La frase

"Ognuno è ebreo di qualcuno.
Oggi i palestinesi sono gli ebrei di Israele."
‎Primo Levi

giovedì 24 dicembre 2009

Sciopero alla Marcegaglia Buildtech di Milano

Lunedì 21 dicembre i lavoratori della Marcegaglia Buildtech di Milano sono scesi in sciopero.

Comunicato della RSU:

Il 16 dicembre 2009 su richiesta delle RSU è avvenuto un incontro con la proprietà del gruppo Marcegaglia nella persona di Antonio Marcegaglia.
Come una doccia fredda il sig. Marcegaglia ci ha comunicato l'intenzione di dismettere un reparto produttivo e 70 probabili esuberi, che in questa fase iniziale sono circa 50.
Poi questa dichiarazione è stata abbellita dalla presunta volontà dell'azienda di non licenziare nessuno.
Nelle assemblee è stato chiaro ai lavoratori, alle RSU e alle organizzazioni sindacali FIOM-CGIL e FLMU-CUB è che l'azienda vuole tagliare l'occupazione qui nello stabilimento di Milano.
La RSU ha proclamato 2 ore di sciopero per oggi.
Tutta la produzione si è fermata e siamo andati a presidiare il viale ex breda bloccando tutte le merci in entrata e in uscita. L'intasamento di camion e automobili ha provocato l'interruzione del traffico del viale Sarca.
Durante il presidio abbiamo deciso di prolungare lo sciopero di un ulteriore mezz'ora, e per un ora circa si sono uniti a noi i lavoratori della Mangiarotti Nuclear che avevano appena decisione di cominciare un presidio permanente contro la chiusura del loro stabilimento che sorge proprio di fronte allo stabilimento Marcegaglia.
È evidente che le ristrutturazioni in corso nell'area sono legate a piani di speculazione degli industriali che attualmente vi producono.
Emma Marcegaglia dice che il peggio è passato, ma è evidente che è passato per i padroni che ricominciano ad accumulare profitti, mentre vogliono far pagare tutti i costi della crisi a noi lavoratori.
Le Nostre richieste sono molto semplici e chiare:

· Ritiro immediato del progetto di riduzione del personale
· Serio piano di investimenti per riconvertire il reparto in difficoltà
· Garanzie degli attuali assetti occupazionali

Da gennaio dovremo insieme a tutte le altre aziende in lotta costruire iniziative comuni per rendere ancora più forti le nostre rivendicazioni.

Milano 21.12.2009

La RSU Marcegaglia Buildtech di Milano Viale sarca 336
Info: brollosindacati@libero.it

fonte: http://www.rete28aprile.it/

Contratto chimici, la posizione della Rete28Aprile

La mozione "la CGIL che vogliamo dice no al conratto dei chimici"

La recente sottoscrizione del contratto del settore chimico dimostra con grande evidenza le ragioni e la necessità della mozione La CGIL che vogliamo.
Le nostre priorità, per imprimere una svolta radicale all’efficacia dell’azione sindacale, risultano oggi ancor più confermate:respingere l’accordo del 22 gennaio, usare la contrattazione per incrementare le retribuzioni e ridurre la precarietà, garantire la natura universale inclusiva del Welfare.
IL contratto del settore chimico va in direzione opposta.
Cancellare radicalmente gli scatti di anzianità, raddoppiare il periodo di prova ,peggiorare la legge attraverso l’aumento a 48 mesi per la stabilizzazione dei contratti a termine,costituiscono di fatto una penalizzazione netta delle retribuzioni dei nuovi assunti e un amplificarsi della precarietà.
Il premio di risultato ora trasformato in premio di partecipazione, legato anche alla presenza, diventa totalmente variabile, impedendo il consolidamento delle retribuzioni aziendali e assumendo in toto il legame tra questo e gli sgravi fiscali e contributivi previsti dal Governo,alla faccia dell’autonomia contrattuale.
L’introduzione degli Enti Bilaterali Aziendali per sostegno al reddito, condizionati alla volontà aziendale e per giunta finanziati da una contribuzione aggiuntiva a carico dei lavoratori,consolida il Welfare corporativo previsto dal Libro Bianco del Ministro Sacconi, in alternativa ad una riforma che estenda a tutti i lavoratori il diritto agli ammortizzatori sociali.
Accordi di questa natura, dunque, non modificano la struttura dell’accordo separato e favoriscono l’impostazione corporativa del governo sul sistema di Welfare.Si dimostra così che in assenza di una strategia confederale chiara l’obiettivo di disarticolare il fronte altrui si rovescia nella disarticolazione del nostro e soprattutto nella penalizzazione delle condizioni materiali dei lavoratori che rappresentiamo.

fonte:http://www.rete28aprile.it/

Contratto chimici, il commento di Epifani

Contratti: Chimici; Epifani, importante risultato, premia autonomia categorie

“La firma del nuovo contratto dei lavoratori chimici rappresenta un importante risultato, almeno ad una prima lettura che dovrà essere però approfondita su tutti i dettagli del testo. E' un buon contratto, firmato unitariamente e raggiunto in tempi rapidi sulla base di un vero negoziato che non ha tenuto conto di alcun automatismo previsto dall’accordo separato’’. Questo il commento del segretario generale della CGIL, Guglielmo Epifani, all’ipotesi di accordo siglato dai sindacati con Federchimica e Farmindustria.

E’ un’intesa, osserva Epifani, ‘’che premia l’autonomia negoziale delle categorie, respingendo la soluzione centralista prevista dall’accordo separato sulla riforma del modello contrattuale dello scorso 22 gennaio. Come la CGIL ha sempre detto: non c’è alcuna applicazione di quell’accordo''.

Nel merito, l’intesa segna un importante risultato salariale, in una stagione particolarmente difficile per i lavoratori, e che va oltre i vincoli che l’accordo separato voleva imporre. C’è, inoltre, una grande attenzione nei confronti della previdenza complementare che viene grandemente rafforzata. Così come è messa in rilievo la contrattazione di secondo livello, come dimostra l' allargamento dell’area di indennità.

Anche la soluzione del superamento degli scatti nel riconoscere un aumento a tutti i lavoratori, salvaguardando anche i più giovani, rappresenta un incentivo a una maggiore contrattazione sui temi della professionalità.

Infine, conclude Epifani, ‘’va sottolineata la scelta della categoria di sottoporre al vaglio delle assemblee e del voto dei lavoratori l’ipotesi di contratto siglata’’.

fonte:http://www.cgil.it/

Retribuzioni, contratti, ore di sciopero

Secondo l'Istituto di statistica, a novembre incremento è del 3,1 per cento rispetto a novembre 2008. L'11 per cento dei lavoratori in attesa di 20 contratti da rinnovare. 1,3 milioni di ore non lavorate per conflitti
foto di Attilio Cristini (immagini di di Attilio Cristini)
Un milione e mezzo di lavoratori italiani (l'11 per cento) è in attesa di rinnovo contrattuale, le retribuzioni restano invariate rispetto ad ottobre, mentre scendono le ore di sciopero. Sono questi i dati più evidenti resi noti oggi (22 dicembre) dall’Istat.

