La frase

"Ognuno è ebreo di qualcuno.
Oggi i palestinesi sono gli ebrei di Israele."
‎Primo Levi

domenica 31 luglio 2011

Landini, da 100 anni siamo sia sindacato che movimento

Con una intervista a Maurizio Landini il Diario conclude la breve inchiesta sulla mutazione della Fiom da sindacato a movimento. Il segretario generale boccia i sospetti di movimentismo, nega di avere in mente la politica, lancia la sua proposta di riforma dei contratti e ribadisce che non ha alcuna intenzione di uscire dalla Cgil, malgrado le tensioni con gli attuali vertici.

Landini, la Fiom si sta trasformando da sindacato in movimento?
Assolutamente no, mi sembra una caricatura storicamente sbagliata. La Fiom nasce 110 anni fa come un sindacato non di mestiere, scegliendo di rappresentare tutto il lavoro metalmeccanico. Ha sempre avuto una visione generale, partendo dalla contrattazione della condizione dei lavoratori, ma avendo anche un progetto politico generale di cambiamento della società. Non vedo novita', in questo, ma una continuità.
Negli anni scorsi questo carattere generalista non era così accentuato. Si delegava questo compito alla confederazione?
No, non mi pare che sia stato così. il rapporto tra Fiom e Cgil è stato sempre molto dialettico, con livelli di asprezza superiori a quelli di oggi. La verità è che la radicalità espressa dalla Fiat e dal sistema delle imprese in genere ha tolto spazio al sindacato che voleva svolgere la sua normale contrattazione. Del resto anche Cisl e Uil stanno cambiando il modo di svolgere l'azione sindacale, gestendo assieme alla controparte, attraverso la bilateralità, importanti funzioni.
La Fiom viene descritta come il sindacato che non fa accordi.
Non li fa con la Fiat, ma in questi mesi abbiamo siglato migliaia di accordi, anche in situazioni di grave crisi, dimostrando che alla globalizzazione si risponde non solo tagliando diritti o limitando il diritto di sciopero.
Perché non con la Fiat?
Perché la Fiat ha negato alla radice la possibilità di contrattare. Ha solo presentato le sue tesi chiedendo che fossero accettate cosi' come erano. Da Pomigliano in poi è stato un crescendo di indisponibilità a trattare, alzando sempre l'asticella ogni volta che si raggiungeva un punto.
Secondo voi perché la Fiat si comporta così? Forse per crearsi un alibi e lasciare l'Italia?
Da un anno mi sto convincendo che questa sia la ragione. Del resto, finora dei 20 miliardi promessi, la Fiat ha investito solo 450 milioni, mentre chiude stabilimenti e comunque non investe in Italia, ma in Brasile. Forse la Fiat cerca un capro espiatorio e pensa che la Fiom possa svolgere questo ruolo. Ma noi non abbiamo posizioni estremistiche, chiediamo semplicemente che chi produce in Italia applichi le leggi esistenti in Italia. Riconosco a Marchionne chiarezza e coraggio, ma ha in mente un sindacato diverso da quello che c'è da noi, pensa a un sindacato all'americana, unico, mentre nel nostro paese vige il pluralismo.
Sta di fatto che proprio partendo dalla vertenza Fiat di un anno fa su Pomigliano avete accentuato l'aspetto movimentista della categoria.
E' accaduto, semplicemente, che trattando di diritti abbiamo riaperto una grande discussione sul lavoro in tutto il paese. C'era un vuoto, l'abbiamo riempito.
La Cgil non trattava questi temi generali?
Diciamo che venivano trattati solo da Cgil e Fiom.
Qualcuno dice che accelerando sul piano movimentista perdete di vista l'azione sindacale.
E' vero il contrario. Il punto è che il sindacato, così com'è, in Italia, ma anche in Europa, non va più bene. Diminuiscono ovunque gli iscritti, i sindacati di indeboliscono, si pone un problema di cambiamento.
In quale direzione?
In questi mesi, incontrando giovani, studenti, precari abbiamo visto una generazione diversa, non ideologizzata, ma ferma nel chiedere un cambiamento, anche del sindacato. Nel concreto, secondo me, una delle prime cose da fare e' il contratto dell'industria: questo consentirebbe di risolvere l'attuale frammentazione e nello stesso tempo consentirebbe di rafforzare la contrattazione di secondo livello senza indebolire i lavoratori e i loro diritti. Io penso a una riforma in tre aree contrattuali: servizi e commercio, pubblico impiego e scuola, e industria, in senso molto lato di tutto cio' che e' manifatturiero. Poi, all'interno di queste tre aree, ci sarebbe spazio per la contrattazione di secondo livello, aziendale, di sito, di filiera, ecc.
Cos'altro cambiare?
Forse la rappresentanza. Adesso si va verso le Rsa, ma queste sono un passo indietro, sono nominate dai sindacati, non elette dai lavoratori.
Preferite le Rsu, quelle uscite dall'accordo del 1993?
Anche quelle forse non vanno più bene. Ci sarà un motivo se le aziende preferiscono avere rappresentanze molto più diffuse sul luogo di lavoro, se nominano un team leader ogni 10-15 lavoratori; invece il sindacato, con le Rsu, finisce per avere magari un solo rappresentante per centinaia di lavoratori. Proporre soluzioni di questo genere, a mio avviso, non e' certo movimentismo, e' fare sindacato, un sindacato diverso.
Perche' ritiene cosi' urgente un cambiamento?
Perché siamo in un momento di passaggio. La politica non è stata capace di guardare a queste cose, il tema del lavoro e' rimasto in questi anni troppo sullo sfondo. Ma oggi i rapporti di forza si sono alterati e non è possibile lasciar correre, c'è troppa sperequazione. Le fabbriche sono governate sempre più in maniera autoritaria, ma serve anche il consenso o alla fine salta tutto.
Anche la vostra scelta della via giudiziaria, il ricorrere molto spesso alla magistratura, è stata criticata come un abbandono dell'azione sindacale.
Andare davanti a un giudice è normale, le cause di lavoro esistono da sempre.
Ma ci si rivolge a un giudice per la lesione di un diritto, non se non riesco a non fare un accordo.
C'è un problema sul piano contrattuale. Abbiamo avuto 50 anni di unità sindacale, ma adesso è saltata, e non si sa come comportarsi. Per questo io dico che servirebbe una legge per definire i comportamenti in caso di disaccordo tra i sindacati.
Perché una legge e non un accordo tra le parti?
Intanto perché le parti non si mettono d'accordo. Inoltre, io credo che certi diritti debbano andare in capo direttamente ai lavoratori. L'accordo interconfederale di fine giugno non ha risolto il problema, non fa votare i lavoratori se non in casi estremi. La regola della maggioranza vale solo per le Rsu, decide la maggioranza delle Rsu e non i lavoratori.
La Cgil dice che il referendum dei lavoratori è previsto dall'accordo.
No, solo dove ci sono Rsa, cioè dove i lavoratori non votano i propri rappresentanti. Negli altri casi sono le categorie che devono trovare un accordo. Ma se non lo trovano? Ecco che si torna a capo. Per questo penso che sia necessaria una legge, che vale per tutti.
Lei dice che con la Cgil c'è sempre stata dialettica, ma ora sembra che si addensino nubi di tempesta.
Siamo in una fase dialettica. Penso che sull'accordo interconfederale la Cgil abbia sbagliato, ha costretto a esprimersi con un si o un no su un testo già definito, non modificabile. Avrei auspicato un maggiore coinvolgimento di persone e categorie.
Ma la segreteria aveva il mandato del direttivo.
Ma anche su questo non c'e' stata possibilita' di scelta. A fronte di un aumento della complessita', non puo' esserci una gestione dell'organizzazione autoritaria o a maggioranza. Non e' nella storia e nella tradizione della Cgil.
Anche sulla consultazione dei lavoratori non c'è uguale punto di vista tra voi e la confederazione.
La Cgil vuole che si sentano solo gli iscritti. Noi invece sentiremo tutti i metalmeccanici, anche perché li consultiamo sulla piattaforma contrattuale che verrà votate il 22 settembre. Poi riferiremo alla Cgil come hanno votato gli iscritti.
Ma c'è il pericolo che si arrivi a uno scontro finale tra confederazione e categoria?
No, dal mio punto di vista, no. E' solo un contendere sindacale, non di poteri interni. Io dalla Cgil non ho alcuna intenzione di andar via. Anzi, penso di essere io la Cgil, di essere più in linea di altri. Sostengo queste mie idee e per quanto mi riguarda rispondo ai metalmeccanici.
Alcune forze politiche, soprattutto a sinistra, guardano con interesse alla Fiom. Forse pensano che possa essere una buona base elettorale? E lei, Landini, alla politica ci pensa?
L'idea che la Fiom possa farsi promotore di un partito e' sbagliata. Se dicessimo ai lavoratori come votare ci manderebbero a stendere.... Molti dei nostri iscritti, poi, non sono affatto di sinistra. E dunque, chi facesse un calcolo del genere sbaglierebbe. No, non c'e' mai stata, nella mia testa, alcuna idea di dare vita a un movimento politico. Noi ci limitiamo a colmare un vuoto: sinistra compresa, in questi anni la politica ha trascurato il lavoro. Noi lo abbiamo recuperato.


Massimo Mascini 
Nunzia Penelope

Dobbiamo fermarli!


5 proposte per un fronte comune contro il governo unico delle banche. Ci incontriamo il 1° ottobre a Roma.(Per adesioni: appello.dobbiamofermarli@gmail.com).

