Le imprese «all'italiana» falciano posti

La crisi sta abbattendo tanti call center, e dove non arriva, ci pensano gli imprenditori italiani - quelli del genere Eutelia-Omega - a lasciare i lavoratori in mezzo a una strada. L'allarme arriva dalla terza assemblea nazionale dei call center, organizzata a Roma dalla Slc Cgil (dopo le prime due edizioni di Torino e Napoli). E se fino a un anno fa il problema poteva essere la gestione delle stabilizzazioni seguite alla riforma del settore avviata dal governo Prodi e dall'ex ministro del lavoro Cesare Damiano, oggi tra gli operatori non senti parlare di altro che di cassa integrazione, mobilità, o peggio ancora di assenza dello stipendio, come è avvenuto per esempio per i tanti travolti dalle vicende giudiziarie di Phonemedia (e del gruppo Omega). Un altro grosso problema sono gli appalti al massimo ribasso, in voga tra le amministrazioni pubbliche e che dunque abbassano i prezzi anche nel privato: risparmi che vengono scaricati sui lavoratori e sulle loro condizioni, con un aumento dei carichi e con situazioni di precariato e di sotto-stipendi sempre più critiche.
Della crisi parla Daniele Corchidi, dipendente Telecontact ma in questo periodo in distacco per il sindacato: «Ho visto chiudere tanti call center - dice - Ci sono 2500 posti persi alla Phonemedia, tra Catanzaro e Vibo Valentia: i lavoratori sono ancora in cassa. E se pensiamo che Catanzaro ha 100 mila abitanti, si può capire che ogni famiglia ha almeno una persona coinvolta: era la prima azienda della città». In Calabria i call center danno lavoro a 12 mila persone, o meglio davano: «Ci sono almeno altri 700 posti a rischio alla Jonitel di Cosenza, alla Giary group di Siderno, alla Blue call di Rende e Catanzaro - continua Corchidi - E 500 contrattisti a progetto in bilico. Da 2-3 mesi in queste aziende non si pagano stipendi, così molti si dimettono. Il settore si sta sfaldando, e ormai noi più che fare i sindacalisti "contrattualisti", passiamo le giornate tra la Procura e la ricerca di ammortizzatori sociali». Reggono soltanto i grossi gruppi, come Abramo e Telecontact.
Messo meglio è il gruppo Almaviva, proprietario tra gli altri di Atesia, il call center che qualche anno fa richiamò l'attenzione dei media per il bubbone «precariato»: circa 8000 dipendenti tra Roma, Milano, Napoli, Palermo e Catania, nella capitale dà lavoro a 2400 persone. «Non è che siano rose e fiori - dice la delegata Slc Cgil Barbara Cosimi - ma se non altro non dobbiamo vedercela, almeno per il momento, con cassa integrazione emobilità. Le commesse sono grosse e sembrano reggere. E anzi proprio nei prossimi giorni abbiamo un incontro per il passaggio di molti operatori da 4 ore giornaliere a 6: ben mille ne hanno fatto richiesta». Uno dei grossi problemi della stabilizzazione, qualche anno fa, fu proprio l'orario di lavoro: solo 4 ore, per stipendi mensili che sfiorano i 600 euro. Con 6 ore, le buste paga arriverebbero almeno a 800 euro. Che sono comunque pochi per vivere in una città cara come Roma. Ci sono poi 200 cocoprò, ma solo per le campagne a termine: «Vigiliamo perché gli outbound dei committenti più stabili - conclude Cosimi - siano dati solo ai dipendenti».
Il problema, come evidenziato dalla relazione introduttiva del segretario Slc Alessandro Genovesi, sta nell'individuare - insieme al governo, ai datori di lavoro pubblici e privati, agli outsourcer - un minimo di regole base: «No agli appalti al massimo ribasso, sì alle clausole sociali che salvaguardino i posti nei passaggi di proprietà. Sì a una fiscalità di vantaggio, favorendo i contratti stabili». Emilio Miceli, segretario generale Slc, sollecita insieme a Fistel Cisl e Uilcom Uil «un tavolo presso il governo», e «la cancellazione della norma sull'Irap, prevista nella finanziaria, che facilita gli avventurieri che stanno affossando il settore».

Antonio Sciotto

[Articolo su il manifesto del 29/06/2010]

fonte:http://www.ilmanifesto.it/

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