venerdì 20 marzo 2015

La beffa del TFR in busta paga

Il governo da un lato si è fatto bello col cosiddetto “bonus fiscale”, facendo il pieno di voti per il PD alle elezioni europee di maggio 2014, dall'altro ha aumentato e aumenta le tasse e le tariffe dei servizi sociali. Il Governo Renzi con la legge cosiddetta di stabilità regala miliardi ai padroni, ai quali, col Jobs Act, dà licenza di seminare il terrore tra i lavoratori grazie alla più totale libertà di licenziarli. Sapendo, inoltre, che i salari sono sempre più di miseria, ha anche inventato lo stratagemma che i lavoratori possono richiedere il TFR in busta paga. Così, i lavoratori e le lavoratrici, per cercare di arrivare illusoriamente a fine mese, anziché aprire vertenze per aumenti salariali, rinuncerebbero a conservarsi il TFR per il momento dell'andata in pensione o della perdita del posto di lavoro e lo consumerebbero via via. E le imprese se la godrebbero beate e tranquille. 
PERCHÉ NO AL TFR IN BUSTA PAGA? 
1) Perché ci sono più tasse rispetto a quelle che si pagherebbero se si percepisse il TFR alla fine del rapporto di lavoro. 
2) Ci sarebbe, infatti, applicata la tassazione ordinaria Irpef (comprese le addizionali regionali e comunali), che è più pesante della tassazione separata applicata al TFR percepito alla cessazione del rapporto di lavoro. Per non parlare, poi, dell'eventuale riduzione degli assegni familiari e delle detrazioni fiscali per figli e coniuge a carico.
E pensare che non si batte ciglio di fronte a una evasione fiscale di 120 miliardi l'anno!  

COBAS PUBBLICO IMPIEGO
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