Il leader della Cisl «Un sindacato diviso non serve a nessuno».Bonanni: pronto a un passo verso Epifani
«Pd troppo condizionato: Veltroni la pensa come noi ma la Cgil lo mette in difficoltà»
«Cugini», li ha chiamati Raffaele Bonanni. E mai come in questo momento, con i rapporti fra la Cisl (che firma tutti gli accordi) e la Cgil (che non ne firma quasi nessuno) sono prossimi al minimo storico, la rima fra «parenti» e «serpenti » sembra azzeccata. «Cugini», ha ironizzato qualche giorno fa il segretario della Cisl, che «ogni tanto salutano senza dirlo e se ne vanno...».
Dica la verità, Bonanni: era una battuta. Al pranzo di palazzo Grazioli con Berlusconi c'è andato lei, mica Guglielmo Epifani. «Ho detto pure che non si corre da soli».
Forse vuole ricucire lo strappo? «Senz'altro. Un sindacato diviso non serve a nessuno, né ai lavoratori né al Paese. Se ci sono state sempre ragioni per stare insieme, oggi ce ne sono almeno dieci volte di più. Guardi come si stanno comportando i politici. Da tre mesi litigano per la presidenza della commissione parlamentare di Vigilanza sulla Rai e non concordano niente sulle strategie economiche per il futuro mentre sta per arrivare un annus horribilis ».
Anche le liti nel sindacato non sono male... «Adesso sento i miei amici della Cgil che dicono che bisogna fare un patto fra produttori. All'anima!».
Ma non erano cugini? «I nostri cugini neanche vogliono condividere la definizione di un nuovo impianto contrattuale che inseguiamo da dieci anni. Altro che patto fra produttori. Il sindacato dev'essere unito, però un Paese pluralista nella politica e nel sociale è un Paese ricco. Ma a condizione che ogni volta si arrivi a una sintesi».
Da una parte e dall'altra, no? «Certamente».
Sul modello contrattuale Cisl e Confindustria hanno posizioni molto distanti da quella della Cgil. Forse se nessuno fa qualche passo avanti o indietro è difficile arrivare alla sintesi. «Si può fare tutto, purché in sintonia con il documento unitario della scorsa primavera firmato dai vertici di Cgil, Cisl e Uil. Suggerisco a tutti, ma proprio tutti, di rileggerlo e confrontarlo in controluce con le linee guida sottoscritte dalla Confindustria. L'80% delle questioni è lì. Nessuno può fare finta di niente. Inutile che ora mi si accusi che vado a fare gli incontri riservati, ammesso e non concesso che sia un errore».
Scusi ma se lo doveva aspettare. «Il fatto è che la Cgil ha capovolto la sua posizione. Otto mesi fa erano in rotta di collisione con la Fiom. Ora la posizione è stata ribaltata. Allora Giorgio Cremaschi lo stavano buttando fuori, adesso Cremaschi inneggia alla posizione della Cgil».
La Cgil ha confermato che farà lo sciopero. Me lei dice che si deve ricucire lo strappo. «Io sono pronto. La gente ci vuole uniti, è consapevole che se un sindacato confederale che rappresenta 12 milioni di persone prende una posizione unitaria può condizionare fortissimamente le opinioni del governo, dell'opposizione, della finanza. Oggi gli italiani sono impauriti e smarriti. Non l'hanno capito i governanti e i politici, che discutono come se fossimo negli Emirati arabi».
Che c'entrano gli Emirati arabi? «I nostri politici ragionano come se l'Italia avesse risorse illimitate e non il debito pubblico che ha. Soprattutto, ci sono pezzi della politica per i quali o si fa come vogliono loro, o si rompe. È un vizio culturale presente anche nel sociale e nel sindacato ».
Come se lo spiega? «Non hanno avuto la maturazione che li porta a una cultura riformatrice. Cito ogni volta Federico Caffè, secondo il quale il vero riformatore agisce giorno per giorno, al contrario di chi vuole risolvere tutti i problemi insieme ma poi li rimanda sempre a un momento che non verrà mai».
Nomi e cognomi, per favore. «Basta vedere anche nell'opposizione. Governavano e avevano una opinione. Ora fanno gli oppositori e hanno cambiato completamente opinione. Lo stesso vale in relazione alle parti sociali».
Sta dicendo che nel Partito democratico c'è pure un problema rispetto al sindacato? Non si fanno mancare proprio nulla... «Credo che il Pd sia uno sforzo importante in direzione riformista. Anche se risente ancora di questo condizionamento. La Cisl guarda con molta attenzione al rafforzamento di un partito democratico di opposizione, perché finché questo non si verifica non c'è simmetria nella politica italiana. Ci sono stati passi in avanti importanti ma bisogna ancora continuare. Posso dire che apprezzo la posizione di Walter Veltroni sulle politiche contrattuali, vedo che hanno opinioni molto simili a quelle che unitariamente abbiamo espresso questa primavera, e che il cambiamento della Cgil li ha messi in difficoltà».
Concretamente, lei che cosa è disposto a fare? «Lavorerò per favorire il ritorno a una strategia unitaria del sindacato, anche sul nuovo modello contrattuale. Naturalmente a condizione che si tenga conto anche delle posizioni della Confindustria, perché gli accordi non si fanno tra di noi. Farò ancora dei passi in questi giorni». Quanto grandi? «Farò un passo intero. Spero che loro ne facciano almeno metà».
