La frase

"Ognuno è ebreo di qualcuno.
Oggi i palestinesi sono gli ebrei di Israele."
‎Primo Levi

mercoledì 31 agosto 2011

Giorgio Cremaschi su Fiat: "Pataccari"

La Fiat annuncia che non farà più il Suv a Mirafiori. Ma che strano, non l’avremmo mai potuto immaginare che Marchionne non avesse intenzione di realizzare il programma di 20 miliardi di investimenti in Italia e nemmeno quello di un miliardo e mezzo a Mirafiori. Che strano, pensavamo che la sua politica antisindacale servisse a creare lavoro. Invece dobbiamo purtroppo scoprire che serve solo a far guadagnare lui, la famiglia Agnelli-Elkann e le banche. Attendiamo fiduciosi che Cisl e Uil dichiarino di aver sbagliato tutto con la Fiat.

fonte:http://www.rete28aprile.it

Cgil: manovra golpe, ora pronti alla piazza

Cgil al muro contro muro: «Misure inique, il nostro sciopero vuole cambiarle». E a Cisl e Uil: «Sottovalutando sbagliano» «Sulle pensioni decisione grave, pagano soltanto i lavoratori». Per Camusso lo stop del 6 è solo una prima tappa: «Protesta lunga». E anche la Uil va allo sciopero

«Sulle pensioni il governo ha fatto un golpe: e se sarà confermato tutto quello che è uscito dal vertice tra Bossi e Berlusconi, ho l'impressione che vedrete una lunga presenza della Cgil nelle piazze. Non siamo disposti a fermarci allo sciopero del 6 settembre: vogliamo cambiare segno alla manovra». È agguerrita, Susanna Camusso: la piega presa dalla legge di bilancio del governo - dice presentando lo sciopero della prossima settimana - «è grave e prepara un autunno straordinario: si attaccano pesantemente i diritti di lavoratori e pensionati, senza equità, perché è stata perfino soppressa la tassa di solidarietà che avrebbe dovuto colpire i redditi alti. A pagare più di tutti sono i dipendenti pubblici, mentre restano in piedi le norme ignobili sul lavoro, cioè l'articolo 8, quella sul reparto confino dei disabili, e la soppressione delle feste civili nazionali». La Cgil è rimasta colpita soprattutto dalle decisioni del governo sulle pensioni: «Sono di una gravità inaudita, e ancora forse non ci si è resi veramente conto di cosa significhino. Discriminano tutti gli uomini che hanno svolto il servizio militare, e tutte le persone che hanno studiato investendo denaro ed energie: non solo si sta dicendo che si perdono dai 4 agli 8 anni di studi universitari, insieme a uno di leva, ma oltretutto si dispone che chi ha già riscattato la laurea ha buttato a mare un sacco di soldi. Così non solo si fa un danno enorme alle persone, ma si mina anche il senso delle istituzioni, perché improvvisamente si dice che un contratto con lo Stato non vale più». Secondo Camusso, «bisognerà capire inoltre se gli anni persi andranno a incidere sui 18 necessari entro il 1996 per rientrare nel sistema retributivo. Insomma, prevediamo un enorme contenzioso, perché chi ha già pagato pensando, giustamente, di avere acquisito dei diritti, adesso se li vede sparire sotto i piedi». «Molti gioiscono - ha continuato Camusso - perché è saltato il contributo di solidarietà. Per noi, che avevamo proposto di basarlo su criteri di equità, significa che a pagare tutto il costo della crisi e delle tre manovre fatte nell'ultimo anno è solo una classe: quella dei lavoratori e dei pensionati trasparenti, che hanno sempre dichiarato e pagato fino all'ultimo euro di tasse. In questo senso, quella di Berlusconi è una manovra di classe». Attacco al lavoro pubblico I più tartassati restano per la Cgil i lavoratori pubblici - tanto che ieri la Uil, per inciso, ha deciso di dichiarare lo sciopero generale, da effettuare dopo il 16 settembre. «Sono bloccati gli aumenti, i contratti, le assunzioni, il tfr, le tredicesime, adesso anche migliaia di pensionamenti - elenca Camusso - e si pensi ad esempio, anche solo nella scuola, cosa vorrà dire la norma che tiene al lavoro molte persone per diversi anni in più». «Poi il governo ha deciso di vendicarsi contro chi in questi anni ha avuto opinioni diverse: e così dopo l'attacco agli incentivi per le rinnovabili, ora quello alle agevolazioni per le coop. Peraltro, due settori che tiravano per occupazione e sviluppo». Insomma, «si confermano tutte le ragioni dello sciopero». La Cgil il 6 settembre sarà presente in 100 piazze italiane: Susanna Camusso parlerà a Roma, ma già da giorni la complessa macchina organizzativa è in moto, e i volantini vengono distribuiti perfino nelle spiagge. La tensione con Cisl, Uil e la Confindustria è molto alta, e ieri Camusso non ha risparmiato una battuta contro Bonanni: «Mi stupisce la sua soddisfazione solo per il fatto che è saltata la misura sull'Iva: a me pare che Cisl e Uil stiano sottovalutando i problemi, e minimizzare, o rinviare le modifiche a un tempo imprecisato dopo l'approvazione, è uno sbaglio». Poi la segretaria Cgil ha ribadito che l'articolo 8 «deve essere cancellato dalla manovra, perché non rispetta la rappresentanza e la contrattazione, e con la retroattività è incostituzionale. Abbiamo apprezzato che anche Bersani e Di Pietro hanno chiesto che sia eliminato, e continuiamo a dire che non siamo d'accordo con Cisl, Uil e Confindustria che lo ritengono congruo all'accordo del 28 giugno. Se tutto resterà così com'è, abbiamo non solo i mezzi sindacali, ma anche quelli giuridici, per reagire, e lo faremo». Angeletti ritorna di lotta Quando la misura è colma, anche la Uil si muove. Il sindacato guidato da Luigi Angeletti giudica «inaccettabile la norma sulle pensioni, che si aggiunge a blocco dei contratti, misure sulle tredicesime, e interventi previdenziali nella scuola»: per questo il 16 settembre deciderà la data dello sciopero generale del pubblico impiego. E anche la Cisl, pur non parlando di sciopero ma di prossime «proteste», intanto chiede al governo di ritirare la norma sulle pensioni: «È iniqua». 

Antonio Sciotto 

 [Articolo su il manifesto del 31/08/2011] 

Irisbus, lavoratori in protesta a Roma. In 695 rischiano il posto



Da 60 giorni sono in sciopero con un presidio davanti alla fabbrica, da ieri aspettano a Roma con un sit-in di fronte alla Camera dei deputati l’incontro di oggi pomeriggio con governo, sindacati e Fiat. In 695 rischiano il posto di lavoro più gli operai dell’indotto (quasi 2 mila). Sono i lavoratori dell’Irisbus, azienda del gruppo Iveco, galassia Fiat. Lo stabilimento di Flumeri, in Valle Ufita, provincia di Avellino, rischia la chiusura. Unica realtà produttiva italiana che realizza autobus, la Fiat ha deciso di dismettere cedendo l’impianto, con trasferimento del ramo d’azienda ad una società molisana, la Itala Spa, con la previsione di una consistente riduzione del personale (si parla di 250 persone confermate) e un cambio di produzione con la realizzazione anche di componentistica per suv. E’ l’unica soluzione prospettata dal lingotto, altrimenti – è emerso negli incontri preparatori del vertice di oggi pomeriggio – partiranno le lettere di cassa integrazione straordinaria per chiusura dell’attività. I lavoratori temono per il loro futuro e sulle garanzie offerte dal possibile acquirente. Itala Spa è una società del gruppo Di Risio (Massimo detiene il 95%, Giancarlo il 5%), imprenditori impegnati con Dr Motor (stessa la sede delle due aziende) nel settore automobilistico con la produzione di Suv in Molise, con componenti meccanici cinesi. La Itala Spa ha un capitale sociale di 120 mila euro, registrata nel luglio 2011, nata poco prima dell’operazione Irisbus. “Vogliamo certezze – spiegano gli operai – Fiat può andare via, ma doveva coinvolgere altre realtà imprenditoriali che potessero offrire garanzie di continuità, lo stabilimento ogni giorno costa 70 mila euro e dovrebbe andare nelle mani di una società che ha un capitale sociale di 120 mila euro, come garantiranno i Tfr in caso di fallimento? Abbiamo il diritto di chiedere risposte e continuare la lotta”. Lo stesso gruppo Dr Motor aveva già mostrato interesse per l’acquisizione dello stabilimento Fiat di Termini Imerese. I lavoratori Irisbus chiedono una soluzione certa, visto che nell’accordo preliminare, Itala Spa avrebbe l’obbligo di non cedere il controllo del ramo d’azienda solo per i prossimi cinque anni. “Noi sappiamo fare gli autobus – racconta un operaio – la Fiat a febbraio di quest’anno ha concluso una dispendiosa ristrutturazione dello stabilimento, ora perché vuole cedere?”. “Il lavoro e le commesse ci sono – continuano i lavoratori – la Fiat non può chiudere il nostro stabilimento spostando la produzione in Francia e soprattutto in Repubblica Ceca, dove la manodopera costa di meno. Il governo dovrebbe chiedere conto di questo comportamento, vietando al gruppo torinese di partecipare alle gare per commesse in Italia”. Per Paolo Ferrero, segretario di Rifondazione comunista “la situazione è vergognosa. Fiat ha preso valanghe di soldi per aprire stabilimenti nel mezzogiorno e adesso gioca sul fatto che i lavoratori all’estero costano meno”. Già ad inizio anni novanta, lo stabilimento Irisbus ha vissuto un periodo di crisi, in quell’occasione rispondendo ad una interrogazione parlamentare, il ministero dell’economia snocciolò gli ‘aiuti’ concessi per aprire l’impianto: “In relazione ai contributi in conto capitale concessi ed erogati dallo stato in base alla legge n.219 del 1981 per i danni provocati dal terremoto in Irpinia, si precisa che all’Iveco è stata riconosciuta la somma complessiva di lire 9 miliardi e 834 milioni”. Di terremoto in terremoto, di finanziamento in finanziamento. Anche il gruppo Dr Motor ha avuto dalla regione Molise, dopo il sisma che ha colpito quel territorio, nell’ambito dei fondi per la ripresa economica, 5 milioni di euro per lanciare sul mercato il suv cinese con il cuore molisano. I lavoratori Irisbus chiedono l’intervento urgente del governo che oggi, al ministero dello sviluppo economico, dovrebbe partecipare dopo l’assenza nei tre vertici precedenti. L’esecutivo potrebbe proporre il piano Fiat di dismissione, i sindacati dovrebbero ascoltare. La soluzione è ancora lontana, per il momento si profila un nuovo periodo di cassa integrazione per i lavoratori, unico modo per scongiurare nell’immediato la chiusura. “Noi siamo pronti a tutto – concludono i lavoratori – anche ad occupare lo stabilimento”. 

