La frase

"Ognuno è ebreo di qualcuno.
Oggi i palestinesi sono gli ebrei di Israele."
‎Primo Levi

giovedì 30 giugno 2011

Comitato centrale Fiom.Ordine del giorno.Valutazione dell'accordo confederale contratti e rappresentanza

Il Comitato Centrale della Fiom-Cgil approva la relazione del Segretario generale della Fiom.Il Comitato Centrale dà mandato al Segretario generale di rappresentare al Comitato Direttivo della Cgil, oltre al giudizio sull’accordo, nel rispetto dello Statuto della Fiom in merito alla democrazia sindacale la seguente posizione:
  • Lo svolgimento di una consultazione delle iscritte e degli iscritti alla Cgil interessati dall’intesa Confindustria, Cgil, Cisl, Uil, attraverso il loro pronunciamento vincolante con voto certificato, come previsto dall’articolo 6 dello Statuto Cgil.
  • La sospensione della firma fino all’esito finale della consultazione.
  • La realizzazione di assemblee in tutti i luoghi di lavoro nel corso delle quali dovranno essere rappresentati e illustrati i contenuti e i diversi giudizi sull’accordo.

Sulla base delle decisioni assunte dal Comitato Centrale del 30 maggio 2011 l’organizzazione è impegnata ad ogni livello per la costruzione della Piattaforma per il rinnovo del Ccnl che sarà varata dall’Assemblea nazionale Fiom il 22 e 23 settembre e sarà sottoposta ad approvazione dalle lavoratrici e dai lavoratori con un voto referendario.

Approvato all’unanimità


Ordine del giorno


fonte:http://www.fiom.cgil.it/

Camusso, con accordo fermata la destrutturazione del contratto nazionale e definite regole per l'esercizio della democrazia

Un'intesa, quella raggiunta tra Sindacati e Confindustria, che secondo il Segretario Generale della CGIL: ristabilisce la centralità dei Contratti Nazionali, ricostruisce un terreno di regole comuni e porterà alla certificazione della rappresentanza sindacale nel settore privato

A chiusura della riunione dei Segretari Generali della CGIL, tenuta oggi, per discutere dell'ipotesi di accordo su contratti e rappresentanza, siglato nella serata di ieri con CISL, UIL e Confindustria, è il Segretario Generale della CGIL, Susanna Camusso, a prendere la parola. Lo fa con una conferenza stampa, ricordando, nell'aprire il suo intervento, che anche in un fase così complessa di confronto, il sindacato non ha spostato la sua attenzione da quello che succede nel paese, avvertendo dei gravi effetti che la manovra economica, annunciata dal governo, potrebbe avere.
“Siamo molto preoccupati - ha affermato Camusso - dell'impatto che può causare sul paese una manovra dal carattere ancora recessivo”, i cui effetti, ha spiegato “potrebbero generare un duplice impatto: rendere difficile la ripresa delle attività e dell'occupazione e generare una bassa crescita che porterebbe ad un continuo inseguimento del debito”. Di fronte agli annunci del Ministro Tremonti la CGIL, per voce di Susanna Camusso, rafforza le sue preoccupazioni circa il probabile spostamento del peso del risanamento su assistenza e fisco, senza però modificarne “la logica del prelievo”. Sulla base di questo giudizio, Camusso ha confermato le assemblee e le mobilitazioni annunciate, per poi introdurre il tema al centro della giornata: l'intesa su contratti e rappresentanza.
Nello spiegare le ragioni che hanno portato la CGIL ha siglare l'accordo, Camusso ha voluto sottolineare che, sul piano delle relazioni tra CGIL, CISL e UIL, “si era in assenza di qualunque regola”, una condizione che non permetteva, alle organizzazioni sindacali, di portare avanti, unitariamente, discussioni sulle piattaforme, sugli accordi e verificare con i lavoratori l'esito delle eventuali contrattazioni. Tutto ciò, ha proseguito la dirigente sindacale, “a causa degli strappi verificati con l'accordo separato del 2009” che “prevedeva la possibilità di rapporto con i lavoratori solo in presenza di un'opinione comune tra le organizzazioni sindacali”, mentre, con l'accordo raggiunto ieri, sarà possibile consultare i lavoratori “anche a fronte di opinioni diverse tra i sindacati”. Un metodo di democrazia che dovrà essere declinato “nei regolamenti delle singole categorie”.
Secondo Camusso l'unico modo per ricostruire un percorso comune, superando le distanze accumulate nel tempo con CISL e UIL, è quello di “ripartire dalle regole e dal rapporto tra le organizzazioni e i lavoratori”. “Se qualcuno ci chiedesse - ha proseguito Camusso - qual è il modello migliore, probabilmente ne avremmo pensato un altro”, ma adesso “siamo nelle condizioni di poter dire che abbiamo delle regole che ci permettono di esercitare la democrazia nel rapporto con i lavoratori”. Questa è la prima ragione, spiega la leader della CGIL che “smentisce tutti coloro che in queste ore stanno dicendo che nell'accordo non c'è democrazia e consultazione, né rapporto con i lavoratori”.
Adesso, ha proseguito Camusso, “chiederemo a CISL e UIL di consultare con il voto i lavoratori sull'ipotesi di accordo raggiunta ieri sera” sulla rappresentanza e la contrattazione. “Ad oggi non abbiamo certezza sulla loro risposta”, ha avvertito la dirigente sindacale, “se non ci fosse la loro disponibilità” per una consultazione unitaria “applicheremo le nostre regole che prevedono la consultazione dei nostri iscritti”, secondo i modi che, eventualmente, deciderà il Direttivo della Confederazione, già convocato per l'11 e il 12 luglio.
Ulteriore elemento di soddisfazione per il Segretario Generale della CGIL, pur consapevole di non essere di fronte ad un nuovo modello contrattuale complessivo, è la battuta d'arresto che che si è data al processo di destrutturazione del valore del 'contratto nazionale', ristabilendo con chiarezza la “gerarchia delle fonti”, ossia: “è il contratto nazionale a determinare cosa può succedere negli altri livelli di contrattazione”. Con queste ragioni la leader della CGIL smentisce chi continua ad affermare che la FIAT trarrà benefici da questo accordo, “perché la fonte diviene il CCNL che la FIAT ha chiesto invece di cancellare”.
Inoltre, viene introdotto dall'accordo raggiunto, il principio che la rappresentanza nel settore privato sarà determinata, come già accade nel pubblico impiego, dalla certificazione degli iscritti e dal voto delle RSU, “ora bisognerà passare, in tempi brevi, alla fase applicativa” ha affermato Camusso.
Un accordo, ha sottolinea la leader della CGIL, che trova una soluzione anche “rispetto a quei luoghi dove non ci sono RSU”, ma che è chiaramente finalizzato alla loro implementazione, perché “sono proprio le RSU che danno la misura della rappresentanza insieme agli iscritti”. “Tutto l'accordo – ha concluso Camusso - è costruito sul fatto che c'è una relazione tra rappresentanza e voto, e non esclusivamente una relazione tra rappresentanza e organizzazioni sindacali”.

Il metodo Marchionne fa scuola.Due ore per decidere se firmare o lasciare

Festa, società del gruppo Snai, vuole che i propri dipendenti abbandonino il contratto nazionale di lavoro per un accordo aziendale firmato con la Cisl. Chi si è rifiutato è stato o trasferito o licenziato

Ilaria lavora da dieci anni per il gruppo Snai. Otto mesi fa è diventata mamma. Ilaria è ancora in “orario ridotto”, perché usufruisce dei cosiddetti “riposi per allattamento”. Ma c’è un problema perché l’azienda per cui lavora, Festa, del gruppo Snai, le ha appena comunicato che ha due ore di tempo per decidere se accetta di firmare un accordo che deroghi dal suo contratto nazionale, quello del commercio. Se non firmerà dal lunedì successivo la sua nuova sede di lavoro sarà a Porcari, in provincia di Lucca.
Lo stesso aut aut è stato imposto anche ai suoi colleghi: chi ha rifiutato di firmare è stato prima trasferito di sede, poi licenziato.
Una storia estrema che racconta bene i problemi che affrontano i lavoratori in questo paese. Festa è un call-center del gruppo Snai, ci lavorano 150 operatori, tutti Co.Co.Pro, e una ventina di ragazzi dello staff, tutti assunti con contratti a tempo indeterminato del Contratto collettivo nazionale di lavoro (CCNL) del commercio. Tra di loro anche Ilaria, e Debora, responsabile di una delle campagne dell’azienda.
Nel mese di marzo uno dei dirigenti avverte i dipendenti: la società è in crisi, non è più possibile mantenere il CCNL. “Il riferimento che ci veniva fatto era quello di Marchionne e della Fiat – racconta Debora – ci è stato detto chiaramente che se anche uno solo di noi non avesse firmato il nuovo accordo, l’azienda avrebbe chiuso. Inoltre – continua Debora – ci è stato consigliato di non rivolgerci alla Cgil”.
L’accordo, in realtà, riguarda anche i 150 operatori che, da una parte, verrebbero stabilizzati, ma dall’altra andrebbero incontro sia a un’esasperante flessibilità dell’orario di lavoro (pausa tra un turno e l’altro anche di tre ore nella stessa giornata) sia ad un verbale di conciliazione che li “costringerebbe” a rinunciare a qualsiasi pretesa di contenzioso rispetto al passato.
Per tutta risposta, 12 dei venti ragazzi dello staff si iscrivono al sindacato di Corso Italia. Fiorenzo Cristiani della Cigl di Roma sud si reca in azienda per parlare con i vertici di Festa che gli assicurano: “Il nuovo contratto riguarda solo gli operatori”. Viene fissato un incontro con l’azienda, ma a sorpresa, due giorni prima dell’incontro sindacale Festa firma l’accordo con la Fistel Cisl, con la firma di Salvatore Capone e Giorgio Serao.
I dipendenti di Festa imputano alla Cisl di aver firmato un accordo senza essere rappresentata in azienda: “Nessuno ha dato mai alcun mandato a Capone” – spiega Debora. “Anzi, in un incontro sindacale organizzato dall’azienda affinché ci spiegasse l’accordo avevamo detto esplicitamente che non avevamo alcuna intenzione di firmarlo e non ci interessava neanche conoscerlo”.
Capone, denunciato dai dipendenti insieme ai vertici di Festa per “estorsione, violenza e minacce”, offre un’altra versione: “Ho illustrato l’accordo, in quella che era una riunione informale, perché mi è stato chiesto da due dipendenti. E poi, in quella sede, ho ripetuto almeno 15 volte che non avevano nessun obbligo di accettarlo, e che, soprattutto, non riguardava loro, ma gli operatori di call center.”
La realtà, invece, è stata ben differente: “Se l’azienda – precisa Capone – ha proposto unilateralmente quell’accordo ai lavoratori dello staff, anche con il ricatto, è un comportamento che condanno e stigmatizzo – continua Capone – ma proprio questo atteggiamento dell’azienda, se c’è stato, dimostra che l’accordo riguardava solo gli operatori”.
Fatto sta che dopo la firma con la Cisl, l’azienda pone ai dipendenti un vero e proprio aut aut: “O firmate o andate a lavorare a Lucca, nella sede dove vige ancora il contratto del commercio”. I 12, nonostante le pressioni, rifiutano di firmare e il 2 maggio vengono mandati in trasferta a Lucca per l’intera settimana.
Dopo una settimana, in accordo con la CGIL e il loro avvocato, i dipendenti dicono basta: si mettono a disposizione per svolgere il proprio lavoro a Roma. Dai vertici di Festa arriva l’ennesima ritorsione: una lettera di contestazione disciplinare.
Alla Cgil e ai lavoratori non rimane altro che lo scontro: partono le denuncie, pesantissime. Nei confronti dell’azienda e dei rappresentanti CISL: oltre alla violenza, estorsione e minaccia, viene contestato il comportamento antisindacale. In più viene presentato un ricorso d’urgenza per riaffermare l’illegittima della trasferta. “Il tribunale – ci racconta l’avvocato Pierluigi Panici – ci ha dato ragione per quel che riguarda il comportamento antisindacale. Ed ha accertato che non c’è motivo che impedisca di utilizzare i lavoratori a Roma”. Però, l’impugnativa della trasferta è stata rimessa ai singoli lavoratori. Cosa che ha permesso, proprio nelle ultime ore, all’azienda di licenziare tutti i lavoratori che non si stanno recando a Lucca.
Ovviamente i sindacati e gli avvocati dei ragazzi dello staff non intendono fermarsi nel far valere i propri diritti: “Ora andremo ad impugnare il licenziamento in tribunale del lavoro. Tutto questo – assicura Panici – non fa che aggravare la posizione di Festa”. Infatti, tra i lavoratori licenziati ci sono anche due RSA della Cgil e due lavoratori che godono dei diritti della legge 104 a cui l’azienda imputa di non essere andati a lavorare a 350 Km da casa.
Infine Panici, ragiona sui rapporti sindacato-azienda: “E’ evidente che qualcuno – seguendo magari l’esempio di Marchionne – vorrebbe un luogo di lavoro senza Cgil”.