E’ da più di un anno che in Italia cresce un movimento di lotta diffuso. Dagli operai di Pomigliano e Mirafiori agli studenti, ai precari della conoscenza, a coloro che lottano per la casa, alla mobilitazione delle donne, al popolo dell’acqua bene comune, ai movimenti civili e democratici contro la corruzione e il berlusconismo, una vasta e convinta mobilitazione ha cominciato a cambiare le cose.
E’ andato in crisi totalmente il blocco sociale e politico e l’egemonia culturale che ha sostenuto i governi di destra e di Berlusconi. La schiacciante vittoria del sì ai referendum è stata la sanzione di questo processo e ha mostrato che la domanda di cambiamento sociale, democrazia e di un nuovo modello di sviluppo economico, ha raggiunto la maggioranza del Paese.
A questo punto la risposta del palazzo è stata di chiusura totale. Mentre si aggrava e si attorciglia su se stessa la crisi della destra e del suo governo, il centrosinistra non propone reali alternative e così le risposte date ai movimenti sono tutte di segno negativo e restauratore. In Val Susa un’occupazione militare senza precedenti, sostenuta da gran parte del centrodestra come del centrosinistra, ha risposto alle legittime rivendicazioni democratiche delle popolazioni. Le principali confederazioni sindacali e la Confindustria hanno sottoscritto un accordo che riduce drasticamente i diritti e le libertà dei lavoratori, colpisce il contratto nazionale, rappresenta un’esplicita sconfessione delle lotte di questi mesi e in particolare di quelle della Fiom e dei sindacati di base. Infine le cosiddette “parti sociali” chiedono un patto per la crescita, che riproponga la stangata del 1992. Si riducono sempre di più gli spazi democratici e così la devastante manovra economica decisa dal governo sull’onda della speculazione internazionale, è stata imposta e votata come uno stato di necessità.
Siamo quindi di fronte a un passaggio drammatico della vita sociale e politica del nostro Paese. Le grandi domande e le grandi speranze delle lotte e dei movimenti di questi ultimi tempi rischiano di infrangersi non solo per il permanere del governo della destra, ma anche di fronte al muro del potere economico e finanziario che, magari cambiando cavallo e affidando al centrosinistra la difesa dei suoi interessi, intende far pagare a noi tutti i costi della crisi.
Nell’Unione europea la costruzione dell’euro e i patti di stabilità ad esso collegati, hanno prodotto una dittatura di banche e finanza che sta distruggendo ogni diritto sociale e civile. La democrazia viene cancellata da questa dittatura perché tutti i governi, quale che sia la loro collocazione politica, devono obbedire ai suoi dettati. La punizione dei popoli e dei lavoratori europei si è scatenata in Grecia e poi sta dilagando ovunque. La più importante conquista del continente, frutto della sconfitta del fascismo e della dura lotta per la democrazia e i diritti sociali del lavoro, lo stato sociale, oggi viene venduta all’incanto per pagare gli interessi del debito pubblico che, a loro volta, servono a pagare i profitti delle banche. Di quelle banche che hanno ricevuto aiuti e finanziamenti pubblici dieci volte superiori a quelli che oggi si discutono per la Grecia.
Questo massacro viene condotto in nome di una crescita e di una ripresa che non ci sono e non ci saranno. Intanto si proclamano come vangelo assurdità mostruose: si impone la pensione a 70 anni, quando a 50 si viene cacciati dalle aziende, mentre i giovani diventano sempre più precari. Chi lavora deve lavorare per due e chi non ha il lavoro deve sottomettersi alle più offensive e umilianti aggressioni alla propria dignità. Le donne pagano un prezzo doppio alla crisi, sommando il persistere delle discriminazioni patriarcali con le aggressioni delle ristrutturazioni e del mercato. Tutto il mondo del lavoro, pubblico e privato, è sottoposto a una brutale aggressione che mette in discussione contratti a partire da quello nazionale, diritti e libertà, mentre ovunque si diffondono autoritarismo padronale e manageriale. L’ambiente, la natura, la salute sono sacrificate sull’altare della competitività e della produttività, ogni paese si pone l’obiettivo di importare di meno ed esportare di più, in un gioco stupido che alla fine sta lasciando come vittime intere popolazioni, interi stati. L’Europa reagisce alla crisi anche costruendo un apartheid per i migranti e alimentando razzismo e xenofobia tra i poveri, avendo dimenticato la vergogna di essere stato il continente in cui si è affermato il nazifascismo, che oggi si ripresenta nella forma terribile della strage norvegese.
Il ceto politico, quello italiano in particolare coperto di piccoli e grandi privilegi di casta, pensa di proteggere se stesso facendosi legittimare dai poteri del mercato. Per questo parla di rigore e sacrifici mentre pensa solo a salvare se stesso. Centrodestra e centrosinistra appaiono in radicale conflitto fra loro, ma condividono le scelte di fondo, dalla guerra, alla politica economica liberista, alla flessibilità del lavoro, alle grandi opere.
La coesione nazionale voluta dal Presidente della Repubblica è per noi inaccettabile, non siamo nella stessa barca, c’è chi guadagna ancora oggi dalla crisi e chi viene condannato a una drammatica povertà ed emarginazione sociale.
Per questo è decisivo un autunno di lotte e mobilitazioni. Per il mondo del lavoro questo significa in primo luogo mettere in discussione la politica di patto sociale, nelle sue versioni del 28 giugno e del patto per la crescita. Vanno sostenute tutte le piattaforme e le vertenze incompatibili con quella politica, a partire da quelle per contratti nazionali degni di questo nome e inderogabili, nel privato come nel pubblico.
Tutte e tutti coloro che in questi mesi hanno lottato per un cambiamento sociale, civile e democratico, per difendere l’ambiente e la salute devono trovare la forza di unirsi per costruire un’alternativa fondata sull’indipendenza politica e su un programma chiaramente alternativo a quanto sostenuto oggi sia dal centrodestra, sia dal centrosinistra. Le giornate del decennale del G8 a Genova, hanno di nuovo mostrato che esistono domande e disponibilità per un movimento di lotta unificato.
Per questo vogliamo unirci a tutte e a tutti coloro che oggi, in Italia e in Europa, dicono no al governo unico delle banche e della finanza, alle sue scelte politiche, al massacro sociale e alla devastazione ambientale.
Per questo proponiamo 5 punti prioritari, partendo dai quali costruire l’alternativa e le lotte necessarie a sostenerla:
1. Non pagare il debito. Bisogna colpire a fondo la speculazione finanziaria e il potere bancario. Occorre fermare la voragine degli interessi sul debito con una vera e propria moratoria. Vanno nazionalizzate le principali banche, senza costi per i cittadini, vanno imposte tassazioni sui grandi patrimoni e sulle transazioni finanziarie. La società va liberata dalla dittatura del mercato finanziario e delle sue leggi, per questo il patto di stabilità e l’accordo di Maastricht vanno messi in discussione ora. Bisogna lottare a fondo contro l’evasione fiscale, colpendo ogni tabù, a partire dall’eliminazione dei paradisi fiscali, da Montecarlo a San Marino. Rigorosi vincoli pubblici devono essere posti alle scelte e alle strategie delle multinazionali.
2. Drastico taglio alle spese militari e cessazione di ogni missione di guerra. Dalla Libia all’Afghanistan. Tutta la spesa pubblica risparmiata nelle spese militari va rivolta a finanziare l’istruzione pubblica ai vari livelli. Politica di pace e di accoglienza, apertura a tutti i paesi del Mediterraneo, sostegno politico ed economico alle rivoluzioni del Nord Africa e alla lotta del popolo palestinese per l’indipendenza, contro l’occupazione. Una nuova politica estera che favorisca democrazia e sviluppo civile e sociale.
3. Giustizia e diritti per tutto il mondo del lavoro. Abolizione di tutte le leggi sul precariato, riaffermazione al contratto a tempo indeterminato e della tutela universale garantita da un contratto nazionale inderogabile. Parità di diritti completa per il lavoro migrante, che dovrà ottenere il diritto di voto e alla cittadinanza. Blocco delle delocalizzazioni e dei licenziamenti, intervento pubblico nelle aziende in crisi, anche per favorire esperienze di autogestione dei lavoratori. Eguaglianza retributiva, diamo un drastico taglio ai superstipendi e ai bonus milionari dei manager, alle pensioni d’oro. I compensi dei manager non potranno essere più di dieci volte la retribuzione minima. Indicizzazione dei salari. Riduzione generalizzata dell’orario di lavoro, istituzione di un reddito sociale finanziato con una quota della tassa patrimoniale e con la lotta all’evasione fiscale. Ricostruzione di un sistema pensionistico pubblico che copra tutto il mondo del lavoro con pensioni adeguate.
4. I beni comuni per un nuovo modello di sviluppo. Occorre partire dai beni comuni per costruire un diverso modello di sviluppo, ecologicamente compatibile. Occorre un piano per il lavoro basato su migliaia di piccole opere, in alternativa alle grandi opere, che dovranno essere, dalla Val di Susa al ponte sullo Stretto, cancellate. Le principali infrastrutture e i principali beni dovranno essere sottratti al mercato e tornare in mano pubblica. Non solo l’acqua, dunque, ma anche l’energia, la rete, i servizi e i beni essenziali. Piano straordinario di finanziamenti per lo stato sociale, per garantire a tutti i cittadini la casa, la sanità, la pensione, l’istruzione.
5. Una rivoluzione per la democrazia. Bisogna partire dalla lotta a fondo alla corruzione e a tutti i privilegi di casta, per riconquistare il diritto a decidere e a partecipare affermando ed estendendo i diritti garantiti dalla Costituzione. Tutti i beni provenienti dalla corruzione e dalla malavita dovranno essere incamerati dallo Stato e gestiti socialmente. Dovranno essere abbattuti drasticamente i costi del sistema politico: dal finanziamento ai partiti, al funzionariato diffuso, agli stipendi dei parlamentari e degli alti burocrati. Tutti i soldi risparmiati dovranno essere devoluti al finanziamento della pubblica istruzione e della ricerca. Si dovrà tornare a un sistema democratico proporzionale per l’elezione delle rappresentanze con la riduzione del numero dei parlamentari. E’ indispensabile una legge sulla democrazia sindacale, in alternativa al modello prefigurato dall’accordo del 28 giugno, che garantisca ai lavoratori il diritto a una libera rappresentanza nei luoghi di lavoro e al voto sui contratti e sugli accordi. Sviluppo dell’autorganizzazione democratica e popolare in ogni ambito della vita pubblica.
Questi 5 punti non sono per noi conclusivi od esclusivi, ma sono discriminanti. Altri se ne possono aggiungere, ma riteniamo che questi debbano costituire la base per una piattaforma alternativa ai governi liberali e liberisti, di destra e di sinistra, che finora si sono succeduti in Italia e in Europa variando di pochissimo le scelte di fondo.
Vogliamo trasformare la nostra indignazione, la nostra rabbia, la nostra mobilitazione, in un progetto sociale e politico che colpisca il potere, gli faccia paura, modifichi i rapporti di forza per strappare risultati e conquiste e costruire una reale alternativa.
Aderiamo sin d’ora, su queste concrete basi programmatiche, alla mobilitazione europea lanciata per il 15 ottobre dal movimento degli “indignados” in Spagna. La solidarietà con quel movimento si esercita lottando qui e ora, da noi, contro il comune avversario.
Per queste ragioni proponiamo a tutte e a tutti coloro che vogliono lottare per cambiare davvero, di incontrarci. Non intendiamo mettere in discussione appartenenze di movimento, di organizzazione, di militanza sociale, civile o politica. Riteniamo però che occorra a tutti noi fare uno sforzo per mettere assieme le nostre forze e per costruire un fronte comune, sociale e politico che sia alternativo al governo unico delle banche.
Per questo proponiamo di incontrarci il 1° ottobre, a Roma, per un primo appuntamento che dia il via alla discussione, al confronto e alla mobilitazione, per rendere permanente e organizzato questo nostro punto di vista.