Nello Trocchia 

L’attacco alla Costituzione non è solo sulle pensioni

Il governo ritira il provvedimento sulle pensioni perché incostituzionale. Bene, ma gran parte della manovra lo è. E’ anticostituzionale l’articolo 8 che permette ad accordi aziendali di rinunciare non solo al contratto nazionale ma persino alla legge che tutela le lavoratrici e i lavoratori contro i licenziamenti ingiusti. E’ anticostituzionale, nel senso che si viola lo spirito profondo della nostra Carta, pensare di imporre il pareggio di bilancio come vincolo costituzionale permanente. Nessun’azienda accetterebbe un vincolo di questo tipo, mentre dovrebbe essere imposto allo stato italiano, perché così vogliono la Germania e la Banca europea. Inaccettabile, incostituzionale e anche stupido. E’ incostituzionale caricare di un contributo di solidarietà solo i più alti redditi tra i dipendenti pubblici, lasciando fuori tutti i manager privati. E’ incostituzionale la rappresaglia sulla tredicesima dei dipendenti pubblici, che verrebbe a mancare se chi comanda nei loro uffici sbaglia i progetti. E’ incostituzionale ignorare completamente il risultato del referendum che ha detto sì all’acqua come bene pubblico e che ha anche detto sì al mantenimento dei grandi servizi sotto la sfera pubblica, ed invece lanciare una grande campagna di privatizzazioni. E’ incostituzionale continuare a tollerare l’evasione fiscale, la fuga dei capitali, un sistema pubblico finanziato per grandissima parte solo dai soldi dei lavoratori dipendenti e dei pensionati. Si può andare avanti percorrendo la manovra e scoprendone in ogni lato piccoli e grandi attacchi alla Costituzione. Questo perché è il senso stesso della manovra e del governo che la ispira, che va contro i principi di fondo della nostra Costituzione. Contro i principi di uguaglianza e giustizia che sono alla base di essa e che, non a caso, il governo vuole mettere in discussione in tanti punti, a partire dall’articolo 41 che pone precisi limiti alla libertà d’impresa. A questo punto a maggior ragione bisogna lottare e mobilitarsi, perché la manovra cada e il governo con essa. L’alternativa va costruita sulla base di un altro progetto economico e sociale, che metta in discussione non solo le scelte catastrofiche della destra, ma anche il potere autoritario che su di noi esercitano la Banca europea e il governo unico dei banchieri e della finanza. E’ stato detto che l’Italia è commissariata dall’Europa. Ma non si commissaria un paese senza cancellarne la Costituzione. Via Berlusconi, dunque. Ma per ripristinare davvero la Costituzione bisogna anche mettere in discussione i diktat dell’Europa delle banche e il cosiddetto potere dei mercati, che stanno distruggendo la nostra democrazia. 

Giorgio Cremaschi

Sciopero alla Same contro la finanziaria

Sciopero di 3 ore alla Same contro la manovra finanziaria. Oltre l'80% l'adesione. Circa 800 operai hanno manifestato in corteo per le strade di Treviglio.

 fonte:http://www.rete28aprile.it

Ferrari - NO alla finanziaria

Il 6 settembre è indetto lo sciopero generale dalla CGIL contro la manovra finanziaria “salva debito-pubblico” imposta dal governo ai lavoratori. La CGIL nel suo volantino, propone un’altra manovra finanziaria, dove a pagare non dovranno essere “solo i lavoratori”, ma la proposta della confederazione è che “a pagare siano tutti”. Francamente ci sembra che, fra le varie manovre succedutesi negli anni, concepite dai governi di alternanza di centro-sinistra e centro-destra, a pagare siano sempre stati i lavoratori. Crediamo che i lavoratori abbiano già pagato abbastanza e, nonostante ciò, dobbiamo sentirci dire che dovremmo pagare ancora… È indubbia una volontà della CGIL di “mettere una pezza” ad un sistema che è al collasso, ma la proposta di una manovra alternativa che “penalizzi di meno chi ha poco”, rimane nelle logiche di un’economia destinata al fallimento. Ora più che mai c’è bisogno di ricominciare ad imporre una politica dei lavoratori Per questo invitiamo tutti i lavoratori a scendere in piazza, non più con i fischietti, ma con la bocca libera per esprimere il loro dissenso e per formulare proposte al fine di imporre, finalmente, una via alternativa rispetto alla fallimentare politica concertativa o corporativa. Conseguentemente, invitiamo il nostro segretario Camusso, a seguire una politica coerente, col ritiro della firma dall’accordo del 28 giugno. Questo sciopero dovrà essere l’inizio di una serie di iniziative volte a ripristinare la giustizia sociale, quindi sarà un’occasione imperdibile per tutti i lavoratori. 

Delegati FIOM RSU-Ferrari 

Camusso, rafforzate le ragioni dello Sciopero Generale




La CGIL si prepara alla mobilitazione del 6 settembre: "in gioco c'è il futuro del Paese". Per Camusso il 'vertice di Arcore' "ha solo accentuato il carattere di iniquità della manovra"

Le ragioni dello Sciopero Generale del 6 settembre sono tutte confermate e anzi rafforzate dalle ultime decisioni del governo. “Il carattere ingiusto, iniquo e depressivo delle manovre del governo (siamo ormai alla terza, ma è plausibile che se ne prepari una quarta) è confermato e rafforzato da norme che, come sulle pensioni, appaiano un vero e proprio golpe”. E' netto il giudizio del Segretario Generale della CGIL, Susanna Camusso che oggi ha incontrato la stampa per spiegare le ragioni politiche dello sciopero generale di martedì 6 settembre. Alla conferenza stampa ha partecipato anche Enrico Panini, Segretario Confederale, Responsabile dell'Organizzazione, che ha illustrato le modalità della mobilitazione. Secondo Susanna Camusso non è possibile avere dubbi. Le novità scaturite dal 'vertice di Arcore' non fanno che “accentuare il carattere di iniquità delle norme” e introducono altre misure, come appunto quelle sulle pensioni e in particolare in merito al riscatto del militare e della laurea per chi va in pensione con 40 anni di contributi che “si prestano ad un contenzioso giuridico infinito”. Viste tutte le novità e visto che vengono ritoccati solo due articoli mentre gli altri si lasciano inalterati, il giudizio politico della CGIL viene rafforzato e con esso i motivi che spingeranno i lavoratori a scioperare. La manovra rimane ingiusta e le ultime decisioni sul contribuito di solidarietà ne accentuano il carattere di provocazione sociale. Qualcuno magari potrà anche aver tirato un sospiro di sollievo per la cancellazione del contributo di solidarietà, ma nei fatti, ha detto con nettezza il Segretario Generale della CGIL, siamo in presenza di una manovra “classista”, anche se il termine classe, ha spiegato Susanna Camusso, assume oggi un connotato diverso rispetto al passato. E' chiaro a tutti comunque che la manovra discrimina i lavoratori pubblici. Solo su questa parte del Paese ricade la manovra. Non c'è equità perché è stato appunto cancellato il contributo di solidarietà per gli altri. “Direi - ha precisato Susanna Camusso - che si può dire che è una manovra 'classista' al contrario”. Non sono solo i lavoratori pubblici ad essere colpiti perché in realtà la manovra “peggiora la condizione dei lavoratori in modo insopportabile. Il governo pensa a se stesso e non al futuro del Paese”. E' anche molto grave il messaggio che emerge dalle misure sulle pensioni e il riscatto della laurea e del militare. Si vuole dire ai giovani che non ci si può fidare delle istituzioni e dello Stato e che non ci sono prospettive di lavoro per chi studia. Un messaggio devastante. Forse il più devastante che mai questo governo abbia mandato. Il carattere vendicativo delle misure del governo è confermato per esempio anche dalle norme sulle cooperative. Dopo gli interventi sul lavoro, giudicati dalla CGIL una vendetta del governo, “hanno deciso ora di intervenire anche sulle agevolazioni fiscali per le società cooperative”. Così, dopo le rinnovabili, con le cooperative sono stati colpiti gli “unici due settori in crescita nel Paese. Viene ovviamente il sospetto che si colpiscano tutti quei settori che in questi anni hanno avuto opinioni diverse rispetto al governo”. Susanna Camusso ha ribadito inoltre tutte le critiche della CGIL alle altre norme confermate, dall'articolo 8 (che si prospetta come un vero e proprio attacco alla Costituzione), le norme sui disabili che reintroducono i reparti confino, mentre il Segretario Generale della CGIL ha polemizzato con il Segretario della CISL, Raffaele Bonanni che ha salutato con favore le novità sull'Iva e che auspica l'approvazione della delega fiscale bocciata dalla CGIL. Rispondendo alle domande dei giornalisti, Susanna Camusso ha ribadito la volontà unitaria della CGIL. Ma ha invitato di nuovo tutti, CISL e UIL comprese, a prendere una posizione netta sulle misure del governo che devono essere fermate ora. In ogni caso, ha ribadito il Segretario Generale, la mobilitazione della CGIL non si fermerà neppure dopo l'approvazione della manovra: “in gioco c'è il futuro del Paese”. Manifestazioni e comizi in 100 piazze per dire che “un'altra manovra è possibile”, che non vogliamo rassegnarci: la CGIL “ha scelto il territorio” per caratterizzare lo sciopero generale del prossimo 6 settembre. Il Segretario Generale Susanna Camusso chiuderà la manifestazione di Roma. Sarà il quinto sciopero generale dall'insediamento del Governo Berlusconi, il secondo da quando alla guida della CGIL c'è Susanna Camusso. Sarà anche il primo da lungo tempo a metà settimana, di martedì, rompendo una lunga consuetudine di scioperi di venerdì. Verrà anticipato da iniziative come una giornata di sensibilizzazione a Cagliari con 800 delegati in strada, la notte del Lavoro a Teramo, volantinaggi anche sulle spiagge in tutt'Italia, ed una conferenza stampa il 3 settembre alla Mostra del Cinema a Venezia con Ottavia Piccolo per un focus sulla cultura. Mobilitazione anche su Facebook, con due milioni di visualizzazioni della campagna della CGIL, ed un milione e mezzo per la pagina contro l'abolizione delle feste civili. In questa fase di preparazione la CGIL ha già potuto constatare “una partecipazione molto intensa, con discussioni molto partecipate”, ha indicato il Segretario Confederale Enrico Panini, che oggi ha anticipato alcune modalità del prossimo Sciopero Generale. Ci saranno anche iniziative con l'associazione partigiani. A Napoli, il 6 settembre, il corteo della CGIL sarà aperto dai familiari dei marittimi di Procida da sei mesi in mano ai pirati in Somalia. Mentre in Puglia dagli immigrati, ed in particolare dai braccianti. A Genova ed in altre città numerose le commemorazioni delle vittime della guerra di liberazione.

martedì 30 agosto 2011

La Piaggio sta facendo delle grosse ingiustizie ai lavoratori

La Piaggio alla 3R sta facendo delle grosse ingiustizie ai lavoratori, come al solito una lotta tra poveri: i lavoratori della linea del Porter dovrebbero lavorare, ma l'Azienda decide a sua simpatia di tenere a cassa integrazione alcuni lavoratori addetti alla linea del Porter e rimpiazzarli con lavoratori addetti a lavorazioni interessate alla cassa integrazione e cioè la linea dell'Ape.
Da giorni sto ricevendo telefonate da lavoratori che si lamentano di queste ingiustizie, anche nel reparto verniciatura lavoratori con professionalità che aderiscono agli scioperi sono stati tenuti in cassa integrazione!!!!!
Come è chiaro le Aziende si stanno organizzando per punire anche chi lotta per i diritti!!!
Ed è chiaro che vuole colpevolizzare anche quei lavoratori che si sono ammalati di malattia professionale, questo sta succedendo in 3RM!!!
I delegati di questi reparti sono al lavoro, ma stanno facendo finta di niente!!!