Marco Esposito

fonte:http://www.ilfattoquotidiano.it

Il porcellum Cgil. Ribellarsi è giusto!

L’accordo tra Cgil, Cisl, Uil e Confindustria è stato giustamente accolto da Tremonti, Sacconi, da tutto il mondo del potere economico e governativo e dalle finte opposizioni come un grande successo. Con esso si afferma la centralità dell’aziendalismo e soprattutto si pongono limiti senza precedenti alla libertà sindacale, ai diritti contrattuali, ai poteri dei lavoratori.
Il principio ispiratore di questo accordo è che nel contratto aziendale la maggioranza dei sindacati decide, la minoranza non si può opporre. E’ un mostruoso centralismo burocratico applicato alle relazioni sindacali.
Ma vediamo in concreto i punti che portano a questo disastro.
1. Nella premessa l’accordo assume totalmente l’ideologia confindustriale. L’obiettivo comune è quello di: “un sistema di relazioni industriali che crei condizioni di competitività e produttività tali da rafforzare il sistema produttivo, l’occupazione e le retribuzioni.” E’ la filosofia di Marchionne: prima la competitività e la produttività e poi l’occupazione e, ancora dopo le retribuzioni e chissà quando i diritti.
Che Marchionne sostenga questo è in fondo parte del suo ruolo ampiamente retribuito. Che lo sostenga anche la Cgil è distruttivo per l’autonomia sindacale.
Ma superate queste enunciazioni filosofiche si arriva alla sostanza, cioè a un’intesa che ha lo scopo di rendere “esigibile” il comportamento delle parti, in particolare rispetto al livello aziendale. Infatti sul contratto nazionale, che a parole rimane, si stabilisce solo il principio che chi ha più del 5% delle deleghe e dei voti nelle Rsu, può andare a trattare. Non interessa all’accordo, invece, come si fanno i contratti nazionali, con quali regole e con quali diritti per i lavoratori. Tutto questo è affidato ad accordi tra le categorie, cioè a niente. E’ la dimostrazione che lo spirito di quest’accordo è quella di rendere sempre più forte l’accordo aziendale e sempre più debole il contratto nazionale.
2. Infatti il sistema diventa rigorosissimo quando si parla degli accordi aziendali. La maggioranza di una Rsu eletta dai lavoratori approva un accordo aziendale e questo è valido per tutti, senza bisogno di voto dei diretti interessati. La minoranza ha l’obbligo di accettare l’accordo, perché sono impegnate a rispettarlo: “tutte le associazioni sindacali firmatarie del presente accordo interconfederale operanti all’interno dell’azienda”. Cioè, le strutture della Cgil, e anche naturalmente la Fiom, non possono più opporsi in Fiat da un accordo sottoscritto dalla maggioranza delle Rsu, come è avvenuto a Mirafiori e Pomigliano, ma devono accettarlo e applicarlo in quanto la casa madre confederale si è preventivamente impegnata per loro. Questo significa anche rinunciare allo sciopero perché le “clausole di tregua sindacale finalizzate a garantire l’esigibilità degli impegni” hanno “effetto vincolante” per tutti i firmatari dell’accordo interconfederale. D’ora in poi se Fim, Uilm e Fismic firmano in Fiat, la Fiom deve solo obbedire e non può scioperare, perché la Cgil si è impegnata per essa.
3. Il sistema dei contratti nazionali è ampiamente derogabile. La parola deroghe non compare nell’accordo, per scelta ipocrita e complice. Ma si scrive che i contratti collettivi aziendali possono definire “specifiche intese modificative delle regolamentazioni contenute nei contratti collettivi nazionali di lavoro”. Si aggiunge anche che se i contratti non prevedono clausole di deroga, queste si possono fare lo stesso a livello aziendale, in particolare sulla “prestazione lavorativa, gli orari e l’organizzazione del lavoro”. Non si capisce a questo punto di che cosa dovrebbe lamentarsi la Fiat. La Cgil ha messo la firma tecnica agli accordi del passato e, in ogni caso, si impegna ad accettare quelli futuri.
4. I lavoratori non votano mai, se non quando in azienda operano le Rsa. Qui c’è un’altra novità negativa, perché gli accordi del passato non prevedevano più le Rsa, che come si sa sono nominate dalle organizzazioni sindacali e non elette dai lavoratori. In questo caso invece si riscopre la loro esistenza, forse perché gli accordi separati in Fiat prevedono tutti l’istituzione delle Rsa al posto delle Rsu elettive. Solo in questo caso è ammesso il voto dei lavoratori sugli accordi, quando un’organizzazione o il 30% degli interessati lo richiede. Tutto questo chiarisce ancor di più che in tutte le altre situazioni ai lavoratori è negato il diritto al voto sugli accordi. Non si vota più. Non nel contratto nazionale, dove non è prevista nessuna validazione democratica dell’accordo. Non a livello aziendale, dove decidono le Rsu. Insomma, passa una sorta di porcellum sindacale. Come per l’attuale Parlamento c’è un maggioritario che decide per tutti e che obbliga l’opposizione ad adeguarsi. E’ il sogno di Berlusconi.
5. Questo accordo chiede al governo di ridurre le tasse e i contributi sul salario aziendale legato alla produttività. Mentre si promette la riduzione delle tasse sulle retribuzioni, questo accordo chiarisce che essa va solo al salario flessibile che interessa alle aziende e a una minoranza dei lavoratori. Anche qui la Cgil improvvisamente aderisce all’ideologia di Bombassei, Sacconi, Bonanni e del libro bianco.
In conclusione, questo accordo cambia la natura del sindacato, cambia la natura della Cgil, distrugge la libertà e l’autonomia della contrattazione ai vari livelli mentre stabilisce un sistema burocratico aziendalistico governato dalle imprese e dagli accordi corporativi con le grandi confederazioni. E’ il sistema della complicità sindacale auspicato dal libro bianco di Sacconi. E’ bene inoltre ricordare che resta totalmente in vigore l’accordo separato del 2009, che la Cgil non aveva sottoscritto. Ora quell’accordo viene regolato da questa intesa unitaria.
Con questa intesa si opera una rottura profonda con questo anno di lotte e di movimenti, mentre, come ha giustamente sottolineato Tremonti, si dà un vero aiuto alla politica economica del governo e alle banche europee che chiedono flessibilità, aziendalismo e tagli allo stato e ai diritti sociali. La segretaria generale della Cgil, Susanna Camusso, con questa firma è venuta meno allo spirito e alle stesse norme statutarie della confederazione, e come minimo dovrebbe dimettersi. Non lo farà ma sappia che c’è chi glielo chiede e continuerà a chiederglielo. Mobilitiamoci per far ritirare alla Cgil la firma da questa intesa e, in ogni caso, per contrastarla e rovesciarla. E’ una battaglia di democrazia e giustizia sociale contro un modello economico autoritario e aziendalistico che si vuole imporre ai lavoratori perché paghino tutti i costi della crisi. Contro questo accordo bisogna ribellarsi.

Giorgio Cremaschi


[Articolo su Liberazione del 30 giugno 2011]

fonte:http://www.liberazione.it/

Contratti senza conflitto

I punti dell'intesa siglata tra Cgil, Cisl e Uil e Confindustria. Vincolo ai sindacati "ribelli", deroghe e una norma scritta apposta per la Fiat. Una nuova pagina nelle relazioni sindacali.

