Intervista a Piergiovanni Alleva, giurista e professore di diritto del lavoro
Professor Alleva, il governo ha promesso all'Ue di approvare entro il maggio 2012 nuove regole per rendere più semplici i licenziamenti, per motivi economici, degli assunti con contratto di lavoro a tempo indeterminato. La tesi è che le tutele sindacali costituiscano un freno rispetto alla naturale propensione delle imprese ad assumere. E' così?
Ma ti pare che un imprenditore che ha bisogno di manodopera e trova un lavoratore che gli piace non lo assume perché ha paura che se poi le cose gli vanno male non lo può mandare via? Se fosse così, le piccole imprese dovrebbero assumere tantissimo, perché loro ce l'hanno già il licenziamento libero. Dire che le tutele frenano l'occupazione è una balla assoluta, non c'è un avvocato del lavoro onesto che ti confermerebbe una cosa del genere. Quella lettera del governo è un inganno, sia nei confronti dell'Ue che dell'opinione pubblica italiana. E' dal 1991 che il licenziamento, sia individuale che collettivo, è perfettamente legittimo in presenza di crisi aziendali. Anzi, la giurisprudenza neoliberista è andata ben oltre, dal momento che oggi sono legalmente accettate anche riduzioni di personale dovute a scelte di carattere organizzativo, finalizzate a migliorare la redditività e l'efficenza delle imprese. Anche quelle in attivo. Ci sono dei miti da sfatare, come quello che le pubbliche amministrazioni non possono licenziare. Ma chi l'ha detto. C'è una procedura regolamentata dagli articoli 31, 32, 33, della legge 165 del 2001 che prevede che il lavoratore pubblico in esubero venga messo in una lista da cui le altre amministrazioni possono attingere per consentire la mobilità da posto di lavoro a posto di lavoro. Ma se questo non avviene scatta il licenziamento. La possibilità di opporsi legalmente e sindacalmente riguarda semmai la scelta di chi deve essere licenziato, che è tutta un'altra cosa. Da questo punto di vista, l'unica novità che il governo potrebbe introdurre sarebbe quella di dare alle imprese la facoltà di licenziare chi vogliono senza dover neanche rispettare criteri come quelli dell'anzianità, del carico famigliare ecc. Ma è evidente che ciò non ha nulla a che vedere con esigenze di carattere economico, con la necessità cioè delle aziende in crisi di procedere a riduzioni del personale. Quindi o sono dei decerebrati oppure è legittimo il sospetto che nella lettera alla Ue si parli di licenziamenti «per motivi economici» ma in realtà si pensi di consentire licenziamenti discriminatori, punitivi, giustificandoli con altre ragioni.
Ai sindacati infuriati, il ministro Sacconi replica che l'Italia è l'unico paese al mondo ad avere regole così rigide sui licenziamenti.
Ma non diciamo sciocchezze. In Francia i licenziamenti collettivi vanno autorizzati dalla pubblica amministrazione. Devi fargli un piano sociale e se non contiene sufficienti garanzie per i lavoratori nemmeno te lo autorizzano. La verità è che vogliono mettere i lavoratori alle corde e per questo l'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori va eliminato.
Però l'esplosione dei contratti precari in Italia c'è stata e sembrerebbe segnalare che l'esigenza di una maggiore flessibilità in uscita sia reale.
Certo che le imprese vogliono la libertà di licenziare, ma non perché temono di non poterlo fare quando vanno in crisi. Vogliono la libertà di licenziamento per ricattare il lavoratore nelle mansioni, sugli straordinari, spremerlo al massimo con la minaccia di mandarlo via. Il vero scandalo è un altro.
Quale?
E' che se da un lato, come ho detto, in Italia il licenziamento per ragioni economiche è ammesso anche per fini speculativi, dall'altro abbiamo ancora un sistema di ammortizzatori sociali ingiusto, tutto basato sulla realtà della vecchia economia industrialista e che invece va rivisto e attualizzato nell'ottica di un'economia del terziario.
Roberto Farneti
[Articolo su Liberazione del 28/10/2011]
Commenti