L’Istituto di statistica ha diffuso le cifre relative all'indice delle retribuzioni orarie contrattuali relativo all'intera economia, sottolineando che l’indicatore risulta in crescita del 3,1 per cento rispetto allo scorso anno. Se, infatti, le retribuzioni contrattuali orarie a novembre sono rimaste invariate rispetto a ottobre, hanno registrato un incremento del 3,1 per cento rispetto a novembre 2008.

Attualmente risultano in attesa di rinnovo 20 contratti che corrispondono al 12,8 per cento del monte retributivo totale e che coinvolgono circa 1,4 milioni di dipendenti. La quota di contratti nazionali vigenti risulta elevata in tutti i settori: nel mese di novembre la copertura e' totale per l'agricoltura, mentre e' rispettivamente pari al 98, all'80,6 e all'80,4 per cento per l'industria, i servizi privati e la pubblica amministrazione.

L'attesa per i lavoratori con il contratto scaduto e' in media di 20,9 mesi, in aumento sia rispetto a ottobre 2009 (19,2), sia rispetto a un anno prima (11,4). L'attesa media distribuita sul totale dei dipendenti e' di 2,3 mesi, lievemente superiore a quella del mese precedente (2,2) ma inferiore di un mese rispetto a novembre 2008.

Nel caso in cui non avvenissero ulteriori rinnovi, la quota (in termini di monte retributivo contrattuale rispetto al totale osservato nel dicembre 2005) dei contratti collettivi nazionali di lavoro in vigore osservata a novembre rimarrebbe invariata anche a dicembre 2009, per poi scendere al 46,3 per cento a partire da gennaio del 2010 e ridursi al 40,3 per cento a partire da aprile 2010.

Nel mese di novembre tra l’altro, fanno sapere dall’Istat, l'indice delle retribuzioni è rimasto fermo a causa della limitata incidenza delle applicazioni contrattuali avvenute. Si registra, infatti, solo l'aggiornamento degli importi relativi a una o piu' delle indennita' fissate a livello locale per alcuni contratti provinciali degli operai dell'edilizia. Nello scorso mese, a fronte della variazione tendenziale media, gli incrementi piu' elevati si registrano invece per acqua e servizi di smaltimento rifiuti e metalmeccanica (entrambi 4,2 per cento), commercio e alimentari bevande e tabacco (entrambi 4%), ministeri (3,8 per cento). Gli aumenti piu' contenuti riguardano invece i vigili del fuoco (0,6 per cento), i trasporti, i servizi postali e attivita' connesse (1,5 per cento) e l’agricoltura (1,6 per cento). La variazione è infine nulla per i contratti telecomunicazioni, militari-difesa e forze dell'ordine.

Il dato fornito dai ricercatori è determinato dal fatto che nessun contratto e' scaduto a novembre, mentre e' stato siglato quello relativo ai dipendenti delle industrie della carta e carto-tecnica. Conseguentemente, alla fine di novembre sono in vigore 58 accordi che regolano il trattamento economico di circa 11,6 milioni di dipendenti. A questi corrisponde un'incidenza, in termini di monte retributivo, pari all'87,2 per cento.

Per quanto riguarda le ore di sciopero, infine, nel periodo gennaio-settembre 2009, il numero delle ore non lavorate per conflitti è stato di 1,3 milioni di ore, con un calo del 63,2 per cento rispetto al corrispondente periodo del 2008. Tra le motivazioni, quelle che presentano le incidenze maggiori sono le altre cause (30,5 per cento delle ore totali non lavorate per conflitti), il licenziamento e la sospensione dei dipendenti (21,6 per cento) e le rivendicazioni economiche (20,0 per cento).

fonte:http://www.rassegna.it

Sciopero alla FIAT di Termini Imerese

Sciopero di otto ore nello stabilimento di Termini Imerese, dopo l'annuncio che la Fiat intende fermare la produzione dal 2011, ufficializzato ieri dall'ad di Fiat Marchionne durante il vertice di Palazzo Chigi. La protesta da Roma, dove una delegazione di quattrocento operai aveva atteso l'esito del vertice tra azienda, governo e sindacati, è tornata in Sicilia. Il treno speciale, partito ieri notte da Termini dopo alcuni momenti di tensione con le forze dell'ordine, ha riportato a casa i 400 delegati, che ora si sono uniti in protesta agli altri operai.

Anche a Pomiligiano d'Arco, nonostante l'impegno a produrre nello stabilimento napoltetano uno dei nuovi modelli Fiat, la nuova Panda, la protesta non si arresta. Una ventina di operai della Fiat di Pomigliano d'Arco (Napoli) si sono incatenati davanti al Municipio per protestare contro il mancato rinnovo del contratto in scadenza tra dicembre e marzo. I lavoratori da mercoledì scorso hanno occupato la sala consiliare e sono anche saliti sul tetto del Comune.

Investimenti per 8 miliardi e lancio sul mercato di 11 nuovi modelli. Questo è stato il piano che l'amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, aveva illustrato ieri a Palazzo Chigi, durante il vertice tra governo, sindacati e azienda sul futuro del Lingotto.

L'operazione Chrysler, ha spiegato Marchionne è un tassello fondamentale per il futuro della Fiat. «Abbiamo un piano ambizioso per Fiat, soprattutto in Italia», ha spiegato l'ad di Fiat. «Nei prossimi due anni prevediamo l'aggiornamento di 13 modelli esistenti e il lancio di 11 nuovi prodotti» . Tra questi la nuova Panda che verrà prodotta a Pomigliano.

Quanto allo stabilimento di Termini Imerese, uno dei temi più scottanti sul tavolo: «Cesseremo di produrre auto dal dicembre 2011», ha confermato Marchionne. Ma «siamo pronti a mettere a disposizione lo stabilimento, a fronte di un progetto che dia certezza di lavoro ai nostri dipendenti».

La sua ricetta - «conciliare costi industriali con responsabilità sociale; un puro calcolo economico avrebbe conseguenze dolorose che nessuno vuole ma un'attenzione esclusiva al sociale condurrebbe alla scomparsa dell'azienda» - non ha convinto però lavoratori e sindacati.

«Marchionne ha mostrato tutta la sua arroganza, ha usato toni molto gravi su Termini Imerese. Avrà pure salvato la Fiat, ma non si può permettere di mortificare la dignità di 3 mila persone che hanno contribuito a fare grande questa azienda che ha avuto tanto dai governi ma non ha avuto niente in cambio. La nostra risposta sarà decisa», ha replicato il segretario della Fiom di Termini Imerese, Roberto Mastrosimone, presente all'incontro a Palazzo Chigi per la presentazione del piano industriale della Fiat. «Marchionne ha detto che la Fiat è un gruppo privato e che il problema sociale di Termini Imerese riguarda il governo - ha aggiunto Matrosimone - Anche a queste parole i lavoratori sapranno dare risposte».

Ma se il punto di crisi è Termini Imerese il segretario nazionale Gianni Rinaldini fa sapere che il giudizio sul piano Marchionne è complessivamente negativo. «Il giudizio complessivo sulla proposta è negativo», spiega il segretario della Fiom Gianni Rinaldini: «E nello stesso tempo dobbiamo affrontare un problema: anche un piano migliore prolungherà la cassa integrazione. Si è parlato di grandi numeri ma il confronto va concretamente trasferito nelle azienda, bisogna capire cosa succede nell'indotto e nella componentistica. Alcune cose avranno una ricaduta su decine e decine di stabilimenti legati alla Fiat».