Bellagamba Antonella
RSU/RLS Piaggio

Si scende in piazza e ci si resta

Sommano già a ben 131 miliardi di euro gli interventi complessivi, 2010-2014 decisi dal governo. E per qualcuno i mercati non sarebbero ancora contenti di questo massacro senza precedenti. In realtà, con gli ultimi provvedimenti e modifiche, il governo ha ulteriormente aggravato l’impatto antisociale della manovra. Viene salvata dal contributo di solidarietà la casta dei supermanager e dei direttori dei grandi giornali, che può festeggiare. In compenso vengono sostanzialmente cancellate le pensioni di anzianità, con una vera e propria truffa a danni dei lavoratori che hanno fatto il servizio militare o che hanno pagato di tasca loro i contributi per l’università. E con un disastro occupazionale che si preannuncia perché ci saranno centinaia di migliaia di persone costrette a rimanere a lavoro, con altrettante persone che non troveranno posto. Inoltre, migliaia di lavoratori e lavoratrici posti in mobilità rischiano di non arrivare più alla pensione. Nello stesso tempo la manovra sui contratti distrugge il contratto nazionale, aumenta gli orari di lavoro per chi ha un posto, incrementa la precarietà e i licenziamenti selvaggi. Anche per questo la Cgil deve immediatamente ritirare la firma dall’accordo del 28 giugno, trasformato dal governo in decreto liberticida. Tutto il costo della manovra è, alla fine, a carico del lavoro dipendente, dei pensionati e dei più poveri. I ricchi non pagano, niente, per l’evasione fiscale si fanno chiacchiere. Questa è una brutale manovra di classe, fatta da un governo squalificato, che si aggancia all’Europa solo per giustificare la propria esistenza. Lo sciopero generale a questo punto è ancora più giustificato, ma deve dare il via a un movimento che punti a rovesciare il governo e la manovra. Dobbiamo fermarli. Dobbiamo fermare il disastro provocato da Berlusconi, ma dobbiamo anche dire basta al governo unico delle banche europeo che sta portando l’Europa a una recessione drammatica, per difendere la speculazione e la finanza. Basta con Berlusconi, basta con la Bce e l’Europa delle banche. Su questo si scende in piazza e ci si resta. 

Giorgio Cremaschi

Manovra. Le modifiche colpiscono pesantemente i lavoratori dipendenti. Confermato lo sciopero generale del sindacalismo conflittuale il prossimo 6 settembre

“Le ultime modifiche alla seconda manovra estiva colpiscono in modo ancor più pesante i lavoratori dipendenti ed i futuri pensionati, attraverso un ulteriore peggioramento del sistema previdenziale che di fatto ad oggi elimina la metà delle pensioni di anzianità, cioè quelle derivanti da riscatto di militare ed università”, afferma Fabrizio Tomaselli, dell’Esecutivo Confederale USB. Prosegue Tomaselli: “Prima le misure che avevano allontanato di un anno il diritto ad usufruire alla pensione; poi l'aumento di 5 anni per le donne, prima del pubblico e poi del privato; poi l'aggancio all'aspettativa di vita e l'ulteriore ritardo di tre mesi per andare in pensione. Ora si attacca la pensione di anzianità, che per oltre la metà deriva da riscatti del militare e dell'università. Se poi, come sembra, tali riscatti non saranno conteggiati neanche per raggiungere i 18 anni al 1995, necessari all'applicazione del regime retributivo invece che contributivo, allora all'aumento dai 4 ai 10 anni di lavoro in più si aggiungerebbe anche un forte salasso economico sulle pensioni”. “In compenso - ironizza il dirigente USB - si ritira il contributo previsto per gli stipendi oltre 90.000 e 150.000 Euro, si lascia inalterata la politica delle privatizzazioni e delle liberalizzazioni, si continua a tagliare la politica sociale degli enti locali, si bloccano i contratti e si congelano le tredicesime dei pubblici dipendenti, si ammorbidiscono i già limitati tagli ai costi della politica, non si costruisce una lotta seria contro l'evasione e non si applica alcuna patrimoniale”. “Insomma, altro che lo ‘sgarbo’ di cui parla un incredibile Angeletti – conclude Tomaselli - il governo e la confindustria, con l'appoggio dei sindacati complici hanno scelto la strada della lotta di classe: la loro, quella dei ricchi, contro i lavoratori e i pensionati. Sta a noi ricambiare con gli interessi ed iniziare una lunga e determinata mobilitazione a partire dallo sciopero generale del prossimo 6 settembre”. 

USB Unione Sindacale di Base 

Cgil va allo sciopero e gela Confindustria

Atmosfera rovente in vista dello sciopero generale del 6 settembre. Autunno caldoAtmosfera rovente in vista dello sciopero generale del 6 settembre. E sull'accordo del 28 giugno Camusso attacca Marcegaglia. Bonanni annuncia proteste della Cisl Al centro del conflitto con le imprese c'è l'articolo 8: i contratti e le norme di Sacconi sul licenziamento Si prepara lo stop delle «cento città» contro la manovra. Solidarietà ai sindaci in lotta. Rapporti tesi con Marcegaglia: «Viola l'accordo firmato il 28 giugno» 

Tra una settimana esatta lo sciopero della Cgil: l'atmosfera si surriscalda e salta sempre di più lo spirito unitario che aveva portato le parti sociali a firmare l'accordo del 28 giugno, oggi accoppato dall'articolo 8 della manovra che stravolgendolo lo ha reso «carta straccia». Ieri la segretaria della Cgil Susanna Camusso ha attaccato frontalmente la leader dei confindustriali, Emma Marcegaglia, personaggio con cui finora era riuscita a conservare, nonostante le circostanze, un difficilissimo equilibrio: «Trovo sorprendente - ha detto in un'intervista all'Unità - l'affermazione di Marcegaglia secondo cui l'articolo 8 sarebbe congruo con l'accordo del 28 giugno. Abbiamo speso un mese per costruire un'opinione condivisa sull'autonomia della rappresentanza sociale, poi il governo interferisce e Confindustria, invece di opporsi, si adegua al suo diktat». «O le imprese mettono rapidamente riparo a questo strappo che viola l'accordo del 28 giugno - ha ripreso Susanna Camusso - oppure la Cgil aprirà vertenze azienda per azienda affinché sia rispettato l'equilibrio tra contratto nazionale e secondo livello. Non siamo noi a rompere l'accordo, sono altri che lo stanno violando e che vogliono tornare al 2009, con l'esclusione della Cgil». Oggi, nel corso di una conferenza stampa, Camusso fornirà i dettagli organizzativi dello sciopero: si prevedono manifestazioni in «cento città» (le otto ore proclamate, infatti, sono territoriali), con una particolare attenzione al rapporto con i Comuni; ieri infatti dal sindacato sono arrivate dichiarazioni di solidarietà ai sindaci in piazza contro i tagli imposti dalla manovra. Secondo la Cgil, invece che tagliare, si deve riqualificare: per conservare non solo il welfare, ma anche l'occupazione legata ai servizi locali; la segretaria ha ribadito il suo no alla privatizzazione dei servizi pubblici locali, preferendo piuttosto che vengano accorpati dove ci sono sprechi e un uso irrazionale delle risorse, e sottolineando che - ove ci siano guadagni - è fondamentale che essi vengano reinvestiti nel pubblico e per rispondere agli interessi delle comunità. «Siamo al fianco dei sindaci, riteniamo la loro protesta giusta, e ha fatto bene l'Anci a scendere in piazza - dice Rossana Dettori, segretaria dei lavoratori pubblici Fp Cgil - I tagli previsti dalla manovra, qualora restassero immutati causerebbero un tracollo degli enti locali. In un Paese con bassi salari, sostituire il cosiddetto contributo di solidarietà con l'aumento dell'Iva - continua Dettori - significa far pagare il peso della manovra ai soliti noti, gli stessi pesantemente colpiti dall'infedeltà fiscale degli evasori e dal taglio della spesa sociale, gli stessi che pagano sempre e comunque le tasse: giovani, famiglie, lavoro dipendente, pensionati. La manovra, qualora non subisse cambiamenti profondi, deprimerà i consumi, ridurrà i servizi e aumenterà la tassazione, colpendo contemporaneamente potere d'acquisto e tutele sociali». Contro l'aumento dell'Iva, ieri sera in discussione fino a tarda sera tra Berlusconi, Bossi e Tremonti al vertice di Arcore, si è espressa anche la Cisl, con Raffaele Bonanni, che ha minacciato mobilitazioni: «Se il governo corregge la manovra aumentando l'Iva, entra in collisione con la Cisl e credo anche con la Uil», ha detto il segretario della Cisl al Corriere della sera. Per Bonanni «l'aumento dell'Iva andava fatto nell'ambito della riforma del fisco, per spostare il prelievo dalle persone alle cose, cioè in cambio dell'alleggerimento dell'Irpef su dipendenti e sui pensionati». La soluzione per reperire risorse, secondo Bonanni starebbe in «un prelievo sui grandi patrimoni mobiliari e immobiliari, fatta salva la prima casa»; «oggi si può applicare il redditometro a tutti - ha aggiunto il capo dei cislini - e le ganasce fiscali andrebbero strette». «Lo sciopero della Cgil - dice infine Bonanni - si tradurrà in un danno per le buste paga dei lavoratori che vi aderiranno. Noi invece stiamo pensando a una manifestazione il primo settembre, forse anche con l'Ugl davanti al Senato, e poi manifestazioni territoriali alla sera o al sabato».  


Antonio Sciotto

 [Articolo su il manifesto del 30/08/2011]

 fonte:http://www.ilmanifesto.it/

Art. 8 del decreto legge 138 (manovra finanziaria)

Care compagne, cari compagni, voglio portare alla vostra attenzione un aspetto, se possibile, ancora più grave a proposito delle misure introdotte da Sacconi per il "sostegno" alla contrattazione collettiva. Non solo mirano a vanificare l'art. 18 dello Statuto dei diritti dei lavoratori, quelle misure sono un attacco studiato per azzerare tutta la normativa a tutela delle donne in gravidanza; sono misure studiate per rimandare le donne a casa! Le sole eccezioni alle deroghe a contratti nazionali e leggi dello Stato ammesse nell'art.8 sono il licenziamento discriminatorio e il licenziamento della lavoratrice in prossimità del matrimonio. Non si fa cenno alcuno alle donne in gravidanza! Ho chiesto un parere a due degli avvocati del lavoro che sono di riferimento per noi della CGIL a Udine, per sincerarmi che non fosse una mia paranoia, ed entrambi ritengono che le mie preoccupazioni siano fondate. Credo che le lavoratrici e i lavoratori di questo Paese debbano sapere di quali viltà siano capaci questo Governo e i loro complici. Un caro saluto. 

