«Quella di Davide e Golia sarà anche una favola, però è una bella favola. I piccoli possono vincere contro i potenti». E' la speranza di Guido Barbieri, l'operaio della Case New Holland di Imola in sciopero della fame da lunedì. Il Golia della situazione è la Fiat, che ha deciso di chiudere la fabbrica. E il Davide, sia chiaro, «non sono io da solo». Lui non mangia, «ma senza il sostegno e la spinta degli altri non ce la farei. Questa è una lotta di tutti. Sono circondato da mille attenzioni. Controllano se bevo, mi cedono la sedia più comoda, si danno il turno al presidio, stanno qui anche di notte». Ieri alla tenda da campo montata di fronte alla Chn si è aggiunto un camper «così Guido potrà lavarsi».
Gandhiano? «No». Cattolico non violento? «Battezzato, ma non credente». Il crocefisso, appoggiato su un tavolo, «non deve diventare la mascotte della nostra lotta». L'ha fatto il fratello di un lavoratore della Cnh e Guido lo considera «un contributo artistico». Una ruota dentata, simbolo dei metalmeccanici, fa da aureola a Gesù in croce. Alla base della statuetta ci sono delle pedine, «sono gli operai che i padroni muovono a loro piacimento», spiega Antonio Bonora, del direttivo Fiom. I 436 della Chn di Imola non ci stanno a farsi trattare da pedine. Encomiati sul giornalino aziendale quando, battendo ogni record di produttività, sfornavano ogni anno 12 mila «terne», le scavatrici a tre funzioni. Dismessi, buttati via, dopo lo scoppio della bolla immobiliare che ha fatto crollare il settore delle costruzioni. In una fabbrica che non aveva mai fatto un'ora di cassa integrazione, il 22 settembre del 2008 tutti sono stati messi in cassa integrazione ordinaria. Scade dopodomani. Poi partirà quella straordinaria, che durerà un anno, «per cessazione dell'attività». Lo sciopero della fame di Giudo si è incuneato in questo passaggio e ha un obiettivo non megagalattico: costringere il ministro dell'economia Scajola a fare un paio di telefonate, una alla Fiat, l'altra ai sindacati. «Vogliamo un tavolo che escluda la chiusura della fabbrica», dice Paolo Stefani, segretario della Fiom di Imola, «sul resto siamo disposti a trattare. Vogliono spostare la «terna» a Surbo, in provincia di Lecce? Ci diano da produrre camion, auto, macchine agricole. Purché ci sia da lavorare, qui non si tira indietro nessuno».
Il presidio alla Cnh va avanti da due mesi. Per attirare l'attenzione gli operai si sono inventati il karaoke, hanno fatto i lavavetri gratis. «L'eco non ha superato il raggio da Toscanella a Castel Bolognese», racconta Nilo Billi, «serviva qualcosa di più eclatante». Quando Guido si è proposto per lo sciopero della fame, prima c'è stata «preoccupazione», poi «ci ha convinti».
Guido ha scartato l'idea di salire su una gru o su un tetto: «La Fiat è capace di tenere la gente per aria per due mesi e poi non mi piace copiare». La molla che l'ha spinto è stata «l'arroganza dell'azienda». Soprattutto dei manager locali della Cnh, «loro ci conoscono, sanno quanto impegno e fatica abbiamo profuso qui dentro». Spera che «l'unità dei lavoratori» li costrigerà a riflettere, «disturberà». Lui, senza tessera sindacale, prima d'iniziare il digiuno si è «consultato» con la Fiom, poi ha coinvolto Fim e Uilm. «Sui cancelli ci sono le bandiere di tutti i sindacati e nessuno pensa al suo orticello». L'unità, «difficile di questi tempi», è l'unico «vanto» che Guido rivendica. «Qui al presidio ci si sente umani, è un legame più forte e più ricco rispetto alle amicizie in reparto».
Prima d'iniziare lo sciopero della fame, Guido ha «consultato» anche la moglie e i due figli. «Mi appoggiano». E questo basta, niente telefonate con la moglie, «stiamo insieme da più di trent'anni e ci siamo già detti tutto». Guido dà l'impressione d'essere un tipo all'antica, molto legato al passato, agli insegnamenti consegnati dai padri. E invece ci sorprende: «Ho dei valori, dei punti fermi. Ma il passato è ieri». Più che un autodidatta, «complimento eccessivo», si considera «un curioso». Legge di politica, storia e religioni, «è il modo in cui ho continuato gli studi a modo mio», interrotti in terza media, «e non perché in casa mancassero i soldi».
