La Fiat chiude per 15 giorni: «Calano gli ordini, va tagliata la produzione». Gli operai di Pratola Serra si sentono a rischio come quelli di Termini e occupano la sede della Provincia. Phonemedia, in settemila aspettano: da cinque mesi lo stipendio e tra 48 ore una sentenza. L'avida Glaxo vuole cacciarne 700, mentre i 2.500 della Antonio Merloni sono sempre in cerca di una prospettiva credibile
FIAT IN CASSA INTEGRAZIONE
Tutti a casa. Per due settimane gli stabilimenti Fiat del paese resteranno completamente chiusi. Trentamila persone, tra operai, impiegati, tecnici. La crisi globale ha colpito duro sull'auto, merce-pilota dello sviluppo industriale del dopoguerra, al centro di un «indotto» produttivo, commerciale e manutentivo che arriva a sfiorare il milione di occupati soltanto in Italia.
Secondo quella che è ancora la principale azienda industriale italiana, il discorso è semplice: gli ordini di nuove auto sono crollati, con il nuovo anno, del 50% rispetto a dicembre. Ossia all'ultimo mese in cui erano ancora in vigore gli incentivi statali. Ora gli incentivi non ci sono e pare che non ci saranno. Del resto, non possono «sanare» una crisi: servono soltanto a dilazionarla di qualche mese, «anticipando» le vendite future. Ora, dunque, si tratterebbe «solo» di adeguare la produzione a una domanda asfittica.
La Fiat è ormai un'azienda multinazionale, con la testa a Detroit (versante Chrysler) e arti sparsi in vari paesi (Polonia, Brasile, Turchia, prossimamente anche Serbia). Nel nostro paese restano ormai solo cinque impianti in cui si costruiscono auto (Mirafiori, Pomigliano, Melfi, Cassino e Termini Imerese); ma - significativamente - la fabbrica col più alto numero di addetti è la Sevel di Castel di Sangro (Ch), in joint venture con i francesi di psa, dove si costruisce il Ducato.
Sul futuro produttivo l'unica certezza fin qui messa nero su bianco riguarda appunto Termini. E qui si vede quanti danni possa fare un governo che finge di occuparsi dei problemi per raccattare qualche consenso. Anche ieri un ministro (Maurizio Sacconi) si è vantato - a dimostrazione che «non è detto che multinazionale sia sempre più forte di un governo volitivo», come quello in cui siede - che «l'azienda ha già cambiato atteggiamento, ora è più disponibile al dialogo». Bastano poche ore per svelare il bluff. John Elkann, giovane vicepresidente del Lingotto, si limitava a rispondere: «Su Termini abbiamo già detto tutto».
Ai lavoratori non resta dunque che battersi, salendo sui tetti o persino sul palco a Sanremo. Dalla Fiom Cgil arrivano giudizi lapidari. «Purtroppo - spiega Enzo Masini - la Fiat continua a comportarsi in modo molto chiaro. Da un lato aumenta i compensi ai dirigenti, a partire dall'amministratore delegato e dal presidente; distribuisce dividendi agli azionisti. Dall'altro scarica la crisi sui lavoratori, minacciando di tagliare posti di lavoro non solo e Termini (il punto più esposto) ma anche alla Fna e in altre parti d'Italia». Oppure. «L'azienda fa quello che vuole e che ha detto - sottolinea Giorgio Airaudo- se calano i volumi produttivi, devono diminuire i lavoratori. Con davanti un governo che si limita a far polemica sulle vecchie sovvenzioni che venivano date alla Fiat. Ovunque i governi sono intervenuti, fornendo garanzie alle imprese in cambio di garanzie per il lavoro. Qui no. In questo modo la cassa integrazione non potrà che aumentare». Nel frattempo i rapporti sociali si imbarbariscono. I lavoratori degli stabilimenti a rischio lottano con disperazione, ma si sente l'assenza di un'iniziativa di carattere generale. «Dovremo mettere in campo - aggiunge Masini - iniziative ancora più incisive per convincere governo e Fiat ad aprire una trattativa vera, non a rimpallarsi dichiarazioni per far credere che una trattativa c'è già». (Fr. Pi.)