Sergio Rizzo
[Articolo del Corriere della Sera del 30 Novembre 2008]
fonte:http://www.corriere.it/
«Cugini», li ha chiamati Raffaele Bonanni. E mai come in questo momento, con i rapporti fra la Cisl (che firma tutti gli accordi) e la Cgil (che non ne firma quasi nessuno) sono prossimi al minimo storico, la rima fra «parenti» e «serpenti » sembra azzeccata. «Cugini», ha ironizzato qualche giorno fa il segretario della Cisl, che «ogni tanto salutano senza dirlo e se ne vanno...».
Dica la verità, Bonanni: era una battuta. Al pranzo di palazzo Grazioli con Berlusconi c'è andato lei, mica Guglielmo Epifani. «Ho detto pure che non si corre da soli».
Forse vuole ricucire lo strappo? «Senz'altro. Un sindacato diviso non serve a nessuno, né ai lavoratori né al Paese. Se ci sono state sempre ragioni per stare insieme, oggi ce ne sono almeno dieci volte di più. Guardi come si stanno comportando i politici. Da tre mesi litigano per la presidenza della commissione parlamentare di Vigilanza sulla Rai e non concordano niente sulle strategie economiche per il futuro mentre sta per arrivare un annus horribilis ».
Anche le liti nel sindacato non sono male... «Adesso sento i miei amici della Cgil che dicono che bisogna fare un patto fra produttori. All'anima!».
Ma non erano cugini? «I nostri cugini neanche vogliono condividere la definizione di un nuovo impianto contrattuale che inseguiamo da dieci anni. Altro che patto fra produttori. Il sindacato dev'essere unito, però un Paese pluralista nella politica e nel sociale è un Paese ricco. Ma a condizione che ogni volta si arrivi a una sintesi».
Da una parte e dall'altra, no? «Certamente».
Sul modello contrattuale Cisl e Confindustria hanno posizioni molto distanti da quella della Cgil. Forse se nessuno fa qualche passo avanti o indietro è difficile arrivare alla sintesi. «Si può fare tutto, purché in sintonia con il documento unitario della scorsa primavera firmato dai vertici di Cgil, Cisl e Uil. Suggerisco a tutti, ma proprio tutti, di rileggerlo e confrontarlo in controluce con le linee guida sottoscritte dalla Confindustria. L'80% delle questioni è lì. Nessuno può fare finta di niente. Inutile che ora mi si accusi che vado a fare gli incontri riservati, ammesso e non concesso che sia un errore».
Scusi ma se lo doveva aspettare. «Il fatto è che la Cgil ha capovolto la sua posizione. Otto mesi fa erano in rotta di collisione con la Fiom. Ora la posizione è stata ribaltata. Allora Giorgio Cremaschi lo stavano buttando fuori, adesso Cremaschi inneggia alla posizione della Cgil».
La Cgil ha confermato che farà lo sciopero. Me lei dice che si deve ricucire lo strappo. «Io sono pronto. La gente ci vuole uniti, è consapevole che se un sindacato confederale che rappresenta 12 milioni di persone prende una posizione unitaria può condizionare fortissimamente le opinioni del governo, dell'opposizione, della finanza. Oggi gli italiani sono impauriti e smarriti. Non l'hanno capito i governanti e i politici, che discutono come se fossimo negli Emirati arabi».
Che c'entrano gli Emirati arabi? «I nostri politici ragionano come se l'Italia avesse risorse illimitate e non il debito pubblico che ha. Soprattutto, ci sono pezzi della politica per i quali o si fa come vogliono loro, o si rompe. È un vizio culturale presente anche nel sociale e nel sindacato ».
Come se lo spiega? «Non hanno avuto la maturazione che li porta a una cultura riformatrice. Cito ogni volta Federico Caffè, secondo il quale il vero riformatore agisce giorno per giorno, al contrario di chi vuole risolvere tutti i problemi insieme ma poi li rimanda sempre a un momento che non verrà mai».
Nomi e cognomi, per favore. «Basta vedere anche nell'opposizione. Governavano e avevano una opinione. Ora fanno gli oppositori e hanno cambiato completamente opinione. Lo stesso vale in relazione alle parti sociali».
Sta dicendo che nel Partito democratico c'è pure un problema rispetto al sindacato? Non si fanno mancare proprio nulla... «Credo che il Pd sia uno sforzo importante in direzione riformista. Anche se risente ancora di questo condizionamento. La Cisl guarda con molta attenzione al rafforzamento di un partito democratico di opposizione, perché finché questo non si verifica non c'è simmetria nella politica italiana. Ci sono stati passi in avanti importanti ma bisogna ancora continuare. Posso dire che apprezzo la posizione di Walter Veltroni sulle politiche contrattuali, vedo che hanno opinioni molto simili a quelle che unitariamente abbiamo espresso questa primavera, e che il cambiamento della Cgil li ha messi in difficoltà».
Concretamente, lei che cosa è disposto a fare? «Lavorerò per favorire il ritorno a una strategia unitaria del sindacato, anche sul nuovo modello contrattuale. Naturalmente a condizione che si tenga conto anche delle posizioni della Confindustria, perché gli accordi non si fanno tra di noi. Farò ancora dei passi in questi giorni». Quanto grandi? «Farò un passo intero. Spero che loro ne facciano almeno metà».
Sergio Rizzo
[Articolo del Corriere della Sera del 30 Novembre 2008]
fonte:http://www.corriere.it/
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