestato, con lo smantellamento ingiustificato di un’importante realtà produttiva, possa propagarsi anche altrove”.
Ascoli: sei lavoratori Novico chiusi in fabbrica per protesta
Sei operai - cinque uomini e una donna - del gruppo Novico si sono chiusi all'interno dello stabilimento di Ascoli e promettono di proseguire la protesta fino a quando le loro richieste non verranno accolte. L’azienda, che produce siringhe in plastica e aghi monouso, occupa circa 100 addetti e oggi si trova in amministrazione controllata. I lavoratori sono nel reparto di sterilizzazione, dove si opera con raggi gamma da cobalto 60. Da mesi vivono nell'incertezza, lottando ogni giorno per avere stipendi arretrati, e denunciano come la “nuova dirigenza non punti ad altro che al fallimento del ramo produttivo”. A loro giudizio, infatti, “in pieno stile globalizzazione si punta a mantenere solo la parte commerciale, per dare in appalto la produzione alla Cina. E così un'azienda che ha intascato incentivi statali se ne infischia delle circa 70 famiglie che lascerà senza reddito, e punta a fare soltanto i suoi interessi, ovviamente senza la minima intenzione di restituire ciò che lo stato gli ha dato: i soldi di noi tutti”. Chiedono un incontro urgente con il commissario straordinario, il pagamento della quattordicesima mensilità e degli assegni familiari, e soprattutto certezze sui futuri assetti occupazionali, dopo che la riapertura dello stabilimento è stata posticipata al 7 settembre.
Imola: operaio Cnh in sciopero della fame ad oltranza
“Vado avanti ad oltranza, l’obiettivo è raggiungere il tavolo con Scajola”. Così Guido, 51 anni, l’operaio della Cnh di Imola in sciopero della fame, ha parlato ieri intervistato dall’Agi. Oggi è il terzo giorno che non mangia. Nell'azienda bolognese controllata da Fiat, che produce macchine per movimento terra, oggi finisce la cassa integrazione ordinaria per i 434 operai, con la prospettiva che lunedì 31 agosto cominci la cig straordinaria. “Ho scelto questa forma di protesta – ha detto il lavoratore - perchè i tempi sono molto stretti: conto di arrivare fino al 28 o al 31, poi si vedrà, ma spero nell'incontro. Sono fiducioso, intanto non sono mai solo”. Gli altri operai infatti lo sostengono e proseguono il presidio permanente davanti all’azienda, che va avanti da circa due mesi. Fim, Fiom e Uilm rilanciano la richiesta di vedere il ministro dello Sviluppo economico. “L’incontro riveste particolare urgenza – si legge in una lettera inviata ieri – dopo l’annuncio, da parte aziendale, di voler procedere alla chiusura dello stabilimento di Imola in palese contrasto con quanto discusso nell’incontro del 18 giugno 2009 a Palazzo Chigi. Anche al fine di evitare situazioni di esasperazione e disperazione tra le centinaia di lavoratori coinvolti – concludono –, le rinnoviamo l’invito a convocare le parti sociali e istituzioni interessate”. Nel pomeriggio il responsabile Lavoro del Partito democratico, Cesare Damiano, ha parlato con l'operaio in sciopero della fame: "Ha dimostrato coraggio e determinazione - ha raccontato -, ma gli abbiamo tutti suggerito di salvaguardare la sua salute, un bene assolutamente prezioso, e di considerare che il suo gesto ha già aperto uno spiraglio di visibilità".
Roma: torna la protesta delle guardie giurate
Al Colosseo è ricominciata ieri la protesta delle guardie giurate dell'Ancr-Ivu. Otto vigilantes e un centinaio di dipendenti si sono recati sotto il monumento e hanno iniziato uno sciopero della fame. L’incontro in prefettura, cui oltre i sindacati confederali hanno partecipato anche RdB-CUB, SdL Intercategoriale e Sinalv-Cisal, è stato giudicato dall'"esito inconcludente" da queste ultime associazioni, secondo le quali “il problema deve essere affrontato dal governo centrale”. La questione è sempre la stessa: i lavoratori protestano contro il cambio di gestione dell'ente, trasformato in soggetto privato. Un cambiamento che comporta il passaggio da dipendenti pubblici ad addetti di un’impresa privata, con un peggioramento contrattuale, salario minore e tutele più basse. Le guardie giurate chiedono “un intervento del governo a soluzione della vertenza, che garantisca loro di continuare a lavorare con gli stessi diritti e requisiti già posseduti”. La lotta dei “gladiatori”, che avevano passato quattro notti sul terzo anello del Colosseo, sembrava rientrata il 19 agosto con la convocazione del tavolo di confronto. Ma l’esito non è stato quello sperato.
- Lasme, Azienda sospende i licenziamenti
- Fiat, Ancora cig alla Sevel
- Cazzola sopra le righe: "Spegnere le telecamere"
- La Cgil Bologna replica: "Forme di lotta necessarie"
- Damiano (Pd): "Nessuna censura"
Cnh Imola, da lunedì cig straordinaria; Fiom: "Inaccettabile"
Intanto oggi Cesare Damiano, responsabile Lavoro del Pd, accompagnato dall'assessore dell'Emilia-Romagna Duccio Campagnoli, dal sindaco Daniele Manca e dal segretario della Fiom Giorgio Cremaschi, ha incontrato il lavoratore Guido Barbieri, 51 anni, di Massa Fiscaglia (Ferrara), da cinque giorni in sciopero della fame per chiedere un intervento diretto del ministro Scajola.
Ma è proprio contro un intervento ministeriale che si è espressa la Fiat con una lettera, di cui ha fatto menzione
Campagnoli, che respingerebbe il coinvolgimento delle sigle sindacali nazionali e dello stesso ministro, in quanto l'intera vicenda non dovrebbe uscire da un ambito territoriale.
Nella lettera, il cui contenuto Campagnoli ha definito inaccettabile, la Fiat riterrebbe che la competenza sulla situazione di crisi sia delle parti, e non della Regione. Le parole della Fiat hanno indotto il sindaco Manca a ritenere 'gravissimo questo attacco alle istituzioni e ai sindacati', sollecitando invece Scajola a fissare la data di incontro sul futuro dei lavoratori dello stabilimento imolese.
fonte:http://www.rassegna.it
venerdì 28 agosto 2009
Toscana, incontro istituzioni-sindacati su crisi Bulleri
fonte:http://www.rassegna.it
giovedì 27 agosto 2009
Sostegno e solidarietà ai lavoratori della "Bulleri"
Una fabbrica con una tecnologia ed una professionalità dei lavoratori molto alta, che non risulta avere particolari problemi d'ordinativi e fatturato ne, di concorrenza "cinese", ma con un padrone incapace nella gestione dell’elevato valore produttivo di questa azienda e, del tutto irresponsabile rispetto alle ricadute sociali che una decisione di questo tipo può avere.
Trentanove lavoratori, determinati a difendere il loro posto di lavoro,senza stipendio da sei mesi, stanno presidiando da mesi i cancelli della fabbrica per scongiurare la chiusura e impedire le intenzioni della proprietà di portare via i macchinari.
Una battaglia difficile come quelle che stanno portando avanti molti altri lavoratori in Italia e in Europa, ma dove,in alcuni casi, come alla "Innse Presse" di Milano, la determinazione dei lavoratori ha portato ad una soluzione positiva della vicenda.
Come rappresentanti dei lavoratori Piaggio esprimiamo la nostra solidarietà e il nostro sostegno ai lavoratori in lotta della "Bulleri" e nei prossimi giorni saremo insieme a loro al presidio davanti ai cancelli .
Alle istituzioni chiediamo impegni concreti e solleciti, con la massima attenzione ai problemi di questi lavoratori.
Rsu Fiom Piaggio
Grave il pugno di ferro sui rinnovi contrattuali
Cosa pensi dell'intervista di Sacconi?
Mi pare un pugno di ferro messo nella contrattazione. Un attacco al salario e alla libertà di contrattazione. Un richiamo all'ordine chiarissimo per Cisl e Uil, che in fondo non mi pare ne abbiano bisogno.
Tuttavia opera una torsione dell'accordo separato non proprio facilissima da digerire per le parti sociali.
Sacconi ha il pregio di chiarire a chi nella Cgil continua a pensare al ritorno alla concertazione che non c'è via se non quella della pura adesione all'accordo del 16 aprile. Per la Cgil l'unico spazio che il Governo e la Confidnsutria prevedono è quello dell'abiura.
Torniamo al merito. Il messaggio del ministro del Lavoro è un sostanziale ricatto, o no?
