«Veterocraxismo che ripropone le ricette degli anni '80». Più che una risposta nel merito, quella di Giorgio Cremaschi, segretario nazionale della Fiom e leader della "Rete 28 aprile" (che a Collecchio, Parma, terrà questa settimana la sua terza festa nazionale) all'intervista del minsitro Maurizio Sacconi al "Corriere della Sera" è una vera e propria bollatura. Sacconi non tenta solo di mettere "sotto tutela" la stagione dei contratti ma, dando voce alle posizioni più retrive di Confindustria, riapre di fatto la dialettica politica dentro le parti sociali. A questo punto cosa farà la Cgil?
Cosa pensi dell'intervista di Sacconi?
Mi pare un pugno di ferro messo nella contrattazione. Un attacco al salario e alla libertà di contrattazione. Un richiamo all'ordine chiarissimo per Cisl e Uil, che in fondo non mi pare ne abbiano bisogno.
Tuttavia opera una torsione dell'accordo separato non proprio facilissima da digerire per le parti sociali.
Sacconi ha il pregio di chiarire a chi nella Cgil continua a pensare al ritorno alla concertazione che non c'è via se non quella della pura adesione all'accordo del 16 aprile. Per la Cgil l'unico spazio che il Governo e la Confidnsutria prevedono è quello dell'abiura.
Torniamo al merito. Il messaggio del ministro del Lavoro è un sostanziale ricatto, o no?
Voglio sottolinearne la gravità sociale. C'è un elemento di una gravità inaudita che ha come unico referente il decreto dell'84 con il quale il governo Craxi tagliò la scala mobile, ovvero l'uso del fisco per ridurre il peso dei contratti nazionali, favorendo il salario subordinato alla produttività e al merito. Nella sostanza si dice che il governo punta autoritariamente al fisco per imporre il suo modello di relazioni sindacali non certo in favore di una maggiore contrattazione a livello di azienda ma a a favore di quello che viene chaimato il salario di merito cioè della differenziazione ingiusta e discriminatoria tra i ilavoratori. Si usa diciamo così la leva fiscale non per creare maggiore giustizia ma per dividere ancora di più il mondo del lavoro in una linea che è persino peggio delle gabbie salariali proposte dalla Lega, che rimangono gabbie territoriali. Qui abbiamo le gabbie aziendali, azienda per azienda. E' una strategia di riduzione del salario e dei diritti che però punta a mettere in competizione tra di loro le persone, i territori e direi gli stessi sistemi di democrazia. Massimo di mercato a livello di relazioni sociali e al masismo di autoritarismo a livello del sistema politico e di rappresentanza. Naturalmente per fare questo punta ad associare forze sociali e politiche compiacenti prima fra tutte Cisl e Uil per cui è evidente che lo scontro dentro questo sistema sarà inevitabilmente anche un confronto duro tra diverse culture sindacali.
Sacconi parla di risorse per la defiscalizzazione, ma quelle per il raddoppio della cassa integrazione?
Quella di Sacconi è una linea di veterocraxismo che ripropone le ricette degli anni 80. Da questo punto di vista è catastrofico che il governo ragioni su queste direzioni. E' evidente che le discriminazioni in periodo di crisi diventano ancora più pesanti, nel senso che chi è discriminato rischia di perdere praticamente tutto e non solo il punto della scala mobile come negli anni 80. Il governo vive su una illusoria idea di ripresa fondata sugli incentivi alla produttività e sulla riduzione del costo del lavoro attuata con la distruzione del contratto nazionale. E' una linea che non ha alcun futuro dal punto di vista economico e sociale, nel senso che non risolverà nessun problema ma nel medio periodo può fare danni devastanti. A questo si può contrapporre solo l'idea che la crescita dell'uguaglianza dei salari e dei diritti sono la leva fondamentale per ripartire dopo la crisi. Ma tutto questo ha di fronte il sistema politico-sindacale nella stragrande maggioranza totalmente subalterno alla pura restaurazione del liberismo anni '80. Per questo dico che andiamo a uno scronto duro e che la Cgil può solo arrendersi o lottare, senza via di mezzo.
Non vedi la possibilità che nel sindacato venga utilizzata la crisi e la regressione di Sacconi come elementi di ricompattamento?
Se la Cgil dovesse intendere questo, ripeto, farebbe una scelta catastrofica per se e per la propria rappresentanza. Significherebbe accettare in un momento in cui non serve più a niente la struttura liberista degli anni 80 e significherebbe lasciare senza rappresentanza milioni di lavoratori che si preparano a lottare. Ad agosto abbiamo avuto la bellissima lotta dell'Innse che si è conclusa con un successo, ed è stata vissuta sicuramente come un segnale di determinazione e rigore in tutta Italia. Credo che il linguaggio di Sacconi sia così duro perché dietro l'arroganza c'è la paura. La paura cioè che l'esempio dell'Innse sia contagioso e che l'autunno riservi una stagione di lotte. Il governo mette le mani avanti perché sa che non reggerebbe un vero conflitto sociale. Per questo la Cgil ha una responsabilità enorme, perché se sceglie di abbassare la testa di fronte all'arroganza di Sacconi e della Confindustria non solo fa un danno a se stessa, ma rischia di venir meno a un bisogno reale di cambiamento che c'è nel paese.
