La frase

"Ognuno è ebreo di qualcuno.
Oggi i palestinesi sono gli ebrei di Israele."
‎Primo Levi

venerdì 31 dicembre 2010

Con la Fiom per difendere le libertà e i diritti di tutti

D’Alema ha fatto la sua scelta: con Marchionne e contro la Fiom. Con qualche se e qualche ma, come è nello stile slalomistico della casta Pd, ma la sostanza non cambia. Si tratta di un vero e proprio cambiamento di fronte, che rischia di “fare epoca” certificando la definitiva morte del Pd, perché l’inciucio con Marchionne nel quale D’Alema trascina il partito (Bersani seguirà?) ha un sapore strategico, molto più grave perfino dei tanti inciuci “tattici” (comunque devastanti) con Berlusconi.Anche il diktat di Marchionne, servilmente e prontamente firmato da Uil e Fim, certamente farà epoca, come hanno prontamente e servilmente gorgheggiato gli aedi di regime. Si tratta di capire di quale “epoca” si tratti. A giudicare senza pregiudizi, si tratta in campo sociale dell’analogo rappresentato dalle leggi berlusconiane di bavaglio ai giornalisti e camicia di forza ai magistrati, fin qui fermate dalla sollevazione popolare della società civile. Quei disegni di legge, che il governo non ha rinunciato a far approvare, segnano un salto di qualità verso approdi specificamente fascisti dell’attuale regime. Un equivalente funzionale e soft (soft?) di fascismo risulta anche il diktat di Marchionne. Se qualcuno ritiene il rilievo eccessivo, si accomodi a considerare le seguenti e modeste verità di fatto.Il diktat marchionnesco prevede che 1) non vi saranno più rappresentanze elette dei (dai) lavoratori, ma solo nominate dai sindacati che firmano l’accordo, e che 2) i lavoratori che scioperino anche contro un solo aspetto dell’accordo possano essere licenziati. Queste misure costituiscono nel loro insieme un quadro di (non) diritti che negli oltre sessant’anni di vita della Repubblica non era stato mai ventilato, neppure in via ipotetica, neppure dalle forze più retrive della politica e dell’imprenditoria. Per trovare un precedente bisogna risalire agli anni del fascismo. Riassumiamo i fatti storici.Nell’immediato dopoguerra, dopo la rottura dell’unità sindacale, i lavoratori eleggono in fabbrica i loro rappresentanti nelle “Commissioni Interne”, su liste sindacali in concorrenza. Lungo gli anni settanta e fino a quasi la metà degli anni ottanta, invece, in un clima di unità sindacale dal basso, imposta dalle lotte del ’68 e del ’69, i rappresentanti operai vengono eletti su scheda bianca, senza sigle sindacali, votando per gruppi o reparti “omogenei” direttamente i nomi dei compagni di lavoro che riscuotono la maggiore fiducia. Con la nuova rottura dell’unità sindacale si torna a rappresentanze elette su liste di sigle sindacali concorrenti, che abbiano firmato accordi contrattuali o vi si siano opposti (anche i Cobas insomma).Lo “Statuto dei lavoratori” del 1970 parla di rappresentanze sindacali in termini volutamente generici, proprio perché non intende predeterminare per legge quale delle due forme di elezione vada privilegiata, ma intende come ovvio l’eguale diritto di tutti i lavoratori ad essere rappresentati. Quanto al diritto di sciopero, esso è tutelato costituzionalmente (art. 40) “nell’ambito delle leggi che lo regolano”, e dunque non può essere in alcun modo limitato da accordi privati. E la legge oggi lo limita solo in specifici casi, esigendo preavvisi e/o esenzioni per i servizi pubblici irrinunciabili.Dunque, neppure ai tempi delle più dure repressioni antioperaie, che in campo padronale avevano il volto di Valletta e dei reparti-confino per gli attivisti Fiom, e in campo politico il volto di Mario Scelba e della violenza della “Celere”, era stato mai messo in discussione l’ovvio principio che tutti i sindacati (anzi tutti gli operai) hanno diritto a dar vita alle rappresentanze dei lavoratori, perché altrimenti sarebbero “rappresentanze” non rappresentative.Per ritrovare un analogo al diktat marchionnesco bisogna infatti risalire al 2 ottobre 1925, al diktat di Palazzo Vidoni con cui Mussolini, il padronato e i sindacati fascisti firmavano la cancellazione delle “Commissioni Interne”, sostituite dai “fiduciari” di regime (equivalente “sindacale” dei capocaseggiato). Non c’è dunque nessuna esagerazione retorica nell’allarme che i dirigenti Fiom hanno lanciato, ricordando questi precedenti, e invocando lo sciopero generale contro misure che non solo calpestano la Costituzione, ma che di questo “strame della Costituzione” intendono fare il modello delle future relazioni industriali.Quello che colpisce e lascia anzi allibiti, semmai, è la mancanza di una risposta anche minimamente adeguata, da parte di forze che si dicono democratiche, e che verbalmente presentano rituali omaggi alla Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza. Parliamo del Pd, dove numerose sono le voci di servo encomio alla “voluntas Fiat”, e comunque maggioritarie quelle né carne né pesce, nella migliore tradizione di Ponzio Pilato, e non vi è un solo leader di spicco che abbia preso posizione netta a fianco della Fiom. Ma parliamo anche, e in questo caso soprattutto, della Cgil: non si capisce davvero cosa debba ancora accadere, in questo sciagurato paese, perché si ritenga necessario uno sciopero generale, se non bastano neppure misure antioperaie che hanno antecedenti solo nel fascismo.E parliamo anche, purtroppo, di una società civile che è stata ben altrimenti energica e pronta nel rispondere alla volontà di fascistizzazione in tema di giustizia e di informazione, e che invece sembra neghittosa di fronte a questa seconda ganascia della tenaglia di fascistizzazione del paese. Dimenticando che sulla distruzione delle libertà e dei diritti dei lavoratori è già passata una volta la distruzione delle libertà e dei diritti di tutti i cittadini. Ecco perché la sollevazione morale della società civile a fianco dei metalmeccanici Fiom è oggi il dovere più urgente, e la cartina di tornasole della capacità di resistere alle lusinghe e alle violenze del fascismo postmoderno.

Paolo Flores d’Arcais 

[Articolo su il Fatto Quotidiano, 30 dicembre 2010]

fonte:http://www.ilfattoquotidiano.it/

Accordo Fiat, la Fiom ricomincia dal 16 ottobre

E’ calmo Maurizio Landini mentre spiega alla stampa le ragioni del no della Fiom all’accordo Fiat su Pomigliano e Mirafiori, firmato il 23 dicembre. “Lo stesso giorno in cui è stata approvata la riforma Gelmini – ricorda il leader delle tute blu della Cgil – e sono stati nuovamente stornati i fondi per l’editoria e la cultura, colpendo in una sola tornata lavoro, istruzione e informazione”. Non per niente la risposta immediata dei “vecchi saggi”, potremmo dire, antropologicamente parlando, è stata costituire l’associazione “lavoro e libertà”, come annunciano oggi dalle pagine del manifesto. Perché l’attacco è frontale, ed è su tutti i fronti. Solo che questa volta la risposta preannuncia un fronte piuttosto ampio.Ma la calma del segretario generale della Fiom oggi in conferenza stampa non viene da lì, e certo contiene furore e indignazione per l’attacco inaudito che la democrazia sindacale e il mondo del lavoro subiscono con questo accordo. Ma la strada percorsa per arrivare a Roma è troppo lunga per non sapere che è prima di tutto dopo aver misurato le forze della propria organizzazione, e le sue convinzioni, che si può prendere una posizione, e rendere note le iniziative che si intendono intraprendere. Ed è di quelle posizioni che risuona la sala Di Vittorio, oggi in corso Italia, a margine del Comitato centrale ancora in corso.Sono le radici profondamente democratiche, costituzionali, di chi ritiene che libertà e democrazia sindacali sono diritti indisponibili, sui quali “non è possibile chiamare i lavoratori al voto”, mentre con questo accordo “si chiede ai lavoratori di votare per l’eventuale licenziamento di altri lavoratori” che intendano contestare gli accordi, come si chiede loro “di votare di non votare mai più”, ma di accettare che al posto dei loro delegati vengano “nominati responsabili aziendali”, che vadano a costituire “associazioni quadri”. Ricostituendo i sindacati gialli dei tempi di Valletta, per farla breve.E tutto ciò dopo aver accettato che “non siano pagati i primi giorni di malattia, che si possano fare straordinari dopo 10 ore di lavoro, che le pause siano ridotte, oltre alla fandonia degli aumenti, che invece sono premi di produzione e aumenti contrattuali conquistati con le lotte, fino all’ultimo contratto nazionale, quello del gennaio 2008”. “Senza contare – aggiunge, ma l’indebito licenziamento dei lavoratori di Melfi, il cui sciopero era anche per questo, è lì a ricordarcelo – che del tutto arbitrariamente la Fiat a luglio a deciso di non pagare i premi di produzione nei suoi stabilimenti”. E che “Marchionne ha precisato che questo è un contratto di primo livello, quindi non ci sono più altri aumenti in discussione”.Tutto ciò, senza aver chiarito a cosa approda il piano “Fabbrica Italia”. Landini ricorda che da febbraio “i lavoratori di Mirafiori sono in cig per crisi – motori fuori produzione per vecchiaia o vendita bassa: dove sono i nuovi modelli?”, non è dato ancora conoscere, ed è sorprendente che neanche fra le righe di un’intervista al ministro del lavoro Sacconi (ieri su Repubblica), si possa veder paventata la richiesta. E mentre “altre imprese nel frattempo hanno investito il doppio o il triplo”, non solo ma “firmano accordi con la Fiom – sottolinea il numero uno dei meccanici – nel contesto di un accordo sottoscritto dalle parti, nel rispetto del principio secondo il quale quella è una mediazione fra interessi diversi”.Mediazione che la Fiom ha sempre fatto, aprendo anche alla possibilità di un nuovo profilo della contrattazione, "persino un contratto unico per l’industria, abbiamo proposto, così come il 3 e il 4 dicembre abbiamo formalmente chiesto a Fim e Uilm e a Federmeccanica di sedersi al tavolo per scongiurare questo accordo. La risposta è stata la NewCo del 23 dicembre”. Ma di più. Landini ricorda, e a buon titolo dal momento che allora era responsabile nazionale del settore, che alla Piaggio si è dato il caso di un accordo che la Fiom non aveva firmato, ma che i lavoratori hanno votato. “Un minuto dopo l’approvazione da parte loro, la Fiom lo ha sottoscritto”. Certo non si trattava però di un accordo che chiedeva di votare sulla democrazia sindacale, e su “diritti indisponibili”. Questo la Fiom non lo firmerà mai, ed è ben saperlo fin d’ora. Ed è su questa posizione, che il Comitato centrale voterà a maggioranza – 102 favorevoli e 29 astenuti – che passano le proposte che da gennaio la Fiom intende mettere in campo.Otto ore di sciopero generale il 28 gennaio per tutto il comparto metalmeccanico, con presidi davanti agli stabilimenti e manifestazioni regionali, raccolta di firme in tutti i luoghi di lavoro per difendere il contratto nazionale, dire no ad accordi come quello di Pomigliano e Mirafiori, e difendere la libertà sindacale, presidi a Torino e in tante altre città, con tende in piazza per diffondere questi temi, aprire discussioni, arrivare anche nelle assemblee elettive allargando il più possibile la partecipazione. E poi incontri con i segretari di tutti i partiti, lavoro con la consulta giuridica Fiom e Cgil per valutare le azioni da intraprendere, richiesta esplicita a tutte le aziende – proprio sull’esempio dei tanti accordi fatti o in corso – di non seguire il caso Fiat, continuando a rispettare il principio della contrattazione. Ma soprattutto, assemblea nazionale delle delegate e dei delegati metalmeccanici, il 3 e 4 febbraio, per valutare contenuti e percorsi per riconquistare il contratto nazionale. A tutte le iniziative, ma in particolare per lo sciopero generale del 28 gennaio, la Fiom chiama “tutte le forze scese in piazza il 16 ottobre”, perché si mobilitino a sostegno delle parole d’ordine lanciate dalla Fiom e per continuare a cucire insieme parole d’ordine comuni”.