Voglio sottolinearne la gravità sociale. C'è un elemento di una gravità inaudita che ha come unico referente il decreto dell'84 con il quale il governo Craxi tagliò la scala mobile, ovvero l'uso del fisco per ridurre il peso dei contratti nazionali, favorendo il salario subordinato alla produttività e al merito. Nella sostanza si dice che il governo punta autoritariamente al fisco per imporre il suo modello di relazioni sindacali non certo in favore di una maggiore contrattazione a livello di azienda ma a a favore di quello che viene chaimato il salario di merito cioè della differenziazione ingiusta e discriminatoria tra i ilavoratori. Si usa diciamo così la leva fiscale non per creare maggiore giustizia ma per dividere ancora di più il mondo del lavoro in una linea che è persino peggio delle gabbie salariali proposte dalla Lega, che rimangono gabbie territoriali. Qui abbiamo le gabbie aziendali, azienda per azienda. E' una strategia di riduzione del salario e dei diritti che però punta a mettere in competizione tra di loro le persone, i territori e direi gli stessi sistemi di democrazia. Massimo di mercato a livello di relazioni sociali e al masismo di autoritarismo a livello del sistema politico e di rappresentanza. Naturalmente per fare questo punta ad associare forze sociali e politiche compiacenti prima fra tutte Cisl e Uil per cui è evidente che lo scontro dentro questo sistema sarà inevitabilmente anche un confronto duro tra diverse culture sindacali.
Sacconi parla di risorse per la defiscalizzazione, ma quelle per il raddoppio della cassa integrazione?
Quella di Sacconi è una linea di veterocraxismo che ripropone le ricette degli anni 80. Da questo punto di vista è catastrofico che il governo ragioni su queste direzioni. E' evidente che le discriminazioni in periodo di crisi diventano ancora più pesanti, nel senso che chi è discriminato rischia di perdere praticamente tutto e non solo il punto della scala mobile come negli anni 80. Il governo vive su una illusoria idea di ripresa fondata sugli incentivi alla produttività e sulla riduzione del costo del lavoro attuata con la distruzione del contratto nazionale. E' una linea che non ha alcun futuro dal punto di vista economico e sociale, nel senso che non risolverà nessun problema ma nel medio periodo può fare danni devastanti. A questo si può contrapporre solo l'idea che la crescita dell'uguaglianza dei salari e dei diritti sono la leva fondamentale per ripartire dopo la crisi. Ma tutto questo ha di fronte il sistema politico-sindacale nella stragrande maggioranza totalmente subalterno alla pura restaurazione del liberismo anni '80. Per questo dico che andiamo a uno scronto duro e che la Cgil può solo arrendersi o lottare, senza via di mezzo.
Non vedi la possibilità che nel sindacato venga utilizzata la crisi e la regressione di Sacconi come elementi di ricompattamento?
Se la Cgil dovesse intendere questo, ripeto, farebbe una scelta catastrofica per se e per la propria rappresentanza. Significherebbe accettare in un momento in cui non serve più a niente la struttura liberista degli anni 80 e significherebbe lasciare senza rappresentanza milioni di lavoratori che si preparano a lottare. Ad agosto abbiamo avuto la bellissima lotta dell'Innse che si è conclusa con un successo, ed è stata vissuta sicuramente come un segnale di determinazione e rigore in tutta Italia. Credo che il linguaggio di Sacconi sia così duro perché dietro l'arroganza c'è la paura. La paura cioè che l'esempio dell'Innse sia contagioso e che l'autunno riservi una stagione di lotte. Il governo mette le mani avanti perché sa che non reggerebbe un vero conflitto sociale. Per questo la Cgil ha una responsabilità enorme, perché se sceglie di abbassare la testa di fronte all'arroganza di Sacconi e della Confindustria non solo fa un danno a se stessa, ma rischia di venir meno a un bisogno reale di cambiamento che c'è nel paese.
Fabio Sebastiani
fonte:http://www.liberazione.it/
Altri guai per i lavoratori
Propone di ridurre al minimo il salario garantito dal contratto nazionale e di promuovere la contrattazione aziendale legata naturalmente alla produttività. Ora la struttura delle aziende italiane è nota; il 95% ha meno di dieci dipendenti. La media è di 4 dipendenti per azienda. Immaginare che questo pulviscono di aziende di piccole dimensioni possono dar vita a contrattazioni integrative è del tutto inimmaginabile. Tutta la grande riforma sottoscritta da Cisl, UIL, UGL si ridurrà ad una minore tutela contrattuale dei lavoratori italiani. Bisogna essere sommamente ipocriti per pensare che in un cantiere edile di Caltanissetta o in una officina meccanica di Reggio Calabria si possano contrattare condizioni salariali aggiuntive.
Dei precari, dopo la elemosina umiliante una tantum pomposamente definito "ammortizzatore sociale" e non per tutti non se ne parla più. E' "normale" tenere milioni di giovani quasi senza retribuzione e senza prospettive. Tra il capitale umano che Sacconi dona alla Marcegaglia questo è il più appetitoso e meno costoso!!
Purtroppo la situazione è grave dal momento che la linea della destra italiana è sostenuta da Cisl UIL e da tutte le forze del centro-destra più una significativa parte del PD. La destra è divisa tra il falco Sacconi che odia la CGIL e vorrebbe semplicemente cancellarne l'esistenza ed una linea più cauta che fa capo alla Marcegaglia ed a forze politiche come l'UDC di Casini che invece ritengono di poter catturare la CGIL con l'aiuto di uomini piazzati dentro il PD come Ichino, Letta, Damiano ed altri.
La CGIL non è in grado di elaborare e presentare una proposta che possa restituire l'iniziativa ai lavoratori. Si limita a mugugnare, a giocare di rimessa mentre al suo interno si combatte una dura battaglia tra due gruppi di destra. Cremaschi è soltanto un fiorellino all'occhiello, parla il linguaggio che i lavoratori vogliono sentire ma alla fine le scelte le compiono altri e lui si limita ad allargare le braccia.
Intanto l'Italia si popola di uomini stiliti arrampicati in varie torri. Dopo l'INNSE i soliti cretini hanno salutato l'avvento di una nuova era della lotta operaia, hanno elogiato la nuova creatività delle forme di lotta. Hanno scambiato la disperazione di lavoratori soli e con le spalle al muro per l'inizio di un nuovo 68! L'informazione giornalistica e televisiva italiana si guarda bene dal dare notizie dei tanti operai stiliti che gridano la loro angoscia inascoltati ed isolati.
Quaranta mila professori non saranno riassunti e questo darà un colpo mortale non soltanto alla Scuola italiana, ma al Mezzogiorno d'Italia. Solo a Palermo non saranno richiamati alla cattedra 1200 insegnanti. In Sicilia oltre cinquemila. la struttura unitaria dell'Italia scricchiola dal momento che viene cancellato lo sbocco
nella scuola ed in gran parte del pubblico impiego dei meridionali. La Gelmini,Sacconi e Brunetta dividono l'Italia assai di più e profondamente di Bossi.
La risposta a questo stato di disagio aggravato dai maggiori oneri per le famiglie povere derivanti dagli incrementi imposti dal mercato oligopolistico a cominciare dai libri scolastici e dalle maggiori tasse locali (Irpef comunali e regionali raddoppiate) sarà militare nel senso che il governo di limiterà ad attrezzare e specializzare meglio la polizia antisommossa.
Una situazione squilibrata a vantaggio della destra non darà alcuna speranza ai lavoratori. Nessuno li difenderà. Saranno soli in piazza con il sindacalismo di base e quello che rimane dei partiti di sinistra che vengono discriminati con loro e come loro..
Pietro Ancona
fonte:http://medioevosociale-pietro.blogspot.com
I sindacati dei metalmeccanici Fim, Fiom, Uilm chiedono al ministro Scajola un incontro urgente per l’annunciata chiusura dello stabilimento di Imola
“L’incontro riveste particolare urgenza – prosegue la lettera – dopo l’annuncio, da parte aziendale, di voler procedere alla chiusura dello stabilimento di Imola in palese contrasto con quanto discusso nell’incontro del 18 giugno 2009 a Palazzo Chigi.”
“Anche al fine di evitare situazioni di esasperazione e disperazione tra le centinaia di lavoratori coinvolti – concludono i sindacati – le rinnoviamo l’invito a convocare le Parti sociali e le Istituzioni interessate.”
Comunicato Imola. Sciopero della fame di un dipendente della Cnh
fonte:http://www.fiom.cgil.it/
Quadro riassuntivo dei volumi di cassa integrazione che mette a fronte i dati generali e quelli del comparto metalmeccanico,nei primi 7 mesi del 2009
La progressione è comunque impressionante e vede un costante aumento del peso della Cig che interessa i metalmeccanici sui dati totali. Infatti, per quanto riguarda la Cassa ordinaria il nostro settore era il 57,71% del totale nel mese di gennaio e nel mese di luglio supera il 60%; per la straordinaria l’aumento è ancora più consistente, di ben 9 punti in percentuale, passando tra gennaio e luglio dal 30,78% al 39,78%. Su questo dato incide sicuramente il grande aumento registrato nel mese di luglio in cui la cassa straordinaria dei metalmeccanici supera il raddoppio rispetto ai livelli del mese precedente (oltre 14 milioni di ore rispetto ai 6 milioni di giugno !) effetto forse dell’inizio della contabilizzazione della Cassa in deroga nell’ambito dei dati generali sulla Cassa straordinaria, ma anche segnale di un aggravarsi della situazione a fronte dell’esaurimento dello strumento della Cassa ordinaria.