FNA: OCCUPATA LA PROVINCIA
«Abbiamo prodotto, in quasi 20 anni, 6 milioni di motori, con turni massacranti, quelli della cosiddetta "doppia battuta", con aumenti da fame; e ora abbiamo il nulla di fronte. Chiediamo solo il lavoro che ci è dovuto».
Marino Petrillo è un delegato Rsu della Fiom, uno dei 1800 operai che da una settimana presidiano lo stabilimento di Pratola Serra, notte e giorno, senza essere degnati di unaminima attenzione né dall'azienda, né dalla politica. Sabato avevano deciso di alzare il tiro e bloccare i cancelli ai tir che trasportano i motori, domenica sono arrivati gli sfollagente e le cariche. Ma le tute blu non si arrendono e ieri una decina di dipendenti della Ceva, che da 10 anni lavorano nel compartimento logistico dell'Fna, ha occupato il consiglio provinciale dove nel pomeriggio si sarebbe dovuta tenera l'assemblea per decidere le iniziative sulla vertenza. Un ennesimo atto dettato dalla disperazione, un modo per non mollare la presa, nonostante ai cancelli i camion della Fiat ora entrino e escano con tranquillità. «E' vero su questo hanno vinto loro, i vertici aziendali - spiega Sergio Scarpa, da appena 5 giorni nuovo segretario provinciale Fiom - ma da qui gli operai non si muovono nonostante l'acquazzone, il freddo e gli acciacchi».
L'assemblea si è tenuta lo stesso altrove, i presidi non si smobilitano. Perché in Irpinia la partita è alta: sono circa 2500, compreso l'indotto, le famiglie che potrebbero finire per strada e in un territorio che di alternative non ne offre. Qui in mezzo alle montagne si sono sempre prodotti motori di alta cilindrata, dai 1600 in su, «quelli che hanno beneficiato molto poco degli incentivi statali», spiega Scarpa. Così, se per Pomigliano c'è un raggio di speranza sul progetto di produrre la nuova Panda, a Pratola non basta rifornire la Campania. «Aspetteremo in presidio fino a venerdì - comunica con sicurezza Petrillo - non abbiamo alternative; è un anno che lavoriamo una settimana al mese, da ottobre è iniziata la cig straordinaria. Le nostre famiglie, con mutui sulle spalle, non riescono più ad andare avanti con appena mille euro al mese». Una condizione che accomuna un po' tutti da queste parti e rinforza la convinzione che protestare sia l'unico modo per non soccombere. Ieri davanti la fabbrica c'era anche Giorgio Cremaschi, della segreteria Fiom, che ha condannato la repressione. A lui, nelle ultime ore, si sono aggiunti politica e sindacati. Oggi arriverà anche Susanna Camusso della segreteria Cgil.
(Francesca Pilla)
PHONEMEDIA: 48 ORE DI ATTESA
Si sono presi quarantotto ore per decidere i giudici del tribunale di Novara in merito all'istanza di insolvenza richiesta dai sindacati di categoria per il gruppo Phonemedia. Il gruppo di call center conta 7 mila lavoratori da Ivrea a Vibo. Tutti senza stipendio da 5 mesi, senza cassa integrazione e senza neppure la possibilità di dimettersi per percepire il sussidio di disoccupazione: chi di loro ci ha provato, si è visto respingere la richiesta per «mancanza di giusta causa». L'azienda d'altro canto è quella stessa Omega che pochi mesi prima di acquisire Phonemedia aveva già acquisito il ramo It di Eutelia, Agile. Una società controllata da due fondi inglesi vuoti, e guidata da Sebastiano Liori e Claudio Massa, due persone con un lungo curriculum di fallimenti sulle spalle. Ma la società non vuole mollare l'osso, forse nel tentativo di spolparlo ulteriormente, e ieri, come già ha fatto nel caso di Agile ex Eutelia, ha chiesto al giudice il concordato preventivo, la possibilità cioè di ristrutturare i debiti e così rientrare in gioco. Entro un paio di giorni al massimo dovrebbe arrivare la decisione dei giudici. La richiesta di insolvenza riguarda, nell'udienza di ieri, le sedi di Novara, Ivrea, Trino Vercellese, Monza, Bologna e Biella, ossia il nucleo originario dell'azienda costituita dall'imprenditore Cazzago, ma uguali richieste sono state depositate dai sindacati per quanto riguarda i call center di Pistoia, Vibo e Catanzaro. «Vogliamo l'estromissione dell'azienda e la nomina di commissari», sottolinea Riccardo Saccone (Slc Cgil). La vertenza procede di pari passo con quella di Agile-ex Eutelia. L'incontro previsto per oggi a palazzo Chigi è stato rinviato. Anche per Agile i sindacati hanno chiesto lo stato d'insolvenza (il tribunale si pronuncerà nei prossimi giorni), e anche lì l'azienda ha chiesto il concordato preventivo: sindacati e lavoratori sono nettamente contrari.