Il presidio industriale della Fiat a Termini Imerese «va preservato», scandisce il segretario del Pd Pier Luigi Bersani, durante Porta a Porta. «Se c'è da riconvertirlo- aggiunge- si dica come e si discuta. Se non ha redditività sufficiente, si veda come recuperarla anche con un'operazione di riconversione. Ma quello che non si può dire è: nel 2011 chiudo. Di quei territori lì- aggiunge il leader democratico- che cosa dobbiamo fare? Li mettiamo tutti in mano alla mafia?».

fonte:http://www.unita.it/

domenica 20 dicembre 2009

Operai in lotta alla FIAT di Pomigliano

Fiat Pomigliano: operai sul tetto del Comune
Sciopero durante i turni di lavoro. Picchetti agli otto cancelli della fabbrica


Sono saliti sul tetto del Comune di Pomigliano D´Arco, minacciando di buttarsi giù. Ieri sera è riesplosa la protesta alla Fiat Auto contro le conseguenze del piano Marchionne. Un altro gesto di disperazione dei lavoratori della Fiat Handling (logistica), cento operai a termine da quattro anni a cui l´azienda ha annunciato che non rinnoverà il contratto in scadenza tra dicembre e marzo. È successo al termine di un´altra giornata tesissima, la seconda di stop totale della catena di montaggio, dopo l´eclatante arrampicata sui tetti del capannone di verniciatura dello stabilimento.
La notte precedente era passata a presidiare l´aula del Consiglio comunale. Gli operai hanno scioperato in entrambi i turni di lavoro, con picchetti agli 8 cancelli. I presidi continueranno fino al 22 dicembre, data della manifestazione a Roma organizzata dai sindacati confederali in occasione dell´incontro tra governo e Fiat. Ci sarà anche Enzo Amendola, segretario del Pd regionale e un gruppo di parlamentari napoletani. «Allo sciopero c´è stata un´adesione pressoché totale», riferisce Mario Di Costanzo, delegato della Fiom-Cgil. Due giornate di fermo della produzione sia dell´Alfa 147 che della 159, che hanno comportato un sacrificio per i lavoratori di Pomigliano, dopo un anno e mezzo in cassa integrazione. «Serve una risposta forte, perché tutti in fabbrica si rendono conto che questo è il pretesto per cominciare a tagliare», sottolinea il sindacalista. Per cinque ore oggi si terranno assemblee sulle linee di montaggio per discutere con gli operai delle iniziative in difesa del posto di lavoro. «È il sito produttivo che dopo Termini Imerese sta subendo di più i colpi della crisi», aggiunge Francesco Percuoco, delegato Fiom, «non abbiamo potuto usufruire degli incentivi dello Stato perché i motori che produciamo non sono quelli a cui erano destinati i fondi, e il governo non ha mai firmato il decreto per l´integrazione salariale che portasse a 800 euro la cig mensile».

Per oggi il sindaco di Pomigliano, Antonio Della Ratta, ha convocato una riunione dei sindaci del comprensorio. Fiat Handling è il risultato di una operazione di assorbimento di 538 lavoratori da Dhl, di cui 46 amministrativi, tra Pomigliano e Nola.
Alla manifestazione di Roma aderiscono anche i Cobas. «Promuoviamo ogni iniziativa di lotta necessaria a scongiurare questa prima ondata di licenziamenti», dice Vittorio Granillo, dello Slai Cobas, «Fiat si appresta a chiudere gli impianti di Arese e Termini e a dimezzare quello di Pomigliano nella prospettiva di una progressiva delocalizzazione all´estero».

Patrizia Capua

fonte:http://espresso.repubblica.it/

Nelle miniere in Cina

È passata poco più di una settimana da quando l'ennesimo incidente in miniera ha reclamato un tributo di sangue da parte dei lavoratori cinesi. Nella notte tra il 20 e il 21 novembre nella miniera di Xinxing a Hegang, nella provincia nordorientale dello Heilongjiang, in un cunicolo situato a oltre cinquecento metri di profondità una scintilla scaturita da chissà dove ha causato un'esplosione fatale. La deflagrazione è stata talmente forte che un edificio costruito su una delle imboccature del pozzo è crollato, mentre le finestre delle costruzioni nei dintorni sono finite in mille pezzi. Dato che la vita della miniera non distingue tra notte e giorno, nonostante l'ora tarda erano ben 528 i lavoratori impegnati a scavare. Nelle ore successive, 420 di loro sono riusciti a risalire dall'abisso, altri 108 non ce l'hanno fatta. L'ultimo corpo è stato recuperato appena qualche ora fa, una notizia che ha occupato meno di trenta secondi nel notiziario statale del primo mattino.

Questa tragedia avviene in un periodo in cui l'attenzione dell'opinione pubblica cinese sulla questione della sicurezza nelle miniere è già molto alta. Dalla metà di settembre di quest'anno sui media locali e nazionali si discute diffusamente della nuova strategia che il governo cinese sembra voler adottare con lo scopo dichiarato (o almeno uno degli scopi dichiarati) di garantire una maggiore sicurezza ai lavoratori del settore, vale a dire la nazionalizzazione di tutte le miniere di piccole e medie dimensioni. L'assioma alla base di questa nuova politica è quello che "statale" equivarrebbe condizioni di lavoro più sicure, mentre "privato" significherebbe mancato rispetto per le più elementari norme di sicurezza. Per ora si tratta di una sperimentazione limitata ad una sola provincia, lo Shanxi, il centro dell'industria mineraria cinese, eppure le intenzioni delle autorità sembrano serie, tanto più se si considera il fatto che questa ondata di nazionalizzazioni rientra in un più generale piano di riaffermazione dell'economia statale su quella privata (in cinese questo processo viene definito guojin mintui, letteralmente "lo Stato avanza, il privato si ritira") che ha preso piede nel periodo successivo allo scoppio della crisi finanziaria globale.

Ma è vero che le miniere statali di grandi dimensioni sono più sicure? Stando al caso della miniera di Hegang sembrerebbe proprio di no. La tragedia della settimana scorsa si è verificata proprio in uno di quei gioielli del settore pubblico che le autorità cinesi vorrebbero promuovere come un modello di sicurezza. E non è la prima volta che in simili impianti "all'avanguardia" si verificano incidenti così gravi. Nel cuore dell'opinione pubblica cinese è ancora fresco il ricordo di quanto è avvenuto il 22 febbraio di quest'anno nella miniera di Dunlan nella città di Gujiao, nella provincia dello Shanxi. In quello che allora era considerato uno degli impianti più avanzati dell'intera provincia, proprietà del gruppo statale Jiaomei dello Shanxi, 78 minatori sono morti in un esplosione, mentre altri 114 sono rimasti feriti. E questo non è stato altro che l'ultimo di una lunga serie di incidenti che hanno funestato le miniere statali nell'ultimo decennio.

