La pasionaria della Piaggio acciuffa la pensione

La pasionaria della Piaggio acciuffa la pensione, ma non mancherà l’appuntamento con la piazza. «Vado via a testa alta, ma lunedì sarò allo sciopero sicuramente». È la promessa con cui la 60enne Angela Recce, entrata in fabbrica a 29 anni (dopo aver lavorato per un decennio in un’altra azienda) e uscita con 41 anni di contributi si congeda dai colleghi. Anzi compagni. Perché la sindacalista è da sempre una delle voci della sinistra Fiom. Esce dal cancello della fabbrica ma non ha nessuna voglia di sentirsi privilegiata: «Mi sono guadagnata la pensione, rimanendo sempre a fianco degli operai, nonostante abbia avuto tante offerte per entrare in politica». Recce ha vissuto il dramma del trasferimento di Piaggio a Nusco. Ha visto alternarsi gli Agnelli, poi il fondo internazionale e infine Colaninno. Ha parlato davanti a Cossutta e Ingrao, è stata espulsa dalla Fiom insieme a tanti altri e poi reintegrata a furor di popolo. Alla festa di congedo tra i regali riceve una pergamena con il riadattamento di “Bella ciao” inventato dai compagni di mille proteste: “E dopo Monti e Colaninno, o soldi ciao, soldi ciao, soldi ciao ciao ciao. E dopo i tagli e le pensioni, cosa mai ci resterà?”. «Angela ci mancherà - dice Andrea Parra, delegato Fiom nella Rsu - anche se sappiamo che ci darà sempre una mano nella nostra attività». In una lettera, tutto il resto del gruppo ha scritto che Angela «è meritevole della più sincera ammirazione». La speranza di Angela è che i lavoratori si uniscano per lottare insieme: «Vorrei che metalmeccanici e operai delle altre categorie si unissero sempre di più, perché il momento è molto difficile». Lo sa bene chi si è visto la pensione scivolare tra le dita. «Avrei voluto festeggiare anch’io - dice in lacrime Caterina Pecoraro di Pontasserchio - perché l’anno prossimo sarebbe toccato a me. Però con la nuova manovra i miei 33 anni di contributi all’età di 61 anni non serviranno. Dovrò rincorrere la pensione e questo non è giusto, perché a pagare sono sempre i soliti». 


Andreas Quirici 

[Articolo sul Il tirreno del 8 dicembre 2011] 

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