MERLONI, «DISASTRO SOCIALE»
«Un disastro sociale di immani proporzioni»: così un sindacalista di lunga esperienza definisce la vicenda della Antonio Merloni. Un'azienda ormai praticamente fallita, sommersa dai debiti seppure formalmente in amministrazione straordinaria, e che conta 2500 dipendenti solo tra i due stabilimenti di Fabriano, nelle Marche, e Nocera umbra, dove si producono frigoriferi, lavatrici e lavastoviglie. Ma quello costruito da Antonio Merloni era un imprero nel verop senso della parola e così accanto ai lavoratori diretti ci sono 6-7 mila lavoratori dell'indotto. Entro la fine del mese, al ministero dello sviluppo economico, dovrebbe essere formalizzata la firma dell'accordo di programma con i presidenti delle regioni interessate. In pratica l'accordo di programma sarebbe uno strumento per rendere gli stabilimenti appetibili: il governo ci metterebbe risorse, la riassunzione dei lavoratori sarebbe incentivata e l'area a quel punto diventerebbe più appetibile. Non solo: la firma dell'accordo di programma consentirebbe anche la prosecuzione dell'amministrazione straordinaria e con essa degli ammortizzatori sociali per i lavoratori. Si parla di una compagnia cinese interessata (la China Machi Holdings Group, partecipata dallo stato), in trattativa anche per lo stabilimento Videocon di Anagni. Nessuna offerta è stata finora però presentata.
THYSSEN, RICHIESTA CHOC
Cassa integrazione in deroga in cambio della rinuncia ad azioni legali nei confronti dell'azienda e dell'azzeramento dei precedenti accordi. Proposta choc quella presentata ieri a Torino dalla multinazionale dell'acciaio, Thyssen Krupp, ai sindacati. A Fim, Fiom e Uilm, che chiedevano otto mesi di cigs in deroga - dato che gli attuali ammortizzatori sociali che riguardano una trentina circa di lavoratori scadono il 2 marzo, e l'azienda ha già messo in campo la mobilità obbligatoria - l'azienda ha risposto con un ricatto bello e buono ma non inedito dai tempi della strage del 6 dicembre 2007: ha chiesto l'annullamento degli accordi precedenti, raccontano i sindacati, e «ha preteso che ulteriori incentivi all'esodo siano elargiti solo in base al ripristino del verbale di transazione tombale» che già era stato oggetto di aspre polemiche perchè, tra le altre cose, cercava di impedire ai lavoratori di costituirsi parte civile al processo. «Una provocazione», la definisce Fabio Carletti della Fiom torinese: «Noi ribadiamo la validità dei vecchi accordi e mettereremo in campo tutte le iniziative, anche legali, per farli rispettare». «Una proposta inaccettabile», anche secondo Claudio Chiarle della Fim di Torino.