Antonella Raddi  
Portavoce de la CGIL che vogliamo di Udine


DECRETO-LEGGE 13 agosto 2011 , n. 138 Ulteriori misure urgenti per la stabilizzazione finanziaria e per lo sviluppo. Art. 8 Sostegno alla contrattazione collettiva di prossimita' 1. I contratti collettivi di lavoro sottoscritti a livello aziendale o territoriale da associazioni dei lavoratori comparativamente piu' rappresentative sul piano nazionale ovvero dalle rappresentanze sindacali operanti in azienda possono realizzare specifiche intese finalizzate alla maggiore occupazione, alla qualita' dei contratti di lavoro, alla emersione del lavoro irregolare, agli incrementi di competitivita' e di salario, alla gestione delle crisi aziendali e occupazionali, agli investimenti e all'avvio di nuove attivita'. 2. Le specifiche intese di cui al comma 1 possono riguardare la regolazione delle materie inerenti l'organizzazione del lavoro e della produzione incluse quelle relative: a) agli impianti audiovisivi e alla introduzione di nuove tecnologie; b) alle mansioni del lavoratore, alla classificazione e inquadramento del personale; c) ai contratti a termine, ai contratti a orario ridotto, modulato o flessibile, al regime della solidarieta' negli appalti e ai casi di ricorso alla somministrazione di lavoro; d) alla disciplina dell'orario di lavoro; e) alle modalita' di assunzione e disciplina del rapporto di lavoro, comprese le collaborazioni coordinate e continuative a progetto e le partite IVA, alla trasformazione e conversione dei contratti di lavoro e alle conseguenze del recesso dal rapporto di lavoro, fatta eccezione per il licenziamento discriminatorio e il licenziamento della lavoratrice in concomitanza del matrimonio. 3. Le disposizioni contenute in contratti collettivi aziendali vigenti, approvati e sottoscritti prima dell'accordo interconfederale del 28 giugno 2011 tra le parti sociali, sono efficaci nei confronti di tutto il personale delle unita' produttive cui il contratto stesso si riferisce a condizione che sia stato approvato con votazione a maggioranza dei lavoratori. 

lunedì 29 agosto 2011

Sciopero Generale: Camusso, il 6 settembre per contrastare una manovra insopportabile

La leader della CGIL in un'intervista a 'L'Unità' spiega le ragioni dello sciopero generale. “Dal vertice di Arcore uscirà una manovra ancora più ingiusta: ci manca solo la tassa sul pane”. “La 'svolta' di Emma Marcegaglia non sarà indolore nei rapporti tra le parti sociali”


“La manovra sarà ancora peggiore dopo il vertice tra Berlusconi e Bossi. Ci manca solo la tassa sul pane, poi c’è tutto per colpire le famiglie, i lavoratori, i pensionati”. Oggi riaprono fabbriche e uffici, ad Arcore il governo cerca di limare l’ultima versione della stangata e Susanna Camusso, segretario generale della CGIL, parla della preparazione dello sciopero generale del 6 settembre in uno scenario politico e istituzionale sempre più preoccupante: “Altro che ascoltare gli appelli al confronto, raccogliere le indicazioni del presidente Napolitano.Nonc’è discussione, non esiste dialogo, una volta che la maggioranza riesce a trovare un faticoso accordo tutti si devono adeguare”. Qual è il segno politico e sociale della manovra rivista e corretta? “L’elemento centrale è che il dato di iniquità di questa manovra viene rafforzato. Chi ha di più, chi evade le tasse non paga, si aggiungono invece tasse per colpire sempre i soliti. L’Iva non è una tassa sui ricchi, riguarda i consumi soprattutto quelli della povera gente. I consumi obbligati sono i più penalizzati. Vorrei segnalare che l’intervento sull’Iva era indicato da Tremonti come clausola di salvaguardia. A questo punto siamo già nel programma di tagli lineari all’assistenza. Dove finirà la delega sul fisco?” Emma Marcegaglia ha parlato di ricerca di tasse esotiche ma ha difeso l’articolo8del decreto che colpisce i lavoratori. Sorpresa? “Delle parole pronunciate da Emma Marcegaglia negli ultimi giorni mi colpiscono due cose. Il presidente di Confindustria ha cambiato opinione, ha negato l’idea che ci potesse essere una patrimoniale per riequilibrare il peso dei sacrifici: anche lei alla fine ha dato per scontato che devono pagare i lavoratori e i pensionati, mentre altri non pagano mai dazio”. La seconda cosa? “È l’affermazione sull’articolo 8 che sarebbe congruo con l’accordo tra le parti sociali del 28 giugno: parole sorprendenti. Ha detto che l’articolo 8 non si tocca, un linguaggio che ricorda ben più nobili battaglie. La scelta di Confindustria pone due gravi problemi. Primo: dal mio punto di vista Marcegaglia ci sta comunicando che gli accordi non sono esigibili e che le parti non hanno funzione. Abbiamo speso un mese per costruire un’opinione condivisa sull’autonomia della rappresentanza sociale, il governo interferisce su una materia di cui si devono occupare sindacati e imprese. Confindustria, invece di opporsi, si adegua al diktat del governo. È un fatto molto grave per la CGIL perché vuol dire che mentre discutevamo per definire un accordo, per altri, come Marcegaglia, valevano molto di più gli incontri clandestini e separati con Sacconi”. Addio accordo del 28 giugno? “Il comportamento di Confindustria apre un problema: o si mette rapidamente riparo a questo strappo che vìola l’accordo del 28 giugno oppure la CGIL aprirà vertenze azienda per azienda affinché sia rispettato l’equilibrio tra contratto nazionale e la contrattazione di secondo livello. La CGIL quando firma gli accordi è abituata a rispettarli, se per altri basta un incontro con Sacconi per cambiare idea bisogna dirlo. Non siamo noi a rompere l’accordo, sono altri che lo stanno violando e che vogliono tornare al 2009, con l’esclusione della CGIL. Così non si va da nessuna parte”. Alcuni nel Pd hanno criticato la scelta dello sciopero. Se l’aspettava? “Noto una stranezza. La CGIL, lo ricordo, non ha chiesto a nessuno, nemmeno al Pd, di aderire allo sciopero. Non c’è l’ obbligo di partecipare. Se ci sono forze sociali o politiche che condividono la nostra piattaforma sono contenta, ma la CGIL è un’organizzazione con milioni di iscritti e risponde solo a loro. Ci sono posizioni, però, che si fanno fatica a comprendere”. Mi faccia un esempio. “Mi stupisce che non ci sia una dicussione sul merito delle nostre proposte. Abbiamo tanti difetti,ma all’origine delle nostre battaglie ci sono sempre piattaforme precise. Chiediamo “crescita”, “equità”, “giustizia sociale”. Quantomeno quelli che hanno da ridire sullo sciopero dovrebbero difendere con più forza l’accordo del 28 giugno. Invece confondono le cause con gli effetti. Non è stata la CGIL a provocare la rottura,ma il governo. Ci volete proporre lo sciopero postumo, così non disturbiamo? Lo spazio sindacale è quello di cambiare le cose. Diteci dove sbagliamo: sull’articolo 8, sul no ai tagli all’assistenza, sulla difesa dei diritti dei lavoratori?”. Cosa ne sarà del patto con CISL e UIL? “Rispettiamo i patti firmati. Quando si fanno accordi non si cambiano le carte in tavola. Ora passa lo slogan che se ci sono i tagli alla politica allora la manovra diventa equa. Non è vero. Ho dei dubbi, poi, che una grande forza sociale debba cavalcare i venti dell’anti-politica: non fa bene al sindacato. Ci dicono inoltre che dobbiamo stare tranquilli perché dopo la stangata ci sarà la riforma fiscale che produrrà chissà quali benefici. Ma la delega è costruita sull’obiettivo di trovare 20 miliardi. Sono arrivati alla terza manovra e non c’è il sol dell’avvenire”. In che condizioni riprende l’attività economica? Come sta il Paese? “Vedo un Paese preoccupato, spaventato, colpito dalla brutalità della crisi e dall’accelerazione dell’ emergenza. Si parla dei crolli delle borse e sono scomparsi dal dibattito pubblico i dati del lavoro e dell’occupazione, i giovani e le donne. Le famiglie parlano di queste cose, c’è un’altissima preoccupazione e si rafforza la convinzione che è sempre più difficile cambiare registro. Si fa strada l’idea che i corpi di rappresentanza sociale non hanno più ruolo, un’idea che trova spazio anche nell’opposizione. Mi spaventa il degrado delle relazioni tra istituzioni e Paese, tra i problemi e gli strumenti del governo. Cosa c’entra la decretazione d’urgenza con il lavoro, il 25 aprile, o con l’articolo 9 che impone il collocamento obbligatorio ai disabili, è una vergogna”. Sul lavoro Sacconi dice chel’intervento lo ha chiesto la Bce. “Non è vero. Sono pronta a leggere la lettera inviata dalla Bce al governo e a confrontare le richieste di Francoforte con la manovra”. Il referendum sull’acqua è dimenticato, i suoi effetti rischiano di essere ribaltati e il governo fa finta di niente... “È clamoroso. Stefano Rodotà scrive che ormai si dà per scontato che per decreto si cambia la Costituzione. Il governo vuole cancellare l’esito del referendum. Noi siamo contrari alle privatizzazioni dei servizi pubblici locali. Se una municipalizzata perde a chi la vendi, se guadagna perché un Comune deve perdere risorse? È pura ideologia. Diamo invece una dimensione adeguata alle municipalizzate piccole, rendiamole più efficienti”. Avete una settimana per preparare lo sciopero. Come sarà? “La situazione è difficile, c’è poco tempo. Ma non cerchiamo un successo per il nostro orgoglio. La CGIL vuole contrastare una manovra insopportabile nella convinzione che lavoratori e pensionati non si possono più fare carico da soli di salvare un’altra volta il Paese. Abbiamo sempre fatto la nostra parte, la faremo anche questa volta. Non ci ritiriamo sull’Aventino”. 


 fonte:http://www.cgil.it

Sciopero generale 6 settembre. I trasporti si bloccheranno in tutto il paese

Il 6 settembre lo sciopero generale bloccherà i trasporti in tutto il paese – afferma Fabrizio Tomaselli dell'Esecutivo nazionale USB – anche perché le sigle che hanno indetto lo sciopero comprendono USB e Orsa che sono fortemente rappresentative in tutti i settori dei trasporti, dalle ferrovie al trasporto pubblico locale, dal trasporto aereo a quello marittimo. Una giornata senza trasporti che invece “trasporterà” la protesta ed il dissenso nelle piazze italiane e sotto i palazzi del potere. D'altra parte lo sciopero contemporaneamente indetto dalla Cgil amplificherà gli effetti dell'azione di lotta nel comparto dei trasporti, come in quello dei servizi e del pubblico impiego ed è proprio la revoca del precedente sciopero del 9 settembre indetto da USB nel pubblico impiego, dove la nostra sigla è molto rappresentativa e combattiva, e la contestuale indizione del 6 settembre che permette anche alla Cgil di scioperare tra i lavoratori pubblici senza infrangere la legge 146. Per ritornare ai trasporti riteniamo che lo sciopero generale sia la risposta più adatta anche alle misure del governo che indicano quali obiettivi primari le privatizzazioni dei servizi pubblici e l'attacco ai diritti ed alle condizioni normative e salariali di chi ci lavora. 

