La frase

"Ognuno è ebreo di qualcuno.
Oggi i palestinesi sono gli ebrei di Israele."
‎Primo Levi

martedì 31 maggio 2011

Vinyls Porto Marghera. Lavoratori in sciopero della fame

Torna la protesta dei lavoratori della Vinyls di Porto Marghera che hanno iniziato uno sciopero della fame «contro il commissariamento e la mancanza di prospettive». L'iniziativa è portata avanti da un gruppo di dipendenti, tra cui Nicoletta Zago e Lucio Sabbadin, protagonisti in questi mesi di forme eclatanti di protesta, come la salita sulla fiaccola a 150 metri d'altezza. Nel febbraio scorso il gruppo aveva fatto uno sciopero della fame di cinque giorni. «Da quattro mesi - ha dichiarato Sabbadin all'agenzia ANSA - siamo senza stipendio e garantiamo i presidi di sicurezza nell'azienda, ma ora non vediamo per noi futuro. Siamo allo stremo delle energie e delle speranze».

fonte:http://www.dirittidistorti.it

Ergouas : in nome dell’ergonomia si aumentano i ritmi di lavoro

Care compagne e cari compagni,
alla Fiat Sata di Melfi, sulla base delle analisi effettuate con ErgoUas, l’azienda ha richiesto un aumento consistente del numero di automobili da produrre in un turno di lavoro ( in alcuni reparti si parla di 50 auto in più).Si precisa che un aumento della produzione comporta anche un aumento della velocità dei ritmi di lavoro, con conseguente aumento anche del fattore di rischio principale per le patologie muscolo-
scheletriche agli arti superiori; la frequenza di azioni al minuto che un lavoratore deve effettuare.In questi casi la legge prevede l’obbligo, per il datore di lavoro, di aggiornare la valutazione dei rischi per verificare se la variazione dei ritmi produttivi provocano un aumento del livello di rischio.Gli Rls hanno chiesto all’azienda copia degli aggiornamenti delle valutazioni dei rischi, ma la Fiat ha consegnato delle Valutazioni effettuate nel 2010 , periodo antecedente alla modifica dei parametri produttivi in oggetto.La Fiat Sata, quindi, non ha ottemperato in modo adeguato agli obblighi di legge previsti per la Valutazione dei rischi; questi obblighi, infatti, specificano che la valutazione dei rischi deve essere una foto attuale delle modalità concrete di lavoro.Vogliamo ricordare, inoltre, che il sistema ErgoUas, utilizzato da Fiat per definire i tempi di un ciclo di lavoro, negli ultimi mesi è stato oggetto di un’attenta analisi da parte di esperti ergonomi e della Snop ( associazione degli organi di vigilanza per la salute e la sicurezza del lavoro).Gli esiti di questa analisi, discussi anche in un convegno a Pisa (il 20 maggio) sono stati i seguenti:la parte ergonomica di ErgoUas non soddisfa i requisiti previsti, sia dal punto legislativo –normativo che scientifico - metodologico, per una metodologia per la valutazione dei rischi; da questi risultati si deduce anche che ErgoUas non è una metodologia adeguata nemmeno per definire i tempi di una fase di lavoro.Chiediamo alla Fiat Sata, quindi, di rispettare gli obblighi previsti dalla legislazione in materia di salute e sicurezza del lavoro e ricordiamo anche che, alla Sata di Melfi, circa il 50% delle lavoratrici e dei lavoratori sono affetti da patologie muscolo-scheletriche causate da ritmi di lavoro già elevati.Precisiamo, inoltre, che in caso di modifiche dei parametri produttivi, l’aggiornamento del Documento di valutazione dei rischi è obbligatorio in tutte le aziende.


Ufficio SAS M. Marcelli


fonte:http://www.fiom.cgil.it/

Fincantieri. Genova: martedì 31 maggio dalle ore 10.00 alle 12.00, sciopero con manifestazione.

Contro il piano di settore presentato dall'Azienda. Per lo sviluppo della ricerca e innovazione. A difesa della cantieristica ligure.

Camusso, basta con le pensioni da fame, garantire almeno il 60% dell'ultima retribuzione

Il Segretario Generale della CGIL, in un'intervista al quotidiano 'La Repubblica', accusa Governo e Confindustria: “pensano di privatizzare lo stato sociale come hanno fatto con l'acqua”, “questo esecutivo ha dimostrato di non avere alcuna idea di politica assistenziale se non quella dei tagli” 

Il Rapporto annuale dell'INPS per il 2010 fa emergere un quadro delle pensioni italiane con fortissime disparità. Dai 3.800 euro mensili dei dirigenti si precipita ai cento euro dei co. co.co. Susanna Camusso, Segretario Generale della CGIL, va all'attacco del governo e chiede di mettere mano al sistema: basta con le pensioni da fame. “Ai futuri pensionati si deve garantire almeno il 60 per cento dell'ultima retribuzione”.
“Devo dire che da questo governo mi aspetto qualunque cosa, ma non credo che ci siano le condizioni per altri tagli allo stato sociale oltre quelli che già si sono fatti. Piuttosto penso che si stia facendo strada, esplicitamente nella Confindustria, più nascosta in alcuni settori del governo, un'idea di privatizzazione dello stato sociale. È la stessa logica che porta l´acqua pubblica nelle mani dei privati. C´è da essere preoccupati”. Susanna Camusso, Segretario Generale della CGIL, risponde così alla domanda se ritenga che il cantiere della previdenza possa riaprirsi. Di fronte ai dati dell'ultimo Rapporto dell'INPS, il leader della CGIL pensa che si debba tornare al progetto “di garantire ai futuri pensionati almeno il 60 per cento dell'ultima retribuzione”. Per evitare di “costruire un paese di poveri”, aggiunge.
Ma questo aumenterebbe la spesa pubblica, mentre tutti i governi europei sono impegnati a ridurla per rientrare nei nuovi vincoli comunitari. “Nel biennio 2008-2009 abbiamo perso sei punti di Pil. Che avranno un effetto secco sulle future pensioni calcolate con il metodo contributivo. Un effetto aggravato dall'inasprimento dei coefficienti di trasformazione voluti dal governo. Sulle pensioni peserà anche il basso livello delle retribuzioni, che si accentua proprio nei settori dove sono più presenti i giovani, penso al commercio, all'area della grande distribuzione a quella dell'assistenza. Aggiungo, poi, che è l'ISTAT ad avere segnalato la crescita del part time involontario. Infine la discontinuità dei rapporti di lavoro avrà conseguenze significative sulle pensioni calcolate con il metodo contributivo”.
Bisognerebbe abbandonare il sistema contributivo? “No, non dico questo. Dico che non possiamo immaginare un paese con un terzo della popolazione, cioè i pensionati, che sia a rischio di povertà. Già oggi otto pensioni su dieci non arrivano a mille euro. Questo è un paese che sta rinunciando a progettare il suo futuro”.
Che l'importo della pensione pubblica fosse destinato a scendere era chiaro fin quando venne varata, con il totale consenso dei sindacati, la riforma Dini. Per questo sono stati poi costituiti i fondi per la previdenza complementare. La realtà è che solo il 23 per cento della popolazione potenziale vi ha aderito. Perché, secondo lei? “Il dato medio è quello. Il punto, però, è che nei settori dove è maggiore la frantumazione del lavoro l´adesione crolla vertiginosamente. Penso all´artigianato. Le piccole imprese continuano a utilizzare il trattamento di fine rapporto (il Tfr) per autofinanziarsi, come fosse roba loro e non retribuzione differita. Scoraggiano i lavoratori ad aderire ai fondi e, come è noto, per i sindacalisti non è facile entrare in quelle aziende. Morale: su quattro milioni di addetti del settore, hanno aderito al fondo solo in 11 mila. Per garantire la prestazione della pensione complementare abbiamo dovuto far confluire il fondo artigiani in quello del commercio. È questa una delle tante contraddizioni dei nostri imprenditori: da una parte dicono che serve la previdenza integrativa, dall´altra continuano a usare il Tfr al posto del credito bancario. Ma anche per questa via si affaccia l´idea di privatizzare un pezzo di stato sociale: al posto dei fondi negoziali, le assicurazioni”.
Di certo abbiamo un welfare sbilanciato sulla spesa pensionistica. Come può pensare che funzioni quando quasi il 70 per cento della spesa sociale va sotto la voce pensioni? “Mi limito a ricordarle che le pensioni, per quanto basse, sono quelle che hanno garantito la coesione sociale in questo paese. Perché sono i pensionati nelle famiglie a integrare i redditi dei giovani precari, a offrire loro una casa, a fare da baby sitter”.
Questo è anche lo stato sociale informale che vede protagoniste le donne. Dove sono finiti secondo lei i miliardi di risparmi dovuti all´innalzamento dell'età pensionabile delle donne nel pubblico impiego? Non dovevano servire per costruire più asili? “Ho un sospetto: sono finiti nella spesa corrente. A conferma che questo governo non ha alcuna idea di politica sociale se non quella dei tagli”.
Perché sostenete che dopo il contratto del commercio, che la CGIL non ha firmato, all'INPS mancheranno due miliardi? “Perché è così. L´indennità di malattia non sarà più pagata attraverso il fondo malattia dell'INPS, il commerciante la darà direttamente al lavoratore. Ma c'è di più: siamo sicuri che il piccolo commerciante potrà pagare l´indennità per periodi lunghi di malattia? La rottura dei meccanismi di solidarietà espone sempre i più deboli, lavoratori e imprenditori”.