Vincenzo Achille (studente AteneinRivolta Bari)
Claudio Amato (segr. Gen. Fiom Roma Nord)
Adriano Alessandria (rsu Fiom Lear Grugliasco)
Fausto Angelini (lavoratore Comune di Torino)
Davide Banti (Cobas lavoro privato settore igiene urbana)
Imma Barbarossa (femminista, docente di liceo in pensione)
Giovanni Barozzino (rsu Fiom licenziato Fiat Sata di Melfi)
Giovanna Bastione (disoccupata)
Alessandro Bernardi (comitato acqua, Bologna)
Sergio Bellavita (segr. naz. Fiom)
Sandro Bianchi (ex dirigente Fiom)
Ugo Bolognesi (Fiom Torino)
Salvatore Bonavoglia (Rsu Cobas scuola normale superiore Pisa)
Laura Bottai (impiegata, Filt-Cgil Arezzo)
Massimo Braschi (rsu Filctem TERNA)
Paolo Brini (Comitato Centrale Fiom)
Stefano Brunelli (rsu IRIDE Servizi)
Fabrizio Burattini (direttivo naz. Cgil)
Sergio Cararo (direttore rivista Contropiano)
Carlo Carelli (Rsu Filctem Lodi, CD Cgil Lombardia)
Massimo Cappellini (Rsu Fiom Piaggio)
Francesco Carbonara (Rsu Fiom Om Bari)
Paola Cassino (Intesa Sanpaolo, segr. naz. Cub Sallca)
Stefano Castigliego (Rsu Fiom Fincantieri Marghera – Venezia)
Francesco Chiuchiolo (rsa ARES)
Eliana Como (Fiom Bergamo)
Danilo Corradi (dottorando Università "Sapienza" - Roma)
Gigliola Corradi (Fisac Verona)
Giuseppe Corrado (Direttivo Fiom Toscana)
Giorgio Cremaschi (pres. Comitato centrale Fiom)
Dante De Angelis (ferroviere Orsa)
Riccardo De Angelis (rsu Telecom Italia coord. lav. autoconvocati Roma)
Paolo De Luca (FP Cgil Comune di Torino)
Daniele Debetto (Pirelli Settimo Torinese)
Emanuele De Nicola (segr. Gen. Fiom Basilicata)
Paolo Di Vetta (Blocchi Precari Metropolitani)
Francesco Doro (Rsu OM Carraro Padova, CC Fiom)
Nicoletta Dosio (NO TAV Val Susa)
Valerio Evangelisti (scrittore)
Marco Filippetti (Comitato Romano Acqua Pubblica)
Andrea Fioretti (rsa Flmu Cub Sirti coord. lav. autoconvocati Roma)
Roberto Firenze (rsu Usb Comune di Milano)
Delia Fratucelli (direttivo naz. Slc Cgil)
Ezio Gallori (macchinista in pensione, fondatore del Comu)
Evrin Galesso (studente AteneinRivolta Padova)
Giuliano Garavini (ricercatore universitario)
Michele Giacché (Fincantieri, Comitato Centrale Fiom)
Walter Giordano (rsu Filctem AEM distribuzione Torino)
Federico Giusti (Rsu Cobas comune di Pisa)
Paolo Grassi (Nidil)
Simone Grisa (segr. Fiom Bergamo)
Franco Grisolia (CdGN Cgil),
Mario Iavazzi (direttivo nazionale Funzione Pubblica Cgil)
Tony Inserra (Rsu Iveco, Comitato Centrale Fiom)
Antonio La Morte (rsu Fiom licenziato Fiat Sata di Melfi)
Massimo Lettieri (segr. Flmu Cub Milano)
Francesco Locantore (direttivo Flc Cgil Roma e Lazio)
Domenico Loffredo (delegato Fiom Pomigliano)
Pasquale Loiacono (rsu Fiom Fiat Mirafiori)
Francesco Lovascio (sindacalista Usb Livorno)
Mario Maddaloni (rsu Napoletanagas, direttivo naz. Filctem Cgil)
Eva Mamini (direttivo naz. Cgil)
Anton Giulio Mannoni (segr. Camera del lavoro di Genova)
Maurizio Marcelli (Fiom nazionale)
Gianfranco Mascia (giornalista)
Adriana Miniati (insegnante in pensione Firenza)
Armando Morgia (Roma Bene Comune)
Antonio Moscato (storico)
Massimiliano Murgo (Flmu Cub Marcegaglia Buildtech, coord. lav. uniti contro la crisi Milano)
Alessandro Mustillo (studente universitario, Roma)
Stefano Napoletano (rsu Fiom Powertrain Torino)
Andrea Paderno (rsu Fiom Same Bergamo)
Alfonsina Palumbo (dir. Fisac Campania)
Alberto Pantaloni (rsu Slc Cgil Comdata, assemblea lav. autoconvocati Torino)
Marcello Pantani (Cobas lavoro privato Pisa)
Massimo Paparella (segreteria Fiom Bari)
Emidia Papi (esecutivo naz. Usb)
Pietro Passarino (segr. Cgil Piemonte)
Matteo Parlati (Rsu Fiom Cgil Ferrari)
Angelo Pedrini (sindacalista Usb Milano)
Licia Pera (sindacalista Usb Sanità)
Alessandro Perrone (Fiom-Cgil, coord. cassintegrati Eaton Monfalcone)
Marco Pignatelli (lavoratore Fiom licenziato Fiat Sata Melfi)
Antonio Piro (rsu Cobas Provincia di Pisa)
Ciro Pisacane (ambientalista)
Rossella Porticati (Rsu Fiom Piaggio)
Pierpaolo Pullini (Rsu Fiom Fincantieri Ancona)
Mariano Pusceddu (rsu Alenia Caselle-Torino, direttivo Fiom Piemonte)
Stefano Quitadamo (Flmu Cub Coordinamento cassintegrati Maflow di Trezzano S/N - Milano)
Margherita Recaldini (rsu Usb Comune di Brescia)
Giuliana Righi (segr. Fiom Emilia Romagna)
Bruno Rossi (portuale, in pensione, Spi-Cgil)
Franco Russo (forum “diritti e lavoro”)
Michele Salvi (rsu Usb Regione Lombardia)
Antonio Saulle (segreteria Camera del Lavoro Trieste)
Marco Santopadre (Radio Città Aperta)
Antonio Santorelli (Fiom Napoli)
Luca Scacchi (ricercatore università, segreteria FLC Valle d’Aosta, direttivo reg. Cgil VdA)
Massimo Schincaglia (Intesa Sanpaolo, segr. naz. Cub Sallca)
Yari Selvatella (giornalista)
Giorgio Sestili (studente AteneinRivolta Roma)
Giuseppe Severgnini (Fiom Bergamo)
Nando Simeone (coord. lav. autoconvocati, direttivo Filcams Cgil Lazio)
Luigi Sorge (Usb Fiat Cassino)
Francesco Staccioli (cassintegrato Alitalia, esecutivo Usb Lazio)
Enrico Stagni (direttivo Cgil Friuli Venezia Giulia)
Antonio Stefanini (direttivo FP Cgil Livorno)
Alessia Stelitano (studente AteneinRivolta Reggio Calabria)
Alioscia Stramazzo (rsa Azienda Gruppo Generali)
Antonello Tiddia (minatore Sulcis Filctem-Cgil)
Fabrizio Tomaselli (esecutivo naz. Usb)
Luca Tomassini (ricercatore precario Cpu Roma)
Laura Tonoli (segreteria Filctem-Cgil Brescia)
Cleofe Tolotta (Rsa Usb Alitalia)
Franca Treccarichi (direttivo FP Cgil Piemonte)
Arianna Ussi (coordinamento precari scuola Napoli)
Luciano Vasapollo (docente università La Sapienza)
Paolo Ventrice (rsu IRIDE Servizi)
Antonella Visintin (ambientalista)
Emiliano Viti (attivista Coord. No Inceneritore Albano - RM)
Antonella Clare Vitiello (studente Ateneinrivolta Roma)
Nico Vox (Rsu Fp-Cgil Don Gnocchi, Milano)
Pasquale Voza (docente Università di Bari)
Anna Maria Zavaglia (insegnante, direttivo nazionale Cgil)
Riccardo Zolia (Rsu Fiom Fincantieri Trieste)
Massimo Zucchetti (professore Politecnico Torino)

«Operazione politica che punta al governo di salvezza nazionale»

Ma che ci fanno i sindacati in quell'«appello»? Che le banche siano interessate a «rassicurare gli investitori» è ovvio (sono loro!); che le imprese abbiano bisogno di orizzonti lunghi e tranquilli, anche; ma i sindacati - che dovrebbero rappresentare gli interessi di chi lavora - perché? A meno di non credere alla favola del «siamo tutti nella stessa barca» (chi ai remi, chi all'incasso...). Anche il metodo - in pratica, un accordo tra persone ai vertici di varie organizzazioni - lascia perplessi. Luigi Angeletti, segretario generale della Uil, si è sfilato con argomentazioni che vorrebbero essere «di sinistra» («il testo è stato presentato senza una neppur informale discussione collegiale»). Ma tutti l'hanno interpretata come un'incertezza dilaniante: «e se poi Berlusconi resta in sella, io che faccio?».
Tra i sindacalisti autentici invece - quelli che ormai vengono definiti un po' da tutti «conflittuali» - le differenze di interpretazione sono davvero poche. Gianni Rinaldini, ex segretario Fiom e coordinatore dell'area «La Cgil che vogliamo», sceglie per una volta l'arma dell'ironia. «Mi sono letto il testo più volte per tentare di capirne il senso; alla fine cercavo anche il nome dell'eventuale nuovo presidente del consiglio o la formula di governo. Ma non c'è». E quindi «il significato sta nel fatto in sé». Cosa che «rende evidente la svolta realizzata con l'accordo del 28 giugno», dove - «annullando il diritto di voto dei lavoratori su accordi e contratti» - «si dice che i lavoratori non contano nulla».
Fine dell'ironia. «È tutta un'operazione proiettata su un governo di salvezza nazionale, per rendere attuabili misure di vero e proprio massacro sociale». Il riferimento diretto è ai «9 punti» del programma presentato sul quotidiano di Confindustria, IlSole24Ore. Ed è fuorviante anche il paragone con gli accordi del 1992-'93, «nel contesto attuale assolutamente improponibile, perché veniamo da 20 anni di redistribuzione della ricchezza dai lavoratori ai profitti e alle rendite», oltre che di «sistematica distruzione di diritti, tutele e contrattazione». Un risultato realizzato «con l'appoggio di Confindustria e del sistema finanziario, che oggi peraltro criticano la manovra del governo per ragioni esattamente opposte alle esigenze dei lavoratori e delle fasce sociali più deboli». E quindi «resta misterioso il perché la Cgil annunci 'forme di mobilitazione generale in autunno' mentre sigla un documento che parla di 'patto con imprese e banche'. Contro chi la facciamo la mobilitazione (a parte Berlusconi)?»
Toni simili da Giorgio Cremaschi, presidente del Comitato centrale della Fiom e storico esponente della sinistra radicale in Cgil. «E se Berlusconi accettasse il 'patto'? Consoliderebbe il suo governo e renderebbe ridicola questa operazione. Se invece lo rifiuta, che faranno i firmatari? Scenderanno in piazza insieme ai rappresentanti di Goldman Sachs?»
Anche il sindacato di base Usb batte sul tasto del «programma di Confindustria» («privatizzazione dei servizi, liberalizzazioni, in pensione a 70 anni, aumento delle rette universitaria, meno carico contributivo sul lavoro»), che non accenna nemmeno a «recupero dell'evasione fiscale, tassare le transazioni finanziarie, i grandi patrimoni,ecc». Da quelle parti non nutrono naturalmente alcuna nostalgia degli «accordi del '92-93» ma individuano ora una «nuova triade» quasi cinese: «Confindustria, banche e sindacati». È un'innovazione di fatto. Nel loro linguaggio, infatti, c'era la «triplice» (Cgil, Cisl e Uil). Ma le cose cambiano, magari in (molto) e le categorie vanno aggiornate.