USB Unione Sindacale di Base 

CGIL: Sciopero Generale 6 settembre SPOT

domenica 28 agosto 2011

CGIL: Lettera di Susanna Camusso al Sindacato Internazionale sullo sciopero generale

“Cari colleghi, desidero informarvi sulla decisione della Cgil di indire uno sciopero generale per il prossimo 6 settembre”. Comincia così la lettera del Segretario Generale della CGIL, Susanna Camusso che ha deciso di scrivere all'Ituc, il sindacato internazionale e ai sindacati europei per spiegare le motivazioni dello sciopero generale. Nella lettera, indirizzata a Micheal Sommer e Sharan Burrow per l'Ituc e a Ignazio Fernandez Toxo e Bernadette Segol per l'Etuc (la confederazione europea), oltre a ribadire la gravità della manovra prevista dal governo italiano, il Segretario Generale della CGIL dice che esiste una vera e propria urgenza di trovare misure alternative a quelle pensate dal governo per affrontare il rischio default. Nella lettera si giudica irresponsabile un governo che per tre anni non ha fatto altro che negare l'esistenza della crisi e che ora affronta il problema in piena emergenza scaricandone tutto il peso sul lavoro dipendente, i pensionati e le fasce più deboli del paese, a partire dai giovani. Susanna Camusso spiega anche che la CGIL sta lavorando alla costruzione di tutte quelle alleanze che possano permettere di far passare le proposte alternative già presentate al Senato durante l'audizione parlamentare. Intanto cominciano ad arrivare le prime prese di posizione a livello internazionale. Dalla Confederazione dei Sindacati delle Americhe e le organizzazioni sindacali presenti all'incontro annuale di coordinamento sulle politiche di cooperazione sindacale, riunitisi a Panama il 25 agosto, arriva per esempio il pieno appoggio e la solidarietà allo sciopero generale del 6 settembre.

fonte:http://www.cgil.it

sabato 27 agosto 2011

«Decreto lavoro incivile, la risposta è il conflitto»

Intervista a Gianni Rinaldini, coordinatore nazionale dell'area "La Cgil che vogliamo"


Gianni Rinaldini, lo sciopero generale della Cgil contro la manovra del governo sta ricevendo più consensi dalla società civile che dalla politica. Solo le forze minori della sinistra vi appoggiano, il Pd oscilla tra l'aperta ostilità dell'area liberal e la prudenza del segretario Bersani, il quale si è limitato a dire che il suo partito sarà presente «a tutte le diverse iniziative» che le forze sociali assumeranno. Tra le critiche alla Cgil, la più ricorrente è che scioperare da soli, senza Cisl e Uil, è un errore. Come rispondi?
E' la solita litania. Ogni volta che decidiamo uno sciopero, l'unica cosa che ci sentiamo dire è «dovete essere uniti». Il che è un modo come un altro per non entrare nel merito delle questioni alla base della nostra mobilitazione. Quando c'è uno sciopero generale, con le relative proposte, uno dice se le condivide o no. Il resto fa parte di quell'incomprensibile linguaggio politicista che poi è alla base della frattura sempre più evidente tra politica e società civile. La cosa che mi impressiona è il fatto che in questa manovra - oltre agli aspetti di iniquità nella redistribuzione della ricchezza, con misure che penalizzano le fasce popolari - c'è un decreto lavoro che rappresenta un'enormità. Nel senso che ci troviamo di fronte alla cancellazione di parte della storia del movimento operaio. Se dovesse passare questa operazione, d'ora in poi attraverso i contratti aziendali si potrà intervenire su tutte le materie relative alla prestazione lavorativa inclusi gli aspetti legislativi, dal controllo degli ambienti di lavoro anche con strumenti audiovisivi, fino alla scelta di non applicare l'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. In sostanza, salta l'equilibrio costituzionale fondato sui diritti sociali, che sono la sostanza della democrazia, dal momento che quei diritti in quello schema diventano una variabile del mercato. Ora a me pare straordinario che un'operazione di siffatta natura non abbia sollevato l'indignazione delle forze politiche, tanto più di quelle che storicamente avevano rappresentato la sinistra nel nostro paese. Tra l'altro non è un caso che in commissione bilancio del Senato, sul decreto lavoro il Terzo Polo abbia votato assieme al governo. Il che sta a indicare che, quando non c'è il merito, non si fa molta strada.
La Cisl non la vede così drammatica. Per Bonanni il decreto lavoro non è un problema, anzi «rafforza il potere delle parti».
Che non sia preoccupato Bonanni non mi sorprende, perché negli atti compiuti nel corso di questi anni - dal condono fiscale al collegato lavoro - Confindustria, Cisl e Uil hanno perseguito questa strada. Una strada per cui nella globalizzazione non ci sono più vincoli sociali di solidarietà ma tutto viene ricondotto a una logica di mercato. Esattamente ciò che prevede questo decreto.
Secondo Susanna Camusso, l'articolo 8 della manovra «è un tentativo di cancellare l'intesa del 28 giugno con Confindustria», che invece confermerebbe il ruolo primario del contratto nazionale.
Penso esattamente l'opposto. E cioè che non l'accordo ma l'ipotesi di accordo siglata il 28 giugno abbia contribuito ad aprire la strada all'intervento successivo del governo. Così come è stato un errore partecipare al blocco delle forze sociali, sottoscrivendo un documento in sei punti, quando, alla prova dei fatti, è emerso che non c'era nessuna posizione vera di carattere unitario. Oggi i soggetti firmatari del 28 giugno interpretano quell'accordo sostenendo che il decreto lavoro corrisponde a quello che anche la Cgil ha sottoscritto. Mi pare evidente che in queste condizioni quell'accordo non esiste più.
La proclamazione dello sciopero generale da parte della Cgil rappresenta un cambiamento rispetto alla linea del dialogo con Cisl e Uil portata avanti dalla segreteria nei mesi precedenti?
Io credo che questo decreto rappresenti uno spartiacque. A me pare evidente che il sindacato e la Cgil si trovino ad affrontare una situazione totalmente nuova, sconosciuta nella storia repubblicana di questo paese. E quindi lo sciopero generale del 6 non può essere uno sciopero "una tantum" e dopo riprendono le cose come prima. Dobbiamo invece ragionare su come aprire una fase conflittuale nel paese, definendo proposte e pratiche rivendicative che disegnino concretamente una alternativa sociale a quello che sta avvenendo. E' lì che vedremo se tutta la Cgil è disponibile a questo confronto. In un contesto completamente diverso e molto peggiore, richiamarsi a quelli che sono stati i documenti congressuali lo riterrei un errore.
Però è vero che uno sciopero generale fatto dalla sola Cgil è meno efficace. Davvero l'unità con Cisl e Uil oggi non ha più senso?
Io sono per l'unità sindacale, è nel dna della Cgil. Il problema è che oggi ci troviamo di fronte al fatto che Cisl e Uil hanno scelto, rispetto anche alla crisi dei sindacati provocata dai processi di globalizzazione, un'idea di modello sindacale del futuro che non è quello della Cgil. Ciò fa si che in questa fase non sia all'orizzonte il processo di unità sindacale così come è stato concepito classicamente, perché le differenze tra le organizzazioni sindacali non sono su questo o su quel punto ma sono proprio di carattere strategico. Altra cosa è l'unità d'azione sulle singole questioni, che però può essere possibile nella chiarezza e con le procedure democratiche.
Secondo Bersani, se Cgil Cisl e Uil sono divise è solo per colpa del governo...
Insisto. La cancellazione del contratto nazionale, in una fase di recessione e di crisi, determinerà il fatto che i lavoratori saranno costantemente ricattati dalle aziende: "o accettate le nostre condizioni o vi chiudiamo la fabbrica". Come ha fatto la Fiat. Ciò rappresenta per questo paese un salto all'indietro di civiltà. Ora, nel merito, dicano se sono d'accordo.
Per la verità, il Pd ha già detto che l'articolo 8 va eliminato.
E allora ne traggano le conseguenze.



Roberto Farneti

[Articolo su Liberazione del 27/08/2011]

Come minimo, lo sciopero

Lunedì scade il termine degli emendamenti. Alfano e Calderoli fanno girare le carte ma l'ultima speranza è il solito vertice dei due settantenni ad Arcore. Intervista a Sergio Cofferati. L'ex segretario Cgil: «Manovra classista: sceglie a chi far pagare la crisi» Con il precipitare della crisi il Pd dovrà rifare i conti. I suoi obiettivi sono più simili a quelli della Cgil che a quelli del governo

