Eccezionale riuscita dello sciopero cittadino di Pomigliano, che è stato davvero generale nel senso antico, con tutte le fabbriche, le attività, i negozi fermi, dimostra che la lotta dei lavoratori Fiat può vincere. A Pomigliano si è aggrovigliato uno dei nodi del conflitto sociale nel nostro paese. La Fiat sta gestendo la crisi nella maniera più barbara e brutale, vivendo alla giornata, chiedendo gli straordinari negli stabilimenti dove c’è qualche commessa in più e mettendo in cassa integrazione dove invece non si vende. Pomigliano è ferma da mesi e non c’è allo stato attuale alcuna vera risposta produttiva e occupazionale. (...)
Qui passano allora le alternative che mette in campo la crisi. Da un lato c’è la guerra fra i poveri, le discriminazioni sociali, il conflitto fra chi spera di avere un lavoro e chi non ci spera più. Il tutto alimentato dalle scelte del governo, della Confindustria. Anche la controriforma del sistema contrattuale punta ad alimentare la guerra tra i poveri, colpendo il contratto nazionale e nello stesso tempo inventandosi una contrattazione sulla produttività che in questa situazione è solo il “si salvi chi può”, di chi può.
La costruzione di un’alternativa a tutto questo può basarsi anche sulla rivolta sociale che si sta organizzando a Pomigliano, questa lotta oggi parla a tutti. A Pomigliano, come a Melfi qualche anno fa, la lotta per la difesa dei diritti del lavoro diventa una lotta contro le discriminazioni, contro la rottura sociale, contro l’idea che si esce dalla crisi scaricandone tutti i costi sui lavoratori.
La risposta che il sindacato deve dare a Pomigliano deve essere molto netta. Occorre trasformare questa vertenza in una battaglia generale contro l’attuale gestione della crisi. Ci vuole un vero intervento pubblico sull’industria che costringa le imprese, a partire dalla Fiat, a tenere aperti tutti gli stabilimenti e a distribuire il lavoro tra tutti i lavoratori. Attualmente questo non c’è. Il governo e la Fiat, al di là delle chiacchiere, non stanno assumendo alcun impegno occupazionale e sociale. Per questo la lotta di Pomigliano parla a tutti, dicendo, come fecero qualche mese fa gli studenti: “la vostra crisi non intendiamo pagarla noi”.
fonte:http://www.rete28aprile.it/
Qui passano allora le alternative che mette in campo la crisi. Da un lato c’è la guerra fra i poveri, le discriminazioni sociali, il conflitto fra chi spera di avere un lavoro e chi non ci spera più. Il tutto alimentato dalle scelte del governo, della Confindustria. Anche la controriforma del sistema contrattuale punta ad alimentare la guerra tra i poveri, colpendo il contratto nazionale e nello stesso tempo inventandosi una contrattazione sulla produttività che in questa situazione è solo il “si salvi chi può”, di chi può.
La costruzione di un’alternativa a tutto questo può basarsi anche sulla rivolta sociale che si sta organizzando a Pomigliano, questa lotta oggi parla a tutti. A Pomigliano, come a Melfi qualche anno fa, la lotta per la difesa dei diritti del lavoro diventa una lotta contro le discriminazioni, contro la rottura sociale, contro l’idea che si esce dalla crisi scaricandone tutti i costi sui lavoratori.
La risposta che il sindacato deve dare a Pomigliano deve essere molto netta. Occorre trasformare questa vertenza in una battaglia generale contro l’attuale gestione della crisi. Ci vuole un vero intervento pubblico sull’industria che costringa le imprese, a partire dalla Fiat, a tenere aperti tutti gli stabilimenti e a distribuire il lavoro tra tutti i lavoratori. Attualmente questo non c’è. Il governo e la Fiat, al di là delle chiacchiere, non stanno assumendo alcun impegno occupazionale e sociale. Per questo la lotta di Pomigliano parla a tutti, dicendo, come fecero qualche mese fa gli studenti: “la vostra crisi non intendiamo pagarla noi”.
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