L’accordo siglato da Cgil, Cisl e Uil con Confindustria regolerà la contrattazione aziendale, quella definita di secondo livello, ed è un testo che mette un punto alla lunga vertenza che ha visto fronteggiare la Fiat di Sergio Marchionne e la Fiom di Maurizio Landini. A una prima lettura del testo la vittoria del primo appare schiacciante anche se dal Lingotto vengono al momento fatte filtrare delle perplessità.
Pur ribadendo in premessa la “Centralità del valore del lavoro e “il ruolo del contratto collettivo nazionale” l’intesa del 28 giugno ha lo scopo di “favorire il ruolo della contrattazione di secondo livello per una maggiore certezza delle scelte operate di intesa tra aziende e rappresentanze sindacali dei lavoratori”. E’ quanto chiedeva Confindustria e la Fiat. L’accordo si basa su otto punti più un nono che regola, anche se non completamente, le modalità di negoziato degli accordi confederali e di categoria.
Fondamentalmente si basa sulla certificazione degli iscritti che vengono ponderati con i consensi elettorali ottenuti dalle Rsu per valicare i contratti aziendali; sul consenso della maggioranza delle Rsu o delle Rsa prevedendo, solo in questo secondo caso, il voto dei lavoratori; apre alle deroghe che però vengono chiamate in modo diverso; apre al salario di produttività tanto caro a Sacconi; vincola in modo rigido l’agibilità dei sindacati di categoria che non potranno obiettare alle intese siglate dalla maggioranza delle Rsu e nemmeno potranno scioperare in caso di “tregua sindacale” (ma dal vincolo sono esclusi i lavoratori, il cui diritto allo sciopero è sancito dalla Costituzione). Stabilisce, infine, una norma redatta sulle specifiche esigenze della Fiat riconoscendo, ex post, la legittimità degli accordi di Pomigliano e Mirafiori.
I punti
E’ il primo paragrafo a regolare la certificazione degli iscritti prendendo a riferimento i contributi sindacali dei lavoratori trattenuti dall’Inps. I dati vengono trasferiti al Cnel, che opera da ente terzo, e per negoziare occorre godere, all’interno della categoria interessata, almeno del 5% dei consensi mixati tra iscritti e voti alle Rsu.
Si stabilisce poi che il Contratto nazionale continua a regolamentare le retribuzioni e le normative generali mentre quello aziendali si svolge su materie “delegate dal contratto nazionale”.
Al punto 4 si sancisce quella che Giorgio Cremaschi, della minoranza Cgil, chiama “la norma liberticida”: “I contratti aziendali sono “efficaci” (quindi vincolanti, ndr) per tutti i sindacati firmatari del presente accordo, operanti all’interno dell’azienda, “se approvati dalla maggioranza dei componenti delle Rsu elette secondo le regole interconfederali vigenti”. E’ il caso di Pomigliano: di fronte alla firma della maggioranza delle Rsu che la condiziona dal basso, e all’entrata in vigore dell’accordo firmato ieri, che la condiziona dall’alto, la Fiom non può far altro che adeguarsi. Con le clausole definite ieri non ci sarebbe più nemmeno il referendum che pure c’è stato a Pomigliano, Mirafiori e Grugliasco. Il voto dei lavoratori, infatti, non viene contemplato ed è previsto nelle aziende in cui, invece delle Rsu – introdotte con l’accordo del 1993 – esistano solo le Rsa – rappresentanze sindacali aziendali, previste dallo Statuto dei lavoratori del 1970 – che non sono organi eletti ma nominati dai sindacati. In questo caso, quando un sindacato firmatario dell’accordo di ieri o il 30 per cento dei lavoratori, lo richiedono si può andare al voto tra i lavoratori che è valido se partecipa almeno la metà più uno degli aventi diritto.
Il vincolo ai sindacati ribelli può essere ribadito anche con “la tregua sindacale” qualora venga prevista dai contratti aziendali e che si applica sempre ai sindacati firmatari dell’accordo quadro ma non ai singoli lavoratori (cui spetta il diritto sancito dalla Costituzione).
Le deroghe
Il punto più corposo è il settimo ed è quello che regolamenta le cosiddette deroghe. Non vengono chiamate così ma l’accordo stabilisce che “i contratti collettivi aziendali possono definire, anche in via sperimentale e temporanea, specifiche intese modificative delle regolamentazioni contenute nei contratti collettivi nazionali di lavoro nei limiti e con le procedure previste dagli stessi contratti collettivi nazionali di lavoro”. Dovrebbe essere quindi il contratto nazionale definire le procedure e i limiti per regole specifiche. Le deroghe appunto. Nel caso della Fiat, però, il contratto nazionale non ha previsto nulla del genere. Ed è qui che scatta la norma cucita addosso alla Fiat: “Ove non previste e in attesa che i rinnovi definiscano la materia nel contratto collettivo nazionale di lavoro applicati nell’azienda, i contratti collettivi aziendali conclusi con le rappresentanze sindacali operanti in azienda d’intesa con le organizzazioni sindacali territoriali firmatarie del presente accordo, al fine di gestire situazioni di crisi o in presenza di investimenti significativi per favorire lo sviluppo economico e occupazionale dell’impresa, possono definire intese modificative con riferimento agli istituti del contratto collettivo nazionale che disciplinano la prestazione lavorativa, gli orari e l’organizzazione del lavoro. Le intese modificative così definite esplicano l’efficacia generale come disciplinata nel presente accordo”. Il testo è molto chiaro, quello che è stato fatto negli stabilimenti del Lingotto – “al fine di gestire situazioni di crisi o in presenza di investimenti significativi” – è valido e ha efficacia generale. Resta da vedere se il testo sarà utilizzato in tribunale a favore della Fiat o meno. Camusso ha voluto specificare che la norma non è “retroattiva” ma l’ultima parola spetterà probabilmente al giudice.
L’ottavo punto dell’accordo è un peana per Sacconi. Si riconosce che le misure adottate dal governo in tema di sostegno alla contrattazione aziendale, e cioè la sua detassazione e il supporto ai salari di produttività, “hanno dimostrato reale efficacia” e quindi se ne chiede un rafforzamento “ai fini del miglioramento della competitività nonché ai risultati legati all’andamento economico delle imprese, concordati fra le parti in sede aziendali”.
Gli accordi confederali e di categoria
L’accordo ha un’appendice che riguarda gli accordi sindacali con valenza generale e quelli di categoria. Un testo che servirebbe a regolare eventuali divergenze. La procedura prevista per gli accordi confederali e di categoria prevede che siano le segreterie a definire le piattaforme, gli organismi dirigenti dei sindacati a discutere e approvarle prevedendo “momenti di verifica con gli iscritti” fino alla “consultazione certificata tra tutti i lavoratori come avvenuto nel 1993 e nel 2007”. Nel caso degli accordi di categoria, si demanda la questione a “specifici regolamenti (…) al fine di coinvolgere sia gli iscritti che tutti i lavoratori e lavoratrici”. Il referendum non viene mai citato ma ci si limita anche qui a “momenti di verifica per l’approvazione degli accordi mediante il coinvolgimento delle lavoratrici e dei lavoratori”.

Salvatore Cannavò        

mercoledì 29 giugno 2011

Susanna Camusso deve dimettersi: la firma dalla Cgil va ritirata dall’accordo

L’accordo sottoscritto anche dalla Cgil è un accordo liberticida, che viola le libertà sindacali e contrattuali dei lavoratori e che apre la via allo smantellamento del contratto nazionale. L’accordo prevede la più ampia derogabilità al contratto nazionale, ipocritamente chiamata “intese modificative”. Inoltre stabilisce un mostruoso principio per cui se la maggioranza delle Rsu approva un accordo, la minoranza non si può opporre, naturalmente senza che i lavoratori abbiano mai votato. Lo stesso naturalmente vale per il contratto nazionale.Quest’accordo accoglie le richieste della Fiat sulla limitazione del diritto di sciopero e sull’obbligo di applicare gli accordi peggiorativi senza contestazioni sindacali. Se fosse stato in vigore un anno fa la Fiom non avrebbe potuto opporsi agli accordi di Pomigliano e agli altri accordi Fiat. Giustamente Tremonti e Sacconi esaltano questo accordo, perché corrisponde totalmente alle loro scelte e alla loro filosofia economica e sociale. Per la Cgil è un cedimento gravissimo, che viola lo spirito e le norme dello Statuto. Per questo ritengo che la segretaria generale della Cgil, Susanna Camusso, debba dimettersi, per aver mancato ai suoi doveri di rappresentanza dell’organizzazione. La firma a questo accordo da parte della Cgil va ritirata e dobbiamo tutti mobilitarci per ottenere questo risultato.

fonte:http://www.rete28aprile.it

Note su un accordo

Preceduto da incontri di una diplomazia segreta che ha preso slancio da quanto si è capito che il centro-destra non sarà riconfermato alle elezioni del 2013 ci è stato spiattellato oggi l'ultimo dei tanti accordi interconfederali dettato dalla Confindustria e materialmente scritto dal suo ufficio studi. L'accordo va letto assieme ai suoi precedenti, al dibattito che si è sviluppato su Pomigliano e su Torino ed è frutto ideologico e politico della voglia del centro-sinistra di mostrarsi più scaltro e più dotato di mezzi nella gestione delle politiche imposte dalla Unione Europea. L'accordo farà trovare il grosso del lavoro sporco già fatto alla compagine che si installerà a Palazzo Chigi al posto di Berlusconi e Tremonti.Questo accordo come alcuni di quelli che lo hanno preceduto compie una operazione giuridica e politica di enorme portata: sposta la soggettività contrattuale dai lavoratori ai "sindacati" e non a tutti soltanto a quelli ammessi nel cerchio magico della legittimità anticomunista. Gli accordi non vanno approvati dai lavoratori ma dal sindacato per almeno il 50 per cento dei rappresentati della RSU, una percentuale che non ha alcuna importanza dal momento che i tre stanno assumendo tante di quelle affinità elettive da poter presto fondersi in un unico supersindacato a cui vengono assegnati quasi d'ufficio dodici milioni di iscritti. E' un processo giuridico e giuslavoristico guidato da menti raffinatissime che porta genericamente il titolo di sussidiarietà e che prevede la privatizzazione della giustizia del lavoro ed il graduale quasi impercettibile spostamento del sindacato da rappresentante dei lavoratori o del lavoratore (se è il caso) a soggetto che agisce con una propria autonomia ed un proprio potere di somministrazione di diritti rispetto il quale il lavoratore viene del tutto passivizzato in una figura che da sola non conta più assolutamente niente. E' quello che è accaduto nel sindacalismo americano di stampo neoliberistico.Tutto il gruppo dirigente del PD è impegnato con Confindustria e con i superpoteri europei a realizzare il disegno che ha trovato oggi un suo momento importante nell'accordo stipulato.In sostanza si realizza un momento di una manovra che in Grecia sta costando quasi una rivoluzione per mettere insieme quello che in modo silenzioso e con una perfetta triangolazione con il governo in Italia si sta realizzando senza che le classi dirigenti ne paghino dazio: quaranta miliardi di tagli pagati per il 95 per cento dai redditi di lavoro e di pensione e strumenti al padronato per una gestione totalitaria delle aziende.Tutto quello che si fa a livello istituzionale e delle grandi organizzazioni sociali contraddice le spinte profonde che sono venute dal referendum contro il nucleare e la privatizzazione. Il PD sembra sospinto a destra piuttosto che a sinistra dal sentimento popolare che si innalza dal paese. E' diventato sordo, sordissimo alle migliaia di proteste dei precari, della scuola, degli operai e tira avanti per la sua strada che è la stessa dei governi di centro-destra e socialisti europei.L'obiezione all'accordo è venuto da Cremaschi e da Landini. Obiezione data per scontata e tuttavia terribile nel suo isolamento politico e sociale. Pur rispondendo ad interessi fondamentali ed irrinunziabili dei lavoratori italiani, le gravissime denunzie scivolano senza lasciare profonde tracce nel corpo enorme dei gruppi dirigenti delle tante categorie che fanno capo alla CGIL. La logica che prevale in questo corpo è quella di un centralismo autoritario dal quale bisogna avere fegato per dissentire specialmente per chi ha scelto di fare un funzionario sindacale a tempo pieno.Come ha giustamente detto oggi Susanna Camusso l'accordo di oggi chiude un periodo e ne apre nuovo. La CGIL non è più in bilico tra moderatismo ed autonomia di classe. Ha scelto per sempre il moderatismo e di stare con Bonanni e con Angelletti. Bonanni è il vero leader della nuova fase unitaria. Napolitano nè è l'alto patrocinatore. Che importa se i lavoratori ne ricaveranno soltanto amarezze delusioni disagi e povertà? Se si leggono gli atti fondamentali del fascismo dal 1926 al 1938 si scopre una somiglianza impressionante con gli accordi dei tre con la Confindustria e con il Governo di oggi. Ma il processo di deidentificazione della classe lavoratrice non era sollecitato ed attuato con forme così penetranti come quelle di oggi.