Stando a delle statistiche dell'Ufficio statale per la sicurezza nella produzione riguardanti i ventuno incidenti in miniera particolarmente gravi (una formula che indica le disgrazie che hanno portato alla morte di più di dieci persone) avvenuti tra il gennaio e l'agosto del 2006, il 43% di questi casi si era verificato in miniere statali. Come ha commentato Han Dongfang, leader del China Labour Bullettin, un'organizzazione non governativa basata ad Hong Kong, "statale" non necessariamente comporta attenzione alla sicurezza: "Essendo imprese responsabili per i profitti e per le perdite, le miniere di proprietà dello Stato sono attente alla massimizzazione del profitto quanto le miniere private. E il disprezzo dei loro manager per le vite dei lavoratori nell'inseguimento dei profitti o nella corsa a superare le quote di produzione è evidente quanto nelle miniere private".

Certamente, le considerazioni politiche ed economiche passano in secondo piano rispetto alla sofferenza delle famiglie e degli individui. La settimana scorsa, un lettore del Nanfang Zhoumo ha inviato al giornale una lettera particolarmente toccante: "Quando frequentavo la scuola media presso il terzo istituto del dipartimento minerario della città di Fengcheng nel Jiangxi, la maggior parte dei genitori dei miei compagni lavoravano in miniera. Un giorno c'è stata una competizione letteraria il cui argomento consisteva nello scrivere ai propri parenti in miniera una lettera per ricordare loro di fare attenzione alla sicurezza. Uno dei testi che hanno vinto mi ha lasciato un'impressione molto profonda: ‘Papà, ogni giorno prego segretamente perché tu torni a casa sano e salvo. Ogni volta che sento il suono familiare della chiave che apre la porta, sono pieno di felicità e mi sembra la musica più bella al mondo'. L'esplosione nella miniera di Xinxing ha già causato la morte di 107 persone. So che ci sono altre 107 famiglie che non sentiranno più quella "musica più bella del mondo'".

Ivan Franceschini

fonte:http:/appunticinesi.blog.unita.it

Intervista a Gianni Rinaldini sul Congresso CGIL

il manifesto intervista Gianni Rinaldini, Segretario Generale FIOM CGIL.

«La democrazia non gode buona salute e anche in Cgil rischia di essere vissuta come un problema, se la presentazione di un documento congressuale alternativo a quello della segreteria solleva tanto scalpore. Naturalmente parlo delle pratiche, non delle enunciazioni che abbondano: sono tempi in cui la democrazia è molto evocata, pochissimo praticata». Gianni Rinaldini, segretario generale della Fiom, lancia segnali d'allarme che vanno dalla crisi economica al futuro del sindacato. E chiede un congresso di svolta.
Partiamo dalla crisi. Due milioni di disoccupati «ufficiali», più gli «invisibili». Cassa integrazione record, operai sui tetti. Ma dicono che il peggio è passato. E' vero?
Io non vedo segnali positivi, almeno se si assume il lavoro - non la borsa - come indice di riferimento. Basta guardarsi attorno. L'assurdo è che si pensa di poter ripartire come prima, puntando sulle esportazioni, competendo sul costo del lavoro, tagliando il welfare per ridurre il debito pubblico (gonfiato per salvare la finanza). Il governo, poi, estende le precarietà - reintroduce il lavoro a chiamata - mentre scemano le tutele, come per le pensioni, che diminuiscono fino al 4% per il calo del montante contributivo, calcolato sul Pil. Il sindacato dovrebbe rispondere mettendo in discussione tutti gli accordi di un'era concertativa cancellata dalla politica di governo e dalla crisi economica. E invece...
Invece?
Balbettiamo, sperando nella Confindustria «buona» contro quella «cattiva». Perché è vero che i padroni sono divisi, ma è una divisione che andrebbe usata alzando il livello del confronto, con uno sciopero generale che unifichi tutti i conflitti aperti, perché la crescita di tante esasperazioni «separate» e sempre più individuali non promette nulla di buono.
In questo panorama la Cgil va divisa al congresso: non c'è il rischio che i lavoratori non capiscano?
Per rispetto dei lavoratori eviterei di usarli a sostegno di questa o quella posizione. Il problema è come vogliamo presentarci di fronte a loro: sarebbe grave se si volesse rappresentare il dibattito democratico come una sorta di lacerazione dell'organizzazione, argomento da sempre usato a sinistra per impedire il confronto. Salvo poi implodere, a un certo punto.
Sta succedendo questo? Non c'è libertà di confronto in Cgil?
Dobbiamo stare tutti molto attenti: se non si concede piena dignità a ogni posizione - facendo trasparire che le ragioni altrui non sono di merito, ma di altra natura - si rischia la degenerazione del confronto e questo è un problema di pratica democratica: si deve poter discutere e votare liberamente sul merito delle proposte.
Ma un congresso unitario non sarebbe stato più utile per trovare le risposte sindacali alla crisi?
Sicuramente avrebbe rassicurato le burocrazie. Ma non ci sarebbe stata nessuna reale discussione, come per lo scorso congresso che fu un'autocelebrazione.
Non si rischia la lacerazione? Si parla di «scissionismo»...
Ho letto un'intervista della segretaria generale della Flai fatta solo di congetture e insulti, come se ci fosse chi lavora per la Cgil e chi contro la Cgil. Ho letto anche su una pubblicazione dello Spi che noi vogliamo sciogliere quel sindacato, una falsità che non sta scritta da nessuna parte. La realtà è che siamo tutti della Cgil e noi non vogliamo nemmeno costituirci in area programmatica, né durante, né dopo il congresso. La Cgil dovrebbe preoccuparsi di chi reagisce in quel modo al confronto democratico che dovrebbe, invece, essere elemento costitutivo per un'organizzazione che vuole rappresentare milioni di persone.
Ma qual è lo scopo del documento «La Cgil che vogliamo»?
Aprire una discussione a tutto campo sul futuro del sindacato, considerando conclusa la fase della concertazione.
Epifani dice che il solo conflitto non basta...
Questa è un'ovvietà. Il problema è se si costruisce il conflitto a partire da un'analisi e un'elaborazione autonoma del sindacato - che ha il voto dei lavoratori come unica legittimazione - o se si plasma la pratica sindacale sulle compatibilità definite da altri, cioè da governo e Confindustria.
La Cgil ha questa colpa?
La concertazione svaniva ogni giorno di più e noi continuavamo a inseguirla. E questo mentre Cisl e Uil facevano una scelte precise: dall'accordo separato al via libera allo scudo fiscale di Tremonti. Insomma, non abbiamo preso atto che si è costituito un asse governo-Confindustria-Cisl-Uil analogo a quello dei tempi del Patto per l'Italia e dell'attacco all'articolo 18. Pensare poi di recuperare un ruolo contrattuale con una logica emendativa, con gli accordi delle singole categorie, rischia di scardinare la Cgil, se viene meno un sistema contrattuale universale.
E, invece, che deve fare la Cgil?
Innanzi tutto avrebbe dovuto contrastare radicalmente l'applicazione dell'accordo separato e non lasciarne la gestione a ciascuna categoria, con esiti tra loro diversi. Il problema non era solo Federmeccanica. Come si è visto il problema è nell'asse governo-Confindustria, nell'esito finale della concertazione di cui sono rimasti solo i vincoli: se gli aumenti devono stare dentro i limiti posti dal governo, il lavoro paga tutto, tutto è predeterminato (al ribasso), i lavoratori non possono decidere su nulla e la democrazia scompare. Quel che serve è ritrovare una pratica rivendicativa nelle categorie e a livello confederale. Cosa vuol dire, ad esempio, «contrattazione territoriale» se vengono già predefiniti vincoli insuperabili? Per rilanciare il ruolo della confederazione nei territori devi promuovere vertenze in un rapporto stretto tra camere del lavoro e categorie. Serve più confederalità, non meno.
A proposito, Epifani giudica un pericolo per la confederalità le firme di tre leader di categoria (Fiom, Fp, Fisac) al documento n.2...
La confederalità non si costruisce in termini gerarchici. Quella è un'idea di Cisl e Uil che riducono le categorie a un ruolo corporativo, con gli enti bilaterali sotto la gestione politica della confederazione. Nella storia della Cgil la confederalità è una pratica generale che vale per tutti, non è una divisione burocratica delle funzioni e vive nelle categorie. Del resto se vogliamo un sindacato davvero generale, di tutto il lavoro subordinato («atipico» incluso), serve una comunità di intenti e di pratiche a partire dall'estensione dei diritti - compreso l'art.18 -, dalla riduzione delle precarietà, con l'abolizione dell'interinale e dei Co.Co.Pro... Insomma, una svolta nel merito. Questi sono i termini del confronto congressuale. Non altri.