lunedì 30 maggio 2011

Fiat: prendi i soldi e scappa

Dopo essere stata mantenuta per decenni dai soldi dei contribuenti italiani e arricchita sullo sfruttamento degli operai italiani, ora che nella crisi si acuiscono le lotte fra i grandi gruppi industriali per salvaguardare le quote di mercato e ottenere il massimo profitto, la Fiat si prepara ad abbandonare il paese.La FIAT entrata in Chrysler grazie ai soldi concessi in prestito dal governo americano ora ha conquistato la maggioranza delle quote.Il 24 maggio 2011 a Sterling Heights, Michigan, la Chrysler completa il rimborso del maxi prestito contratto congiuntamente con i governi di USA e Canada, oltre 7 miliardi di dollari, la cui restituzione consente alla Fiat di completare un’ulteriore tappa della propria scalata.Il debito era di 5,9 milioni di dollari con il governo americano e di 1,7 milioni con quello canadese.Il prestito è stato rimborsato con oltre sei anni di anticipo rispetto alle scadenze fissate insieme al pagamento degli interessi. Alla notizia del rimborso, il portavoce della Casa Bianca Jay Camey ha dichiarato: “E’ una pietra miliare ed un segnale che l’industria dell’auto si sta riprendendo”. “l’annuncio arriva con sei anni di anticipo rispetto alle scadenze e solo due anni dopo l’uscita dall’amministrazione controllata. ”FIAT scala così nuove posizioni che la fanno avvicinare alla quota del 51% nella proprietà, e subito dopo Sergio Marchionne annuncia che la società ha intenzione di esercitare l’opzione d’acquisto sulla quota del 6% in mano al tesoro USA, passando così entro fine anno a detenere il 57% del capitale della Chrysler.Passato il periodo delle grandi chiacchiere “nazionalistiche” culminate nell’anniversario dei 150 anni dell’unità d’Italia, sostenute da tutto il mondo politico e sindacale, continua incessante il prospettato disimpegno FIAT in Italia generando fra i “nazionalisti” solo qualche lamento.Sfruttamento e repressione, soppressione dei diritti e ricatti sono da sempre la caratteristica che padroni e dirigenti di questo gruppo industriale hanno applicato contro gli operai da oltre un secolo e continua con i nuovi padroni.Vogliamo solo ricordare alcune tappe recenti dell’attacco contro i salari e le condizioni di lavoro degli operai attuata dai dirigenti Fiat.Nel referendum “sull'accordo per il futuro di Pomigliano d'Arco” del 22 giugno 2010 hanno vinto i SI con il 63,4%, i voti contrari sono stati il 36%, e dal Polo di Nola, (reparto confino) dove gli operai da tempo hanno perso le illusioni, è arrivato un secco NO: su 273 voti, 77 sono stati favorevoli e 192 contrari.Successivamente, è stato il turno di Mirafiori. Anche a Torino, 15 gennaio 2011, con il 54% dei Sì, i lavoratori di FIAT Mirafiori hanno “accettato” sotto il ricatto del licenziamento l’accordo separato del 23 dicembre. Così è diventata legge la volontà del padrone.Il referendum, imposto dal padrone e dai sindacati collaborazionisti, è passato con ricatti e minacce, con una grossa maggioranza (un risultato “bulgaro”) fra i gli impiegati, capi, quadri e dirigenti, e sopratutto grazie al comando di fabbrica. Invece tra le 4.500 tute blu, i Sì hanno vinto per appena 9 voti.L’accordo sindacale sostenuto e appoggiato da tutte le sigle ha peggiorato ulteriormente la condizione dei lavoratori, imponendo che i sacrifici fossero scaricati come sempre sulle spalle degli operai.La Fiom che - pur non avendo firmato l’accordo a differenza dei sindacati di base sostenitori del No - non si è schierata, ha sostenuto il NI, e non chiamando gli operai a votare chiaramente per il No ha svolto la funzione di Ponzio Pilato.Il vero volto del gruppo dirigente della Fiom si è manifestato nel recente referendum alla Bertone - fabbrica dove questo sindacato ha la maggioranza degli iscritti - sostenendo la posizione della RSU che chiamava i lavoratori a votare Si, secondo il volere del padrone.Il ricatto e le minacce padronali contro operai e lavoratori disorganizzati funziona sempre.Anche dalla ex Carrozzeria Bertone, fabbrica in cui la maggioranza dei lavoratori sono in Cassa Integrazione, è arrivato un voto a favore del padrone che ha promesso l’investimento Fiat.Hanno votato 1.011 lavoratori su 1.087, una percentuale altissima che sfiora il 93%: la stragrande maggioranza, 886 lavoratori (pari al 88,8%), ha votato Si. I No sono stati 111 (11,14%), 10 le schede nulle e 4 le bianche.Il Governo Berlusconi, i maggiori dirigenti del centrodestra e del centrosinistra (in questo caso uniti), hanno sostenuto la linea Marchionne dichiarando che se avessero vinto i No «le imprese e gli imprenditori avrebbero buone motivazioni per spostarsi in altri Paesi».Per il vertice FIAT - l’amministratore delegato Sergio Marchionne e il presidente John Elkann, padroni della Fiat - è un’altra vittoria, per gli operai un’altra legnata.La concentrazione del capitale continua e Marchionne ha dichiarato: «Noi stiamo facendo il possibile per accelerare questo ritmo ed arrivare, nel più breve tempo possibile, alla nascita di un solo gruppo in grado di garantire maggiore stabilità e forza alla relazione nell’interesse di entrambi i partner». Il trasferimento della sede decisionale negli Stati Uniti è sempre più vicina, anche se Marchionne conferma (per il momento) l’impegno da 20 miliardi in Italia.Ricordiamo che la Chrysler era un’azienda tecnicamente cotta, fallita nel 2009. Dopo l’entrata della Fiat aiutata dal governo OBAMA, l’azienda ha sì restituito il prestito, ma non lo ha fatto mettendo mano agli utili bensì emettendo nuove obbligazioni.I tassi di interessi più bassi (gli interessi caricati da Washington e Ottawa oscillavano tra il 14% e il 20%) permettono un risparmio previsto di 300 milioni di dollari all’anno.In un intervista dello scorso febbraio al Wall Street Journal il presidente di Chrysler, Robert Kidder dichiarava:“Come fai a gestire 23 persone che riferiscono a te a Detroit e altre 25 a Torino?” “Non scherziamo, è chiaro che se la sede è in America e un domani arriva un governo democratico di Cuba che offre condizioni vantaggiose, Marchionne non ci penserebbe due volte a spostare la produzione da Torino all’Avana “. “L’Italia sarà alla pari della Polonia o del Brasile: una colonia”.La competitività e la guerra commerciale fra gruppi economici imperialisti si fa sempre più aspra ed è senza fine, e la delocalizzazione continua.Come ha scritto il settimanale Britannico l’Economist a novembre: “In Italia 22mila lavoratori distribuiti su cinque fabbriche producono ogni anno 650mila automobili. Nella principale installazione Fiat in Brasile, appena 9.400 dipendenti ne realizzano 750mila. L’impianto polacco fa ancora meglio: 6.100 lavoratori per 600mila vetture”. Le conseguenze sono ovvie. “E’ facile immaginare che la Fiat possa lasciare appassire i propri impianti (in Italia) iniettando nuovi investimenti nei Paesi caratterizzati da una crescita delle vendite e da una produttività più alta”.A questo punto è lecito farsi e fare alcune domande.E’ proprio vero che, se si accettano condizione di lavoro e di vita peggiorative per aumentare i profitti dei padroni, gli operai stanno meglio?Votando SI al referendum si sono salvati i posti di lavoro?La realtà ha ampiamente dimostrato che i sacrifici imposti oggi non servono certo a migliorare domani la condizione degli operai, ma solo a far aumentare i profitti, mettendoci in concorrenza con operai di altri paesi, sfruttati come noi.

Michele Michelino

fonte:http://ciptagarelli.jimdo.com

Intervista ai lavoratori di Fincantieri di Castellammare di Stabia (Na)

Il 23 maggio Fincantieri, l'azienda a partecipazione pubblica tra i leader mondiali della cantieristica navale, annuncia oltre 2500 licenziamenti e la chiusura degli stabilimenti di Sestri Ponente (GE) e Castellammare di Stabia (NA).
Nello stabilimento campano i tagli riguardano circa 650 operai ai quali bisogna aggiungere un numero almeno doppio che rappresenta tutti i lavoratori dell'indotto.
La protesta degli operai è esplosa con l'occupazione del Municipio e il blocco della statale sorrentina con la richiesta del ritiro immediato dei tagli previsti dal piano industriale.
La mattina del 25 si sono effettuati un blocco stradale del corso principale della città e uno dei binari della vesuviana.


fonte:http://clashcityworkers.org

sabato 28 maggio 2011

La legge trenta: una legge per violare la legge

Anche il Papa ha ritenuto di spendersi contro il precariato che "sottrae futuro e serenità ai giovani." Sono oramai in molti ad esprimersi contro i guasti provocati dalla legge Biagi ma nessuno azzarda un gesto concreto, la proposta della sua abrogazione. Per liberare dalle catene della schiavitù milioni di persone costrette nelle gabbie del precariato basterebbero due cose: abrogare la legge Biagi e fissare a 1000 euro il Salario Minimo Garantito. Stabilire inoltre che nessun lavoratore a qualsiasi titolo può essere privato dei diritti garantiti dalla Costituzione come il riposo, le ferie, la remunerazione dei giorni di malattia, la pensione, gli assegni familiari. Ma questa "riforma" non sarà mai fatta dal governo Berlusconi il cui Ministro del Welfare è un killer del padronato nè potrà essere fatta da un eventuale governo di centro-sinistra. in gara con la destra per acquisire i favori della Confindustria.Il PD condivide la legge Biagi ed ha costretto la CGIL a firmarla con gli accordi del 20 luglio 2007 con il governo Prodi. A parte qualche lacrimuccia di circostanza che Napolitano ed altri notabili del Regime versano per la condizione di tantissimi giovani, non esiste una sola iniziativa per liberare l'Italia della legge Biagi e semmai viene agevolata la tendenza a farne la legge universale per l'avviamento al lavoro. Non è casuale il fatto che ogni anno Napolitano e l'oligarchia sindacale ricordino Marco Biagio con sollenne lectio magistralis in Università.Per rimuovere questo grimaldello della giustizia sociale italiana ci vorrebbe o una rivolta cruenta dei biagizzati e degli studenti italiani in grado di spaventare l'establiscement e costringerlo a riprendere comportamenti umani, o una iniziativa della magistratura che impugni la totale illegalità delle normative e delle opzioni previste. La CGIL non alzerà mai un dito perché essa stessa applica il precariato con i suoi dipendenti. La Cisl si vanta con Bonanni di avere addirittura immaginato e creato la legge nel 2003 con Maroni ministro del welfare. I partiti politici, le cooperative, i sindacati, le associazioni di produttori, gli enti bilaterali, migliaia e migliaia di enti applicano il precariato al loro personale e non faranno mai niente per sostituirlo con qualcosa di decente.Il precariato è un flagello di tutte le famiglie ed in particolare di quelle della classe operaia.E' un vero e proprio choc per quanti conseguita la laurea magari con ottimi voti si vendono costretti a svendersi per pochi soldi e nessun diritto. Ne restano con le ali spezzate e l'amaro in bocca. Viene raccontata la favola di un mutamento intervento nel profondo dell'economia che incide sul mercato del lavoro. Non è vero: i posti di lavoro sono sempre quasi tutti stabili e fissi; cambia la loro erogazione che viene ora assegnata ad una manodopera a bassissimo costo e che deve essere ricattata.La condizione del lavoro precario è ormai diffusa e penetrata in tutto il mondo del lavoro e tende a pervaderlo tutto. Il lavoro a tempo indeterminato è influenzato dal precariato dal momento che non ci vuole molto al padronato inventarsi una ristrutturazione dalla quale fare uscire con le ossa rotta i dipendenti costretti ad accettare una nuova condizione precarizzata e deprezzata prendere lo lasciare.Nonostante tutto questo il padronato italiano continua a dichiararsi insoddisfatto. Vuole ancora di più. Il Presidente della Fiat il giovane Elkan ha oggi rimproverato la Confindustria di non fare abbastanza per avere ancora più "flessibilità". La Marcegaglia ha attaccato il governo dichiarandosi insoddisfatta degli ultimi dieci anni italiani. Avrebbe voluto di più. Forse i lavori forzati? Naturalmente Bersani è pronto a strizzare l'occhio alla Marcegaglia e fargli intendere che se al governo arriva lui ed il suo partito le condizioni per gli industriali saranno migliori. Più flessibilità, flessibilità ed ancora flessibilità.Forse è necessario una manifestazione come quella spagnola di Puerta del Sol e forse bisognerà andare oltre verso un conflitto sociale di nuovo tipo. Uno scontro davvero duro. La crisi dichiarata nella cantieristica ed il trasferimento della Fiat negli USA lasciano intendere che l'Italia, nella divisione internazionale del lavoro è stata destinata a perdere la manifattura pesante e l'industria di base. L'Italia viene immaginata dal capitalismo globalizzato come un'area senza aziende importanti, senza leggi, senza diritti, dove fare investimenti mordi e fuggi, dove sfruttare eserciti di persone sottopagate. L'Italia ha bisogno di fuoriuscire da questa oramai finta democrazia governata dal bipolarismo e darsi un nuovo assetto. Dopo la guerra di Libia niente sarà più come prima. L'alternativa alla rivolta è una condizione di perdita del l futuro e della stessa possibilità di sopravvivenza. E' fatale la prospettiva della rottura sociale.La vile e mostruosa borghesia italiana non lascia alternative. E' certamente la peggiore d'Europa. In Germania ed in Francia le classi imprenditoriali hanno avuto la mano più leggera. In Italia si è giunti all'assurdo di giovani costretti a pagare per lavorare...Non si può più continuare così.

