L’ipotesi di contratto siglata da ABI e dalle OOSS per il
rinnovo del CCNL delle lavoratrici e dei lavoratori del credito va
respinta perché lesiva degli interessi dei lavoratori, totalmente
diversa dalla piattaforma presentata che aveva raccolto il 98% dei
consensi ed è il frutto di un modello concertativo debole e subalterno
con l’assunzione acritica da parte del sindacato delle posizioni delle
banche.
Con l’accordo i bancari perdono il recupero inflattivo del biennio
2009/2010, non percepiscono alcun incremento retributivo per il 2011 (
inflazione al 2,8) e per i primi sei mesi del 2012. Si tratta di un
danno stabile e permanente, mentre la scansione delle tranches
porterà solo alla fine della vigenza contrattuale, tra l’altro
prolungata, al recupero dell’inflazione prevista. Analogo discorso vale
per la sospensione degli scatti di anzianità. La sterilizzazione, poi,
del trattamento di fine rapporto e della previdenza integrativa, oltre
ad essere una misura mai praticata in precedenza, rappresenta una
lesione di diritti e di legittima aspettativa sul futuro.
Queste misure riducono drasticamente le retribuzioni e il potere
d’acquisto e favoriscono la fase economica recessiva che vedrà nei
prossimi due anni, secondo le più autorevoli istituzione economiche
europee e mondiali, il PIL italiano in diminuzione e con valori
inferiori allo zero. Non bisogna scomodare economisti come Wolf o
Krugman, basta leggere sul Corriere della Sera e sul Sole 24 ore i
liberisti Alesina e Giavazzi, per sapere che per impedire o allentare la
recessione è indispensabile incrementare salari e stipendi per favorire
la domanda interna ed i consumi. La scelta fatta, dunque, impoverisce
strutturalmente i lavoratori e, per di più, si rivela pro ciclica,
ovvero aggrava la recessione.
L’intesa si rivela peggiorativa dell’accordo sul modello
contrattuale del gennaio 2009 che la CGIL si rifiutò di firmare e contro
il quale organizzò assemblee, manifestazioni e scioperi perché lo
riteneva non sufficientemente tutelante sul terreno economico a causa
dell’indicatore scelto ( IPCA depurata dell’inflazione importata) ,
indeboliva il CCNL con la previsione delle deroghe e tendeva a dividere
ulteriormente il mercato del lavoro tra giovani e anziani garantiti.
Il nostro contratto prevede aumenti inferiori all’IPCA depurata,
introduce il salario d’ingresso, consente nella contrattazione
integrativa deroghe al CCNL su prestazione lavorativa, orario di lavoro e
organizzazione del lavoro. Proprio per questi aspetti l’accordo
rappresenta la sostanziale continuità con quanto concordato a suo tempo
tra INTESA/S.PAOLO e le altre OOSS del settore che, per incrementare di
150 unità l’occupazione, stabiliva che l’assunzione dei giovani potesse
avvenire solo con una riduzione salariale e l’allungamento dell’orario
di lavoro. La FISAC, con il pieno mandato e la forte sollecitazione del
segretario generale della CGIL Guglielmo Epifani e del segretario
confederale responsabile del settore , Fabrizio Solari, non condivise
l’impostazione dell’Azienda e non sottoscrisse l’accordo.
Questi sacrifici, sono imposti ai lavoratori sulla base delle
posizioni di ABI e supinamente accettata dalle OOSS e che sono fondate
su chiare ed evidenti falsificazioni.
Il leit motiv , abilmente orchestrato in questi mesi, è che
la crisi odierna ha gli stessi aspetti di quella del 96/99 e richiede
pertanto analoghi provvedimenti ; le aziende di credito sono in
gravissime difficoltà per la sottocapitalizzazione derivante
dall’andamento dei corsi di borsa; le banche hanno largamente sostenuto
in questi anni l’economia e le imprese con il conseguente grave
deterioramento dei crediti; la crisi di liquidità a livello europeo,
congiunta alle decisioni dell’EBA ( European Banking Association)
impedisce il finanziamento dell’industria; le banche sono soggetti
eticamente responsabili e i loro comportamenti sono stati ispirati a
soddisfare al meglio i bisogni della clientela e a sostenere l’economia
del Paese e per questo è necessario ridurre drasticamente il costo del
lavoro, abbassare le tutele, svalorizzare i diritti, derogare dal CCNL,
ridimensionare il potere del sindacato.
