Nota ufficiale da Pittsburgh, sede della multinazionale Usa: stop di sei mesi. Ma per i sindacati vuol dire fine della produzione
Il prossimo 6 febbraio gli impianti Alcoa di Fusina in Veneto e di Portovesme in Sardegna si fermeranno. Lo ha annunciato una nota arrivata da Pittsburgh, sede della multinazionale americana dell'alluminio. La comunicazione ufficiale è di ieri, ma la decisione è stata presa l'altroieri a Roma, subito dopo il fallimento del negoziato al ministero dello sviluppo. Alcoa ha detto «no» alla proposta del governo, formalizzata la scorsa settimana con un decreto legge, che abbatte i costi dell'elettricità. Per l'azienda, infatti, il provvedimento è a rischio di nuove sanzioni da parte dell'Ue per aiuti di Stato. Alcoa ha già subito una multa di quasi 300 milioni di euro da Bruxelles per precedenti provvedimenti in materia tariffaria varati dal governo italiano.
Alcoa non dice di volere chiudere: si dichiara pronta a riavviare la produzione quando da Bruxelles arriverà il disco verde al decreto, si parla di sei mesi, e se verificherà la possibilità di «fermare gli impianti - dicono da Pittsburgh - in maniera ordinata e corretta». Ma già dallo scorso 11 gennaio è scattata la cassa integrazione e sulla reale volontà dell'azienda di mantenere aperti i due stabilimenti italiani i dubbi ormai sono fortissimi.
Ora comunque la palla passa a Palazzo Chigi, dove per il 5 febbraio è fissato un incontro tra il governo e i vertici dell'Alcoa. Intanto a Portovesme la tensione è molto alta. Quando l'altroieri la notizia del fallimento della trattativa al tavolo ministeriale è rimbalzata in Sardegna, un gruppo di operai si sono incatenati ai cancelli della centrale Enel, poco lontana dallo stabilimento Alcoa, mentre chi presidiava l'ingresso della fabbrica s'è trasferito ai cancelli Enel per bloccare i rifornimenti di materie prime necessarie a far marciare la centrale. Ieri mattina gli operai incatenati sono stati fatti sgomberare dalla polizia e ieri pomeriggio c'è stata un'assemblea. «La motivazione portata da Alcoa per bloccare la produzione - dicono le rappresentanze sindacali di fabbrica - è chiaramente un pretesto. Il ministero dello sviluppo ha accontentato l'azienda con un provvedimento di riduzione dei costi energetici inattaccabile dalla commissione europea». L'assemblea ha chiesto un incontro a Palazzo Chigi prima di quello già convocato per il 5 febbraio.
Sul caso intervengono anche le segreterie nazionali di Fim, Fiom e Uilm, che giudicano inaccettabile la fermata degli impianti a Fusina e a Portovesme e la conferma della cassa integrazione. «E' l'ennesimo atto unilaterale - dicono i sindacati - da parte di un'azienda che smentisce costantemente gli impegni presi. La trattativa è fallita per la completa indisponibilità di Alcoa ad apprezzare gli ulteriori vantaggi ottenuti con l'ultimo decreto sull'energia, vantaggi che soddisfano completamente le richieste avanzate dalla multinazionale». «La fermata degli impianti non sarebbe altro - dicono Fim, Fiom e Uilm - che l'avvio della chiusura definitiva della produzione di alluminio primario in Italia».
Costantino Cossu
[Articolo il manifesto del 28/01/2010]
fonte:http://www.ilmanifesto.it/
Il prossimo 6 febbraio gli impianti Alcoa di Fusina in Veneto e di Portovesme in Sardegna si fermeranno. Lo ha annunciato una nota arrivata da Pittsburgh, sede della multinazionale americana dell'alluminio. La comunicazione ufficiale è di ieri, ma la decisione è stata presa l'altroieri a Roma, subito dopo il fallimento del negoziato al ministero dello sviluppo. Alcoa ha detto «no» alla proposta del governo, formalizzata la scorsa settimana con un decreto legge, che abbatte i costi dell'elettricità. Per l'azienda, infatti, il provvedimento è a rischio di nuove sanzioni da parte dell'Ue per aiuti di Stato. Alcoa ha già subito una multa di quasi 300 milioni di euro da Bruxelles per precedenti provvedimenti in materia tariffaria varati dal governo italiano.
Alcoa non dice di volere chiudere: si dichiara pronta a riavviare la produzione quando da Bruxelles arriverà il disco verde al decreto, si parla di sei mesi, e se verificherà la possibilità di «fermare gli impianti - dicono da Pittsburgh - in maniera ordinata e corretta». Ma già dallo scorso 11 gennaio è scattata la cassa integrazione e sulla reale volontà dell'azienda di mantenere aperti i due stabilimenti italiani i dubbi ormai sono fortissimi.
Ora comunque la palla passa a Palazzo Chigi, dove per il 5 febbraio è fissato un incontro tra il governo e i vertici dell'Alcoa. Intanto a Portovesme la tensione è molto alta. Quando l'altroieri la notizia del fallimento della trattativa al tavolo ministeriale è rimbalzata in Sardegna, un gruppo di operai si sono incatenati ai cancelli della centrale Enel, poco lontana dallo stabilimento Alcoa, mentre chi presidiava l'ingresso della fabbrica s'è trasferito ai cancelli Enel per bloccare i rifornimenti di materie prime necessarie a far marciare la centrale. Ieri mattina gli operai incatenati sono stati fatti sgomberare dalla polizia e ieri pomeriggio c'è stata un'assemblea. «La motivazione portata da Alcoa per bloccare la produzione - dicono le rappresentanze sindacali di fabbrica - è chiaramente un pretesto. Il ministero dello sviluppo ha accontentato l'azienda con un provvedimento di riduzione dei costi energetici inattaccabile dalla commissione europea». L'assemblea ha chiesto un incontro a Palazzo Chigi prima di quello già convocato per il 5 febbraio.
Sul caso intervengono anche le segreterie nazionali di Fim, Fiom e Uilm, che giudicano inaccettabile la fermata degli impianti a Fusina e a Portovesme e la conferma della cassa integrazione. «E' l'ennesimo atto unilaterale - dicono i sindacati - da parte di un'azienda che smentisce costantemente gli impegni presi. La trattativa è fallita per la completa indisponibilità di Alcoa ad apprezzare gli ulteriori vantaggi ottenuti con l'ultimo decreto sull'energia, vantaggi che soddisfano completamente le richieste avanzate dalla multinazionale». «La fermata degli impianti non sarebbe altro - dicono Fim, Fiom e Uilm - che l'avvio della chiusura definitiva della produzione di alluminio primario in Italia».
Costantino Cossu
[Articolo il manifesto del 28/01/2010]
fonte:http://www.ilmanifesto.it/
Commenti