Anna Maria Bruni

Uno sciopero quasi generale

La Fiom proclama otto ore di sciopero per il 28 gennaio e invita movimenti, associazioni e partiti ad aderire. La battaglia contro la Fiat diventa sempre più questione generale e chiama in causa la politica

La risposta della Fiom alla Fiat si chiama “sciopero”. Di otto ore proclamato per il 28 gennaio in tutto il comparto metalmeccanico, e non solo nel gruppo Fiat come era nelle intenzioni iniziali. E poi, raccolta popolare di firme contro l'accordo; dichiarazione di “illegittimità” del referendum di Mirafiori – in quanto si tiene su diritti “non disponibili” come lo sciopero o la salute - senza indicazione di voto; un'assemblea di delegati il 3 e 4 febbraio per decidere come proseguire la lotta. Una risposta dura, quindi, che più che a Sergio Marchionne sembra rivolta al resto del mondo industriale per avvertire che se il modello di Pomigliano e Mirafiori verrà esportato allora la conflittualità in fabbrica sarà destinata a crescere. Sulla sua proposta, il segretario generale Maurizio Landini ottiene un consenso forte, 102 voti a favore, nessun contrario e 29 astenuti che appartengono alla minoranza guidata da Fausto Durante. Che si astiene, e non vota contro, perché non condivide l'accordo di Mirafiori ma, allo stesso tempo, continua a non condividere la linea che la Fiom si sta dando. L'area legata alla maggioranza della Cgil – che però perde il pezzo di “Lavoro&Società - propone infatti di dare battaglia esplicita per il No al referendum e di firmare “tecnicamente” l'accordo in caso di vittoria dei Si.La linea della Fiom, invece, resta quella di sempre: fermezza sulla difesa del contratto nazionale, strategia conflittuale, un certo “movimentismo”, come quando si richiede ai vari soggetti che hanno aderito alla manifestazione nazionale del 16 ottobre di tornare a farlo a fine gennaio nelle varie manifestazioni regionali. L'idea, non esplicitata, è quella di realizzare una giornata a metà strada tra lo sciopero di categoria e lo sciopero generale, già richiesto alla Cgil ma che Susanna Camusso non ha intenzione di proclamare. Anche se, questa volta, le distanze tra Fiom e Cgil si riducono. Vincenzo Scudiere, della segreteria nazionale di Corso Italia, è intervenuto al Comitato centrale dei metalmeccanici con una posizione dialogante - “l'accordo di Mirafiori serve a buttare la Fiom” - e in questo momento la battaglia contro Sergio Marchionne è comune. La differenza principale è che Susanna Camusso spera in una presa di distanza da parte di Confindustria, e punta a rilanciare un nuovo tavolo sul modello contrattuale e sulla rappresentanza, mentre in Fiom considerano questa eventualità o “illusoria” oppure “poco probabile”.In ogni caso lo sciopero, come spiega lo stesso Landini, serve per dire alle imprese “di non seguire la Fiat”. Perché se davvero si vuole andare con la logica aziendalista del “caso per caso”, allora la Fiom è preparata all'evenienza. Non è un caso che lo sciopero sia seguito da un'assemblea dei delegati per discutere del contratto nazionale futuro, da riconquistare, ma anche di come proseguire quella che Cremaschi chiama “la guerra dei trent'anni”.Il problema di strategia, in ogni caso, esiste. A caldo si tratta di dimostrare la compattezza dell'organizzazione e tutte le anime che compongono la maggioranza, da quella più radicale di Cremaschi a quella più sindacale di Airaudo fino allo stesso Landini, sono concordi nel sottolineare l'importanza della riunione di ieri, la sua “consapevolezza” e la sua “determinazione”. Anche l'astensione della minoranza è valutata positivamente. Nel medio periodo, però, la sfida più dura è quella di riconquistare il contratto. Basterà lo scontro frontale, la “guerra di movimento” di cui parla Cremaschi o, semplicemente, il movimentismo tenace di Maurizio Landini? Le alleanze vanno dai centri sociali di Luca Casarini fino alla politica più classica. Si guardi, ad esempio, all'Associazione “Lavoro e Libertà” nata su iniziativa di Sergio Cofferati, Fausto Bertinotti, Rossana Rossanda, Stefano Rodotà, Luciano Gallino e altri. Per ora niente di più che una forma di sostegno alla Fiom ma anche un'allusione a quel “Partito del Lavoro” di cui hanno parlato, in momenti diversi, sia Cofferati che Bertinotti ma soprattutto Gianni Rinaldini, oggi portavoce della minoranza Cgil ma che resta sempre il “nume tutelare” dell'attuale Fiom. Una prospettiva aleatoria che però la crisi verticale del Pd potrebbe improvvisamente far tornare di attualità. Del resto non è un caso se Landini abbia ieri invitato proprio il Pd ad “andare a lavorare in fabbrica” prima di esprimere i suoi giudizi sulla vertenza di Mirafiori.L'altra questione è come cambierà il rapporto con la Cgil. Oggi, sull'onda dell'iniziativa di Marchionne, la Cgil che non ha molte chances di ricostruire un quadro unitario con Cisl e Uil e nemmeno di riuscire a dividere la Fiat da Confindustria. Ma in Fiom, nella stessa maggioranza, c'è chi pensa che Fiom e Cgil non possano andare avanti “disallineate” e debbano trovare una più convinta unità. “Marchionne ha mutato il quadro – ci dice Giorgio Airaudo, segretario piemontese – e la geografia interna al sindacato uscita dal congresso non è più sufficiente”. Al negoziato, sia pure al ribasso, sulla rappresentanza non crede nessuno ma se quel tavolo si aprisse tutto il dibattito sindacale ne verrebbe modificato.

Salvatore Cannavò

Intervista a Gallino: «Fiat, una rivoluzione al contrario I vincitori vanno al contrattacco»

L’house organ di Berlusconi titola su Pomigliano e scrive a sei colonne che sono stati “Sconfitti gli anti-italiani”. Non è la prima volta che la lotta di classe viene mistificata col patriottismo. Anche al sociologo torinese Luciano Gallino quel titolo sembra «completamente fuori luogo. Lo scontro è tra una linea di adesione in linea di principio alle ragioni dell’impresa e un’altra di ragionevole opposizione. Ma questo ha provocato l’esclusione del sindacato con più storia. E’ il prezzo da pagare per avere gli investimenti ma non si doveva arrivare a questo punto. Ora il piano d’impresa prende l’aspetto di un ricatto e ai ricatti si cede perché c’è un mutuo da pagare, ci sono i figli da crescere...
E’ quello che si legge tra le righe della lettera che lo stesso Giornale ha ospitato sulla prima di ieri. Si fa prendere parola a chi ha avuto il “coraggio” di votare Sì ma che ammette che in fondo cos’altro si poteva fare e gli si fa dire, su un giornale padronale, “lasciateci lavorare”.
Certo. queste persone esprimono l’atteggiamento di chi sta in un vicolo cieco, sono persone non possono scegliere. Però hanno qualche ragione a denunciare il pacchetto Treu: sono più di vent’anni che cosiddette riforme vanno nel senso di una nuova mercificazione del lavoro. Eccone i risultati. E’ stato fatto tutto il possibile per intaccare la forza strutturale della classe operaia. E’ in atto una
gigantesca operazione culturale, ideolologica e politica per dipingere il sindacato come un residuo ottocentesco, un relitto della rivoluzione industriale. E’ un’ operazione culturale di destra che ha reso molto. Infatti, adesso anche molti pezzi di lavoro dipendente, e di lavoro operaio in particolare, credono davvero che il sindacato sia una sorta di superstite da abbandonare al proprio destino. E’ un’operazione di delegislazione che viene da lontano, che ha già investito gli Usa e l’Europa.
Quali ricadute ci saranno sul sistema della rappresentanza? Crede che sia possibile un effetto domino tra le imprese italiane?
Le premesse ci sono però a volte anche il domino non riesce nel gioco di far cadere tutte le tessere in fila semplicemente spostando la prima. In realtà, si potrebbero aprire orizzonti preoccupanti anche per le imprese. E la posizione di Confindustria, sebbene vi siano molti dirigenti che vedono con favore la sortita di Marchionne, tradisce questo timore, che ogni azienda possa farsi il proprio sindacato. Anche per il sistema sarebbe meglio avere pochi interlocutori. Dunque l’effetto domino potrebbero incepparsi, potrebbero nascere molti tipi di conflitto, sarebbe una strada rischiosa, una svolta che la base confindustriale guarda con molta apprensione: con quale interlocutore avranno a che fare? Pensi che la Fiom è spesso l’unico sindacato o il sindacato maggioritario in molte aziende della componentistica e visto che ormai si gioca sul “just in time” centinaia di aziende del genere potrebbero giocare un ruolo nel conflitto con ricadute su tutto il comparto automobilistico.
Ritiene corretta la definizione di “rivoluzione conservatrice” per questa vicenda?
Certamente, è una rivoluzione al contrario, con il contrattacco dei vincitori nei confronti dei perdenti.
Come nel 1980?
Quello è stato l’anno in cui comincia la globalizzazione. Ed inizia con l’attacco ai sindacati, Reagan contro i controllori di volo e Margaret Thatcher contro i sindacati dei minatori. E’ da allora che il sindacato ha perduto decine di punti percentuali. E adesso sconta una doppia debolezza: quella indotta dalla crisi, che vuol dire disoccupazione di lunga durata - i tassi, lo dice il Fmi, dovrebbero tornare “normali” nel 2017 - e gli effetti dell’attacco trentennale al sindacato.
Che peso ha l’assenza di una sponda politica di una certa consistenza per il sindacato?
Un sindacato deve essere autonomo ma deve avere un partito di riferimento perché le leggi e i codici si fanno in Parlamento ed è lì che sta avvenendo ora il transito dallo Statuto dei lavoratori a quello dello statuto dei lavori. E lì che va inserita la redistribuzione nell’agenda politica o l’attuazione degli articoli della Costituzione di una Repubblica fondata sul lavoro. Il Pd ha sprecato un’occasione storica per avere visione un po’ critica della globalizzazione, mi piacerebbe essere smentito. Senza un partito diventa tutto molto difficile ma il problema è internazionale, così anche la frammentazione sindacale. Il sindacato nasce per trasformare la debolezza in forza ma se diventano tanti addio forza. E poi ci vorrebbe anche qualcosa che asssomigli vagamente a un governo che incida sulle politiche industriali. Obama è intervenuto per cedere la Chrysler alla Fiat; in Germania il governo è un attore di primo piano, in Italia sono anni che la vicenda Fiat si pone senza che un’esile voce da Palazzo Chigi dica: “Ci sono anch’io”.
Mi rendo conto di adoperare un cliché: ma è solo un quadro a tinte fosche?
Segnali interessanti ce ne sono: il 16 ottobre in piazza con la Fiom c’erano migliaia e migliaia di non metalmeccanici e poi ho visto le manifestazioni degli studenti che hanno capito - e non soltanto dai libri - quanto sia dannosa la globalizzazione finanziarizzata di università, scuola, acqua, sanità. Potremmo assistere a qualche sviluppo interessante.
Non crede che uno sciopero generale sarebbe quanto mai urgente?
Lo sciopero è un’arma a doppio taglio: se non riesce a diventare un movimento nella società civile perché c’è poca gente o ci sono scontri, sposta il problema più in là del tempo. E’ un rischio che forse è necessario correre.