Infatti, a fronte di un leggero calo dei livelli di utilizzo della Cassa ordinaria, rispetto al picco raggiunto nel mese di maggio, la crescita consistente della Cassa straordinaria determina un aumento del dato complessivo di quasi 6 milioni di ore tra giugno e luglio arrivando a superare i 47 milioni di ore complessive di sospensione che vuol dire 256.371 posti di lavoro a 0 ore per l’intero mese. Se calcoliamo l’effetto rotazione raggiungiamo la cifra di oltre 512.000 lavoratrici e lavoratori metalmeccanici interessati.
A conferma della gravità della situazione occupazionale e produttiva, più volte denunciata dalla Fiom vi allego anche un quadro riassuntivo della Cassa integrazione, dal 2005 ad oggi, da cui si evince che nei soli primi 7 mesi di quest’anno, l’aumento della Cassa ordinaria nei metalmeccanici è stato di circa il 465 % rispetto all’intero 2008 e quello del totale della Cassa integrazione di oltre 287% rispetto a tutto il 2008. Dati che trovano una conferma negli andamenti generali riguardanti l’utilizzo della Cassa in tutti i settori produttivi, che vedono tuttavia un incremento dei volumi relativamente più basso, rispettivamente del 286% per l’ordinaria e del 207% per il totale generale.
Completano il quadro alcuni dati relativi alla mobilità e alla indennità di disoccupazione pubblicati dall’INPS nazionale, che pur non essendo divisi per settore, danno il senso della grande difficoltà occupazionale che stiamo vivendo, e confermano la necessità di arrivare ad un potenziamento degli ammortizzatori sociali a partire dal raddoppio della CIGO.
fonte:http://www.fiom.cgil.it/
La chiusura dello stabilimento di Melfi,progettata alle spalle dei lavoratori,è una vera vigliaccata di cui la Fiat non poteva non essere a conoscenza
“Mentre la fabbrica sita a San Nicola di Melfi era chiusa per ferie, il gruppo Lames ha aperto la procedura di licenziamento di tutti i suoi 174 dipendenti. Licenziamento motivato con la chiusura definitiva dello stabilimento.”
“Si tratta di un’azione progettata alle spalle dei lavoratori in cui tutto era stato già predisposto, dallo svuotamento del magazzino allo scorporo della fabbrica dal gruppo Lames spa - proprietario dello stabilimento di Melfi e di un altro stabilimento a Chiavari - e al suo conferimento a una nuova società costituita ad hoc, la Lasme srl.”
“Una vera vigliaccata, operata da un’azienda fornitrice del gruppo Fiat. Gruppo che non poteva non essere a conoscenza del piano della Lames, considerando che si era premurato di costituire scorte di componenti prodotte dalla stessa Lames.”
“Da giorni, le lavoratrici e i lavoratori della Lasme di Melfi presidiano la fabbrica senza aver avuto alcuna risposta dalla proprietà. Nella giornata di martedì 24 agosto, sette lavoratori sono saliti sul capannone dello stabilimento con il sostegno dei loro compagni di lavoro. In tale circostanza, l’addetto alla vigilanza dell’Azienda ha reagito sparando in aria diversi colpi di pistola. Soltanto il grande senso di responsabilità dei partecipanti al presidio ha evitato le immaginabili conseguenze di questo gesto.”
“La Fiom esprime totale sostegno e solidarietà alle lavoratrici e ai lavoratori della Lasme in lotta e auspica un esito positivo dell’incontro convocato dal Prefetto di Potenza per lunedì 28 agosto.”
“In caso contrario, diventerà urgente una convocazione da parte del Governo delle parti sociali e delle Istituzioni locali della Basilicata e della Liguria interessate alla vicenda.”
fonte:http://www.fiom.cgil.it/
In lotta contro la chiusura della fabbrica
Gandhiano? «No». Cattolico non violento? «Battezzato, ma non credente». Il crocefisso, appoggiato su un tavolo, «non deve diventare la mascotte della nostra lotta». L'ha fatto il fratello di un lavoratore della Cnh e Guido lo considera «un contributo artistico». Una ruota dentata, simbolo dei metalmeccanici, fa da aureola a Gesù in croce. Alla base della statuetta ci sono delle pedine, «sono gli operai che i padroni muovono a loro piacimento», spiega Antonio Bonora, del direttivo Fiom. I 436 della Chn di Imola non ci stanno a farsi trattare da pedine. Encomiati sul giornalino aziendale quando, battendo ogni record di produttività, sfornavano ogni anno 12 mila «terne», le scavatrici a tre funzioni. Dismessi, buttati via, dopo lo scoppio della bolla immobiliare che ha fatto crollare il settore delle costruzioni. In una fabbrica che non aveva mai fatto un'ora di cassa integrazione, il 22 settembre del 2008 tutti sono stati messi in cassa integrazione ordinaria. Scade dopodomani. Poi partirà quella straordinaria, che durerà un anno, «per cessazione dell'attività». Lo sciopero della fame di Giudo si è incuneato in questo passaggio e ha un obiettivo non megagalattico: costringere il ministro dell'economia Scajola a fare un paio di telefonate, una alla Fiat, l'altra ai sindacati. «Vogliamo un tavolo che escluda la chiusura della fabbrica», dice Paolo Stefani, segretario della Fiom di Imola, «sul resto siamo disposti a trattare. Vogliono spostare la «terna» a Surbo, in provincia di Lecce? Ci diano da produrre camion, auto, macchine agricole. Purché ci sia da lavorare, qui non si tira indietro nessuno».
Il presidio alla Cnh va avanti da due mesi. Per attirare l'attenzione gli operai si sono inventati il karaoke, hanno fatto i lavavetri gratis. «L'eco non ha superato il raggio da Toscanella a Castel Bolognese», racconta Nilo Billi, «serviva qualcosa di più eclatante». Quando Guido si è proposto per lo sciopero della fame, prima c'è stata «preoccupazione», poi «ci ha convinti».
Guido ha scartato l'idea di salire su una gru o su un tetto: «La Fiat è capace di tenere la gente per aria per due mesi e poi non mi piace copiare». La molla che l'ha spinto è stata «l'arroganza dell'azienda». Soprattutto dei manager locali della Cnh, «loro ci conoscono, sanno quanto impegno e fatica abbiamo profuso qui dentro». Spera che «l'unità dei lavoratori» li costrigerà a riflettere, «disturberà». Lui, senza tessera sindacale, prima d'iniziare il digiuno si è «consultato» con la Fiom, poi ha coinvolto Fim e Uilm. «Sui cancelli ci sono le bandiere di tutti i sindacati e nessuno pensa al suo orticello». L'unità, «difficile di questi tempi», è l'unico «vanto» che Guido rivendica. «Qui al presidio ci si sente umani, è un legame più forte e più ricco rispetto alle amicizie in reparto».
Prima d'iniziare lo sciopero della fame, Guido ha «consultato» anche la moglie e i due figli. «Mi appoggiano». E questo basta, niente telefonate con la moglie, «stiamo insieme da più di trent'anni e ci siamo già detti tutto». Guido dà l'impressione d'essere un tipo all'antica, molto legato al passato, agli insegnamenti consegnati dai padri. E invece ci sorprende: «Ho dei valori, dei punti fermi. Ma il passato è ieri». Più che un autodidatta, «complimento eccessivo», si considera «un curioso». Legge di politica, storia e religioni, «è il modo in cui ho continuato gli studi a modo mio», interrotti in terza media, «e non perché in casa mancassero i soldi».
Girano al presidio alcune copie dell'Unità, con Guido in prima pagina. Lui fa i complimenti alla giornalista - «ha scritto proprio quello che avevo detto io» - ma è irritato per quanto dichiara in un'intervista Sergio Cofferati. Secondo l'ex segretario della Cgil, lo sciopero della fame e le altre forme di lotta eclatanti «danneggiano il sindacato». «Cofferati mi sembra un po' troppo rapido nel tranciare giudizi», replica Guido, «il sindacato siamo noi». Al presidio se si nomina Cofferati i sindacalisti di professione alzano gli occhi al cielo: «Parla senza neppure sapere che qui c'è un presidio permanente da due mesi».