Il comportamento delle banche in questi anni è sotto gli occhi di
tutti: non occorre essere consumati analisti, occhiuti osservatori,
pervicaci critici, moralisti intransigenti per valutare dati semplici,
oggettivi, di piena intelligibilità e giudicare di conseguenza. Perché
non l’hanno fatto le organizzazioni del settore, compresa la FISAC?
Questo rimane un irrisolto mistero.
Fine anni 90 uguale 2011? Queste fatue lepidezze vanno lasciate
all’ineffabile avvocato Mussari, presidente di MPS ed ABI. A quel tempo
la crisi era tale che il segretario generale della CGIL , Sergio
Cofferati, intervenne al Direttivo Nazionale della FISAC sollecitando
con parole molto persuasive i nostri quadri a “ far tutto il possibile e necessario per rimuovere il piombo dalle ali dello sviluppo economico e sociale dell’Italia”. Il piombo, ovviamente erano l’arretratezza e le difficoltà delle nostre banche.
In quegli anni si dissolse il sistema creditizio meridionale. Il
salvataggio del Banco di Napoli che aveva registrato 5.000 miliardi di
perdite in due anni e del Banco di Sicilia , tecnicamente falliti, il
default pilotato di Sicilcassa e dell’Isveimer costarono decine di
migliaia di miliardi di lire ai contribuenti italiani e fu necessaria
una legge dello Stato, promossa da Ciampi e Cavazzuti, per consentire la
ricapitalizzazione da parte del Tesoro, la costituzione di una bad bank alla quale conferire sofferenze e crediti incagliati. Per le altre banche meridionali una stringente moral suasion della Banca d’Italia convinse alcuni istituti di credito ad intervenire per acquisirne la proprietà.
A quel tempo le banche avevano dimensioni circoscritte, erano oltre 1600 ; leverage
molto alto, patrimoni critici, le Fondazioni gestivano direttamente le
banche; il ROE era negativo nel 40% degli istituti e la media nazionale
era dell’1,5% ; il rapporto tra costo del personale e utile netto
oscillava tra 15 e 17; la dimensione internazionale era affidata ad
alcune filiali e uffici di rappresentanza.
Oggi il numero delle banche è di circa 800 e 63 sono i gruppi
bancari; i primi 5 gruppi sono considerati da analisti e agenzie di
rating too big too fail; i patrimoni stabili, ampi e con un core tier one superiore a 7; le operazioni cross-over realizzate hanno portato a numerose partecipazioni e all’acquisizione diretta di importanti banche di altri Paesi; il leverage
è tra i più bassi in Europa ed è la metà della media delle grandi
banche europee; il rapporto tra costo del personale e utili netti si
attesta al 2,8/3 ed è inferiore al 1984 . La solidità dei nostri
istituti è confermata dagli stress test, dalla banca d’Italia, dalle
dichiarazioni cicliche degli stessi Amministratori delegati che
ribadiscono la siderale distanza tra il nostro sistema e quello europeo
ed americano. Infine, ma non per ultimo dalla costante e significativa
lievitazione di premi e retribuzioni per il top management.
Accomunare e trovare somiglianze tra le due fasi ha un’unica,
distorcente finalità: colpire il lavoro e i lavoratori. Non è superfluo
ribadire che il 97/99 si chiuse con due straordinarie acquisizioni:
l’area contrattuale e il fondo di solidarietà del settore. Conquiste che
hanno permesso di difendere i connotati specifici dell’attività
bancaria, tutelandone inquadramenti- contenuti professionali –
retribuzioni e una radicale riorganizzazione del settore senza
macelleria sociale, garantendo uscite contrattate, volontarie,
incentivate e serene.