Checchino Antonini 

[Articolo su Liberazione del 31 dic 2010] 

FIAT: 28 gennaio sciopero generale delle tute blu della CGIL

Secondo quanto affermato dal Segretario Generale della FIOM CGIL, Maurizio Landini, è in atto, da parte della FIAT il tentativo di cancellare il sindacato e “noi reagiremo chiamando a raccolta tutti i lavoratori metalmeccanici perché, se passa questo imbarbarimento generale vengono lesi i diritti di tutti”. Così il leader della FIOM annuncia la mobilitazione delle tute blu della CGIL per il 28 gennaio.Landini, nel suo intervento, durante la conferenza stampa di oggi (29 dicembre), a seguito della riunione del Comitato Centrale della FIOM CGIL, parla di “un atto antisindacale, antidemocratico e autoritario”, da parte della casa automobilistica torinese, e si rivolge “a tutte le forze autenticamente democratiche perché siano vicine ai lavoratori”. Inoltre, aggiunge il dirigente sindacale, “lanceremo una raccolta di firme in tutte le fabbriche del paese, incontreremo le forze politiche e chiederemo di parlare nelle assemblee elettive perché questo è un attacco, senza precedenti, ai diritti”. “La FIOM CGIL - ha concluso Landini - non la cancella la FIAT con un accordo separato. Questa è una pia illusione”.Sulla vicenda, alle parole della FIOM CGIL, si sono aggiunte quelle del Segretario Confederale della CGIL, Vincenzo Scudiere, che ha sottolineato come “l'accordo di Mirafiori nasconde una natura politica che mira a cancellare la FIOM, non è quindi quest'ultima l'anomalia ma è la FIAT a fare politica'”. L'accordo separato siglato il 23 dicembre, ha aggiunto il dirigente sindacale denota ”da parte di FIAT una scelta di carattere autoritario dettata da una visione subalterna alla crisi per cui vanno messi in discussione i diritti dei lavoratori per fare gli investimenti: non è vero che tutto ciò è imposto dalla 'globalizzazione'”.Leggendo bene l'accordo, ha spiegato Scudiere, “oltre le questioni di natura sindacale, emerge con forza il suo carattere politico, ovvero la decisione di escludere la FIOM CGIL”. Le stesse organizzazioni sindacali firmatarie di quell'accordo, ha fatto notare Scudiere, “stanno pericolosamente sottovalutando la portata di quell'accordo che, per dirla brutalmente, butta via la FIOM CGIL. Anche perché siamo in una condizione per cui non é vero che quello che si concede oggi si riconquista domani”.

fonte:http://www.cgil.it

La Fiom mobilita la dignità operaia



Il referendum è uno strumento democratico in cui le persone possono dire la loro su un tema che li riguardi direttamente. Imporre lo strumento del voto perché si accetti di non poter votare mai più, non è un paradosso o un ossimoro, è un gigantesco imbroglio, che si trasforma in un odioso ricatto nel momento in cui la formulazione del quesito referendario suona così: accetti di rinunciare ai tuoi diritti, compreso quello di ammalarti, scioperare, persino mangiare se la domanda di automobili dovesse schizzare in alto, eleggere i tuoi rappresentanti sindacali, in cambio della salvezza del posto di lavoro?Siamo a Mirafiori, Pianeta Italia, fabbrica Chrysler perché la Fiat nei fatti non esiste più, salvo essere trasformata in uno spezzatino di newco da mettere sul mercato qualora a Marchionne i soldi da restituire a Barack Obama non dovessero bastare. Cosa dovrebbe dire la Fiom, se non che questo referendum, frutto di un accordo separato, è illegittimo e dunque i metalmeccanici della Cgil non possono riconoscerne la validità? Cosa dovrebbe fare la Fiom, se non indire per il 28 gennaio uno sciopero generale di tutta la categoria in difesa della democrazia, della Costituzione repubblicana, del contratto nazionale e dello Statuto dei lavoratori? Semmai, con questi chiari di luna, con un governo della deregulation liberista, con la diseguaglianza che cresce insieme alla povertà, bisognerebbe chiedersi come mai non sia l'intera Cgil a chiedere al paese di fermarsi.Ieri si è riunito uno dei pochi organismi dirigenti democratici sopravvissuti alla berlusconizzazione (o marchionizzazione) del nostro paese, opposizioni e sindacati compresi: il Comitato centrale della Fiom. Una sede in cui la scelta degli operai iscritti è legge, una sede in cui quando una risoluzione del Comitato centrale non fosse in consonanza con il popolo lavoratore, verrebbe cambiata la risoluzione e non il popolo. È stato deciso lo sciopero generale con 102 voti a favore e i 29 astenuti della minoranza Fiom che fa riferimento alle posizioni della segretaria della Cgil Susanna Camusso. Gli astenuti, guidati da Fausto Durante, sostengono che la Fiom dovrebbe comunque accettare l'esito del referendum imposto dall'amministratore delegato della Fiat Sergio Marchionne. Peccato che così si legittimerebbe un voto su diritti indisponibili, cosa che non avrebbe precedenti nella storia della Cgil. I militanti della Fiom dello stabilimento torinese costituiranno un comitato per il No, ribadendo che un'eventuale vittoria dei Sì non verrebbe riconosciuta perché non è consentito mettere al voto diritti costituzionali indisponibili, non trattabili.Il 28 gennaio, quando i metalmeccanici incroceranno le braccia per non piegare la schiena, si terranno manifestazioni in tutte le città italiane ma già dall'inizio di gennaio si organizzeranno presidi, iniziative, tende nei centri delle città per coinvolgere la popolazione. Il segretario generale Maurizio Landini si è rivolto a tutti i soggetti, i movimenti, gli intellettuali, gli studenti, i precari che il 16 ottobre hanno manifestato a Roma al fianco della Fiom, per invitarli a partecipare alle proteste. Non è vero che la Fiom è sola. Non è vero che è minoritaria nelle fabbriche, come testimoniano l'aumento degli iscritti e la crescita dei consensi e dei delegati in tutte le aziende in cui si è votato per rinnovare le Rsu (250 nel 2010). Non sarà proprio per questo, per la sua irriducibile adesione a leggi, norme, Costituzione, per il suo rapporto di mandato con chi rappresenta, che è diventata inaccettabile per la Fiat, e via via per una fetta crescente di padronato? Non sarà per questo che non si riesce più a indire un referendum sugli accordi sindacali, con l'eccezione di quelli anticostituzionali imposti da Marchionne?Maurizio Landini è un signore, oltre che un operaio. Il segretario della Fiom, ai giornalisti che gli chiedono un giudizio sul Pd che non esprime giudizi o ne esprime troppi e opposti, e sull'aspirante sindaco di Torino Piero Fassino che ha detto «se fossi un operaio di Mirafiori voterei sì», non risponde in torinese va' a travaje', barbun. Risponde invece: «Chi dice che voterebbe sì dovrebbe provare a vedere il mondo dal punto di vista di chi lavora alla catena di montaggio, a cui si riducono le pause, si sposta o si toglie la mensa, si impone di lavorare su turni di 10 ore più una di straordinario, gli si toglie il diritto allo sciopero e alla malattia, per portare a casa, se gli va molto bene e non è in cassa integrazione, 1.300 euro al mese». Del resto, se l'opposizione politica italiana avesse provato a vedere il mondo dal punto di vista degli operai, se non avesse cancellato dall'agenda il lavoro e i lavoratori, forse le vicende politiche italiane sarebbero andate diversamente.A chi difende il metodo Marchionne perché «salva il lavoro», i tanti intervenuti alla riunione del Comitato centrale hanno risposto raccontando quel che l'accordo comporta. Per esempio, non solo è negato a chi non firma il diritto a esercitare fare sinindacato, fino a non poter presentare candidati alle elezioni per le Rsu; nell'accordo separato firmato da Fim, Uilm, Fismic (sindacato giallo, già Sida), persino Ugl (ex sindacato fascista Cisnal) e addirittura il neopromosso soggetto sindacale «Associazione dei capi e quadri», si impedisce agli operai di votare, le Rsu non esistono più. Si ritorna alle Rsa (rappresentanze sindacali d'azienda), con quote pariteche tra i sindacati firmatari che nominano direttamente i loro terminali in fabbrica, 15 a organizzazione. Ma quale cecità ha spinto la Fim a firmare un'oscenità del genere? Qualora la Newco Chrysler-Fiat in futuro volesse liberarsi anche di Fim e Uilm potrebbe farle far fuori dagli altri tre «sindacati». «Si arriverà alla compravendita, con tanti Scilipoti in tuta blu», commenta il responsabile per il settore auto della Fiom, Giorgio Airaudo.Mentre il gruppo dirigente Fiom votava lo sciopero generale, i compagni di merenda (Fim, Uilm, ecc.) firmavano con la Fiat il nuovo contratto di lavoro per Pomigliano. Val la pena di considerare che il falò dei diritti, da Napoli a Torino, avviene mentre i salari del lavoratori vengono e verranno falcidiati dalla cassa integrazione. A Mirafiori dei nuovi modelli (promessi) legati agli investimenti (promessi ) di 1 miliardo di euro si parlerà tra più di un anno, sempre che la Fiat esisterà ancora. I modelli previsti sono un suv e una jeep, ma i motori verranno da Oltreoceano, là dove le vetture saranno in gran parte commercializzate. È l'automobile a chilometro zero. Anche a Pomigliano il lavoro per costruire la nuova Panda tolta ai polacchi di Tychy inizierà chissà quando nel 2012 (intanto la Fiat minaccia i polacchi che fanno qualche timida resistenza di trasferire la produzione in Serbia). Tra Mirafiori e Pomigliano gli investimenti annunciati ammontano a 1,7 miliardi, a fronte dei 20 promessi. Dei 32 nuovi modelli per l'Italia nel quinquennio già 16 sono volati all'estero, degli altri nulla si sa, perché Marchionne il suo piano è disposto a discuterlo solo con se stesso. Dunque, dietro il falò dei diritti potrebbe nascondersi un gigantesco paccotto. Vaglielo a spiegare a D'Alema, Fassino, Chiamparino: se 11 ore, vi sembran poche...Sarà uno scontro durissimo quello di Mirafiori, una fabbrica imprevedibile e ingovernabile per tutti, abitata da operai con un'età media di 47 anni, incattiviti, in rotta di collisione con la politica e gran parte dei sindacati, in attesa di una sola cosa: la pensione. Persone consumate dalla fatica e dalle delusioni, stufe, pronte a fischiare quasi chiunque si avvicini alla loro fabbrica perché si sentono abbandonate e tradite. Persone con una dignità, però. L'esito del referendum è tutt'altro che scontato.