Fanno la loro puntata quotidiana al presidio i sindaci di Imola e di Massa Fiscaglia, il paese in provincia di Ferrara da cui provengono diversi lavoratori della Chn (Guido è uno di loro). «Enti locali e Regione stanno facendo tutto quel che possono», riconoscono i lavoratori. Fino a qualche giorno fa si fermava il contadino con il trattore e lasciava giù la cassetta di pesche, dal bar vicino mandavano le pizze gratis. Da quando Guido digiuna, circolano solo tante bottiglie d'acqua e sigarette. Nel tardo pomeriggio arriva un medico dell'Asl. «Mi misura la pressione, mi raccomanda di bere tanto, mi ha dato dei sali minerali». Il tempo passa aspettando che Scajola si faccia vivo: «Di fronte a lui e a una mezza dozzina di ministri il 18 giugno Marchionne ha detto che la Fiat in Italia ristrutturerà, ma senza chiudere neppure uno stabilimento. Il governo deve esigere che quell'impegno venga mantenuto». Soprattutto dalla Fiat, «che ha sempre preso miliardi a palate dallo Stato e che quando le cose andavano bene per la Cnh l'ha usata per far cassa».
Al presidio si sentono anche accenti meridionali. Sono gli operai reclutati al Sud quando le «terne» si vendavano come il pane e gli occupati alla Cnh di Imola crebbero da 280 a 454. A un centinaio di loro l'azienda offre di tornare al Sud, alla Cnh di Surbo o alla Fiat di Melfi. Una ventina hanno già accettato. Ma chi «ha messo radici» a Imola non vuole tornare indietro. Aspettando Scajola, Nilo Billi aguzza la fantasia: «Cosa ne dite di un Full Monty con le maglie della Juve, sponsorizzata dalla Cnh?»
Manuela Cartosio
fonte:http://www.ilmanifesto.it/
mercoledì 26 agosto 2009
Congresso Cgil: Cremaschi, Rete 28 Aprile presenterà documento alternativo
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Fiat: Lasme Melfi, 7 operai sul tetto per protesta
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La crisi polverizza gli interinali
La crisi economica falcidia il lavoro interinale. Nel primo trimestre del 2009 le missioni di lavoro somministrato sono diminuite del 43% su base annua, passando dalle oltre 349 mila missioni avviate nel primo trimestre 2008 alle 200 mila dello stesso periodo del 2009. E’ quanto emerge dai dati dell’Osservatorio nazionale Ebitemp (l’ente bilaterale per il lavoro temporaneo), che evidenziano una contrazione impressionante nel mercato gestito dalle agenzie del lavoro. Il crollo di domande da parte delle imprese danneggia soprattutto i giovani, visto che quasi il 50% dei lavoratori interinali nel 2008 aveva meno di 30 anni. E sono posti di lavoro persi “senza rete”, ossia senza ammortizzatori sociali. Ma anche senza proteste, senza vertenze che facciano notizia, senza gesti eclatanti o iniziative di lotta. Semplicemente volatilizzati, estinti.
Il rapporto Ebitemp
“Il numero di lavoratori con almeno un giorno di missione svolto nel trimestre – evidenzia l’Ebitemp - si è ridotto del 36% rispetto al primo trimestre 2008, con poco più di 199 mila lavoratori netti, contro gli oltre 312 mila del primo trimestre 2008. Il numero di interinali equivalenti a tempo pieno ha subìto un decremento tendenziale pari al 38%.
Si riduce fortemente (-61%) anche il numero di nuovi ingressi nell’occupazione interinale, che, nel primo trimestre 2009, sono stati pari a circa 6 mila e 300 nuovi occupati interinali, contro gli oltre 16 mila del primo trimestre 2008”. Crolla dunque il tasso di ingresso per questa tipologia lavorativa (rapporto fra i nuovi ingressi e il numero di interinali assicurati netti) che passa al 3,2% nel primo trimestre 2009, a fronte del 5,2% dello stesso periodo del 2008.
La crisi degli interinali riguarda soprattutto l’industria in senso stretto, con una contrazione delle missioni avviate del 59% su base annua. Gli altri settori vanno male, ma non così male come l’industria.
In particolare nel terziario, pubblico e privato, si osservano decrementi più contenuti rispetto al resto del sistema produttivo. Conseguentemente cambia il profilo settoriale dell’occupazione interinale con il forte ridimensionamento dell’industria in senso stretto, il cui peso si riduce di 13 punti su base annua (dal 59% al 46% delle missioni avviate).
Tra le aree più colpite dalla dieta c’è il Nord Est, dove le missioni avviate diminuiscono del 46% su base annua.
I dati del 2008
L’Osservatorio Ebitemp ha diffuso anche i dati definitivi sul 2008 (elaborati sui dati Inail e Inps). L’anno scorso (prima dello scoppio della crisi) l’occupazione interinale, rappresentata dai lavoratori interessati da almeno un contratto di lavoro nell’anno, è rimasta pressoché invariata rispetto all’anno precedente: 582.376 (dati stimati) contro i 583.216 del 2007.
La componente straniera mostra una crescita superiore al totale, con un incremento del 2,8%, pari a 3 mila e 800 occupati in più rispetto all’anno precedente. Quella italiana, di conseguenza, subisce una riduzione dello 0,8% con una variazione negativa in termini assoluti di circa 3 mila e 600 unità. La componente straniera aumenta la propria incidenza sul totale al 23,7%, rispetto al 23% del 2007 e al 20,3% del 2006.
L’Ebitemp rileva inoltre che le regioni del Nord continuano a esprimere la maggiore quota della domanda, con il 71% di occupati interinali e il 65,6% delle missioni avviate nel 2008. “Rispetto al 2007 – si legge nel rapporto - la quota delle regioni settentrionali appare in lieve flessione perdendo circa un punto in percentuale sul totale nazionale. La riduzione dell’incidenza sul totale nazionale ha interessato soprattutto il Nord Est, che ha ridotto il proprio peso di circa 2 punti in percentuale sul totale nazionale”. Cresce la quota occupata nel Sud (dal 12,3% del 2007 al 14% del 2008).
La domanda di lavoro interinale, espressa dalle missioni avviate, continua a provenire prevalentemente dall’industria manifatturiera, con il 42% del totale nel 2008, in riduzione rispetto al 47% del 2007. La composizione per classi di età mostra, nel 2008, una ulteriore perdita di incidenza delle classi più giovani: la componente con meno di 30 anni di età scende al 48,3% rispetto al 49,4% del 2007 perdendo circa 8 punti in un quinquennio, dal 57,2% del 2003 al 49,4% del 2007). Contemporaneamente cresce la componente degli ultraquarantenni, che nel 2008 raggiunge il 20% contro 19% del 2007. Anche la componente più anziana, con un’età di almeno 50 anni accresce propria presenza fra i lavoratori interinali e sfiorando nel 2008 il 5% dei lavoratori interinali contro il 4,3% del 2007 e il 2,8% di cinque anni prima.
fonte:http://www.rassegna.it
martedì 25 agosto 2009
Crisi Fiat Melfi tensione nella sede di Confindustria
I lavoratori, che dal primo pomeriggio facevano un presidio alla sede degli industriali, hanno superato le forze dell’ordine, hanno forzato una porta finestra e hanno invaso un terrazzo adiacente alla sede di Confindustria: altri lavoratori si trovano davanti alla porta di ingresso negli uffici.
Nella sede confindustriale vi sono i rappresentanti dell’azienda, sindacalisti e funzionari dell’associazione di categoria: la situazione è in corso di valutazione.
Cgil e Fiom di Basilicata hanno chiesto "un coordinamento nazionale" per affrontare la situazione della Lasme di Melfi (Potenza), azienda dell’indotto della Fiat-Sata che ha deciso di chiudere e collocare in mobilità circa 170 lavoratori.
I sindacati hanno definito "grave l’atteggiamento di Confindustria" che, a Potenza, "stanno impedendo l’ingresso della delegazione sindacale" ad un incontro convocato per il pomeriggio e prima del quale vi sono stati momenti di tensione. Cgil e Fiom hanno detto di considerare "ritirare la procedura".
Al Governo è stato chiesto di "convocare il tavolo nazionale sulla vertenza, affinchè si possa superare il gioco subdolo dell’azienda che mette in contrasto territorio e lavoratori".
fonte:http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it
Operaio inizia lo sciopero della fame contro la cassa integrazione
Lavora da nove anni alla Cnh di Imola, la ditta che fa parte del gruppo Fiat, 454 operai. Guido, questo il nome del dipendente, ha iniziato lo sciopero della fame per protestare contro l'apertura della procedura di cassa integrazione straordinaria per cessazione dell'attività. La protesta, in particolare, è indirizzata "contro la mancata convocazione di un tavolo di confronto da parte del ministro Scajola, richiesto dai sindacati e dalla Regione", come ha spiegato Paolo Stefani, segretario generale della Fiom Cgil di Imola.