GLAXO, DOMANI SI DECIDE
Non sarà un confronto facile, quello tra governo, sindacati e GlaxoSmithKline, una delle maggiori multinazionali del farmaco. Sul tavolo, domani, ci sarà il caso del centro ricerche di neuroscienze di Verona: 1.500 addetti, di cui 550 ricercatori. L'azienda non è per nulla in crisi. Nel 2009 - anno nero per molti - ha realizzato a livello globale una crescita dell'11% degli utili, ossia 2,84 miliardi di dollari. Ma si era prefissa l'obiettivo del +14%. Ha perciò deciso di tagliare cinque stabilimenti e 3.000 persone, tra Italia, Gran Bretagna, Polonia e Croazia; così da risparmiare quasi 800 milioni.
L'altro elemento decisivo nella decisione dell'impresa sembra l'apertura di centri ricerca analoghi in Cina, con la autorità locali «disposte a regalare tutto» alla Glaxo (anche 50 ricercatori, sembra) purché si insedi laggiù.
A Verona, perciò, ha preferito chiudere il reparto di neuroscienze, impegnato nella ricerca di farmaci per affrontare fenomeni come la depression, l'ansia, i disturbi del sonno o le tossidipendenze. Sembrerebbe un mercato in costante crescita, ma Glaxo lo giudica «rischioso» per gli alti costi che comporta e l'aleatorietà della platea (i «tossici», ad esempio sono tanti; ma la maggior parte dipende dalla copertura del welfare, sforbiciato in tutto il mondo), che lascia incerti i futuri guadagni. Viene la curiosità di capire cosa potrà mai dire Sacconi su questo punto: può forse promettere alla multinazionale di allargare i servizi del welfare nei prossimi anni? Al momento, l'elemento più concreto sembra in realtà un rimprovero: quest'anno la Glaxo ha avuto dallao stato 24 milioni per finanziare i propri progetti di ricerca.
AVEZZANO IN LOTTA
Hanno messo un fusto metallico nel cortile della clinica, e dentro hanno acceso un fuoco: sono le donne della « Santa Maria» e fanno il presidio a turno. Sono in Cig a rotazione, nel senso che la Cig riguarda tutte, ma 11 di loro, a turno, lavorano. Lavorano? La clinica non ha degenti, non fa ricoveri, non fa nascere bambini. Lavorano nel senso che indossano il camice e stanno dentro, in queste stanze vuote. Le altre, con altri turni, tengono il presidio. Mentre il gruppo Villa Pini è stato dichiarato fallito, il fallimento non ha finora lambito questa clinica. Perché il sistema sanitario privato di Vincenzo Angelini è un conglomerato e questa clinica ha una struttura assai diversa all'interno del gruppo: l'edificio è solo in affitto e le attrezzature nella maggior parte dei casi sono state fornita in comodato nel quadro della fornitura dei prodotti. Conseguentemente, una decisione giudiziaria di fallimento metterebbe nel piatto unicamente i posti letto per i quali la clinica è accreditata: non l'immobile né le macchine.
Perciò le lavoratrici non hanno neppure un curatore fallimentare. A dicembre sono salite sul tetto. Oggi ventilano l'astensione alle imminenti elezioni. Ma in realtà hanno paura di non tornare più al lavoro. Ora tra queste donne è nata un'idea, quella di dar vita a una cooperativa che si candida alla gestione della casa di cura. Il ragionamento è semplice: la cooperativa può subentrare a Vincenzo Angelini nel contratto di affitto dell'edificio e nell'accreditamento dei posti letto e delle prestazioni sanitarie. Se i lavoratori ricorrono all'idea della cooperazione è segno che è la sola risorsa rimasta in gioco. Ma questa idea, generosa e non priva di senso di disperazione, deve fare i conti con una prospettiva di tempi lunghi. Soprattutto, deve fare i conti con l'insostenibile leggerezza politica e intellettuale della giunta regionale sulla cui sommità si asside il commercialista teramano Gianni Chiodi, uomo dalla voce di agnello belante, dalla sintassi improbabile e dalla capacità decisoria pari allo zero. Vi anche un'altra strada, che è ora imposta dalla necessità, dalla saggezza e dalla necessità di tutelare l'utilità pubblica - visto che, come tutti sanno, l'afflusso di donne al reparto ostetricia dell'ospedale dopo la disattivazione della clinica ha creato una situazione di marasma e di pericolo. La strada è quella della requisizione della clinica per iniziativa diretta e immediata del sindaco. Una requisizione per pubblica utilità.
