mercoledì 2 luglio 2014

Accordo “storico” alla Demm di Bologna, lavorare di più è certo, lavorare tutti forse.

La Demm di Porretta Terme in provincia di Bologna è assurta oggi agli onori delle cronache locali per quello che è stato definito un accordo storico. Per salvare 60 posti di lavoro i metalmeccanici Fiom hanno concordato l'aumento degli orari di lavoro riscrivendo la contrattazione integrativa esistente. Si passerà così dalle sette ore di lavoro pagate otto alle sette ore e mezza di lavoro pagate otto, più un indennizzo economico pari a 4 euro al giorno, la monetizzazione cioè della precedente riduzione d'orario. Lo scambio starebbe negli investimenti che dovrebbe fare l'azienda e nel ritiro dei licenziamenti. Come sempre però l'unica certezza è che da subito si lavorerà di più mentre sull'occupazione tutto dipenderà dal mercato... Proprio la Fiom che aveva fatto del contrasto al taglio delle pause, all'aumento degli orari, cioè della difesa della condizione degli uomini e delle donne che lavorano, il cuore della sua resistenza al modello Marchionne oggi sta contrattando quasi ovunque il peggioramento delle condizioni di lavoro. La Demm, dopo la Berco e tante altre aziende metalmeccaniche e non, ottiene che il cosiddetto aumento di produttività sia tutto pagato dalle braccia e dalla vita dei lavoratori. Questa è ormai una linea generale sebbene non dichiarata. Come è chiaro che, anche ai non addetti alle questioni sindacali, dinnanzi a queste enormi disponibilità sindacali, una volta solo della Cisl e della Uil, il fronte padronale aggredirà sempre di più i diritti dei lavoratori e perché non dovrebbe? La Confindustria chiede che la paga di un lavoratore sia legata solo al merito, alla mansione ed al mercato o all'andamento aziendale. La cancellazione di ogni residuo carattere collettivo della contrattazione ( che resta utile ai padroni solo quando bisogna imporre la restituzione progressiva delle conquiste). Se questa è la linea che resta a distanza di quattro anni dal no di Pomigliano non solo non c'è speranza alcuna di sconfiggere il disegno di Confindustria ma tutta l'iniziativa sindacale è travolta. La realtà è più forte dei titoli di stampa. Di fronte a processi economici e sociali che spingono il sindacato fuori dai luoghi di lavoro, che lo vogliono incompatibile con le dinamiche d'impresa, il rischio che lo stesso metta al centro non la condizione dei lavoratori ma la difesa dell'organizzazione è altissimo. E non riguarda solo una parte, ma, come dimostrano diversi casi eclatanti , l'insieme del sindacalismo, compreso quello di base e conflittuale. I lavoratori della Demm non hanno alcuna colpa di quanto accaduto. Anzi. Un tempo il sindacato spiegava ai braccianti che aumentare la produttività significava passare dalla zappa al trattore, non zappare più veloce e per più tempo. Le imprese pretendono di raccontarci che se si lavora di più si difende e si aumenta l'occupazione. E Oggi il sindacato accetta questa filosofia , giocando peraltro la stessa abusata carta della “responsabilità” che contestavamo a Fim e Uilm davanti ai cancelli Fiat. I lavoratori sono così lasciati soli davanti al padrone, al suo terribile ricatto. Dove andrà la rabbia di chi viene costretto a lavorare mezzora di più al giorno? Questo accordo vale più di mille ampollosi dibattiti su ragioni e natura della crisi della rappresentanza politica e sociale del lavoro a spiegare perchè i lavoratori e le lavoratrici guardano altrove. Per noi da qui si riparte. La lotta contro l'inarrestabile deriva sindacale è decisiva per un nuovo ciclo di lotte, di nuovi quadri sindacali, di pratiche radicali e coerenti. Non c'è alcuna soluzione organizzativa o scorciatoia verticistica alla crisi del sindacato confederale che possa sostituire l'imprescindibile ricostruzione di soggettività, di rapporto con chi vogliamo rappresentare. Pena, diventare parte del teatrino della deriva che si pretende di contrastare. 

Sergio Bellavita 

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