Le aziende di credito corrono gravi rischi perché le loro azioni
hanno subito una robusta diminuzione di valore? Confondere l’andamento
di borsa che, come tutti sanno corrisponde a logiche speculative, di
brevissimo respiro, di grande mutevolezza, di emotività dei mercati con
il valore reale degli assets bancari è errore grossolano e
marchiano, frutto o dell’ignoranza o di tendenziose finalità. Qualcuno
può realmente pensare che il solo Banco di Santander equivalga ai
nostri primi cinque gruppi più Mediobanca? Che gli stessi gruppi più
Mediobanca valgano realmente 38 miliardi? C’è bisogno di studi ponderosi
e meditati per sapere che il solo capitale di questi aggregati
finanziari è di ben quattro volte superiore alla capitalizzazione di
borsa? Qualcuno si è accorto che il valore di mercato del Banco Popolare
corrisponde ad un decimo di quello reale e che per il Monte Paschi
questo rapporto scende a un dodicesimo? L’unico pericolo che potrebbe
discendere da una quotazione azionaria bassa è quello di eventuali
scalate , ma questo, come è ampiamente noto, non è possibile per le
banche italiane che vivono all’interno di un sistema ultra regolamentato
che rende impraticabili OPA ostili e che prevede per partecipazioni di
quote superiori al 10% l’autorizzazione della Banca d’Italia. Al di là
di queste elementari considerazioni occorrerebbe sempre spiegare come
una robusta riduzione del costo del lavoro possa modificare e migliorare
le performances azionarie, se non aderendo in toto alle aberranti logiche degli analisti finanziari e del Moloch mercato.
Le banche hanno generosamente e largamente sostenuto il nostro
sistema industriale con conseguente grave deterioramento dei crediti e
altissima rischiosità patrimoniale? Basta consultare i bollettini della
Banca d’Italia per avere esatta certezza del contrario e le parole del
governatore Visco sono chiare in tal senso: “ L’attuale configurazione dei tassi d’interesse rende molto difficile la trasmissione degli impulsi della politica monetaria”.
Tradotto in concreto questo aulico linguaggio vuol dire che le banche
finanziano poco sia il segmento delle famiglie che quello delle imprese e
praticano tassi esorbitanti nonostante le copiose iniezioni di
liquidità a costi inesistenti immesse nel sistema. Pochi esemplificativi
dati sono più che sufficienti: al 31.12.2011 gli impieghi sono
cresciuti del 2,2%, un punto in meno rispetto all’inflazione e la parte a
breve termine è di tre volte superiore nei confronti di quella a
medio-lungo termine. Gli interessi passivi , quelli verso la clientela,
sono aumentati del 2% e quelli attivi del 4,82% , la forbice si è
attestata a 31 punti in più sopra la media del 2010. Questi indici
significano restrizione del credito e strangolamento dell’economia,
inoltre a partire dal mese di aprile gran parte delle posizioni sono
state messe al rientro, non solo gli sconfinamenti, ma anche le aperture
di credito ordinarie. Il deterioramento del credito, dato fisiologico
in una fase recessiva, non ha l’andamento di gravissimo allarme
perennemente urlato da ABI e le sofferenze nette sono costanti su base
annua. Particolarmente indicativa è la lettura delle singole componenti.
Infatti, si evidenzia come la parte più critica sia determinata dai
crediti ristrutturati, ovvero dalla trasformazione dei crediti in
capitale di partecipazione, che dal 2008 al terzo trimestre del 2011
sono triplicati. Questa tipologia di crediti non è quella diretta verso
le piccole e medie aziende, fulcro del tessuto industriale italiano, ma
verso i grandi gruppi immobiliari, finanziari e assicurativi. Sono
frutto di precise strategie politiche, non creditizie, ed hanno identità
note. Sono il miliardo di Mediobanca e i 700 milioni di Unicredit
versati nel pozzo PREMAFIN/FONSAI, sono i miliardi del salvataggio
ALITALIA, sono le centinaia di milioni verso la TASSARA di Zaleski,
Mariella Burani, Pirelli Re e così via. Sono i dati che hanno fatto
scrivere a Salvatore Bragantini sul Corriere della Sera del 19 gennaio
:” Molte banche finanziano anziché imprese, giochi di potere finanziario e camarille immobiliari”.
Parole più chiare e definitive non era possibile dire per illustrare su
come il nostro sistema creditizio interpreti la missione di sostegno
delle imprese.