A.P.
[Articolo su il manifesto del 23/02/2010]
fonte:http://www.ilmanifesto.it/
FIAT IN CASSA INTEGRAZIONE
Tutti a casa. Per due settimane gli stabilimenti Fiat del paese resteranno completamente chiusi. Trentamila persone, tra operai, impiegati, tecnici. La crisi globale ha colpito duro sull'auto, merce-pilota dello sviluppo industriale del dopoguerra, al centro di un «indotto» produttivo, commerciale e manutentivo che arriva a sfiorare il milione di occupati soltanto in Italia.
Secondo quella che è ancora la principale azienda industriale italiana, il discorso è semplice: gli ordini di nuove auto sono crollati, con il nuovo anno, del 50% rispetto a dicembre. Ossia all'ultimo mese in cui erano ancora in vigore gli incentivi statali. Ora gli incentivi non ci sono e pare che non ci saranno. Del resto, non possono «sanare» una crisi: servono soltanto a dilazionarla di qualche mese, «anticipando» le vendite future. Ora, dunque, si tratterebbe «solo» di adeguare la produzione a una domanda asfittica.
La Fiat è ormai un'azienda multinazionale, con la testa a Detroit (versante Chrysler) e arti sparsi in vari paesi (Polonia, Brasile, Turchia, prossimamente anche Serbia). Nel nostro paese restano ormai solo cinque impianti in cui si costruiscono auto (Mirafiori, Pomigliano, Melfi, Cassino e Termini Imerese); ma - significativamente - la fabbrica col più alto numero di addetti è la Sevel di Castel di Sangro (Ch), in joint venture con i francesi di psa, dove si costruisce il Ducato.
Sul futuro produttivo l'unica certezza fin qui messa nero su bianco riguarda appunto Termini. E qui si vede quanti danni possa fare un governo che finge di occuparsi dei problemi per raccattare qualche consenso. Anche ieri un ministro (Maurizio Sacconi) si è vantato - a dimostrazione che «non è detto che multinazionale sia sempre più forte di un governo volitivo», come quello in cui siede - che «l'azienda ha già cambiato atteggiamento, ora è più disponibile al dialogo». Bastano poche ore per svelare il bluff. John Elkann, giovane vicepresidente del Lingotto, si limitava a rispondere: «Su Termini abbiamo già detto tutto».
Ai lavoratori non resta dunque che battersi, salendo sui tetti o persino sul palco a Sanremo. Dalla Fiom Cgil arrivano giudizi lapidari. «Purtroppo - spiega Enzo Masini - la Fiat continua a comportarsi in modo molto chiaro. Da un lato aumenta i compensi ai dirigenti, a partire dall'amministratore delegato e dal presidente; distribuisce dividendi agli azionisti. Dall'altro scarica la crisi sui lavoratori, minacciando di tagliare posti di lavoro non solo e Termini (il punto più esposto) ma anche alla Fna e in altre parti d'Italia». Oppure. «L'azienda fa quello che vuole e che ha detto - sottolinea Giorgio Airaudo- se calano i volumi produttivi, devono diminuire i lavoratori. Con davanti un governo che si limita a far polemica sulle vecchie sovvenzioni che venivano date alla Fiat. Ovunque i governi sono intervenuti, fornendo garanzie alle imprese in cambio di garanzie per il lavoro. Qui no. In questo modo la cassa integrazione non potrà che aumentare». Nel frattempo i rapporti sociali si imbarbariscono. I lavoratori degli stabilimenti a rischio lottano con disperazione, ma si sente l'assenza di un'iniziativa di carattere generale. «Dovremo mettere in campo - aggiunge Masini - iniziative ancora più incisive per convincere governo e Fiat ad aprire una trattativa vera, non a rimpallarsi dichiarazioni per far credere che una trattativa c'è già». (Fr. Pi.)