Pietro Ancona

fonte:http://medioevosociale-pietro.blogspot.com/

Contratti e rappresentanza: raggiunto accordo tra Confindustria e Sindacati

Per il Segretario Generale della CGIL, con l'intesa siglata è stata “superata una stagione di divisione”, un contributo “per rimettere il valore del lavoro e la contrattazione al centro dell'attenzione del paese”. Ora toccherà al direttivo nazionale della CGIL decidere sulla firma

Siglato l'accordo unitario su rappresentanza ed esigibilità dei contratti. Dopo oltre 6 ore di trattativa e dopo l'incontro di venerdì scorso, CGIL, CISL, UIL insieme a Confindustria hanno firmato l'intesa sulle regole della rappresentanza sindacale e sull'efficacia della contrattazione. La CGIL, nella mattinata di oggi, mercoledì 28 giugno, sottoporrà il testo tutti i Segretari Generali.
Per il Segretario Generale della CGIL, Susanna Camusso, con l'accordo raggiunto da Sindacati e Confindustria è stata “superata una stagione di divisione”. “Veniamo - ha spiegato la leader della CGIL - da una serie di accordi separati ed il senso di questo accordo è aprire una stagione nuova”. E' stato dato, ha proseguito Camusso “un contributo, in una situazione difficile, per rimettere il valore del lavoro e la contrattazione al centro dell'attenzione del paese”.
Un'intesa, che “guarda al futuro e non al passato”, come affermato dal Segretario Confederale, Vincenzo Scudiere ai microfoni della CGILtv. “Siamo riusciti - ha spiegato il dirigente sindacale - ad inserire importanti elementi che riguardano le garanzie per la contrattazione aziendale, ma che mirano anche a migliorare il sistema del contratto nazionale”, riconosciuto dalla Confederazione come “punto fondamentale e centrale della contrattazione nel nostro Paese". Nell'accordo, precisa Scudiere tutte le parti sociali si impegnano a utilizzare il voto dei lavoratori come "forma per garantire attuazione e condivisione degli accordi". “E' evidente - ha concluso Scudiere - che toccherà al direttivo nazionale decidere sulla firma. Noi abbiamo solo siglato l'accordo. Vedremo nei prossimi giorni quale sarà la discussione interna all'organizzazione”.

 Testo accordo
 VIDEO su CGILtv



fonte:http://www.cgil.it

Circolare Inps sulla riserva dei 10mila lavoratori in mobilità che conservano i pregressi requisiti pensionistici

Care compagne e cari compagni,
vi invio in allegato la circolare N. 90/24 giugno 2011 dell'INPS che disciplina le modalità con cui i 10.000 lavoratori posti in mobilità (ordinaria e lunga) con accordi antecedenti il 30 aprile 2010 possono andare in pensione usufruendo della norma che prevede, in deroga alla legge 122/2010, il mantenimento dei requisiti pregressi.La circolare arriva con un certo ritardo e non risolve tutti problemi che attualmente già si sono presentati nei territori. Afferma con chiarezza che verrà redatta una graduatoria unica di tutti coloro che ne hanno diritto e che l'ente invierà , man mano che maturano le finestre pensionistiche, a tutti gli interessati avviso che possono accedere alla pensione con i requisiti preesistenti.Dunque i singoli lavoratori interessati potranno fare domando di pensione chiedendo di avvalersi della norma richiamata ed attendere l'esito della loro richiesta da parte delle INPS competenti infatti la circolare precisa che la volontà di avvalersi della deroga in argomento deve essere manifestata all’atto della presentazione della domanda di pensione.Quello che non viene specificato nella circolare è cosa accade nel frattempo, visto che la mobilità ha una scadenza prefissata (ovvero cosa accade se il lavoratore si vede respinta dall'inps la domanda e nel frattempo è cessata la mobilità, problema concreto che ci è già stato segnalato da alcuni territori). Ci attiveremo immediatamente con la confederazione per avere disposizioni INPS che garantiscano la non perdita dell'indennità in caso di motivato rifiuto.Infine la circolare precisa che per coloro che non si trovassero coperti dalla deroga prevista per le 10.000 unità dovrà entrare in vigore la clausola di garanzia prevista dalla finanziaria 2011, ma allo stesso tempo ricorda che tale clausola, per essere operativa dovrà vedere l'emanazione di un decreto ministeriale, che ad oggi non è stato ancora emanato.

Un caro saluto
P. L’UFFICIO SINDACALE FIOM
Barbara Pettine


Lavori usuranti.Circolare Fiom e circolare del ministero del Lavoro



“Fermare l'intervento delle Forze dell'ordine in Val di Susa”


“Bisogna che si fermi l'intervento delle Forze dell'ordine che da stamattina è in corso contro il movimento No Tav in Val di Susa.I temi posti dai movimenti popolari e partecipati che difendono i beni comuni sul proprio territorio non possono essere risolti in questo modo.Nei sistemi democratici ciò che la politica non riesce ad affrontare non può essere affidata alle Forze dell'ordine, anche perché si rischia di umiliarle e di distrarle dai difficili compiti che devono svolgere.Invitiamo tutte le strutture a prendere posizione su quanto sta accadendo e a informare le lavoratrici e i lavoratori.”

Maurizio Landini
Segretario generale della Fiom-Cgil


“Fermare immediatamente il pugno di ferro del partito trasversale degli affari”


“Con una durezza senza precedenti, almeno nella storia recente, il Governo, con una vera e propria azione militare, sgombera il presidio pacifico dei comitati contro quell'opera assurda, inutile e costosa, la Tav, che pretende di fare scempio del territorio.Il Governo ha risposto nel peggiore dei modi alla richiesta di "ordine" di tanti esponenti del partito trasversale degli affari, dalla Confindustria al Pd.La risposta delle popolazioni e' stata straordinaria: scioperi, presidi, blocchi. La Tav non passerà. Ora e' necessario estendere la mobilitazione contro la Tav, le grandi opere e in solidarietà con le popolazioni della Val di Susa. La Fiom e la Cgil devono proclamare ogni iniziativa utile a riprendere il presidio contro la Tav e a fermare la repressione.La Cgil deve schierarsi apertamente con i movimenti contro la Tav e chiedere la fine immediata delle operazioni di polizia.”

Sergio Bellavita
segretario nazionale della Fiom-Cgil


 Appello


fonte:http://www.fiom.cgil.it/
fonte video:http://www.youtube.com/antefattoblog
fonte vignetta:http://maurobiani.splinder.com

martedì 28 giugno 2011

Cambia il vento, non per la Cgil

Susanna Camusso firma il nuovo patto sociale con Confindustria, Cisl e Uil. Sconfitta la Fiom. Via libera alle deroghe, sotto falso nome, e tregua allo sciopero in caso di accordi aziendali

E’ una svolta delle relazioni sindacali e forse del quadro politico e sociale italiano. L’accordo tra Cgil, Cisl e Uil e Confindustria su contrattazione e rappresentanza è stato firmato nella tarda sera di martedì 28 giugno e questo giorno sarà ricordato a lungo. Si tratta di un testo di 9 punti, articolato in più parti e che tratta la rappresentanza, l'esigibilità dei contratti, cioè la loro efficacia, la contrattazione aziendale.
Le deroghe non vengono citate ma si dice che “si possono attivare strumenti contrattuali mirati a specifici contesti produttivi e specifiche intese modificative delle regolazioni previste dai Ccnl” nei limiti previsti da quest’ultimi. Come dice Marcegaglia "i contratti aziendali sono ora più forti ed esigibili".
Sulla rappresentanza, è definito un criterio basato sul mix tra iscritti certificati e voti nelle Rsu e per approvare un contratto serve il 50 per cento più uno. Dove esistono le Rsa si va al voto dei lavoratori. In caso di accordo valido scatta la “tregua dello sciopero” sul modello dell’accordo raggiunto con i sindacati Usa, cioè nessuna astensione dal lavoro per un certo periodo.
E’ un accordo che segna il rientro della Cgil nella concertazione degli ultimi anni, quella a guida Cisl e che permette a Confindustria di garantirsi un "patto sociale" e una possibile "pace sociale". "Una stagione nuova" dice Susanna Camusso anche se nell'accordo, come sottolinea Emma Marcegaglia, viene recepita la sostanza della vertenza Fiat, cioè la volontà di articolare la contrattazione aziendale e territoriale a seconda delle necessità delle imprese e viene sconfitta la Fiom che, a questo punto, potrebbe anche essere privata delle basi giuridiche che hanno portato al ricorso in tribunale contro la Fiat (l'udienza è prevista il 16 luglio). "È un accordo che estende a tutti i lavoratori il modello Fiat, è un cedimento gravissimo della Cgil che contrasteremo in Cgil, nelle fabbriche e nel Paese" dice Giorgio Cremaschi dell'area "La Cgil che vogliamo" che si riunirà al Roma il prossimo 13 luglio.
La Cgil sottoporrà da mercoledì l'accordo al vaglio dei segretari di categoria e poi chiamerà a esprimersi il direttivo nazionale. In ogni caso la scelta di Camusso è fatta e come dice ancora la presidente di Confindustria "chiude la stagione delle divisioni". Di fatto, chiude la lunga parentesi prodotta dallo scontro tra la Fiat e la Fiom. Ma non si tratta solo di un avvenimento sindacale, perché rientra in pieno nel clima di responsabilità nazionale che si respira in prossimità della manovra finanziaria e delle tagliole europee pronte a scattare. Non a caso il ministro Tremonti ha voluto rivolgere un sentito "grazie" ai leader sindacali e alla presidente di Confindustria "per quello che hanno fatto oggi per il bene del nostro paese". Un accordo su cui potrebbe anche aver influito, a giudicare da certi toni utilizzati nel direttivo nazionale della Cgil, non poco l'autorità e la "moral suasion" del Capo dello Stato.

