I timidi segnali positivi non autorizzano ottimismi facili. Si tratta di segnali che interessano contestualmente vari, importanti indicatori, ma che sono di intensità troppo debole per poter parlare di avvio della ripresa
Nel corso delle settimane più recenti, qualche segnale di stabilizzazione del ciclo economico ha portato alcuni commentatori a sostenere che il peggio della crisi economica internazionale sia ormai alle nostre spalle. Si tratta di segnali che interessano contestualmente vari, importanti indicatori (fiducia delle imprese, prezzi delle materie prime ecc.), ma che sono di intensità troppo debole per poter parlare di avvio della ripresa. Il fatto che la caduta si sia sostanzialmente arrestata è un fatto indubbiamente positivo,ma se ciò dovesse significare soltanto una stabilizzazione del prodotto ai livelli minimi toccati con la crisi, non si potrebbe parlare di ripresa economica, almeno nell’accezione usuale che fino ad oggi ha avuto questo termine. Il taglio delle stime di crescita Usa operato dalla Fed la scorsa settimana prefigura un percorso di uscita dalla crisi ancora lungo e pieno di incognite. Un semplice arresto della caduta pregressa, infatti, con un recupero blando della crescita rappresenta, al momento, più che altro un rimbalzo (dopo il crollo registrato a partire dalla fine dello scorso anno), dovuto prevalentemente alle misure messe in atto dai governi e dalle banche centrali con iniezioni gigantesche di spesa pubblica e di moneta.
Gli stessi test condotti sulle principali banche Usa hanno evitato la diffusione del panico sui mercati e i pacchetti fiscali varati in Cina e negli Usa e, in maniera ridotta, anche da Regno Unito e Germania hanno impedito alla domanda aggregata di scivolare ancora più in basso. Resta però il fatto che l’attuale livello del prodotto mondiale farà perdere ancora più posti di lavoro e metterà fuori gioco molte imprese. È, quindi, pericoloso coltivare illusioni, pensando che quanto è successo possa essere messo facilmente tra parentesi, che tutto possa ricominciare come prima. Il governo Berlusconi, in modo irresponsabile, cerca di tranquillizzare l’opinione pubblica con iniezioni di ottimismo a buon mercato basate su affermazioni infondate secondo cui l’Italia sarebbe in condizioni migliori rispetto a quelle degli altri paesi. Purtroppo non è così, l’economia italiana non rappresenta il migliore dei mondi possibili. Da molti anni, ben prima dell’esplosione della crisi, il nostro paese ha fatto registrare tassi di crescita più bassi degli altri membri dell’Ue. Tenuto conto anche del peso che ha l’export sul nostro Pil, l’economia italiana risentirà più di altre del quadro negativo dell’economia mondiale. La produzione industriale è caduta moltissimo resta bassa la fiducia delle imprese e negativa quella dei consumatori.
Secondo la previsione di consenso elaborata per il Cnel due settimane fa da Cer, Prometeia e Ref, quest’anno il Pil dovrebbe ridursi del 4,4 per cento.Tale caduta dipenderebbe dalla riduzione degli investimenti fissi lordi (-2,3 per cento del Pil) e dal decumulo delle scorte (- 0,5 per cento del Pil). Questo aggravamento della recessione determinerà un notevole peggioramento delle condizioni del mercato del lavoro con una perdita di almeno 700 mila unità di lavoro. Sempre secondo i tre istituti di ricerca economica, la crisi dell’economia reale avrà effetti gravissimi sulla finanza pubblica, sia per la riduzione delle entrate fiscali, che per l’aumento della spesa per le prestazioni sociali connesse ai trattamenti di cassa integrazione e disoccupazione. Il rapporto tra indebitamento netto e Pil, dal 2,7 per cento del 2008, si porterà al 4,7 per cento nell’anno in corso e al 4,9 per cento nel 2010, per tornare a scendere, ma solo al 4,2 per cento nel 2012. Il rapporto tra debito pubblico e Pil è destinato, quindi, a salire fino a portarsi al 119,3 per cento nel 2012, collocandosi così vicino al massimo storico degli anni ’90.
Questo quadro è diventato ancor più negativo solo qualche giorno dopo, quando l’Istat ha fornito le variazioni registrate dal Pil nel primo trimestre dell’anno (-5,9 per cento annuo e -2,4 per cento rispetto al trimestre precedente). A questo punto solo se i prossimi trimestri non facessero registrare ulteriori flessioni del Pil, il 2009 si chiuderebbe con un -4,6 per cento. C’è però da attendersi un dato peggiore, il calo tendenziale del Pil è infatti pari al 5,9 per cento. La crisi sarà, quindi, ancora molto lunga. L’evoluzione del mercato mondiale impiegherà molto tempo per superare i pesanti squilibri accumulati. L’industria manifatturiera italiana, basata sull’export, uscirà da questa crisi con una minore capacità produttiva. Sarebbe questo il tempo per mettere in campo politiche industriali innovative, ma il governo sembra rassegnato ad attendere inerte che “passi la nottata”.