FNA: OCCUPATA LA PROVINCIA
«Abbiamo prodotto, in quasi 20 anni, 6 milioni di motori, con turni massacranti, quelli della cosiddetta "doppia battuta", con aumenti da fame; e ora abbiamo il nulla di fronte. Chiediamo solo il lavoro che ci è dovuto».
Marino Petrillo è un delegato Rsu della Fiom, uno dei 1800 operai che da una settimana presidiano lo stabilimento di Pratola Serra, notte e giorno, senza essere degnati di unaminima attenzione né dall'azienda, né dalla politica. Sabato avevano deciso di alzare il tiro e bloccare i cancelli ai tir che trasportano i motori, domenica sono arrivati gli sfollagente e le cariche. Ma le tute blu non si arrendono e ieri una decina di dipendenti della Ceva, che da 10 anni lavorano nel compartimento logistico dell'Fna, ha occupato il consiglio provinciale dove nel pomeriggio si sarebbe dovuta tenera l'assemblea per decidere le iniziative sulla vertenza. Un ennesimo atto dettato dalla disperazione, un modo per non mollare la presa, nonostante ai cancelli i camion della Fiat ora entrino e escano con tranquillità. «E' vero su questo hanno vinto loro, i vertici aziendali - spiega Sergio Scarpa, da appena 5 giorni nuovo segretario provinciale Fiom - ma da qui gli operai non si muovono nonostante l'acquazzone, il freddo e gli acciacchi».
L'assemblea si è tenuta lo stesso altrove, i presidi non si smobilitano. Perché in Irpinia la partita è alta: sono circa 2500, compreso l'indotto, le famiglie che potrebbero finire per strada e in un territorio che di alternative non ne offre. Qui in mezzo alle montagne si sono sempre prodotti motori di alta cilindrata, dai 1600 in su, «quelli che hanno beneficiato molto poco degli incentivi statali», spiega Scarpa. Così, se per Pomigliano c'è un raggio di speranza sul progetto di produrre la nuova Panda, a Pratola non basta rifornire la Campania. «Aspetteremo in presidio fino a venerdì - comunica con sicurezza Petrillo - non abbiamo alternative; è un anno che lavoriamo una settimana al mese, da ottobre è iniziata la cig straordinaria. Le nostre famiglie, con mutui sulle spalle, non riescono più ad andare avanti con appena mille euro al mese». Una condizione che accomuna un po' tutti da queste parti e rinforza la convinzione che protestare sia l'unico modo per non soccombere. Ieri davanti la fabbrica c'era anche Giorgio Cremaschi, della segreteria Fiom, che ha condannato la repressione. A lui, nelle ultime ore, si sono aggiunti politica e sindacati. Oggi arriverà anche Susanna Camusso della segreteria Cgil.
(Francesca Pilla)
PHONEMEDIA: 48 ORE DI ATTESA
Si sono presi quarantotto ore per decidere i giudici del tribunale di Novara in merito all'istanza di insolvenza richiesta dai sindacati di categoria per il gruppo Phonemedia. Il gruppo di call center conta 7 mila lavoratori da Ivrea a Vibo. Tutti senza stipendio da 5 mesi, senza cassa integrazione e senza neppure la possibilità di dimettersi per percepire il sussidio di disoccupazione: chi di loro ci ha provato, si è visto respingere la richiesta per «mancanza di giusta causa». L'azienda d'altro canto è quella stessa Omega che pochi mesi prima di acquisire Phonemedia aveva già acquisito il ramo It di Eutelia, Agile. Una società controllata da due fondi inglesi vuoti, e guidata da Sebastiano Liori e Claudio Massa, due persone con un lungo curriculum di fallimenti sulle spalle. Ma la società non vuole mollare l'osso, forse nel tentativo di spolparlo ulteriormente, e ieri, come già ha fatto nel caso di Agile ex Eutelia, ha chiesto al giudice il concordato preventivo, la possibilità cioè di ristrutturare i debiti e così rientrare in gioco. Entro un paio di giorni al massimo dovrebbe arrivare la decisione dei giudici. La richiesta di insolvenza riguarda, nell'udienza di ieri, le sedi di Novara, Ivrea, Trino Vercellese, Monza, Bologna e Biella, ossia il nucleo originario dell'azienda costituita dall'imprenditore Cazzago, ma uguali richieste sono state depositate dai sindacati per quanto riguarda i call center di Pistoia, Vibo e Catanzaro. «Vogliamo l'estromissione dell'azienda e la nomina di commissari», sottolinea Riccardo Saccone (Slc Cgil). La vertenza procede di pari passo con quella di Agile-ex Eutelia. L'incontro previsto per oggi a palazzo Chigi è stato rinviato. Anche per Agile i sindacati hanno chiesto lo stato d'insolvenza (il tribunale si pronuncerà nei prossimi giorni), e anche lì l'azienda ha chiesto il concordato preventivo: sindacati e lavoratori sono nettamente contrari.