Pietro Ancona

fonte:http://medioevosociale-pietro.blogspot.com/

venerdì 27 maggio 2011

Piaggio: nuovo sciopero e blocco del trasporto delle merci

Ieri due ore di astensione dal lavoro contro i sabati lavorativi e un documento a sostegno degli operai della Fincantieri

Non si ferma la protesta degli operai della Piaggio contro i sabati lavorativi decisi nelle scorse settimane dall'azienda. Dopo lo sciopero indetto dalla RSU-Fiom una settimana fa, ieri nuova mobilitazione dei lavoratori della fabbrica delle due ruote che hanno scioperato due ore, recandosi davanti la portineria merci, sul retro dello stabilimento, bloccando i mezzi in entrata e uscita.
Oltre il 40% l'adesione all'astensione del lavoro per una mobilitazione che non sembra destinata a esaurirsi fino a quando l'azienda non tornerà indietro sui suoi passi per quanto riguarda i sabati lavorativi, aprendo un tavolo di confronto con i sindacati. E dopo il blocco, gli operai si sono riuniti in assemblea per discutere dell'aumento dei ritmi e dei problemi dell'ambiente di lavoro e della sicurezza, contro la richiesta di flessibilità e la politica dei contratti a termine che ha visto la messa in mobilità di 400 lavoratori.Da qui la decisione di scrivere e approvare un documento, che pubblichiamo di seguito, di solidarietà ai lavoratori della Fincantieri in lotta: A fronte del tentativo di chiudere gli stabilimenti di Sestri e di Castellamare di Stabia e di ridimensionarne altri, la reazione degli operai della Fincantieri è stata sacrosanta e proporzionata e ha tutta la nostra solidarietà. L'attacco alla Fincantieri riguarda tutti i lavoratori e chiama ad una risposta tutto il movimento operaio. La reazione operaia ha smascherato alla Fincantieri una politica di smantellamento industriale miope per le prospettive dell'intera società e disastrosa per le classi lavoratrici. L'ampiezza e l'evidenza delle questioni sollevate dai lavoratori è tale che la maggior parte della popolazione, a Genova come in Campania si è già schierata dalla loro parte. Il movimento sindacale non deve cercare sulla Fincantieri compromessi o soluzioni tampone. Deve sviluppare senza ritardi un'iniziativa che coinvolga tutti i lavoratori per imporre che finalmente si affrontino alla radice i problemi delle condizioni di lavoro e della politica industriale.

fonte:http://www.pisanotizie.it/

Sciopero lavoratori Colged

Questa mattina i lavoratori Colged di Badia Pozzeveri hanno di nuovo incrociato le braccia. La RSU ha proclamato uno sciopero di 1 ora e mezzo ( dalle ore 9,30 alle ore 11,00) per il mancato rinnovo del contratto aziendale ormai scaduto da un anno e per vedersi riconoscere l’applicazione del Contratto nazionale del 2008. Abbiamo registrato una buona adesione all’iniziativa sindacale, dove la produzione è rimasta pressoché ferma. Come Fiom Cgil sosteniamo pienamente la mobilitazione dei lavoratori Colged e, se non vi saranno risposte da parte della Direzione aziendale che, a quanto pare cerca di fare opera “sibillina” di persuasione verso i lavoratori con l’intento di dissuaderli dal seguire le iniziative sindacali, la prossima settimana convocheremo tutte le RSU delle imprese metalmeccaniche davanti l’azienda Colged per sostenere la lotta dei lavoratori, non escludendo la possibilità che vengano proclamate anche iniziative sindacali di carattere generale.

Massimo Braccini
Segretario Generale Fiom Cgil Lucca

giovedì 26 maggio 2011

Solidarietà dei lavoratori Piaggio ai lavoratori Fincantieri

Oggi 26 maggio alla Piaggio i lavoratori sono scesi in sciopero contro il rifiuto dell’Azienda di discutere dell’aumento dei ritmi e dei problemi dell’ambiente di lavoro e della sicurezza, e contro la richiesta di flessibilità e la politica dei contratti a termine dopo la messa in mobilità di 400 lavoratori. Si sono svolti un corteo interno e un’assemblea nella quale i lavoratori hanno sentito la necessità di esprimere la loro solidarietà ai lavoratori della Fincantieri in lotta:

“A fronte del tentativo di chiudere gli stabilimenti di Sestri e di Castellamare di Stabia e di ridimensionarne altri, la reazione degli operai della Fincantieri è stata sacrosanta e proporzionata e ha tutta la nostra solidarietà. L’attacco alla Fincantieri riguarda tutti i lavoratori e chiama ad una risposta tutto il movimento operaio. La reazione operaia ha smascherato alla Fincantieri una politica di smantellamento industriale miope per le prospettive dell’intera società e disastrosa per le classi lavoratrici. L’ampiezza e l’evidenza delle questioni sollevate dai lavoratori è tale che la maggior parte della popolazione, a Genova come in Campania si è già schierata dalla loro parte. Il movimento sindacale non deve cercare sulla Fincantieri compromessi o soluzioni tampone. Deve sviluppare senza ritardi un’iniziativa che coinvolga tutti i lavoratori per imporre che finalmente si affrontino alla radice i problemi delle condizioni di lavoro e della politica industriale”.

I lavoratori della Piaggio in sciopero

Pensioni: INPS, oltre il 50% non arriva a 500 euro mensili

Il Segretario Generale della CGIL, Susanna Camusso alla luce del Rapporto INPS per il 2010 chiede chiarimenti al Governo sulle pensioni: "dove sono finite le famose risorse per le politiche della conciliazione?" e ancora, facendo riferimento al contratto separato del commercio, "come pensa di fare quando entreranno 2 miliardi in meno nelle casse dell'Istituto di previdenza?"

