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giovedì 23 giugno 2011

La crisi non cede Colaninno: anche noi in Asia soffriamo

L’economia mantovana secondo Carlo Zanetti della Camera di Commercio: nel primo trimestre 2011 ci sono oltre 600 imprese in meno rispetto al 2006; i fallimenti negli ultimi due anni sono triplicati ; sempre nei primi tre mesi di quest’anno la produzione mantovana segna un calo dello 0,1%. Buone notizie sul fronte delle esportazioni con un più 22% a marzo scorso: «Nel 2010 le imprese hanno recuperato buona parte della quota di business che si era persa nel 2009». Il tasso di disoccupazione, però, cresce ed è arrivato al 6,6% del 2010, più alto del 5,6% registrato a livello regionale e più basso della media nazionale, attestatasi all’8,4% . di Sandro Mortari L’economia lombarda nel 2010 è cresciuta e la ripresa continua, timida, anche nei primi tre mesi di quest’anno. Il problema è che nel biennio della crisi si è perso talmente tanto terreno in termini di competitività e di Pil, che la risalita è oltremodo complicata. «E’ come se fossimo caduti da otto piani e stessimo risalendo dal secondo» dice, usando una metafora, il direttore della sede di Milano della Banca d’Italia, Giuseppe Sopranzetti, illustrando al Mamu il rapporto sull’economia lombarda stilato dall’istituto di credito centrale. Pochi dati rendono l’idea della situazione. Nel 2010 il Pil in Lombardia è cresciuto dell’1,9% contro la media italiana dell’1,3%; è aumentato anche il valore della produzione industriale del 6% e le esportazioni del 7,6%; però, non bisogna dimenticare che nel 2009 il Pil era sceso del 6,3% (nel 2008 di un altro 1,7%), il valore della produzione industriale due anni fa aveva fatto registrare un meno 17% e le esportazioni addirittura un meno 20%. E nel primo trimestre di quest’anno la produzione industriale è ancora sotto del 9,1% rispetto al 2009. Il settore servizi tiene ma quello delle costruzioni non accenna a riprendersi. Insomma, una situazione a tinte fosche che preoccupa gli industriali mantovani («i nostri associati ritengono la crisi non ancora finita» osserva il numero uno di via Portazzolo Alberto Truzzi). E che il presidente della Camera di Commercio Carlo Zanetti fotografa così: «A oltre due anni dall’inizio della crisi economica lo stato di salute dell’economia mantovana è ancora fragile rendendo difficile formulare previsioni sui tempi di un completo recupero». Un po’ di respiro arriva dal dato lombardo sui prestiti bancari alle imprese: il treno è ripartito e nel primo trimestre 2011 il volume di credito erogato è salito del 2,8%, con un boom per il settore manifatturiero. In questo contesto diventa fondamentale per le imprese guardare oltre i confini europei. Lo sottolinea Roberto Colaninno, presidente di Alitalia e di Piaggio, nel suo intervento. L’Asia diventa la nuova frontiera, il mercato su cui investire, «anche se ultimamente - dice l’imprenditore - si stanno addensando temporali sottoforma di inflazione e tassi di interesse che aumentano e di prodotto interno lordo che cala, col rischio di tensioni sociali». Gli scenari sono preoccupanti per le aziende che lavorano su quei mercati e lui, con la Piaggio, ne sa qualcosa. «In India l’inflazione è al 9% e in prospettiva aumenterà, così come in Cina dove è al 5,5%, la più alta degli ultimi 30 anni. In Indonesia quest’anno sarà al 7%. In Vietnam è al 9,2% e nello stabilimento Piaggio c’è stato il primo sciopero nella storia del paese». Racconta: «L’inflazione aveva provocato un aumento dei prezzi dei generi alimentari e chi gestiva la mensa anzichè rivolgersi a noi per un aumento, ha ridotto le porzioni di riso, facendo infuriare gli operai». E aggiunge: «Oggi la crescita delle nostre imprese si fonda sulla crescita dell’economia asiatica: si può capire che cosa potrebbe succedere se anche là si presentassero problemi». Per Colaninno le imprese devono comunque puntare sull’estero, «ma devono globalizzare le forze, altrimenti rischiano di non aver futuro. E la strada non è la delocalizzazione, concetto ormai superato. La strategia è l’internazionalizzazione, conoscere cioè dall’interno i nuovi mercati e costruire impianti in loco per produrre ciò che serve a quei consumatori. Perchè sui mercati asiatici il prodotto italiano è il più ricercato, è uno status symbol. Però, va cambiata l’organizzazione perché non serve una singola impresa che esporta ma una rete di imprese che interagiscano tra di loro per massimizzare la produttività e ridurre i costi. E occorre puntare sui giovani, formati da una scuola e da un’università che devono diventare macchine da guerra».

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