Alcuni dati sull’immigrazione in Italia

L’immigrazione in Italia inizia a diventare un fenomeno numericamente rilevante negli anni ’80. Alcune comunità tuttavia sono strutturalmente presenti in Italia già molto prima di quel periodo, in particolare per quanto riguarda i paesi nord africani e soprattutto le ex-colonie.

Il primo provvedimento di “regolarizzazione” su vasta scala fu di tipo amministrativo e risale infatti al 1982, mentre la prima legge sugli stranieri viene approvata nel 1986 in applicazione della convenzione OIL 134/197, dopo un lungo iter iniziato nel 1981, fissando una prima scadenza per la presentazione delle domande nell’aprile 1987, che vede poi tre successive proroghe e conduce all’accoglimento di 105.000 domande. La cosiddetta legge “Martelli” risale al 1990 e comprende anche una sanatoria generalizzata per tutti coloro che riescono a provare l’ingresso in Italia prima del 31.12.1989 (222.000 regolarizzazioni). Nuovi provvedimenti seguono nel 1995 e nel 1998, rispettivamente con 246.000 e 217.000 regolarizzazioni.

La legge del 30.7.2002, nota come “Bossi-Fini” dispone una regolarizzazione per colf e badanti e viene seguita da un decreto legge del 9.9.2002 per quanto riguarda il lavoro dipendente e vedono la presentazione di oltre 700.000 domande di regolarizzazione. La “Bossi-Fini” da un lato è quindi di fatto l’ultimo provvedimento di regolarizzazione vera e propria su vasta scala, dall’altro svela tutta l’ipocrisia della retorica sulla clandestinità. Un’indagine condotta Fondazione Andolfi CNEL nel 2003 su 400 lavoratrici domestiche rivela dati molto significativi aiuta a capire meglio cosa significano i numeri sempre più elevati che ogni anno vengono presentati al momento dell’emanazione del cosiddetto “decreto flussi”, evidenziando la differenza tra i numeri di “irregolari”, in ragione degli anni di permanenza in Italia:

  • in Italia da 2 anni: irregolarità del 68,3%
  • in Italia tra i 3 e i 5 anni: irregolarità del 38,8%
  • in Italia tra i 6 e i 10 anni: irregolarità del 12,6%

Da una lettura complessiva di questi dati si evince non solo che l’immigrazione verso l’Italia è in un costante (ed evidentemente inarrestabile) aumento, ma che è la natura stessa dell’impianto legislativo ad essere totalmente inadeguata al fenomeno migratorio e di fatto genera clandestinità. La presenza di migranti “irregolari” è infatti attualmente stimata in circa 1.000.000 di persone. Ma non si tratta solo di ipocrisia, ci sono anche delle vere e proprie mistificazioni, quando ad esempio si “dimentica” la rilevanza numerica dei e delle migranti provenienti dai paesi neocomunitari, che hanno una situazione molto diversa.

In base al dossier statistico della Caritas del 2008, il numero totale di migranti regolarmente residenti in Italia è pari a 3.987.000 persone, per le quali riportiamo qui di seguito la ripartizione per paese di origine:



Considerando i continenti di origine, il 52% del numero totale di migranti viene da paesi europei, il 23% dall’Africa, il 16% dall’Asia, il 9% dal sud e nord America. La presenza nel territorio italiano è ripartita come segue: 36% nelle regioni del nordovest, il 27% nel nordest, il 25% al centro, il 9% nel sud e il 3% nelle isole.

Sempre in base ai dati della Caritas, il 58,3% opera nel settore dei servizi, il 35,3% nell’industria, il 7,3% nel settore agricoltura e pesca, per il rimanente 3,7% non è invece possibile individuare con precisione il settore di lavoro. Pur in assenza di dati statistici precisi relativi al settore metalmeccanico, è ragionevole ritenere che una parte prevalente del 35,3% attribuito al settore industriale coincida con il settore metalmeccanico. Per un approfondimento sulla situazione nel nostro settore, che è articolata in modo diverso da quello qui rappresentato per quanto riguarda la situazione complessiva, si rinvia ai dati dell’inchiesta Fiom, trattati nell’articolo di Eliana Como.

È utile rappresentare infine la rilevanza del contributo delle lavoratrici e dei lavoratori migranti all’economia italiana, evidenziando ad esempio la partecipazione al PIL che è pari a circa il of 9% (in costante crescita) e quella al gettito fiscale per circa 1,9 miliardi di euro.

Molti sarebbero i dati e gli aspetti da analizzare in modo approfondito rispetto alle condizioni di vita e di lavoro delle persone migranti in Italia. La sanità, la casa, la libertà di culto, la scuola e più complessivamente l’accesso cultura e la possibilità di contribuire alla costruzione della stessa. Ci aiuterebbe a capire meglio cosa potrebbe significare ciò che si definisce “integrazione” se non si avesse di questo termine una concezione completamente sbagliata e a senso unico e un’idea che sarebbe meglio rappresentata dal termine “assimilazione”.

Ma soffermiamoci ancora sulla retorica della “clandestinità”, così pesantemente usata dal governo e dai media per giustificare provvedimenti che compongono il cosiddetto “pacchetto sicurezza”, sempre citando dati elaborati dalla Caritas: tra le denunce nelle quali gli stranieri hanno una più alta incidenza sulle denunce totali (tra il 70 e il 90%), riguardano le leggi sull’immigrazione, la tratta e il commercio degli schiavi, le false dichiarazioni sull’identità e la riproduzione abusiva di materiali audiovisivi. Da questi dati risulta evidente la strumentalità della gestione dell’informazione tesa a suscitare allarme sociale, rappresentando i migranti come se fossero tutti potenziali pericolosi delinquenti, omettendo però di dire che gli stranieri stessi, in circa un sesto dei casi sono vittime di reati violenti contro la persona, compresi omicidi tentati e consumati e violenze sessuali. È inoltre chiarissimo che le infrazioni della legislazione sull’immigrazione e le false dichiarazioni sull’identità sono conseguenza diretta di una legislazione sbagliata, così come il reato odioso della tratta e del commercio di schiavi commesso da migranti contro altri migranti, non avrebbe alcun motivo di essere se non in rapporto a una situazione complessiva di irregolarità diffusa nel mondo del lavoro, per altro assolutamente riconducibile a italianissimi sfruttatori.

Sveva Haertter

fonte:http://www.fiom.cgil.it

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