
Dai bancari agli ingegneri, dai collaboratori scolastici agli impiegati. Tutti i settori sono in lotta
Sarà perché, secondo il nobel Glashow, le crisi nascono perché non si conosce la matematica; sarà che persino il sottosegretario Adolfo Urso si è accorto che «presto la crisi acquisirà i connotati della depressione»; questa, a parte il premier che non riesce proprio a vederla, c'è. Ed ormai sta colpendo indiscrinatamente tutti i settori. La dimostrazione? Arriva dagli stessi lavoratori. Dai bancari agli informatici, dagli operai ai collaboratori scolastici, il messaggio che giunge è univoco: «Lo Stato deve agire perché non si riesce più a sopravvivere».
Oggi, a dirlo, sono categorie che, fino a qualche tempo fa, venivano considerate non solo "trainanti" ma anche altamente qualificate.
Così è, per esempio, per il comparto dell'"Information technology". «Il guaio - sottolinea Roberta Turi (Fiom-Cgil del settore Itc) - è che in Italia questo risente in modo particolare della situazione internazionale. Abbiamo un giorno sì e uno no annunci di esuberi, casse integrazioni straordinarie ed ordinarie. E sono moltissime le aziende che stanno riducendo il personale». Ed è il caso di multinazionali con sedi distaccate a Roma e a Milano come la Fujitsu Siemens, la Nokia. «Oltretutto ad essere colpiti - commenta - sono in questo caso lavoratori altamente qualificati come ingegneri che, o rischiano emigrando, oppure debbono reinventarsi il lavoro». Naturalmente la situazione non è diversa a Milano. Gianni Morceddu lavora alla Comdata. «La cosa preoccupante per noi è che non abbiamo alcuna certezza sul futuro. Siamo passati da una multinazionale a una società il cui guadagno arriva solo dal servizio che presta ad altre società».
Lo stesso accade in quel triangolo industriale che, una volta, trainava il Paese. Cinzia Colaprico, della Electrolux di Forlì, non descrive uno scenario diverso. «Dopo il 30 ottobre abbiamo avuto la riconversione del sito di Scandicci, con conseguente diminuzione di 300 dipendenti. A Porcia c'è stato l'annuncio di 450 esuberi ed è una fabbrica che conta su 1600 dipendenti ai quali si chiede inoltre anche una riorganizzazione delle linee di montaggio». Che, in sostanza, consiste nel fatto che il lavoratore è vincolato alla catena senza pause con soli 8 minuti per ogni ora e mezza di lavoro. «E dire che - aggiunge Cinzia - si poteva puntare su produzioni ecocompatibili, invece cosa hanno deciso? Di produrre elettrodomestici di bassa qualità. Anche questo fa capire il tenore della crisi». Da Roma giungono le voci dell'agitazione permanente indetta dai bancari. «Questa crisi - sottolinea Stefano Paglia, Cgil - ha creato tensioni fortissime nel settore delle banche. Roma si sta svuotando di veri e propri centri di eccellenza». La conferma proviene da Riccardo Tranquilli, del credito fondiario Fonspa. E' di soli due giorni fa l'ultimo presidio di fronte alla sede dell'Abi. Una crisi, questa, che nasce nel febbraio del 2000 quando Comit e Credit hanno dichiarato Fonspa non più strategico. Per il nuovo Fonspa alle trattative hanno partecipato Comit, Credit e il compratore: il fondo Morgan Stanley. «Stiamo portando avanti da tredici mesi una lotta - continua Tranquilli - che non vede tregua. Da quando l'azionista ha imposto che non eravamo più strategici, fino alla crisi bancaria dei sub-prime americani che ha coinvolto in pieno la stessa Morgan Stanley, quest'ultima ha deciso di disfarsi di tutte le attività. E non riuscendoci ancora - sottolinea -hanno messo a reddito tutte le nostre attività. Adesso? Gran parte dei miei colleghi sta tutto il giorno senza fare niente. In pratica si sta verificando un'operazione di "mobbing aziendale" su vasta scala». Eppure - continua - «noi teniamo: innanzitutto vogliamo che, se tutto va male, nessuno rimanga per strada; la seconda strada che stiamo seguendo è l'aver coinvolto enti ed istituzioni come Regione, Provincia e Comune per tentare di convertire questa banca e sviluppare sul territorio forme di finanza sociale e responsabile». Si attendono risposte. Continuano da un lato le interrogazioni parlamentari così come l'atteggiamento di chiusura dell'azienda nei confronti dei lavoratori che vogliono conoscere il loro futuro. E lo chiedono a chi capitalizza milioni di utili al giorno.
La stessa richiesta arriva dai lavoratori dei call center di Milano come dai collaboratori scolastici di Torino e ancora dagli operai e dagli impiegati della ex Magneti Marelli. Claudio Palazzo (Fiom-Cgil) è ancora più chiaro. «La Denso (ex Magneti Marelli, ndr) fino a poco tempo fa aveva 1400 dipendenti e "tirava". Adesso ha chiesto la cassa integrazione per circa 250 persone. Fino a gennaio sono andati in cassa solo gli operai, da febbraio è stata annunciata anche per gli impiegati. Senza considerare che non si sta applicando il minimo senso di equità nell'applicazione della stessa. Come delegati Fiom abbiamo dei seri problemi a firmare altri accordi con un'azienda che continua a tenere in piedi un regime tipo anni '50».
E che dire della scuola? Brunetta ha annunciato una possibile stabilizzazione dei precari della Pubblica amministrazione. A sentire Romano Borrelli, collaboratore scolastico a Torino, la situazione si sta facendo, al contrario, insostenibile. «Noi? - conclude - Per quanto ci riguarda chiediamo di confermare tutti i precari in blocco anche perché purtroppo Brunetta non considera che la maggior parte di questi sono Lsu, vale a dire lavoratori socialmente utili, che non ha affatto considerato nel suo monitoraggio e che, al contrario, sono la maggioranza, e proprio nella Pa».
Castalda Musacchio
fonte:http://www.liberazione.it/
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