"Sono trascorsi due mesi esatti - ha aggiunto Stefani - dall'inizio del presidio dei lavoratori davanti allo stabilimento, e la protesta ora si sta alzando di tono, perchè Fiat non si è spostata di un millimetro dalla sua posizione dopo l'annuncio della decisione unilaterale di chiudere il sito produttivo imolese". Per Stefani, "è pesante tra i lavoratori della Cnh l'incertezza sul futuro che li attende. Non appena Guido ci ha comunicato l'intenzione di non nutrirsi più e di restare per tutto il tempo nella tenda del presidio di via Lasie, ci siamo attivati per tutelare la sua salute".
fonte:http://bologna.repubblica.it
Bulleri: oggi l'incontro con il liquidatore
Sono giorni importanti per gli operai della Bulleri, fitti di incontri dai quali i lavoratori sperano quanto meno di riuscire ad ottenere le mensilità arretrate ed un "aiuto concreto da parte delle istituzioni per poter campare dignitisomanete.
Nella giornata di oggi è infatti, previsto un incontro presso la Direzione Provinciale del Lavoro a cui saranno presenti il liquidatore, nominato dalla proprietà, alcuni rappresentanti dei lavoratori e l'assessore provinciale Anna Romeni. Un riunione nel corso della quale si verificherà lo stato e la salute economica dell'azienda, cercando di verificare la possibilità di riuscire a trovare un accordo.
Uno dei primi punti da sciogliere è ovviamente la questione degli stipendi che non vengono versati dalla proprietà agli operai a partire dall'inizio del 2009, operai che sono anche in attesa da alcune settimane che vengano sbloccati tutti gli adempimenti burocratici per poter ricevere i contributi della cassa integrazione straordinaria.
E' fissato, invece, per giovedì, 27 agosto, un incontro presso la sede della Regione Toscana a cui parteciperanno l'assessore regionale al lavoro Gianfranco Simoncini, rappresentanti della provincia di Pisa e del Comune di Cascina ed una delegazione di lavoratori e di rappresentanti sindacali per attivare un tavolo di lavoro toscano.
Infatti Simoncini ha risposto positivamente alla richiesta avanzata dal Presidente della Provincia di Pisa, Andrea Pieroni, di un coinvolgimento della Regione al fine di trovare una soluzione positiva per i lavoratori.
"Dopo la lettera ricevuta la scorsa settimana dal presidente della Provincia di Pisa Andrea Pieroni - ha spiegato in una nota l'assessore Gianfranco Simoncini - ho ritenuto di dover convocare immediatamente un incontro con tutte le parti coinvolte, per verificare se esistono i presupposti per per risolvere positivamente la vicenda".
Negli scorsi giorni il Presidente della Provincia di Pisa ha inviato, infatti, al Presidente della Regione Toscana, Claudio Martini, una lettera con una richiesta d'incontro sulla crisi della Bulleri: "La paventata liquidazione della Bulleri Brevetti, azienda di Cascina che produce software e macchinari per la lavorazione del legno, dell'alluminio e di altri materiali - scrive Pieroni - è uno dei casi più lampanti della crisi economica che da mesi morde anche il territorio pisano e che purtroppo non accenna a ridursi".
"Meritevole di particolare attenzione - evidenzia il Presidente della Provincia di Pisa - mi pare l'ipotesi di alcuni imprenditori locali che hanno manifestato disponibilità e interesse a rilevare l'azienda, avviandone una nuova fase in forma societaria o, se del caso, cooperativa. L'azienda, infatti, apparentemente mantiene interessanti potenzialità di mercato e attraversa questo momento di sofferenze non per mancanza di commesse, ma per ragioni di riassetto strategico della proprietà, intenzionata a concentrare il proprio impegno altrove".
Da qui l'appello conclusivo di Pieroni al Presidente Martini: "Sento forte anche l'esigenza di una ulteriore iniziativa politica che veda insieme la Regione Toscana, con la Provincia di Pisa, il Comune di Cascina già impegnato da tempo nella vicenda e tutti gli altri enti pubblici e privati interessati. L'amministrazione sarà particolarmente lieta di organizzare tempestivamente e ospitare qui a Pisa un incontro di lavoro fra i rappresentanti politici dei nostri enti, al fine di dar corpo quanto prima a questo progetto".
E da parte della Regione Toscana è arrivata una prima risposta positiva, la cui concretezza potrà essere valutata solo nei prossimi giorni. Ad oggi per riuscire a trovare una soluzione positiva per gli operai della Bulleri permane, però, un grande problema, ovvero la mancanza di un interlocutore attendibile dal lato della proprietà. E' proprio di questo che si lamenta anche lo stesso Alberto Bulleri che, da alcune settimane, ha espresso una sua disponibilità a dare un contributo al fine di arrivare ad una soluzione positiva della vicenda che possa garantire i garantire la prosecuzione dell'attività produttiva dell'azienda: "serve un liquidatore nominato dal tribunale e non di parte per avere un interlocutore affidabile".
Sulla vicenda interviene nuovamente Rifondazione Comunista che ribadisce il sostegno agli operai e avanza una proposta."Ormai siamo proprio in un mondo rovesciato, afferma Antonio Piro del Dipartimento lavoro del Prc, agli operai della Bulleri di Cascina da cinque mesi si nega il lavoro e lo stipendio mentre alle banche e ai padroni si ripianano i disastri da loro stessi creati, utilizzando i soldi di noi tutti. La Bulleri e una fabbrica sana, con un personale altamente specializzato e con clienti e commesse in gran parte del mondo, ma che la famiglia Signorino ha utilizzato più per fare cassa che per svilupparne le potenzialità produttive. Per le istituzioni della toscana democratica e le istituzioni Pisane requisirla per rilanciarla assieme agli operai non dovrebbe essere un grosso problema, basterebbe che fossero più attenti e fedeli al dettato della nostra carta costituzionale".
Mentre le trattative proseguono, i lavoratori mantengono il presidio davanti ai cancelli della fabbrica.
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fonte:http://www.pisanotizie.it
Epifani: buoni contratti e la Cgil firmerà
"Nonostante il no all'accordo sulla riforma contrattuale, noi saremo responsabilmente seduti a tutti i tavoli. Si facciano dei buoni contratti nazionali e se si ascolterà quel che ha da dire la Cgil, ci sarà anche la nostra firma con il voto dei lavoratori". Parole del segretario generale del sindacato di Corso Italia, Guglielmo Epifani.
Il leader della Cgil, intervistato oggi da La Stampa, garantisce che il suo sindacato si siederà a tutti i tavoli che si stanno aprendo per i rinnovi dei contratti, sebbene non abbia firmato l'accordo per la riforma del sistema contrattuale.
Epifani rassicura anche il numero uno della Cisl, Raffaele Bonanni: "Può stare tranquillo - dice - non siamo intenzionati ad abbandonare nessun tavolo. Si facciano dei buoni contratti nazionali e vedrà che ne avranno un beneficio anche le intese aziendali. Non siamo mai stati - conclude - ideologicamente contrari ai contratti di secondo livello. Tutti sanno i motivi per i quali non firmammo" l'accordo sulla riforma.
fonte:http://www.rassegna.it
Giorgio Cremaschi: “Sacconi comincia l’autunno con l’attacco al salario e alla libertà di contrattazione”
L’intervista di oggi del ministro del Lavoro Sacconi al Corriere della Sera è un brutale avviso che in questo autunno il Governo si schiera per la riduzione dei salari e contro la libertà di contrattazione. L’uso ricattatorio delle esenzioni fiscali per imporre soluzioni contrattuali gradite al Governo è un atto di autentico autoritarismo, ancora più ingiusto in un paese nel quale, come hanno mostrato anche i dati di questa estate, le lavoratrici e i lavoratori dipendenti hanno il peso pressoché totale del carico fiscale. È chiaro che la difesa della libertà di contrattare e, conseguentemente, dell’istituto del contratto nazionale, messo in discussione dal Governo e dalla Confindustria, sarà uno dei temi centrali dell’autunno e sarà l’altro versante delle lotte per il diritto al lavoro. Ringraziamo Sacconi per essersi assunto per primo la responsabilità di annunciare che dopo le ferie avremo una stagione di conflitti durissimi.
«Salari differenziati dai nuovi contratti o saltano gli sgravi alle retribuzioni»
Per parlare con Maurizio Sacconi dell'autunno non si può prescindere da quanto ha detto al Corriere a Ferragosto il sociologo Giuseppe De Rita, convinto che quella stagione sarà «decisiva» per il breve e per il lungo periodo, ma pure che è illusorio credere nella virtù taumaturgica delle grandi riforme. «Ha ragione. Per la sopravvivenza oggi e la crescita domani servono atti e cambiamenti più concreti e profondi delle riforme legislative», sostiene il ministro del Welfare. Secondo De Rita il berlusconismo si sta sfarinando.