Sa.Can.

fonte:http://www.ilmegafonoquotidiano.it

Contratti e rappresentanza, c'è l'accordo unitario

Raggiunta l'intesa tra sindacati, Cgil compresa, e Confindustria. Per Camusso è la "fine di una lunga stagione di divisioni e incertezze". Molto soddisfatta anche Emma Marcegaglia. Ora toccherà al direttivo di Corso d'Italia validare l'accordo

E' stato raggiunto dopo sei ore di confronto l'accordo unitario sui contratti e la rappresentanza sindacale. L'ok all'intesa interconfederale è arrivato nella serata di oggi, martedì 28 giugno, da Confindustria, Cgil, Cisl e Uil.
"Abbiamo superato una lunga stagione di divisioni e incertezze", è stato il commento a caldo di Susanna Camusso, segretario generale della Cgil, rilasciato nel corso di una conferenza stampa in cui le parti sociali hanno illustrato i contenuti dell'intesa.
"Pensiamo - ha proseguito Camusso - di aver dato un contributo in una situazione difficile per rimettere al centro il lavoro e la contrattazione". La segretaria Cgil ha poi precisato che l'accordo non è retroattivo rispetto ai contratti già firmati.
Camusso ha aggiunto che l'intesa sarà sottoposta al vaglio del comitato direttivo della Cgil, che "parlerà e discuterà". Per domani mattina, mercoledì 29 giugno, è invece prevista una riunione della segreteria confederale allargata ai leader delle categorie.
Della fine di una "stagione di separatezza tra di noi" ha parlato anche Emma Marcegaglia, che si è detta "molto soddisfatta" per "il passo avanti significativo" che è stato compiuto. "C'è la volontà di andare avanti insieme. Le parti sociali hanno dato dimostrazione di responsabilità, di serietà", ha aggiunto.
Poi la presidente degli industriali ha sottolineato che l'accordo raggiunto questa sera tra Confindustria, Cgil, Cisl e Uil sulla rappresentanza ed i contratti "non sostituisce l'altro, quello del 2009", che non fu firmato dalla Cgil. "Questo accordo - ha detto la presidente degli industriali - ragiona su altri temi, come la rappresentanza e l'efficacia erga omnes dei contratti aziendali".
Di tutt'altro tono il commento di Giorgio Cremaschi della Fiom: "E' un accordo che estende a tutti i lavoratori il modello Fiat, è un cedimento gravissimo della Cgil che contrasteremo in Cgil, nelle fabbriche e nel Paese".
Un ringraziamento alle parti sociali firmatarie dell'accordo è arrivato invece dal ministro dell'Economia Giulio Tremonti: "Grazie a Raffaele Bonanni, Luigi Angeletti, Susanna Camusso ed Emma Marcegaglia. Grazie per quello che hanno fatto oggi nell'interesse del nostro Paese", ha dichiarato il ministro.

Solo il nostro dissenzo e la nostra mobilitazione potrà fermare questo progetto infame

Quello che sta accadendo in queste ore (l'accordo sulle rappresentanze tra confindustria CGIL CISL e UIL) deve vederci più che mai uniti, in quanto si vuol legittimare il modello Marchionne su scala nazionale. A pochi mesi dalla scadenza del contratto nazionale dobbiamo organizzare una forte mobilitazione in sua difesa. Con questo accordo vergognoso che vedrà la firma anche della Camusso si vuol vanificare tutto ciò che si è costruito da Pomigliano fino ad ora, si vogliono piegare le volontà dei lavoratori e renderli schiavi delle varie imprese di appartenenza. Solo il nostro dissenzo e la nostra mobilitazione potrà fermare questo progetto infame che vuole inficiare la volontà di riscossa che come FIOM eravamo riusciti a convogliare (vedi studenti precari ect.) Da qui alla fine dell'anno, cioè fine CCNL, dobbiamo spiegare a tutti e con tutte le nostre forze e smascherare l'intento di questi farabutti, nessuno ci piegherà la lotta continua ora più di prima.

[Operaio Piaggio della 2R]

Il Direttivo della Cgil si è concluso senza un voto

Il Direttivo della Cgil si è concluso senza un voto perché la segretaria generale ha ritenuto di non chiederlo. In ogni caso l’area programmatica, attraverso una dichiarazione di Gianni Rinaldini, ha formalizzato la posizione di non concedere alcun mandato a concludere il negoziato.Nel corso del dibattito sia gli interventi dell’area programmatica, sia il segretario generale della Fiom, seppure con diverse argomentazioni e accenti, hanno espresso contrarietà all’accordo che si sta delineando.La situazione paradossale è che tutta la discussione è avvenuta in assenza di qualsiasi testo, ma solo sulla base di spiegazioni verbali. Considerando che, in particolare sulle regole, anche le virgole contano, si è avanzata la richiesta di un metodo più democratico di confronto e di poter discutere sulla base della carta scritta e non delle valutazioni e dei giudizi. In ogni caso già dai giudizi espressi l’accordo possibile si presenta come profondamente negativo.Appuntamento per l’Area il 13 luglio a Roma.

La CGIL che Vogliamo non dà il mandato a chiudere

Si è svolto ieri il Direttivo della CGIL per un'informazione sulla trattativa in corso con Confindustria CISL e UIL su Democrazia e Rappresentanza.Al termine dei lavori, Gianni Rinaldini, coordinatore Nazionale dell'area Programmatica la CGIL che Vogliamo, ha dichiarato, a nome dell'Area, di non dare nessun mandato alla segreteria a sottoscrivere l'intesa.Non si è mai verificato, nella storia della CGIL, che si possa chiedere un mandato al Comitato Direttivo senza che questi sia messo nelle condizioni di decidere sulla base dei testi scritti.In presenza di tali documenti, dovranno essere riconvocati gli organismi dirigenti.Documento approvato dalla riunione dei Componenti il Comitato Direttivo Nazionale de La CGIL che Vogliamo che esprime la posizione dell'Area e indice l'Assemblea della platea congressuale per il 13 luglio:L’Area Programmatica Congressuale La CGIL che vogliamo esprime il proprio dissenso rispetto all'ipotesi di accordo su democrazia e rappresentanza così come si sta profilando sulla base della proposta avanzata da Confindustria, e come raccontata dalla segretaria generale nel Direttivo nazionale del 27 giugno.Si configura l'ipotesi di un contratto nazionale sottoscritto dalla coalizione sindacale maggioritaria senza che i lavoratori possano esprimere il loro voto e senza che venga riconosciuta piena agibilità sindacale all'organizzazione dissenziente.In un momento in cui è così evidente la volontà di partecipazione e di espressione in forma diretta, si configurerebbe la paradossale circostanza di una democrazia partecipata che si ferma sulla soglia del luogo di lavoro.Né sta in piedi l'argomentazione secondo la quale i lavoratori essendosi espressi sui propri rappresentanti votando le RSU hanno così saturato le possibilità di voto:una sorta di dittatura degli eletti ,proprio contro la quale ha cominciato a soffiare un vento nuovo.La CGIL che vogliamo sostiene con nettezza che:Qualsiasi accordo su democrazia e rappresentanza deve vedere esplicitamente riconosciuto il diritto di voto dei lavoratori su contratti nazionali o aziendali in qualsiasi caso, in presenza cioè di RSU o RSA, e tale vincolo deve essere presente nel testo dell'accordo sottoscritto con le controparti, senza alcun rimando a successive intese sindacali, perchè possa essere realmente ufficiale e esigibile.Qualsiasi intesa deve contenere con chiarezza la gerarchia delle fonti:deve affermare, cioè la priorità del contratto nazionale su quello aziendale e la sua non derogabilità.Le ipotesi che i contratti aziendali possano operare in deroga, possano non farlo, possano essere sostitutivi del contratto nazionale configurerebbe un sistema contrattuale à la carte, nel quale ogni azienda sceglie la modalità contrattuale che più le aggrada.La fine del sistema universale di diritti e tutele, unica e forte premessa per ricomporre la frammentarietà del lavoro e nel lavoro.Qualsiasi intesa non può contenere alcuna limitazione al diritto di sciopero.La CGIL che Vogliamo ritiene che le ipotesi che oggi ci sono state raccontate sono distanti dal documento su democrazia e rappresentanza votato dal Direttivo del 15 gennaio.Così come rivendica la necessità di esprimersi sulla base di un testo scritto:la segreteria torni al direttivo con i testi scritti e il direttivo si esprima .L'ipotesi di accordo va in ogni coso, secondo una prassi consolidata,sottoposta al voto dei lavoratori.Alla luce dello scenario nuovo e difficile che si sta aprendo, è convocata l'Assemblea dei Delegati al Congresso de La CGIL che Vogliamo per il 13 luglio.

fonte:http://www.rete28aprile.it

Le nostre rivendicazioni

Lavoratori,
da mesi stiamo sollevando insieme con puntualità e determinazione i gravi problemi delle condizioni di lavoro (ritmi di lavoro insostenibili e sicurezza), la mancanza di risposte serie e affidabili sul futuro delle meccaniche, l’assenza di prospettive certe sui livelli occupazionali e la sempre maggiore precarizzazione del lavoro.

La Piaggio non dà risposta alle questioni poste, tenta solo di tenere sotto controllo il malcontento crescente e, soprattutto, di evitare la saldatura delle diverse rivendicazioni, anche confidando in quei delegati disponibili a soluzioni fumose con lo scopo di dividere i lavoratori,prendere tempo e raffreddare le proteste.

Un problema grave che abbiamo davanti in questi giorni è la conferma o meno dei lavoratori con contratto a termine per il mese di luglio. La Piaggio, infatti, non ha ancora dato risposta alla richiesta del piano produttivo per il mese di luglio, e quindi sta diventando sempre più concreta la possibilità che il 1° luglio sia l’ultimo giorno in Piaggio per una buona parte degli oltre 350 lavoratori con contratto a termine, che avrebbero così lavorato quest’anno da uno a tre mesi!!
Non siamo interessati ad un sciopero solo simbolico dietro a quei sindacati e delegati che oggi fanno finta di indignarsi e che hanno firmato da 15 anni a questa parte, tutti gli accordi che hanno creato il precariato in Piaggio (nel ’95 c’erano 5000 lavoratori tutti stabili!).
La condizione dei precari non potrà cambiare senza una forte iniziativa di sciopero che coinvolga anzitutto i diretti interessati.

