Lunedì scade il termine degli emendamenti. Alfano e Calderoli fanno
girare le carte ma l'ultima speranza è il solito vertice dei due
settantenni ad Arcore. Intervista a Sergio Cofferati.
L'ex segretario Cgil: «Manovra classista: sceglie a chi far pagare la
crisi» Con il precipitare della crisi il Pd dovrà rifare i conti. I suoi
obiettivi sono più simili a quelli della Cgil che a quelli del governo

«La disoccupazione reale, calcolata aggiungendo ai dati Istat i numeri
di chi è in cassa integrazione senza un futuro lavorativo, supera il
13%. La disoccupazione giovanile è sopra il 30%. Infine, e questo è
forse il dato più preoccupante, un italiano su quattro vive al di sotto
della soglia di povertà. Ma di questo non si parla, tutto il dibattito
politico è concentrato sulla riduzione del debito». Sergio Cofferati
snocciola dati impressionanti, «in peggioramento perché nell'anno in
corso il Pil sarà inferiore a quello stimato», il che vuol dire che «non
ci sarà occupazione aggiuntiva». In un contesto come questo, una
manovra come quella del governo «che in altri tempi avremmo definito
classista, rischia di produrre effetti sociali devastanti». Perciò
l'europarlamentare del Pd condivide la scelta della Cgil, il sindacato
di cui è stato segretario generale, di chiamare allo sciopero generale,
«anche se la lotta sarà dura e bisognerà attrezzarsi a resistere nel
tempo». Cofferati non capisce le perplessità, se non addirittura
l'ostilità del suo partito rispetto alle ineludibili iniziative di
lotta. «Ma sarà la dura realtà, sarà il precipitare della crisi sulla
pelle dei più deboli a costringere il Partito democratico a rifare i
suoi conti. I fatti sono più pesanti delle chiacchiere e degli
equilibrismi».
Partiamo dalla manovra: classista e unicamente incentrata sulla riduzione del debito, dici. Qual è la filosofia che la anima?
Alla
base c'è la cecità di chi crede che la riduzione del debito, pur
importante, possa consentire l'uscita dalla crisi. Senza crescita dove
vai? E con quale coesione sociale? Per crescere bisogna investire, ma
nella manovra non ci sono investimenti. Io credo che gli eurobond e una
tassa sulle transazioni finanziarie siano passi indispensabili per
sostenere le popolazioni europee, arginare la speculazione e attivare
politiche keinesiane classiche di investimenti. Dando la priorità alle
infrastrutture - e non penso certo al ponte di Messina o ad altre opere
faraoniche - alla conoscenza - scuola, ricerca, formazione - e alla
qualità del lavoro.
Per fare tutto questo non credo che bastino gli eurobond e la Tobin tax.
È
ovvio. Serve una scelta opposta a quella che anima la manovra
governativa, ripeto, classista perché seleziona accuratamente i
soggetti, le fasce sociali, le classi a cui far pagare la crisi e quelle
da salvare dalla mannaia, a cui non si chiede alcun sacrificio. Sbaglia
l'opposizione a sorprendersi, queste sono da sempre la linea e la
pratica del governo Berlusconi. Per rimettere in moto il paese è
ineludibile una tassa sui patrimoni, non si esce dalla paralisi con
provvedimenti a carico in parte del ceto medio e in toto dei ceti più
deboli. Intervenendo sull'Irpef e con i tagli, il governo costringerà
gli enti locali a far pagare i costi agli utenti poveri e alle famiglie
numerose abbattendo il welfare sociale, di cui probabilmente la famiglia
di Emma Marcegaglia può fare a meno. Invece, bisogna girare lo sguardo
sulle grandi ricchezze e sui patrimoni. Non serve denunciare l'evasione
fiscale, piuttosto la si colpisca, non è poi così difficile: basterebbe
mettere a confronto stili di vita e proprietà, barche e automobili di
lusso e ville con le dichiarazioni dei redditi. Certo, i negozianti
devono fare lo scontrino, ma senza dimenticare che il grosso
dell'evasione viene da più su.
Crescita è una parola buona per tutte le stagioni. C'è crescita e crescita.
Penso
anch'io che dobbiamo costruire un'altra idea di sviluppo. Obama aveva
iniziato a parlare della sostenibilità ambientale (e sociale, aggiungo
io) dell'economia, ma ora la crisi sembra aver derubricato il tema. Non
dev'essere così per noi. Così come si tenta di strumentalizzare la crisi
per colpire la dimensione sociale del lavoro, fatta di qualità,
dignità, diritti, conoscenza. Che c'entra con questo il debito? Niente.