Boom delle pensioni di anzianità e assegni 'da fame' soprattutto per le donne. E' il quadro disegnato dal Rapporto INPS per il 2010 presentato oggi a Roma alla presenza del Segretario Generale della CGIL, Susanna Camusso.
Nel 2010 oltre la metà dei pensionati non arriva a 500 euro al mese, soprattutto le donne. L'Istituto nazionale di Previdenza Sociale nel Rapporto annuale, presentato oggi (25 maggio) a Roma sottolinea come, oltre 8 milioni di pensioni erogate, pari al 50,8% del totale, non arriva a 500 euro al mese, quota che sale al 79% se si considera la soglia dei 1.000 euro lordi mensili, mentre solo l'11,1% presenta importi compresi tra i 1.000 e i 1.500 euro mensili e il 9,9% superiori ai 1.500 euro. Nello specifico l'INPS rileva il forte divario tra uomini e donne nell'importo degli assegni pensionistici: il 91% delle pensioni INPS erogate alle donne è infatti inferiore ai 1.000 euro, e per 6 assegni su 10 l'importo non raggiunge addirittura i 500 euro. Mentre solo il 36% delle pensioni erogate a uomini è sotto i 500 euro ed il 20,2% è superiore ai 1.500 euro, a fronte di appena il 2,6% degli assegni con un titolare donna.
Sale vertiginosamente il numero delle pensioni di anzianità nel 2010, registrando un aumento del 73%. Il Rapporto annuale INPS evidenzia come nel 2010 sono stati liquidati 174.729 trattamenti a fronte dei 100.880 registrati nel 2009, anno in cui il numero di pensioni di anzianità era stato molto basso a causa del passaggio dei requisiti da 58 a 59 anni a fronte di 35 di contributi. Tuttavia nel 2011 si prevede un nuovo calo dovuto al nuovo 'scalino', da 59 a 60 anni e l'entrata in vigore della finestra mobile. In crescita dello 0,2%, rispetto al 2009, anche il numero delle pensioni vigenti a fine 2010 che è pari a 16.042.360 ai quali si aggiungono oltre 2,7 milioni di prestazioni erogate agli invalidi civili. Il 78% delle pensioni erogate dall'Istituto è di natura previdenziale, il restante 22% è di tipo assistenziale.
A chiedere chiarimenti, ponendo due domande al Governo sulle pensioni, è Susanna Camusso, Segretario Generale della CGIL, a margine della presentazione del Rapporto INPS. Per prima cosa Camusso ha chiesto: “dove sono finite le famose risorse per le politiche della conciliazione, effetto dell'aumento dell'età pensionabile delle donne del pubblico impiego? Non abbiamo visto – ha proseguito - nè le risorse nè le politiche”. Inoltre, rivolgendosi sempre al Governo che “plaude al buon funzionamento dell'INPS”, domanda “come pensa di fare quando, con lo sciagurato contratto separato del commercio, entreranno 2 miliardi in meno nelle casse dell'Istituto di previdenza?”.
Tuttavia i dati riportati dall'INPS hanno subito l'influenza della crisi economica. L'Istituto di Previdenza ha registrato 281.858 milioni di entrate e 280.461 milioni di uscite con un avanzo finanziario di 1.397 milioni, in calo del 73% rispetto al 2009. L'INPS rileva inoltre l'aumento delle prestazioni temporanee (+4,8%) tra le quali quelle di sostegno al reddito: Cassa integrazione; indennità di disoccupazione e mobilità, per le quali l'istituto ha speso nel 2010, 19,7 miliardi, comprensivi dei contributi figurativi connessi a tali prestazioni. In particolare le ore autorizzate nell'anno per le prestazioni di Cassa integrazione nel complesso (ordinaria, straordinaria e straordinaria in deroga) sono state 1,2 miliardi (+31,7% sul 2009). Il livello di utilizzo reale dello strumento espresso dal cosiddetto “tiraggio” (rapporto tra il totale delle ore utilizzate ed il totale delle ore autorizzate), è stato nel 2010 del 49,1% (pari a 590,8 mln di ore) a fronte del 65,4% dell'anno precedente. Per le prestazioni ordinarie sono stati erogati 1.175 milioni di euro, per quelle straordinarie al netto della deroga 1.363 milioni di euro e per i trattamenti in deroga 628 milioni di euro, per un totale di oltre tre miliardi. La spesa sostenuta per le prestazioni di indennità di mobilità ammonta a 1.273 milioni di euro mentre per i diversi trattamenti di disoccupazione sono stati erogati 6.700 milioni di euro.
Il lavoro nero ed irregolare in Italia. Nel 2010 l'INPS ha fatto nelle aziende oltre 88 mila ispezioni che hanno portato alla scoperta di 67.955 posizioni aziendali irregolari con 12.550 lavoratori irregolari e 65.086 totalmente in nero. Da tale attività di controllo, si legge nel Rapporto sono stati recuperati 1.122 milioni di euro per contribuiti e premi evasi, 6,4 miliardi pari all'11% in più rispetto al 2009.

fonte:http://www.cgil.it

Il manifesto politico di “Democracia Real YA!”

  • Eliminazione dei privilegi della classe politica:Stretto controllo sull’assenteismo. Istituzioni di sanzioni specifiche per chi non onori le proprie funzioni pubbliche.Eliminazione dei privilegi nel pagamento delle tasse, nel conteggio dei contributi lavorativi e nel calcolo degli anni per ottenere la pensione. Equiparazione dello stipendio degli eletti al salario medio spagnolo con la sola aggiunta dei rimborsi indispensabili all’esercizio delle funzioni pubbliche.Eliminazione dell’immunità associata all’incarico. I delitti di corruzione non prescrivono.Pubblicazione obbligatoria del patrimonio di chiunque ricopra incarichi pubblici.Riduzione degli incarichi “a chiamata diretta”.

  • Contro la disoccupazione:Ridistribuzione del lavoro stimolando la riduzione della giornata lavorativa e la contrattazione fino ad abbattere la disoccupazione strutturale (sarebbe a dire raggiungere un tasso di disoccupazione inferiore al 5%)In pensione ai 65 anni e nessun aumento dell’età pensionabile fino all’eliminazione della disoccupazione giovanile.Vantaggi per le imprese con meno del 10% di contratti a tempo.Sicurezza nel lavoro: divieto del licenziamento collettivi o per cause oggettive nelle grandi imprese che non siano in deficit, controlli fiscali alle grandi imprese per evitare il lavoro a tempo determinato quando invece potrebbero assumere a tempo indeterminato.Reintroduzione dell’aiuto di 426 euro a persona/mese per i disoccupati storici.

  • Diritto alla casa:Esproprio statale delle case costruite in forma massiva e che non siano state vendute: diventeranno case popolari.Aiuti per l’affitto ai giovani e a chiunque si incontri in condizioni di bassa disponibilità economica.Si permetta, in caso di impossibilità nel pagare l’ipoteca, la sola riconsegna della casa.

  • Servizi pubblici di qualità:Eliminazione delle spese inutili delle amministrazioni pubbliche e creazione di un organo indipendente di controllo dei bilanci e delle spese.Assunzione di tutto il personale sanitario in attesa di assunzione.Assunzione del personale in attesa nel settore dell’educazione per garantire una giusta proporzione alunni/insegnanti, un adeguato numero di professori di supplenza e i professori di appoggio (ndr ai diversamente abili).Riduzione delle tasse universitarie ed equiparazione dei prezzi dei master a quelli della normale carriera universitaria.Finanziamento pubblico alla ricerca per garantirne l’indipendenzaTrasporto pubblico poco costoso, di qualità ed eco-sostenibile: reintroduzione dei treni che ora vengono eliminati per far spazio all’alta velocità ed quindi dei relativi prezzi originari. Riduzione dei prezzi degli abbonamenti al trasporto pubblico, riduzione del traffico su gomma all’interno dei centri urbani, costruzione di piste ciclabili.Servizi sociali locali: applicazione definitiva della Ley de Dependencia (assistenza alle persone dipendenti, per malattia o vecchiaia), istituzioni delle reti di assistenza locali e municipali e dei servizi locali di mediazione e tutela.

  • Controllo delle banche:Divieto di qualsiasi tipo di salvataggio o iniezione di capitale pubblico. Le banche in difficoltà dovranno fallire o essere nazionalizzate per tramutarsi in banche pubbliche sotto controllo sociale.Aumento della tassazione alle banche in forma proporzionale alla spesa sociale provocata a conseguenza della cattiva gestione finanziaria.Restituzione alle finanze pubbliche dei prestiti statali concessi nel tempo.Le banche spagnole non possono investire nei paradisi fiscali.Sanzioni nei casi di cattiva prassi bancaria e di speculazione.

  • Fisco:Aumento delle detrazioni d’imposta sui grandi capitali e le entità bancarie.Eliminazione del Sicav (società d’investimento a capitale variabile)Reintroduzione della tassa sul patrimonio.Controllo reale ed effettivo sulle frodi fiscali e sulla fuga di patrimoni verso i paradisi fiscali.Proporre la “Tobin Tax” a livello internazionale.

  • Libertà civili e democrazia partecipativa:No al controllo di Internet. Abolizione della legge Sinde (che disciplina diversi aspetti del diritto d’autore in Rete e del peer to peer)Protezione della libertà d’informazione e del giornalismo d’investigazione.Istituzione di referendum obbligatori e vincolanti per questioni di grande importanza e che modificano le condizioni generali di vita dei cittadini.Istituzione di referendum obbligatori prima dell’introduzione e l’applicazione delle norme europee.Modifica della legge elettorale per garantire un sistema veramente rappresentativo e proporzionale e che non discrimini nessunn partito politico nè volontà popolare, una nuova legge elettorale che veda rappresentati anche i voti in bianco o quelli nulli.Indipendenza del Potere Giudiziario: riforma del Ministero della Giustizia per garantirne l’indipendenza, il Potere Esecutivo non potrà nominare membri del Tribunale Costituzionale o del Consiglio Generale del Potere Giuridico (il CSM italiano).Presenza di meccanismi effettivi che garantiscano democrazia interna ai partiti politici.Riduzione delle spese militari.

Same (Treviglio) - Solidarietà a chi lotta

Piena solidarietà ai compagni di Fincantieri in lotta contro il piano di chiusura degli stabilimenti di Sestri e Castellammare.
Le cariche della polizia di oggi a Genova contro gli operai sono il segno di un degrado intollerabile della democrazia, in un paese dove chi lotta per difendere il proprio posto di lavoro viene trattato come fosse un delinquente.
Resistete compagni, siamo con voi!

Simone Grisa e i delegati della RSU Fiom Same

fonte:http://www.rete28aprile.it

Lettera su Area "La Cgil che vogliamo" dei compagni di La Spezia

Al Coordinatore Nazionale di “La CGIL che vogliamo”
compagno Gianni Rinaldini
e, p. c., al compagno Maurizio Landini
al compagno Giorgio Cremaschi

Come compagni spezzini di “La CGIL che vogliamo”, sentiamo il bisogno di comunicare cosa pensiamo sugli ultimi eventi sindacali e sul prossimo futuro.
Innanzi tutto, in relazione al referendum tenutosi alla Ex Bertone, intendiamo comunicare la nostra incondizionata solidarietà ai lavoratori, sottoposti al più brutale ed incivile ricatto di Marchionne. Intendiamo anche chiarire che la nostra solidarietà ci sarebbe stata comunque, indipendentemente dalla scelta dei singoli sul tipo di voto da esprimere a quel tipo di referendum padronale con cui CISL e UIL, ormai, si identificano.
In ogni caso, riteniamo che l’indicazione di voto per il SI da parte dei compagni FIOM della RSU, avvenuta con il consenso della struttura, sia stato un errore. Tale errore è proporzionale al ruolo che viene ricoperto nella struttura stessa. In sintesi, riteniamo che l’errore non stia tanto tra i lavoratori che, sotto ricatto, hanno votato SI, quanto, e ad un livello molto maggiore, nella struttura che ha accettato e sostenuto tale scelta. Non si tratta certo di una “mossa del cavallo” (come, invece, ha detto qualche sconsiderato), che avvantaggia la FIOM ed i lavoratori, ma è, senza dubbio, un arretramento rispetto alle coraggiose e giuste posizioni sostenute a Pomigliano ed a Mirafiori. Ed è certo che ora, nel contesto che sta prendendo forma, risulterà sempre più difficile indicare, “a bocce ferme”, altri comportamenti analoghi: non sarebbe più coraggio, ma eroismo!
Come uscire da una situazione del genere? Riteniamo che quanto è avvenuto è la logica conseguenza di una tenuta, che, come tale, si è affidata, quasi totalmente, all’aspetto giudiziario, peraltro utile, ma che non può certo essere esclusivo. La realtà è che anche dai nostri orizzonti sta sparendo la possibilità di non scegliere solo la difesa, ma anche l’attacco! Come si può pensare di reggere uno scontro così forte, senza allargarlo, e con una CGIL che, in maggioranza, approva la proposta di un nuovo “Patto per la crescita” proprio verso CISL, UIL e Confindustria (affaccendate, invece, a cercare il modo migliore per ELIMINARE LA CGIL), dilapidando un patrimonio importantissimo, come il riuscito sciopero generale del 6?
Riteniamo che un errore come questo non vada certamente ripetuto, ma, per non ripeterlo, occorre “passare all’attacco”! Sappiamo che Marchionne non si fermerà, e che intende colpire, ad uno ad uno, tutti gli stabilimenti FIAT. Ebbene, VA PRECEDUTO! Sappiamo di non proporre una cosa semplice, ma sappiamo anche che è l’unico modo per vincere. Si tratta, a nostro parere, di avviare una mobilitazione continua, prolungata in diverse forme, in tutti gli stabilimenti FIAT, fino ad allargarla a tutta la categoria, ed anche a tutti i territori, adatta a colpire quando e dove più fa male. Il contesto in cui Marchionne ed i suoi complici pseudo-sindacali compiono un ricatto, che tende a diventare normalità, non può più essere dato da situazioni tranquille o quasi, ma devono trovarsi davanti dei lavoratori in lotta... ...ed il non votare SI verrà da sé!