Crediamo siano necessari scioperi con effetti consistenti sui profitti aziendali, su punti di rivendicazione chiari ed irrinunciabili sulle condizioni di lavoro e sul precariato, portati avanti da delegati indicati direttamente dai lavoratori. nell’immediato:
1. Conferma dei lavoratori per il mese di luglio
2. Aumento del numero delle postazioni su tutte le linee di montaggio in cui dall’autunno scorso sono stati aumentati i ritmi, in modo da ripristinare il precedente numero di prodotti per lavoratore
3. La Piaggio deve fornire immediatamente tutti i dati relativi al numero di prodotti che vengono fatti sulle singole linee in modo da permettere il controllo sulla produttività del lavoro
4. Rispetto rigoroso delle norme che incidono sulla sicurezza e interventi immediati sulle situazioni a rischio denunciati dalla RLS.

RSU FIOM Piaggio

Tav, dieci anni dopo Genova

Contro i movimenti di massa il riflesso è sempre lo stesso. E il Pd che cerca di intestarsi i referendum e il vento dell'indignazione da che parte sta stavolta?

Non c’è niente da fare. Certi riflessi non scompaiono mai. A pochi giorni dal decennale del G8 di Genova 2001, quello in cui fu ucciso Carlo Giuliani, le forze di polizia hanno dato oggi un’altra prova della loro potenza manganellando i manifestanti della Val di Susa, attaccandoli con i lacrimogeni, cariche, getti d’acqua. E non è un caso se l’ex capo della Digos di Genova ai tempi del controvertice, Spartaco Mortola, sia stato appenna nominato dirigente del compartimento Polfer di Torino, nonostante una condanna in secondo grado, in particolare tre anni e 8 mesi per l'irruzione alla scuola Diaz e a un anno e due mesi per l'induzione alla falsa testimonianza dell'allora questore di Genova Francesco Colucci. Mortola, del resto, era stato promosso Questore il 2 giugno scorso tra le proteste dei sindacati di polizia che chiedevano di attendere, almeno, l’esito del ricorso in Cassazione.
Ma, appunto, certi riflessi sono duri a morire. Le cariche di oggi rilegittimano quelle di ieri perché hanno lo stesso impulso. Di fronte a una protesta popolare, massiccia e pacifica che non lascia scampo, non lascia spazio alle falsificazioni – “la Tav è sicura” – e scoperchia gli affari e i profitti che si nascondono dietro l’opera, la risposta è di nuovo il manganello.
I manifestanti hanno appena detto di aver perso un round “ma non la guerra”. E dovrebbe sconfortare il fatto che siano costretti ad affrontare una “guerra” per difendere le proprie vite, il proprio territorio, il futuro dei propri figli. Una guerra dichiarata da un governo imbelle e inerme, incapace di fare alcunché, per le sue debolezze interne, ma ancora in grado di cercare coesione e compattezza caricando una manifestazione pacifica.
Ma, crediamo, lo sconforto non ci sarà. Gli abitanti della Val di Susa hanno dimostrato da anni di saper resistere e lo faranno ancora e forse li aiuterà il vento nuovo che si respira nel Paese. Resta da vedere, però, che faranno quelle forze politiche, come il Pd, che di questo vento intendono essere i depositari ma che in Piemonte spingono per la repressione. Qui non è più tempo di facile antiberlusconismo: dopo le vittorie alle amministrative, quella sui referendum, è tempo di dire con chi si sta. Con l’acqua pubblica o privata? Con Marchionne o con gli operai? Con i “no Tav” o con la polizia che li manganella? Fassino, Bersani, Veltroni e compagnia cantando questa scelta devono farla, ora.

Salvatore Cannavò

fonte:http://www.ilmegafonoquotidiano.it

La Camusso chiede il mandato a chiudere

"Al direttivo nazionale, Susanna Camusso chiede il mandato a chiudere la trattativa sui contratti nazionali. L'accordo dà il via libera alle deroghe al contratto nazionale su accordi aziendali approvati dal 50% più uno dei sindacati. Quindi non si prevede che a decidere sia il voto dei lavoratori. Si vota soltanto dove non ci sono le Rsu ma le Rsa, le rappresentanza sindacali aziendali, cioè i delegati nominati direttamente dalle organizzazioni sindacali e non dal voto dei lavoratori. Inoltre, l'accordo prevede una tregua degli scioperi obbligatoria successiva all'accordo, in modo da imbavagliare i sindacati che non firmino. Nel mio intervento ho dichiarato un NO politico e di merito. Così si chiude nei fatti la stagione dei movimenti e dice sì all'aziendalismo, al salario produttività e ai sacrifici. Al tempo stesso si abbandona la democrazia partecipata. A questo accordo mi oppongo e mi opporrò sempre".

Giorgio Cremaschi

fonte:http://www.rete28aprile.it

lunedì 27 giugno 2011

Ccnl metalmeccanici e leggi ad “Aziendam” - Il padronato alla resa dei conti!

Il grande successo dello sciopero generale del 6 maggio ha sortito sul gruppo dirigente Cgil l’effetto diametralmente opposto a quello che razionalmente ci sarebbe potuto aspettare. Anziché adottare una linea più conflittuale, il Direttivo Nazionale Cgil il 10 maggio ha approvato una proposta di modello contrattuale che rappresenta una capitolazione totale ai diktat padronali.La Cgil infatti si rende disponibile ad accettare che i contratti nazionali siano più “leggeri” demandando alle Rsu la contrattazione di tutta una serie di norme oggi regolate dal contratto nazionale. In sostanza una formula diversa per dire la stessa cosa che Confindustria ha sempre preteso dall’accordo separato del 2009 in poi: deroghe al contratto nazionale, ovvero sua demolizione.Come se non bastasse, in quel testo la confederazione si rende disponibile a parlare di “esigibilità” degli accordi (pur escludendo la limitazione al diritto di sciopero) in cambio di un accordo sulla rappresentanza. Non sfugge a nessuno che questo documento è in netto contrasto con le linee guida che la Fiom si è data per il rinnovo del contratto nazionale in scadenza a fine anno.Tuttavia ci sarebbe da ridere se non ci fosse da piangere nel constatare che nonostante queste gravissime aperture, Confindustria non sia mai contenta ed alzi costantemente l’asticella. Ora vuole risolvere le questioni a colpi di leggi cosiddette “ad Aziendam”. Perciò non è più interessata alla calata di braghe della Cgil, vuole di più, anzi vuole proprio tutto!Del resto il problema da risolvere è sempre e solo uno: annientare i metalmeccanici e la Fiom.
Leggi “ad Aziendam”
Due sono i temi sul piatto, assolutamente interdipendenti tra loro. In primo luogo la richiesta di una legge che possa permettere alla Fiat di non perdere la causa che la Fiom ha intentato contro l’accordo sulla Newco di Pomigliano, Mirafiori ed ex-Bertone. Dall’altro, appunto, il rinnovo del contratto nazionale del 2008, quello firmato anche dalla Fiom, che nelle scorse settimane è stato riconosciuto valido e tutt’ora in vigore anche da diverse sentenze in sede di tribunale.Attraverso un avviso comune tra le “parti sociali”, che il governo dovrebbe poi tradurre in termini legislativi, Confindustria vuole far approvare una legge che da un lato imponga la valenza dei contratti aziendali come sostitutivi di quelli nazionali e dall’altro vuole che, attraverso uno scambio di facciata sul tema della rappresentanza sindacale, si arrivi in realtà a limitare fortemente il diritto di sciopero, attraverso la cosiddetta esigibilità degli accordi. In questo modo, l’idea sarebbe quella sia di accontentare la Fiat (furibonda e sempre più in procinto di lasciare l’associazione padronale) e rendere valido l’accordo sulla Newco, e sia disinnescare la vertenza sul rinnovo del contratto nazionale da parte della Fiom imponendo per legge un modello contrattuale che stabilisca la fine del contratto nazionale.A tale aberrante disegno, come fedeli servitori, hanno risposto prontamente i sindacati complici Cisl e Uil. In una gara a chi è più realista del re la Uil ha già disdettato l’accordo del 93 sulla elezione delle Rsu, sancendo definitivamente che è suo intento imporre il regime Fiat in tutti i settori e a tutti i lavoratori.D’altro canto la Cgil pare come un pugile suonato, senza alcuna volontà di opporsi a tutto ciò, senza alcuna strategia di controffensiva, ma promuovendo sempre e solo la linea del “dialogo” (ma con chi?) e della “responsabilità” ( ma verso chi?) e rincorrendo sul loro terreno padroni, Cisl e Uil.
Il rinnovo del contratto nazionale e la Fiom
È facile intuire come in questo contesto il rinnovo del contratto nazionale metalmeccanici assuma una valenza generale e di portata epocale. Anche dall’esito di questa vertenza si potranno determinare il futuro e le sorti del movimento operaio nel nostro paese.Per questo il percorso che si è scelto per la stesura della piattaforma è differente rispetto al passato. L’obbiettivo è quello di coinvolgere i lavoratori non solo al momento del voto nel referendum di ingresso, ma ancor prima nella stesura della piattaforma stessa. Per questo il mandato del Comitato Centrale è stato di utilizzare i mesi di luglio e settembre per far assemblee in tutte le fabbriche e fare attivi di delegati in tutte le zone per aver il massimo di partecipazione operaia a questa vertenza fin dalla sua fase iniziale. L’assemblea nazionale di Cervia del 3 e 4 Febbraio ha fornito una griglia di temi generali su cui discutere, ed è ora compito della base riempirla di contenuti e rivendicazioni. Il senso generale è quello di una piattaforma che ribadisca tutta la forza e il ruolo del contratto nazionale, respingendo qualsiasi ipotesi sia di contratto leggero che di deroghe. A tale proposito non possiamo che condividere e ritenere qualificante per il proseguo della vertenza la dichiarazione di voto contraria fatta dal compagno Landini all’ultimo Direttivo Nazionale Cgil in merito alla proposta di modello contrattuale avanzata dalla confederazione. Landini ha ribadito che non è possibile dare alle Rsu la facoltà di poter contrattare in deroga al contratto nazionale così come nella sostanza si evince dal testo della Cgil. I più attenti di certo noteranno che questa presa di posizione assolutamente giusta è in palese contraddizione con quanto deciso dalla Fiom stessa in merito alla vicenda della ex-Bertone.
Contratto Nazionale e vertenza Fiat: costruiamo la lotta nelle fabbriche
Chi scrive ritiene assolutamente positiva la scelta della Fiom di creare una grande partecipazione di massa alla stesura di questa piattaforma. Ci auguriamo che davvero il percorso nelle fabbriche venga svolto da tutti i territori con attenzione e serietà. Per parte nostra abbiamo ragionato, come già anticipato a Cervia, su alcuni temi che debbono divenire parte integrante della piattaforma. Per sommi capi li possiamo sintetizzare come segue.Una rivendicazione salariale adeguata che punti ad una reale redistribuzione della ricchezza e che sancisca la fine dell’epoca dei salari legati alla produttività. Una lotta implacabile agli infortuni e morti sul lavoro dando a lavoratori ed Rsu piena titolarità decisionale in merito alla metrica ed alla organizzazione del lavoro. Lotta alla repressione in fabbrica riscrivendo completamente la struttura che regola la disciplina sul luogo di lavoro: non può essere l’azienda avvocato di accusa e giudice contemporaneamente. Lotta ai licenziamenti ed alla disoccupazione attraverso la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario. Alla linea di Marchionne del “lavorare di più in di meno” rispondiamo con la linea “lavorare meno, lavorare tutti”.
La Maserati come esempio da seguire
Il nostro compito non è solo costruire una piattaforma all’altezza della situazione. Dobbiamo soprattutto costruire i rapporti di forza e la mobilitazione nelle fabbriche. Da questo punto di vista, dopo la straordinaria mobilitazione degli operai della Fincantieri, oggi è la Maserati di Modena a dare un esempio importantissimo. In una fabbrica che fa fare alla Fiat enormi profitti, anche quest’anno i lavoratori non percepiranno un euro di Premio di Risultato e soprattutto non sanno ancora quale sarà il destino della loro fabbrica. Per queste sacrosante ragioni in questi giorni gli operai Maserati sono scesi in sciopero. Scioperi a scacchiera e gatto selvaggio, studiati in modo da far ritorcere contro l’azienda la loro stessa metrica di lavoro WCS. Con un’ora di sciopero al giorno ben organizzata hanno mandato la produzione in tilt e dato prova di grande coraggio e forza. Se vogliamo vincere la battaglia con Fiat e con Confindustria sono questi gli esempi che dobbiamo seguire ed imitare in tutte le aziende.