MERLONI, «DISASTRO SOCIALE»
«Un disastro sociale di immani proporzioni»: così un sindacalista di lunga esperienza definisce la vicenda della Antonio Merloni. Un'azienda ormai praticamente fallita, sommersa dai debiti seppure formalmente in amministrazione straordinaria, e che conta 2500 dipendenti solo tra i due stabilimenti di Fabriano, nelle Marche, e Nocera umbra, dove si producono frigoriferi, lavatrici e lavastoviglie. Ma quello costruito da Antonio Merloni era un imprero nel verop senso della parola e così accanto ai lavoratori diretti ci sono 6-7 mila lavoratori dell'indotto. Entro la fine del mese, al ministero dello sviluppo economico, dovrebbe essere formalizzata la firma dell'accordo di programma con i presidenti delle regioni interessate. In pratica l'accordo di programma sarebbe uno strumento per rendere gli stabilimenti appetibili: il governo ci metterebbe risorse, la riassunzione dei lavoratori sarebbe incentivata e l'area a quel punto diventerebbe più appetibile. Non solo: la firma dell'accordo di programma consentirebbe anche la prosecuzione dell'amministrazione straordinaria e con essa degli ammortizzatori sociali per i lavoratori. Si parla di una compagnia cinese interessata (la China Machi Holdings Group, partecipata dallo stato), in trattativa anche per lo stabilimento Videocon di Anagni. Nessuna offerta è stata finora però presentata.
THYSSEN, RICHIESTA CHOC
Cassa integrazione in deroga in cambio della rinuncia ad azioni legali nei confronti dell'azienda e dell'azzeramento dei precedenti accordi. Proposta choc quella presentata ieri a Torino dalla multinazionale dell'acciaio, Thyssen Krupp, ai sindacati. A Fim, Fiom e Uilm, che chiedevano otto mesi di cigs in deroga - dato che gli attuali ammortizzatori sociali che riguardano una trentina circa di lavoratori scadono il 2 marzo, e l'azienda ha già messo in campo la mobilità obbligatoria - l'azienda ha risposto con un ricatto bello e buono ma non inedito dai tempi della strage del 6 dicembre 2007: ha chiesto l'annullamento degli accordi precedenti, raccontano i sindacati, e «ha preteso che ulteriori incentivi all'esodo siano elargiti solo in base al ripristino del verbale di transazione tombale» che già era stato oggetto di aspre polemiche perchè, tra le altre cose, cercava di impedire ai lavoratori di costituirsi parte civile al processo. «Una provocazione», la definisce Fabio Carletti della Fiom torinese: «Noi ribadiamo la validità dei vecchi accordi e mettereremo in campo tutte le iniziative, anche legali, per farli rispettare». «Una proposta inaccettabile», anche secondo Claudio Chiarle della Fim di Torino.
GLAXO, DOMANI SI DECIDE
Non sarà un confronto facile, quello tra governo, sindacati e GlaxoSmithKline, una delle maggiori multinazionali del farmaco. Sul tavolo, domani, ci sarà il caso del centro ricerche di neuroscienze di Verona: 1.500 addetti, di cui 550 ricercatori. L'azienda non è per nulla in crisi. Nel 2009 - anno nero per molti - ha realizzato a livello globale una crescita dell'11% degli utili, ossia 2,84 miliardi di dollari. Ma si era prefissa l'obiettivo del +14%. Ha perciò deciso di tagliare cinque stabilimenti e 3.000 persone, tra Italia, Gran Bretagna, Polonia e Croazia; così da risparmiare quasi 800 milioni.