fonte:http://www.ilmanifesto.it/

venerdì 18 dicembre 2009

La distribuzione della ricchezza nel 2008

Famiglie più povere patrimoni giù del 5%

Si conferma la struttura piramidale della ricchezza, con l'aggravante che nel 2008 siamo diventati tutti meno ricchi.
A sostenerlo non è la sinistra, ma la Bankitalia che ieri ha pubblicato il tradizionale studio sulla «Ricchezza delle famiglie italiane nell'anno 2008». Non il reddito, quindi, ma il valore dei beni reali (a cominciare dalla casa) e finanziari posseduti da ogni famiglia.Partiamo dall'ultima tabella: la distribuzione della ricchezza. Nel 2008 il 10% delle famiglie più ricche possedeva il 44,5% della ricchezza complessiva.
La «percentuale di ricchezza posseduta dal 50% delle famiglie più povere» era, invece, al 9,8%. Rapportando le due percentuali, si scopre così che, in media, l'1% delle famiglie italiane possiede quasi il 5% della ricchezza, mentre, sempre in media, l'1% delle più povere possiede lo 0,2%. E visto che si tratta di medie, molte famiglie non posseggono nulla.
E sono, probabilmente, quelle che hanno i redditi più bassi. E questo rende ancora più sgradevole la piramide dei redditi. Ma quanto era il patrimonio posseduto nel 2008 dalla famiglie italiane? Secondo la Banca d'Italia circa 8.284 miliardi di euro. Questa cifra comprende le attività reali (tipo abitazioni e terreni) e le attività finanziarie (depositi, titoli, azioni) al netto delle passività finanziarie come mutui e prestiti personali.Questa ricchezza netta complessiva è diminuita a prezzi correnti (cioè al lordo dell'inflazione) «tra il 2007 e il 2008 di circa l'1,9%», cioè meno dell'inflazione. Questo significa che a prezzi costanti (in termini reali) la riduzione è maggiore: -5%, per un totale di 433 miliardi. Bankitalia spiega anche che la caduta della ricchezza netta complessiva a prezzi correnti deriva da una «rilevante riduzione della attività finanziarie (-8,3%) e da una aumento delle passività del 3%».
Il che significa un maggior indebitamento dele famiglie per fronteggiare i primi segali di crisi. La dinamica delle attività reali, invece, «è risultata positiva benché meno sostenuto di quella degli anni precedenti». Ma nel 2009, qual è il trend? «Secondo stime preliminari - scrive via Nazionale - nel primo semestre la ricchezza netta delle famiglie sarebbe rimasta sostanzialmente invariata in termini monetari per effetto della stabilità delle sue componenti sia dal lato dell'attivo sia da quello del passivo». Bankitalia spiega anche chele distruzioni del terremoti d'Abruzzo ha avuto un impatto limitato (6-7 miliardi di patrimonio reale, pari alo 0,1% del totale) sulla ricchezza complessiva delle famiglie. Non appare, invece, quantificato l'impatto dello «scudo fiscale»: tutta l'evasione fiscale portata all'estero e fatta rientrare con condono tombale dovrebbe però apparire nella ricerca del prossimo anno. E chiaramente rendere ancora più sgradevole la piramide della distribuzione della ricchezza.
Tornando alla contrazione della ricchezza reale, nel 2008, secondo Bankitalia è il risultato di due componenti: i capital gain che sono risultati negativi per 521 miliardi «principalmente per la forte contrazione dei corsi azionari», mentre il risparmio delle famiglie «è risultato positivo per circa 88 miliardi!. E a proposito di risparmio, la Banca d'Italia calcola che nel periodo 1995-2008 ha contribuito alla crescita della ricchezza netta per circa il 60%, contro il 40% dei capital gain. Interessante anche il rapporto tra ricchezza netta e reddito disponibile: nel 2008 è sceso a 7,7, contro il livello di 8 toccato nel 2007.
Una diminuzione del 4,6%) che tuttavia mantiene in linea il rapporto rispetto a quelli di Francia (7,5) che ha registrato una flessione del 6,7% e al 7,6% del Regno unito (dove la caduta è stata del 16,7%. Un rapporto, invece, nettamente superiore a quello degli Stati uniti (4,9%) che nel 2008 hanno segnato un crollo del 21,1%.Per quanto riguarda le abitazioni, alla fine del 2008 valevano complessivamente 4.700 euro, pari a una media di circa 196 mila euro a famiglia. Ma il valore totale potrebbe essere nettamente superiore: l'Agenzia del territorio, infatti, ha scoperto oltre 2 milioni di case che sfuggivano al fisco.

fonte: http://www.ilmanifesto.it/

Sciopero alla FIAT di Pomigliano

Fiat Pomigliano: sciopero e picchetti, fabbrica ferma

Picchetti ai cancelli e fabbrica ferma alla Fiat di Pomigliano d'Arco (Napoli), mentre un altro gruppo di operai è rimasto a dormire nell'aula consiliare del comune, dopo le manifestazioni di ieri, quando una ventina delle tute blu con contratto in scadenza, erano saliti sul tetto di un capannone. I lavoratori, in cassa integrazione straordinaria dallo scorso 16 novembre, protestano infatti contro il mancato rinnovo di un centinaio di contratti a termine, in scadenza tra fine dicembre e marzo.

In serata, intanto, si riunirà nuovamente il tavolo permanente di crisi convocato dal sindaco Antonio Della Ratta, al quale partecipano anche rappresentanti della Regione Campania, della Provincia di Napoli, della Chiesa ed i sindacati.

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Rivolta in Fincantieri contro il taglio dei salari

Fincantieri. Fiom: “Gravissima scelta dell’Azienda: in piena crisi del settore decide di rompere le relazioni sindacali”.

La Segreteria nazionale della Fiom-Cgil ha diffuso oggi il seguente comunicato.