Francesco Piccioni

[Articolo su il manifesto del 29/07/2011]

«Il manifesto del patto sociale è del tutto inutile e dannoso»

Intervista a Giorgio Cremaschi

L’hanno chiamato in molti modi questo manifesto, ma alla fine il concetto è quello del “patto sociale”. O no?E’ la prima volta che mi capita di condividere una affermazione del segretario generale della Uil Luigi Angeletti, che ha detto che questo è un puro manifesto democristiano. Vuol dire nella sostanza che, come nei congressi della Dc, si fanno affermazioni di principio più o meno condivisibili ma prive di sostanza reale dietro le quali ci sono cose che non si possono dire. Il manifesto parla di una discontinuità per avere la crescita che è come dire che dopo il brutto tempo deve arrivare il sole.Ma tra le cose che non dice ci sarà qualcosa di interessante…In realtà si possono avanzare due interpretazioni entrambi autentiche: la prima, del partito del giornale Repubblica, che allude al governo Monti, di unità nazionale e presentabile alle agenzie di rating; la seconda, più concreta, e sostenuta sia da Bonanni, che credo sia l’autentico ispiratore di questo documento, sia dal “Sole 24 ore”, è che bisogna rifare come nel ’92: una terapia d’urto che ripropone il taglio dei salari, tasse, attacco alle pensioni e riduzione dei diritti. Quello che irrita è che questo documento queste cose non le dice. C’è un aspetto dannoso, ma anche uno ridicolo, quando auspica un cambiamento di governo non viene valutato che se Berlusconi non fosse nella fase in cui si trova potrebbe benissimo prendere in mano quello schieramento.Che c’entrano le banche con i sindacati?Le banche sono le prime firmatarie di quel documento. Non si esce dalla crisi riproponendo i patti sociali degli anni novanta e senza intervenire contro la speculazione finanziaria e sulle banche. Paradossale che le firme dei commercianti e degli artigiani che sono taglieggiati dagli istituti di credito compaiano accanto a questi. Si vive ormai alla giornata.E la Cgil?Sì, appunto. “L’unica firma che stona è quella della Cgil”: è questo che avrei detto un mese fa. Ma le scelte strategiche della Cgil oggi sono in mano alla Cisl.Tutti dicono che manca la crescita…Il mito della crescita è una riproposizione edulcorata del berlusconismo. Che vuol dire crescita? Per produrre cosa? Si arriva a dire che bisogna tagliare i servizi sociali e aumentare la produttività. Oltre che danni sociali quel manifesto non risolverà il problema. Il punto è che non pagano i maggiori responsabili, ovvero le banche e il mondo finanziario che hanno provocato la crisi.Di cosa ci sarebbe bisogno?Ci vogliono investimenti in nuovi settori produttivi e nella scuola. Occorre fermare la devastazione delle grandi opere. Una rivoluzione democratica che proponga non semplicemente qualche taglio ma la fine di questa casta che ha occupato la politica. Non è che mettendoci attorno a un tavolo vittime e aggressori troviamo il compromesso e riparte il paese. Il massimo che può ottenere questo appello è cambiare qualche ministro. Una battaglia miope e confusa che non è in grado di dire qualcosa di concreto. E’ scandaloso che la Cgil appoggi tutto questo.Cosa accadrà a settembre?Ci dovremo opporre alla politica del patto sociale sia nella forma del “28 giugno” che nella forma del patto della crescita. Tutti coloro, quale che sia la loro appartenenza di organizzazione, non sono d’accordo con questa riproposizione della politica corporativa e concertativa devono trovarsi e costruire una alternativa. Quello che abbiamo di fronte è o Berlusconi o un governo di unità nazionale che riproponga i tagli dei primi anni novanta. Questo implica una radicalizzazione della battaglia anche dentro la Cgil. Il “28 giugno” è un accordo costituente di un’altra Cgil a cui non a caso ha fatto seguito questo documento. Dentro la Cgil occorre costruire una alternativa a questa linea e anche a questo gruppo dirigente. Le prime settimane di settembre saranno le settimane della verità per tutti. Anche per la sinistra della Cgil e anche per la Fiom.

Fabio Sebastiani

[Articolo su Liberazione 29.7.2011]

«Al primo posto la democrazia»

Intervista a Maurizio Landini. Il voto è un diritto di tutti i lavoratori, il sindacato non ammette deroghe. Il segretario della Fiom contesta l'accordo firmato dalla Cgil e chiede una mobilitazione contro la manovra del governo, fino allo sciopero generale. E a settembre il contratto

Due venti soffiano in direzione opposta e si scontrano provocando un mulinello. Da un lato una domanda di democrazia e partecipazione, dall'altro una resistenza autoritaria a ogni cambiamento che domina economia e politica, concentrando i poteri in mano a caste sempre più separate dalla società e a rappresentanze che si appropriano di ogni decisione. Nel mulinello c'è la Fiom, che con le sue lotte è un punto di riferimento di ogni mobilitazione sociale ma, al tempo stesso, è vissuta dalla politica, dal padronato e ormai dall'establishment sindacale come un corpo estraneo, un intralcio di cui liberarsi con ogni mezzo. L'accordo su contratti e rappresentanza sottoscritto dalla Cgil non aiuta la pratica Fiom. Di questo, della manovra e della Fiat parliamo con il segretario Maurizio Landini.
I dati della trimestrale diffusi da Marchionne, dietro numeri apparentemente positivi, nascondono il buco nero in Europa e la crisi della produzione in Italia. Marchionne minaccia voi e persino l'Italia, che pure stende tappeti di velluto per farlo camminare sul morbido.
Le dichiarazioni del Cda Fiat confermano l'arroganza del modello Marchionne: o si fa come voglio io o non ci sono le condizioni per produrre in Italia. Non sopporta che da noi ci siano leggi, e su tutte lo Statuto dei lavoratori, che non consentono comportamenti antisindacali, come ha ulteriormente confermato il giudice di Torino condannando la Fiat per antisindacalità, in relazione al contratto di Pomigliano. Mi colpisce il silenzio e l'accondiscendenza del governo, nonostante sia chiaro come la testa e le gambe della Fiat stiano volando fuori dall'Italia. Qui cresce solo la cassa integrazione. Dei 20 miliardi promessi, escluso l'investimento a Pomigliano, s'è persa ogni traccia. La Fiat in Italia produce più licenziamenti che auto: sono già saltate o rischiano di saltare tre fabbriche, la Cnh di Imola, la Irisbus di Avellino sotto minaccia e Termini Imerese che vorrebbero mandare in pensione il 31 dicembre. Stiamo parlando di 4.500 posti di lavoro. Sappia Marchionne che per la Fiom è inaccettabile la chiusura della fabbrica siciliana in assenza di un'alternativa industriale concreta, a tutt'oggi inesistente. Il ministro Sacconi si dice disponibile a tutto, meglio che ad asfaltare la strada antisindacale della Fiat siano le parti sociali, altrimenti non sarà lui a negare una legge ad hoc. Dal canto suo Confindustria è pronta a lanciare il contratto speciale dell'auto per tener dentro la Fiat servendole i desiderata su un piatto d'argento. Governo, Confindustria e Fiat hanno una strategia tesa a cancellare diritti e libera contrattazione.
L'accordo siglato dalla Cgil sarà votato solo dagli iscritti, ai lavoratori sarà presentata solo la posizione della segretaria Camusso che l'ha firmato e quei reprobi della Fiom che dicono no e intendono far votare anche i non iscritti sono interdetti dal diffondere i risultati della consultazione, tranne quelli dei tesserati. Si riapre lo scontro interno alla Cgil che sembra puntare a isolare e sconfiggere la Fiom. Avete tutti contro?
Abbiamo già avviato la consultazione nel rispetto della decisione del Direttivo confederale (il voto degli iscritti) e nel rispetto del Comitato centrale della Fiom che ha confermato quel che sta scritto nel nostro statuto: qualunque ipotesi d'accordo dev'essere sottoposta al giudizio determinante degli interessati. Nello statuto c'è anche scritto che l'unico caso in cui può essere impedito il referendum è quando vengono sottoposti al voto diritti inalienabili. Questa è la ragione per cui riteniamo illegittimo il referendum imposto dalla Fiat a Pomigliano, Mirafiori e alla Bertone. Noi siamo contrari a quell'ipotesi di accordo perché toglie ai lavoratori il diritto di voto, prevede deroghe e addirittura impedisce l'esercizio dello sciopero. La Cgil sapeva che queste sono le nostre posizioni, non aver cercato una approdo condiviso è una precisa responsabilità di chi ha diretto la trattativa. È sbagliato pensare che per uscire dalla crisi si debba ridurre il ruolo del contratto nazionale e il diritto di negoziazione. Chi lavora ha due possibilità per far pesare il suo punto di vista: 1) la pratica della democrazia, costruendo le piattaforme e votando gli accordi; 2) scioperare, agendo collettivamente il conflitto per far valere le proprie ragioni. Se vengono meno queste possibilità passa un'idea autoritaria nella gestione delle imprese e dei processi sociali e politici.
In fabbrica non siete soli, ma non c'è solo la fabbrica...
È una rappresentazione sbagliata, politicista quella che ci vorrebbe in un angolo. Abbiamo avviato la consultazione sull'accordo in diverse regioni e la nostra opposizione è condivisa dalla maggioranza dei lavoratori. Inoltre, la democrazia ha un valore generale che riguarda tanto i luoghi di lavoro quanto le scelte di politica economica per uscire dalla crisi. Noi ci battiamo per un diverso modello di sviluppo che deve affrontare il nodo, oltre che del come, del cosa produrre e della sua compatibilità ambientale. Non possono essere poche multinazionali a decidere per tutti, deve tornare in campo un'autonoma politica economica. C'è una forte domanda di democrazia e partecipazione che i partiti non sono in grado di cogliere e dunque non hanno risposte. Non vedo un isolamento della Fiom che invece incrocia questa domanda di giustizia sociale.
La manovra del governo passata quasi in silenzio produrrà danni sociali. Che ne pensa la Fiom?
Una manovra varata in tre giorni dal Parlamento. Sarà devastante per i lavoratori, i pensionati e soprattutto per i giovani, perciò sarebbe necessario che tutto il movimento sindacale reagisse. Invece, a oggi Cgil, Cisl e Uil non hanno detto una parola unitaria contro la manovra. Il limite dell'accordo unitario sui contratti è che non è sostenuto da una strategia unitaria e non risolve nulla sul fronte degli accordi separati, con il risultato che quando le idee sono diverse a decidere sono le imprese. È un accordo che limita i diritti e prevede la possibilità che i delegati non siano eletti dai lavoratori ma nominati dalle organizzazioni. Ora, se non vuol perdere il rapporto con chi rappresenta la Cgil dovrà pur fare i conti con la manovra mettendo in campo una grande mobilitazione, fino allo sciopero generale.
Poi c'è il rinnovo del contratto nazionale dei meccanici, quello disdetto da Fim e Uilm con un contratto separato.
Il 22 e 23 settembre riuniremo l'assemblea nazionale dei delegati per preparare la piattaforma che sottoporremo al voto di tutte le lavoratrici e i lavoratori. Vedo 4 o 5 aspetti prioritari: a) la democrazia, con la validazione garantita dal referendum; b) il superamento della precarietà, con il principio che a parità di prestazione debba corrispondere una parità di retribuzione e diritti; c) un nuovo rapporto tra orari, articolazione, flessibilità e occupazione; d) la reale difesa e l'incremento del valore reale dei salari; e) la non derogabilità del contratto. Vogliamo porre le basi per un diverso modo di produrre, con il diritto preventivo di conoscere progetti industriali e investimenti. Insomma, il contratto come occasione per costruire forme nuove e condivise di democrazia economica.