«In quel punto della sua bella intervista, che peraltro riconosce i meriti del governo nella crisi, sbaglia quando risolve il berlusconismo con il richiamo alla libertà e responsabilità individuali. Nel centrodestra è maturata la consapevolezza che occorrono risposte collettive ai bisogni ma, come dice De Rita, non necessariamente statuali. Per questo è in noi diffuso il riferimento alla sussidiarietà ovvero alla capacità di fare sviluppo mobilitando le tante espressioni della comunità, dalle famiglie alle parti sociali, al terzo settore. E ciò è tanto più vero nel momento in cui dovremo saper crescere con il doppio vincolo del debito pubblico e del declino demografico. Non a caso nell'agenda dell'autunno avrà grande rilievo il capitale umano, in tutte le sue forme». Tema che qui non va molto di moda, a giudicare almeno da come (non) funziona la formazione. «L'integrazione fra apprendimento e lavoro è fra i problemi da affrontare». La Confartigianato dice che nonostante la crisi ci sono imprese che non riescono a trovare manodopera. «Appunto, si è persa la cultura del lavoro come parte fondamentale del processo educativo. In passato un giovane universitario poteva impiegare parte dell'estate a lavorare. C'era una giusta fretta nel lavorare, oggi c'è una propensione opposta » .
Ci stiamo rammollendo? «No, per fortuna. C'è in alcuni segmenti giovanili, e non per loro colpa, minore disponibilità al lavoro manuale e alla fatica: vanno corretti i percorsi educativi. Con il ministro dell'Istruzione Mariastella Gelmini realizzeremo una cabina di regia per integrare apprendimento scolastico e lavoro, rafforzando il progetto Excelsior Unioncamere per individuare il fabbisogno di specifiche professionalità. Ma vogliamo anche dare valore agli uffici di placement nelle scuole e nelle università». Uffici di collocamento direttamente a scuola? «Qualcosa di meglio: sono canali di comunicazione fra istituzioni educative e imprese. Si tratta di estenderli e rafforzarli. La legge Biagi, per esempio, ha introdotto un meccanismo, ancora realizzato in forma molto di nicchia, per conseguire titoli di studio con contratti di apprendistato in aziende convenzionate con le università».
Nella lista dei problemi da affrontare ci sono anche i salari più bassi d'Europa? «Una giusta distribuzione della ricchezza si fonda sul riconoscimento dei meriti e dei bisogni. I salari vanno differenziati perché non siamo uguali. Il banco di prova autunnale, con i primi contratti di metalmeccanici, alimentaristi, chimici e comunicazioni, sarà l'attuazione dell'accordo sottoscritto da tutti tranne che dalla Cgil. Meno il contratto nazionale sarà invasivo, più ci sarà spazio per il contratto aziendale, detassato al 10%». Ma la Lega chiede paghe diverse al Nord e al Sud, evocando le gabbie salariali di 50 anni fa. «La Lega è d'accordo con il nuovo modello. Nessuno ha parlato di gabbie salariali, meccanismo centralistico fissato per legge. Se il contratto si decentra, ineluttabilmente è più sensibile alle differenze di costo della vita e di produttività. Il punto vero è che sindacati e imprese, dopo aver firmato l'accordo, non possono cedere. Siamo rispettosi dell'autonomia delle parti, ma non indifferenti agli esiti». Vale a dire? «Abbiamo messo sul piatto la detassazione del salario variabile. Ma nella misura in cui le parti la usano: altrimenti dovremmo ripensarci. In autunno ci devono dimostrare che l'egualitarismo non rientra dalla finestra dopo essere uscito dalla porta. Ne va della produttività e soprattutto del riconoscimento del diritto dei lavoratori a una giusta retribuzione. In questo ci confermiamo una coalizione laburista » .
Centrodestra di sinistra? «Certamente attenta anche ai bisogni a partire dalla tutela di chi è costretto all'inattività con risorse per gli ammortizzatori sociali che confermo essere più che sufficienti. Faccio inoltre notare che questo governo ha introdotto la carta acquisti per la povertà assoluta. Ricordo — a chi con la puzza sotto il naso ha deriso gli 80 euro a bimestre — che stiamo per la prima volta individuando la platea del bisogno assoluto. E abbiamo creato un canale di comunicazione fra questa platea, le istituzioni e i donatori privati. Perché l'obiettivo del governo è anche stimolare la cultura del dono. Perché aiutando gli ultimi anche con la carità rafforziamo pure la comunità. Vede come la sussidiarietà torna continuamente?». Come si stimola il dono in un Paese dove i contributi alle organizzazioni benefiche sono fino a 51 volte meno favoriti fiscalmente rispetto ai fondi versati alla politica? «Certamente con interventi di defiscalizzazione. Ma anche con l'implementazione e la stabilizzazione dell'ottima idea tremontiana del 5 per mille. Peraltro abbiamo parlato di una nuova stagione costituente per il terzo settore. Il principio è sempre lo stesso: senza la sussidiarietà non si va da nessuna parte. Guardi i servizi per l'infanzia».
Meglio di no. In questo siamo quasi ultimi nel continente. «Ebbene, noi vogliamo portare quei servizi a livelli superiori al 30%, ma ciò non si realizza solo con le strutture tradizionali, come gli asili nido pubblici e privati. Con la collega Mara Carfagna pensiamo a un grande piano di diffusione delle cosiddette mamme di giorno, termine mutuato dall'esperienza delle tagesmutter altoatesine. L'idea è quella di remunerarli attraverso i vaucher, i buoni prepagati. Ma sottolineo anche che il tema della natalità, come più in generale quello dello sviluppo umano, non può essere disgiunto da tutto ciò che riguarda il valore della vita». Il valore della vita? «Certamente. Sulla bioetica tutto il governo ha avuto finora posizioni laicamente unitarie, a volere difendere e attuare la legge 194 e rigorosamente verificare la compatibilità della pillola Ru486 con la legge stessa. Proprio perché riteniamo che si debbano salvaguardare i criteri che hanno evitato la solitudine della donna di fronte al dramma dell'interruzione di gravidanza. E per la regolazione della fine di vita tutto il governo si è espresso a favore del diritto inalienabile all'alimentazione e all'idratazione per chi non è autosufficiente. A questo proposito, per attenuare la conflittualità parlamentare, potremmo ipotizzare l'immediata approvazione di queste norme rinviando a soluzioni più condivise quelle relative alle dichiarazioni anticipate di trattamento».
Ma cosa c'entra questo con il capitale umano? «C'entra, eccome. Il valore della vita è il presupposto necessario del vitalismo economico e sociale » . Paesi con regole assai diverse, come l'Olanda, non sono certo sottosviluppati. «Come il calvinismo è stato alla base dello spirito capitalistico di quel Paese, così i valori della nostra tradizione hanno sostenuto la diffusa impresa familiare » . Magari gli ospedali italiani funzionassero come lì. «Nel tema del capitale umano rientra anche lo stato di salute. A settembre riprende il tema delle Regioni commissariate e dei subcommissari, cioè i tecnici che saranno nominati per gestire in concreto i commissariamenti, e della verifica delle altre regioni. C'è un problema grosso di tutto il Centro Sud, che spesso non conosce la medicina del territorio e, in essa, il ruolo della famiglia e del volontariato. Anche per questo motivo si spende molto di più e si ha molto di meno. Qui emerge in tutta la sua drammaticità il problema del Sud, che spesso significa incapacità delle classi dirigenti di fare buona amministrazione ordinaria».
Del resto, finché i primari saranno nominati in base alle tessere di partito... «La competenza sulla sanità è regionale. Noi appoggiamo le proposte legislative tese a rafforzare la oggettiva valutazione dei curricula dei candidati a direttore generale e a primario. Ma il commissariamento non è uno scherzo: è l'anticamera del fallimento politico». Sempre che poi i politici commissariati non vengano addirittura promossi. «Sono d'accordo. Nel Sud non mancano le intelligenze, dobbiamo soltanto affermare con il federalismo fiscale nuove regole del gioco nel segno della responsabilità. E non c'è migliore deterrenza dell'esautoramento di chi ha sbagliato. Con il ritorno alle urne e l'ineleggibilità degli amministratori falliti » .