«La disoccupazione reale, calcolata aggiungendo ai dati Istat i numeri di chi è in cassa integrazione senza un futuro lavorativo, supera il 13%. La disoccupazione giovanile è sopra il 30%. Infine, e questo è forse il dato più preoccupante, un italiano su quattro vive al di sotto della soglia di povertà. Ma di questo non si parla, tutto il dibattito politico è concentrato sulla riduzione del debito». Sergio Cofferati snocciola dati impressionanti, «in peggioramento perché nell'anno in corso il Pil sarà inferiore a quello stimato», il che vuol dire che «non ci sarà occupazione aggiuntiva». In un contesto come questo, una manovra come quella del governo «che in altri tempi avremmo definito classista, rischia di produrre effetti sociali devastanti». Perciò l'europarlamentare del Pd condivide la scelta della Cgil, il sindacato di cui è stato segretario generale, di chiamare allo sciopero generale, «anche se la lotta sarà dura e bisognerà attrezzarsi a resistere nel tempo». Cofferati non capisce le perplessità, se non addirittura l'ostilità del suo partito rispetto alle ineludibili iniziative di lotta. «Ma sarà la dura realtà, sarà il precipitare della crisi sulla pelle dei più deboli a costringere il Partito democratico a rifare i suoi conti. I fatti sono più pesanti delle chiacchiere e degli equilibrismi».
Partiamo dalla manovra: classista e unicamente incentrata sulla riduzione del debito, dici. Qual è la filosofia che la anima?
Alla base c'è la cecità di chi crede che la riduzione del debito, pur importante, possa consentire l'uscita dalla crisi. Senza crescita dove vai? E con quale coesione sociale? Per crescere bisogna investire, ma nella manovra non ci sono investimenti. Io credo che gli eurobond e una tassa sulle transazioni finanziarie siano passi indispensabili per sostenere le popolazioni europee, arginare la speculazione e attivare politiche keinesiane classiche di investimenti. Dando la priorità alle infrastrutture - e non penso certo al ponte di Messina o ad altre opere faraoniche - alla conoscenza - scuola, ricerca, formazione - e alla qualità del lavoro.
Per fare tutto questo non credo che bastino gli eurobond e la Tobin tax.
È ovvio. Serve una scelta opposta a quella che anima la manovra governativa, ripeto, classista perché seleziona accuratamente i soggetti, le fasce sociali, le classi a cui far pagare la crisi e quelle da salvare dalla mannaia, a cui non si chiede alcun sacrificio. Sbaglia l'opposizione a sorprendersi, queste sono da sempre la linea e la pratica del governo Berlusconi. Per rimettere in moto il paese è ineludibile una tassa sui patrimoni, non si esce dalla paralisi con provvedimenti a carico in parte del ceto medio e in toto dei ceti più deboli. Intervenendo sull'Irpef e con i tagli, il governo costringerà gli enti locali a far pagare i costi agli utenti poveri e alle famiglie numerose abbattendo il welfare sociale, di cui probabilmente la famiglia di Emma Marcegaglia può fare a meno. Invece, bisogna girare lo sguardo sulle grandi ricchezze e sui patrimoni. Non serve denunciare l'evasione fiscale, piuttosto la si colpisca, non è poi così difficile: basterebbe mettere a confronto stili di vita e proprietà, barche e automobili di lusso e ville con le dichiarazioni dei redditi. Certo, i negozianti devono fare lo scontrino, ma senza dimenticare che il grosso dell'evasione viene da più su.
Crescita è una parola buona per tutte le stagioni. C'è crescita e crescita.
Penso anch'io che dobbiamo costruire un'altra idea di sviluppo. Obama aveva iniziato a parlare della sostenibilità ambientale (e sociale, aggiungo io) dell'economia, ma ora la crisi sembra aver derubricato il tema. Non dev'essere così per noi. Così come si tenta di strumentalizzare la crisi per colpire la dimensione sociale del lavoro, fatta di qualità, dignità, diritti, conoscenza. Che c'entra con questo il debito? Niente. Si tratta di un'operazione vistosissima, neanche camuffata, per modificare le relazioni sociali consolidate e la civiltà del lavoro. Ho trovato una conferma di queste mie riflessioni nei due articoli bellissimi di Umberto Romagnoli sul manifesto. Vengono stravolti i patti costitutivi, con l'introduzione del concetto che la contrattazione può modificare la legge, mettere in mora lo Statuto dei lavoratori, l'articolo 18. Si vanifica il contratto nazionale attraverso le deroghe, riducendolo a simulacro per i più deboli, in un paese in cui il 70% dei lavoratori non ha contrattazione integrativa. Il contratto nazionale è stato voluto proprio per uniformare le condizioni a vantaggio dei più deboli e tutelare le imprese dalla concorrenza sleale.
Per non parlare dell'effetto retroattivo inserito nell'articolo 8 della manovra.
È il riconoscimento e la generalizzazione del «contratto Fiat», compresa la clausola ad escludendum dei sindacati non firmatari, come ci ricorda sempre Romagnoli. È miope chi pensa che il problema riguardi solo la Fiom, domani in base a quel principio può toccare a tutti: si spinge verso la formazione di sindacati di comodo. La retroattività trasforma il modello Fiat in un modello generale, mentre dà a Marchionne la possibilità di restare in Confindustria, si impone alle aziende che avevano rifiutato di aderire alla filosofia del Lingotto.
Il governo dicono di aver scritto l'articolo 8 della manovra per sostenere l'accordo del 28 giugno tra Confindustria, Cgil, Cisl e Uil sui contratti e la rappresentanza.
Ho già testimoniato sul manifesto le mie critiche a quell'accordo, ma il fatto nuovo è che la manovra lo cancella. Inutile girarci intorno e raccontare fandonie.
Dunque, bene ha fatto la Cgil a indire lo sciopero generale?
Per far fronte a un disegno politico che mentre approfondisce le diseguaglianze sociali aggredisce diritti e agibilità sindacali, sarebbe ovvio che tutte le organizzazioni sindacali mettessero in campo grandi iniziative volte a parlare a tutti delle conseguenze sociali devastanti della manovra, nel medio ma anche nel brevissimo tempo. Lo denuncia con nettezza anche Famiglia cristiana, quando individua correttamente le vittime della ricetta Tremonti nelle famiglie e nelle fasce più deboli. Serve informazione, insieme a un confronto con gli enti locali, e insieme una campagna di lotta compreso lo sciopero generale. Se Cisl e Uil si chiamano fuori, alla Cgil non resta che andare avanti, anche da sola. Si tratta di un percorso impegnativo che non si esaurisce con uno sciopero generale, bisognerà attrezzare il movimento a durare nel tempo.
Sei stato segretario generale della Cgil e militi nel Partito democratico. Come vivi la posizione del tuo partito, passato dall'equilibrismo tra posizioni inconciliabili a una scelta netta: contro la Cgil che indice lo sciopero?
Per me è difficile comprendere la ratio di certe posizioni. Se il Pd ha un'ipotesi alternativa a quella del governo, e ce l'ha, avrà pur bisogno di sostenerla. Nessuno può essere così sciocco da pensare che l'unico modo per sostenerla sia il dibattito parlamentare, servono iniziative politiche. Tanto più che l'opposizione da tempo sostiene che la crisi è grave, in Italia è più pesante che altrove mentre il governo l'ha sempre ignorata o nascosta. Allora, ripeto, bisogna sostenere con le iniziative politiche e la mobilitazione le proprie scelte alternative, spiegandole alla gente. Che senso ha sorprendersi o addirittura manifestare insofferenza se la Cgil si incammina sulla strada della mobilitazione e lo fa con gli strumenti che ha, cioè con lo sciopero? Già in autunno gli effetti del combinato disposto crisi più manovra provocherà conseguenze pesanti. Credo fermamente nell'autonomia reciproca tra sindacati e partiti, però ora l'opposizione dovrebbe rendersi conto che i suoi obiettivi sono oggettivamente più simili a quelli della Cgil che non a quelli del governo.
Credi che sia ancora possibile una battaglia per ricollocare il Pd su posizioni più comprensibili?
Credo che la sofferenza dell'autunno ci chiamerà in causa tutti, per dare orizzonti politici e sociali al peggioramento della vita dei ceti più deboli e più colpiti. I fatti sono duri, ci costringeranno realisticamente a ricollocarci. Vedi, in Italia non ci sono mai stati conflitti durissimi come in altri paesi europei grazie alla presenza di corpi intermedi che hanno garantito una mediazione sociale. Ora sono a rischio proprio questi corpi intermedi, penso anche agli enti locali a cui vengono sottratti strumenti e risorse che storicamente hanno consentito di evitare l'esplosione di conflitti incontrollati, grandi esplosioni sociali. Se questa rete si rompe, se le sue maglie si strappano e si stanno strappando, tutto diventerà più complicato. Questi sono i fatti che dovranno far riflettere tutti, anche il mio partito.

Loris Campetti

[Articolo su il manifesto del 27/08/2011]

giovedì 25 agosto 2011

Piaggio riapre, ma è cassa integrazione per 1000 operai

Il prossimo lunedì 29 agosto i cancelli della Piaggio riapriranno per 600 operai. Sulla produzione pende infatti la sentenza di fallimento per Tecnocontrol, che rilancia: "Tecnocontrol mette a disposizione la sua azienda operativa, Industrie toscane, perché Piaggio possa continuare". Ma la stessa Piaggio si prepara alle contromosse e si dice pronta "a garantire un esercizio provvisorio", e poi "a prendere in affitto o rilevare l'azienda, dopo che questa verrà stimata" E' ormai certo. Il prossimo lunedì 29 agosto sarà rientro al lavoro soltanto per 600 operai della Piaggio. Per gli altri 1.000 si profila una cassa integrazione, si spera breve, che prevede rientri a scaglioni nelle tre settimane successive, e la fiducia che entro un mese il 100% dei lavoratori possa riprendere. Dal 29 quindi soltanto il 35% degli operai sarà in fabbrica, la settimana successiva la percentuale salirà al 50%, quella successiva ancora al 75%, per poi raggiungere il 100 in un'ultima fase. "Dalla Piaggio sperano di accorciare questi tempi, ma sulla carta l'unica certezza è che lunedì prossimo saranno in 600 al lavoro, e che in particolare le meccaniche, 2R e 3R saranno le più coinvolte nella cassa integrazione", è il commento a caldo di Marcello Franchi, segretario provinciale della Fiom-Cgil. A darne notizia sono appunto i sindacati, dopo la giornata di ieri in cui si sono incontrati con alcuni dirigenti Piaggio per decidere il da farsi, visto che Piaggio non ne vuole più sapere di contatti con Tecnocontrol, di cui il ramo operativo Industrie Toscane è fra i principali fornitori di componentistica dell'azienda pontederese. Infatti, se due giorni fa i legali di Piaggio, con sentenza di fallimento di Tecnocontrol alla mano, sottolineavano la volontà di chiudere con il gruppo guidato da Caponi, lo stesso gruppo tramite il suo avvocato Giuseppe Brini ha annunciato "il lancio di una proposta": "Abbiamo offerto ieri (23 agosto, ndr) alla Piaggio e, per conoscenza, al curatore fallimentare, di proseguire la lavorazione, reiniziando dal 29 dagli stabilimenti che già la Piaggio utilizzava per mezzo di Tecnocontrol, direttamente quindi da Industrie Toscane". Una proposta ma anche un 'ultimatum': "Sono state date 48 ore alla Piaggio per rispondere - ha detto Brini -. Ma da parte di Piaggio sembra che l'impossibilità a riprendere la produzione sia per colpa di Tecnocontrol. Per fugare questo timore abbiamo lanciato questa proposta: Tecnocontrol mette a disposizione la sua azienda operativa, Industrie toscane, perché Piaggio possa continuare. Se Piaggio non risponde non sarà perché Tecnocontrol non consegnava ma forse per problemi diversi". Toni accesi che non si placano nemmeno di fronte alla sentenza di fallimento - i cui contenuti sono stati resi noti dal legale di Piaggio, il prof. Antonio Calamia - che annovera fra le motivazioni anche elementi decisamente poco chiari. Scrive infatti Calamia: "La continua diffusione di affermazioni quale aggressione giudiziaria e il preannunciato ricorso contro la sentenza di fallimento della Tecnocontrol impongono alcune puntualizzazione da parte mia in qualità di legale della Piaggio & C Spa. Credo che non si possa prescindere dal contenuto della decisione adottata dal Tribunale di Pisa". Riporta quindi i motivi della sentenza di fallimento, emessa "dopo aver riconosciuto la legittimazione attiva alla presentazione del ricorso da parte di Piaggio". Fra questi compare l'esistenza di conti correnti a Lugano, per finalità non trasparenti: "Dalle ammissioni rese dalla ditta debitrice in propri atti processuali, si puntualizza che la richiesta di pagamento su conto corrente aperto a Lugano serviva a evitare un eventuale sistematico ricorso ai pignoramenti verso terzi". E ancora, "azioni esecutive già subite da altri creditori, documentata cessione di tutti i crediti a società terza, emissione a favore di Piaggio del titolo monitorio per resa degli stampi, già eseguito presso Almec nonostante le opposizioni presentate dinanzi al Tribunale si Sant'Angelo dei Lombardi, tutte respinte". A colpire è anche "l'inattività della società Tecnocontrol con attuali 2 dipendenti", cui si somma "scarsa consistenza del piano industriale, strumentalità del piano di scissione, mancanza di risorse patrimoniali per l'estinzione delle obbligazioni verso i creditori". Il commento di Calamia è netto: "E' interesse della mia cliente evitare sterili polemiche, non ci interessano i molteplici movimenti posti in essere tra diverse società, lo spezzettamento dell'attività, i trasferimenti di sede, i progetti di scissione. Appare invece prioritario in questo momento operare per la ripresa della produzione e per la salvaguardi dei posti di lavoro, in contatto con gli organi della procedura, Curatore e Giudice Delegato". Altrettanto irremovibile la posizione di Tecnocontrol, che oltre al tentativo di ripartire il 29 come se nulla fosse accaduto nel frattempo, annuncia: "Impugneremo la sentenza alla Corte di Appello perché la riteniamo ingiusta". "Sarebbe la prima volta che un cliente fa fallire il suo fornitore - ha detto ancora l'avvocato Brini, che però non commenta ulteriormente i motivi della sentenza, e sopratutto lo scenario che questa stessa ha sollevato, ma fa dell'ironia: "Come direbbe Di Pietro 'non commento le sentenze, le appello'". Si aggiunge quindi una sentenza di fallimento, sulle spalle di Massimo Stella e Carlo Caponi - il primo commercialista e il secondo amministratore delegato di Tecnocontrol - attualmente indagati dalla Procura di Bologna per bancarotta fraudolenta per distrazione, coinvolti per gli inquirenti nel fallimento della Verlicchi, azienda metalmeccanica di Zola Predosa (BO). Da parte di Piaggio ora si tratterà di valutare le prossime mosse del curatore fallimentare, il dott. Antonio Nazaro. Al riguardo Calamia ha dichiarato a Pisanotizie che "l'interesse di Piaggio è di vedere se il curatore rende possibile un esercizio provvisorio, in questo caso siamo disponibili a garantire i costi dell'esercizio", una proposta che potrebbe salvare la situazione per "un paio di mesi", trascorsi i quali la Piaggio si dice "pronta a prendere in affitto o rilevare l'azienda, dopo che questa verrà stimata". 