L'altro elemento decisivo nella decisione dell'impresa sembra l'apertura di centri ricerca analoghi in Cina, con la autorità locali «disposte a regalare tutto» alla Glaxo (anche 50 ricercatori, sembra) purché si insedi laggiù.
A Verona, perciò, ha preferito chiudere il reparto di neuroscienze, impegnato nella ricerca di farmaci per affrontare fenomeni come la depression, l'ansia, i disturbi del sonno o le tossidipendenze. Sembrerebbe un mercato in costante crescita, ma Glaxo lo giudica «rischioso» per gli alti costi che comporta e l'aleatorietà della platea (i «tossici», ad esempio sono tanti; ma la maggior parte dipende dalla copertura del welfare, sforbiciato in tutto il mondo), che lascia incerti i futuri guadagni. Viene la curiosità di capire cosa potrà mai dire Sacconi su questo punto: può forse promettere alla multinazionale di allargare i servizi del welfare nei prossimi anni? Al momento, l'elemento più concreto sembra in realtà un rimprovero: quest'anno la Glaxo ha avuto dallao stato 24 milioni per finanziare i propri progetti di ricerca.
AVEZZANO IN LOTTA
Hanno messo un fusto metallico nel cortile della clinica, e dentro hanno acceso un fuoco: sono le donne della « Santa Maria» e fanno il presidio a turno. Sono in Cig a rotazione, nel senso che la Cig riguarda tutte, ma 11 di loro, a turno, lavorano. Lavorano? La clinica non ha degenti, non fa ricoveri, non fa nascere bambini. Lavorano nel senso che indossano il camice e stanno dentro, in queste stanze vuote. Le altre, con altri turni, tengono il presidio. Mentre il gruppo Villa Pini è stato dichiarato fallito, il fallimento non ha finora lambito questa clinica. Perché il sistema sanitario privato di Vincenzo Angelini è un conglomerato e questa clinica ha una struttura assai diversa all'interno del gruppo: l'edificio è solo in affitto e le attrezzature nella maggior parte dei casi sono state fornita in comodato nel quadro della fornitura dei prodotti. Conseguentemente, una decisione giudiziaria di fallimento metterebbe nel piatto unicamente i posti letto per i quali la clinica è accreditata: non l'immobile né le macchine.
Perciò le lavoratrici non hanno neppure un curatore fallimentare. A dicembre sono salite sul tetto. Oggi ventilano l'astensione alle imminenti elezioni. Ma in realtà hanno paura di non tornare più al lavoro. Ora tra queste donne è nata un'idea, quella di dar vita a una cooperativa che si candida alla gestione della casa di cura. Il ragionamento è semplice: la cooperativa può subentrare a Vincenzo Angelini nel contratto di affitto dell'edificio e nell'accreditamento dei posti letto e delle prestazioni sanitarie. Se i lavoratori ricorrono all'idea della cooperazione è segno che è la sola risorsa rimasta in gioco. Ma questa idea, generosa e non priva di senso di disperazione, deve fare i conti con una prospettiva di tempi lunghi. Soprattutto, deve fare i conti con l'insostenibile leggerezza politica e intellettuale della giunta regionale sulla cui sommità si asside il commercialista teramano Gianni Chiodi, uomo dalla voce di agnello belante, dalla sintassi improbabile e dalla capacità decisoria pari allo zero. Vi anche un'altra strada, che è ora imposta dalla necessità, dalla saggezza e dalla necessità di tutelare l'utilità pubblica - visto che, come tutti sanno, l'afflusso di donne al reparto ostetricia dell'ospedale dopo la disattivazione della clinica ha creato una situazione di marasma e di pericolo. La strada è quella della requisizione della clinica per iniziativa diretta e immediata del sindaco. Una requisizione per pubblica utilità.
A.P.
[Articolo su il manifesto del 23/02/2010]
fonte:http://www.ilmanifesto.it/
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