Sergio Rizzo
fonte:http://www.corriere.it
lunedì 24 agosto 2009
Bulleri: Giovedì incontro in Regione
Il caso della liquidazione della Bulleri Brevetti di Cascina e della sorte dei 40 operai che da 6 mesi non prendono lo stipendio diventa un problema di cui si farà carico anche la Regione Toscana. L'assessore regionale al lavoro Gianfranco Simoncini ha risposto positivamente alla richiesta avanzata dal Presidente della Provincia di Pisa, Andrea Pieroni, di un coinvolgimento della Regione al fine di trovare una soluzione positiva per i lavoratori."Dopo la lettera ricevuta la scorsa settimana dal presidente della Provincia di Pisa Andrea Pieroni - ha spiegato in una nota l'assessore Gianfranco Simoncini - ho ritenuto di dover convocare immediatamente un incontro con tutte le parti coinvolte, per verificare se esistono i presupposti per risolvere positivamente la vicenda"Si svolgerà così giovedì 27 agosto un incontro presso la sede della Regione Toscana a cui parteciperanno l'assessore Simoncini, rappresentanti della provincia di Pisa e del Comune di Cascina ed una delegazione di lavoratori e di rappresentanti sindacali.Negli scorsi giorni il Presidente della Provincia di Pisa ha inviato, infatti, al Presidente della Regione Toscana, Claudio Martini, una lettera con una richiesta d'incontro sulla crisi della Bulleri: "La paventata liquidazione della Bulleri Brevetti, azienda di Cascina che produce software e macchinari per la lavorazione del legno, dell'alluminio e di altri materiali - scrive Pieroni - è uno dei casi più lampanti della crisi economica che da mesi morde anche il territorio pisano e che purtroppo non accenna a ridursi"."Meritevole di particolare attenzione - evidenzia il Presidente della Provincia di Pisa - mi pare l'ipotesi di alcuni imprenditori locali che hanno manifestato disponibilità e interesse a rilevare l'azienda, avviandone una nuova fase in forma societaria o, se del caso, cooperativa. L'azienda, infatti, apparentemente mantiene interessanti potenzialità di mercato e attraversa questo momento di sofferenze non per mancanza di commesse, ma per ragioni di riassetto strategico della proprietà, intenzionata a concentrare il proprio impegno altrove".Da qui l'appello conclusivo di Pieroni al Presidente Martini: "Sento forte anche l'esigenza di una ulteriore iniziativa politica che veda insieme la Regione Toscana, con la Provincia di Pisa, il Comune di Cascina già impegnato da tempo nella vicenda e tutti gli altri enti pubblici e privati interessati. L'amministrazione sarà particolarmente lieta di organizzare tempestivamente e ospitare qui a Pisa un incontro di lavoro fra i rappresentanti politici dei nostri enti, al fine di dar corpo quanto prima a questo progetto".E da parte della Regione Toscana è arrivata una prima risposta positiva, la cui concretezza potrà essere valutata solo nei prossimi giorni. Ad oggi per riuscire a trovare una soluzione positiva per gli operai della Bulleri permane, però, un grande problema, ovvero la mancanza di un interlocutore attendibile dal lato della proprietà. E' proprio di questo che si lamenta anche lo stesso Alberto Bulleri che, da alcune settimane, ha espresso una sua disponibilità a dare un contributo al fine di arrivare ad una soluzione positiva della vicenda che possa garantire i garantire la prosecuzione dell'attività produttiva dell'azienda: "serve un liquidatore nominato dal tribunale e non di parte per avere un interlocutore affidabile".Intanto nella giornata di martedì 25 agosto avranno inizio le audizioni presso la Direzione Provinciale del Lavoro, dove saranno ascoltati sia i lavoratori che la proprietà rappresentata dal liquidatore, per verificare lo stato e la salute economica dell'azienda e capire se è possibile riuscire a trovare un accordo.Uno dei primi punti da sciogliere è ovviamente la questione delle mensilità che non sono state versate dalla proprietà agli operai a partire dall'inizio del 2009, operai che sono anche in attesa da alcune settimane che vengano sbloccati tutti gli adempimenti burocratici per poter ricevere i contributi della cassa integrazione straordinaria.Mentre le trattative proseguono, i lavoratori mantengono il presidio davanti ai cancelli della fabbrica.
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fonte:http://www.pisanotizie.itSalari differenziati, l’ultimatum di Sacconi
Salari differenziati oppure stop agli sgravi per la parte variabile delle retribuzioni. Lo dice il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, intervistato dal Corriere della Sera. "Una giusta distribuzione della ricchezza - a suo giudizio - si fonda sul riconoscimento dei meriti e dei bisogni. I salari vanno differenziati perchè non siamo uguali. Il banco di prova autunnale, con i primi con tratti di metalmeccanici, alimentaristi, chimici e comunicazioni, sarà l'attuazione dell'accordo sottoscritto da tutti tranne che dalla Cgil".
Secondo il titolare del dicastero, infatti, "meno il contratto nazionale sarà invasivo, più ci sarà spazio per il contratto aziendale, detassato al 10%". Questo, puntualizza Sacconi, non vuol dire ricorrere alle gabbie salariali, accogliendo la richiesta di buste paga diverse fra Nord e Sud come suggerito dalla Lega. Anche Carroccio, spiega il ministro, "è d'accordo con il nuovo modello. Nessuno ha parlato di gabbie salariali, meccanismo centralistico fissato per legge. Se il contratto si decentra, ineluttabilmente è più sensibile alle differenze di costo della vita e di produttività. Il punto vero è che sindacati e imprese, dopo aver firmato l'accordo, non possono cedere - conclude -, siamo rispettosi dell'autonomia delle parti, ma non indifferenti agli esiti".
Aperture da Cisl e Uil
Secondo il segretario generale della Uil, Luigi Angeletti, il governo "deve ridurre a zero l'aliquota, dando un incentivo in più, e deve elevare il tetto per la detassazione del salario di secondo livello". Angeletti si dice "assolutamente d'accordo" con il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, e invitando l'esecutivo a sostenere di più la contrattazione di secondo livello. "Applicheremo l'accordo che rende la contrattazione più vicina al posto di lavoro - prosegue -, più flessibile, legata all'andamento della produttività". L'intesa separata sui contratti, a suo giudizio, è "un grande passo in avanti che porterà in aumento dei salari per i lavoratori". Le gabbie salariali, invece, "non sono neanche tecnicamente realizzabili".
Secondo Raffaele Bonanni, invece, le tasse sui salari di secondo livello bisogna arrivare ad eliminarle del tutto. "Mi sembra giusto adattare meglio la tassazione alla contrattazione territoriale e aziendale – spiega il segretario generale della Cisl -. A Sacconi e anche al leader della Lega, Umberto Bossi, che pongono il problema di come esaltare meglio la contrattazione territoriale e aziendale, chiedo perché non tagliare del tutto le tasse: tasse zero per tutta la contrattazione di secondo livello. In questo modo anche Bossi (che vuole le gabbie salariali, ndr) sarà contento".
Cgil: un ricatto
La richiesta di Bonanni per la Cgil però “è un errore. Abbiamo già una norma che prevede la detassazione parziale del secondo livello ed è sufficiente: oggi la priorità è la detassazione del lavoro dipendente". È quanto spiega la segretaria confederale, Susanna Camusso, ad Affaritaliani.it. "Non si può infatti costruire- dice- una discriminazione per cui chi ha la fortuna di stare in un luogo dove si fa la contrattazione di secondo livello ha un doppio beneficio, mentre il lavoratore di un'azienda più povera o in difficoltà deve continuare a pagare tasse assolutamente eccessive rispetto al potenziale di reddito", spiega la Camusso la quale conclude: "C'è un errore di prospettiva, anche perché la contrattazione di secondo livello si esercita in neanche il 20% dei lavoratori dipendenti". “
In quanto ai temi sollevati da Sacconi nell’intervista al Corriere della Sera, per Camusso tradiscono un "approccio paleoindustriale". "Nel nostro Paese c'è libertà contrattuale - ricorda - e sta all'autonomia delle parti decidere come si affrontano e come si risolvono i singoli contratti". Per questo, prosegue, "l'atteggiamento di un governo che dice 'io applico i vincoli che ho solo in ragione del fatto che voi facciate la contrattazione come dico io' mi pare un atteggiamento per un verso autoritario e per un verso anche sbagliato, perché introduce una limitazione della contrattazione di cui non si sente alcun bisogno e che non corrisponde a nessuna finalità".
E' attualmente in vigore una legge sulla detassazione di secondo livello, ricorda Camusso, "e lui ha un onere che è quello di applicarla e di applicarla correttamente. Dovrebbe applicare delle norme che sono già in vigore - a suo avviso -, non può utilizzarle per ricattare rispetto al mantenimento di quella che, mi pare evidente, è una logica di divisione sindacale".
fonte:http://www.rassegna.it
domenica 23 agosto 2009
Catastrofismo autolesionistico della CGIL
Questo allarme viene vissuto nei posti di lavoro con timore ed a volte quasi con terrore. La gente percepisce un degrado sempre più evidente nel sistema economico del Paese, degrado che magari viene amplificato dagli imprenditori per chiedere con insistenza "soldi veri" per reggere l'urto della congiuntura difficile e magari nuove provvidenze governative.