ALBINO Antonina – Dir. Prov. SLC PISANO Francesco – Iscritto SPI
BRIZZOLARI Beppino – Iscritto SPI PRATESI Sandro – Dir. Prov. SLC
CONTI Piero – Dir. CdL di La Spezia RAFFONE Carlo – Dir. Reg. Liguria
MANO Adelina – Dir. Prov. FILCAMS SACCO Pierluigi – Dir. Prov. SPI
PIETRA Antonella – Iscritta FP TORRI Fausto – Dir. CdL di La Spezia

fonte:http://www.rete28aprile.it

La Confindustria a destra del Governo

Non stupisce per niente che ancora una volta la Confindustria scelga le posizioni più regressive. Oggi si scaglia contro il referendum e rivendica la privatizzazione dell’acqua. Ancora una volta l’associazione delle imprese italiane sceglie i facili guadagni dei diritti dei lavoratori e dei cittadini, piuttosto che la dura fatica della competizione sui prodotti e sull'innovazione.C’è un’assoluta continuità tra la scelta della Confindustria di cancellare, sotto la spinta della Fiat, il contratto nazionale e quella di rivendicare, contro l’opinione pubblica democratica e lo stesso buon senso, la privatizzazione dell’acqua oggi, il nucleare domani.La verità è che uno dei problemi di questo paese sono le posizioni retrive della Confindustria che, quando critica il governo, lo fa da destra, e che non ha da proporre al paese nient’altro che la continua regressione sociale e culturale.

Giorgio Cremaschi

Buttare via il lavoro

Arriva il manager a Sestri Ponente, nel mondo di Fincantieri e accerta che la produzione di navi, specialità della vasta impresa nazionale italiana, ha avuto una forte caduta della domanda nel mondo. Un mondo ancora in piena crisi finanziaria ordina meno navi. Il manager, debitamente dotato di master, esperienza, cultura del fare e adeguata remunerazione per talento e saggezza, vede subito il percorso giusto: tagliare tutto. 
Due cantieri, quelli più importanti, li chiudiamo, uno lo dimezziamo, licenziamo il personale più esperto del mondo e, più o meno, lasciamo perdere con questa storia delle navi. Non vedete che il prodotto, con tutta la fama delle navi italiane, non tira? 
La crisi è crisi e il manager sa come si risponde in tempi duri: chiudere e licenziare. Se fosse un caso da Scuola di Business, la storia finisce qui, con una bocciatura. 
Nel caso Sestri Levante e Castellammare di Stabia ci sono due variabili: i sindacati e il governo. I sindacati si rivoltano perché non vedono il senso. E infatti non c’è senso comune in questa decisione di distruggere tutto come soluzione di una crisi. Il governo sta occupandosi giorno e notte di tre gravi problemi: spostare due ministeri a Milano; impedire che la capitale morale diventi Zingaropoli con annessa moschea; e bloccare il Parlamento per votare con la fiducia l’abolizione del referendum popolare sul Nucleare. Abbiate pazienza, ma per ora il governo non può venire, benché Fincantieri non sia un’azienda privata e la responsabilità dei vari ministri tipo Porta a Porta è immediata e diretta. 
Insomma, stanno compiendo un delitto impunito e pubblico e questo fatto, credo, più ancora della perdita del posto, provoca la rivolta di lavoratori e sindacati. Il manager agisce fuori da ogni logica, si comporta come se le navi fossero un prodotto scaduto. Pensate, stiamo parlando dell’unico mezzo di trasporto merci fino ai razzi intercontinentali. Il governo è cieco, suonato, assente. Per favore non dite ai lavoratori di abbassare i toni. Che il loro giusto clamore copra almeno le altre voci, che sono dementi. 

Furio Colombo

[Articolo su il Fatto quotidiano, 25 maggio 2011]

mercoledì 25 maggio 2011

Fincantieri, fuori Castellammare e Sestri

Due cantieri chiusi e 2.551 persone che diventano esuberi, su circa 8.500 dipendenti diretti. Fincantieri intende riorganizzarsi così. Il tanto atteso piano di restyling firmato dall’ad Giuseppe Bono conta di mettere i sigilli ai cancelli degli stabilimenti di Sestri Ponente e Castellamare di Stabia, mentre Riva Trigoso verrà fortemente «ridimensionato», con le attività (e i lavoratori) del sito genovese che passeranno a quello spezzino di Muggiano.
Ira operaia
La notizia, arrivata dall’incontro di ieri tra azienda e sindacati, ha scatenato l’ira degli operai. In cinquecento a Sestri Ponente si sono riversati in strada bloccando il traffico intorno allo stabilimento e dando fuoco ad alcuni cassonetti dell’immondizia. Furiosa anche il sindaco del capoluogo ligure, Marta Vincenzi, che ha puntato il dito contro l’azienda denunciando la «presa in giro alla città: il piano industriale è inaccettabile», dice il primo cittadino: «Sestri è uno dei più importanti cantieri italiani e fino alla scorsa settimana sembravano tutti d’accordo per tenerlo aperto».
Il governatore ligure Claudio Burlando ha già convocato un tavolo per domani e lo stesso si appresterebbe a fare il suo collega campano, Stefano Caldoro, in soccorso del sito di Castellammare. Ieri gli operai napoletani hanno protestato davanti alla sede di Confindustria a Roma, dove si è tenuto l’incontro azienda-sindacati; mentre in tutti gli stabilimenti del gruppo si prepara la mobilitazione. La chiusura dei due cantieri navali dovrebbe comportare circa 1.500 esuberi (780 a Sestri, 650 a Castellammare), mentre altri 1.150 lavoratori dovrebbero perdere il posto tra Palermo, Muggiano, Marghera, Ancona e Monfalcone. Un piano «lacrime e sangue» che i sindacati definiscono «inaccettabile», e che si apprestano a combattere con otto ore di sciopero da spendere tra oggi e il sei giugno, giorno in cui il tavolo tra azienda e sindacati dovrebbe aggiornarsi. Ma «su queste basi non ci sono le condizioni per un accordo», avverte il numero uno Fiom-Cgil, Maurizio Landini, che ricorda come «è da novembre che aspettiamo una convocazione sulla cantieristica» da parte del governo. Non ritenendo sufficiente il tavolo aperto al ministero dello Sviluppo economico, Fiom, Fim e Uilm, chiedono che il confronto adesso si sposti alla presidenza del Consiglio, «considerato anche il fatto che il governo, attraverso Fintecna, è il proprietario di Fincantieri», dice Alessandro Pagano, responsabile cantieristica navale delle tute blu Cgil. Così com’è «il piano è rinunciatario» per Giuseppe Farina, segretario Fim-Cisl, che chiede un cambio di impostazione. E sulla stessa linea si pone anche Mario Ghini, segretario Uilm.Dura anche la politica, con il Partito democratico che parla di «proposta irrealistica». Fincantieri si dice pronta a discutere, ma nello stesso tempo sembra ferma nell’intenzione di ridurre la sua capacità produttiva e la forza lavoro. Del resto l’ad Giuseppe Bono lo ripete da tempo: la crisi ha colpito duramente il mercato mondiale della cantieristica navale e il 2011 potrebbe trasformarsi nell’anno peggiore per il gruppo italiano. Così per il manager quello di ieri non è tanto «un piano prendere o lasciare», piuttosto «è la fotografia realistica di una situazione drammatica attuale e in prospettiva».
Come Fiat
Una fotografia che a guardarla bene avvicina l’industria del mare a quella dell’auto e Fincantieri alla Fiat: nel piano, infatti, oltre agli esuberi ci sono delle richieste che sembrano quelle fatte da Marchionne ai suoi operai: si va dalla flessibilità degli orari alla settimana lunga, passando per la mensa a fine turno, le pause, la commissione permanente sull’assenteismo e la «clausola di raffreddamento» sullo sciopero. Quest’ultimo punto prevede l’impossibilità di scioperare in occasione di eventi significativi, come per esempio il varo di una nave, e la fine dello sciopero senza un adeguato preavviso.

