A Mirafiori ce ne siamo andati, una mattina di gennaio. Poche ore per sbaraccare 110 anni di storia:
i ritratti di Enrico Berlinguer e le foto di Bruno Trentin, sgombrate
in camion insieme con le bandiere. A Mirafiori come nel resto d’Italia,
nel silenzio generale, la Fiom è stata cacciata da
tutte le fabbriche Fiat. Siccome non abbiamo firmato il contratto
imposto da Sergio Marchionne, ci tolgono l’agibilità democratica.
Questo rito si compie con un accanimento che se non fosse drammatico risulterebbe farsesco. A San Mauro, alla CNH,
dove si producono le macchine di movimento terra, il nostro delegato,
Marco, mi ha raccontato che nelle notti tra il 25 e il 31 dicembre,
l’azienda ha approfittato del Natale per cambiare le serrature della
saletta sindacale. Alla Marelli di Caivano invece, è accaduta una cosa
buffa. Il nostro compagno, sei anni prima, era stato sottoposto a un
rito burocratico: gli era stato fatto firmare un documento di consegna
per le chiavi. Così, quando la Fiat gliele ha chieste indietro lui ha
preteso una richiesta scritta e una ricevuta firmata: mentre aspettava
ha traslocato.
La cacciata è stata simultanea, ma non ha ottenuto il primo effetto desiderato: spegnere un sindacato,
con la stessa facilità con cui si schiaccia un moscerino. La risposta
dei nostri compagni in queste ore è commovente. Mi ha chiamato Mauro,
dalla Iveco di Mantova: davanti allo stabilimento la Fiom è in una
roulotte della Protezione civile, intervenuta su richiesta del sindaco.
Anche a Pregnana Milanese, dove si producono motori speciali, siamo
ospiti della Protezione civile, in una tenda per terremotati (per
fortuna riscaldata!). Non è curioso? L’emergenza della rappresentanza
è considerata più drammatica da chi si occupa di calamità naturali, che
dai leader del centrosinistra. A Brescia i nostri compagni sono molto
organizzati. Davanti all’ingresso della Iveco hanno montato una casetta
prefabbricata attrezzata come ufficio. Anche a Torino ci siamo dovuti
ingegnare: il camper della Fiom le 16 porte aperte da cui (quando
riescono a lavorare) entrano gli operai. A Modena, dove si costruiscono
marchi del lusso, è arrivato un altro camper. A Pomigliano, con un
bellissimo gesto di solidarietà, i pensionati dello Spi ci hanno
regalato un camion-ufficio. In queste ore siamo appoggiati con i nostri
delegati nei patronati e negli uffici vertenze, per non far venire meno i
servizi fiscali che da sempre offriamo agli operai. Mi è difficile
capire perché in questo Paese opinionisti, grandi giornali, conduttori
dei programmi di informazione non si accorgano che questa diaspora non è
solo un atto di violenza fisica, ma una sospensione dei diritti per
molti lavoratori imposta interpretando in modo improprio l’articolo 19.
In tutte queste fabbriche, nella maggior parte delle quali siamo il
primo sindacato, il nostro tesseramento è stato cancellato, non
riconosciuto dalla Fiat, ai fini della trattenuta in busta paga.
Che significa? Un bel paradosso: a gennaio l’azienda pagherà
regolarmente (e giustamente) a Cisl e Uil, e anche ai Cobas le
trattenute dei suoi iscritti, ma si rifiuta di consegnare a noi quelle
dei nostri. Come mai? Perché la Fiat si rifiuta di fare da sostituto di
imposta per il sindacato. E questo malgrado noi, con uno sforzo
straordinario, abbiamo rifatto il tesseramento da zero in tutti gli
stabilimenti. Di più: l’azienda rifiuta di ricevere raccomandate con le
deleghe per coloro a cui girare l’incasso delle trattenute, e siamo
stati costretti a inviarle attraverso ufficiali giudiziari. Abbiamo
eletto in tutti gli stabilimenti le nostre rappresentanze sindacali: ma
la Fiat non le riconosce. Così ricorre al ridicolo escamotage di farci
scrivere per ogni fabbrica da uno studio di avvocati, dicendoci che non
ne abbiamo diritto.
In virtù di questo accordo non ci è permesso di affiggere in fabbrica nemmeno un volantino.
Dopo l’applicazione del “contratto Marchionne”, infatti, sono state
sbullonate delle bacheche di ferro battuto affisse alla Liberazione, nel
1946. Nemmeno Vittorio Valletta
si era spinto così oltre. Certo, non ci siamo fatti intimidire: abbiamo
iniziato a fare attività durante la pausa mensa e durante le pause alle
macchinette del caffè, persino negli spogliatoi, dove il divieto di
propaganda e informazione non può essere applicato, perché la legge 300
consente proselitismo sindacale, in tutti gli spazi in cui non si interrompe la produzione.
Ecco perché i lavoratori hanno ripreso a fare i giornali parlati con i
megafoni, durante l’orario del pasto, davanti agli occhi increduli dei
capireparto. Visto che il diritto di sciopero non può essere – per
fortuna – cancellato, sono state dichiarate le prime serrate, convocate
con cartelloni attaccati con lo scotch ai cancelli esterni delle
fabbriche. Questo non succede in qualche reparto di confino, ma in 80
stabilimenti italiani, per 86 mila lavoratori usciti, con un colpo di
penna di Sergio Marchionne, dal contratto nazionale e dai diritti
elementari che quel contratto garantiva. In queste condizioni abbiamo
raccolto 20 mila firme per un referendum sul contratto.
L’azienda non ha ancora risposto a questa richiesta di un rito
democratico, che lei stessa ha brandito come una clava a Mirafiori e a
Pomigliano (quando ancora pensava di vincere a mani basse) e ora nega
(perché evidentemente teme di perdere).
Vorremmo chiedere a Bersani, a Vendola, a Di Pietro e anche a Casini,
di chiedere che sia sanato un deficit di democrazia. A Mirafiori gli
impianti – stando a quello che aveva promesso la Fiat – avrebbero già
dovuto produrre il monovolume LO, che invece sarà fatto in Serbia, con
buona pace dello spot tutto spaghetti e tricolore che reclamizza la
Nuova Panda. E’ la prima grande diaspora sindacale dopo
il fascismo: dal 1891 a oggi, solo un regime era riuscito a cancellare
la presenza della Cgil nelle fabbriche. Colpisce che le reazioni siano
timide o nulle, con l’importante eccezione dell’interpellanza presentata
da Sergio Cofferati e Andrea Cozzolino al Parlamento europeo, seguita
da una dei deputati Pd e Idv a Montecitorio. Cosa pensa il ministro
Fornero? Ci piacerebbe che Il Fatto tenesse alta l’attenzione,
che chiedesse ai leader del centrosinistra, se una nuova stagione di
buongoverno non debba essere preparata prima di tutto, da una lotta per i
più elementari diritti democratici.
Giorgio Airaudo
[Articolo su Il Fatto Quotidiano, 26 Gennaio 2012]

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