E ora tutti temono il contratto-ricatto

Intimoriti, guardinghi, ma non rassegnati. L’accordo di Mirafiori è una bella mazzata per gli operai toscani. Se Pomigliano poteva rappresentare un’eccezione, l’intesa di Mirafiori rischia di trasformare in regola un paradigma che tante tute blu stentano a digerire. Anche se nell’arcipelago delle piccole e microaziende lo spartito di Mirafiori, almeno per quanto riguarda turni, straordinari e flessibilità, si suona tutti i giorni, da anni.Nadia Perino lavora alla Mabro di Grosseto, un’azienda in liquidazione che sta per rinascere con un nuovo assetto e che ha dato vita ad una delle vertenze guida della regione. «La paura - ammette con franchezza - c’è, la si percepisce parlando tra di noi, anche perché è difficile scegliere tra la difesa dei diritti e la difesa del posto di lavoro. L’accordo di Pomigliano è indecente, ma non mi sento di criticare i lavoratori che l’hanno approvato. La cosa che temiamo di più è che possa passare una compressione del diritto di sciopero, che si tenti comunque di limitarlo e di rimetterlo in discussione».La Breda di Pistoia è uno dei bastioni del sindacalismo delle tute blu toscane, ma Diego Breschi, giovane rappresentante della Fiom nella Rsu, ammette che «se l’azienda cercasse di forzare la mano è difficile dire come potrebbe andare a finire». Per fortuna, aggiunge Breschi, la Breda non ha mai spinto e anche nell’ultimo accordo del 4 marzo scorso «è stata introdotta una maggiore efficienza, ma non a scapito dei nostri diritti e, comunque, restando sempre nell’alveo del contratto nazionale». Eppure, anche in Toscana le piccole Pomigliano e Mirafiori ci sono. Alla Magna di Guasticce, 606 dipendenti che producono serrature per auto, è stato recentemente siglato un accordo per ridurre le pause, i tempi morti e rendere più flessibili gli orari, sabato lavorativo compreso. Tutto ciò in cambio della garanzia di non licenziare nessuno per almeno due anni e mezzo. Anche alla Trelleborg di Livorno, che produce guarnizioni, è stata siglata un’intesa per gestire gli esuberi del magazzino che è stato chiuso. Un accordo molto faticoso, visto che in prima battuta il referendum è stato bocciato dai lavoratori. In mezzo al guado di una crisi spaventosa, molte certezze vengono ridimensionate. Michele Folloni della Eaton, ad esempio, è lapidario: «I diritti li hai, ma fino a quando continui a lavorare. Senza un posto di lavoro non ci sono neanche diritti. Oggi, se Marchionne si presentasse alla Eaton ponendo l’accordo di Mirafiori come condizione per rilevare l’azienda, credo che noi operai faremmo a botte per essere i primi a dire di sì». Del resto, alla Eaton nel 1996, ricorda Folloni, venne firmato un accordo che, in cambio dell’assunzione di molti giovani, introdusse il lavoro il sabato notte e la domenica che erano esclusi dal contratto nazionale.Crisi, però, non vuol dire resa. La Mabro vive una situazione di difficoltà, ma non per questo ha ceduto di un millimetro su questo fronte: «Per ora - aggiunge Nadia Perino - ci siamo fatti valere e abbiamo retto il colpo, ma adesso si aprirà una trattativa delicata per il rilancio dell’azienda ed ho paura che dovremo sacrificare qualcosa».Alla Magona, l’accordo di Mirafiori rimane indigesto a molti. «Scambiare i diritti con le promesse - dice Claudio Valacchi - è solo un modo per svincolarsi dai contratti nazionali e avere le mani libere: ma lo sciopero e la malattia retribuita sono diritti incomprimibili. Lo sciopero resta un caposaldo di libertà affermato dalla Costituzione». Ma anche alla Magona, la scelta tra diritti e sviluppo potrebbe essere lacerante e Claudio Valacchi lo riconosce: «In certe situazioni lo scambio è brutale e il lavoratore può essere indotto a pensare solo all’immediato piuttosto che guardare al futuro».Per Massimo Cappellini, della Rsu della Piaggio, «il rischio è che passi a un modello di relazione basato sul ricatto e non sul confronto. Anche alla Piaggio - spiega - c’è stato un accordo che è stato approvato solo grazie al voto favorevole degli impiegati, ma per quanto criticabile, non andava a mettere in discussione i diritti fondamentali». Il timore è che l’onda di Mirafiori arrivi anche a Pontedera: «Tutti si sentiranno legittimati a pretendere tutto». Diversa, invece, la situazione della Mtm di Guasticce: «Adesso c’è poco da togliere - dice Emanuele Cama - vistoche siamo in cassa integrazione, ma se la produzione dovesse tornare a tirare, allora saremmo noi a chiedere qualcosa». Per molte piccole aziende toscane, Mirafiori c’è già da un pezzo, soprattutto per quanto riguarda la flessibilità dell’orario, anche se il pagamento dei giorni di malattia non è mai stato messo in discussione. «Nell’indotto Piaggio - afferma Fabio Carmignani della segreteria della Fiom - ci sono molte aziende che lavorano per 24 ore, ma i turni sono spalmati su cinque giorni, mentre alla Fiat si lavorerà anche il sabato».

Carlo Bartoli

[Articolo "il tirreno" del 28 dicembre 2010]

fonte:http://iltirreno.gelocal.it/

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