Giuseppe Vespo

fonte:http://www.unita.it

Fincantieri: a Genova esplode la rabbia operaia


Lunedì mattina, 23 maggio, ancora prima che l'amministratore delegato di Fincantieri, Bono, abbia finito di esporre a Roma i contenuti del piano industriale, in fabbrica si capisce che i progetti dell'azienda sono decisi: chiusura totale e definitiva del cantiere di Genova Sestri Ponente e di Castellammare di Stabia e forte ridimensionamento del cantiere di Riva Trigoso, nel levante ligure.
A Genova il piano significa il licenziamento dei 770 addetti di Fincantieri e conseguenze pesantissime sull'indotto con un numero stimato di settemila lavoratori che si ritroverebbero disoccupati dall'oggi al domani. Appena appresa la notizia i lavoratori escono dal cantiere proclamando uno sciopero spontaneo e bloccando un’importante arteria del traffico cittadino. È immediatamente avvertibile l'enorme rabbia di chi sa che perdere quel lavoro significa fame e miseria, anche perché negli anni, la deindustrializzazione del tessuto produttivo della città è andato avanti a ritmi forsennati.
Al presidio accorrono anche politici di tutti gli schieramenti, evidentemente più interessati a salvare la faccia davanti agli operai in rivolta che al destino di quei lavoratori. Perché tutti, dal sindaco Vincenzi al presidente della regione Burlando fino al capogruppo in regione della Lega nord Rixi, capiscono che di fronte alla determinazione operaia, lo schierarsi dalla parte dell'azienda significa perdere ogni possibilità di consenso in una città che vede la lotta di Fincantieri come una lotta per garantire un futuro a tutti i lavoratori genovesi. Poco importa se la Lega è al governo ed è quindi direttamente responsabile (a partire dalla nomina stessa di Bono) della situazione disastrosa in cui versa il settore della cantieristica in Italia. E altrettanto poco importa se la giunta di centro sinistra in regione ha molto più a cuore la speculazione edilizia sulle coste liguri del mantenimento di siti produttivi che possano garantire occupazione. La giornata di lunedì finisce in un crescendo, sia dal punto di vista della partecipazione al presidio sia da quello del livello di radicalità che gli operai esprimono, e con la promessa di ritrovarsi il mattino seguente per raggiungere in corteo la prefettura.
Alle 8.30 di martedì davanti ai cancelli ci sono già centinaia di lavoratori. Gli slogan, ma anche le facce di quelle persone, indicano che si è disposti a tutto pur di difendere il cantiere dalla chiusura. Lungo i quasi dieci chilometri del corteo accade il fatto probabilmente più importante di questa giornata. Ogni volta che la manifestazione passa davanti ad un'azienda trova lavoratori e Rsu di quelle realtà che escono dagli stabilimenti e si uniscono al corteo. Succede con i lavoratori della Piaggio Aero, con quelli della Selex e della Elsag (due aziende di Finmeccanica per le quali è prevista la fusione con conseguenti 600 esuberi), succede soprattutto con quelli di Ansaldo e Ilva.
A metà percorso il corteo non è più solo degli operai Fincantieri ma una manifestazione di massa dei lavoratori industriali di questa città e tutti capiscono che sulla partita cantieri navali si gioca il futuro di tutti i lavoratori di Genova. Si arriverà, un'ora e mezza dopo, davanti alla prefettura con, se possibile, ancora maggiore determinazione di quando si era partiti. Davanti al palazzo del governo succede quello che spesso siamo abituati a vedere. Si chiede lavoro, un salario e una vita dignitosa e in cambio si ottengono manganellate. Cariche selvagge della polizia a cui i lavoratori hanno opposto un legittima autodifesa. A Genova inizia ad essere un'abitudine, considerate le cariche della polizia contro gli studenti durante lo sciopero generale del 6 maggio, e chissà che non sia il preludio delle intenzioni di questo governo per il decennale del G8 del 2001. Ma nonostante tutto i lavoratori non se ne vanno.
Qualche ora dopo, arrivata la notizia che il governo ha fissato un incontro il 3 giugno con azienda e sindacati, il presidio si scioglie. Un lasso di tempo lungo che probabilmente il governo spera basti a stemperare gli animi. Ma se questa è la speranza è destinata ad essere delusa, perché è evidente che gli operai visti in piazza oggi non sono disponibili ad accettare passivamente quello che l’azienda vuole imporre, chiusura o “marchionizzazione” dei cantieri che sia.
I prossimi dieci giorni anzi dovranno servire per organizzare ancora meglio la mobilitazione e per poter discutere quelle che sono le alternative al piano di Bono e come poterle realizzare. Sarà anche su questo punto che si misurerà la capacità del gruppo dirigente della FIOM. Perché è evidente che se non si mette in discussione l’intero impianto del governo sulla cantieristica la forza propulsiva di questa mobilitazione può subire un rallentamento.
È necessario che si inizi da subito a discutere di cosa fare e come farlo se il 3 giugno il governo confermerà la chiusura dello stabilimento genovese, discutendo coi lavoratori la possibile alternativa. In questa discussione non si potrà tenere fuori la questione della lotta contro la privatizzazione di Tirrenia la quale anzi va rilanciata per garantire collegamenti con le isole a prezzi ragionevoli (è di pochi giorni fa lo scoppio dello scandalo del sostanziale raddoppio delle tariffe per e dalla Sardegna) e continuità occupazionale ai lavoratori dei traghetti. Una Tirrenia pubblica che può fornire commesse a una Fincantieri finalmente liberata dai manager che lavorano alla sua liquidazione.
E dato che questi manager hanno dimostrato la loro totale incapacità nel gestire quello che fino a poco tempo fa era un fiore all’occhiello dell’industria di questo paese, allora forse non è così fuori luogo iniziare a pensare che i cantieri debbano essere gestiti da chi li conosce meglio di chiunque altro, quegli operai che oggi hanno dimostrato un coraggio e una determinazione che sarà di esempio per tutti i lavoratori che scenderanno in lotta nei prossimi mesi.

Benni Abarbanel    

Fincantieri, esplode la rabbia dei lavoratori Incontro il 3 giugno



Il Comune di Castellammare di Stabia rivoltato come un calzino, la statale Sorrentina bloccata in due diverse riprese, Genova, attraversata dalla protesta delle tute blu contro la prefettura, ad un passo dallo sciopero generale chiesto addirittura dallo stesso sindaco, Marta Vincenzi; e infine il casello autostradale di Sestri Levante bloccato dalla protesta dei lavoratori. E senza contare Ancona che, pur non immeditamente coinvolta, ha espresso tangibilmente la propria solidarietà. Solidarietà nel capoluogo ligure, anche dai lavoratori di Ansaldo Energia, Piaggio Aero Industries, Ilva e Selex Communications.
E' questo il "No" al piano di ristrutturazione "lacrime e sangue" della Fincantieri. Il bilancio non si chiude qui, però. Per il momento il iminstro Paolo Romani ha trovato l'escamotage di un incontro fissato il 3 giugno, ma non servirà certo a ridurre la tensione. I lavoratori hanno già fatto sapere però che a quel tavolo lui non lo vogliono vedere nemmeno dipinto. A quel tavolo ci vogliono i big, ovvero Giulio Tremonti o Gianni Letta. Le questioni da discutere sono della massima importanza. Stavolta il Governo non se la può cavare con una pacca sulla spalla come con Fiat. Intanto, a mobilitarsi sulla partita della cantieristica è la Commissione europea. Il vicepresidente dell'esecutivo comunitario, Antonio Tajani, ha assicurato che sarà fatto tutto il necessario per mette in campo gli strumenti di cui l'Europa dispone, in primo luogo il "Fondo europeo di aggiustamento per la globalizzazione". Da questo Fondo potrebbero venire aiuti per alcune decine di milioni di euro per fronteggiare l'emergenza occupazione.
La chiusura di due cantieri, più il ridimensionamento di un terzo stabilimento, che in totale fa circa 2.551 esuberi, pesano. Il piano prevede la chiusura dei cantieri di Castellammare di Stabia (Napoli) e Sestri Ponente (Genova), e il ridimensionamento di Riva Trigoso (Genova). Per quest'ultimo è previsto il mantenimento della parte meccanica e il trasferimento (insieme ad una parte dei dipendenti) della costruzione navale militare a Muggiano (La Spezia). La chiusura dei due stabilimenti (non viene considerato esubero lo spostamento di lavoratori da Riva Trigoso a Muggiano), riguarderà 1.400 lavoratori. Mentre gli altri 1.150 esuberi interesseranno gli altri siti del gruppo. Complessivamente 2.551 esuberi, pari al 30% della forza lavoro attualmente impiegata nel Gruppo (8.500 persone in 8 cantieri). Di questi però, precisa l'azienda, alcuni accetteranno la mobilità interna, altri gli incentivi all'esodo, altri la cig. Dal conteggio sono ovviamente esclusi gli addetti dell'indotto.
Questi numeri, ha spiegato Bono ai sindacati, servono a far fronte ad una situazione drammatica: a livello mondiale la domanda armatoriale, dal 2007 al 2010, ha subito un crollo del 55%; in Europa in trent'anni la quota di mercato complessiva della domanda armatoriale è crollata dal 30% al 4% e in 2 anni (2008-2010) si sono persi 50 mila posti di lavoro (circa il 30% della forza lavoro). Quello che non dice Bono è che quello di Fincantieri più che un "pianoù" è una "pezza" in pura chiave difensiva. Da questo punto di vista la situazione sembra del tutto simile a quella della Fiat: totale incapacità dell'azienda a far fronte alla competitività in termini di innovazione. Da qui l'utilizzo dello strumento più immediato, il costo del lavoro. Maurizio Landini, segretario generale della Fiom l'ha definito un piano «inaccettabile», evidenziando la «pericolosa assenza del governo». Anche il segretario nazionale della Uilm, Mario Ghini, chiede di riprendere il tavolo al ministero dello Sviluppo e definisce non accettabile un piano in cui la soluzione del rilancio di Fincantieri passi attraverso la riduzione dei siti e la riduzione occupazionale. Boccia il piano anche la Fim («rinunciatario») che chiede un «cambio di impostazione». Raffaele Bonanni, invece, ha subito colto l'occasione per riproporre il "modello Fiat", ovvero trattativa a partire dal "ricatto occupazionale". Di tutt'altro segno ilgiudizio della Fim-Cisl di Genova. «Quello che ci hanno presentato - ha detto il segretario generale Claudio Nicolini - non è un piano industriale ma una vera e propria dichiarazione di guerra, da demolire da cima a fondo».
Sale intanto la preoccupazione non solo tra i lavoratori dei siti a rischio, ma anche tra gli amministratori locali. Alcuni di loro, in un primo tempo, avevano interpretato il piano Fincantieri come positivo: il Governatore della Liguria Claudio Burlando lo ha definito «inaccettabile» convocando subito un vertice per decidere le iniziative da prendere; il Governatore campano Stefano Caldoro ha chiesto un tavolo con il Governo e punta ad un'intesa che possa salvare Castellammare.
«Esprimo il nostro pieno appoggio alla lotta dei lavoratori Fincantieri - ha detto il segretario del Prc Paolo Ferrero -. Il piano della Fincantieri è inaccettabile per la chiusura di due cantieri e i pesanti e negativi effetti occupazionali che produce». «Il governo invece di mandare la polizia a pestare gli operai - ha proseguito - dovrebbe intervenire su Fincantieri per bloccare il piano obbligando l'azienda a presentarne un altro». «Per parte nostra - ha concluso - stiamo dando e daremo una mano agli operai in tutti i modi per impedire la chiusura dei cantieri ed imporre il ritiro del piano».