Loris Campetti


[Articolol su il manifesto del 30/12/2010]

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10 ore al giorno alla catena. Ecco la nuova Pomigliano



Siglata l'intesa separata anche per lo stabilimento campano

Sergio Marchionne, Ugl, Fim, Uilm, Fismic e l'associazione dei quadri Fiat che brindano alla firma del contratto per la newco che gestirà lo stabilimento di Pomigliano d'Arco: questa l'istantanea dell'accordo siglato nel primo pomeriggio di ieri a Roma, quello che getta definitivamente in discarica il contratto nazionale di lavoro dei metalmeccanici. Un successo da esportare a Mirafiori, secondo Rocco Palombella della Uilm, con buon pace di Pierluigi Bersani convinto, qualche mese fa, che infierire solo sullo stabilimento napoletano, al Lingotto sarebbe bastato. Ma quali sono i contenuti? A partire da gennaio i dipendenti (adesso sono circa 4.600) saranno chiamati singolarmente a sottoscrivere il contratto sulla base dell'accordo separato del 15 giugno. Per primi i tecnici e gli impiegati, fedelissimi all'azienda, nella tarda primavera gli operai, che faranno formazione. Sbloccati i 700 milioni di investimento promessi da Fiat, la produzione della nuova Panda dovrebbe andare a regime a fine 2011.
Il 'successo' starebbe in qualche soldo in più e un inquadramento degli operai più simile agli impiegati. In busta paga dovrebbero andare dai 30 fino a 100 euro lordi in più al mese rispetto al contratto del 2009. Per l'inquadramento, sono previsti cinque gruppi che vanno dall'alto verso il basso con fasce intermedie nelle categorie operaie. I lavoratori potranno percepire il Tfr e potranno cominciare di nuovo a maturare 5 scatti di anzianità, mantenendo quanto finora maturato in cifra. Per le relazioni sindacali viene applicato il modello Mirafiori, con l'esclusione dei sindacati non firmatari (Fiom e Cobas). Divieto di sciopero sui contenuti del contratto e durante gli straordinari.
Il testo siglato non l'ha ancora letto Andrea Amendola, segretario provinciale della Fiom di Napoli, ma alla retorica del successo oppone molti dubbi: «Rispetto agli aumenti bisogna essere cauti. C'è il contratto nazionale e ci sono gli accordi interni per ogni singolo stabilimento, sempre più alti rispetto al primo. Quindi quello che è successo non è una novità ma un'ovvietà. È in nome di questo che buttiamo a mare le tutele del contratto nazionale in favore di uno aziendale? Poi bisogna vedere se gli aumenti saranno veri o solo il frutto di accorpamenti di voci in busta paga. Inoltre, una quota di reddito deriva dall'aver rinunciato a una parte delle pause, soldi contro salute». Altro dubbio: dei 4.600 dipendenti impegnati su due linee, adesso che ne resta una, quanti verranno realmente assorbiti? si chiede Amendola. Anche gli sbandierati nuovi inquadramenti non sembrano colpire il sindacalista Fiom: «Il contratto firmato nel 2008 già prevedeva la nuova organizzazione da attuare entro otto anni».
Di nuovo c'è che a Pomigliano Cobas e Fiom non possono entrare: «Abbiamo 500 iscritti, ma i no al referendum di giugno sono stati 1.700, lo scontento è molto alto. Vogliono togliere il diritto di voto ai lavoratori, la possibilità di creare nuove rappresentanze sindacali. Da adesso le Rsu le sceglie l'azienda, in numero pari per ogni sigla firmataria a prescindere dalla sua consistenza numerica. Vedremo se saranno in grado di buttarci fuori». L'azienda potrà scegliere, a sua discrezione, tra tre differenti organizzazioni del lavoro: 18 turni, 15 turni oppure 40 ore settimanali da 10 ore al giorno per 6 giorni con due di riposo, ma al secondo si può essere richiamati per lo straordinario. «Inumano - ribatte Amendola -. A Melfi si è già dimostrata l'insostenibilità dei 18 turni, pure contrattati, fino ad arrivare a 20 giorni di sciopero. Le innovazioni tecnologiche promesse sulla linea sono solo fantasie. La Fiom si opporrà, davanti a noi ci aspettano le vie legali e il conflitto». Se la Fiom annuncia 8 ore di sciopero il 28 gennaio e lo Slai Cobas promette battaglia in fabbrica e nei tribunali, la Uil accusa i metalmeccanici Cgil di essere un movimento politico che non ha a cuore il futuro dei lavoratori, per l'Ugl la manifestazione avrebbe il solo risultato di confondere e dividere, per Fim «quello che ci interessa è dare norme di tutela».

Adriana Pollice

[Articolo su il manifesto del 30/12/2010]

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A fianco dei lavoratori contro Marchionne e tutti i suoi amici

L’offensiva a tutto campo del padronato contro la classe operaia giunge al suo culmine, dopo Pomigliano, con l’assalto di Marchionne alle lavoratrici e ai lavoratori di Mirafiori. E’ parte integrante di quella guerra sociale che le borghesie europee e i loro governi di centro destra e centrosinistra hanno scatenato con sempre maggiore forza nell’ultimo anno contro la classe lavoratrice.

La guerra totale contro i lavoratori
Marchionne vuole e impone tutto: sindacati di facciata, diretta espressione della volontà padronale che vivranno solo perché funzionali ad incatenare i lavoratori; esclusione dalla fabbrica di ogni sindacato vero che voglia rappresentare gli interessi dei lavoratori e difenderne diritti, salari e condizioni di lavoro; abolizione di diritti costituzionali fondamentali, a partire dal diritto di sciopero e dalla libera organizzazione sindacale; pesanti sanzioni e licenziamento per quei lavoratori che cercheranno di promuovere qualsiasi azione di difesa individuale e/o collettiva; regime di orari e di sfruttamento bestiali per incrementare fino all’ultimo centesimo i profitti ai moderni e brutali padroni delle ferriere.Un mondo a parte - ma solo fino a un certo punto - perché il modello Marchionne corrisponde a quello che i padroni in tante parti del mondo già fanno o che sperano di fare. Una concorrenza spietata tra di loro in un periodo di difficoltà del capitalismo con i lavoratori ingaggiati nella guerra (in questo caso quella dell’auto) per combattere e morire, carne di cannone sull’altare dei profitti. L’accordo di Mirafiori è dunque un a metafora perfetta di come il capitalismo concepisce il mondo: un lavoro da schiavi per produrre una merce per i ricchi (soprattutto americani, ma non solo) nociva e distruttiva dell’ambiente. Pomigliano e Mirafiori parlano a tutte le lavoratrici e a tutti i lavoratori, a tutte le categorie: quel che si vuole per la Fiat, ben presto lo si vorrà per tante altre aziende e settori, è un veleno che percorrerà tutto il paese; l’attacco coinvolge tutto il mondo del lavoro; il grido dall’allarme va lanciato più forte possibile perché l’incendio è senza precedenti e prima che sia troppo tardi. La mobilitazione generale, che da tempo avrebbe dovuto essere stata costruita, oggi non è più rinviabile e deve essere perseguita nei prossimi giorni, nelle prossime settimane da tutte quelle forze sindacali, a partire dalla Fiom, e dalle forze politiche e movimenti sociali che scelgono di schierarsi senza se e senza ma , dalla parte dei lavoratori contro Marchionne, la Fiat, la Confindustria e i tanti che li sostengono. Sinistra Critica esprime la propria totale solidarietà ai lavoratori di tutta la Fiat e mobiliterà tutte le sue forze per sostenere i lavoratori in uno scontro durissimo partecipando a tutte le iniziative unitarie che si prefiggono questo obbiettivo.

Il bilancio di un anno
Nello stesso tempo è necessario interrogarsi su come, quello che sta avvenendo sia stato reso possibile, perché la Fiat pensa di poter varcare impunemente il Rubicone di diritti essenziali dei lavoratori e perché intorno ad essi non c’è stata fino ad oggi la necessaria solidarietà. E’ da anni che le politiche liberiste del padronato non trovano nessuna reale risposta generale; in particolare nel nostro paese; è da anni che non solo il centro destra, ma il centro sinistra praticano le politiche liberiste più antipopolari, è da anni che pezzo dopo pezzo tutte le conquiste economiche, sociali e democratiche vengono smantellate. E’ da anni che le grandi confederazioni sindacali, si fanno complici di queste politiche o, come la Cgil, non organizzano nessuna risposta. Il solo bilancio di quest’anno è impressionante: tagli senza precedenti a Regioni e enti locali, cioè tagli ai servizi sociali; precarietà senza fine e cassa integrazione per centinaia di migliaia di lavoratori; aumento dell’età pensionabile per le lavoratrici del pubblico impiego, ma anche una ennesima controriforma pensionistica che colpisce tutti, passata nel silenzio; disdetta del contratto per un milione mezzo di metalmeccanici; blocco per 4 anni della contrattazione per 3 milioni di lavoratrici e lavoratori pubblico. E un governo che si propone di fare quello che già fa Marchionne, chiudere lo statuto dei lavoratori. E ancora: dopo la distruzione della scuola media con prima controriforma Gelmini, oggi ecco la distruzione della università pubblica con la legge approvata il giorno stesso dell’accordo Fiat. E qualcuno, il segretario del PD, ha il coraggio di dire che questo governo non fa niente…. L’unica che non fa niente è la cosiddetta opposizione parlamentare, che ha avallato o lasciato passare, senza alcuna vera contrapposizione, tutte queste vergognose misure contro un movimento dei lavoratori, sempre più solo e disperato.

Quelli che stanno con Marchionne
In tutti questi mesi la Fiat ha trovato una sola opposizione, quella della Fiom e dei sindacati di base; ha avuto dalla sua parte i sindacati complici (CISL, UIL e aggregati), tutta la destra e gran parte del centro sinistra. Per quanto riguarda la CGIL, essa si è preoccupata solo di distinguersi dalla Fiom e di invitare i padroni italiani a una maggior “ragionevolezza”. Essa, come molti altri, ha voluto dimenticarsi del vecchio detto. “se dai un dito al padrone, questi si prendere prima la mano, poi il braccio, poi…” In altri termini tutti questi hanno dato il via libera alla guerra totale di Marchionne o non l’hanno ostacolata. Sostegno alla Fiat e isolamento per i lavoratori, quelli della Fiat, ma anche di tutti gli altri perché la sconfitta alla Fiat sarebbe ben presto la sconfitta di tutti.E’ una vergogna che le istituzioni, invece di stare coi lavoratori chiedendo alla Fiat il rispetto della Costituzione, dei diritti del lavoro, dei contratti collettivi, (tanto più dopo i miliardi pubblici che le sono stati dati), invitino i lavoratori a rassegnarsi adeguandosi a uno sfruttamento sempre più duro da schiavi-robot. A Torino, il sindaco e vicesindaco, sono arrivati a dire che destino di Mirafiori e della città è nelle mani dei lavoratori. La verità è che il destino di Mirafiori e della città è lasciato nelle mani di una Fiat sempre più americana e che coloro che sono stati eletti per fare gli interessi dei cittadini sono sempre più i servi sciocchi e complici della azienda e di una famiglia Agnelli che ormai ha deciso di sbarazzarsi dell’ingombrante settore auto. In quanto ai candidati del PD alle prossime elezioni comunali, in forme diverse, quasi tutti si sono precipitati a sostenere l’accordo vessatorio. Vergogna. Per quanto riguarda la CGIL di Camusso, la preoccupazione di questa organizzazione che punta al nuovo patto sociale con una Confindustria, strattonata dalle fughe in avanti di Marchionne, invitare i padroni stessi ad “adoperarsi” perché Marchionne rientri nell’alveo dei diritti è di costituzionali. Sarebbe meno utopistico chiedere alla tigri di diventare vegetariane. Nel frattempo, nonostante le richieste sempre più pressanti che arrivano, (dalla Fiom, dai movimenti sociali, a partire dal quello dei giovani studenti) ai dirigenti della maggioranza della CGIL l’idea di uno sciopero generale, neanche passa nella testa.

