Hanno mille ragioni gli operai metalmeccanici che proseguono nelle iniziative di sciopero contro il contratto nazionale firmato da Cisl, Uil e Federmeccanica (l’associazione degli industriali).
Quel contratto, infatti, è una vergogna, perché:
allunga da 2 a 3 anni la sua durata e si fonda su un nuovo sistema di calcolo dell’inflazione, che aggrava la già fallimentare capacità di recupero salariale del vecchio sistema, tant’è vero che prevede aumenti salariali da qui a tre anni che sono roba da elemosina;basa esclusivamente sull’efficienza aziendale la contrattazione in azienda e la espone perfino al peggioramento delle condizioni fissate nel contratto nazionale;nelle vertenze aziendali imbalsama le RSU, trasferendo il potere contrattuale ai sindacati esterni, e introduce procedure che congelano gli scioperi; come nei regimi totalitari, trasforma le organizzazioni sindacali in complici delle imprese nell’esercizio del comando sui lavoratori e nella cancellazione dei loro diritti.
Respingere questo contratto significa restituire potere a chi ha davvero il diritto di esercitarlo, cioè i lavoratori: solo questa è democrazia, e non il solito “bla bla bla” ripetuto come un disco incantato da personaggi che la calpestano tutti i giorni, al punto di negare con arroganza che sul loro contratto/capestro si tenga il referendum.
E significa ridare fiato a obiettivi che sono fondamentali in questa situazione economico-sociale, non riguardando solo i metalmeccanici, ma anche tutti gli altri settori sociali attaccati dalla crisi in atto e dalla gestione che ne fanno padroni, governo e quei sindacati che sono loro complici:forti aumenti uguali per tutti e riduzione delle tasse su salari e pensioni;cassa integrazione davvero a rotazione e che duri quanto necessario, che sia estesa a tutte le aziende in crisi e che sia almeno pari all’80% reale della paga;blocco dei licenziamenti;tutela intransigente della salute e dell’integrità fisica sul posto di lavoro; rispetto integrale del diritto di sciopero.
E c’è da fare i conti anche con la voglia matta di aumentarci l’orario di lavoro a parità di paga, come ha avuto la spudoratezza di suggerire il ministro Rotondi nel suo comizietto televisivo sull’abolizione della pausa-mensa.
Questo, mentre il ministro del lavoro Sacconi sta portando avanti un’altra vigliaccata, quella del disegno di legge, già in discussione al Senato, sulla cosiddetta “certificazione”, di competenza delle commissioni composte da rappresentanti delle aziende e dei sindacati.
Una certificazione per rendere valida, anche di fronte al giudice, la rinuncia da parte del lavoratore al rispetto delle norme di legge e di quelle contrattuali a lui favorevoli.
Rinuncia che, coi tempi che corrono, il lavoratore può essere costretto a subire e sottoscrivere, a causa di minacce, intimidazioni e altri “argomenti” in cui i padroni sono imbattibili e che sindacati di comodo non sono di certo pronti a contrastare.
All’ordine del giorno va posta la necessità di non perdersi più in discussioni infinite sui tempi con cui organizzare una risposta generale a questa situazione da parte del mondo del lavoro dipendente, per impedire che essa si aggravi di continuo. È questo che stanno chiedendo operai che scendono in lotta in molte città, in modo sempre più determinato. Cosa ne pensa la Cgil?
Gli operai metalmeccanici possono essere il soggetto collettivo in grado di lanciare questa risposta, nella consapevolezza che non esiste altra strada su cui incamminarsi.
COBAS METALMECCANICI
fonte:http://www.confederazionecobaspisa.it
Quel contratto, infatti, è una vergogna, perché:
allunga da 2 a 3 anni la sua durata e si fonda su un nuovo sistema di calcolo dell’inflazione, che aggrava la già fallimentare capacità di recupero salariale del vecchio sistema, tant’è vero che prevede aumenti salariali da qui a tre anni che sono roba da elemosina;basa esclusivamente sull’efficienza aziendale la contrattazione in azienda e la espone perfino al peggioramento delle condizioni fissate nel contratto nazionale;nelle vertenze aziendali imbalsama le RSU, trasferendo il potere contrattuale ai sindacati esterni, e introduce procedure che congelano gli scioperi; come nei regimi totalitari, trasforma le organizzazioni sindacali in complici delle imprese nell’esercizio del comando sui lavoratori e nella cancellazione dei loro diritti.
Respingere questo contratto significa restituire potere a chi ha davvero il diritto di esercitarlo, cioè i lavoratori: solo questa è democrazia, e non il solito “bla bla bla” ripetuto come un disco incantato da personaggi che la calpestano tutti i giorni, al punto di negare con arroganza che sul loro contratto/capestro si tenga il referendum.
E significa ridare fiato a obiettivi che sono fondamentali in questa situazione economico-sociale, non riguardando solo i metalmeccanici, ma anche tutti gli altri settori sociali attaccati dalla crisi in atto e dalla gestione che ne fanno padroni, governo e quei sindacati che sono loro complici:forti aumenti uguali per tutti e riduzione delle tasse su salari e pensioni;cassa integrazione davvero a rotazione e che duri quanto necessario, che sia estesa a tutte le aziende in crisi e che sia almeno pari all’80% reale della paga;blocco dei licenziamenti;tutela intransigente della salute e dell’integrità fisica sul posto di lavoro; rispetto integrale del diritto di sciopero.
E c’è da fare i conti anche con la voglia matta di aumentarci l’orario di lavoro a parità di paga, come ha avuto la spudoratezza di suggerire il ministro Rotondi nel suo comizietto televisivo sull’abolizione della pausa-mensa.
Questo, mentre il ministro del lavoro Sacconi sta portando avanti un’altra vigliaccata, quella del disegno di legge, già in discussione al Senato, sulla cosiddetta “certificazione”, di competenza delle commissioni composte da rappresentanti delle aziende e dei sindacati.
Una certificazione per rendere valida, anche di fronte al giudice, la rinuncia da parte del lavoratore al rispetto delle norme di legge e di quelle contrattuali a lui favorevoli.
Rinuncia che, coi tempi che corrono, il lavoratore può essere costretto a subire e sottoscrivere, a causa di minacce, intimidazioni e altri “argomenti” in cui i padroni sono imbattibili e che sindacati di comodo non sono di certo pronti a contrastare.
All’ordine del giorno va posta la necessità di non perdersi più in discussioni infinite sui tempi con cui organizzare una risposta generale a questa situazione da parte del mondo del lavoro dipendente, per impedire che essa si aggravi di continuo. È questo che stanno chiedendo operai che scendono in lotta in molte città, in modo sempre più determinato. Cosa ne pensa la Cgil?
Gli operai metalmeccanici possono essere il soggetto collettivo in grado di lanciare questa risposta, nella consapevolezza che non esiste altra strada su cui incamminarsi.
COBAS METALMECCANICI
fonte:http://www.confederazionecobaspisa.it
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