Girano al presidio alcune copie dell'Unità, con Guido in prima pagina. Lui fa i complimenti alla giornalista - «ha scritto proprio quello che avevo detto io» - ma è irritato per quanto dichiara in un'intervista Sergio Cofferati. Secondo l'ex segretario della Cgil, lo sciopero della fame e le altre forme di lotta eclatanti «danneggiano il sindacato». «Cofferati mi sembra un po' troppo rapido nel tranciare giudizi», replica Guido, «il sindacato siamo noi». Al presidio se si nomina Cofferati i sindacalisti di professione alzano gli occhi al cielo: «Parla senza neppure sapere che qui c'è un presidio permanente da due mesi».
Fanno la loro puntata quotidiana al presidio i sindaci di Imola e di Massa Fiscaglia, il paese in provincia di Ferrara da cui provengono diversi lavoratori della Chn (Guido è uno di loro). «Enti locali e Regione stanno facendo tutto quel che possono», riconoscono i lavoratori. Fino a qualche giorno fa si fermava il contadino con il trattore e lasciava giù la cassetta di pesche, dal bar vicino mandavano le pizze gratis. Da quando Guido digiuna, circolano solo tante bottiglie d'acqua e sigarette. Nel tardo pomeriggio arriva un medico dell'Asl. «Mi misura la pressione, mi raccomanda di bere tanto, mi ha dato dei sali minerali». Il tempo passa aspettando che Scajola si faccia vivo: «Di fronte a lui e a una mezza dozzina di ministri il 18 giugno Marchionne ha detto che la Fiat in Italia ristrutturerà, ma senza chiudere neppure uno stabilimento. Il governo deve esigere che quell'impegno venga mantenuto». Soprattutto dalla Fiat, «che ha sempre preso miliardi a palate dallo Stato e che quando le cose andavano bene per la Cnh l'ha usata per far cassa».
Al presidio si sentono anche accenti meridionali. Sono gli operai reclutati al Sud quando le «terne» si vendavano come il pane e gli occupati alla Cnh di Imola crebbero da 280 a 454. A un centinaio di loro l'azienda offre di tornare al Sud, alla Cnh di Surbo o alla Fiat di Melfi. Una ventina hanno già accettato. Ma chi «ha messo radici» a Imola non vuole tornare indietro. Aspettando Scajola, Nilo Billi aguzza la fantasia: «Cosa ne dite di un Full Monty con le maglie della Juve, sponsorizzata dalla Cnh?»
Manuela Cartosio
fonte:http://www.ilmanifesto.it/
Gandhiano? «No». Cattolico non violento? «Battezzato, ma non credente». Il crocefisso, appoggiato su un tavolo, «non deve diventare la mascotte della nostra lotta». L'ha fatto il fratello di un lavoratore della Cnh e Guido lo considera «un contributo artistico». Una ruota dentata, simbolo dei metalmeccanici, fa da aureola a Gesù in croce. Alla base della statuetta ci sono delle pedine, «sono gli operai che i padroni muovono a loro piacimento», spiega Antonio Bonora, del direttivo Fiom. I 436 della Chn di Imola non ci stanno a farsi trattare da pedine. Encomiati sul giornalino aziendale quando, battendo ogni record di produttività, sfornavano ogni anno 12 mila «terne», le scavatrici a tre funzioni. Dismessi, buttati via, dopo lo scoppio della bolla immobiliare che ha fatto crollare il settore delle costruzioni. In una fabbrica che non aveva mai fatto un'ora di cassa integrazione, il 22 settembre del 2008 tutti sono stati messi in cassa integrazione ordinaria. Scade dopodomani. Poi partirà quella straordinaria, che durerà un anno, «per cessazione dell'attività». Lo sciopero della fame di Giudo si è incuneato in questo passaggio e ha un obiettivo non megagalattico: costringere il ministro dell'economia Scajola a fare un paio di telefonate, una alla Fiat, l'altra ai sindacati. «Vogliamo un tavolo che escluda la chiusura della fabbrica», dice Paolo Stefani, segretario della Fiom di Imola, «sul resto siamo disposti a trattare. Vogliono spostare la «terna» a Surbo, in provincia di Lecce? Ci diano da produrre camion, auto, macchine agricole. Purché ci sia da lavorare, qui non si tira indietro nessuno».