Loris Campetti

[Articolo su il manifesto del 28/07/2011]

giovedì 28 luglio 2011

Per ben 3 volte e' successo e per ben 3 volte le lavoratrici hanno avuto seri danni agli arti superiori

Lavoratori,
martedi' 26 luglio in 2R sulla linea 5 una lavoratrice si e' infortunata.
L'azienda non vuole capire che abbassare il veicolo per montare il coprimanubrio e' molto pericoloso, stare su un piede e con l'altro sbloccare la leva per abbassare il veicolo e se esso non si ferma nel punto giusto c'e' il rischio che esso torni indietro e per la pesantezza si trascini dietro anche il lavoratore.
Purtroppo 50 giorni fa un'altra lavoratrice si e' infortunata e' tuttora agli infortuni con seri problemi ad una spalla, l'anno scorso un'altra lavoratrice si infortuno' mentre eseguiva questa fase di lavoro, adesso un'altra lavoratrice si e' infortunata ad una mano.
Per ben 3 volte e' successo, per ben 3 volte le lavoratrici hanno avuto seri danni agli arti superiori, ma secondo l'azienda:
La postazione e' stata correttamente valutata e non risulta un rischio per il lavoratore connesso a tale fase operativa.
L'azienda ha ricevuto 3 verbali di richiesta di modifica di questa fase di lavoro dai RLS, abbiamo chiesto l'intervento della USL con la speranza che l'azienda elimini questa fase di lavoro pericolosa, per ora i lavoratori continuano a lavorare con questo rischio che l'azienda non ha valutato e cio' significa che la valutazione del rischio a tale postazione non e' stata valutata correttamente.
Segnaliamo anche che in 2R avvengono molti infortuni a causa di avvitatori che danno forti contraccolpi, plastiche che non entrano e spesso i lavoratori devono far uso di forza con gli arti superiori e uso di martelli come e' avvenuto sulla linea 1 in 2R alcuni mesi fa ed una lavoratrice ha avuto seri danni ad una spalla, con conseguenze permanenti.
Noi questi problemi li vediamo quotidianamente e li segnaliamo con i nostri verbali e se l'azienda continua ad ignorarli ci rivolgiamo agli organi competenti (USL) e continueremo a ribellarci con gli scioperi, chi non ci capisce provi ad andare a lavorare con questi metodi di lavoro sulle linee di montaggio!!!!!

RSU/RLS FIOM PIAGGIO

mercoledì 27 luglio 2011

Rapporto Inail: diminuiscono gli infortuni, ma nuovo record delle malattie professionali

Per l'Inca incide la crisi occupazionale

"L'annuncio di una inversione di tendenza del numero degli nfortuni sul lavoro è un fatto indubbiamente positivo, ma non dobbiamo dimenticare che sulla riduzione pesano ancora gli effetti della crisi occupazionale".
Per Franca Gasparri, della presidenza dell'Inca, i dati del rapporto Inail sono da interpretare con una certa prudenza, poiché, così come ha affermato lo stesso presidente Inail, Marco Fabio Sartori, nell'illustrarli, non tengono conto del sommerso che se venisse statisticato farebbe aumentare di circa 200 mila casi il numero degli eventi infortunistici".
A conferma di quanto ci sia ancora da fare in materia di salute e sicurezza nei posti di lavoro è il nuovo record delle malattie professionali: +22%, pari a 42.347 denunce, 7.500 circa in più rispetto al 2009 e oltre 15 mila rispetto al 2006, +58%''.
"La crescita del fenomeno, eccezionale nell'ultimo biennio, si motiva principalmente con l'emersione delle cosiddette malattie perdute - spiega Sartori - incentivata dalle numerose iniziative avviate dall'Inail con il contributo delle Parti sociali e dei medici di famiglia. Una particolare evidenza va assegnata alle malattie muscolo-scheletriche da sovraccarico bio-meccanico, da tempo le più denunciate a livello europeo e divenute negli ultimi anni, anche in Italia, prima causa di malattia professionale con il record di denunce (circa il 60% del totale nel 2010).
"Per quanto riguarda le prospettive di sviluppo dell'attività dell'Istituto assicuratore - avverte ancora Gasparri - mancano dettagli adeguati sulle risorse da destinare alla effettiva tutela dei lavoratori che continuano ad essere inadeguate rispetto ai bisogni".
"Sarebbe auspicabile - precisa Gasparri - che al sistema integrato richiamato dal presidente Inail si affiancasse un progetto di sviluppo per aumentare le prestazioni, utilizzando le risorse di bilancio che pur ci sono, ma che per effetto di un meccanismo normativo non sono nella disponibilità dell'Istituto, ma in quelle del ministero dell'economica, che troppo spesso le utilizza per ripianare i buchi delle varie leggi finanziarie".
"Perciò - conclude Gasparri - occorrerebbe una norma che consentisse il superamento di questi ostacoli liberalizzando questi soldi che devono essere destinati per una più adeguata assistenza ai lavoratori e alle lavoratrici".

Governo e Confindustria ci augurano buone ferie!

Accordo sindacale tra Cgil-Cisl-Uil e Confindustria del 28 giugno e manovra finanziaria del 15 luglio: è con questa accoppiata che i padroni e il loro governo ci hanno augurato “buone ferie”!
L’accordo, come s’è già detto in un volantino Cobas, permetterà che nelle aziende: 1) venga abolito quel poco di democrazia ancora esistente nei luoghi di lavoro, per renderci schiavi; 2) vengano cancellate parti importanti del contratto nazionale, per rendere il lavoro sempre più duro; 3) venga sospeso il diritto di sciopero, per impedirci di reagire a quelle sopraffazioni.
La manovra finanziaria scaricherà sacrifici fino a 87 miliardi di euro sulla pelle dei lavoratori dipendenti di ogni tipo e di quelli che vengono chiamati autonomi e parasubordinati, ma che sono sostanzialmente dipendenti e con minori diritti degli altri.
Anche grazie all’appello del presidente della repubblica a fare in fretta (bravo!) e all’opposizione parlamentare che non ha mosso neppure un dito (non è una novità!), il governo ha sfornato in tempi record una legge finalizzata a rapinarci in modo feroce.
Ecco alcuni punti della rapina governativa:
Comuni, Province e Regioni: il taglio dei loro bilanci deciso dal governo comporterà la chiusura di molti servizi pubblici e sociali, la loro privatizzazione e l’aumento delle relative tariffe, l’aumento delle tasse locali;
sanità: saranno istituiti super-ticket per esami, visite specialistiche e “codici bianchi” al pronto soccorso; saranno bloccate le assunzioni, ma non quelle dei primari! 
pensioni: sarà ritardata di 1 anno e più l’andata in pensione e l’età pensionabile sarà portata gradualmente fino a 67 anni;sistema fiscale: saranno colpite le agevolazioni per i familiari a carico, per le spese sanitarie, per i mutui, per l’istruzione dei figli, per le ristrutturazioni della casa di abitazione, ecc., ecc.;
lavoratori pubblici: saranno colpiti col blocco dei contratti di ogni tipo, dei passaggi di livello e delle assunzioni fino al 2014, nonché col licenziamento di centinaia di migliaia di precari.Intanto, l’Istat, l’Istituto che si occupa di statistica, ha rivelato che la miseria più nera sta dilagando in Italia, con quasi 10milioni di persone sotto la soglia di povertà: non solo tra i “senza lavoro” o tra i precari, ma anche tra i lavoratori che hanno un rapporto di lavoro stabile.Non occorreva, certo, essere maghi o essere l’Istat, per fare questa “scoperta”! Bastava ascoltare ciò che dicono le persone che hanno un reddito da lavoro dipendente: “Non si arriva alla quarta settimana, e delle volte nemmeno alla terza”. E lo dicono già da prima che, tre anni fa, esplodesse la crisi economica, con retribuzioni ferme o ridotte di brutto per la cassa integrazione e con circa un milione di licenziati.Questo è dovuto senz’altro alla rapacità del sistema economico e in particolare del suo commercio sia all’ingrosso che al dettaglio, ma anche a una politica sindacale che da vent’anni a questa parte ci condanna a subire di continuo rinnovi contrattuali a perdere, contrassegnati da una riduzione sistematica del potere d’acquisto dei salari, che non ha precedenti nella storia italiana del dopoguerra.Adesso, è arrivato il momento di decidere che non possiamo più restare fermi ad aspettare che sia il sindacalismo ufficiale a ridare speranza ai nostri bisogni e alla nostra dignità.Questa speranza può passare solo per la costruzione di organismi di base nei luoghi di lavoro, indipendentemente dal sindacato di appartenenza, nel loro coordinamento territoriale, nella promozione di vertenze e di lotte che mettano con le spalle al muro padroni e governo.