La mobilitazione e lo sciopero generale subito
L’attacco della Fiat deve essere rigettato attraverso la mobilitazione più ampia possibile di tutte le lavoratrici e i lavoratori, nell’unità con i movimenti sociali scesi in lotta in questi, mesi, con tutti i cittadini che sono consapevoli della gravità di quanto sta avvenendo, che sono in gioco fondamentali diritti del lavoro e insieme ad essi diritti costituzionali e civili essenziali di un paese democratico. Questi stabilimenti italiani, che non sono più neanche della vecchia Fiat, ma che sono solo reparti di una azienda americana, la Chrysler, sono stati costruiti con il sudore e il lavoro di centinaia di migliaia di lavoratori, sono stati mantenuti in piedi numerose volte, garantendo i profitti degli azionisti Fiat, attraverso un fiume di denaro pubblico. Solo pochi anni fa, grazie a una ulteriore elargizione di soldi da parte degli Enti locali del Piemonte era stato “garantito” dalla direzione Fiat il mantenimento di Mirafiori. Questi stabilimenti (da Termini Imerese a Mirafiori, da Melfi a Pomigliano) possono e debbono essere mantenuti. Non possono restare nella mani di un padrone esterno che li concepisce solo come limoni di spremere, l’intervento pubblico si ripone con forza e, di fronte alla crisi del settore e alle scelte produttive di Marchionne, sono necessari progetti importanti di riconversione in funzione della salvaguardia dei posti di lavoro, dei bisogni delle collettività locali, della preservazione dell’ambiente e del territorio. Per questo serve un grande movimento una grande mobilitazione per sconfiggere il disegno reazionario della Fiat, per unire tutti i lavoratori. Per questo serve chiaramente che tutti, in questi giorni, dicano da che parte stanno: o con i lavoratori o con la Fiat. Coloro che vogliono il bene della classe lavoratrice devono lavorare non solo per una mobilitazione unitaria di tutto il settore auto, ma anche per uno sciopero generale dei metalmeccanici, che, in mancanza di una risposta positiva della Cgil, possa diventare lo sciopero di tutti coloro che non vogliono arrendersi, che vogliono difendere il lavoro e i suoi diritti, di tutte le categorie, e di tutti i movimenti. Tutti devono essere consapevoli che la risposta va data oggi. Uno sciopero dei metalmeccanici che possa diventare il primo atto di uno sciopero generale e generalizzato in cui si affermi l’unità di classe, capace di bloccare il paese e di mandare casa Berlusconi e di sconfiggere Marchionne, la Confindustria, i sindacati complici e tutti coloro che sostengono le politiche di austerità e di massacro sociale.


Franco Turigliatto
Portavoce nazionale Sinistra Critica

fonte:http://www.sinistracritica.org

Con le newco del Lingotto arriva il Big Bang sindacale

Cremaschi: Cisl e Uil vergognose. La replica: istiga violenza. Accornero: "Il principio di esclusione sancisce la fine di un sistema di rappresentanza"

Eccola la "conventio ad excludendum" sindacale. Arriva a Pomigliano e a Mirafiori, alle newco, come si dice, modellate da Sergio Marchionne secondo i dettami dell'impresa globale, senza più bandiera e territori. Ma anche senza più conflitto perché chi non condivide - appunto - è fuori, senza rappresentanti, senza diritti sindacali.Normalizzazione. Non era mai successo che un accordo firmato solo da alcuni sindacati servisse anche ad escludere un altro sindacato, nel caso specifico la Fiom che pure resta l'organizzazione con più iscritti tra i metalmeccanici.Sindacati contro sindacati. "E' la fine di un sistema di rappresentanza. E' davvero un terremoto, un'esplosione", sostiene Aris Accornero, sociologo dell'industria alla Sapienza di Roma. E per tanti versi è una terra incognita quella che attende Cgil, Cisl e Uil, ma pure la stessa Confindustria alla quale le due newco non sono per ora iscritte. Dopo la concertazione, va in soffitta anche il modello di rappresentanza sindacale pensato nel 1993, che consentiva a tutti, senza per forza dover firmare i contratti ma raccogliendo almeno il 5 per cento delle firme tra i lavoratori, di concorrere alle elezioni per le Rsu (le rappresentanze sindacali unitarie). Senza l'adesione alla Confindustria, la Fiat-Chrysler non è tenuta al rispetto di questa norma e dunque si affida a una rigida interpretazione dell'articolo 19 del vecchio Statuto dei lavoratori del 1970: chi non firma i contratti collettivi non ha diritto a rappresentanti sindacali. La Fiom - "kafkianamente", dice Accornero - fatta fuori proprio dallo Statuto. Possibile, ma non scontato, perché già Gino Giugni, padre dello Statuto, aveva sottolineato la differenza tra noi, dove si è rappresentativi nel contesto complessivo, e proprio gli Usa dove conta invece solo la singola unità aziendale.Noi non siamo l'America che vuole Marchionne. Così è facile prevedere che lo scontro si trasferirà anche nelle aule dei tribunali. Perché nemmeno i Cobas nei trasporti o nella stessa Fiat, o la Cisnal, sindacato della destra divenuto Ugl, sono mai stati esclusi. Ancora Accornero: "Il principio dell'esclusione è una novità per i sindacati". Quella nel pianeta Fiat, dunque, rappresenta una radicale - storica - frattura tra i grandi sindacati italiani. Rottura tutta sindacale, dove la politica fa da contorno, talvolta balbettando formule stereotipate, ma nulla di più. Non si ripete né lo scontro dell'84 sulla scala mobile dove fu soprattutto la politica, con il decreto di San Valentino del governo Craxi, a dettare le divisioni, né quello più recente del 2002 sul "Patto per l'Italia" dove Berlusconi, d'intesa con la Confindustria di Antonio D'Amato, tentò di isolare la Cgil di Sergio Cofferati asserragliata a difesa dell'articolo 18 che protegge i licenziamenti senza giusta causa. I contorni del campo disegnato da Marchionne sono oggi tutti sindacali: l'organizzazione del lavoro, i turni, le pause, gli straordinari, lo sciopero ma soprattutto la rappresentatività sindacale. E forse proprio per questo le accuse reciproche tra le sigle sindacali sono gravi, violente. Non c'è più l'unità d'azione tra Cgil, Cisl e Uil ma nemmeno una normale competizione. Non ci sono più le regole.Il presidente del Comitato centrale della Fiom, Giorgio Cremaschi, che solo qualche mese fa ha scritto "Il regime dei padroni. Da Berlusconi a Marchionne", è andato giù durissimo. Lui rappresentante dell'ala estrema della Fiom, quella del conflitto sociale permanente, di un sindacato-movimento che affida alla Fiom il ruolo di una sorta di "partito del lavoro" dopo la diaspora degli eredi del Pci: "Angeletti e Bonanni sono la vergogna del sindacalismo italiano. Sono fuori dalla cultura democratica sindacale dell'Italia costituzionale. Per noi non contano più niente". Espressioni, anche queste, senza precedenti che Maurizio Landini, segretario della Fiom, non ha pronunciato ma dalle quali non ha nemmeno preso le distanze. Perché Landini di fatto le condivide.Sono entrambi eredi di Claudio Sabattini, che fu "travolto" nell'80 dalla sconfitta proprio alla Fiat dopo i 35 giorni di occupazione di Mirafiori, e poi risalì fino a raggiungere il vertice della Fiom, teorizzando "l'indipendenza" dei metalmeccanici anche dalla Cgil. "Quella di Cremaschi è istigazione alla violenza", secondo il numero due della Cisl, Giorgio Santini. E Paolo Pirani, segretario confederale della Uil, con tessera del Pd: "La Fiom si configura come un movimento politico di antagonismo sociale con precise interlocuzioni nazionali verso le fasce più estreme dei centri sociali e con precisi collegamenti internazionali verso i movimenti del radicalismo ecologista e della cosiddetta resistenza palestinese".Parole da anni Settanta, da anni di piombo. Sindacati contro sindacati. Ma pure nella Fiom si consuma una battaglia difficile. La minoranza guidata da Fausto Durante e sostenuta anche dal segretario generale Susanna Camusso si è astenuta ieri sulla decisione dello sciopero. Poi ha proposto la "firma tecnica" all'accordo per Mirafiori se nel referendum tra i lavoratori dovessero prevalere i "sì". Landini resiste. E la Camusso punta ad un accordo in tempi brevi sulla rappresentanza sindacale. Perché questa volta c'è un destino parallelo tra Cgil e Confindustria.

Roberto Mania

fonte:http://www.repubblica.it

mercoledì 29 dicembre 2010

Sciopero generale di 8 ore di tutta la categoria per il 28 gennaio


 Il Comitato centrale della Fiom decide lo sciopero generale di 8 ore di tutta la categoria per il 28 gennaio contro l'attacco antisindacale, antidemocratico e autoritario senza precedenti nella storia delle relazioni sindacali del nostro paese

