giovedì 12 marzo 2015

Spagna, quel che resta del lavoro dopo la crisi

Barcellona. I più ottimisti dicono che bisogna sempre guardare il bicchiere mezzo pieno. I più realisti dicono che i dati parlano chiaro: al 31 gennaio i disoccupati nello stato spagnolo erano 4.525.691, ovvero il 23,7% della popolazione attiva. Per farsi un'idea di quello che si è perduto in questi anni di crisi basti pensare che ci vorranno 8 anni di creazione di posti di lavoro al ritmo registrato nel 2014. Che è, il 2014, il bicchiere mezzo pieno: infatti per la prima volta in sette anni c'è stato un aumento (del 2,53%) nella creazione di posti di lavoro. Sono state 433.900 le persone inserite nel mondo del lavoro nell'anno appena concluso. La maggior parte dei nuovi posti di lavoro (415.700) sono stati creati nel settore privato, mentre 18.100 nel pubblico.
I contratti a tempo indeterminato nel 2014 sono aumentati (più 212.800 persone) così come quelli a tempo determinato (più 176.900).
I realisti sottolineano che il 2014 si chiude con 1.766.300 nuclei familiari con tutti i componenti in disoccupazione, mentre 731 mila nuclei familiari non hanno nessun ingresso.
Continuando a spulciare i dati dell'Istituto Nazionale di Statistica dello stato spagnolo (INE), si vede che nel settore della costruzione sono stati creati nel 2014 qualcosa come 40 mila posti di lavoro, ma c'è poco da cantar vittoria, visto che proprio questo è il settore che più ha pagato in questi sette anni di crisi: 1 milione e 700 mila i posti di lavoro persi. A pagare i costi della crisi sono soprattutto le donne e i giovani. Questi ultimi chiudono il 2014 con un tasso di disoccupazione pari al 51,80% tra gli under 25 (poco più di 907 mila persone) e rappresentano il 14,9% del totale di disoccupati. Quanto alle donne, rappresentano il 24,6% del totale.
Per avere una fotografia complessiva dello stato dell'arte, ovvero di quello che ha significato la crisi nello stato spagnolo, a questi dati vanno aggiunti quello relativo alla disoccupazione di lunga durata e quello relativo alle varie comunità autonome.
Il 50,4% dei disoccupati (oltre 2 milioni e 700 mila persone) non lavora da oltre un anno.
Quanto alle comunità le più colpite nel 2014 sono state: Andalucia (34,2%), Ceuta 32,5%, Canarias 31,1%, Melilla 29,5%, Castilla La Mancha 28,5%, extremadura 30%, Murcia 27% y Comunidad Valenciana 23,5%. Però l'ultimo trimestre del 2014 ha registrato un aumento di disoccupati nei Paesi Baschi (16,6% nell'anno) e in Catalunya (19,9%).
“La crescita economica è oggettivamente molto debole e molto incerta” dice il Segretario Generale di Comisiones Obreras Catalunya, Juan Carles Gallego pur sottolineando che “i dati macroeconici ci indicano che stiamo salendo dalla recessione economica”.
Gallego esplicita perchè la crescita è debole: “In questi anni – dice - non sono stati fatti i cambiamenti necessari alla struttura economica e produttiva, pertanto l'economia è poco solida. Si è distrutta la capacità produttiva installata e non si è investito in infrastrutture e innovazione”. Per Gallego poi “questo recupero economico è aiutato da cambiamenti che si stanno producendo in un contesto globale, per esempio l'abbassamento del prezzo del petrolio o la perdita dell'euro. Il consumo – dice – è vero che è leggermente aumentato ma è un consumo che ha utilizzato i risparmi degli ultimi anni. Per questo – aggiunge - non possiamo dire di essere usciti dalla crisi economica, perchè tra l'altro la situazione sociale in cui versa il paese è enormemente fragile, con tassi di povertà altissimi, una precarietà che ormai sembra essersi incastonata nella società come elemento proprio”.
Il segretario di CCOO Catalunya insiste che “oltre che debole la crescita è incerta perchè dipende da fattori esterni, da un contesto internazionale che ha elementi favorevoli ma anche molte incertezze e penso per esempio al conflitto latente tra Russia, Ue e Stati Uniti, il prezzo del petrolio. Ma soprattutto direi – aggiunge - che questi dati economici si alimentano di una realtà sociale che è totalmente negativa con un mercato del lavoro che in questi ultimi anni ha generalizzato forme di ingresso precarie: i lavoratori stanno entrando in condizioni peggiori di lavoro e retributive, il che tra l'altro non incentiva lo sviluppo dei processi di innovazone produttiva, al contrario si sta spremendo al massimo una forza di lavoro precaria per aumentare la produttività ma non per consolidarla”. In parallelo, ricorda Gallego, “la povertà e la diseguaglianza si sono installate come costanti nel nostro paese. Più del 50% di lavoratori hanno finito il sussidio. Ma c'è anche una povertà lavorativa: in Catalunya per esempio, il 13% dei lavoratori non ha nessune entrata economica o se la tiene è al di sotto della soglia di povertà”. Lo stato spagnolo, secondo una ricerca della Fondazione Primero de Mayo, è il terzo paese europeo in termini di povertà dei lavoratori.