Cobas lavoro privato

Pensioni - Deroghe dal nuovo regime delle decorrenze

Sono diecimila i lavoratori interessati, ma i ministeri del lavoro e dell'economia possono decidere di aumentare il numero dei beneficiari


La legge 122/2010, in relazione all'introduzione delle “finestre personalizzate” ha stabilito che le disposizioni in materia di decorrenza dei trattamenti pensionistici vigenti prima del decreto 78/2010 continuano ad applicarsi, solo per 10.000 lavoratori purché maturino i requisiti per l'accesso al pensionamento a decorrere dal 1° gennaio 2011.

Tra i beneficiari sono inclusi:
1. i lavoratori collocati in mobilità, sulla base di accordi sindacali stipulati anteriormente al 30 aprile 2010 e che maturano i requisiti per il pensionamento entro il periodo di fruizione dell'indennità di mobilità;
2. i lavoratori collocati in mobilità lunga, per effetto di accordi collettivi stipulati entro il 30 aprile 2010;
3. i lavoratori che, all'entrata in vigore del presente decreto(31 maggio 2010), sono titolari di prestazione straordinaria a carico dei fondi di solidarietà di settore.
La finanziaria 2011, modificando l'art. 12 della legge 122/2010, oltre ad allargare l'area geografica in cui individuare gli aventi diritto, per ricomprendere anche quelli dipendenti da aziende situate in aree non depresse, ha stabilito che il Ministero del lavoro, di concerto con il Ministero dell'economia e delle finanze, può disporre un prolungamento delle indennità al fine di coprire il periodo intercorrente tra la fine delle stesse e il prolungamento della finestra così come stabilito dalle legge 122/2010 per coloro i quali risultassero esclusi dalla platea dei 10.000. Tali prolungamenti devono comunque essere sempre stabiliti e finanziati da apposito decreto.Con circolare n. 90 del 24/06/2011 l'Inps fornisce ulteriori istruzioni rendendo noto che la graduatoria di coloro che usufruiranno delle deroghe è unica per le tre categorie e che gli elenchi saranno inviati alle sedi territoriali.E' stata inoltre prevista l'obbligatorietà per il lavoratore di manifestare la volontà di avvalersi della deroga al momento della presentazione della domanda di pensione, facendone domanda.
L'Inps certificherà la possibilità per il singolo lavoratore di accedere ai benefici di legge “immediatamente prima dell'apertura della finestra di accesso al pensionamento”.Se per l'Istituto questa procedura rappresenta, come ha espressamente detto, un'agevolazione concessa al lavoratore, per l'Inca non é così, in quanto l'interessato, di fatto, subirà uno stato di incertezza rispetto al suo diritto alla deroga fino all'apertura della finestra d'accesso al pensionamento.Per coloro che non rientrano nel tetto dei 10 mila e che maturano il diritto a pensione a partire dal 1 gennaio 2011, resta la possibilità di poter accedere al prolungamento (disposto dai ministeri dell'economia e del lavoro) dell'intervento di tutela del reddito in modo da coprire il periodo intercorrente tra il raggiungimento dei requisiti alla pensione e la fine della mobilità sulla base della nuova decorrenza. Tuttavia, va precisato che questa possibilità resta condizionata alle disponibilità di risorse del Fondo sociale per l'occupazione e la formazione.Le sedi dell’Inca, dislocate su tutto il territorio nazionale, sono a disposizione per fornire ulteriori e più approfonditi chiarimenti.

Strategie da Camusso - Non valgono i voti dei lavoratori non iscritti

Domanda: come fa una importante organizzazione sindacale che consulta i lavoratori su un accordo impopolare ad occultare un risultato (prevedibilmente) sgradito? Risposta: con un referendum secretato. Ovvero disegnando un omissis, come nei documenti dei servizi segreti. Non ci credete? Per ulteriori precisazioni chiedere all’ideatrice di questo ennesimo paradosso del burocratese sindacale, Susanna Camusso.

Per quanto possa sembrare incredibile, infatti, la segretaria generale della Cgil ha avuto una pensata da manuale, per disinnescare con un trattamento “bulgaro” ogni possibile dissenso all’ultimo accordo che ha sottoscritto: ha preso carta e penna, e ha scritto alle organizzazioni del suo stesso sindacato incaricate di organizzare le consultazioni nelle fabbriche, di tenere segreti i risultati dei lavoratori non iscritti. Ancora una volta non ci credete? Questo il passaggio testuale: "Il voto eventualmente espresso da non iscritti o da lavoratori iscritti ad altre Organizzazioni non potrà in nessun modo essere preso in considerazione". Compresa la comunicazione dei risultati finali. Ovviamente anche questo ennesimo pasticcio del burocrate-sindacalese ha una spiegazione che rende comprensibile, non tanto la scelta suicida, ma almeno la logica che l’ha guidata.La Camusso, infatti, si prepara a fronteggiare il presumibile dissenso all’accordo che ha appena firmato insieme alla Cisl e alla Uil con Confindustria: questo accordo, che abbiamo definito il “porcellum sindacale”,annulla il voto dei lavoratori sui contratti (già questa una bella pensata) quando la maggioranza dei rappresentanti sindacali lo sottoscrive. In pratica: se il 50% più uno dei rappresentati sindacali firma un contratto (a seconda delle fabbriche bastano anche due sole organizzazioni) non si vota. In virtù di questo accordo, poi, i sindacati firmatari, sono vincolati a non scioperare. Un patto oneroso per la Cgil, soprattutto per quella parte dell’organizzazione (la Fiom, ma non solo) che aveva fatto del consenso la bandiera delle ultime battaglie (a partire dai referendum alla Fiat).Quindi si prepara a fronteggiare il sindacato di Maurizio Landini (che fa votare iscritti e non iscritti)predisponendo un protocollo quasi brezneviano. In virtù del regolamento interno e delle interpretazioni che la stessa Camusso sollecita alla Commissione di garanzia, l’unico organismo dirigente che si può pronunciare sulla materia è il direttivo: in tutte le sedi e in tutte le assemblee, si potrà illustrare una sola posizione.Indovinate quale? Quella della Camusso.Ma anche la Fiom adotta le sue contromosse. Il sindacato dei metalmeccanici sceglie di stampare il testo,senza commenti e di diffonderlo, così almeno i lavoratori sapranno che cosa votano. Certo, questa volta a temere il voto non sono la Confindustria e gli altri sindacati, ma gli stessi dirigenti Cgil. Così, la burocrazia sindacale partorisce: il voto invisibile. Secondo la segretaria della Cgil, infatti, si possono consultare i lavoratori, solo a patto di non divulgare il loro verdetto. Sarebbe come far vedere la partita solo agli spettatori della tribuna, sarebbe come fare le primarie in America consentendo il voto solo agli agit prop dei comitati elettorali democratici o repubblicani, sarebbe come fare le elezioni e limitare lo scrutinio solo agli iscritti ai partiti.L’ultima ciliegina? “L’invito scrive ancora la segretaria è a dare puntuale attuazione alle modalità di consultazione definite dal Comitato direttivo nazionale della CGIL affinché tutti i voti delle iscritte e degli iscritti siano considerati e concorrano ad approvare l’Accordo”. Quelli che votando, insomma, concorrono solo adapprovarlo. Una bella idea della democrazia diretta. Ma si sa, nel tempo in cui tutto cambia, chi ha paura di essere sconfitto preferisce nascondere i fatti piuttosto che incassare una bocciatura.

Luca Telese


[Articolo su il Fatto Quotidiano, 26 luglio 2011]

L'ambiguo compromesso del 28 giugno

Per valutare l’intesa sindacati-Confindustria la cautela è d’obbligo, sia per i suoi aspetti contraddittori (come ad esempio il principio della preminenza del contratto collettivo nazionale che coesiste con quello della sua derogabilità), sia perché non scioglie il nodo della rappresentatività. Ma quest’ultimo punto, in questa fase politica, forse non è un male