Fabio Sebastiani
fonte:http://www.liberazione.it/
Cosa pensi dell'intervista di Sacconi?
Mi pare un pugno di ferro messo nella contrattazione. Un attacco al salario e alla libertà di contrattazione. Un richiamo all'ordine chiarissimo per Cisl e Uil, che in fondo non mi pare ne abbiano bisogno.
Tuttavia opera una torsione dell'accordo separato non proprio facilissima da digerire per le parti sociali.
Sacconi ha il pregio di chiarire a chi nella Cgil continua a pensare al ritorno alla concertazione che non c'è via se non quella della pura adesione all'accordo del 16 aprile. Per la Cgil l'unico spazio che il Governo e la Confidnsutria prevedono è quello dell'abiura.
Torniamo al merito. Il messaggio del ministro del Lavoro è un sostanziale ricatto, o no?
Voglio sottolinearne la gravità sociale. C'è un elemento di una gravità inaudita che ha come unico referente il decreto dell'84 con il quale il governo Craxi tagliò la scala mobile, ovvero l'uso del fisco per ridurre il peso dei contratti nazionali, favorendo il salario subordinato alla produttività e al merito. Nella sostanza si dice che il governo punta autoritariamente al fisco per imporre il suo modello di relazioni sindacali non certo in favore di una maggiore contrattazione a livello di azienda ma a a favore di quello che viene chaimato il salario di merito cioè della differenziazione ingiusta e discriminatoria tra i ilavoratori. Si usa diciamo così la leva fiscale non per creare maggiore giustizia ma per dividere ancora di più il mondo del lavoro in una linea che è persino peggio delle gabbie salariali proposte dalla Lega, che rimangono gabbie territoriali. Qui abbiamo le gabbie aziendali, azienda per azienda. E' una strategia di riduzione del salario e dei diritti che però punta a mettere in competizione tra di loro le persone, i territori e direi gli stessi sistemi di democrazia. Massimo di mercato a livello di relazioni sociali e al masismo di autoritarismo a livello del sistema politico e di rappresentanza. Naturalmente per fare questo punta ad associare forze sociali e politiche compiacenti prima fra tutte Cisl e Uil per cui è evidente che lo scontro dentro questo sistema sarà inevitabilmente anche un confronto duro tra diverse culture sindacali.
Sacconi parla di risorse per la defiscalizzazione, ma quelle per il raddoppio della cassa integrazione?
Quella di Sacconi è una linea di veterocraxismo che ripropone le ricette degli anni 80. Da questo punto di vista è catastrofico che il governo ragioni su queste direzioni. E' evidente che le discriminazioni in periodo di crisi diventano ancora più pesanti, nel senso che chi è discriminato rischia di perdere praticamente tutto e non solo il punto della scala mobile come negli anni 80. Il governo vive su una illusoria idea di ripresa fondata sugli incentivi alla produttività e sulla riduzione del costo del lavoro attuata con la distruzione del contratto nazionale. E' una linea che non ha alcun futuro dal punto di vista economico e sociale, nel senso che non risolverà nessun problema ma nel medio periodo può fare danni devastanti. A questo si può contrapporre solo l'idea che la crescita dell'uguaglianza dei salari e dei diritti sono la leva fondamentale per ripartire dopo la crisi. Ma tutto questo ha di fronte il sistema politico-sindacale nella stragrande maggioranza totalmente subalterno alla pura restaurazione del liberismo anni '80. Per questo dico che andiamo a uno scronto duro e che la Cgil può solo arrendersi o lottare, senza via di mezzo.
Non vedi la possibilità che nel sindacato venga utilizzata la crisi e la regressione di Sacconi come elementi di ricompattamento?
Se la Cgil dovesse intendere questo, ripeto, farebbe una scelta catastrofica per se e per la propria rappresentanza. Significherebbe accettare in un momento in cui non serve più a niente la struttura liberista degli anni 80 e significherebbe lasciare senza rappresentanza milioni di lavoratori che si preparano a lottare. Ad agosto abbiamo avuto la bellissima lotta dell'Innse che si è conclusa con un successo, ed è stata vissuta sicuramente come un segnale di determinazione e rigore in tutta Italia. Credo che il linguaggio di Sacconi sia così duro perché dietro l'arroganza c'è la paura. La paura cioè che l'esempio dell'Innse sia contagioso e che l'autunno riservi una stagione di lotte. Il governo mette le mani avanti perché sa che non reggerebbe un vero conflitto sociale. Per questo la Cgil ha una responsabilità enorme, perché se sceglie di abbassare la testa di fronte all'arroganza di Sacconi e della Confindustria non solo fa un danno a se stessa, ma rischia di venir meno a un bisogno reale di cambiamento che c'è nel paese.
Fabio Sebastiani
fonte:http://www.liberazione.it/
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