No ai tribunali, ma «trattare, ragionare, andare avanti insieme, come si è sempre fatto»
«Rigore! Rigore!». Fermo il campionato, si parla della manovra di rientro dei conti pubblici. Imposta dalla Ue, mentre «i mercati» sembrano prendere la mira per «sistemare» anche il nostro paese (ieri la borsa di Milano è stata la peggiore del continente e anche i titoli di stato hanno perso terreno) e minacciata nella misura di 40 miliardi da qui a pochi giorni dal ministro Giulio Tremonti.
Tutti sembrano preoccupati dalla dimensione di questa «botta». Gli altri ministri, e Berlusconi più degli altri, perché volevano l'esatto opposto, ossia «allargare i cordoni della borsa» per cercare di recuperare consensi a colpi di spesa pubblica. Chi lavora o utilizza i servizi pubblici perché è giustamente preoccupato di essere chiamato a sottoporsi all'ennesimo «taglio di capelli».
Emma Marcegaglia, presidente di Confindustria, invece sprona il ministro a farla davvero e subito. Evidentemente ritiene - o sa - che non saranno le imprese a perderci qualcosa. Anzi, si spinge a chiedere addirittura «contemporaneità tra rigore e crescita». In particolare, «abbassando le tasse su imprese e lavoro dipendente».
In un paese col 120% di debito pubblico rispetto al Pil, infatti, e per questo minacciato di riduzione del rating da parte delle agenzie (Moody's, tre giorni fa), una riforma fiscale «si deve fare a parità di pressione fiscale complessiva», altrimenti aumenta il deficit e parte la speculazione internazionale.
Come si fa? Marcegaglia suggerisce di «alzare la tassazione delle rendite finanziarie (oggi al 12,5%, ndr), lavorando sull'assistenza (i regimi fiscali agevolati, ndr) e su qualche leggero aumento delle aliquote Iva». Nulla sull'evasione fiscale, figuriamoci su un'eventuale «patrimoniale». In effetti - ammesso e non concesso che in questo modo si possa fare la riforma a «somma zero» - per le imprese andrebbe di lusso. Pagherebbero solo i rentier finanziari (e ci mancherebbe pure!), mentre bisognerebbe vedere quali agevolazioni fiscali verrebbero toccate. Di certo, infine, pagheremmo tutti di più per un aumento dell'Iva; soprattutto le fasce più deboli, che non riceverebbero beneficio da una riduzione delle aliquote ma solo il danno dell'aumento dei prezzi.
La Marcegaglia ha infilato ancora una volta il suo spillone nel fantoccio del governo («sul mercato e le liberalizzazioni non ha fatto nulla, anzi è tornato indietro»). Ha maledetto come «incivili» quanti resistono all'avanzata dei cantieri dell'alta velocità in Val di Susa. Ha auspicato un «accordo interconfederale sul tema dell'esigibilità dei contratti», già questo venerdì magari. Mentre non vuol sentir parlare di una legge sulla rappresentanza sindacale.
Ma non ha dimenticato di omaggiare la Fiat e attaccare la Fiom. Quanto alla prima, «bisogna mettere in piedi un meccanismo flessibile, che consenta a chi non ha il sindacato di avere un buon contratto nazionale, e alle medie e grandi aziende di derogare su alcuni temi e decidere a livello aziendale». Una curiosa concezione della «competitività» per cui le piccole aziende avrebbero obblighi da cui le grandi vengono esentate.
Paradossale - e smemorata - anche la critica alla Fiom, per aver fatto ricorso ai tribunali sia nel caso dei licenziamenti di Melfi che, a maggior ragione, contro la newco del «modello Pomigliano». Sentite: «siamo contrari alla via giudiziaria nelle relazioni sindacali, perché queste devono procedere «trattando, ragionando, andando avanti insieme come si è sempre fatto». Domanda: ma a Sergio Marchionne, come membro primario di Confindustria, qualcuno l'aveva spiegato? Col «modello Pomigliano» ha fatto - e rivendicato come «giusto» - esattamente l'opposto.
Tommaso De Berlanga
[articolo su il manifesto del 21/06/2011]
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