Beniamino Lapadula
fonte:http://www.rassegna.it
Nel corso delle settimane più recenti, qualche segnale di stabilizzazione del ciclo economico ha portato alcuni commentatori a sostenere che il peggio della crisi economica internazionale sia ormai alle nostre spalle. Si tratta di segnali che interessano contestualmente vari, importanti indicatori (fiducia delle imprese, prezzi delle materie prime ecc.), ma che sono di intensità troppo debole per poter parlare di avvio della ripresa. Il fatto che la caduta si sia sostanzialmente arrestata è un fatto indubbiamente positivo,ma se ciò dovesse significare soltanto una stabilizzazione del prodotto ai livelli minimi toccati con la crisi, non si potrebbe parlare di ripresa economica, almeno nell’accezione usuale che fino ad oggi ha avuto questo termine. Il taglio delle stime di crescita Usa operato dalla Fed la scorsa settimana prefigura un percorso di uscita dalla crisi ancora lungo e pieno di incognite. Un semplice arresto della caduta pregressa, infatti, con un recupero blando della crescita rappresenta, al momento, più che altro un rimbalzo (dopo il crollo registrato a partire dalla fine dello scorso anno), dovuto prevalentemente alle misure messe in atto dai governi e dalle banche centrali con iniezioni gigantesche di spesa pubblica e di moneta.
Gli stessi test condotti sulle principali banche Usa hanno evitato la diffusione del panico sui mercati e i pacchetti fiscali varati in Cina e negli Usa e, in maniera ridotta, anche da Regno Unito e Germania hanno impedito alla domanda aggregata di scivolare ancora più in basso. Resta però il fatto che l’attuale livello del prodotto mondiale farà perdere ancora più posti di lavoro e metterà fuori gioco molte imprese. È, quindi, pericoloso coltivare illusioni, pensando che quanto è successo possa essere messo facilmente tra parentesi, che tutto possa ricominciare come prima. Il governo Berlusconi, in modo irresponsabile, cerca di tranquillizzare l’opinione pubblica con iniezioni di ottimismo a buon mercato basate su affermazioni infondate secondo cui l’Italia sarebbe in condizioni migliori rispetto a quelle degli altri paesi. Purtroppo non è così, l’economia italiana non rappresenta il migliore dei mondi possibili. Da molti anni, ben prima dell’esplosione della crisi, il nostro paese ha fatto registrare tassi di crescita più bassi degli altri membri dell’Ue. Tenuto conto anche del peso che ha l’export sul nostro Pil, l’economia italiana risentirà più di altre del quadro negativo dell’economia mondiale. La produzione industriale è caduta moltissimo resta bassa la fiducia delle imprese e negativa quella dei consumatori.
Secondo la previsione di consenso elaborata per il Cnel due settimane fa da Cer, Prometeia e Ref, quest’anno il Pil dovrebbe ridursi del 4,4 per cento.Tale caduta dipenderebbe dalla riduzione degli investimenti fissi lordi (-2,3 per cento del Pil) e dal decumulo delle scorte (- 0,5 per cento del Pil). Questo aggravamento della recessione determinerà un notevole peggioramento delle condizioni del mercato del lavoro con una perdita di almeno 700 mila unità di lavoro. Sempre secondo i tre istituti di ricerca economica, la crisi dell’economia reale avrà effetti gravissimi sulla finanza pubblica, sia per la riduzione delle entrate fiscali, che per l’aumento della spesa per le prestazioni sociali connesse ai trattamenti di cassa integrazione e disoccupazione. Il rapporto tra indebitamento netto e Pil, dal 2,7 per cento del 2008, si porterà al 4,7 per cento nell’anno in corso e al 4,9 per cento nel 2010, per tornare a scendere, ma solo al 4,2 per cento nel 2012. Il rapporto tra debito pubblico e Pil è destinato, quindi, a salire fino a portarsi al 119,3 per cento nel 2012, collocandosi così vicino al massimo storico degli anni ’90.
Questo quadro è diventato ancor più negativo solo qualche giorno dopo, quando l’Istat ha fornito le variazioni registrate dal Pil nel primo trimestre dell’anno (-5,9 per cento annuo e -2,4 per cento rispetto al trimestre precedente). A questo punto solo se i prossimi trimestri non facessero registrare ulteriori flessioni del Pil, il 2009 si chiuderebbe con un -4,6 per cento. C’è però da attendersi un dato peggiore, il calo tendenziale del Pil è infatti pari al 5,9 per cento. La crisi sarà, quindi, ancora molto lunga. L’evoluzione del mercato mondiale impiegherà molto tempo per superare i pesanti squilibri accumulati. L’industria manifatturiera italiana, basata sull’export, uscirà da questa crisi con una minore capacità produttiva. Sarebbe questo il tempo per mettere in campo politiche industriali innovative, ma il governo sembra rassegnato ad attendere inerte che “passi la nottata”.
Beniamino Lapadula
fonte:http://www.rassegna.it
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