Sui problemi di liquidità che si sono registrati negli ultimi mesi va
preventivamente chiarito che essi sono il frutto della crisi del network
di fiducia tra le banche. Non è certamente un caso che, mentre tutti i
banchieri invocavano interventi salvifici, contemporaneamente la BCE al
31 dicembre registrava il record di depositi ( 452,3 miliardi)
praticamente infruttiferi. La stessa BCE stima in oltre 500 mld. la
liquidità disponibile al netto dei coefficienti di riserva obbligatori e
dei cosiddetti fattori autonomi, quindi un fiume di denaro
intrappolato, però, dalla reciproca sfiducia. In ogni caso, alla stessa
data le banche italiane dichiaravano un aumento dei depositi dell’1,4%
su base annua e del 5,7% delle emissioni di bond, tutte tranquillamente
collocate. Ogni preoccupazione di funding è stata alla fine
risolta dai 116 mld. della BCE all’1% e dai 40 mld. di collaterali
integralmente garantiti dallo Stato, senza considerare che per la fine
di febbraio è prevista una nuova, analoga somministrazione, al punto
tale che il Sole 24 Ore del 23 dicembre titolava a caratteri cubitali :”
Alla lotteria della BCE vincono solo le banche”.
Liquidità abbondante, tassi di remunerazione irrisori,
consentirebbero un immediato, indispensabile ed efficace rilancio degli
investimenti, ma non esiste certezza che ciò accadrà. Chi potrà
garantire che le banche non impiegheranno tali ingenti risorse per
rimborsare le loro obbligazioni in scadenza nel 2012 verso gli
investitori istituzionali? E’ un puro caso che Intesa/S.Paolo, abbia già
prelevato dalla BCE 12 mld. che sono l’esatto equivalente del suo
debito in scadenza quest’anno verso gli investitori istituzionali? E chi
sorveglierà per impedire che la liquidità offerta dalla BCE non servirà
agli istituti di credito per ricomprare le proprie obbligazioni a
prezzi di saldi di fine stagione? Se qualcuno si aspetta un
comportamento socialmente responsabile da parte dei banchieri è un
illuso. Esemplare in tal senso è quanto accaduto il 28 novembre del
2011. Una pervasiva campagna mediatica ha informato la comunità
nazionale che, per sostenere l’allocazione del debito pubblico in quel
giorno, le banche avrebbero consentito la sottoscrizione dei B.T.P.
senza costi aggiuntivi e spese di servizio. Il BTP day era stato
definito , in realtà quella data corrispondeva al giorno precedente
alla nuova emissione di titoli del Tesoro e che, quindi, alla clientela
sono state vendute vecchie emissioni con interessi minori e già in
portafoglio alle stesse banche che il giorno successivo hanno acquistato
i nuovi BTP lucrando sul differenziale degli interessi. E’ questo il
modo di servire la collettività e di contribuire al salvataggio e al
risanamento del Paese?
E che dire dell’invito del presidente Mussari ai manager perché
nei prossimi anni contengano i loro emolumenti? Un corale inchino
sindacale, un’accorata lettera di ringraziamento delle segreterie
nazionali, parole entusiastiche di riconoscenza per un comportamento
così responsabile, così eticamente orientato. Peccato, però che quelle
retribuzioni avessero già toccato vertici intollerabili, che avessero
profondamente leso principi di razionalità e di equità, che avessero
modificato in modo improprio il rapporto tra gli stipendi dei lavoratori
e quelli dell’alta dirigenza. Secondo l’accordo sottoscritto i bancari
dovranno rinunciare al differenziale inflattivo per il 2010 e agli
aumenti per il 2011, ma negli stessi anni manager e dirigenti
quanto hanno intascato di premi, incentivazione e ad personam? Un atto
di civiltà sarebbe se questi dati fossero resi noti e se quei soldi
fossero restituiti, solo allora si avrebbe un segno inequivocabile che
qualcosa sta cambiando. E che pensare di soggetti che hanno come pratica
costante l’evasione fiscale? E’ un lungo elenco quello delle banche che
hanno sottoscritto con l’Erario accordi transattivi relativi ad
arbitraggi fiscali. Apre, come al solito, Intesa/S.Paolo che a fronte di
un miliardo d’imposte se l’è cavata con 270 milioni e chiude il CREDEM
che con 54 mln. ha sanato un contenzioso ben più alto. Senza considerare
che dall’allineamento dei valori di bilancio a quelli fiscali hanno
ricavato ISP 2 mld. ; UNICREDIT 1 mld. ; MPS 291 mln. ; UBI 377 mln. ;
Banco Popolare 203 mln. ; BIPER 60 mln. e così via.