Fabrizio Salvatori

[Articolo su Liberazione del 25/05/2011]

Democracia real ya: dove va e cosa vuole il movimento in Spagna


Il 15 maggio è esploso un movimento di massa in Spagna, chiamato Democracia real ya. A decine di migliaia hanno occupato le piazze delle principali città, riflettendo la profonda insoddisfazione per la situazione economica e sociale del paese, che costringe il 40% dei giovani alla disoccupazione. Questa insoddisfazione si è riflessa anche nel voto amministrativo di domenica 22, che ha sancito una sonora sconfitta per il Psoe di Zapatero e l’affermazione della destra, ma allo stesso tempo una piccola ma significativa ripresa per Izquierda Unida, unico partito a sostenere il movimento, che vede crescere i suoi consensi di duecentomila voti e arrivare così al 6,3%.Su tv e giornali italiani in tanti hanno posto dei dubbi sulle caratteristiche di Democracia real ya, apostrofandolo “ne d’ destra né di sinistra”. Crediamo che questo articolo dei compagni di Lucha de clases, rivista marxista all’interno di Iu (di cui riportiamo ampi stralci), aiuti a far luce sulla questione.

Domenica 15 maggio in quasi 150.000 abbiamo manifestato in circa 40 città di tutta la Spagna, su convocazione del movimento Democracia Real Ya. Le manifestazioni più partecipate sono state quella di Madrid, con più di 25.000 persone, seguita da Barcellona, con circa 15.000. Subito dopo queste manifestazioni, seguendo l'esempio di Puerta del Sol a Madrid, in decine di città le piazze principali sono state occupate con vere e proprie tendopoli che sono andate progressivamente crescendo.

Il ruolo dei giovani
In molte manifestazioni c'era un ambiente che sembrava dire “Ora basta, era da tempo che mancava una simile mobilitazione!”. Tutti coloro che hanno partecipato ai cortei possono confermare che l’entusiasmo che si respirava era autentico.
Sebbene il nucleo centrale dei partecipanti alle manifestazioni del 15 maggio era composto di giovani, sopratutto universitari di poco più di venti anni, erano presenti anche molti giovani della generazione immediatamente precedente. C'erano in realtà partecipanti di tutte le età, anche molti attivisti più anziani che si sono sentiti letteralmente ringiovanire.
Dopo la manifestazione di Malaga un attivista sindacale scriveva su Facebook: “Ho più di 60 anni, il 15 maggio ero al corteo di Malaga e questo mi ha dato una grande soddisfazione. È dagli anni '70 che non avevo la sensazione di partecipare a qualcosa di importante, e il 15 maggio lo è stato.”
Tradizionalmente, i giovani anticipano i movimenti che stanno germogliando nell'insieme della  società ed in particolare della classe lavoratrice. Nella stessa storia spagnola questo è successo con le mobilitazioni universitarie del 1930, all'inizio del movimento che precedette la proclamazione della Repubblica nel 1931; o, più recentemente, nelle mobilitazioni del 1986-1987.

Un movimento con dei precedenti
La campagna Democracia Real Ya cominciò a svilupparsi alcuni mesi fa in seno alle reti sociali. Anche se al suo interno hanno collaborato dall'inizio diversi attivisti storici di sinistra, prima del 15 maggio il contributo principale alla sua nascita e al suo sviluppo si deve soprattutto ai giovani, che hanno fatto ingresso alla partecipazione politica al fuoco degli eventi che si sono susseguiti nell'ultimo periodo: organizzazioni studentesche che hanno lottato contro il "Piano di Bologna” che privatizzava l'università, lo sciopero generale del 29 settembre, la legge Sinde contro la libertà di espressione e di download.
Il precedente più significativo, prima del 15 maggio, si collega alla giornata di protesta convocata in alcune città il 7 aprile per la campagna Gioventù senza futuro (campagna della sinistra creata a Madrid come spazio di coordinamento di associazioni critiche e di base delle università pubbliche della città, con una forte presenza di militanti di Izquierda Unida ed altri gruppi di sinistra). La sera del 7 aprile ci sono stati cortei in più di una quindicina di città, in particolare a Madrid con più di 5000 partecipanti.
Precedentemente c'erano state diverse manifestazioni universitarie a Madrid ed Oviedo e la lotta degli insegnanti medi il 30 marzo, convocata dal Sindicato de Estudiantes, anche se quest'ultima non è stata molto significativa.Scrivevamo in un articolo su queste lotte nel numero due della rivista Lucha de clases:
Oggi, 7 aprile, migliaia di studenti hanno detto basta. Il 14 e 15 maggio ci saranno altre manifestazioni. Iu deve mettersi a disposizione di queste lotte con tutte le proprie risorse. Siamo certi che è solo l'inizio, e noi dobbiamo essere una parte importante e riconoscibile di questi movimenti, organici e determinati a cambiare questo sistema. È fondamentale partecipare a tutte le assemblee che si vanno organizzando, mettendo i nostri interessi particolari a disposizione dell'interesse generale del movimento, sia come lavoratori che come studenti, ed aiutare a organizzare il conflitto”.
All’inizio il movimento è stato molto più forte a Madrid rispetto a Barcellona. Uno degli elementi che ha causato questa disparità è stato che sabato 14 maggio una gigantesca manifestazione convocata dai sindacati UGT, CC.OO e CGT ha riempito le strade di Barcellona, dove i dipendenti pubblici sono in lotta da settimane, e parte dello scontento si sta canalizzando attraverso la lotta del movimento del settore pubblico.
Non è questo il contesto per approfondire la questione, ma, prima di Barcellona c’erano stati  cortei a  gennaio e febbraio a Murcia con decine di migliaia di dipendenti pubblici. Queste lotte anticipano le mobilitazioni dei dipendenti pubblici che avverranno probabilmente nei prossimi mesi in tutte le comunità autonome, di fronte ai prossimi tagli che il governo del Psoe dovrà fare dopo le elezioni del 22 maggio.
Per ultimo, non bisogna dimenticare l'impatto che ha avuto la rivoluzione araba, che ha colpito le coscienze di tutto il pianeta. Dove si era diffuso lo scoraggiamento, alcuni hanno ritrovato speranza nella mobilitazione dei giovani e dei lavoratori arabi. Questa ha colpito l'immaginazione, sopratutto dei giovani.
In ultima analisi, la firma della controriforma delle pensioni da parte dei dirigenti sindacali dell'UGT e CC.OO è stata una doccia fredda per gran parte degli attivisti di sinistra, dopo le aspettative iniziali che avevano reso possibile lo sciopero generale del 29 settembre. Il 7 aprile si è aperta la breccia di una reazione giovanile che era in erba. A ciò è seguito il 15 maggio, che ha rappresentato un punto di riferimento dove esprimersi. Per mezzo di queste mobilitazioni, nonostante la mancanza di grandi mezzi materiali a disposizione, si è espressa la grandissima frustrazione accumulata in questi due anni di dura recessione accompagnata da ogni tipo di dramma familiare, visto che i disoccupati sono quasi 5 milioni.

Opposizione al capitalismo

Alcuni mezzi di comunicazione, insieme ai sociologi difensori dell'ordine costituito, dopo aver disprezzato questo movimento, cercano di banalizzare una cosa tanto seria come la discesa in piazza di decine di migliaia di persone, nascondendo parte della realtà. Prendono a pretesto alcune parti del preambolo del Manifesto iniziale di Democracia real ya, che alludevano al carattere asindacale e apartitico dei primi partecipanti e che potevano superficialmente lasciare qualche dubbio sulle intenzioni degli estensori del programma.Alcuni articoli borghesi affermano che questo non è un movimento di sinistra. Ma andiamo ad approfondire la questione.Per cominciare, la verità è che gran parte degli attivisti  che in molte città  in prima istanza hanno reso possibile questa mobilitazione sono organizzati in formazioni di sinistra, anche se non sono stati loro a scrivere il programma iniziale. Hanno convocato la manifestazione del 15 maggio perché “era ciò che era stato convenuto”. Nel programma televisivo Los desayunos di TVE,  Cayo Lara (coordinatore nazionale di Iu) affermava un fatto evidente:“I nostri figli, i nostri amici fanno parte di Democracia real ya...noi ne facciamo parte....”.Personalmente ho partecipato alla manifestazione di domenica a Siviglia, che probabilmente contava 6 o 7mila partecipanti. Ero presente da quando duecento persone si sono riunite in Piazza di Spagna. Ho potuto vedere con i miei occhi come militanti di tre differenti gruppi di sinistra srotolavano i cartelloni o distribuivano i loro volantini prima che la manifestazione iniziasse, senza creare nessun tipo di ostilità. Probabilmente perché gli stessi partecipanti li riconoscevano come tra i promotori della manifestazione.La parte più combattiva della manifestazione, che gridava la maggior parte degli slogan, era quella formatasi dietro un ragazzo con un megafono del SAT (il Sindacato andaluso dei lavoratori), dove logicamente non era difficile capire che ci fossero militanti del SAT.Anche a Malaga, organizzazioni studentesche che si definiscono progressiste e altri attivisti, molti dei quali aderenti a IU, hanno giocato un ruolo decisivo nella convocazione delle mobilitazioni.Il movimento stesso si è espresso nei cortei, ha parlato, ha lanciato parole d'ordine. Nuovi partecipanti si sono aggiunti agli  estensori dei primi manifesti ed agli attivisti che hanno promosso le manifestazioni. Le idee che questo movimento sta apportando, che sta balbettando, sono così distanti nell'essenza da molte delle idee che difendiamo come attivisti tradizionali di sinistra, compresi quelli della sinistra anticapitalista?Vediamo gli slogan. I cori più ripetuti in quasi tutte le città facevano riferimento ai banchieri, alla situazione dei giovani precari, al problema della casa, erano contro il bipartitismo. Molte parole d'ordine o cartelli dei manifestanti avevano a che fare con i problemi concreti che li riguardano e che finalmente incontravano un canale per esprimersi.Altri cori, gridati in massa, erano più conosciuti: “El pueblo unido jamas serà vencido”, la rivoluzione è cominciata”, “non è la crisi, è il sistema”, “questa merda non è democrazia”, “lottare, creare, potere popolare”, “la chiamano democrazia e non lo è”, “no, no, non abbiam paura”, insieme ad altri, rivelano un grado importante di politicizzazione e di opposizione al sistema. Si sono urlate cose di questo tipo in molte città, soprattutto quando, come a Puerta del Sol, al calar della sera si sono andate riunendo 15 o 20.000 persone, con attivisti di sinistra e sindacali che si aggiungevano ai giovani. Così si è espresso il movimento.