Paolo Brini (Cc Fiom)

fonte:http://www.marxismo.net

Un appello alle istituzioni e alla politica."Fermatevi!"

I referendum del 12 e 13 giugno hanno cambiato lo scenario politico ponendo al centro dell’attenzione pubblica i beni comuni e il bene comune. Di fronte a noi – ai milioni di donne e uomini che hanno contribuito al suc-cesso referendario – sta ora l’obiettivo di costruire una agenda politica in grado di mettere in campo un nuovo progetto di società, di sviluppo e di partecipazione democratica.
Di questa prospettiva c’è oggi un banco di prova non eludibile: lo scon-tro tra istituzioni e popolazione locale sull’inizio dei lavori di costruzione, in Val Susa, di un cunicolo esplorativo in funzione preparatoria del tunnel di 54 km per la progettata linea ferroviaria ad alta capacità Torino-Lione. Per superare la situazione di stallo determinata da tale scontro si prospetta un intervento di polizia (o addirittura militare) che rimuova le resistenze in atto. Sarebbe una soluzione sbagliata e controproducente.Ci possono essere opinioni diverse sulla necessità di potenziare il tra-sporto ferroviario nell’area e sulle relative modalità ma una cosa è certa. La costruzione della linea ad alta capacità Torino-Lione (e delle opere ad essa funzionali) non è una questione (solo) locale e l’opposizione delle popola-zioni interessate non è un semplice problema di ordine pubblico. Si tratta, al contrario, di questioni fondamentali che riguardano il nostro modello di sviluppo e la partecipazione democratica ai processi decisionali.Per questo, unendoci ai diversi appelli che si moltiplicano nel Paese, chiediamo alla politica e alle istituzioni un gesto di razionalità: si sospenda l’inizio dei lavori e si apra un ampio confronto nazionale (sino ad oggi elu-so) su opportunità, praticabilità e costi dell’opera e sulle eventuali alternati-ve. In un momento di grave crisi economica e di rinnovata attenzione ai be-ni comuni riesaminare senza preconcetti decisioni assunte venti anni fa è segno non di debolezza ma di responsabilità e di intelligenza politica.

Paolo Beni, Marcello Cini, Luigi Ciotti, Beppe Giulietti, Maurizio Landini, Alberto Lucarelli, Ugo Mattei, Luca Mercalli, Giovanni Palombarini, Valentino Parlato, Livio Pepino, Carlo Petrini, Rita Sanlorenzo, Giuseppe Sergi, Alex Zanotelli


fonte:http://www.rete28aprile.it

Fincantieri: in rotta verso la privatizzazione?


Maggio 2011: viene annunciata la possibile chiusura delle sedi di Fincantieri di Castellamare di Stabia e Sestri Ponente. Si parla di esuberi: 2551 operai, senza contare l’indotto, rischiano di perdere il lavoro.I motivi che portano l’azienda a chiudere, a detta dei giornali e dei grandi mezzi di comunicazione sono: 1) la concorrenza internazionale, in particolare dei cantieri dell’estremo oriente 2) la carenza di commesse.Ma è tutto completamente vero?Prima di rispondere a questa domanda e provare a riproporre gli stessi problemi da un’altra prospettiva, facciamo un passo indietro di qualche anno.
Un po’ di storia Azienda pubblica italiana già di proprietà dell'IRI, oggi controllata da Fintecna, finanziaria del Ministero dell'Economia, Fincantieri - Cantieri Navali Italiani S.p.A. è uno dei più importanti complessi cantieristici navali d'Europa e del mondo.Dagli anni ’80 si specializza nelle produzioni ad alto valore aggiunto:- Crocieristica: lavorando principalmente per la Carnival Corporation & PLC, società anglo-americana, il più grande operatore al mondo nel settore e la Disney Cruise Line.- Militare: in particolare dal 2002 attraverso la Orizzonte Sistemi Navali S.P.A., joint venture, con Finmeccanica per la produzione di corvette, fregate e portaerei.Si propone sulla scena globale anche nel campo delle riparazioni e trasformazioni navali, in particolare di unità passeggeri ed offshore, con una serie di sedi dislocate all’estero, in particolare nel golfo del Messico, meta principale delle crociere.Sono circa 9.000 gli operai che lavorano, nelle varie sedi dislocate sul territorio nazionale e negli Stati Uniti, non tenendo conto dell’indotto che conta più di 20.000 dipendenti, con un’età media tra le più basse dei settori industriali: tra i 25 e i 40 anni.
La crisi La scelta di specializzarsi nel settore crocieristico e militare si rivela presto vincente.Dal 2000 infatti sono due i fenomeni che fanno la fortuna di Fincantieri: da una parte il boom delle crociere e dall’altra un costante aumento da parte degli stati delle spese militari per far fronte al crescere dei conflitti a livello internazionale. Queste due circostanze permettono a Fincantieri di conseguire negli anni ottimi risultati, rendendo l’azienda una preda estremamente appetibile per gli investitori privati. Si arriva così al 2007 quando, forte degli ottimi bilanci e con i mercati finanziari ai massimi, il governo Prodi progetta la privatizzazione del gruppo attraverso la quotazione alla borsa valori di Milano del 49% del capitale. La quotazione viene giustificata dal management in quanto indispensabile per reperire le risorse necessarie ad un ulteriore sviluppo del gruppo in ambito nazionale ed internazionale. I lavoratori però, consci dei risultati delle precedenti privatizzazioni, non abboccano e oppongono una determinata resistenza al progetto che avrebbe significato soltanto grossi profitti per pochi e esuberi e peggioramento delle condizioni di lavoro per gli operai.Rallentato dalle proteste, il progetto di privatizzazione si arena definitivamente nel 2008 a causa della crisi finanziaria che fa venir meno le condizioni necessarie alla quotazione. Intanto, così come in tutti i comparti dell’industria, anche la cantieristica, settore ad andamento ciclico per eccellenza, avverte le conseguenze della crisi. Nel 2009 Fincantieri registra le prime perdite nel bilancio, nonostante l’azienda porti avanti i propri investimenti a livello internazionale. La dirigenza approfitta del momento per imporre un contratto integrativo che anticipa per molti versi i contenuti del famigerato piano-Marchionne.È nel 2010 che cominciano a filtrare le prime indiscrezioni sul nuovo piano industriale che viene presentato ai sindacati il 23 maggio di quest’anno per poi essere, a seguito delle mobilitazioni, ritirato 10 giorni dopo.
La mobilitazione L’annuncio della chiusura degli stabilimenti stabiese e genovese è una doccia fredda per gli operai: in entrambi i casi le sedi Fincantieri rappresentano il cuore pulsante delle economie locali e sono la fonte di sostentamento per la maggioranza delle famiglie.La chiusura avrebbe un impatto devastante sui territori.La rabbia dei lavoratori si riversa subito nelle strade, non avendo modo di portare la propria protesta all’interno dell’azienda, dove non si lavora: blocchi stradali, occupazioni, interruzione delle vie e delle linee ferroviarie. Anche gli abitanti di Castellamare e Genova partecipano attivamente alle mobilitazioni dei lavoratori di Fincantieri, dal cui lavoro dipende il futuro di un intero territorio e di una futura generazione.
Ma torniamo ai motivi della chiusura di Fincantieri È completamente vero quanto ci viene detto a proposito dei motivi della chiusura degli stabilimenti di Castellamare e Sestri Ponente? Ci sembra che qualche bugia sia stata raccontata, rimangono troppe incongruenze. Proviamo allora a porre le stesse questioni in maniera diversa.Cosa ci viene detto su Fincantieri che proprio non ci convince?
1. La prima bugia è che la concorrenza internazionale e il basso costo della manodopera in paesi come la Cina, sarebbe a capo di tutti i problemi di Fincantieri In verità non è così: è vero che in altri stati, sebbene pochi, si sia sviluppato il settore della cantieristica, ma con una produzione diversa da quella italiana e quindi non concorrenziale! Nel settore crocieristico Fincantieri ha, sulla scena mondiale, solo due concorrenti: la francese Aker Yards (controllata dalla coreana Stx ma con stabilimenti in Francia e salari francesi) e la tedesca Meyer Werft che insieme detengono il 57% del mercato lasciando il 43% a Fincantieri. Dov’è lo spauracchio cinese?
2. Per effettuare gli investimenti previsti nel piano industriale 2007-2011 era necessaria la quotazione in borsa e la crisi economica avrebbe reso vano questo tentativo In realtà gli investimenti all’estero previsti dal piano industriale ci sono stati; quello che è stato rimandato a data da destinarsi sono gli ammodernamenti tecnologici delle sedi, impossibili - questi sì - perché la probabile quotazione in borsa è coincisa con la crisi economica. Inoltre, seppure fossero stati fatti, sarebbero stati inutili a causa del calo della domanda. La presenza sul mercato azionario richiede poi, necessariamente, un aumento della produttività che coincide sempre con un peggioramento delle condizioni di lavoro e contrattuali dei lavoratori che, sotto il ricatto della perdita del lavoro, risulta più semplice da attuare.
3. La terza bugia è relativa proprio alle condizioni di lavoro: dicono che, per risollevare Fincantieri da una crisi “strutturale”, sia necessario intervenire con un piano industriale lacrime e sangue Anche qui, stando alle stime per il 2012, è prevista una ripresa delle commesse nel settore cantieristico e, più che una crisi strutturale, pare trattarsi di un ciclico ribasso strutturale delle commesse che si potrebbe affrontare, in attesa della ripresa, con i vari ammortizzatori sociali messi in campo in questi casi.
4. La quarta e ultima bugia riguarda il ruolo del governo nazionale e la politica: si sbandierano le normative comunitarie che impedirebbero agli stati di aiutare le imprese in difficoltà finanziandole direttamente.Che eccesso di zelo! È vero che la normativa è chiara in tal senso, ma i nostri governanti sanno benissimo che esistono mille modi per aggirarla con strumenti assolutamente legali, strumenti che, per esempio, sostengono le imprese tramite gli enti locali e sgravi fiscali; soluzioni che in altri paesi europei come la Francia sono state più volte sperimentate.Esiste, quindi, una precisa volontà di non risolvere la questione Fincantieri? Perché?In un momento di crisi come quello attuale c’è sul mercato finanziario un eccesso di liquidità che va assolutamente investito. Fincantieri, in questo senso, rappresenta un’occasione e un’anomalia: un’anomalia perché è una delle poche aziende a gestione statale e sottratta al mercato azionario, un’occasione perché una possibile, immediata e redditizia fonte di investimento.
Insomma: si va verso la privatizzazione di Fincantieri? Se la risposta fosse positiva ci spiegheremmo il perché di tutto ciò che accade: si sta preparando il terreno disintegrando sul piano del lavoro la resistenza degli operai, si prepara un nuovo tipo di contratto – che ricalcherebbe quello integrativo del 2008 – che seppur esistente non è stato ancora provato dagli operai che si ritroveranno a lavorare (probabilmente non tutti) a condizioni nuove, peggiori e sulle quali non ci sarà possibilità di contrattazione alcuna.Si sfrutta questa fase perché gli operai non sono in fabbrica, non hanno possibilità di scioperare e hanno minori possibilità di organizzazione e contrattazione, e saranno più ricattabili al momento di un’eventuale nuova assunzione sotto una nuova proprietà.Se così fosse ci spiegheremmo perché gli stessi operai di Castellamare parlano di piano-Marchionne. Se, leggendo e provando a capire il piano Marchionne fu subito chiaro che non poteva trattarsi di un esempio isolato, ma di una linea di tendenza, allora l’effetto cascata riguarda proprio Fincantieri.Anzi, possiamo dire di più: quello che Bono - amministratore delegato Fincantieri - ha proposto con il contratto integrativo per Fincantieri del 2008 rappresenta addirittura il precursore dell’accordo Marchionne per la FIAT.Insomma, non pare infondata l’ipotesi di chi sostiene che si gridi alla finta concorrenza internazionale e alla crisi globale con lo scopo di privatizzare l’ultima fetta di produzione sottratta al mercato.Cosa significherà per i lavoratori? Probabilmente ciò che considera necessario lo stesso Bono o chi condivide con lui un determinato percorso per il rilancio dell’economia italiana: tagli e privatizzazioni, salari più bassi e condizioni di lavoro peggiori, cooperazione dei Sindacati per gli interessi delle imprese; in nome del profitto e del benessere nazionale.Ma il benessere di chi? I lavoratori Fincantieri, con le loro lotte, hanno messo in discussione il paradigma dell’interesse nazionale, evidenziando che – per quanto spesso si sostenga diversamente - interesse dell’impresa e interesse dei lavoratori non vanno di pari passo. Il ritiro del piano Bono è sicuramente una prima vittoria, ottenuta grazie alla mobilitazione operaia.Ma gli scenari futuri non sono rassicuranti: dal nuovo modello di relazioni industriali Bono-Marchionne, alle pressioni di UE, BCE e FMI per una spinta sull’acceleratore delle privatizzazioni, si va verso un’ulteriore precarizzazione delle condizioni di lavoro. In quest’ottica Fincantieri è un esempio, un punto di partenza per capire cosa accade e cosa accadrà in un’Italia alla deriva.