Per queste banche, per questo modo di esercizio del credito, per questi manager,
per questa elevata sensibilità sociale le lavoratrici e i lavoratori
dovranno sostenere pesanti sacrifici economici con la sospensione degli
scatti di anzianità e la sterilizzazione del T.F.R. che dovrà essere
calcolato solo sullo stipendio e gli scatti di anzianità; accettare
orari di sportello che inizino alle 7 e si concludano alle 22; essere
disponibili a intensificare ulteriormente le prestazioni senza alcuna
contropartita; rinunciare ad una giornata di permesso o ad una festività
soppressa per sovvenzionare da soli un fondo per un’ eventuale e
improbabile nuova occupazione e consentire che la gestione dello stesso
sia condivisa con ABI; subire la totale fungibilità nell’Area Quadri;
tollerare che i contratti aziendali e/o di gruppo possano abbassare le
tutele e le previsioni stabilite dal Contratto nazionale; accettare una
revisione degli inquadramenti che li renda ancora più flessibili e
adeguati ai mutati assetti tecnici- organizzativi- produttivi?
Infine, i due punti più qualificanti.
Le parti contrattuali hanno convenuto sulla necessità di operare un
ulteriore innalzamento di produttività nel settore e a tal fine andranno
finalizzati specifici riassetti organizzativi come quello del
prolungamento dell’orario di sportello. Ma hanno cognizione di quali
siano i ritmi, lo stress, le incalzanti pressioni commerciali, il
rischio ai quali sono sottoposti quotidianamente i lavoratori? Se non
lo sanno lo possono apprendere dal titolo a tutta pagina del Sole 24
ore del 24 dicembre :” Le pressioni commerciali non vanno in vacanza”
. E’ veramente strano e inconsueto che l’organo di stampa di
Confindustria abbia una consapevolezza dello sfruttamento in banca che,
invece , sfugge alle organizzazioni sindacali.
Cosa pensare, poi, di quello che è il fiore all’occhiello del
contratto, l’impegno etico e sociale, ovvero del Fondo per l’occupazione
che, alimentato solo dalla contribuzione dei lavoratori, dovrebbe
garantire nei prossimi anni svariate migliaia di nuove assunzioni?
Qualcuno è al corrente che, sulla base dei piani industriali e degli
accordi già sottoscritti nelle aziende e nei gruppi, è prevista da qui
al 2015 una riduzione degli organici per 16.556 addetti? Sono stati
letti i dati forniti da ABI e che indicano che le operazioni allo
sportello nel 2011 sono diminuite del 33% e che per il 2012 è prevista
un’ulteriore diminuzione del 15% a causa dell’innovazione tecnologica ,
dell’estensione dell’home banking e dei bancomat cosiddetti
intelligenti? Di cosa si dovranno occupare, quali attività svolgere
questi virtuali nuovi assunti? Come saranno utilizzate le risorse
accumulate in carenza di assunzioni? La spiegazione, come sempre, è
nell’ultimo paragrafo dove è scritto che il Fondo può intervenire per
integrare le riduzioni di orario determinate dalla cosiddetta
solidarietà espansiva. I lavoratori , esclusivi contributori del fondo,
si pagheranno di tasca loro e in quota parte le riduzioni di orario che
le aziende invocheranno per far fronte a cosa? All’insopprimibile
bisogno di ulteriori esuberi, alle inevitabili riduzioni del costo del
lavoro perché le banche possano continuare ad essere competitive,
sostegno dell’economia, operatori etici e socialmente responsabili ,
così come lo sono state fino ad oggi.
Quale titolo si addice meglio ad una simile sceneggiatura? “ Pacco, doppio pacco e contropaccotto “ di Nanni Loy o ” Non ci resta che piangere”
di Benigni e Troisi? Considerato il percorso seguito dall’approvazione
della piattaforma a questa conclusione e tenendo conto delle norme a suo
tempo sottoscritte dalle organizzazioni sindacali del settore
speriamo che almeno su questo dilemma i lavoratori vengano ascoltati e
la loro opinione possa essere vincolante.
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