Cinzia Colosimo 

Tassare i veri ricchi e salvare l'articolo 18

Il testo della contromanovra della CGIL. No a nuovi «scudi» fiscali: aggiungere il 15% al vecchio. Stralciare la norma sulle festività civili 

Una più equa distribuzione del carico fiscale, nessun taglio alle pensioni, un fondo per la crescita, la valorizzazione degli enti pubblici per offrire più servizi a costi razionalizzati. La «contromanovra» che la Cgil ha presentato ieri tocca tutti i temi caldi della crisi, e cerca soluzioni «mantenendo gli stessi saldi fissati dal governo», tiene a sottolineare la segretaria Susanna Camusso, «ma invertendo il segno e non facendo pagare tutto a chi ha già dato in termini di sacrifici e di corretto pagamento delle tasse». 
Ecco i punti salienti. 
1) Un Piano strutturale di lotta all'evasione fiscale e al sommerso, contabilizzando preventivamente in Bilancio le quote di entrate da recuperare, coinvolgendo le istituzioni locali con poteri speciali. 2) Un'imposta ordinaria sulle Grandi Ricchezze, come in Francia (aliquota progressiva solo sulla quota che eccede gli 800 mila euro). 3) Un'imposta straordinaria sui Grandi Immobili il cui valore netto superi gli 800 mila euro, con aliquota fissa dell'1%, per l'anno 2012. 4) Un «contributo di solidarietà» su tutti i redditi, in ragione della «capacità contributiva», che sia equo e «straordinario» (un solo anno). 5) L'aumento della tassa di successione, cancellandone l'esclusione dei patrimoni redditizi: le risorse andranno reinvestite per i giovani. 6) Una sovrattassa straordinaria sui capitali già sanati con lo Scudo fiscale, ma non rientrati dall'estero (ben 60 su 95 miliardi), con un'imposizione aggiuntiva del 15% (oltre il 5% che già era stato previsto). 7) Istituire un Fondo per la crescita e l'innovazione. 8) Ridurre strutturalmente il fisco su redditi da pensione e lavoro. 9) La cancellazione dei tagli agli enti locali e l'allentamento del Patto di stabilità interno per gli investimenti in innovazione sociale (welfare e assistenza) e per le infrastrutture materiali e immateriali. 10) Razionalizzare i costi dei servizi pubblici e delle municipalizzate, non tagliandoli nè privatizzandoli («vietato dall'ultimo referendum», nota Camusso), ma accorpandoli su base regionale o per bacini. 11) Stralciare dalla manovra tutte le norme sul diritto del lavoro, contrattazione e relazioni industriali che, come più volte ribadito, restano materie che devono disciplinare le parti. In particolare, la Cgil chiede di stralciare l'articolo 8 su contratti, articolo 18 e accordi Fiat. 12) Stralciare l'articolo 9 della manovra, norma che travolge il collocamento obbligatorio dei disabili, creando dei reparti «ghetto». 13) Stralciare la norma che predispone la modifica dell'articolo 41 della Costituzione (quello sulla libertà d'impresa). 14) Stralciare la norma sulle festività nazionali civili, su cui la Cgil sta raccogliendo le firme per una petizione: «Il 25 aprile, l'1 maggio e il 2 giugno sono parte dell'indentità della nazione», dice Camusso. 15) Riaprire la stagione della contrattazione nel lavoro pubblico. 16) Ristabilire il criterio della flessibilità nel pensionamento.

L’Italia, ex colonia Fiat


Il presidente della Fiat John Elkan con il suo azionariato familiare coeso solo dal non spendere nelle attività industriali in particolare in Italia – visti anche i nuovi interessi finanziari asiatici – dopo aver dato l’incarico al suo ad di salvarlo con l’avventura americana da investimenti che nel mercato mondiale dell’auto, la famiglia Agnelli non è più in grado di sostenere, pensa di coprire la ritirata industriale dall’Italia scaricando le responsabilità ora sui lavoratori, ora sul Paese. I lavoratori vengono costretti in modo improbabile a “garantire” con l’aumento della propria fatica, con la limitazione delle libertà e con la cancellazione del contratto nazionale, piani industriali che hanno sempre bisogno da parte aziendale di nuove e ulteriori conferme, in un gioco dell’oca che riparte sempre dal via. E il Paese è trattato da questa Fiat e da questi Agnelli come una ex colonia che deve meritarsi investimenti e soddisfare prove, un peso per gli stessi lavoratori e i lavoratori utilizzati come scudi umani, veri e propri ostaggi di una riorganizzazione produttiva e proprietaria.
La Fiat, complice l’arrendevolezza delle classi dirigenti protese a soddisfare per abitudine e scarsa autonomia il potere della ex azienda nazionale, ha prodotto in un gioco di specchi una estraniazione dal Paese quasi che la Fiat non fosse italiana, non avesse responsabilità nella storia d’Italia, nella sua crisi anche morale e nel suo declino. Quasi che la Fiat fosse una nuova azienda appena nata, capace addirittura di proporre “nuove” classi dirigenti fino a sostenere la discesa in politica di quel Montezemolo che l’ad Marchionne considerava poco più di un fastidio nella fase di coabitazione in Fiat. Oggi la Fiat pretende nuove leggi, vuole visionare il testo definitivo che strumentalmente e surrettiziamente il governo ha inserito nella manovra di risanamento e che con essa nulla c’entra, per decidere se investire in Italia, imponendo con una pesante moral suasion, qualcuno suggerisce “ricatto”, leggi che cambiano le condizioni di vita, di lavoro e di libertà per i singoli lavoratori. Lo fa perché sa di aver prodotto nell’ultimo anno accordi al limite e oltre le leggi nazionali, usando la crisi internazionale e il debito pubblico. Ma questa Fiat, che tenta di rianimare il proprio titolo con le comparsate al meeting di Cl, nonostante i segnali di disponibilità di sindacati arrendevoli o di ministri interessati come Sacconi, che usano l’azienda per saldare vecchi conti ideologici introducendo la libertà di licenziamento, non si fida di queste disponibilità e sopratutto non si fida di se stessa, non sa se sarà in grado di mantenere gli impegni sino ad oggi solo propagandati. Con quali prodotti raddoppierà la produzione in Italia? Non certo con la Freemont messicana e con la nuova Panda che è ancora troppo poco. In quale mercato europeo, con quale mercato americano e in quanto tempo restituirà i debiti contratti per rilevare Chrysler e gli stessi debiti che Chrysler porta in dote? Non è ancora tardi per pretendere da Fiat, dai suoi proprietari e dal suo management impegni veri, prodotti europei per l’Italia pensati nel rispetto delle leggi e dei lavoratori. Non ci servono consigli sulla libertà di sciopero, ci serve un’impresa che difenda l’Italia con nuovi prodotti italiani. E’ la Fiat che deve dare garanzie al Paese e ai lavoratori ! E il Paese che deve pretendere rispetto con un altro governo che difenda gli interessi dei cittadini italiani che lavorano.