"La Segreteria nazionale della Fiom esprime appoggio e solidarietà alle lavoratrici e ai lavoratori di Fincantieri che protestano contro la provocazione dell’Azienda, che ieri ha deciso di non pagare i 750 euro, concordati nell’accordo dello scorso luglio, in alcuni cantieri del Gruppo.”
“La risposta dei lavoratori è stata immediata. Gli stabilimenti di Genova Sestri Ponente, del Muggiano (La Spezia) e di Ancona sono stati bloccati da un grande sciopero che è ancora in corso.”
“Anche i cantieri di Marghera e Monfalcone, pur non direttamente interessati dalla decisione dell’Azienda, hanno deciso una fermata di solidarietà di 2 ore nel pomeriggio di oggi.”
“La Segreteria nazionale della Fiom considera gravissimo che in un momento di crisi del settore, con un tavolo di governo aperto per discutere una politica di sostegno, l’Azienda rompa le relazioni sindacali nel Gruppo.”
“La Fiom non lascerà nulla di intentato per ottenere il rispetto dell’accordo e far valere i diritti dei lavoratori. Per questo motivo, proclama lo stato di agitazione in tutto il Gruppo e dichiara che chiamerà l’Azienda a rispondere, anche sul piano legale, con un ricorso alla magistratura per comportamento antisindacale, sulla base dell’articolo 28.”

fonte:http://www.fiom.cgil.it/

Comunicato RSU della SM e FM Pisa

Nelle aziende metalmeccaniche Scienzia Machinale e Fabrica Machinale di Pisa si considera unico CCNL valido ed applicato, il CCNL metalmeccanici firmato unitariamente in gennaio 2008, rigettando formalmente l'accordo illegittimo firmato da Fim, Uilm e parti datoriali in ottobre.
Questo accordo portato a casa dalle RSU Fiom - di cui alcuni delegati aderiscono alla Rete28Aprile - rappresenta solo il primo passo di riappropriazione del nostro contratto, fermo restando l'imprescindibilità della lotta di tutte le metalmeccaniche e tutti i metalmeccanici necessaria per sconfiggere questo accordo illegittimo, per conquistare un significativo rinnovo del biennio economico e per rivendicare il diritto alla piena autonomia negoziale.

Pisa 14dicembre 2009
RSU di SM e FM

fonte:http://www.rete28aprile.it/

I lavoratori e la trappola dell'arbitrato

L' articolo 35 della Costituzione, primo comma, recita: «La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme e applicazioni». Questa speciale tutela è resa necessaria dal riconoscimento che in tutte le fasi del rapporto di lavoro - l' assunzione all' inizio, poi le condizioni in cui si effettua la prestazione lavorativa, sino alla cessazione del rapporto per licenziamento o altri motivi - il lavoratore rappresenta dinanzi al datore di lavoro la parte sostanzialmente più debole. Tale interpretazione è stata ribadita da una lunga serie di sentenze dell' Alta Corte e della Cassazione. Può dirsi pertanto che gran parte del corpo del diritto del lavoro, nonché i dispositivi volti a rendere effettivo tale diritto, abbiano tra i loro fondamenti il suddetto articolo. Ma adesso è in arrivo il disegno di legge n. 1167, approvato dal Senato a fine novembre e trasmesso alla Camera per il voto definitivo previsto a gennaio. Il dl. n. 1167 è un orrendo coacervo di 52 articoli che affrontano le materie più disparate, tra cui l' età pensionabile dei dirigenti medici e il congedo di maternità, i gruppi sportivi delle Forze Armate e l' albo delle imprese artigiane. Però nel bel mezzo del testo compaiono tre articoli, dal 32 al 34, che sembrano concepiti apposta per indebolire ancora la parte che è già costitutivamente la più debole nel rapporto di lavoro - appunto il lavoratore.
Nel perseguire tale scopo il disegno di legge segue varie strade. La prima consiste nel potenziamento di istituti come l' arbitrato e la conciliazione per risolvere le controversie di lavoro, a scapito della via giudiziaria. Che cosa siano questi istituti è noto. Quando due soggetti sono in lite, ma vorrebbero evitare i tempi e i costi di una causa in tribunale, designano congiuntamente un arbitro nella persona di uno o più professionisti competenti nella materia oggetto della lite, e al suo parere si attengono, anche se non sono d' accordo. Nel caso della conciliazione essi cercano invece di addivenire a un accordo, vuoi trattando tra loro, vuoi accettando o richiedendo l' intervento di un terzo. Ora, sia l' arbitrato che la conciliazione configurano un rapporto sociale ragionevolmente equilibrato allorché i soggetti in conflitto si trovano in una posizione di potere analoga e dispongono di mezzi economici simili. Per contro i due istituti configurano un rapporto decisamente squilibrato se uno dei soggetti, per dire, è un imprenditore che al momento di assumere qualcuno può scegliere tra centinaia o migliaia di candidati, e l' altro è un giovane o un disoccupato che ha un bisogno disperato di trovare un' occupazione. È qui che scatta la trappola del dl. 1167. Esso prevede infatti (art. 33, comma 9) che al momento di sottoscrivere un contratto di lavoro davanti a una delle tante commissioni locali cui è attribuito il compito di certificare se il contratto stesso definisce un' occupazione alle dipendenze oppure un lavoro autonomo (tipo collaboratore a progetto), di durata determinata oppure indeterminata e altre condizioni, il lavoratore deve compiere una scelta drastica. Deve cioè aderire, o rifiutare, un compromesso con il quale s' impegna, nel caso sorgano future controversie di lavoro, a rinunciare al ricorso al giudice a favore di una procedura di arbitrato o di conciliazione. Dei quali, stante lo squilibrio socio-economico che sussiste tra le due parti, si può agevolmente prevedere l' esito. Tanto che la stessa Corte costituzionale si è più volte pronunciata contro il ricorso all' arbitrato nelle controversie di lavoro. Stante questo dispositivo introdotto dal dl. 1167, il ricorso alla giustizia del lavoro diventerà un lusso,o un rischio, che pochi lavoratori vorranno permettersi. In ogni caso, la neo occupata o l' ex disoccupato i quali abbiano rifiutato di firmare all' atto dell' assunzione il suddetto compromesso, e volessero correre il rischio,o permettersi il lusso, di adire al giudice del lavoro perché qualcosa non va nel loro contratto, troveranno un giudice che a loro favore, se il disegno di legge in questione diventa legge, potrà fare ben poco. Questo perché al potenziamento dell' arbitrato fa riscontro il depotenziamento del giudice. Difatti l' art. 32 (commi 1 e 2) del disegno stesso statuisce che esso giudice, a fronte di una controversia di lavoro, deve limitarsi unicamente a stabilire se il contratto tra il datore di lavoro e il lavoratore sia stato stipulato in forma legittima o no. La nuova legge gli vieta espressamente di intervenire in merito a valutazioni tecniche, organizzative e produttive. In tal modo la possibilità per il giudice di esercitare giustizia, e per il lavoratore di ottenerla, è definitivamente mutilata. Il punto critico al riguardo è che la iniziale legittimità formale di un contratto di lavoro è solamente uno dei tanti aspetti del rapporto che esso istituisce tra il datore e il lavoratore. Dopo un po' , capita di scoprire che le mansioni affidate a quest' ultimo, gli orari che è tenuto a rispettare, i mezzi di produzione che deve utilizzare, le relazioni che deve intrattenere con soggetti terzi nell' espletamento del lavoro, l' organizzazione stessa di questo, configurino come totalmente dipendente un lavoro che il contratto sottoscritto definiva come autonomo; così come può accadere l' esatto contrario. Ma il lavoratore che si ritiene danneggiato non avrà più interesse ad andare dal giudice per denunciare che le condizioni di lavoro effettive sono radicalmente diverse da quelle previste dal contratto iniziale. La nuova legge vieterà infatti all' operatore di giustizia di indagare sui suddetti aspetti sostanziali del rapporto di lavoro. Salvo modifiche rilevanti da parte della Camera, ormai imprevedibili, il dl. n. 1167 a gennaio diventerà legge. L' art. 3 della Costituzione perderà così gran parte della sua efficacia tutelare. Sussiste, è vero, il baluardo della Suprema Corte. Ma prima che essa arrivi eventualmente a dichiarare incostituzionali gli articoli in questione, alcune centinaia di migliaia di giovani e meno giovani dovranno comunque sottoscrivere, se vorranno essere assunti o vedere rinnovato il rapporto in essere, dei contratti di lavoro sottratti per legge al dominio della giustizia del lavoro. A parte i suoi contenuti, questa particolare iniziativa in tema di controversie di lavoro getta una luce cruda su una questione di portata generale. Mentre si discute placidamente di possibili intese bilaterali per compiere grandi riforme della seconda parte della Costituzione, riguardante l' ordinamento della Repubblica, vi sono articoli fondamentali della parte prima, riguardante i principi, che quasi ogni giorno vengono erosi, elusi, smontati pezzo a pezzo dalla maggioranza a forza di piccole leggi dall' apparenza innocua, incomprensibili o ignote ai più, ma irte di conseguenze sociali di rovinosa portata.