Documento Finale Comitato centrale Fiom

Un'associazione a sostegno della Fiom


Abbiamo deciso di costituire un'associazione, «Lavoro e libertà», perché accomunati da una comune civile indignazione.La prima ragione della nostra indignazione nasce dall'assenza, nella lotta politica italiana, di un interesse sui diritti democratici dei lavoratori e delle lavoratrici. Così come nei meccanismi elettorali i cittadini sono stati privati del diritto di scegliere chi eleggere, allo stesso modo ma assai più gravemente ancora un lavoratore e una lavoratrice non hanno il diritto di decidere, con il proprio voto su opzioni diverse, di accordi sindacali che decidono del loro reddito, delle loro condizioni di lavoro e dei loro diritti nel luogo di lavoro. Pensiamo ad accordi che non mettano in discussione diritti indisponibili. Parliamo, nel caso degli accordi sindacali, di un diritto individuale esercitato in forme collettive. Un diritto della persona che lavora che non può essere sostituito dalle dinamiche dentro e tra le organizzazioni sindacali e datoriali, pur necessarie e indispensabili. Di tutto ciò c'è una flebile traccia nella discussione politica; noi riteniamo che questa debba essere una delle discriminanti che strutturano le scelte di campo nell'impegno politico e civile. La crescente importanza nella vita di ogni cittadino delle scelte operate nel campo economico dovrebbe portare a un rafforzamento dei meccanismi di controllo pubblico e di bilanciamento del potere economico; senza tali meccanismi, infatti, è più elevata la probabilità, come stiamo sperimentando, di patire pesanti conseguenze individuali e collettive.La seconda ragione della nostra indignazione, quindi, è lo sforzo continuo di larga parte della politica italiana di ridimensionare la piena libertà di esercizio del conflitto sociale. Le società democratiche considerano il conflitto sociale, sia quello tra capitale e lavoro sia i movimenti della società civile su questioni riguardanti i beni comuni e il pubblico interesse, come l'essenza stessa del loro carattere democratico. Solo attraverso un pieno dispiegarsi, nell'ambito dei diritti costituzionali, di tali conflitti si controbilanciano i potentati economici, si alimenta la discussione pubblica, si controlla l'esercizio del potere politico. Non vi può essere, in una società democratica, un interesse di parte, quello delle imprese, superiore a ogni altro interesse e a ogni altra ragione: i diritti, quindi, sia quelli individuali sia quelli collettivi, non possono essere subordinati all'interesse della singola impresa o del sistema delle imprese o ai superiori interessi dello Stato. La presunta superiore razionalità delle scelte puramente economiche e delle tecniche manageriali è evaporata nella grande crisi.L'idea, cara al governo, assieme a Confindustria e Fiat, di una società basata sulla sostituzione del conflitto sociale con l'attribuzione a un sistema corporativo di bilanciamenti tra le organizzazioni sindacali e imprenditoriali, sotto l'egida governativa, del potere di prendere, solo in forme consensuali, ogni decisione rilevante sui temi del lavoro, comprese le attuali prestazioni dello stato sociale, è di per sé un incubo autoritario.Siamo stupefatti, ancor prima che indignati, dal fatto che su tali scenari, concretizzatisi in decisioni concrete già prese o in corso di realizzazione attraverso leggi e accordi sindacali, non si eserciti, con rilevanti eccezioni quali la manifestazione del 16 ottobre, una assunzione di responsabilità che coinvolga il numero più alto possibile di forze sociali, politiche e culturali per combattere, fermare e rovesciare questa deriva autoritaria.Ci indigna infine la continua riduzione del lavoro, in tutte le sue forme, a una condizione che ne nega la possibilità di espressione e di realizzazione di sé.La precarizzazione, l'individualizzazione del rapporto di lavoro, l'aziendalizzazione della regolazione sociale del lavoro in una nazione in cui la stragrande maggioranza lavora in imprese con meno di dieci dipendenti, lo smantellamento della legislazione di tutela dell'ambiente di lavoro, la crescente difficoltà, a seguito del cosiddetto "collegato lavoro" approvato dalle camere, a potere adire la giustizia ordinaria da parte del lavoratore sono i tasselli materiali di questo processo di spoliazione della dignità di chi lavora. Da ultimo si vuole sostituire allo Statuto dei diritti dei lavoratori uno statuto dei lavori; la trasformazione linguistica è di per sé auto esplicativa e a essa corrisponde il contenuto. Il passaggio dai portatori di diritti, i lavoratori che possono esigerli, ai luoghi, i lavori, delinea un processo di astrazione/alienazione dove viene meno l'affettività dei diritti stessi.Come è possibile che di fronte alla distruzione sistematica di un secolo di conquiste di civiltà sui temi del lavoro non vi sia una risposta all'altezza della sfida?Bisogna ridare centralità politica al lavoro. Riportare il lavoro, il mondo del lavoro, al centro dell'agenda politica: nell'azione di governo, nei programmi dei partiti, nella battaglia delle idee. Questa è oggi la via maestra per la rigenerazione della politica stessa e per un progetto di liberazione della vita pubblica dalle derive, dalla decadenza, dalla volgarizzazione e dall'autoreferenzialità che attualmente gravemente la segnano. La dignità della persona che lavora diventi la stella polare di orientamento per ogni decisione individuale e collettiva.Per queste ragioni abbiamo deciso di costituire un'associazione che si propone di suscitare nella società, nella politica, nella cultura, una riflessione e un'azione adeguata con l'intento di sostenere tutte le forze che sappiano muoversi con coerenza su questo terreno. Lo. C.«Marchionne non è cattivo», parola di Giorgio Tonini, sodale di Pietro Ichino con cui ha presentato un disegno di legge sui «nuovi» diritti del lavoro. Scimmiottando Jessica Rabbit si potrebbe aggiungere che «non è cattivo, è la Fiom che lo disegna così». Il fatto è che Marchionne «pone questioni legate alla globalizzazione e la politica deve dettare nuove regole e non può estraniarsi. Ora il ministro del lavoro Sacconi fa il tifo per Marchionne ma sta a bordo campo». E per fortuna, sennò che farebbe Sacconi, userebbe il campo per il concentramento di operai e sindacati ribelli? C'è una (poco) nobile gara tra destra, governo e parte significativa del Pd a chi è più amico del tagliatore di diritti che guida la Fiat. Tutti a indicare al pubblico ludibrio quei «conservatori» della Fiom che pretendono di difendere il diritto a scioperare, ammalarsi e a fare pranzo o cena. Beppe Fioroni ribadisce che «un partito riformatore (che sarebbe il Pd, ndr) deve guardare avanti», con «coraggio», cioè con Marchionne. Gli fa eco il suddetto Tonini: «Il Pd è il partito del cambiamento e non della conservazione». Dopo i cori di giubilo del sindaco di Torino Sergio Chiamparino e di Pietro Ichino per il «riformatore» Marchionne, altri adepti si iscrivolo al paleocapitalismo italo-svizzero-americano. C'è anche il vicepresidente della commissione Affari europei, Enrico Farinone, che nonostante veda nell'accordo separato «qualche ombra», se la prende con «chi dice sempre no e naviga nel conservatorismo».A Nichi Vendola, che denuncia la «sfida arrogante al mondo del lavoro» lanciata dall'ad del Lingotto e difende la battaglia democratica della Fiom, risponde lesto Giorgio Merlo, deputato Pd e vicepresidente della commissione di Vigilanza Rai. Il Merlo sentenzia: «Se l'accordo di Mirafiori è una discriminante per costruire la coalizione di centrosinistra, come sostiene Vendola, allora è certo che il Pd non potrà dar vita a un'alleanza dove sono prevalenti i massimalismi e gli estremismi politici e sindacali». Ecco sistemati Vendola e Landini.Ieri a Torino si sono riunite le segreterie regionale e provinciale del Pd piemontese per discutere il merito dell'accordo separato di Mirafiori, alla presenza del responsabile nazionale economia e lavoro del partito, Stefano Fassina, tra i non molti ad aver espresso un giudizio preoccupato sulla controriforma del sistema di relazioni sindacali contenuta nell'accordo. Chissà se qualcuno dei dirigenti della città dellauto avrà sostenuto il punto di vista del senatore Pd Vincenzo Vita: «Il giudizio deve essere forte e netto perché è uno di quei casi in cui ambiguità e incertezze minano dalle fondamenta la natura stessa di un partito riformista». Forte e netto, in che senso? Nel senso che «si tratta di un pessimo accordo che mette ai margini la Fiom, la cui importanza storica e attuale è così forte che solo una pura discriminazione politica può mettere alla porta». Speriamo che i Fioroni, gli Ichino e i Fassino (esilarante la sua definizione sulla collocazione del Pd tra capitale e lavoro: «Non equidistanza, equivicinanza») non mettano alla porta Vita e chi la pensa come lui. Per fortuna qualcuno ce n'è (da Sergio Cofferati a Paolo Nerozzi), nel gruppo dirigente del partito guidato da Pier Luigi Bersani.». Fassino traduce a chiare lettere la sua equivicinanza: «Se fossi un operaio voterei sì» al referndum sull'accordo. Voce da Mirafiori, che per misericordia lasciamo anonima: «Un anno alla catena, 10 ore più una di straordinario, gli farebbe bene».«Noi valutiamo l'aspetto della democrazia sindacale che è un pezzo fondamentale della democrazia di un paese mentre le parti sociali - ha detto Fassina - e le imprese valutano gli aspetti che riguardano l'organizzazione del lavoro». E a proposito della democrazia, ha aggiunto: «Non si può negare rappresentanza a una parte dei lavoratori, bisogna intervenire sulle regole di rappresentanza». È evidente come nell'accordo separato di Mirafiori, con l'esclusione dei sindacati non firmatari, venga violata ogni regola democratica. Secondo Fassina «prima bisogna fare l'accordo interconfederale e poi una legge quadro che garantisca attuazione degli accordi e rappresentanza anche a chi è contrario».

Fausto Bertinotti, Sergio Cofferati, Gianni Ferrara, Luciano Gallino, Francesco Garibaldo, Paolo Nerozzi, Stefano Rodotà, Rossana Rossanda, Aldo Tortorella, Mario Tronti.

[Articolo su il manifesto del 29/12/2010]


Il dovere morale e politico della CGIL

Accordo storico. Così giustamente è stato definito il testo che Marchionne ha imposto ai sindacati complici e alla Confidustria. Se si usa questo aggettivo però bisogna avere il coraggio di accettare i paragoni con i fatti del passato. Ce n'è solo uno adeguato.Il 2 ottobre 1925 Mussolini come presidente del Consiglio, la Confidustria e i sindacati corporativi, nazionalisti e fascisti, firmarono a Palazzo Vidoni un patto sociale che eliminava le commissioni interne e il diritto dei lavoratori a scegliersi liberamente le proprie rappresentanze. Il patto di Mirafiori fa la stessa identica cosa.Vengono, per la prima volta dal 1945, eliminate nella più grande fabbrica italiana le libertà sindacali. I lavoratori non potranno più liberamente scegliere a quale sindacato associarsi e non potranno più votare le proprie rappresentanze. Come all'epoca del fascismo i sindacalisti di fabbrica saranno esclusivamente nominati dalle organizzazioni sindacali complici dell'azienda e come allora potranno essere chiamati "fiduciari". Mai nella storia del nostro Paese si era giunti a tanto. Neppure negli anni cinquanta, nei momenti più duri della guerra fredda e della repressione antisindacale, in Fiat erano state cancellate le elezioni delle commissioni interne. Ora lo si fa e lo scopo è quello di mettere fuorilegge in fabbrica la Fiom e con essa qualsiasi libertà e diritto dei lavoratori.D'altra parte, solo con una forma di autentico fascismo aziendale è possibile imporre le condizioni di lavoro che Marchionne pretende in Fiat. Orari fino a dieci ore giornaliere ed oltre, distruzione della pause e del diritto alla salute, totale flessibilità della prestazione e dei turni. Il lavoratore diventa semplicemente una merce a disposizione dell'azienda da consumare come e quanto si vuole. Autoritarismo, repressione, fascismo aziendale sono pertanto funzionali ad impedire che le lavoratrici e i lavoratori si ribellino a queste condizioni barbare che si vuol loro imporre.La gravità di quanto avvenuto a Mirafiori è stata colta dalla segretaria della Cgil Susanna Camusso che ha parlato di autoritarismo di Marchionne. Ma poi la sua denuncia si è fermata a metà, cercando un equilibrio con la presa di distanza dalla Fiom. Se quello di Marchionne è un atto autoritario fa bene la Fiom ad opporvisi e non si capisce quali compromessi sarebbero stati possibili. D'altra parte ancor più contraddittoria è la richiesta che la segretaria della Cgil rivolge a Emma Marcegaglia e alla Confindustria per un nuovo accordo sulle regole. Ma se la Confindustria ha detto di sì a Marchionne che ha stracciato l'accordo sulle rappresentanze sindacali, quale nuova intesa è possibile con essa?Davvero Susanna Camusso si illude che la Confindustria possa sconfessare l'accordo di Mirafiori, con il suo vice presidente Alberto Bombassei che da pochi giorni è entrato nel consiglio di amministrazione di Fiat Industrial?Le illusioni di Susanna Camusso nei confronti della Confindustria sono le stesse di coloro che negli anni venti speravano che gli industriali avrebbero sconfessato il fascismo.L'accordo del 1925 li smentì, così come l'accordo di Mirafiori smentisce le illusioni di oggi .La Cgil deve rimproverarsi di avere rinviato e poi cancellato dalla sua agenda lo sciopero generale. La scelta di non farlo ha rafforzato Marchionne e la sua presa autoritaria anche su quella parte del mondo delle imprese che non condivide le sue scelte. Se oggi ci fosse già in atto un grande movimento di lotta confederale, se la Cgil avesse interrotto le inutili e dannose trattative sul patto sociale, Marchionne e i suoi sarebbero più deboli e contestati nel padronato. La fase delle parole e degli appelli alle buone intenzioni si è conclusa il 23 dicembre a Mirafiori. D'ora in poi solo la mobilitazione, lo sciopero generale, la costruzione di un programma economico e sociale alternativo alla regressione barbara che vuole imporre il regime padronale di Marchionne, solo questa è la via democratica per uscire dalla crisi.Il patto di Mirafiori segna non solo uno spartiacque sindacale e sociale, ma anche un passaggio decisivo per la politica. Cisl e Uil hanno scritto una pagina vergognosa della loro storia sottoscrivendo che la Fiom può essere messa fuorilegge in fabbrica.Ora è chiaro che attorno alla Fiom bisogna costruire un movimento di solidarietà sociale e politico che dagli studenti ai movimenti costruisca una risposta in grado di durare.La Cgil ha il dovere morale e politico di mettere tutta la sua forza dentro questo movimento. Quanto all'opposizione la politica del ma anche sprofonda oggi più che mai nel ridicolo e nell'inutile. Già il sindaco di Torino, accettando la messa fuorilegge della Fiom, ha valicato il Rubicone nell'estraneità rispetto alla storia e alla cultura della sinistra italiana. Chi approva quell'accordo è dall'altra parte, sta con Marchionne e alla fine con Berlusconi. Dopo Mirafiori anche la sinistra italiana dovrà ridefinirsi: le alleanze che dovrebbero andare dagli amici di Marchionne fino alla Fiom e ai lavoratori che perdono la democrazia sono un insulto al buon senso. Dopo Mirafiori c'è prima di tutto da ricostruire una sinistra che sappia dire no ai padroni e al loro regime.