Il presidio alla Cnh va avanti da due mesi. Per attirare l'attenzione gli operai si sono inventati il karaoke, hanno fatto i lavavetri gratis. «L'eco non ha superato il raggio da Toscanella a Castel Bolognese», racconta Nilo Billi, «serviva qualcosa di più eclatante». Quando Guido si è proposto per lo sciopero della fame, prima c'è stata «preoccupazione», poi «ci ha convinti».
Guido ha scartato l'idea di salire su una gru o su un tetto: «La Fiat è capace di tenere la gente per aria per due mesi e poi non mi piace copiare». La molla che l'ha spinto è stata «l'arroganza dell'azienda». Soprattutto dei manager locali della Cnh, «loro ci conoscono, sanno quanto impegno e fatica abbiamo profuso qui dentro». Spera che «l'unità dei lavoratori» li costrigerà a riflettere, «disturberà». Lui, senza tessera sindacale, prima d'iniziare il digiuno si è «consultato» con la Fiom, poi ha coinvolto Fim e Uilm. «Sui cancelli ci sono le bandiere di tutti i sindacati e nessuno pensa al suo orticello». L'unità, «difficile di questi tempi», è l'unico «vanto» che Guido rivendica. «Qui al presidio ci si sente umani, è un legame più forte e più ricco rispetto alle amicizie in reparto».
Prima d'iniziare lo sciopero della fame, Guido ha «consultato» anche la moglie e i due figli. «Mi appoggiano». E questo basta, niente telefonate con la moglie, «stiamo insieme da più di trent'anni e ci siamo già detti tutto». Guido dà l'impressione d'essere un tipo all'antica, molto legato al passato, agli insegnamenti consegnati dai padri. E invece ci sorprende: «Ho dei valori, dei punti fermi. Ma il passato è ieri». Più che un autodidatta, «complimento eccessivo», si considera «un curioso». Legge di politica, storia e religioni, «è il modo in cui ho continuato gli studi a modo mio», interrotti in terza media, «e non perché in casa mancassero i soldi».
Girano al presidio alcune copie dell'Unità, con Guido in prima pagina. Lui fa i complimenti alla giornalista - «ha scritto proprio quello che avevo detto io» - ma è irritato per quanto dichiara in un'intervista Sergio Cofferati. Secondo l'ex segretario della Cgil, lo sciopero della fame e le altre forme di lotta eclatanti «danneggiano il sindacato». «Cofferati mi sembra un po' troppo rapido nel tranciare giudizi», replica Guido, «il sindacato siamo noi». Al presidio se si nomina Cofferati i sindacalisti di professione alzano gli occhi al cielo: «Parla senza neppure sapere che qui c'è un presidio permanente da due mesi».
Fanno la loro puntata quotidiana al presidio i sindaci di Imola e di Massa Fiscaglia, il paese in provincia di Ferrara da cui provengono diversi lavoratori della Chn (Guido è uno di loro). «Enti locali e Regione stanno facendo tutto quel che possono», riconoscono i lavoratori. Fino a qualche giorno fa si fermava il contadino con il trattore e lasciava giù la cassetta di pesche, dal bar vicino mandavano le pizze gratis. Da quando Guido digiuna, circolano solo tante bottiglie d'acqua e sigarette. Nel tardo pomeriggio arriva un medico dell'Asl. «Mi misura la pressione, mi raccomanda di bere tanto, mi ha dato dei sali minerali». Il tempo passa aspettando che Scajola si faccia vivo: «Di fronte a lui e a una mezza dozzina di ministri il 18 giugno Marchionne ha detto che la Fiat in Italia ristrutturerà, ma senza chiudere neppure uno stabilimento. Il governo deve esigere che quell'impegno venga mantenuto». Soprattutto dalla Fiat, «che ha sempre preso miliardi a palate dallo Stato e che quando le cose andavano bene per la Cnh l'ha usata per far cassa».
Al presidio si sentono anche accenti meridionali. Sono gli operai reclutati al Sud quando le «terne» si vendavano come il pane e gli occupati alla Cnh di Imola crebbero da 280 a 454. A un centinaio di loro l'azienda offre di tornare al Sud, alla Cnh di Surbo o alla Fiat di Melfi. Una ventina hanno già accettato. Ma chi «ha messo radici» a Imola non vuole tornare indietro. Aspettando Scajola, Nilo Billi aguzza la fantasia: «Cosa ne dite di un Full Monty con le maglie della Juve, sponsorizzata dalla Cnh?»
Manuela Cartosio
fonte:http://www.ilmanifesto.it/
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