Giorgio Airaudo 

Petizione per salvare festività civili e laiche

Lupi e agnelli

La parola magica di questa confusa fine d'agosto è coesione. Sotto gli auspici di un mai così dinamico Presidente della Repubblica, tutti la invocano: coesione tra le forze politiche, coesione tra le forze sociali, tutti insieme per salvare l'Italia nel suo 150° compleanno. Ma da chi, destra e sinistra, capitale finanziario, produttivo e lavoro dovrebbero salvare un paese alla deriva? Dalla Grande Crisi, naturalmente, dalla mancata crescita, dal rischio di bancarotta. Anche la crisi è diventata una parola magica, addirittura neutrale. E la crescita, un dogma indiscutibile. La coesione invocata da troppi e per scopi opposti è un inganno. La crisi non è il prodotto del destino ma di scellerate politiche liberiste, non colpisce tutti allo stesso modo ma scatena i suoi effetti devastanti sui più deboli. Pensare di uscirne con un'alleanza contro natura tra chi l'ha provocata e accompagnata e le sue vittime sarebbe una scelta suicida, foriera di un massacro sociale insostenibile. La coesione necessaria, al contrario, è quella tra le forze sociali alle quali si vorrebbe nuovamente presentare il conto dei danni provocati dal maremoto liberista: giovani senza lavoro né reddito, dunque privati di autonomia e futuro; lavoratori ridotti a pedine del capitale, come d'autunno sugli alberi le foglie; precari già caduti dall'albero, a cui ogni diritto è negato; cittadini generosamente disponibili a battersi in difesa del bene comune e del territorio, traditi da una politica cinica e autoritaria; pensionati logorati da una vita di lavoro e da quelle tasse che a troppi vengono risparmiate e condonate. E' sulla base di queste considerazioni che abbiamo accolto con sollievo la decisione del gruppo dirigente della Cgil, questa volta tempestiva, di indire per il 6 settembre uno sciopero generale contro la manovra classista del governo che colpisce in un'unica direzione e usa la crisi per regolare il conflitto di classe a favore dei più forti. E' una scelta che lascia aperta una speranza e forse una sponda a chi ormai sente di aver perduto ogni rappresentanza politica e fatica a trovarne una sociale. E' una scelta coraggiosa che segnala una possibile autonomia da un Pd che ha rotto un equilibrismo per schierarsi contro lo sciopero. La proclamazione dello sciopero è una netta scelta di campo, potrebbe persino rappresentare un segnale di distensione all'interno della Cgil tra due linee differenti: da un lato chi aveva firmato l'accordo interconfederale Cisl, Uil e Confindustria su contratti e rappresentanza e a seguire un appello comune con banche e imprenditori presentato al governo. Dall'altro lato chi pensa che quei due passaggi abbiano segnato una perdita di autonomia della Cgil e aperto, al tempo stesso, la strada all'aggressione del trio Berlusconi-Tremonti-Sacconi ai diritti dei lavoratori, allo Statuto e alla Costituzione. Ora, esplicitate le opposte ricette anticrisi delle "parti sociali" - Emma Marcegaglia si lamenta per le troppe tasse pagate dai ricchi e si scatena contro le pensioni di anzianità mentre approfitta a man bassa dei prepensionamenti - che senso avrebbe confermare quell'accordo tra lupi e agnelli, magari attraverso una consultazione dimezzata? Lo sciopero generale è una scelta coraggiosa e impegnativa, se chi lo ha indetto ci crede davvero non può contraddirlo rivendicando un'alleanza contro natura. Altri, da ben diverse sponde, attendono segnali di fumo di risposta dalla Cgil. 

Loris Campetti 

 [Articolo su il manifesto del 25/08/2011] 

Cgil, lo sciopero sotto attacco

Mentre la manovra si appresta all'iter in Senato, il sindacato si mobilita per cambiarla. Ma perfino l'opposizione smonta e boicotta Camusso spiega le ragioni dello stop del 6 settembre ma viene criticata da Cisl, Uil e Pd. Una «contromanovra» che non faccia pagare i deboli. Intanto si scalda il fronte interno: Rinaldini protesta per la consultazione sull'accordo del 28 giugno 

In un'assolatissima Piazza Navona, con un berretto della Cgil a coprirle la testa, Susanna Camusso spiega al Paese le ragioni dello sciopero generale proclamato dalla Cgil per il 6 settembre: è una conferenza stampa, ci sono tanti giornalisti e molti militanti del sindacato, indetta davanti al Senato perché è lì che tra dieci giorni si discuterà la manovra «degli orrori». E orrende - ci si passi il termine, ma davvero non ne viene in mente un altro - appaiono anche tante dichiarazioni provenienti dal centrosinistra, da tanti esponenti del Pd fino al Psi di Nencini: personaggi quali Giuseppe Fioroni, Giorgio Merlo (del Pd), e appunto Riccardo Nencini, bocciano lo sciopero in difesa di lavoratori e pensionati. Fino agli alti vertici del Pd, con Pierluigi Bersani, preoccupati che si rompa lo «spirito unitario dell'accordo del 28 giugno» (documento già peraltro superato dall'articolo 8 della manovra, che lo rende retroattivo, per fare un favore alla Fiat). E così, da questo fuoco di fila che viene ovviamente non solo dal governo e dalla maggioranza (del tutto scontato) ma anche dagli «amici» di centrosinistra (a parte la sinistra Pd, l'Idv, Sel e Prc), è emersa una Cgil su cui si vogliono addossare tutti i guai del Paese. E Susanna Camusso non ha certamente gioco facile: ieri ha portato i punti della «contromanovra» della Cgil all'attenzione dell'opinione pubblica, oggi recherà lo stesso testo in audizione al Senato, ma nel contempo la segretaria cerca di non rompere il dialogo con Cisl e Uil (nonostante le polemiche a distanza, continuate ancora ieri), con le imprese e la Confindustria di Emma Marcegaglia. Con lo stesso Pd, che ieri ha incontrato a un confronto indetto con le parti sociali, ma che lo sciopero non ha certo avvicinato. E infine ci sono le «grane» interne, quelle relative appunto all'accordo del 28 giugno, sgradito a parte della confederazione, e che adesso è sottoposto alla consultazione dei lavoratori. Ieri Gianni Rinaldini, portavoce della minoranza «La Cgil che vogliamo», ha attaccato con un comunicato durissimo, chiedendo che venga sospesa la consultazione, e rinviata a dopo lo sciopero generale: «Così, d'altra parte, era stato concordato alla riunione delle segreterie che ha fissato la data del 6 settembre: ed è anche logico, visto che si deve capire se la manovra, dopo lo sciopero, cambierà proprio sul punto in cui interviene sull'accordo del 28 giugno». Tenere insieme tutte queste ragioni (e persone) è come governare un sufflè impazzito, e forse per questo motivo ieri in piazza Navona Susanna Camusso si è molto concentrata sul merito della «contromanovra» Cgil (che poi è la piattaforma dello sciopero), rispondendo che «si continua a dialogare con tutti», che «non esiste la logica del nemico/amico» alle domande che mettevano in evidenza gli attriti con Cisl e Uil. E comunque, alle confederazioni «sorelle», che ancora ieri continuavano ad attaccare lo sciopero (per Raffaele Bonanni «organizzato per nascondere i guai interni con la Fiom»), Camusso ha comunque risposto con un certo pepe: «Ritengo che Cisl e Uil sbaglino, che stiano subendo il fascino di questo governo e pensano poco a come cambiare questa manovra». Mentre la risposta a Bersani non è così frontale, ma Camusso invita piuttosto il leader del Pd a rivolgere l'appello sull'unità del 28 giugno «al governo e a chi non chiede lo stralcio dell'articolo 8 sui contratti e la giusta causa; a chi ha sottoscritto l'intesa del 28 giugno e ora si arrampica su qualunque vetro per dire che l'articolo 8 della manovra non è differente dall'accordo di giugno». Ce n'è anche per il presidente della Fiat John Elkann, che il giorno prima dal meeting ciellino di Rimini aveva notato - sarcasticamente - che non avrebbe mai partecipato allo sciopero Cgil: «Se davvero Elkann ci tiene all'unità del Paese, così come ha detto ieri, faccia un gesto nobile - ha detto Camusso - dica al Parlamento che l'articolo 8 della manovra non gli serve, che non lo vuole perché è retroattivo e anticostituzionale». Al governo, la segretaria Cgil ha detto che «irresponsabile non è chi sciopera, ma chi nega la crisi da tre anni, e adesso vuole farla pagare tutta a lavoratori e pensionati, solo a quei cittadini che già pagano correttamente le tasse». Poi l'appello a evitare il voto di fiducia, tentato per appprovare al più presto la manovra e anticipare lo stesso sciopero Cgil. Quanto allo scontro interno, infine, Rinaldini spiega che «il comunicato della segreteria Cgil dove si afferma che la consultazione sull'accordo del 28 giugno è da considerarsi tuttora "operativa", è un falso: nella riunione dei segretari, infatti, all'unanimità abbiamo rinviato il Direttivo al 9 e 10 settembre, sospendendo nel frattempo la consultazione». «Quella circolare va ritirata - conclude Rinaldini - Ne va della lealtà e dell'affidabilità dei rapporti nel gruppo dirigente e nei confronti dei lavoratori».

 Antonio Sciotto 

 [Articolo su il manifesto del 25/08/2011] 

Studenti: UDU e ReDS il 6 settembre in piazza al fianco dei lavoratori


Come studenti sentiamo la necessità di mobilitarci a fianco dei lavoratori e delle lavoratrici che hanno convocato lo sciopero generale per il 6 settembre, iniziando così un lungo autunno di lotta e protagonismo degli studenti. Nonostante le scuole e le università siano ancora chiuse, vogliamo dare un segnale di forte opposizione a questo governo, che pensa ancora una volta di poter varare una manovra inaccettabile nascondendosi dietro il dramma della crisi che non è stato in grado di affrontare e che sta sconvolgendo il mondo. Crediamo che a pagare i costi della crisi siano stati fin ora soltanto i soggetti più deboli, proprio per questo non accettiamo che la manovra economica mantenga ancora una volta l’impostazione che questo governo ha dato a tutto il suo operato in questi anni: tagliare su servizi e welfare, schiacciare e penalizzare i più deboli e lasciare intatti i grandi patrimoni e gli sporchi guadagni di chi evade e ruba allo stato italiano. Questa manovra pesa anche su noi studenti: già senza ulteriori tagli le scuole e le università sono sul lastrico. Gli 8 miliardi di tagli hanno messo in discussione il carattere pubblico delle nostre scuole, rendendole inaccessibili per molti studenti che non hanno la possibilità economica di sostenere gli esorbitanti costi della scuola, necessari per supplire ai tagli del governo, per non parlare della chiusura o dell’accorpamento di molte scuole, della diminuzione delle ore e l’assenza di aggiornamenti per insegnanti e programmi. Gli studenti universitari già vedono ridotte le possibilità di accesso alle borse di studio che questo Governo vuole trasformare in prestiti d’onore costringendo gli studenti ad indebitarsi per continuare il loro percorso di studi. Con la manovra alle porte, che prevede di tagliare ancora tutto il possibile sugli enti locali, ci chiediamo in che modo sarà possibile, in una situazione già disastrosa, garantire il diritto allo studio per noi studenti, a partire dai trasporti, dai fondi per l’edilizia scolastica e servizi. Per questi motivi saremo in piazza a fianco di chi ancora una volta difende i più deboli, contro un governo che vuole depredare la democrazia e i diritti nel nostro Paese, per un’uscita dalla crisi fatta di equità, difesa del pubblico, futuro e opportunità soprattutto per i giovani. 


Commenti

Si comunica che il Manifestino non pubblica ne' insulti ne' affermazioni non motivate .Se vuoi scrivere degli argomenti e sei disposto a discuterli, invia un testo, anche breve ma argomentato, e lo pubblicheremo.Grazie

Iscriviti alla newsletter

Disclaimer

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001.
Le immagini e l'articoli sono reperite nel Web, quindi valutate di pubblico dominio. Se gli autori avessero qualcosa in contrario alla pubblicazione, non avranno che da segnalarlo al creatore che provvederà prontamente alla rimozione del materiale utilizzato.