Si tratta di un'operazione vistosissima, neanche camuffata, per
modificare le relazioni sociali consolidate e la civiltà del lavoro. Ho
trovato una conferma di queste mie riflessioni nei due articoli
bellissimi di Umberto Romagnoli sul manifesto. Vengono stravolti i patti
costitutivi, con l'introduzione del concetto che la contrattazione può
modificare la legge, mettere in mora lo Statuto dei lavoratori,
l'articolo 18. Si vanifica il contratto nazionale attraverso le deroghe,
riducendolo a simulacro per i più deboli, in un paese in cui il 70% dei
lavoratori non ha contrattazione integrativa. Il contratto nazionale è
stato voluto proprio per uniformare le condizioni a vantaggio dei più
deboli e tutelare le imprese dalla concorrenza sleale.
Per non parlare dell'effetto retroattivo inserito nell'articolo 8 della manovra.
È
il riconoscimento e la generalizzazione del «contratto Fiat», compresa
la clausola ad escludendum dei sindacati non firmatari, come ci ricorda
sempre Romagnoli. È miope chi pensa che il problema riguardi solo la
Fiom, domani in base a quel principio può toccare a tutti: si spinge
verso la formazione di sindacati di comodo. La retroattività trasforma
il modello Fiat in un modello generale, mentre dà a Marchionne la
possibilità di restare in Confindustria, si impone alle aziende che
avevano rifiutato di aderire alla filosofia del Lingotto.
Il
governo dicono di aver scritto l'articolo 8 della manovra per sostenere
l'accordo del 28 giugno tra Confindustria, Cgil, Cisl e Uil sui
contratti e la rappresentanza.
Ho già testimoniato sul manifesto
le mie critiche a quell'accordo, ma il fatto nuovo è che la manovra lo
cancella. Inutile girarci intorno e raccontare fandonie.
Dunque, bene ha fatto la Cgil a indire lo sciopero generale?
Per
far fronte a un disegno politico che mentre approfondisce le
diseguaglianze sociali aggredisce diritti e agibilità sindacali, sarebbe
ovvio che tutte le organizzazioni sindacali mettessero in campo grandi
iniziative volte a parlare a tutti delle conseguenze sociali devastanti
della manovra, nel medio ma anche nel brevissimo tempo. Lo denuncia con
nettezza anche Famiglia cristiana, quando individua correttamente le
vittime della ricetta Tremonti nelle famiglie e nelle fasce più deboli.
Serve informazione, insieme a un confronto con gli enti locali, e
insieme una campagna di lotta compreso lo sciopero generale. Se Cisl e
Uil si chiamano fuori, alla Cgil non resta che andare avanti, anche da
sola. Si tratta di un percorso impegnativo che non si esaurisce con uno
sciopero generale, bisognerà attrezzare il movimento a durare nel tempo.
Sei
stato segretario generale della Cgil e militi nel Partito democratico.
Come vivi la posizione del tuo partito, passato dall'equilibrismo tra
posizioni inconciliabili a una scelta netta: contro la Cgil che indice
lo sciopero?
Per me è difficile comprendere la ratio di certe
posizioni. Se il Pd ha un'ipotesi alternativa a quella del governo, e ce
l'ha, avrà pur bisogno di sostenerla. Nessuno può essere così sciocco
da pensare che l'unico modo per sostenerla sia il dibattito
parlamentare, servono iniziative politiche. Tanto più che l'opposizione
da tempo sostiene che la crisi è grave, in Italia è più pesante che
altrove mentre il governo l'ha sempre ignorata o nascosta. Allora,
ripeto, bisogna sostenere con le iniziative politiche e la mobilitazione
le proprie scelte alternative, spiegandole alla gente. Che senso ha
sorprendersi o addirittura manifestare insofferenza se la Cgil si
incammina sulla strada della mobilitazione e lo fa con gli strumenti che
ha, cioè con lo sciopero? Già in autunno gli effetti del combinato
disposto crisi più manovra provocherà conseguenze pesanti. Credo
fermamente nell'autonomia reciproca tra sindacati e partiti, però ora
l'opposizione dovrebbe rendersi conto che i suoi obiettivi sono
oggettivamente più simili a quelli della Cgil che non a quelli del
governo.
Credi che sia ancora possibile una battaglia per ricollocare il Pd su posizioni più comprensibili?
Credo
che la sofferenza dell'autunno ci chiamerà in causa tutti, per dare
orizzonti politici e sociali al peggioramento della vita dei ceti più
deboli e più colpiti. I fatti sono duri, ci costringeranno
realisticamente a ricollocarci. Vedi, in Italia non ci sono mai stati
conflitti durissimi come in altri paesi europei grazie alla presenza di
corpi intermedi che hanno garantito una mediazione sociale. Ora sono a
rischio proprio questi corpi intermedi, penso anche agli enti locali a
cui vengono sottratti strumenti e risorse che storicamente hanno
consentito di evitare l'esplosione di conflitti incontrollati, grandi
esplosioni sociali. Se questa rete si rompe, se le sue maglie si
strappano e si stanno strappando, tutto diventerà più complicato. Questi
sono i fatti che dovranno far riflettere tutti, anche il mio partito.
[Articolo su il manifesto del 27/08/2011]