La piattaforma rivendicativa
Anche il manifesto fatto di circolare da Democracia Real ya di Madrid riflette questa carica antisistema. Ne riportiamo alcuni passaggi

…Democracia Real denuncia il discredito delle istituzioni che dicono di rappresentarci,ma che in realtà si sono tramutate in meri agenti al servizio delle forze del potere finanziario internazionale
“(…)Democracia Real vuole denunciare con nomi e cognomi l’infamia che viviamo: Fondo Monetario Internazionale, Banca Centrale europea, nato,Unione Europea. Agenzie di rating come Moody’s s Standard and Poor’s; il Partido Popular e il Psoe. Ce ne sono molti altri e il nostro dovere è denunciarli con nome e cognome. È importante costruire un discorso politico capace di ricostruire un tessuto sociale, sistematicamente ferito da anni di menzogne e corruzione. Noi cittadini abbiamo perso il rispetto per i principali partiti politici, ma ciò non equivale a perdere il nostro senso critico. Soprattutto, non temiamo la Politica. Prendere la parola è Politica (…) Non facciamo appello alla astensione, pensiamo sia necessario che il nostro voto abbia un’influenza sulle nostre vite.
In pratica, si lotta contro la politica e le istituzioni ufficiali “convertite in meri agenti di organizzazione e gestione  al servizio delle forze del potere finanziario internazionale”. Marx ed Engels scrissero che “I governi negli stati moderni non sono altro che i comitati di affari della borghesia.”

Non sono idee semplici, sono idee che mettono in discussione il sistema capitalista, sebbene non propongano un’alternativa a quest’ultimo. Un fatto comprensibile dato che questa risoluzione è stata approvata sulla base  del  consenso, anche da parte di giovani che sono entrati da pochissimo in politica.
E sono accompagnate da diversi giorni da una lista di rivendicazioni concrete piuttosto dettagliate che puntano il dito contro la politica pro capitalista del governo del Psoe.
·    Eliminazione dei privilegi della classe politica (Equiparazione del salario dei rappresentanti eletti al salario medio di un lavoratore spagnolo)
·    Pensione a 65 anni
·    Divisione del lavoro attraverso la riduzione dell’orario fino alla fine della disoccupazione strutturale (vale a dire, fino a quando la disoccupazione scenda al di sotto del 5%) fino alla fine della disoccupazione giovanile
·    Diritto alla casa (per esempio con l’espropriazione da parte dello stato degli appartamenti costruiti e tuttora vuoti)
·    Servizi pubblici di qualità. Ad esempio:assunzione di personale sanitario fino all’esaurimento delle liste di attesa; assunzione di professori per garantire un numero massimo di alunni per classe
·    Controllo degli istituti bancari. Divieto di iniezione di capitali o di salvataggio per questi ultimi. Le istituti bancari in difficoltà devono fallire o essere nazionalizzati per costituire una banca pubblica sotto controllo sociale
·    Fisco: aumento dell’imposizione fiscale per i grandi capitali e gli istituti bancari; recupero delle tasse sul patrimonio
·    Libertà civili e democrazia partecipativa: No al controllo su Internet e abolizione della legge Sinde.
·    Riduzione delle spese militari

Tutte queste sono rivendicazioni che il movimento operaio può fare proprie. La lotta quotidiana per esse deve rappresentare una priorità per molti dei nostri dirigenti a cominciare da quelli di Ugt e Cc.Oo.
Questo movimento riflette lo stesso malessere e la stessa rabbia accumulata che siè espresso nelle mobilitazioni dei dipendenti pubblici a Murcia, nei cortei di Gioventù senza futuro, negli scioperi spontanei contro i tagli in catalogna e nel grande corteo sindacale del 14 maggio a Barcellona, con più di 200mila partecipanti, passato sotto silenzio sui mass media
Nonostante la confusione normale in un movimento di queste caratteristiche, la maggior parte delle rivendicazioni sono da sostenere e puntano il dito contro i ricchi, le banche e il “sistema”, riflettendo una profonda messa in discussione del sistema capitalista e della democrazia borghese nel loro insieme.
Ogni movimento di lotta ha un inizio, uno sviluppo e una fine. Il nerbo dei cortei del 15 maggio era formato da giovani (soprattutto universitari) e in seguito si sono aggiunti nuovi settori. Il tentativo del ministro degli Interni, Rubalcaba, di sgombrare la tendopoli nella mattinata del martedì è stato impedito da migliaia di persone che nel pomeriggio hanno riempito la Puerta del Sol.

Per il governo Psoe sarà molto difficile reprimere violentemente i manifestanti, dato che più repressione porterebbe in piazza ancora più gente. Probabilmente il governo aspetterà fino ai giorni successivi alle elezioni per sgombrare le piazze. Il movimento operaio e la sinistra devono vigilare per impedire la repressione contro le tendopoli

Sulle colonne del quotidiano El Mundo, il coordinatore di Iu Cayo Lara ha annunciato che, dopo le elezioni avrebbe proposto ai partecipanti del movimento Democracia Real ya che Izquierda unida è disposta a discutere  assieme delle loro rivendicazioni. Insieme a ciò i militanti di Iu che partecipano alle proteste dobbiamo offrire al movimento un orizzonte e soprattutto un programma e un alternativa politica di lotta più complessiva e organizzata.

La necessità dell’alleanza col movimento operaio organizzato


Scrivevamo nell’ultimo numero di Lucha de Clases:

Indipendentemente dall’eventualità o meno che ci siano manifestazioni nei prossimi giorni nelle diverse città,abbiamo una data su cui lavorare, quella del 14 e 15 maggio che è stata lanciata da settimane da vari collettivi per fornire una risposta che sia più di massa possibile. Come Giovani di Iu dobbiamo spiegare che i giovani non possono scendere in piazza da soli. Dobbiamo far sì che il movimento si allarghi, invitando i sindacati della classe operaia ad unirsi a noi, insieme alle associazioni e ai partiti di sinistra che vogliono lottare per una via d’uscita per i giovani lavoratori
Le elezioni passano come le lotte (che si vincano o si perdano). Quello che renderà possibile che si sviluppino successive mobilitazioni, assolutamente necessarie dati gli attacchi che siamo costantemente destinati a subire, dipenderà dal grado di  organizzazione del movimento operaio e giovanile. Per questo, per noi come militanti di Iu, mentre partecipiamo al movimento e dimostriamo di essere coloro che lo vogliono portare avanti col massimo vigore, dobbiamo spiegare ai giovani con maggior coscienza di classe che devono militare in organizzazioni come Iu che hanno un carattere permanente. Perché ogni lotta o campagna finirà, ma non le conseguenze di fondo che le hanno provocate, che affondano le proprie origini nel sistema capitalista.

Miguel Jimenez  
Izquierda Unida Malaga
       

martedì 24 maggio 2011

Snop. Convegno nazionale promosso dalla Snop (Società Nazionale degli Operatori della Prevenzione)

Alle strutture Fiom regionali
Alle strutture Fiom territoriali
Alla Segreteria e Apparato nazionale

Care compagne e cari compagni,
la Fiom ha partecipato con Maurizio Marcelli e Francesco Tuccino tra i relatori all’importante convegno nazionale promosso dalla Snop (Società Nazionale degli Operatori della Prevenzione).Il convegno si è svolto a Pisa il 20 u.s. per un confronto tra operatori della prevenzione, medici competenti, consulenti in sicurezza , dirigenti aziendali, rls e organizzazioni sindacali, sull’Accordo di Mirafiori e di Pomigliano e sulle possibili conseguenze dell'aumento della produttività e della riduzione della tutela dei lavoratori, per l'applicazione della metodologia Ergo-Uas che la Fiat sta estendendo progressivamente anche agli altri stabilimenti.Nel corso della discussione sono stati presentati i risultati degli approfondimenti tecnici fatti da esperti nel campo dell’ergonomia; approfondimenti che mostrerebbero una sottostima dal 30 al 50 % dei rischi ergonomici valutati con Ergo-Uas a confronto con gli standard approvati dalla comunità scientifica ed internazionale e riconosciute dalle norme legislative di riferimento, dopo approfondite ed estese rilevazioni cliniche e di campo che nel metodo Ergo-Uas sono invece assenti. Nel contempo negli accordi Fiat i fattori di maggiorazione (le pause nel ciclo di lavoro) sono eliminati o ridotti a causa della sottostima dei rischi e conseguentemente vengono aumentati sia la saturazione delle prestazioni di lavoro che la velocità dei ritmi. Diversi relatori hanno sottolineato nel dibattito che tutto ciò sicuramente determinerà un aumento della produttività ma, nel contempo, anche un incremento dello stress lavoro correlato e delle conseguenze sulla salute dei lavoratori ivi compreso un potenziale incremento degli indici infortunistici.I risultati del convegno e dei contributi tecnico scientifici emersi nell’analisi di Ergo-Uas sono una ulteriore conferma di quanto la Fiom ha affermato da diversi mesi e sta praticando nella sua azione sindacale: la checklist Ergo-Uas non ha requisiti necessari, per essere accettata come una corretta metodologia per la valutazione dei rischi e di conseguenza non possiede gli elementi che possano
permetterne l’applicazione in qualsiasi azienda come negli stabilimenti Fiat. Se si intendesse proseguire nella strada della applicazione di Ergo-Uas, per rendere credibile e accettabile questo metodo si dovrebbe comunque prevedere il percorso che la Fiom ha chiesto da tempo:
  • effettuare una fase di ricerca e sperimentazione scientificamente corretta;
  • rendere pubblici il manuale e i dati scientifici su cui si basa
  • sottoporre il metodo alle specifiche commissioni tecniche per ottenere i riconoscimenti da parte delle norme di riferimento;
  • presentare il metodo per una consultazione e valutazione agli Rls affinché siano in grado di fare le opportune preventive verifiche sulle valutazione dei rischi effettuate col metodo Ergo-Uas
Qualsiasi altra pseudo sperimentazione che non si modellasse sul percorso che la Fiom ha ipotizzato,
che il convegno della Snop ha positivamente confermato, dimostrerebbe tutta l’inadeguatezza e la
strumentalità nell’applicazione del metodo Ergo-Uas.
Fraterni saluti.

Il Responsabile Ufficio SAS
Maurizio Marcelli


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