Ormai, il codice comunicativo di cui si servono gli attori collettivi è decifrabile con crescente difficoltà dagli esperti di diritto sindacale; figurarsi l’effetto che fa sui comuni mortali. Anche per questo i mass media si sono limitati ad informare che, sottoscrivendo l’intesa del 28 giugno, le parti sociali hanno compiuto un gesto di responsabilità. Ma hanno fornito notizie superficiali e incomplete sui contenuti effettivamente negoziati. Per esempio, ai più è sfuggito che un conto è leggere in un saggio di dottrina che la clausola di tregua non ha effetto vincolante per i singoli lavoratori, perché la titolarità individuale del diritto di sciopero (secondo l’opinione prevalente) non si tocca; cosa diversa è vedere riportata la medesima opinione nel testo di un accordo sindacale. Infatti, il punto 6 dell’intesa, riconoscendo la liceità sia della conflittualità sociale spontanea (una volta la definivano selvaggia) che dell’azione di prevenzione e contrasto alla medesima che il sindacato s’impegna con la controparte a sviluppare, dà per scontato che lo scollamento tra la logica del comportamento dell’organizzazione e la dinamica degli interessi reali rientri nella normalità: come dire che il sindacato sa di avere piazzato nel suo sottoscala una carica di tritolo che potrebbe scoppiare là per là, senza preoccuparsi che in questo modo finisca per deteriorarsi il tessuto democratico.Analogamente, si evita di precisare che la RSU è di natura ibrida, perché non tutti i componenti hanno legittimazione elettorale, e che quelli designati dal sindacato (nella misura di un terzo della totalità) possono essere di fatto e de iure determinanti per la formazione della maggioranza (semplice) che chiude la trattativa aziendale. Non saprei dire se e quanto calcolata, ma la reticenza rende meno impressionante la circostanza che i destinatari degli effetti del contratto non hanno diritto a manifestare l’eventuale dissenso (punto 4). Insomma, la valorizzazione della RSU come agente contrattuale è accompagnata da una presunzione assoluta di consenso dei diretti interessati che le permette di operare in un clima di accentuato decisionismo.Come si vede, la povertà dell’informazione data in pasto al grande pubblico contribuisce a rendere insuperabile la sfida dell’ermetismo del documento. Vero è che ogni mestiere è contraddistinto da un linguaggio gergale. Ma ciò che imbarazza è lo sfuggente quadro d’insieme, la contraddittorietà degli orientamenti che vi affiorano, la mancanza di condivisione progettuale. Infatti,
- il principio della preminenza del contratto collettivo nazionale (punti 2 e 3) coesiste con quello della sua derogabilità, la cui latitudine potrà variare da un minimo ad un massimo inimmaginabili a priori (punto 3), ma che (come dispone il punto 7 che ha l’aria di equivalere ad una disposizione di diritto tra il transitorio e il suppletivo) è ammessa anche “ove non prevista” e comunque “in attesa” dei prossimi rinnovi contrattuali.
- L’assunto che tutti i lavoratori devono poter contare sugli standard protettivi fissati dal contratto collettivo nazionale è ribadito e condiviso (punto 2), ma questo contratto è orfano dell’erga omnes; cui oltretutto gli stessi sindacati sono da sempre avversi, perché temono i Danai anche se portano doni, e difatti non li sollecitano: come invece succede per la contrattazione aziendale a favore della quale il punto 8 auspica, con le movenze di un avviso comune, interventi del potere pubblico sub specie di facilitazioni fiscali (punto 8).
- La legittimazione della RSA come agente contrattuale, sia pure sulla base di una presunzione di consenso soltanto relativa (punto 5), potrebbe emarginare dallo scenario delle relazioni sindacali a livello aziendale un istituto di natura (ancora soltanto) convenzionale come la RSU: tutto dipende dall’andamento del processo di riconciliazione appena riaperto tra le confederazioni e dunque dalla volontà di istituire RSU anziché RSA. Alla fin dei conti, la sopravvivenza della RSU dipende fondamentalmente dalla necessità di azionare il meccanismo di calcolo adottato per misurare la rappresentatività sindacale a livello nazionale (punto 1); ragion per cui la diffusione della RSU diventa una variabile dipendente dalla tenuta dell’opzione favorevole alla centralità del contratto nazionale: cosa cui le parti sociali non sembrano particolarmente interessate, visto che il contratto aziendale può definire “specifiche intese modificative anche in via sperimentale e temporanea” (punto 7). “Anche”, sta scritto proprio così; e la congiunzione, se non è il frutto di un involontario e innocente lapsus calami, sottintende che la figura del contratto aziendale derogatorio “in via sperimentale e temporanea” si aggiunge alla figura principale: quella del contratto aziendale definitivamente sostitutivo.In conclusione, gli attori collettivi esibiscono una concezione proprietaria della rappresentanza e della contrattazione collettiva che non si sa se definire proterva o ingenua. Di sicuro, risale all’epoca precostituzionale delle sue origini. Il che significa che hanno interiorizzato il privilegio di far da sé in un contesto che ne esalta l’autonomia negoziale a tal segno da ritenere di poterla esercitare non solo al di fuori, ma anche al di sopra delle leggi dello Stato.Per quanto sia meritoriamente percorsa da ritrovate pulsioni unitarie, l’intesa del 28 giugno è tardiva ed insieme prematura. E’ tardiva perché è arrivata solamente in seguito alla, e in conseguenza della, crisi di sistema che ha invelenito le relazioni sindacali, traumatizzato il mondo del lavoro e umiliato il suo settore più direttamente coinvolto. Al tempo stesso, l’intesa è prematura perché brucia i tempi di una storia giuridica del diritto sindacale avvitata nella monocultura del cosiddetto diritto comune.Infatti, ha del paradossale che il tentativo (riconoscibile nella formulazione del punto 1) di dare al contratto nazionale di lavoro un assetto più adeguato al ruolo che dovrebbe svolgere secondo le previsioni costituzionali sia stata inserito nell’agenda delle priorità solamente per liberalizzare gli sviluppi della contrattazione aziendale in deroga. Come dire che il processo di rimozione delle incertezze regolative che indeboliscono la contrattazione nazionale nel dopo-costituzione ha ricevuto un’improvvisa accelerazione proprio perché, e quando, molti vorrebbero che la contrattazione aziendale facesse fare al livello negoziale superiore la fine del maschio dell’ape regina: avvenuta la fecondazione, muore. Mai, infatti, nemmeno quando il contratto nazionale di categoria era l’unica e più attiva fonte di produzione di regole del lavoro dipendente, gli interrogativi suscitati dal suo precario e rabberciato impianto normativo sono stati oggetto dell’ossessiva attenzione che le parti sociali dedicano al contratto aziendale d’inizio millennio. Sgradevole quanto fondato, pertanto, è il sospetto che, se la Confindustria (come, peraltro, la coppia Cisl-Uil) non fosse stata pressata dall’esigenza di attribuire ai contratti aziendali conclusi dalle RSA un’efficacia ultra partes, non sarebbe stato sancito l’obbligo degli agenti contrattuali a livello nazionale di rifarsi il maquillage in senso virtuosamente democraticistico. Anzi, unitamente alla previsione del test della validazione consensuale dei contrati aziendali stipulati dalle RSA, la verificabilità preventiva della rappresentatività è la misura compensativa di maggior spessore ottenuta dalla Cgil in cambio del suo avallo alla svolta della contrattazione collettiva in chiave aziendalistica.Al di là di questo aspetto, il dubbio più inquietante è che con l’intesa sia stato siglato l’ennesimo armistizio di una guerra cominciata per inutile necessità tanto tempo fa. L’ossimoro – che piacerebbe all’inventore del teatro dell’assurdo – rimanda alla stagione in cui lo stesso sindacato si batteva per de-costituzionalizzare l’intero diritto sindacale ed esprime l’idea che, adesso, anche lui dovrebbe rendersi conto di avere partecipato ad una guerra destinata a chiudersi senza vinti né vincitori. Il fatto è che, sbagliando nel momento giusto, aveva ragione ad avere torto ed erano gli altri ad avere torto, perché avevano ragione nel momento sbagliato.A lasciarli fare, i nostalgici dello Stato che ci aveva preso gusto a comportarsi da padre-padrone del sindacato avrebbero cercato in tutti i modi di riprodurre l’eguale nel diseguale; mentre proprio un movimento sindacale – che aveva ritardi storici da colmare quanto ad esperienza di libertà – aveva uno straordinario bisogno della chance di costruirsi la sua, imparando la grammatica e la sintassi del diritto generato dai gruppi in un regime di autoregolazione sociale il più lontano possibile dal diritto pubblico: gli schemi regolativi prefabbricati glielo avrebbero impedito e lo avrebbero soffocato in fretta.In un soprassalto di autocritica, però, il sindacato e noi con lui dovremmo riconoscere che l’errore del passato – ma, ripeto, fu una culpa felix – è stato quello di avere alimentato la vulgata immunitaria che nasconde, anche se solamente a se stessa, che il sindacato è un’associazione privata originata da un contratto liberamente stipulato e, ciononostante, incline ad omologarsi alle istituzioni in bilico tra pubblico e privato, ma più sbilanciate verso il pubblico che verso il privato.Infatti, la sindrome universalista che ne fa un soggetto proclive a contrattare con efficacia generale e a sollecitare la partecipazione agli scioperi anche dei non-iscritti ha resistito. Ma la cosa non stupisce. “La bipolarità del sindacato come libero soggetto di autotutela in una sfera di diritto privato e, al tempo stesso, come soggetto di una funzione pubblica è presente nella stessa Costituzione”. Parola di padre costituente: si chiamava Vittorio Foa.Quindi, se l’Assemblea deliberò che il potere contrattuale collettivo è proporzionato alla consistenza associativa del sindacato che lo esercita (art. 39) è solo perché sapeva che bisognava marcare una netta cesura con l’esperienza corporativa ove il sindacato era un terminale della burocrazia statale. Per questo, giudicò opportuno enfatizzare quella che Max Weber definirebbe l’etica del consenso. Senza però l’intenzione di sacralizzarne l’esclusività. Anzi, un indicatore di natura elettiva capace di misurare l’ampiezza del consenso sociale oltre la sfera della rappresentanza associativa è il più aderente alla valenza istituzionale di un sindacato inclusivo come il nostro ed il più compatibile con i fondamenti di una democrazia. Come testimonia l’esperienza di diritto comparato, è un’ulteriore verifica che, sommandosi alla prima, irrobustisce la legittimazione del potere collettivo nella misura in cui permette di coniugare l’etica del consenso con l’etica (direbbe ancora Max Weber) della responsabilità politica.La sindrome universalista del sindacato non appartiene soltanto all’ideologia o alla retorica. Se lo statuto dei lavoratori la sponsorizzò con l’art. 19 che voltava le spalle al sindacato “degli iscritti”, la legislazione della seconda metà degli anni ’90 – rimasta immodificata sul punto e anzi riciclata proprio dall’intesa che sto commentando – se ne è servita per disegnare l’identikit del sindacato “dei lavoratori”.In proposito, è d’obbligo sottolineare che Massimo D’Antona considerava la legge che ha contrattualizzato in chiave privatistica la disciplina del pubblico impiego a stregua di un test aperto ad esiti atti a promuovere un generale effetto-imitazione: un laboratorio ove si sarebbe sperimentata la fattibilità di un più vasto programma di politica del diritto tendente a favorire la guarigione della democrazia sindacale dal male oscuro taciuto dal non-detto dello Statuto dei lavoratori che aveva dato scacco matto a generazioni di operatori giuridici e sindacali, perché nessuno poteva rispondere alle più elementari domande: del tipo “chi rappresenta chi”, come si ottiene la legittimazione a firmare contratti collettivi e quale efficacia giuridica essi abbiano realmente. La prospettiva dell’interazione possibile tra pubblico e privato – dove il pubblico fa da apri-pista e il privato segue – è delineata nelle parole conclusive del saggio di Massimo che era ancora in bozze quando l’autore fu ucciso dalle Br: “Il nocciolo duro dell’art. 39 trova nella riforma della contrattazione collettiva nelle pubbliche amministrazioni il passaggio verso una nuova stagione della legislazione sindacale post-Costituzionale”.Orbene, se quella è stata la manifestazione più significativa della persistente attualità della sindrome universalista del sindacato, a distanza di alcuni lustri l’incipit dell’intesa del 28 giugno ne costituisce una ulteriore e non secondaria riprova. Riconfermare che “il contratto collettivo nazionale ha la funzione di garantire la certezza dei trattamenti economici e normativi per tutti i lavoratori del settore ovunque impiegati nel territorio nazionale” (punto 2) ha un significato forte. In una situazione caratterizzata da opzioni largamente favorevoli alla contrattazione aziendale, vuol dire riaffermare l’esistenza di una gerarchia dei livelli negoziali, per cui “la contrattazione collettiva aziendale si esercita per le materie delegate, in tutto o in parte, dal contratto collettivo di categoria” (punto 3). Sicuramente, è proprio per rafforzare l’autorevolezza del livello superiore nella sua pretesa di governare l’insieme delle politiche contrattuali che il punto 1 obbliga i relativi agenti contrattuali a certificare la propria rappresentatività in base a regole mutuate dalla legislazione vigente da alcuni lustri nell’area del pubblico impiego e predetermina la soglia al di sotto della quale non si acquista la legittimazione a negoziare.Però, la trasposizione in sede pattizia del modello legislativo di riferimento è parziale. Non si dice come il contratto potrà essere stipulato. Non viene presa in considerazione nemmeno l’eventualità che possa ripetersi l’esperienza della contrattazione separata a livello nazionale che aveva affaticato la fase più recente dei rapporti sindacali; e l’omissione equivale alla scelta di non escluderla. In sostanza, tutto resta come prima.Dunque, il discorso sulla contrattazione nazionale si spezza bruscamente, come un coitus interruptus sul più bello, e si passa ad altro. Il cuore dell’intesa, infatti, è la soluzione del problema dell’efficacia vincolante del contratto aziendale nei confronti di coloro che non sono sindacalmente organizzati o appartengono a sindacati non-firmatari. E’ il ritorno del tormentone esorcizzato, ma non rimosso, dell’estensione dell’efficacia oltre il perimetro tracciato dal diritto comune dei contratti tra privati, per il quale il contratto ha forza di legge solamente tra le parti.Il problema, come ho già detto, è risolto prevedendo due forme di contratti aziendali: distinte per soggetti ed effetti prodotti. Per soggetti, perché agenti contrattuali possono essere tanto le RSU quanto le RSA. Per effetti, perché l’efficacia vincolante per tutto il personale del contratto firmato dalla RSU si produce col funzionamento di un semplice automatismo, mentre il contratto firmato dalla RSA è esposto al rischio della destabilizzazione in seguito ad un vaglio referendario a richiesta dei dissenzienti.Vista la percezione negativa che si è guadagnata negli ambienti sindacali la prassi della validazione per via referendaria dei contratti collettivi, si potrebbe congetturare che il contratto firmato dalla RSU sia il più desiderabile. Tuttavia, l’intero castello non può reggere per deficit di base legale, perché condivide l’insostenibile leggerezza dell’autoreferenzialità di soggetti che si ritengono blindati dentro un ordinamento domestico sulla soglia del quale anche lo Stato deve arrestarsi, con le sue leggi e i suoi giudici, attribuendo una portata paralegislativa al loro bricolage negoziale.Il passaggio dalla RSA statutarie alle RSU non è stato legificato e le RSU sono tuttora ciò che sono sempre state: figli sbandati di genitori sbadati, nati da accordi che hanno un’efficacia limitata a quanti volontariamente vi aderiscono. Ancora una volta, insomma, gli attori del sistema giuridico-sindacale si sono esercitati – e stavolta con più arditezza del solito – nel gioco del labirinto noto alla tradizione dell’enigmistica. Esso consiste nell’indovinare un percorso la cui meta è la scoperta d’una entità contraddittoria, come può esserlo un’organizzazione della società civile che, senza rinunciare alle sue radici extra-legali, aspira ad impadronirsi dell’autorità che è propria delle istituzioni riconducibili ai paradigmi categorizzati dal diritto dello Stato. Il labirinto, come si sa, ha molti falsi ingressi. Se ne sceglie uno a piacere, si fa un giretto e ci si ritrova subito fuori. E’ successo anche il 28 giugno. E non poteva non succedere perché l’efficacia estesa ai terzi è un predicato sconosciuto al diritto dei contratti. Per questo, malgrado l’impressionante numero di chiodi che sigillano la bara in cui è stato deposto e giace, l’art. 39 somiglia ad una stella morta da cui continua ad arrivare la luce, testimoniando con ciò che la sua inattuazione non gli impedisce di conservare attualità.Poiché questo è il nodo irrisolto del diritto sindacale nel dopo-Costituzione, è presumibile che gli attori collettivi continueranno ad aggirarsi nel loro labirinto. E lo faranno non solo perché amano galleggiare nel limbo strategico che riescono a mascherare solamente coi cerotti dell’unità d’azione tra sindacati disposti a sottoporsi ad una cura omeopatica che li fa apparire omogenei e quasi eguali, ma anche perché – in presenza di una maggioranza parlamentare che ha certificato all’unanimità che Ruby è nipote di Mubarak – è opportuno che l’art. 39 resti dove la storia lo ha finora condannato a stare. Come dire che la sua persistente attualità non equivale (ancora) alla sua attuabilità.Ad ogni modo, l’intesa del 28 giugno non è soltanto quel che a prima vista sembrerebbe: il remake di un film proiettato in più occasioni sullo schermo delle relazioni sindacali in Italia. La dinamica del negoziato è stata pesantemente influenzata da due illustri convitati di pietra: la Fiom e la Fiat. La loro presenza ha disseppellito e reso visibile un elemento costitutivo della contrattazione collettiva. Non c’è infatti contratto collettivo che non sia espressione della logica autodifensiva dei contraenti che ragionano da soggetti organizzati che vogliono durare e rafforzarsi proprio tramite l’azione contrattuale. Come il padrone non si siede al tavolo contrattuale coi sindacati per trattare la propria estinzione, così i sindacati partecipano alle trattative per riceverne la linfa necessaria per mettersi in sicurezza come organizzazioni.Stavolta, la Confindustria era tenuta a difendere l’integrità di una membership insidiata dalla minaccia di secessione del suo associato simbolicamente più significativo e la Cgil doveva uscire dall’isolamento in cui, con la complicità di Cisl e Uil, era piombata in seguito all’emarginazione dal circuito contrattuale e che il ribellismo della Fiom aveva aggravato, aumentandone la risonanza mediatica.Benché fosse sovra-rappresentata nella trattativa interconfederale di giugno, la Fiat si è dichiarata insoddisfatta. In primo luogo, le è toccato subire una clausola di tregua sindacale che lascia l’impresa in balia di scioperi spontanei (punto 6). In secondo luogo, si attendeva la ratifica “senza se e senza ma” degli accordi aziendali che hanno provocato un nutrito contenzioso giudiziario tuttora in corso ed invece ha dovuto accontentarsi di sentirsi dire che, se fossero stipulati adesso, sarebbero validi (punto 7).Tuttavia, l’insoddisfazione della Fiom è, se possibile, superiore. Un po’ perché il punto 7 contiene il velato (ma mica tanto) rimprovero di non avere ascoltato il consiglio inizialmente suggerito dalla Cgil di tapparsi gli occhi davanti ad accordi del tipo “prendere o lasciare” e, pur di restare in gioco, apporvi una “firma tecnica”, e un po’ perché teme che la possibilità di praticare d’ora in avanti, e fin d’ora, una contrattazione aziendale in deroga possa orientare la magistratura verso un permissivismo lontano anni-luce dal clima di scontro che le vicende di Pomigliano e Mirafiori avevano creato nel paese. Per giunta, il diritto a coinvolgere i diretti interessati nei processi decisionali che preparano la sottoscrizione dei contratti collettivi a livello nazionale non è stato sancito e chissà se lo sarà. Vero è che l’istanza non è stata bocciata seccamente: l’intesa Cgil-Cisl-Uil allegata all’intesa del 28 giugno ne rinvia l’esame a momenti successivi che non promettono granché. L’istanza referendaria cui la Fiom non può non assegnare una valenza identitaria – dal momento che è alloggiata nel suo statuto interno – è in netta contro-tendenza. Il suo futuro è incerto sia perché nel frattempo si è radicato l’aristocratico e anacronistico convincimento che il sindacato sia un po’ mandatario e un po’ tutore e che il lavoratore non abbia la piena capacità d’agire, somigliando piuttosto ad un minorenne col complesso di Peter Pan, sia perché oggi più che mai è minoritaria l’idea che la politica non è solo comando, ma è anche mettere la gente nelle condizioni di governarsi da sé. Senza dire poi del timore di rovinosi impatti sulla carriera di dirigente sindacale che spiega la riluttanza di quanti esercitano per professione il potere di decidere “in nome e per conto” a interpellare governati arrabbiati o delusi e mettersi così in discussione.Nondimeno, la Fiom farebbe bene a chiedersi se non sia ragionevole dubitare che il coinvolgimento della base abbia necessariamente una virtù salvifica. Nei tempi bui di una crisi economica come quella che il paese sta attraversando, la contrattazione – segnatamente a livello aziendale – è e sarà tendenzialmente più ablativa che concessiva, generosa nel distribuire sacrifici e avara nel procurare vantaggi. Pertanto, la verifica del consenso ha e avrà un esito presumibilmente confermativo, nell’ampia misura in cui si svolge nel clima ricattatorio che favorisce il reato di estorsione. Non a caso, a Pomigliano e altrove il referendum tra i lavoratori è stato fermamente voluto prima di tutto dalla Fiat. E questa è una testimonianza molto persuasiva dell’esistenza di situazioni in cui, anziché espressione di un libero confronto democratico, il referendum sui contratti collettivi si converte nel sogno della sola democrazia possibile. Quella che ha parecchie delle caratteristiche di una democrazia imposta con la violenza. Come in Iraq o in Afganistan.