[articolo di Luciano Gallino - pubblicato su Repubblica — 15 dicembre 2009 ]

fonte: http://www.rete28aprile.it/

martedì 1 dicembre 2009

Dal danno alla FARSA




Dopo i danni procurati dall’accordo separato sul contratto nazionale che colpiscono i salari e i diritti dei lavoratori, Fim e Uilm annunciano portentosi risultati della loro consultazione: il 98% è andato a votare e il 95% ha detto sì.
Questa è semplicemente una farsa
L’accordo di Fim e Uilm sarebbe così bello che anche gli ammalati, anche gli infortunati, anche i cassa integrati, sarebbero tornati in fabbrica apposta per votare a favore.
Mentre tutti coloro che in queste settimane hanno gridato nelle assemblee la loro rabbia per un accordo sbagliato e ingiusto sarebbero degli infiltrati o al massimo dei lavoratori degli appalti
Prima Fim e Uilm hanno danneggiato i lavoratori con un accordo disastroso, ora li offendono con una consultazione finta.
L’unica che ride a questa farsa è la Federmeccanica, che infatti vuole festeggiare assieme a Fim e Uilm il risultato raggiunto.
Ma non si illudano gli industriali: le lavoratrici e i lavoratori metalmeccanici e la Fiom con loro sono e resteranno contro un accordo sbagliato e ingiusto.
Le lavoratici e i lavoratori metalmeccanici della Fiom continueranno a rivendicare un vero rinnovo del contratto nazionale, assieme a regole di democrazia che permettano di decidere con
un voto vero.

Scarica il Volantino in Pdf: Dal danno alla farsa

fonte:http://www.fiom.cgil.it/

Fim e Uilm offendono la democrazia e il Ccnl




Come si poteva prevedere, Fim e Uilm non sono riuscite a contenersi e hanno dichiarato il loro accordo separato per il Ccnl dei metalmeccanici approvato al 95%. E' un dato falso!
Il referendum di Fim e Uilm è finto e conclude un accordo disastroso. Con questo, Fim e Uilm dimostrano soltanto quanto sia importante la democrazia sindacale. Fim e Uilm la offendono, così come offendono i diritti contrattuali delle lavoratrici e dei lavoratori.
Per questo, ribadiamo che nessuna unità è possibile con quei sindacati che disprezzano le più elementari regole di democrazia e che, così facendo, operano per allontanare ancora di più le lavoratrici e i lavoratori dai loro diritti e dallo stesso sindacato.

Rete28aprile

fonte:http://www.rete28aprile.it

Contratto separato e crisi economica: una sola lotta

Hanno mille ragioni gli operai metalmeccanici che proseguono nelle iniziative di sciopero contro il contratto nazionale firmato da Cisl, Uil e Federmeccanica (l’associazione degli industriali).
Quel contratto, infatti, è una vergogna, perché:
allunga da 2 a 3 anni la sua durata e si fonda su un nuovo sistema di calcolo dell’inflazione, che aggrava la già fallimentare capacità di recupero salariale del vecchio sistema, tant’è vero che prevede aumenti salariali da qui a tre anni che sono roba da elemosina;basa esclusivamente sull’efficienza aziendale la contrattazione in azienda e la espone perfino al peggioramento delle condizioni fissate nel contratto nazionale;nelle vertenze aziendali imbalsama le RSU, trasferendo il potere contrattuale ai sindacati esterni, e introduce procedure che congelano gli scioperi; come nei regimi totalitari, trasforma le organizzazioni sindacali in complici delle imprese nell’esercizio del comando sui lavoratori e nella cancellazione dei loro diritti.
Respingere questo contratto significa restituire potere a chi ha davvero il diritto di esercitarlo, cioè i lavoratori: solo questa è democrazia, e non il solito “bla bla bla” ripetuto come un disco incantato da personaggi che la calpestano tutti i giorni, al punto di negare con arroganza che sul loro contratto/capestro si tenga il referendum.
E significa ridare fiato a obiettivi che sono fondamentali in questa situazione economico-sociale, non riguardando solo i metalmeccanici, ma anche tutti gli altri settori sociali attaccati dalla crisi in atto e dalla gestione che ne fanno padroni, governo e quei sindacati che sono loro complici:forti aumenti uguali per tutti e riduzione delle tasse su salari e pensioni;cassa integrazione davvero a rotazione e che duri quanto necessario, che sia estesa a tutte le aziende in crisi e che sia almeno pari all’80% reale della paga;blocco dei licenziamenti;tutela intransigente della salute e dell’integrità fisica sul posto di lavoro; rispetto integrale del diritto di sciopero.
E c’è da fare i conti anche con la voglia matta di aumentarci l’orario di lavoro a parità di paga, come ha avuto la spudoratezza di suggerire il ministro Rotondi nel suo comizietto televisivo sull’abolizione della pausa-mensa.
Questo, mentre il ministro del lavoro Sacconi sta portando avanti un’altra vigliaccata, quella del disegno di legge, già in discussione al Senato, sulla cosiddetta “certificazione”, di competenza delle commissioni composte da rappresentanti delle aziende e dei sindacati.
Una certificazione per rendere valida, anche di fronte al giudice, la rinuncia da parte del lavoratore al rispetto delle norme di legge e di quelle contrattuali a lui favorevoli.
Rinuncia che, coi tempi che corrono, il lavoratore può essere costretto a subire e sottoscrivere, a causa di minacce, intimidazioni e altri “argomenti” in cui i padroni sono imbattibili e che sindacati di comodo non sono di certo pronti a contrastare.
All’ordine del giorno va posta la necessità di non perdersi più in discussioni infinite sui tempi con cui organizzare una risposta generale a questa situazione da parte del mondo del lavoro dipendente, per impedire che essa si aggravi di continuo. È questo che stanno chiedendo operai che scendono in lotta in molte città, in modo sempre più determinato. Cosa ne pensa la Cgil?
Gli operai metalmeccanici possono essere il soggetto collettivo in grado di lanciare questa risposta, nella consapevolezza che non esiste altra strada su cui incamminarsi.