Giorgio Cremaschi


[Articolo su Liberazione del 29/12/2010]

Fiat spaventa Confindustria. Sciopero generale più vicino

Oggi il Comitato centrale della Fiom. Cgil, la minoranza chiede il direttivo straordinario.

Imprenditori sull'orlo di una crisi di nervi, mondo sindacale ad un passo dallo sciopero generale. L'effetto choc dell'accordo Fiat non tarda a farsi sentire sull'intero assetto delle relazioni sindacali. Il presidente di Federmeccanica Pierluigi Ceccardi, è il primo a correre ai ripari nel timore che la deregulation totale contamini il resto degli associati. C'è più di un rischio reale che, superata la cornice del contratto nazionale, il vincolo associativo si squagli come neve al sole. Ceccardi da una parte incassa il risultato di Mirafiori, definendolo «un passo avanti per la realizzazione di un grande progetto industriale», dall'altra sottolinea i rischi del collasso del sistema della rappresentanza. «Un conto è concludere un contratto senza la firma della Fiom - dice Ceccardi, che nell'intervista chiede di aprire un tavolo sulla rappresentanza - un altro è gestire le relazioni industriali in azienda senza una organizzazione che rappresenta una parte cospicua dei lavoratori».A rispondere a Ceccardi, curiosamente, non è Sergio Marchionne, ma Roberto Di Maulo, segretario generale della Fismic, per il quale nel modello Pomigliano-Mirafiori «ci sono novità e miglioramenti importanti rispetto al contratto nazionale». Ieri c'è stato il primo incontro tra Fiat e sindacati sul contratto che prevede l'assunzione nella newco dei lavoratori di Pomigliano, in base all'accordo siglato a giugno. Le firme dovrebbero arrivare solo oggi.La sensazione è che sul fronte delle relazioni sindacali i buoi siano scappati da un pezzo. La conferma l'avremo dal Comitato centrale della Fiom convocato per oggi in seduta straordinaria. Intanto, l'area programmatica congressuale della Cgil, "La Cgil che vogliamo" ha chiesto formalmente la convocazione urgente e straordinaria del Direttivo Nazionale con all'ordine del giorno la vicenda Fiat. La nota arriva direttamente dal coordinatore nazionale, ed ex segretario della Fiom, Gianni Rinaldini. «Nel più grande gruppo industriale del Paese - dice Rinaldini - vengono cancellati in un colpo solo i diritti dei lavoratori e quelli della più grande organizzazione sindacale: pensare di isolare la Fiat, ritenere persino che possa essere la Confindustria a farlo, significa sottovalutare la portata del problema e rispondere con manovre tatticiste di corto respiro alla gravità storica di un atto palesemente violento e autoritario». Un attacco diretto alla "strategia" del gruppo dirigente della Cgil che in merito a tutta la vicenda Fiat ha preferito parlare d'altro. «È per questa ragione - conclude Rinaldini - che crediamo non sia più proseguibile il confronto con Confindustria su regole, produttività e quant'altro, così come ribadiamo la necessità della proclamazione dello sciopero generale».Anche il sindacato di base è in fermento.L'Esecutivo nazionale confederale Usb, riunitosi ieri a Roma, ha deciso di avviare «il più ampio confronto con le organizzazioni sindacali conflittuali e con le componenti sociali in lotta» allo scopo di promuovere «forti mobilitazioni», fino alla effettuazione di uno sciopero generale «e generalizzato». Il periodo potrebbe essere il mese di febbraio 2011.USB, «pur dando un giudizio fortemente negativo e di illegittimità sulle consultazioni convocate solo quando richieste dalla controparte padronale e quando i lavoratori sono chiamati ad esprimersi con la "pistola puntata alla testa"», ha deciso di promuovere il NO al referendum sull'accordo Fiat Mirafiori.Deboli segnali di dissenso anche da dentrola Cgil. «E' evidente che la Fiat non c'è più - scrivono i segretari generali di Cgil Campania e Cgil Piemonte, Michele Gravano e Alberto Tomasso -: la firma di Mirafiori dimostra il disegno di Marchionne di creare le condizioni per annullare le differenze che ci sono tra produrre in Italia o in qualsiasi altro Paese, organizzando aziende individuali come Pomigliano e le Carrozzerie di Mirafiori che avranno contratti uno diverso dall'altro». «Non si può considerare un successo, come fanno Cisl e Uil - secondo Gravano e Tomasso - un accordo che, oltre a peggiorare le condizioni di lavoro in fabbrica, nega la libertà sindacale e i diritti democratici e sancisce uno dei più gravi attacchi alle relazioni sindacali italiane, escludendo un sindacato rappresentativo e togliendo ai lavoratori, singoli e collettivamente, la libertà di scegliere da chi farsi rappresentare». Peccato che lo stesso Gravano avesse già "spezzato la sua lancia" a favore di Pomigliano.Toni più netti da Antonio Mattioli, segretario della Cgil dell'Emilia Romagna. «Non c' è più tempo per tergiversare - scrive in una nota - e non è più rinviabile una mobilitazione generale che aggreghi tutte le forze democratiche di questo paese a sostegno di una proposta che sia la base di un modello di sviluppo alternativo». «A questo punto come Cgil - prosegue Mattioli - prima di proseguire qualsiasi confronto con Confindustria, è indispensabile far vivere nel dibattito interno e nel rapporto diretto con i lavoratori la nostra proposta complessiva per costruire nel paese l'alternativa al cartello che appoggia Marchionne e la Fiat, a partire dalla democrazia e rappresentanza e del modello contrattuale, e costruire le alleanze necessarie per dare un futuro diverso alla gente che lavora ed alle future generazioni».

Fabio Sebastiani

[Articolo su Liberazione del 29/12/2010]

Fiom: è sciopero!


Intervista a Landini e Cremaschi (FIOM) a pochi minuti dalla conferenza stampa.

Servizio di Roberto Pietrucci
Montaggio di Simone Bucci

E ora tutti temono il contratto-ricatto

Intimoriti, guardinghi, ma non rassegnati. L’accordo di Mirafiori è una bella mazzata per gli operai toscani. Se Pomigliano poteva rappresentare un’eccezione, l’intesa di Mirafiori rischia di trasformare in regola un paradigma che tante tute blu stentano a digerire. Anche se nell’arcipelago delle piccole e microaziende lo spartito di Mirafiori, almeno per quanto riguarda turni, straordinari e flessibilità, si suona tutti i giorni, da anni.Nadia Perino lavora alla Mabro di Grosseto, un’azienda in liquidazione che sta per rinascere con un nuovo assetto e che ha dato vita ad una delle vertenze guida della regione. «La paura - ammette con franchezza - c’è, la si percepisce parlando tra di noi, anche perché è difficile scegliere tra la difesa dei diritti e la difesa del posto di lavoro. L’accordo di Pomigliano è indecente, ma non mi sento di criticare i lavoratori che l’hanno approvato. La cosa che temiamo di più è che possa passare una compressione del diritto di sciopero, che si tenti comunque di limitarlo e di rimetterlo in discussione».La Breda di Pistoia è uno dei bastioni del sindacalismo delle tute blu toscane, ma Diego Breschi, giovane rappresentante della Fiom nella Rsu, ammette che «se l’azienda cercasse di forzare la mano è difficile dire come potrebbe andare a finire». Per fortuna, aggiunge Breschi, la Breda non ha mai spinto e anche nell’ultimo accordo del 4 marzo scorso «è stata introdotta una maggiore efficienza, ma non a scapito dei nostri diritti e, comunque, restando sempre nell’alveo del contratto nazionale». Eppure, anche in Toscana le piccole Pomigliano e Mirafiori ci sono. Alla Magna di Guasticce, 606 dipendenti che producono serrature per auto, è stato recentemente siglato un accordo per ridurre le pause, i tempi morti e rendere più flessibili gli orari, sabato lavorativo compreso. Tutto ciò in cambio della garanzia di non licenziare nessuno per almeno due anni e mezzo. Anche alla Trelleborg di Livorno, che produce guarnizioni, è stata siglata un’intesa per gestire gli esuberi del magazzino che è stato chiuso. Un accordo molto faticoso, visto che in prima battuta il referendum è stato bocciato dai lavoratori. In mezzo al guado di una crisi spaventosa, molte certezze vengono ridimensionate. Michele Folloni della Eaton, ad esempio, è lapidario: «I diritti li hai, ma fino a quando continui a lavorare. Senza un posto di lavoro non ci sono neanche diritti. Oggi, se Marchionne si presentasse alla Eaton ponendo l’accordo di Mirafiori come condizione per rilevare l’azienda, credo che noi operai faremmo a botte per essere i primi a dire di sì». Del resto, alla Eaton nel 1996, ricorda Folloni, venne firmato un accordo che, in cambio dell’assunzione di molti giovani, introdusse il lavoro il sabato notte e la domenica che erano esclusi dal contratto nazionale.Crisi, però, non vuol dire resa. La Mabro vive una situazione di difficoltà, ma non per questo ha ceduto di un millimetro su questo fronte: «Per ora - aggiunge Nadia Perino - ci siamo fatti valere e abbiamo retto il colpo, ma adesso si aprirà una trattativa delicata per il rilancio dell’azienda ed ho paura che dovremo sacrificare qualcosa».Alla Magona, l’accordo di Mirafiori rimane indigesto a molti. «Scambiare i diritti con le promesse - dice Claudio Valacchi - è solo un modo per svincolarsi dai contratti nazionali e avere le mani libere: ma lo sciopero e la malattia retribuita sono diritti incomprimibili. Lo sciopero resta un caposaldo di libertà affermato dalla Costituzione». Ma anche alla Magona, la scelta tra diritti e sviluppo potrebbe essere lacerante e Claudio Valacchi lo riconosce: «In certe situazioni lo scambio è brutale e il lavoratore può essere indotto a pensare solo all’immediato piuttosto che guardare al futuro».Per Massimo Cappellini, della Rsu della Piaggio, «il rischio è che passi a un modello di relazione basato sul ricatto e non sul confronto. Anche alla Piaggio - spiega - c’è stato un accordo che è stato approvato solo grazie al voto favorevole degli impiegati, ma per quanto criticabile, non andava a mettere in discussione i diritti fondamentali». Il timore è che l’onda di Mirafiori arrivi anche a Pontedera: «Tutti si sentiranno legittimati a pretendere tutto». Diversa, invece, la situazione della Mtm di Guasticce: «Adesso c’è poco da togliere - dice Emanuele Cama - vistoche siamo in cassa integrazione, ma se la produzione dovesse tornare a tirare, allora saremmo noi a chiedere qualcosa». Per molte piccole aziende toscane, Mirafiori c’è già da un pezzo, soprattutto per quanto riguarda la flessibilità dell’orario, anche se il pagamento dei giorni di malattia non è mai stato messo in discussione. «Nell’indotto Piaggio - afferma Fabio Carmignani della segreteria della Fiom - ci sono molte aziende che lavorano per 24 ore, ma i turni sono spalmati su cinque giorni, mentre alla Fiat si lavorerà anche il sabato».