Umberto Romagnoli

Accordo Sindacati – Confindustria sulla certificazione di malattia online

E' del 20 luglio 2011 l'accordo tra i Sindacati Unitari (CGIL-CISL-UIL) e la Confindustria sull'invio telematico della certificazione di malattia. Tale accordo che si è reso necessario per stabilire una fase transitoria in attesa dell'adeguamento delle disposizioni contrattuali in materia di malattia con la nuova normativa (invio telematico della certificazione):
• conferma la piena validità delle disposizioni in materia di malattia contenute nei CCNL, compresa la tempestività nella comunicazione dell'assenza e dell'eventuale diverso indirizzo dove potrà essere effettuata la vista fiscale;
• mantiene in vigore fino al 13 settembre 2011 la possibilità di inviare la certificazione in forma cartacea. Se il medico già utilizza il sistema informatico, con gli stessi tempi che erano previsti per l'invio del certificato cartaceo, comunica al datore di lavoro (ad es. tramite mail, sms) il numero di protocollo identificativo del certificato telematico;
• prevede la facoltà, in questa prima fase, di definire mediante contrattazione aziendale altre modalità di invio.
• stabilisce il rilascio della certificazione in forma cartacea da parte del medico, nel caso in cui non sia possibile la trasmissione telematica (ad es. problemi di trasmissione o malattie insorte in uno stato estero, vedi circolare DFP n. 4/2011). In questo caso, il lavoratore, dopo aver avvisato il datore di lavoro, invia la certificazione nei tempi e modi previsti dal contratto.
E' importante che il lavoratore sappia che l’inosservanza delle disposizioni in argomento potrà determinare l’applicazione del procedimento disciplinare previsto dal CCNL e, ove ne ricorrano le condizioni, la sospensione dell’indennità economica di malattia.

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