Quello di Marchionne è un progetto industriale/globale in campo già da diversi anni, che ridimensiona il ruolo dell’Italia negli equilibri manifatturieri del Gruppo. Le polemiche di questi giorni sono solo fumo negli occhi
In un’intervista a Repubblica, l’ad della Fiat Sergio Marchionne annuncia nuovi investimenti per impianti e produzione in Serbia; investimenti, sottolinea Marchionne, che “con sindacati più seri” sarebbero finiti a Mirafiori, Torino, Piemonte, Italia.
L’impressione, però, è che i sindacati italiani non c’entrino molto, se non quasi nulla, con le nuove strategie globali del “Fiat Group” non-più-semplicemente-Fiat (Fabbrica italiana automobili Torino del tempo che fu). Che tirarli in ballo per spiegare che è colpa loro se un miliardo di euro finiscono in Serbia invece che in Italia sembra molto un tentativo di additare all’opinione pubblica italiana un capro espiatorio (scapegoat, casomai l’international Marchionne dovesse leggerci) per situazioni, azioni e scelte che hanno tutte altre cause.
Alcuni mesi fa – prima dei licenziamenti a Termoli e Melfi, e prima di Pomigliano – abbiamo pubblicato un’analisi che vale la pena rileggere per capire cosa succede oggi e dove sta andando la Fiat.
Davide Orecchio
fonte:http://www.rassegna.it
In un’intervista a Repubblica, l’ad della Fiat Sergio Marchionne annuncia nuovi investimenti per impianti e produzione in Serbia; investimenti, sottolinea Marchionne, che “con sindacati più seri” sarebbero finiti a Mirafiori, Torino, Piemonte, Italia.
L’impressione, però, è che i sindacati italiani non c’entrino molto, se non quasi nulla, con le nuove strategie globali del “Fiat Group” non-più-semplicemente-Fiat (Fabbrica italiana automobili Torino del tempo che fu). Che tirarli in ballo per spiegare che è colpa loro se un miliardo di euro finiscono in Serbia invece che in Italia sembra molto un tentativo di additare all’opinione pubblica italiana un capro espiatorio (scapegoat, casomai l’international Marchionne dovesse leggerci) per situazioni, azioni e scelte che hanno tutte altre cause.
Alcuni mesi fa – prima dei licenziamenti a Termoli e Melfi, e prima di Pomigliano – abbiamo pubblicato un’analisi che vale la pena rileggere per capire cosa succede oggi e dove sta andando la Fiat.
E ancora:“Fiat Group – scriveva Fernando Liuzzi – non è solo il nuovo nome della vecchia casa torinese: è la sintesi della volontà di sopravvivenza di una multinazionale che spazia dallo stabilimento di Betim, in Brasile, a quello di Tichy, in Polonia, e tiene insieme la serba Zastava con l’americana Chrysler. E mantiene la plancia di comando a Torino”.
Quello di Marchionne è un progetto industriale che prescinde dalla posizione di questo o quel sindacato, o dalle dichiarazioni di questo o quel sindacalista. È un progetto globale in campo già da diversi anni, che ridimensiona il ruolo dell’Italia negli equilibri manifatturieri del Gruppo. Perché la Fiat non ha l’onestà di ammetterlo?“La Fiat non pensa più a se stessa come alla maggiore impresa metalmeccanica italiana. La Fiat, ormai, ha scelto di essere una delle maggiori imprese multinazionali dell’auto. Certo, una multinazionale basata in Italia. Ma un’impresa italiana è una cosa, una multinazionale il cui quartier generale è collocato in Italia è un’altra cosa. Perché nel primo caso, anche se l’impresa in questione non agisce solo all’interno del mercato domestico, e si proietta verso l’esterno, il suo gruppo dirigente continua a pensarsi nei termini tradizionali: noi siamo qui e dobbiamo penetrare anche altrove. Nel secondo caso, la differenza tra il qui e l’altrove viene cancellata. Il mercato mondiale diventa uno scenario unico”.
Davide Orecchio
fonte:http://www.rassegna.it
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