“La diseguaglianza è aumentata – dice ancora Gallego – e il contesto in cui ci troviamo ad atturare è ovviamente il prodotto delle politiche con le quali si è gestita la crisi che sono, nello stato spagnolo, indistinte da quelle dell'Unione europea”. Una gestione della crisi che si è fondata su due elementi. “Da un lato – dice il segretario CCOO - il consolidamento fiscale come dogma di fede, dove il controllo del deficit presupuestario e l'impegno al pagamento del debito pubblico hanno costretto alla diminuzione della spesa pubblica con gli effetti negativi che questo ha comportato. Il secondo elemento è stato la riforma del mercato del lavoro che ha interpretato il fine di abbassare i costi lavorativi come peggioramento delle condizioni di lavoro e non come introduzione di innovazione tecnica che avrebbe permesso di raggiungere gli stessi obiettivi se non migliori”.
Il sindacato in questo contesto che cosa sta facendo? “Noi – dice Gallego - ci proponiamo 2 cose: se vogliamo consolidare questi dati positivi ma estremamente deboli, è necessario che le politiche salariali giochino un ruolo di stimolo nei confronti dell'attività economica, perchè abbiamo bisogno di recuperare la domanda interna del paese e la capacità acquisitiva del salario è il motore di questo recupero. Per questo stiamo spingendo a livello di trattativa di contratti collettivi di rompere la logica della moderazione salariale”.
In parallelo è necessario, secondo Gallego “cambiare la politica pubblica sia in materia di riforma fiscale integrale che dal punto di vista di chiedersi se è possibile dilatare nel corso dei prossimi anni il pagamento degli interessi del debito pubblico che costituisce una parte importante del Pil e quindi impedisce la realizzazione di politiche pubbliche di spesa e investimento senza le quali evidentemente non si potrà consolidare il processo di recupero economico”.
Infine nel contesto dello stato spagnolo il segretario di Comisiones Obreras Catalunya sottolinea che “è evidente che siamo di fronte a una crisi politica molto seria a due livelli: è una crisi del proprio sistema democratico, da una parte, che causa una sfiducia della gente nelle istituzioni come possibili risolutrici dei loro problemi ma anche, dall'altra parte, di politiche che attaccano duramente i diritti e le libertà civili. È il caso delle ultime leggi approvate, (legge di sicurezza cittadina) che mirano a zittire la protesta sociale attraverso l'introduzione di limiti al diritto a manifestare, alla libertà di espressione. Oggi – ricorda Gallego - ci sono 300 sindacalisti sotto processo per aver partecipato a picchetti negli ultimi scioperi generali”.
Che prospettive dunque per questo 2015 ?
Gallego sottolinea che questo per lo stato spagnolo sarà un anno di elezioni e quindi il sindacato dovrà confrontare la politica con proposte concrete che soddisfino davvero le esigenze materiali e le richieste della popolazione. Quindi spingere per la ricomposizione dei diritti lavorativi, potere sindacali, diritti sociali, politiche pubbliche che permettano di progredire. Naturalmente non è facile per il sindacato lavorare in questo contesto”. A livello di sindacato europeo Gallego riconosce che non “riusciamo a consolidare nei comitati di impresa europei questa cultura sindacale che consenta di attuare in maniera congiunta quando sorge un problema in uno o altro degli stabilimenti. Però ci stiamo lavorando. A livello di confederazione europea – conclude - dei sindacati abbiamo fatto passi avanti però insufficientemente nella definizione di una strategia sindacale in relazione alle politiche dell'Unione europea”.

 Orsola Casagrande

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