venerdì 24 giugno 2011

Dati sulle malattie professionali di operai in Piaggio di Pontedera (gennaio 2008/ maggio 2011)

Lavoratori,
aggiorniamo la situazione delle malattie professionali in Piaggio.
L'analisi dei referti si riferisce al periodo dal gennaio 2008 a maggio 2011.
Questi sono i dati:



Questi dati sono la conferma che i ritmi di lavoro insostenibili, oltre alla scorretta organizzazione del lavoro, sono la causa evidente della maggior parte delle malattie professionali.

Ad oggi la Piaggio è ancora inadempiente sulla valutazione del rischio su molte postazioni di lavoro, mentre su altre postazioni, anche dove ha riscontrato un rischio per i lavoratori di ammalarsi, non ha adottato misure efficaci per eliminarlo.
Da parte nostra, crediamo fondamentale continuare l'attività di controllo e denuncia svolto dagli RLS/RSU FIOM, ma soprattutto consideriamo decisivo il coinvolgimento di tutti i lavoratori nella lotta per il miglioramento delle condizioni di lavoro in Piaggio.

RSU FIOM PIAGGIO

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Trattativa sulla contrattazione: Tira una brutta aria!

La trattativa sulla contrattazione è stata rinviata a martedì. L'ex presidente della Repubblica Ciampi auspica un accordo come quello del 31 luglio 1992. Non siamo d'accordo. Non devono essere ancora i lavoratori e le lavoratrici a pagare i costi della crisi. Al direttivo della Cgil di lunedì 27 diremo un chiaro NO all'accordo sulle deroghe, con o senza la maggioranza della Cgil. La firma che si annuncia da parte della Cgil ad un accordo sulle deroghe e sul diritto di sciopero rappresenterebbe una rottura senza precedenti. Prepariamoci a gestirla.

Giorgio Cremaschi

Ciampi: si torni allo spirito del '93. «Una nuova stagione di relazioni industriali può essere la prima molla per il rilancio»

L'accordo interconfederale tra Confindustria e «tutti i sindacati» auspicato da Emma Marcegaglia? Per un padre della concertazione come Carlo Azeglio Ciampi non vi sono dubbi: è la strada giusta per assestare quella scossa all'economia attesa da anni. «Faccio mio in pieno l'appello lanciato sul Sole 24 Ore a imprese i sindacati perchè condividano la nuova stagione contrattuale. A ognuno la sua parte: alle parti sociali individuare strumenti e percorso, al governo operare di conseguenza».
Ciampi è in montagna, all'Alpe di Siusi. Segue con la passione di sempre quel che si muove sotto il cielo dell'agitato proscenio politico ed economico nazionale. La preoccupazione non è mai sinonimo di rassegnazione per chi, come il presidente emerito della Repubblica, ha vissuto da protagonista molti dei passaggi più critici del nostro recente passato, dalla faticosa ripresa dopo la drammatica crisi del 1992 alla sfida della moneta unica.
Presidente, parlare con lei dello storico accordo del 1993, che pose le basi per il risanamento della finanza pubblica e innovò profondamente le relazioni industriali, è quasi scontato. Ma da allora è cambiato il mondo. «Vede - risponde Ciampi - quella che io oggi auspico non è certo la riedizione di quell'accordo. Il mio auspicio è che si torni allo spirito di allora. Spirito di responsabilità e condivisione di grandi obiettivi. Ricorda Bruno Trentin? Aveva firmato l'anno prima, il 31 luglio del 1992, l'accordo sul costo del lavoro con il governo Amato. Una firma sofferta. Annunciò le sue dimissioni da segretario della Cgil, che poi rientrarono. L'anno dopo firmò l'intesa con il governo da me presieduto senza esitazioni. Fu un accordo storico. Vuole una conferma? Rileggiamo insieme i commenti apparsi il giorno dopo sul Sole 24 ore. Serve a ricordare, documenti alla mano».
Accogliamo senz'altro l'invito del presidente emerito. L'intesa venne raggiunta il 3 luglio, e sottoscritta formalmente il 23. «Il breve rinvio - scriveva il Sole24Ore del 4 luglio 1993 - non pone assolutamente in discussione il valore dell'accordo, che innova profondamente il sistema delle relazioni sociali, stabilendo un diverso sistema contrattuale basato sulla politica dei redditi, norme innovative per l'elezione dei consigli di fabbrica e nuove regole di gestione del mercato del lavoro». Ciampi allora la definì «un'intesa senza precedenti che ci pone in condizione avanzata rispetto agli altri paesi europei».
Certo, nel drammatico autunno del 1992 avevamo rischiato la bancarotta. Era la crisi più grave del dopoguerra, all'epoca di Corbino e Einaudi quando - come osservò in quei giorni Amato - «si discuteva se cambiare moneta, l'inflazione era alle stelle, il paese distrutto». E ora presidente?
«Ci sono tutte le condizioni per tornare allo spirito del 1993. Il paese è fermo da troppo tempo. Occorre che tutti facciano la loro parte nell'interesse del paese e delle generazioni future. Ecco questo è il punto: non vi è più tempo da perdere e una nuova, costruttiva stagione di relazioni industriali può essere la prima molla per far ripartire la nostra economia. Occorre la volontà degli uomini, la sincerità e l'onestà di sedersi tutti attorno al tavolo delle trattative senza pregiudiziali e preclusioni. Lo ripeto: con tassi di sviluppo poco lontani dallo zero non abbiamo chances. Questo è il momento per dare un segnale, forte, concreto. Il segnale di un'intesa finalmente unitaria sarebbe molto importante».
Concertazione, una prassi di relazioni sindacali che sembrava consegnata all'analisi degli storici dell'economia, e che ora può essere riadattata alla mutata realtà del mercato del lavoro. «Possiamo anche definirla in altro modo - osserva Ciampi - ma quel che conta è l'obiettivo che si persegue». È esattamente quel che Ciampi ha sostenuto in più occasioni durante il settennato al Quirinale. Era il 24 ottobre del 2003. Ai nuovi cavalieri del lavoro lanciò questo messaggio: l'Italia recupererà quote di mercato «se saprà avere uno scatto di orgoglio, se tutto il sistema, imprese, lavoratori, banche, amministrazione dello Stato, mirerà unito verso l'obiettivo della crescita». Un passo indietro, al 7 febbraio del 2000. Ciampi parla a Bologna agli amministratori locali. Messaggio semplice e chiaro: «Nessuno può sottrarsi alla sfida di fare sistema».

Dino Pesole

[Articolo su Il sole 24ore di venerdi 24 giugno 2011]

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