Carlo Bartoli

[Articolo "il tirreno" del 28 dicembre 2010]

fonte:http://iltirreno.gelocal.it/

martedì 28 dicembre 2010

Una citazione a sproposito di Di Vittorio della camusso

Per suffragare con una autorità moralmente indiscussa il suo attacco alla Fiom la signora Camusso cita Giuseppe Di Vittorio che avrebbe affermato: Quando c'è una sconfitta non possono non essere stati commessi degli errori. Nessuna grande sconfitta è figlia solo della controparte."Non credo che Giuseppe Di Vittorio abbia mai fatto simile affermazione ed in ogni caso bisogna leggerla nel contesto in cui è stata scritta. Ma ammesso che Di Vittorio l'abbia mai pronunziata non è detto che sia vera e che sia giusta. La sconfitta può essere il portato di una serie infinita di variabili e metto tra queste l'isolamento della Fiom dovuto ad un atteggiamento anormale della sua stessa Confederazione ed al passaggio di quello che dovrebbe essere il partito di opposizione parlamentare dalla difesa operaia alla destra al campo della Confindustria e di Marchionne in particolare. Purtroppo il PD è erede del PCI che fu autonomo dalla Fiat fino a Berlinguer. Se oggi la Fiom è sola a fronteggiare l'attacco della tigre confindustriale fiancheggiata da numerosi sciacalli che sperano di spolpare qualcosa della sua carcassa certo questo non è addebitabile a suoi errori quanto alla sua coerenza e fedeltà agli interessi non solo dei metalmeccanici ma di tutti i lavoratori italiani.Forse la signora Camusso non sa o finge di non sapere che la CGIL non è nuova a processi degenerativi che dal riformismo padano l'hanno condotta all'apostasia degli ideali fondativi che l'hanno animata. A causa di uno di questi processi Giuseppe Di Vittorio uscì dalla CGIL per fondare una nuova organizzazione sindacale l'USI su posizioni di autentica difesa dei lavoratori italiani. Di Vittorio era riformista e rivoluzionario. Difese con le armi la Camera del Lavoro di Bari assediata dai fascisti. Il suo riformismo era liberazione dei lavoratori dalle catene dello sfruttamento con ferma e costante gradualità senza mai cedere sui contenuti essenziali della libertà e della dignità. La stessa cosa non si può dire del "riformismo" della Camusso e del PD che è proteso alla cancellazione di tutte le conquiste realizzate nel corso del novecento.Ieri la CGIL si è collocata apparentemente in una posizione terza tra la Fiom e la Fiat. Ha attaccato come autoritario Marchionne ma ha addebitato alla Fiom la fattura della sconfitta subita prima a Pomigliano e poi a Mirafiori e non dubito che ne esigerà il pagamento nelle prossime settimane. In effetti mi aspetto una sorta di pogrom del gruppo dirigente "ribelle"della Fiom mentre andrà avanti la realizzazione di una parte importante del Piano Rinascita di Gelli e dei piani concordati a Bildelberg di spoliazione dei lavoratori di ogni loro diritto fino a cambiare il giuslavorismo da garante di diritti a summa di obblighi imposti ai prestatori d'opera. Non si farà lo sciopero generale chiesto dalla Fiom anche se Sacconi indica il carattere generale valevole per tutta l'industria italiana degli accordi fatti a Torino. Lo sciopero generale non si farà perchè ci sono patti parasociali al patto sociale stipulato a partire dagli incontri Marcegaglia- Epifani di Genova che lo vietano. Infatti la Camusso ha programmato una serie di ridicole e grottesche marcette per il lavoro di carattere territoriale per dare sfogo a quanti chiedono che si faccia qualcosa contro la crisi e contro l'attacco ai diritti.Ha ragione Cremaschi a paragonare quanto sta succedendo in Fiat agli eventi del 1925 che cancellarono il sindacato in fabbrica a vantaggio del corporativismo padronale sostenuto da Mussolini. Ma c'è di più e di peggio. C'è la truffa della newco e cioè della Fiat che cambia pelle come un serpente e si sostituisce a se stessa con altro nome per sfuggire agli obblighi assunti appunto come Fiat. Trattasi di un fumus, di una truffa realizzata sotto gli occhi di tutti con la complicità del mondo politico e confindustriale che ne ricava un esempio per fare altrettanto quando gli farà comodo. Ed anche della truffa del contratto aziendale, una invenzione da legulei per danneggiare i lavoratori ed imporre loro, nella continuità vera della impresa con denominazione diversa e con contratto diverso, condizioni financo anticostituzionali e del tutto illegali. La CGIL avrebbe potuto impugnare legalmente questa truffa che non bisogna essere dimostrata perchè è palese al pubblico. Se fosse ancora un Sindacato dei lavoratori avrebbe dovuto non riconoscere le newco della fiat come entità legittime. Ma nè la CGIL nè il PD si sognano di fare qualcosa del genere dal momento che sono inglobati sia pure con qualche apparente maldipancia nel gruppo che sta cambiando radicalmente la costituzione materiale ed il diritto del lavoro a vantaggio della imprenditoria che si è dato un programma che sta realizzando a tappe forzate dalla legge Biagi al collegato lavoro allo scippo pensionistico alla riforma della contrattazione. Perchè la CGIL fa tutto questo? Perchè ormai non è più se stessa. Ora è una holding, una conglomerata di partecipazioni societarie a centinaia e centinaia di enti bilaterali che gestiscono un badget di miliardi di euro e dispongono di migliaia di dipendenti molti dei quali ingaggiati con la legge Biagi. Gli interessi della CGIL sono oramai simili ed omologati a quelli della Confindustria e sono entrati in conflitto con quelli dei lavoratori.La dottrina dietro la quale si nasconde questa tumorale degenerazione è quella della sussidarietà che per prosperare ha bisogno di crisi sempre più acute del welfare. Ecco quindi che il conflitto si estende financo allo Stato sociale.Questa è la grande patologia italiana: Sindacati che sono compromessi con il padronato con legami assai forti in centinaia e centinaia di enti bilaterali ed un Parlamento fatto tutto di partiti favorevoli o strumenti della Confindustria. Nel mondo, ad eccezione degli USA, non è così: i sindacati stanno dalla parte dei lavoratori ed in Parlamento c'è quasi dappertutto un partito socialista o socialdemocratico o comunista che non tiene il sacco alla destra al potere.

Pietro Ancona

L’accordo di Mirafiori? Un attacco ai lavoratori. Il più grave dai tempi del fascismo


Il presidente del Comitato centrale della Fiom Giorgio Cremaschi attacca l'accordo sottoscritto fra la Fiat e le altre sigle sindacali: “E' come se Berlusconi dicesse che per risanare il bilancio bisogna cancellare le elezioni”. Poi si rivolge a Susanna Camusso: "Un errore cercare l'accordo con Confindustria"

“E’ la prima volta dai tempi del fascismo che si prova a togliere il diritto dei lavoratori ad eleggere i propri rappresentanti”. E’ un fiume in piena Giorgio Cremaschi, presidente del comitato centrale della Fiom. Il sindacato dei metalmeccanici della Cgil è l’unico a non aver sottoscritto l’accordo separato del 23 dicembre con il numero uno di Fiat-Chrysler Sergio Marchionne sul destino dello stabilimento torinese di Mirafiori.L’intesa, che ha ricevuto il via libera delle altre sigle (Fim, Uilm, Ugl e Fismic) prevede una serie di regole che vanno dall’orario di lavoro alle assenze per malattia (leggi l’articolo). Ma la novità più importante è che, con l’uscita da Confindustria, la NewCo che sorgerà dalle ceneri di Mirafiori non sarà più obbligata a riconoscere il contratto nazionale siglato con Federmeccanica. E così potrà anche abolire le relazioni sindacali stabilite dall’intesa tra industriali e sindacati confederali nel 1993, che prevede il diritto dei lavoratori di uno stabilimento di eleggere autonomamente i propri rappresentanti (che vanno a formare le Rappresentanze sindacali unitarie). Nella nuova azienda avranno voce in capitolo solo gli esponenti eletti da quei sindacati che hanno firmato l’intesa.E qui, per la Fiom, casca l’asino. Secondo Cremaschi, il patto di Mirafiori è il segno tangibile dell’avanzata dell’autoritarismo. “E’ come se Berlusconi dicesse che per risanare il bilancio bisogna cancellare le elezioni”. E affida il suo pensiero a un paragone storico: “E’ come il 2 ottobre del 1925, quando l’allora presidente del Consiglio Benito Mussolini assieme a Confindustria e ai sindacati fascisti firmò un accordo per l’azzeramento delle commissioni interne alle fabbriche”.Il patto di Mirafiori è stato però accolto in maniera positiva da molti ambienti politici e sindacali. A partire da Uilm e Fim-Cisl che, al contrario della Fiom, hanno firmato il documento, passando per il premier che ha parlato di accordo “innovativo, storico e positivo”, fino ad alcuni esponenti del Partito democratico.Cremaschi ce l’ha soprattutto con le due sigle: “Sono sindacati gialli, alle complete dipendenze della Fiat. Non è mai successo – continua il sindacalista – che due organizzazioni firmino un accordo di quella portata escludendone un altro. Che per giunta è il sindacato principale e più rappresentativo”.La tuta blu non risparmia colpi anche a quegli ambienti del centrosinistra, soprattutto piemontese, che hanno salutato positivamente l’accordo: “Non si può essere contro Berlusconi e a favore di Marchionne. Faccio un invito a tutti i politici del Pd che si sono detti favorevoli all’intesa di Mirafiori: vadano con Berlusconi. A partire dal sindaco di Torino Sergio Chiamparino”.In realtà le frizioni all’interno del sindacato riguardano anche la stessa Cgil. In un’intervista rilasciata oggi a Repubblica, il segretario generale Susanna Camusso ha detto che “la Fiom, possibilmente con la Cgil, dovrà aprire una discussione su questa sconfitta. Perché un sindacato non può limitarsi all’opposizione altrimenti rinuncia alla tutela concreta dei lavoratori”. Anche su questo punto Cremaschi non cede di un millimetro: “La Cgil doveva fare lo sciopero generale annunciato lo scorso 16 ottobre se è vero, come ha dichiarato la Camusso, che il disegno di Marchionne è autoritario e antidemocratico”. Un altro errore del neosegretario secondo il leader delle tute blu è quello di aver cercato un accordo con la presidente di Confindustria Emma Marcegaglia per isolare il numero uno del Lingotto. “Il risultato è che mentre la Fiat usciva dall’associazione degli industriali, il vicepresidente di Confindustria Alberto Bombassei entrava in Fiat Industrial”.Mercoledì prossimo è in programma un’assemblea straordinaria del Comitato centrale del sindacato dei metalmeccanici. All’ordine del giorno “le risposte da dare all’accordo che è la più grave violazione delle libertà sindacali dal 1945”. In quella sede, assicura Cremaschi, la Fiom metterà in piedi una strategia di lotta anche in campo politico e giuridico. “Perché quell’intesa viola una serie di articoli della Costituzione a partire dal primo”.Alla riunione del comitato si parlerà anche del referendum interno ai lavoratori dello stabilimento che sarà programmato dopo il 10 gennaio 2011. Una consultazione che ufficialmente la Fiom non riconosce anche se annuncia che organizzerà la tutela di quei lavoratori che intenderanno votare. “Più che un referendum è un plebiscito autoritario – conclude Cremaschi – La consultazione ha due obiettivi. Il primo sancisce la volontà dei lavoratori che, con la pistola puntata alla tempia, devono decidere di non avere più rappresentanze sindacali all’interno della fabbrica, il secondo è quello di fare fuori la Fiom che diventerà una sorta di organizzazione clandestina all’interno della Fiat”.Clandestina o meno, quello che in questi mesi la Fiom non è riuscita a fare è di contraddire l’assunto che le tutele dei lavoratori, così come formulate in Italia, sono un freno per il processi produttivi e industriali delle aziende. E forse è anche per questo che è rimasta sola a dire no all’accordo di Mirafiori. Un’analisi che Cremaschi rimanda al mittente: “La mia organizzazione sarà pur isolata nel Palazzo. Ma è il Palazzo e non la Fiom che non è in sintonia con il Paese. E le rivolte sociali di questo periodo non fanno che confermarlo”.

Lorenzo Galeazzi

fonte vignetta:http://metalmeccanico.blogspot.com

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