Se osserviamo la situazione successiva alle profezie precedenti di CGIL e Confindustria vediamo che, in effetti, se è vero che la situazione si è deteriorata e si sono avute perdite significative di posti di lavoro queste sono spesso state originate non tanto da difficoltà di mercato quanto dalla ricerca di sempre maggiori profitti e manodopera sempre più malpagata e priva di diritti.
Ma non si sono mai realizzate le previsioni di perdite previste dall'Ires-CGIL.
La situazione, nell'insieme, è sempre stata migliore di quella temuta.
Ora la CGIL non è una sorta di ufficio metereologico dell'economia italiana preposta a segnalarci il bel tempo o il temporale. La CGIL è la più grande organizzazione sindacale dei lavoratori italiana e sa bene che annunzii di andamenti catastrofici dell'economia o di perdita di posti di lavoro vengono immediatamente strumentalizzati dal padronato e dalla destra per scoraggiare qualsiasi possibilità di miglioramento dei miserabili salari che non sono più in grado di soddisfare le esigenze minime di sopravvivenza. La CGIL farebbe bene a pubblicare i bilanci depositati in borsa dalle maggiori aziende italiane e le dichiarazioni dei redditi. Forse si renderebbe conto che le cose non vanno cosi male per gli imprenditori e per le aziende e che non ci sono tante notizie di fallimenti o di moria di aziende.
La CGIL dovrebbe infine chiamare alla mobilitazione ed alla lotta senza quartiere i lavoratori minacciati davvero di licenziamento. Mi riferisco agli insegnanti ed al personale delle scuole italiane che saranno falcidiati da un attacco mortale sferrato dal Governo alla scuola pubblica che ridurrà di diecine di migliaia i posti di lavoro per creare un immenso serbatoio di insegnanti a prezzo stracciato per le scuole private, scuole che spesso non meritano quello appellativo dal momento che sono diplomifici senza alcuna dignità pedagogica e civile.
La CGIL dovrebbe rompere ogni indugio e chiedere un generale miglioramento dei salari. Non basta strillare e minacciare sciopero contro la proposta Bossi di gabbie salariali. Lottare contro le gabbie salariali non vuol dire niente. Oggi bisogna aumentare i salari, tutti i salari, di almeno il venti per cento per mitigare un poco il loro gap verso i salari europei.
Dovrebbe mettere sotto osservazione seria e qui davvero presentare uno studio sugli effetti della legge Biagi ad anni di distanza della sua applicazione per verificare quali sono gli effetti reali sulle nuove generazioni.
Si scoprirà che si è creata una immensa e diffusa zona di sofferenza sociale e di umiliazione di tantissimi ragazzi che nonostante le lauree o gli studi compiuti si sono ritrovati precari a meno di mille euro al mese. Dovrebbe chiedere la CGIL un minimo salariale per tutti i nuovi immessi al lavoro a cominciare dai precari. Dovrebbe chiedere l'abolizione della legge Biagi.
Ma la CGIL è paralizzata al suo interno dalle grandi manovre precongressuali tra i candidati alla successione di Epifani che aspirano alla segreteria. Personaggi che cercano un posizionamento per diventare referenti di questa o quella componente del PD, un PD che si appoggia sopratutto alle associazioni padronali accettandone e spesso condividendone l'aggressione ai diritti dei lavoratori. Calearo, Merloni, Colaninno, Letta, Ichino, Damiani, con qualche sfumatura di diversità sostengono tutti la "riforma" cioè la cancellazione dei diritti garantiti dallo Statuto dei Lavoratori (che vorrebbero abolire).
Per concludere l'annunzio della CGIL di un milione di posti di lavoro in meno tira la volata alla Confindustria nelle sue richieste di soldi, soldi ed ancora soldi al governo, obiettivamente scoraggia i lavoratori e li induce a subire in silenzio una situazione diventata inaccettabile, non propone alcuna alternativa, alcuna proposta seria quale un programma straordinario di costruzione di case popolari, asili nido, scuole, ospedali, tutte cose che sembrano cancellate per sempre dai documenti e dalle iniziative.
Oltre alla catastrofe annunziata per l'occupazione, la sola cosa che si percepisce della CGIL è un grande silenzio.
Pietro Ancona
fonte:http://medioevosociale-pietro.blogspot.com
venerdì 21 agosto 2009
Insegnamenti dall'Innse
Vale la pena avviare una riflessione sulla conclusione della vicenda Innse, per capire se e cosa ci insegna l'attuale vittoria di quei lavoratori. Provo a riepilogare: la Innse è una fabbrica "classica", da metalmeccanici (a tempo indeterminato) degli anni settanta. La Innse non ha problemi particolari né di produzione né di mercato. Il vecchio imprenditore decide la chiusura, meglio, la vendita ad altri a cui interessano solo i macchinari, il che comporta la chiusura dell'azienda e la disoccupazione per i dipendenti. Dopo una lunga lotta, la forma "estrema" che essa assume è questa: un piccolo gruppo di operai, assieme a Roberto Giudici, sindacalista della Fiom di Milano, sfugge alle maglie del blocco della forza pubblica (presente a difesa degli interessi del padrone), e sale sul carro ponte, dando vita così ad una protesta tanto clamorosa quanto pacifica. Le trattative vanno avanti mentre la vicenda assume un valore nazionale grazie all'impatto mediatico della notizia degli operai asserragliati sulla gru, fino a quando l'imprenditore Attilio Mario Camozzi perfeziona l'acquisto e si impegna a rilanciare l'azienda. Questi - mi pare - i fatti.
Considerazioni: la protesta simbolica è stata "pacifica", diversamente da altre situazioni per alcuni aspetti analoghe avvenute in Francia e Germania, ove gruppi di lavoratori hanno "sequestrato" i manager. La protesta è stata seguita dal sindacato, che non ha mai perso il rapporto con i combattivi lavoratori. Essa ha determinato una catena solidale, come non si vedeva da tempo, che non va affatto sottovalutata, perché ha spezzato il meccanismo dominante ove, dietro la retorica del lavoratore come "imprenditore di se stesso", si svela la solitudine del dipendente contro l'imprenditore, l'invito alla concorrenza fra lavoratori, la tendenza ai bassi salari e l'aleatorietà del rapporto di lavoro.. La protesta ha utilizzato con intelligenza gli strumenti mediatici, mantenendo però un fortissimo ancoraggio alla realtà: tutto il contrario di un modo oramai trasversale di far politica spesso limitato ad una presenza mediatica sostanzialmente priva di un collegamento reale. Tutto ciò avviene a Milano, e cioè in un luogo metropolitano che più di altri rappresenta i moderni nessi fra produzione, finanza e spesso speculazione edilizia, dove da anni (decenni?) la vita sociale sembra "normalizzata", e il conflitto ne appare una patologia e non una fisiologia. La presenza della forza pubblica in una lotta di fabbrica non è certo nuova, ma apre inquietanti interrogativi sul ruolo del Ministero dell'Interno in una vicenda in cui si dava per scontata (o si voleva?) la soluzione della chiusura. Il che conferma, com'è ovvio, l'assoluta parzialità delle scelte di questo governo, che ha sempre ignorato, come i precedenti governi di destra, gli art. 41 e 42 della Costituzione ("L'iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana". "La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti".), evocando addirittura, nei primi anni del millennio, la possibilità di modificarli.
La vicenda Innse può insegnare qualcosa per le future lotte a difesa dell'occupazione, e non solo? Sembrerebbe di sì, visto quello che sta succedendo alla Cim di Marcellina. Ma ciò su cui forse occorre ragionare in particolare riguarda le possibilità che si aprono nel settore del lavoro precario, dove lo sciopero è spesso difficilmente praticabile per l'immediato ricatto per il posto di lavoro. Il precedente degli "invisibili", a cavallo fra il 900 e gli anni duemila, è utile; ma quella forma di presenza mediatica era prevalentemente propagandistica e svincolata da una vertenza concreta per una soluzione concreta. L'esperienza della Innse contiene questo "plus". Lo sciopero non è necessariamente una forma di lotta obsoleta. Ma oggi appare che si possono praticare forme altre di lotta pacifiche e non necessariamente "violente". Il corollario è che questo è tanto più possibile quanto più c'è la copertura e l'impegno diretto del sindacato e dei sindacalisti. Non convince la contrapposizione fra forme di lotta morbide e dure. Meglio sarebbe parlare di forme di lotta più o meno efficaci, riflettendo in particolare per il mondo del precariato che sta attraversando come uno tsunami l'intero sistema dei rapporti di lavoro nel nostro Paese. Per tutte queste ragioni la conclusione della vertenza Innse è essenziale, perché ha rotto l'incantesimo della presunta inevitabilità delle chiusure delle aziende e dei licenziamenti e ha confermato la possibilità di tornare a vincere.
Gianfranco Pagliarulo
fonte:http://www.aprileonline.info
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