Il 15 ottobre sarà prima di tutto una manifestazione anticapitalistica internazionale.
Coloro che scenderanno in piazza avranno un primo obiettivo: il grande capitale finanziario internazionale, il suo potere diffuso e i suoi punti di comando. Da Wall Street, fino alla Spagna e alla Grecia, passando per Israele, è un fenomeno nuovo per la nostra cultura politica decennale. Gli avversari sono coloro che guidano il gioco, quelli che i manifestanti di “occupiamo Wall Street”, hanno identificato nell’1% di super ricchi. L’avversario qui da noi è l’Europa della Bce e del Patto di stabilità.
Il confronto e la mobilitazione italiana non sembrano ancora in sintonia con questo movimento. Pesa da noi l’insopportabile fardello di Berlusconi e della sua crisi politica e morale. Le opposizioni sono totalmente estranee, nella grande maggioranza, a quello che è lo scontro reale in atto nel mondo e sembrano sperare che il capitale finanziario internazionale liberi l’Italia dall’impresentabile Presidente del Consiglio.
Per questo la manifestazione del 15 ottobre ha una funzione diversa da altri appuntamenti che nella recente storia italiana hanno visto scendere in piazza i movimenti e la sinistra più radicale. Almeno per noi che ci siamo trovati a Roma il 1° ottobre per dire no al debito e alla dittatura delle banche, questa manifestazione deve lanciare un programma di lotta contro il grande capitale e il suo sistema di comando europeo.
Pochi giorni fa il Corriere della Sera ha pubblicato con grande risalto la lettera che, ai primi di agosto, Draghi e Trichet hanno spedito al governo italiano. E’ un concentrato di tesi reazionarie e un’aggressione alla nostra Costituzione. Due privati cittadini scrivono al Governo intimandogli di realizzare la libertà di licenziamento, il taglio dei salari, le privatizzazioni e arrivando a pretendere lo stesso cambiamento della nostra Carta. Ebbene, di fronte a questa aggressione alla nostra democrazia il palazzo della politica, senza alcuna reale distinzione, ha taciuto. E coloro che hanno parlato, nel centrodestra come nel centrosinistra, l’hanno fatto solo per rivendicare la vicinanza a quel testo.
Per noi si scende in piazza contro due avversari. Da un lato il governo Berlusconi, dall’altro il governo unico delle banche, che in tutta Europa impone la stessa devastazione sociale e democratica.
In Italia occorre costruire un nuovo spazio politico pubblico. Il che significa che da un lato dobbiamo introdurre nel confronto politico temi che oggi sono totalmente messi ai margini. Non pagare questo debito, mettere in discussione il potere dell’Europa di Maastricht e del patto Europlus, investire nella conoscenza, nei beni comuni, nella scuola pubblica e nello stato sociale, garantire il reddito. Nello stesso tempo occorre che questo nuovo spazio politico sia davvero pubblico, cioè sia uno strumento di effettiva partecipazione per coloro che oggi non ne possono più e vogliono lottare.
Il disastro del governo Prodi nel 2006, il cui fallimento ha dato il via al ritorno della peggiore destra, dovrebbe insegnare. Non possiamo ripetere l’errore di affidare tutte le speranze a uno schieramento o a un leader che promettono, senza dire nulla su che cosa fare, su quali sono gli avversari, su come si intendono realizzare i propri obiettivi, su come controlliamo la loro realizzazione.
L’alternativa deve nascere dalle rivendicazioni, dai programmi e dalla costruzione democratica che provengono dalle lotte di questi mesi. Bisogna che tutte e tutti coloro che sono contro Draghi, Trichet e Marchionne; coloro che stanno con la Valle Susa e con gli operai di Pomigliano, con i migranti vessati da uno stato di polizia e con il mondo precario in lotta, costruiscano un fronte comune, alternativo al sistema politico attuale e alle sue finte alternanze.
Giorgio Cremaschi