In questo modo Fim e Uilm non solo rompono con la Fiom e con la pratica unitaria faticosamente riconquistata negli ultimi due rinnovi contrattuali dei metalmeccanici, ma decidono di affidarsi totalmente al potere e alle decisioni della Confindustria che, in una sua recente riunione, ha deciso di istituire una commissione centrale di controllo (sic!) che ha il compito di guidare tutti i rinnovi contrattuali.
Per la Confindustria l’autonomia dei singoli contratti non c’è più e i prossimi rinnovi serviranno unicamente ad applicare quanto definisce l’accordo separato. Che impone prima di tutto che i salari possano crescere nei prossimi tre anni solo in base all’inflazione programmata nell’indice Ipca, amministrato dall’istituto Isae, secondo un altro accordo separato. In questa selva di sigle la sostanza è che il salario del contratto nazionale sparisce, perché con i nuovi indici e con l’abbassamento delle paghe di riferimento su cui calcolare gli aumenti, deciso il 15 aprile, difficilmente un operaio delle linee di montaggio arriverà a 30 euro lordi mensili annuali di aumento. Ma il nuovo sistema impone ai firmatari anche di adeguare la parte normativa dei contratti. Si apre così la via alla revisione dei diritti. Dalla contrattazione aziendale, che sarà ancor più irreggimentata, con la totale flessibilità del salario e con la brutale rigidità della prestazione di lavoro, agli enti bilaterali, all’arbitrato. La nuova stagione contrattuale che Fim e Uilm aprono, propone dunque una centralizzazione senza precedenti della contrattazione, che punta ad imporre nuove regole a chi non le ha firmate e senza alcun serio coinvolgimento democratico dei lavoratori.
La Fiom deciderà di rispondere a questa scelta presentando una propria piattaforma, che esige la continuità del contratto esistente e che dunque rifiuta di applicare regole non condivise e non concordate. Si apre così nella principale categoria dell’industria uno scontro sindacale senza precedenti. Infatti un’eventuale accordo separato di Fim e Uilm e Federmeccanica sarebbe qualcosa di profondamente diverso e peggiore da quanto è già avvenuto nel passato. Una nuova intesa separata oggi sarebbe una sorta di costituzione autoritaria, che stabilisce un sistema di regole senza e contro il principale sindacato della categoria.
Anche nelle altre categorie il clima volge alla tempesta. L’unica piattaforma unitaria presentata sinora, quella degli alimentaristi, si è trovata di fronte a una posizione rigidissima delle aziende, che hanno chiarito che per esse l’accordo può solo applicare il nuovo sistema contrattuale. E già al primo incontro ci sono state rilevanti distinzioni di giudizio tra i tre sindacati. Telecomunicazioni ed aziende elettriche hanno anch’esse piattaforme separate, anche se qui la Cgil, ha presentato richieste salariali sui tre anziché due anni, a differenza di quanto invece farà la Fiom.
Tutte le prossime vertenze contrattuali saranno sottoposte all’aggressione dell’accordo separato. Che non è stato un incidente di percorso, ma una scelta ben meditata della Confindustria e del Governo. Con l’aggravarsi della crisi, con il pesante carico che essa comporta sull’occupazione e sulla sicurezza sul lavoro, le imprese pensano che sia giunto il momento di regolare i conti con tutta l’autonomia della contrattazione. Il Governo a sua volta punta a costruire un regime sindacale che emargini definitivamente la Cgil. La Confindustria lo segue e lo scavalca sul piano sociale. Infatti su questo piano le critiche che oggi la Confindustria indirizza al governo sono tutte “da destra”, cioè a favore del taglio delle pensioni e della sanità pubblica, delle privatizzazioni, dei licenziamenti e della precarizzazione. Anche di fronte alla sciagurata ipotesi del ritorno alle gabbie salariali, lanciata dalla Lega, la risposta della Confindustria è ancor più a destra. Le gabbie salariali, dicono i padroni, non si possono fare perché sarebbero troppo rigide. E, come ha ricordato il ministro Sacconi, nell’accordo separato c’è ben di più, visto che lì si afferma il principio della deroga verso il basso dei salari e dei diritti, territorio per territorio, azienda per azienda, là ove l’economia e il mercato lo richiedano.
Bisogna prendere sul serio gli industriali quando dicono che per essi la crisi è un’occasione. Sì un’occasione per far fuori ogni autonomia sindacale ogni diritto certo dei lavoratori.
Si apre la stagione della verità per la Cgil. O si accetta il sistema contrattuale che la Confindustria vuole imporre, o lo si contrasta fino in fondo. In mezzo non c’è niente. La scelta della Filcams-Cgil, che un anno dopo sottoscrive tale e quale l’intesa separata per il commercio che aveva giustamente rifiutato, dimostra che non c’è via di mezzo tra la resa e il conflitto. I metalmeccanici della Fiom, pur nelle difficoltà della crisi, scelgono la seconda strada. Bisogna far sì che non restino soli nella Cgil e nel Paese a farlo.
G.Cremaschi
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