COBAS METALMECCANICI

fonte:http://www.confederazionecobaspisa.it

Thyssen: Fiom, morte di oggi gravità inaudita

“Alla vigilia del secondo anniversario della strage avvenuta nel dicembre 2007 a Torino, un nuovo morto sul lavoro si è avuto oggi in uno stabilimento italiano della ThyssenKrupp: questa volta, all’acciaieria di Terni”. È quanto afferma in una nota il segretario nazionale della Fiom Cgil, Giorgio Cremaschi.

“E’ un fatto di una gravità inaudita - sostiene Cremaschi -, perché le circostanze della morte, che seguono a diverse e ripetute proteste sindacali su come l’azienda organizzava il lavoro, dimostrano che la ThyssenKrupp in Italia non ha imparato niente e continua a mettere a repentaglio la vita dei lavoratori. Vogliamo punizioni esemplari, da parte della legge - sottolinea il dirigente sindacale -, per tutte le inadempienze che sono a monte della tragedia odierna. Vogliamo anche testimoniare, ai compagni di lavoro e ai familiari della vittima, il totale sostegno e la rabbia della Fiom di fronte al fatto che una delle più grandi multinazionali europee si comporti in Italia in maniera indegna”.

“E’ necessario, infatti, ricordare - prosegue il segretario - che tutte le morti sul lavoro alla ThyssenKrupp derivano da una politica aziendale di risparmi e di tagli che mette in crisi la sicurezza. Questa politica continua, perché l’azienda ha deciso di licenziare più di 50 lavoratori nello stabilimento di Brescia, proponendo anche lì una drammatica riduzione degli organici che, se mantenuta, minaccerà anch’essa la salute e la sicurezza dei lavoratori”.

“La Fiom - aggiunge Cremaschi - si costituirà parte civile anche in questo procedimento contro la ThyssenKrupp. Intanto, sosteniamo tutte le iniziative di sciopero in corso. Chiediamo inoltre al governo di intervenire con tutti gli strumenti sia a livello politico, nei confronti della Germania, sia a livello economico e istituzionale, perché il comportamento che la ThyssenKrupp tiene in Italia - conclude il dirigente Fiom - è inaccettabile e indegno di quello che dovrebbe essere il modo di agire di una multinazionale europea per ciò che riguarda il rapporto tra industria e lavoro”.

fonte:http://www.rassegna.it

Disoccupati: Istat; boom a ottobre, superati 2 milioni

Allarme rosso per gli ultimi dati sulla disoccupazione diffusi dall'Istat: il numero dei senza lavoro a ottobre, per la prima volta dal marzo del 2004, sfonda la soglia dei 2 milioni e il tasso di disoccupazione sale all'8% dal 7,8% di settembre (+1% rispetto allo stesso mese dell'anno scorso), raggiungendo il valore massimo dal novembre del 2004.

Il numero delle persone in cerca di lavoro sale quindi a 2.004.000, in aumento del 2% (+39mila persone) rispetto a settembre e del 13,4% (+236mila) su base annua.

Il tasso di disoccupazione giovanile - aggiunge l'istituto di statistica - a ottobre aumentato al 26,9% dal 26,2% di settembre, con una crescita del 4,5% rispetto a ottobre dell'anno scorso.

fonte:http://www.rassegna.it

Donne, tanta violenza poco lavoro

Sempre più “prime della classe”, ma l’immagine e il salario non riconoscono né i successi nè i sacrifici.

Donne di nuovo in piazza: contro la violenza. Perché la violenza contro le donne non si ferma.
Donne, di nuovo, in assemblea: per il lavoro. Perché l'Italia in rosa si muove all'indietro, come un gambero: l'ultima indagine del Word Economic Forum sul “gender gap” l'ha retrocessa al 72° posto, terzultima in Europa. Gli “obiettivi di Lisbona” sull'occupazione femminile sembrano sempre più lontani: era stato fissato per il 2010 l'obiettivo di portare al lavoro il 60% delle donne, siamo al 47,2. Più della metà delle donne sono ufficialmente disoccupate. Anche se poi il “pil sommerso” del loro lavoro di casa, quello cosiddetto “di cura”, pesa nell'economia italiana 300 miliardi di euro, quasi un quarto del prodotto interno lordo.
La crisi si scarica sulle lavoratrici più che sui loro colleghi perché alle donne tocca il triste primato di avere la maggioranza dei rapporti di lavoro atipici: contratti a tempo determinato, quando va bene, contratti a progetto, lavoro somministrato, collaborazioni, fino ai pagamenti con i “vaucher”, che solo in Italia su tutta Europa vengono considerati veri e propri stipendi, mentre altrove vengono considerati sostegno al reddito. Comunque tutti rapporti che iniziano e finiscono senza clamori.
Oltre al danno, la beffa: perché in questo modo quando arrivano i dati ufficiali sulla disoccupazione le donne che hanno perso il lavoro per la crisi risultano percentualmente meno dei maschi.
Eppure tutte le ricerche dicono che le donne sono tanto brave: hanno un titolo di studio (basta andare a controllare ai Centri per l'impiego: le laureate e le diplomate in attesa di occupazione sono due, tre volte tanto rispetto agli uomini), sono efficienti, in grado di svolgere più lavori (e allora ecco il part-time, per assicurare le cure per la casa, la famiglia, i figli, gli anziani). Vere prime della classe.
E mentre in televisione sfilano le veline, e l'immagine della donna che si vuol proporre è di nuovo un bel guscio vuoto (lo spot televisivo per annunciare il quiz-show di Enrico Papi “Prendere o lasciare” è tutto un programma: con la valletta bellissima, mezza nuda, diplomata ma scema, e messa alla berlina) le lavoratrici fanno i conti nel borsellino, per scoprire che guadagnano sempre meno dei loro compagni, facendo gli stessi lavori. In due regioni, nel Lazio e in Toscana, le Consigliere di Parità hanno voluto vederci chiaro e sono andate a far di conto nelle aziende. I dati sono sconfortanti: si arriva al “record” della provincia di Viterbo dove le operaie guadagnano il 65% in meno degli operai, con lo stipendio falcidiato dal part-time (spesso coatto) e da collocazioni inferiori. O a Frosinone, dove le donne dirigenti percepiscono il 48% in meno dei colleghi maschi. Non è così ovunque, ma ovunque la penalizzazione del lavoro femminile è nei numeri: stesse mansioni, collocazioni diverse, precariato, stipendi (legalmente) “tagliati”.
E il governo mentre fa roboanti annunci a favore del “Fattore D”, e assicura monitoraggi contro le discriminazioni, continua intanto l'attacco ai diritti del lavoro, indebolendo sempre più chi è meno tutelato e quindi, soprattutto, le donne.

Silvia Garambois

fonte:http://www.radioarticolo1.com

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